martedì, novembre 29, 2011

Midnight in Paris

L’americano in terra straniera è stato un tema che ha attraversato la letteratura di quelle parti, ed anche il cinema non ha disdegnato l’argomento, traendolo a sua volta dalla pagina scritta oppure reinventandolo a secondo delle diverse esigenze. Fatto sta che l’incursione di Woody Allen a Parigi con una coppia di turisti in viaggio di piacere e di lavoro, se è vero che il personaggio principale è uno sceneggiatore in cerca di spunti per la stesura del suo primo romanzo, pur essendo in linea con il cineturismo del regista americano non è una novità sul piano cinematografico, per la presenza di un altro film omaggio come Tutti dicono i love you, ambientato quasi interamente nella capitale francese.


Trattandosi di Woody Allen c’era comunque la speranza di una boccata d’aria fresca, non fosse altro per l’effervescente fantasia a cui ci ha abituato il regista di Manhattan. Ed invece, partendo da uno spunto interessante, basato su quel misto di nostalgia e fascinazione per un tempo, la belle epoque, ed una generazione, quella cosidetta “perduta”, tanto irripetibili quanto agognate da chiunque associ la creazione artistica all’esistenza bohemiene, Midnight in Paris si risolve con una storia divisa in due parti, quella reale, al seguito della coppia e delle sue differenze temperamentali, e quella fantastica, vissuta dal novello romanziere che allo scoccare della mezzanotte si ritrova magicamente immerso nella ronda culturale che attraversò la Parigi a cavallo degli anni 20/30. E se la prima assume subito una funzione comprimaria, preparando personaggio e spettatore ad una meraviglia che nasce anche dallo scarto con la prosaicità della vita ordinaria, è la seconda a non reggere il confronto con le aspettative di chi guarda.
Lo stupore di Gil (intrepretato da un Clive Owen in versione intellettuale), condiviso per i primi momenti, diventa successivamente un giochino prevedibile per la sfilata di personaggi/cameo, intepretati dall’attore di turno con performance mimetiche vicine alla maniera (si pensi al Dalì di Adrian Brody ma anche all’Hemingway di Corey Stoll ma si potrebbe continuare) il cui solo pregio è quello di ricordarci la prolificità di una stagione artistica irripetibile, ma che lascia l'amaro in bocca sul piano complessivo, per un allestimento che non va oltre l’aneddoto.

Se a questo si aggiunge anche la meccanicità con cui le due dimensioni di intersecano fra loro, risolta dal passaggio che Gil riceve di volta in volta dalla star di turno, si capisce come Midnight in Paris non sia in grado di sostenere la meraviglia dell’incipit. Un Allen al lumicino quindi, nonostante il ritorno a tempi più personali come quello dell’artista incompreso e frustrato, sempre alla ricerca di una dignità e di un accettazione di cui sente la mancanza, ma soprattutto della dicotomia tra la vita sognata e quella reale. Una versione che magari accontenterà il box office mai così generoso nei suoi confronti, ma che non mancherà di lasciare indifferenti, e questo sia detto senza commettere atti di lesa maestà nei confronti di un autore impareggiabile.
(pubblicata su Roma giorno e notte.it)



venerdì, novembre 25, 2011

Scialla (stai sereno)


Bruno e Luca sono costretti ad una convivenza ravvicinata. Lui è un uomo disilluso che ha smesso di insegnare ed ora fà il ghost writer di autobiografie di personaggi dello spettacolo, l'altro uno studente di liceo un pò svogliato e con la fissa della box. Inizialmente ciò che li unisce è la simpatia di chi riconosce nell'altro una persona fuori dagli schemi, successivamente la scoperta di essere padre e figlio. Francesco Bruni esordisce con una storia che in parte riprende luoghi già affrontati come sceneggiatore dei film di Daniele Virzì: Roma innanzitutto, indagata nella sua dimensione gergale e giovanile (Caterina và in città) e poi il senso di sconfitta sparso a piene mani tra i personaggi della storia (N- Io e Napoleone) e della finzione, ed anche una certa contrapposizione tra cultura alta e bassa, qui raffigurata dalla figura dell'attempato protagonista alle prese con un mondo che può fare a meno dei libri e delle scuole, come quello di Tina, la pornostar di cui Bruno si sta occupando, felicemente di successo per ragioni diametralmente opposte.

Diviso in un prima e dopo generato dalla scoperta del legame famigliare, Scialla è un film sull'importanza dei valori familiari, inizialmente negati dalla deriva esistenziale di Bruno, refrettario a qualsiasi contatto che non sia giustificato da motivi mercantili (le svogliate ripetizioni rifilate a studenti poco interessati) e poi ribaditi dal risveglio affettivo e dalla vigoria fisica con cui lo stesso inizierà ad occuparsi dell'istruzione del figlio. Motivi che Bruni traduce con una velata malinconia che si stempera in momenti di lirismo metropolitano, come quelli in cui la telecamera segue gli spostamenti cittadini dei protagonisti in sella al motociclo (Moretti docet), oppure in una serie di situazioni, tra l'ironico ed il divertente, come quelle relative alle conversazioni tecniche in cui la pornostar spiega allo scrittore i segreti del mestiere, oppure agli sfottò tra il professore ed padroni del bar da lui frequentato. Il rischio è quello di ridurre il mondo ad un aneddoto, cosa che a volte succede (i siparietti con il bidello che non perde occasione di ricordare a Luca l'esatta definizione del suo lavoro, oppure il boss a cui Luca ruba la droga che obbliga i suoi scagnozzi a serate da cineforum con la visione di film come "I 400 colpi"); di fare un apologia su una generazione, quella sessantottina, rappresentata da Bruno, colpevole di non saputo dare seguito ai propri ideali, ma comunque da salvare per averci almeno creduto. Peccati veniali riscattati ampiamente da un umanita profusa a piene mani nel personaggio di Bruno, a cui Bentivoglio dona un amabilità sgualcita ma assolutamente sincera, interamente risolta da una recitazione che negli ultimi film stava diventando un cliche e che qui invece si riscalda con il fuoco della vita. Non gli è da meno l'esordiente Scicchitano, l'altro esordiente del film.

giovedì, novembre 24, 2011

UNA SEPARAZIONE

UNA SEPARAZIONE
regia di Asghar Faradhi
(Iran 2010)


Siamo nell' Iran dei nostri giorni. Simin (Leila Hatami) ha deciso di separarsi dal marito Nader (Peyman Moaadi).
La donna, già in possesso del permesso di espatrio, ha intenzione di lasciare il Paese con la figlia, l’uomo però, non vuole abbandonare il padre (Ali-Asghar Shahbazi) malato di Alzheimer.
Quando Simin si trasferisce dalla madre, Nader assume Razieh (Sareh Bayat), donna molto religiosa, per assistere il genitore malato.
Ogni volta che ci si trova davanti ad una recensione di un film iraniano, ci si imbatte nella solita frase: "..il regista è bravo ad aggirare la censura.." cosa che, sono sicuro, è capitato anche nel caso di Una Separazione.
La mia domanda è: perché il cinema iraniano deve essere obbligatorimente politico-rivoluzionario-antiregime? perché non può essere semplicemente buon cinema?
Buon cinema come Una Separazione di Asghar Faradhi che, nonostante lo si voglia inquadrare nel solito clichè, non è un film che tratta questioni apertamente politiche e quindi, il suo autore non ha bisogno di inventare stratagemmi o compiere un triplo carpiato per aggirare le maglie della censura.
Faradhi, costruisce il suo film con i volti, i gesti e soprattutto le parole.
Il regista iraniano è bravo a cambiare continuamente punto di vista su quanto accade e ogni volta che si presenta la possibilità di un qualsiasi svelamento, fa marcia indietro, alimentando la curiosità dello spettatore che già è stato privato della visione dell'evento cruciale della storia che ha avuto luogo fuori campo.
Una Separazione, in alcuni frangenti, potrà sembrare eccessivamente dilatato, anche se mai noioso.
Da vedere e rivedere (e ascoltare) due sequenze: quella iniziale, dove l'inquadratura è una soggettiva del giudice delegato a decidere sull'istanza di separazione, e quella rigurdante la telefonata che la badante effettua presso l'ufficio preposto per chiedere se può cambiare la biancheria intima all'anziano che assiste.
Film trionfatore all’ultimo festival di Berlino dove oltre all’Orso d’Oro come miglior film, ha anche vinto quelli d’argento eccezionalmente assegnati all'intero cast maschile e femminile.
Una separazione è film prezioso assolutamente da vedere.

Film in sala dal 25 novembre 2011

Anche se è amore non si vede
(Anche se è amore non si vede)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Salvatore Ficarra, Valentino Picone

Happy Feet 2
(Happy Feet Two)
GENERE: Animazione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Australia
REGIA: George Miller (II)

Inti-Illimani: Dove cantano le nuvole
(Donde las nubes cantan - Inti-illimani)
GENERE: Documentario, Musical
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Cordio, Paolo Pagnoncelli

Miracolo a le Havre
(Le Havre)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Finlandia
REGIA: Aki Kaurismäki

Real Steel
(Real Steel)
GENERE: Azione, Drammatico, Fantascienza
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Shawn Levy

Tower Heist: colpo ad alto livello
(Tower Heist)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brett Ratner

lunedì, novembre 21, 2011

Tower heist

Tower heist

Tra Commedia ed action movie, il nuovo film di Brett Ratner è un puzzle di icone e situazioni cinematografiche: la struttura innanzitutto, imperniata su un colpo impossibile, quello architettato dagli impiegati di un lussuoso condominio (The Tower) ai danni di un losco finanziere che si è impossessato dei loro risparmi.
E poi il suo sviluppo, suddiviso in tre parti con un prologo utilizzato come introduzione ed amalgama dei personaggi seguito dalla pianificazione e dallo svolgimento della rapina.
Ad idearlo è Josh Kovacs, un ottimo Ben Stiller, leader per caso di una banda di improvvisati malviventi a cui si aggrega in qualità di consulente Slide (Eddie Murphy), appena uscito di prigione.

Il modello di riferimento è quello di "Ocean Eleven", ripreso nell'apparente improvvisazione di un meccanismo, fuori e dentro al film, perfettamente oliato, ma anche in uno sviluppo che non perde mai di vista il ritmo, scandito non solo dall'obiettivo del regista sempre aperto ad evitare situazioni claustrofobiche con aperture che evidenziano lo spazio della scena e la coralità dell'azione, ma anche da una sceneggiatura capace di alternare i toni - dalle spacconerie di Eddy Murphy all'esistenzialismo della poliziotta disillusa interpretata da Tèa Leoni, passando per la canagliesca arroganza di Alan Alda nel ruolo del cattivo - senza perdere di vista il divertimento e la dialettica.

In secondo ordine ed alla maniera de "I soliti ignoti", il fatto di giocare sull'immaginario dello spettatore, avvicinato dal fatto di rivedersi tale e quale sullo schermo, con le inadeguatezze della propria vita riprodotte in un proposito, quello a cui l'impresa è finalizzata, sproporzionato alle proprie forze.
Non mancano neanche i riferimenti all'attualità, con la presenza di speculazioni finanziarie fraudolente e datori di lavori pronti a licenziare su due piedi. Ma la drammaticità che ne deriva è solo un pretesto per giustificare a priori l'operato della stravagante sodalizio.
Finalizzato da un cast all star capaci di rinunciare ai propri vezzi attoriali, "Tower heist" non mancherà di divertire persone di ogni età per la sua voglia di rivincita nei confronti del mondo.






domenica, novembre 20, 2011

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1

Andamento sinusoidale. Nello sviluppo della saga d'amore e vampirismo ormai alla quarta puntata, quest'ultima si inserisce pienamente in una tendenza che, nel corso dei vari episodi ha evidenziato un discontinuità, tanto nelle scelte del registro stilistico, quanto nella qualità finale del prodotto. Infatti, pur mantenendo inalterata la centralità di temi, che nella tormentata storia d'amore tra Bella ed Edward riflettono non solo le aspettative emozionali di una tribù di giovanissimi alla disperata ricerca di valori e di certezze - ed in questo la celebrazione del matrimonio le soddisfa entrambe - ma anche lo spirito dei tempi - nella contrastata ricomposizione delle diversità, non solo quella biologica dei due giovani, ma anche nelle alleanze estemporanee tra licantropi e vampiri - l'epopea continua cambiare pelle.
Dopo l'indipendenza di "Twilight" (2008), il narcisismo di "New Moon" (2009), ed i brividi di "Eclipse" (2010), è la volta del conformismo di "Breaking Dawn", prima tranche di una conclusione dilazionata con una seconda uscita programmata per il prossimo anno, e qui messa in moto da una serie d'eventi, il matrimonio dei promessi sposi, la gravidanza di Bella, ed il tentativo dei licantropi di uccidere il nascituro, che gettano le basi per un finale con i fuochi d'artificio. Una prospettiva stimolante, per il momento costretta a fare i conti con un preludio banalizzato dalla contabilità delle strategie produttive, e dall'arte di un regista, al tempo di "Demoni e Dei" fieramente indipendente, ma oramai sottomesso a questo tipo di logiche.

Che il compito non fosse facile si sapeva in anticipo: da una parte le aspettative di uno stuolo di appassionati attentissimi al rispetto delle fonti, e per questo poco disposti ad accettare interpretazioni eterodosse, dall'altra le esigenze dei produttori desiderosi di allungare il brodo per ragioni di moneta.
In più la schematicità della trama, rigidamente imperniata su due momenti successivi, il matrimonio prima, la gravidanza poi, sviluppati allo specchio, nella loro commistione tra dimensione individuale, resa ansiogena da complicazioni connaturate alla natura eccezionale di quel legame, e collettiva, con la celebrazione della famiglia allargata (unico nucleo di possibile convivenza) e dei suoi rituali, ampiamente rappresentati nelle frasi di rito e nei modi di circostanza manifestate dai parenti e dagli amici della coppia, utilizzati per ricondurre gli eccessi di una vicenda strutturalmente anomala nel recinto della tradizione e della correttezza politica.
Bill Condon ci mette però del suo con un linguaggio cinematograficamente anonimo, in cui la bidimensionalità delle inquadrature, realizzate con riprese prive di un minimo di profondità, e la piattezza del montaggio, usato senza alcuna funzione di senso ma solamente nel suo meccanico accumulare, si riflettono sulla vicenda, e soprattutto nelle psicologie dei personaggi, riducendone di molto la portata, relegandoli ad un ruolo puramente figurativo, esauriti nel riflesso della propria immagine; figurine di un album sfogliato più per abitudine che per reale urgenza.
Ed anche sul piano meramente estetico, il film non rende un buon servizio al divismo degli attori, Kristen Stewart e Robert Pattinson, alle prese con una crescita anagrafica che si riversa sulla freschezza delle loro espressioni, eternamente giovani nella memoria filmica, ed invece alterate sullo schermo dai mutamenti fisiologici, palesemente rivelati quando la telecamera si avvicina ai loro volti senza adeguarsi all'avvenuto cambiamento. Una mancanza che diventa il segno di un film troppo sicuro di sé, adagiato sulle ali di un consenso derivato dal solo fatto di esistere.
Ma di questo e degli eventuali consuntivi ci sarà modo di riparlare.

(pubblicata su ondacinema.it)






sabato, novembre 19, 2011

Torino Film Festival [dal 25-nov al 3-dic 2011]

Dal 25 novembre prossimo al 3 dicembre la città di Torino ospiterà la 29° edizione del Torino Film Festival, kermesse cinematografica alla cui guida da alcuni anni figura il regista Gianni Amelio, affiancato dalla giornalista e scrittrice Emanuela Martini e da un folto team di esperti in gran parte proveniente dal gruppo editoriale di Film Tv.

Una delle retrospettive del Festival è dedicata al regista Robert Altman.
Il festival presenterà gli oltre quaranta lungometraggi diretti da Altman per il cinema e la televisione e una selezione delle serie televisive firmate dall’autore in cinquant’anni di carriera.
La retrospettiva, curata da Emanuela Martini e corredata da un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro, sarà preceduta da un’ampia mostra fotografica allestita negli spazi del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana.

E' invece il regista francese Eugène Green il protagonista dell'Omaggio della sezione "Onde".
Eugène Green sarà a Torino per accompagnare l'integrale della sua opera cinematografica, a partire dal suo film d'esordio, Toutes les nuits (2001, Premio Delluc Opera Prima) sino alla Religiosa Portuguesa (in Concorso a Locarno nel 2009).

Rapporto confidenziale, la sezione monografica del Torino Film Festival, è dedicata al cinema di Sion Sono, l’eccentrico, poeta, romanziere e cineasta giapponese che partecipa alla Quinzaine des realizateurs con Guilty of Romance.

giovedì, novembre 17, 2011

Film in sala dal 18 novembre

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1
(The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 1)
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy, Sentimentale
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bill Condon

Anonymous
(Anonymous)
GENERE: Drammatico, Storico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Gran Bretagna
REGIA: Roland Emmerich

Il Buono, il matto, il cattivo
(The Good, the Bad, the Weird)
GENERE: Western
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Corea
REGIA: Kim Jee-woon

Il mio angolo di paradiso
(A Little Bit of Heaven)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USAjavascript:void(0)
REGIA: Nicole Kassell

Scialla!
(Scialla!)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Bruni

mercoledì, novembre 16, 2011

Pina 3D

PINA 3D
regia di Wim Wenders


Pina Baush è stata tra le più importanti e note coreografe mondiali di balletto.
Nata nel 1940 e da poco scomparsa (2009), Pina Baush è legata al teatro-Danza, termine adottato negli anni '70 da alcuni coreografi tedeschi per indicare una forma d'arte diversa dal balletto e dalla danza moderna e che include elementi recitativi.

Nel 1973 fondò il "Tanztheater Wuppertal Pina Bausch", il corpo di ballo per il quale curò personalmente corografie e formazione. I suoi spettacoli riscossero fin da subito grande successo, con riconoscimenti in tutto il mondo. Pina rivoluzionò il balletto, diede ad esso un nuovo codice espressivo ed una nuova forza. Il balletto diventò vita reale, forza e fragilità, trasformazione.

"La novità del suo lavoro non consiste tanto nell'invenzione di nuove forme e nuovi gesti, da riprodurre uguali a se stessi, quanto nell'interpretazione personale della forma che si vuole rappresentare, entrambe sostenute dal concetto basilare del rapporto (che è della danza così come di ogni forma di vera arte) tra fragilità e forza .
Un altro elemento di novità è costituito dall'interazione tra i danzatori e la molteplicità di materiali scenici di derivazione strettamente teatrale - come le sedie del Café Müller - che la Bausch inserisce nelle sue composizioni.
Da citare anche il rapporto interpersonale che seppe sempre intracciare coi suoi allievi, basato su un rapporto di reciproco rispetto e di affetto mai gridato ma profondissimo. " (da Wikipedia)


L'intenso ed emozionante documentario di Wim Wenders, Pina, mette in scena le testimonianze dei ballerini che hanno lavorato negli anni con Pina Baush. I loro ricordi ricostruiscono il profilo di Pina Baush e ciò che lei è stata per loro e per il mondo dello spettacolo.
Pina vive ancora oggi nelle coreografie che i suoi danzatori portano avanti e sviluppano, vive nella vita di coloro che ne portano avanti il messaggio umano ed artistico.

Un corpo di ballo, quello di Baush, che divenne presto una famiglia, un luogo franco dove trovare un nuovo linguaggio per sè e per esprimere l'inesprimibile, per ritrovare la propria voce.
I ballerini, emozionati, commossi, molto partecipi al progetto, offrono loro stessi ed i loro ricordi per omaggiare una delle più innovative artiste della danza contemporanea.
Il corpo possiede un proprio linguaggio che non ha necessità di parole. Le loro tstimonianze sono ora ricordi ora stralci di danza, movimenti e colori.
Alle tante e toccanti testimonianze si alternano momenti di ballo ed estratti di interviste a Pina Baush.

Assai apprezzabile il lavoro di Wenders che ancora una volta riesce a sposare, con discrezione e originalità, la propria creatività e il proprio acume alla profondità espressiva delle coreografie della Baush ed alla intensità umana dei protagonisti.

Consigliato a tutti. Non importa se non si è preparati in fatto di danza o teatro, questo doc saprà stupirvi e regalarvi emozioni lucide e violente, che arriveranno al cuore senza passare della parola.

Non sappiamo spiegarci i motivi ma molte emozioni ci nascono in cuore portandoci consapevolezza profonda.
Pina Baush comprese questo magico meccanismo e scelse la via diretta del corpo e delle tante forme di comunicazuine alternative alla parola per mettere in scena le proprie opere.

magia della vita.

Pina Baush riuscì a dare un nuovo linguaggio a ciò che nella parola non può essere espresso.

martedì, novembre 15, 2011

Festival internazionale del film di Roma: Incontro con Michael Mann



L'incontro con uno dei maestri del cinema contemporaneo ci consegna il ritratto di un uomo concreto, disponibile ma determinato a portare avanti un discorso cinematografico che non può prescindere dal reale

Tra gli eventi speciali della Mostra del cinema internazionale del film di Roma il fiore all'occhiello è stato sicuramente la lezione di cinema di Michael Mann, curata e presieduta da Mario Sesti ed Antonio Monda, amanti prima che esperti di cinema americano. L'occasione è stata un modo per conoscere un cineasta che anche sul palco dell'Auditorium ha confermato la sua fama di uomo concreto, disponibile ma determinato a non lasciarsi coinvolgere troppo da interpretazioni che negli anni hanno esaltato i suoi film come oggetti di avanguardia dal punto di vista tecnico e metacinematografico. Alla pari di qualsiasi altro lavoro anche quello del regista, dice Mann, è un mestiere che non può sottrarsi al rigore delle sue regole. Ed essendo, in questo caso, il risultato di una speculazione strettamente legata agli elementi del reale ne consegue una riproduzione trasfigurata quel tanto che basta per fare spettacolo senza tradire l'origine della sua natura. Va sicuramente in questa direzione la scena della guerriglia urbana di "Heat - La sfida" (1995), generalmente esaltata per la sua iperbolica rappresentazione, ed invece frutto, secondo Mann, di un'abitudine violata dall'arsenale militare utilizzato dalla banda di Neil McCauley, a cui i poliziotti, anche quelli reali, non sarebbero abituati. E' l'addestramento quotidiano, le tattiche di combattimento diventate oggetto di studio nelle aule universitarie, la costruzione di un set organizzato come fosse un campo militare a renderlo orgoglioso. Un lavoro certosino, quasi monacale che Mann afferma nella scelta del brano che apre l'evento, un sequenza tratta dal suo film d'esordio "Strade violente" ("The Thief", 1981), in cui lo spettatore è chiamato a seguire il pulviscolo impazzito di fiamme e di metallo provocato dalla fiamma ossidrica di Frank (James Caan) impegnato a forzare la cassaforte della banca che sta svaligiando. Un'esaltazione del gesto minuziosa ed insistente, anche in termini di minutaggio, tesa a prosciugare nella monotona descrizione della procedura le istanze più romanzesche del genere (l'heist movie) ed insieme a delineare, nell'accostamento tra la manualità dell'azione e la figura del protagonista, ripresa nello stacco successivo, la natura pragmatica di quella storia. Una propensione al reale doppiata dalla sequenza tratta da "Miami Vice" (2006), la rivisitazione del suo lavoro televisivo, ancora una volta imperniata sulla ripetizione del segno: in questo caso l'inquadratura dall'alto del natante che cavalca le onde per portare a compimento il destino di una relazione impossibile, quello tra l'agente della narcotici Sonny Crockett e di Isabella, la donna che sta sorvegliando e di cui si innamorerà. Anche qui la manifestazione dell'umano non può fare a meno di ricordarci le sue implicazioni materiali, con le scene della coppia ad aprire e chiudere lo spezzone, in un rapporto di dipendenza con la panoramica marina che esprime in un totale, fatto di acqua e motori, la fluida irruenza di quel legame.


E' impossibile ricavare il minimo compiacimento da un regista sempre pronto a rintuzzare i suoi interlocutori, come avviene quando Mario Sesti lo vorrebbe in qualche modo debitore di John Ford ("My Darling Clementine" è uno dei film preferiti dall'artista) ammirato ma non imitato dal regista americano, che risponde negativamente ad eventuali eredità provenienti da quella direzione, oppure nel rifiutare lo stile quale categoria adatta a riassumere le sue forme cinematografiche. Per Mann tutto si riduce ad una questione di sostanza: dalla scelta degli attori, spesso determinata dalla ricerca di un interpretazione che fosse frutto di una reazione ad un ruolo differente da quelli interpretati in precedenza - fu così per il Russel Crowe appena uscito da "Il gladiatore" e chiamato ad interpretare "Insider" (1999), Daniel Day Lewis, che gli studios ritenevano troppo gracile ed intellettuale per il ruolo di Hawkeye in "L'ultimo dei mohicani" (1992) e per Tom Cruise, il ragazzo della porta accanto trasformato in un killer freddo e spietato in "Collateral" (2004) all'uso del digitale, praticato per le possibilità di allungare la durata delle singole riprese, o per cogliere la profondità della notte losangeliana. E ancora, quando rispondendo a proposito del suo rapporto con i produttori afferma che quelli preferiti sono coloro che mettono a disposizione il budget e poi si tolgono dai piedi. Insomma, prima del regista, la lezione ci consegna un uomo che sa cosa vuole, e se lo prende, anche a costo di diradare la produzione filmica ("oggigiorno realizzare film richiede molto più tempo che nel passato"). E nel profluvio di applausi e di parole, la chiusa con il nuovo lascito del regista, il teaser dell'episodio che farà da apripista per una nuova serie televisiva targata Hbo, "Luck", una specie di "The Sopranos" ambientato nel mondo delle corse, dominato dalla presenza attoriale di due mostri sacri come Dustin Hoffman e Nick Nolte, ed una serie di progetti da realizzare per il cinema, tra cui una storia ambientata in un Medioevo ricostruito secondo una prospettiva interna a quel periodo. La consacrazione è ancora lungi dall'essere un commiato.

(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, novembre 11, 2011

Quando la notte































Due personaggi speculari:lei è una madre che non riesce a sentirsi tale, lui è stato il figlio di una donna in fuga. L'incontro è casuale, di quelli che nascono per ragioni contingenti. All'inizio è una questione formale, il tempo di mettersi d'accordo sull'affitto da pagare e sulle regole di buona convivenza. Lui è una guida alpina che affitta stanze ai villeggianti, lei un inquilina con un bambino da curare con una vacanza salutare. Poi quando lui è costretto ad intervenire per salvare il piccolo le cose cambiano. I silenzi diventano coltellate, le parole un plotone d'esecuzione. Un inquisizione reciproca che li metterà a nudo e li renderà simili. Fino a farli innamorare.

La Comencini realizza un film da camera, con le pareti della montagna al posto di quelle della stanza. Ed all'interno la struttura con i colori di un melodramma anomalo, simile ad una seduta psicanalitica. Elementi freudiani introdotti dalla soggettiva iniziale all'interno del tunnel, doppiata da quella finale, dello stesso tenore, e poi dall'utilizzo dell'elemento naturale come specchio degli stati dell'animo. La rabbia ed il rancore la riempiono di scene madri, l'amore, di una carnalità sublimata nell'amplesso rimandato. Tormento senza estasi che si inceppa quando c'è bisogno delle parole. I non detti sarebbero stati preferibili, come in un film muto. Con gli stessi attori, bravi, soprattutto la Pandolfi, avrebbe ottenuto un risultato migliore, e forse, evitato gli schiamazzi. La maternità non è necessariamente la cosa più bella che possa capitare. Con questa affermazione la Comencini credeva di assicurarsi un maledettismo di ritorno, le conseguenze invece è stata, a tratti, un ovvietà da sceneggiato televisivo. Potrebbe far comodo alla Rai, che il film l'ha prodotto.

giovedì, novembre 10, 2011

Il mio domani
















Una donna immersa nell'abitudine dei propri gesti. Il lavoro, le mansioni domestiche, gli spostamenti comandati e quelli scelti per incontrare quello che resta di un'umanità ridotta all'osso: il padre, incattivito dalla vita e recluso in un esilio volontario, la sorella, madre precaria di un figlio problematico, ed un amante presente quel tanto che basta per ricordarsi la mancanza di un affetto vero, sincero. Sullo sfondo l'anonimato di una città senza speranza. Un ingranaggio tarato per funzionare all'infinito ma interrotto da una improvvisa dipartita. Da quel momento nulla sarà come prima; la guarigione deve passare per un grande dolore.

Marina Spada non cambia scenario: ancora una volta al centro del suo cinema c'è la solitudine e il tentativo di uscirne. Ed è nuovamente una donna, la dottoressa Marina Barbieri incaricata di curare i corsi di formazione per gli impiegati dell'azienda per cui lavora, il terminale su cui far confluire una poetica esistenziale imbastita su una serie di immagini/simbolo capaci di racchiudere l'essenza delle cose. I campi lunghi sulle camminate solitarie della protagonista come sintesi di un progressivo distacco da se stessa e dagli altri, e poi la scena finale su un paesaggio finalmente assolato - la luce opaca nella prima parte, luminosa nelle ultime sequenze risponde allo stesso principio - con l'obiettivo che si apre gradatamente su un insieme al quale la donna sembra finalmente appartenere, e nel quale si riconcilia con la propria esistenza; la panoramica su un cantiere che assomiglia a Ground Zero, con i palazzi ancora in nuce ma avviati a sostituire ciò che c'era prima, come proiezione di un nuovo domani in via di costruzione. Il vuoto che diventa opportunità di cambiamento. Predisposizione ad accogliere il nuovo dopo aver fatto tabula rasa di quello che c'era prima. Dalla rarefazione dialettica Marina Spada trova la forza del suo cinema; uno sguardo essenziale, diretto, invisibile. Non succede altrettanto quando le parole prendono il sopravvento. Quando bisogna scegliere tra una fede cieca che non porta felicità - quella del padre vissuto nel rancore nei confronti di una moglie che l'aveva abbandonato - ed il determinismo di un'esistenza senza Dio, incentrata su rapporti di causa-effetto inesorabili, manifesto di una filosofia, quella della protagonista, codificata nei briefing che Marina tiene al suo auditorio, e destinata ad entrare in crisi nel progressivo svolgersi della vicenda. E' qui che il film si irrigidisce, nel tentativo di spiegare l'evidente, di formulare teorie, di diventare insomma un oggetto praticabile. Un'opzione condivisibile ma in questo caso poco riuscita. Interpretato da una brava Claudia Gerini, intenzionata a riproporsi nel cinema d'autore (prossimamente anche nel nuovo film di Matteo Garrone) e per l'occasione disposta a sacrificare la sua naturale fisicità, "Il mio domani" , presente nel concorso ufficiale del festival internazionale del film di Roma, deve molto delle sue atmosfere alla musica di Paolo Fresu, jazzista sempre più spesso prestato al cinema.

Il titolo del film si riferisce ad un verso di Antonia Pozzi, poetessa suicidatasi in giovane età ed alla quale la stessa Spada aveva dedicato "Poesia che mi guardi", docufiction realizzato nel 2009.
(pubblicata su ondacinema.it)

film in sala dal11 novembre 2011

Il cuore grande delle ragazze
(Il cuore grande delle ragazze)
GENERE: Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Pupi Avati
CAST: Micaela Ramazzotti, Cesare Cremonini, Andrea Roncato, Gianni Cavina

Immortals
(Immortals)
GENERE: Azione, Drammatico, Fantasy
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tarsem Singh
CAST: Henry Cavill, Freida Pinto, Mickey Rourke, Kellan Lutz, Isabel Lucas, Luke Evans

Lezioni di Cioccolato 2
(Lezioni di Cioccolato 2)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Alessio Maria Federici
CAST: Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Hassani Shapi, Nabiha Akkari, Vincenzo Salemme

Moneyball
(Moneyball)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bennett Miller
CAST: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Kathryn Morris, Stephen Bishop

Take Me Home Tonight
(Take Me Home Tonight)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, USA
REGIA: Michael Dowse
CAST: Anna Faris, Michelle Trachtenberg, Topher Grace, Lucy Punch, Teresa Palmer, Michael Biehn

martedì, novembre 08, 2011

VI edizione del Festival internazionale del film di Roma


Il festival ai tempi della crisi: fra ristrettezze economiche e necessità organizzative il bilancio di una manifestazione che continua a scommettere sulla varietà delle sue proposte. E intanto è arrivata alla sesta edizione
Strangolato dagli opportunismi della politica e costretto a confrontarsi con due omologhi di consolidata tradizione, il Festival internazionale del film di Roma è riuscito ancora una volta a portare a casa il risultato grazie ad un impegno, dei responsabili e dell'organizzazione tutta, in grado di trasformare l'entusiasmo dei presenti in una festa cinematografica. Un'energia che ha riempito le sale, creato file interminabili, riscaldato il red carpet, frequentato da un divismo a scarto ridotto: segno dei tempi, ed insieme tendenza capace di riportare il cinema, quello vero, al centro dell'attenzione, con buona pace del gossip odaiolo.

E parlando di settima arte bisogna dire che anche quest'anno nella capitale se n'è vista parecchio, variamente sparpagliata tra concorso ufficiale e sezioni collaterali. In generale, se escludiamo quelle dedicate ai giovani ("Alice nella città") ed alla contemporaneità (i documentari di L'altro cinema/Extra) sicuramente le più interessanti per completezza e novità di sguardo, il festival si è distinto per la sua eterogeneità, di genere e di fruizione, alternando anche all'interno della stesso contenitore una varietà di opere veramente impensabile da altre parti. E lasciando da parte il cinema italiano, di cui parleremo più avanti, e concedendo al concorso ufficiale il compito di riassumere le caratteristiche della kermesse, possiamo sicuramente dire che il festival ha fatto di tutto per riportare il cinema alla gente: infatti con la sola eccezione dell'estenuante film cinese "Love For Life", storia d'amore funestata da una mortale pandemia, e di "Magic Valley" dell'americano Jaffe Zinn, pregevole ma celebrale riflessione sulle radici del male con una struttura narrativa simile a quella dell' Haneke de "Il nastro bianco", la selezione ha suscitato l'empatia dello spettatore, stimolandola con le forme di un cinema abituato a riempire le sale. Da quelle horror di "Babycall" del regista Pal Sletaune, con Naomi Rapace (un meritato premio come miglior attrice) impegnata a difendere il figlio da un marito violento e costretta a mettersi in discussione alla luce di inquietanti apparizioni, alle atmosfere psicologicamente instabili ed apparentemente noir di "La Femme Du Cinquième" con Hethan Hawke e Kristin Scott Thomas. Non è mancata la commedia declinata secondo i modelli dello humor britannico nel ridanciano "Hysteria", storia che si diverte a ricostruire l'invenzione del vibratore seguendo le vicende di un allegra coppia di dottori, oppure venata di sentimento nell'incontro tra il ferramenta misantropo interpretato da un grande Riccardo Darin, ed un misterioso cinese in cerca di un parente nell'argentino "Un Quento Chino" del pluripremiato Sebastian Borensztein (vincitore del concorso e premio speciale del pubblico) così come il dramma intimista nel disperato e artistico, per le performance clownesche ed acrobatiche del suo protagonista, "Voyez Comme Ils Dansent" di Claude Miller (vincitore del gran premio della giuria) con due donne alle prese con la misteriosa scomparsa dell'uomo da entrambe amato. Azione, sentimento ed un pizzico di filosofia sono invece la ricetta vincente del sorprendente "Poongsan" del coreano Juhn Jaihong, il film amato dal presidente della giuria Ennio Morricone, scritto e prodotto da Kim Ki Duk.

Discorso a parte merita il cinema italiano presente in massa nel concorso con ben quattro titoli.
Esclusi dalla lista dei vincitori ma sostenuti dal pubblico, che li ha attesi con grande trepidazione, i nostri si sono contraddistinti per la volontà di evitare il confronto con i problemi della contemporaneità, preferendo rifugiarsi nell'elegiache rimembranze di un nostalgico passato ("Il cuore grande delle ragazze" di Pupi Avati), nella psichedelia colorata e favolistica degli anni 70 ("La kryptonite nella borsa"), in un paesaggio mitico ed ancestrale ("Il paese delle spose infelici"), nel silenzio interiore della propria incomunicabilità ("Il mio domani"). Impeccabili dal punto di vista tecnico, e supportati da performance attoriali di livello, il nostro cinema ha denotato, soprattutto fra gli esordienti (Mezzapesa e Cotroneo), la mancanza di un segno distintivo.
Ed ancora una volta la figura migliore l'hanno fatta, fuori concorso, il mestiere di Roberto Faenza con un film girato in lingua inglese ("Un giorno questo dolore ti sarà utile") e l'orgoglio di Giuliano Montaldo, nel diseguale ma apprezzabile "L'industriale", in cui con forti accenti dostoevskijani si descrive la parabola pubblica e personale di un imprenditore dei nostri tempi.
Chiaroscuri di una manifestazione in bilico tra le richieste di un mercato sempre più omologato e la necessità di trovare una propria identità nella proposta di un cinema qualitativamente superiore.

L'auspicio è quello di un compromesso che salvaguardi l'arte senza penalizzare lo spettacolo.

PUBBLICATO SU ONDACINEMA

Elenco dei premi principali:

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio:Voyez comme ils danset di Claude Miller

Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio: The eye of the storm di Fred Schepisi

Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice: Noomi Rapace per Babycall

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore: Guillaume Canet per Une vie meillure

Premio Speciale alla colonna sonora della Giuria Marc’Aurelio: Ralf Wengenmayr per Hotel lux

Premio BNL del pubblico al miglior film:Un cuento chino di Sebastián Borensztein

Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L'Altro Cinema | Extra: Gril Model di David Redmon e Ashley Sabin

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 13 anni:En el nombre de la hija di Tania Hermida P.

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 13 anni: Noordzee Texas di Bavo Defurne

Premio Marc’Aurelio Esordienti: ex aequo Circumstance di Maryam Keshavarz – La Brindille di Emmanuelle Millet

Premio Marc’Aurelio - Acting Award: Richard Gere

domenica, novembre 06, 2011

La spina del diavolo

Ambientato ai tempi della seconda guerra mondiale nella Spagna travolta da una sanguinosa guerra civile "La spina del diavolo" fa i conti con la Storia, rileggendola all'interno di una ghost story che, nelle dinamiche relazionali dei suoi giovani protagonisti riproduce le conseguenze di quello scontro fratricida. Costretti ad una convivenza forzata dagli smacchi della vita, e obbligati a lottare per la propria sopravvivenza, un gruppo di orfani reagisce ai soprusi dell'esistenza organizzando un opposizione disperata e cruenta nei confronti di un crudele persecutore. Concentrando l'azione all'interno di uno spazio circoscritto, e delegando al quotidiano il compito di costruire la narrazione, "La spina del diavolo" non si discosta dalle caratteristiche del genere, riprodotte secondo un'iconografia rispettosa della tradizione, ma aggiornata ai tempi del racconto - le guglie dei castelli diventano le geometrie lineari di un fortino in mezzo al nulla, con i magazzini polverosi e dimenticati a fare il verso alle stanze eternamente chiuse dei racconti gotici - e riesce ad agganciare la dimensione metafisica restando fedele al suo incipit di realismo. Ed è proprio la capacità di far convivere in maniera naturale i due livelli di percezione, da una parte la minaccia di un conflitto capace di distruggere ogni cosa, dall'altra il mistero di una dimensione sconosciuta ma resa umana dall'alleanza tra i bambini ed il fantasma, ad innalzare il film su livelli di eccellenza.

Guillermo del Toro conferma la predilezione per il fantastico e lo spaventevole e l'asseconda con una tecnica che sembra fare le prove generali per il successivo "Il labirinto del fauno", opera che di lì a poco lo avrebbe consacrato nell'olimpo dei grandi. Giocando con variazioni cromatiche, scuro e contrastato negli interni, acceso e luminoso per gli esterni, in grado di produrre un immaginario cupo e visionario, e con la fluidità di una cinepresa capace di stravolgere la leggi della fisica con fantasia e gusto iperrealista, Del Toro realizza un'opera di grande impatto e di singolare autenticità. Prodotta dai fratelli Almodovar e ravvivata dalla presenza di attori feticcio come Federico Luppi e Marisa Paredes, una delle chicas del maestro spagnolo, "La spina del diavolo" deve molto alla fresca spontaneità di Fernardo Tielve, perfettamente calato nel ruolo di chi si deve confrontarsi con un mondo più grande di lui.
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, novembre 03, 2011

film in sala dal 4 novembre 2011

Cambio vita
(The Change-Up)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David Dobkin
CAST: Ryan Reynolds, Olivia Wilde, Jason Bateman, Leslie Mann, Alan Arkin, Mircea Monroe

I soliti idioti
(I soliti idioti)
GENERE: Comico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Enrico Lando
CAST: Francesco Mandelli, Fabrizio Biggio

One Day
(One Day)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Lone Scherfig
CAST: Anne Hathaway, Jim Sturgess, Patricia Clarkson, Romola Garai, Jodie Whittaker, Georgia King

Pina 3D
(Pina)
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Gran Bretagna
REGIA: Wim Wenders
CAST: Pina Bausch

Sex list
(What's Your Number?)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mark Mylod
CAST: Anna Faris, Chris Evans, Zachary Quinto, Ryan Phillippe, Oliver Jackson-Cohen, Ari Graynor

The Tomorrow Series: Il domani che verrà
(Tomorrow When the war began)
GENERE: Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Stuart Beattie
CAST: Rachel Hurd-Wood, Lincoln Lewis, Caitlin Stasey, Deniz Akdeniz, Phoebe Tonkin, Chris Pang

Un giorno questo dolore ti sarà utile
(Someday this pain will be useful to you)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia, USA
REGIA: Roberto Faenza
CAST: Toby Regbo, Deborah Ann Woll, Stephen Lang, Lucy Liu, Aubrey Plaza, Marcia Gay Harden

Warrior
(Warrior)
GENERE: Azione, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Gavin O'Connor
CAST: Nick Nolte, Tom Hardy, Joel Edgerton, Jennifer Morrison, Kevin Dunn, Frank Grillo