sabato, settembre 29, 2012

REALITY

REALITY (Ita-Fra 2012)
Regia: Matteo Garrone
 
Luciano (Aniello Arena) è un pescivendolo con moglie e tre figli che arrotonda le entrate organizzando piccole truffe con la complicità della moglie (Loredana Simioli).
Vista la propria innata simpatia, su pressione dei numerosi parenti e dei figli partecipa alle selezioni per il Grande Fratello.
L'attesa della telefonata della produzione, che dovrebbe comunicargli di essere stato scelto come concorrente, diventerà ossessione.
 
Reality, ultimo lavoro di Matteo Garrone, racconta il vuoto di una società che ha perso il senso della realtà.  
Garrone non si limita alla lezioncina facile facile ma dimostra di conoscere alla perfezione i meccanismi mentali di una consistente fetta della nostra società, quella che al banchetto di nozze invita, spendendo somme considerevoli, il concorrente del Grande Fratello pensando di essere chic; che si lamenta delle tasse ma fa la coda per l'ultimo modello di telefonino, che vive in case fatiscenti e mal tenute ma che non rinuncia a spendere i pochi soldi che possiede per cafonesche unghie finte.    
 
Con queste premesse, la prima parte del film si rivela un horror sociale di rara bellezza, di chirurgica precisione quando si tratta di descrivere la psicologia dei protagonisti, raccontata non con fiumi di parole, ma quasi esclusivamente attraverso le immagini.
 
Garrone è capace di far capire chiaramente non solo quello che ci mostra, ma mette lo spettatore nella condizione di sapere (immaginare) come si comportano i personaggi fuori dallo schermo: cosa guardano in Tv, come votano, cosa mangiano, come fanno l'amore. 
 
Il Grande Fratello è solo un pretesto per raccontare la vita vera, quella dell' italiano teledipendente, che tende a sostituire la propria esistenza fatta di ignoranza, sacrifici e rinunce (non necessariamente) con una più confortevole fatta di lustrini e pailettes.  
 
Che lo show sia  fuoriuscito dal teleschermo non ce ne accorgiamo oggi, basta guardarsi intorno alla fermata del tram per vedere come giovani donne si muovano come se fossero riprese dalle telecamere o soggiornare per qualche minuto da una parrucchiera per ascoltare con quanta enfasi vengono pronunciati i nomi di località come Sharm el Sheikh o Ibiza o peggio ancora, basta scorrere le pagine del giornale della parrocchia, dove alla voce "battesimi" ci si imbatte nei vari Michael e Sean (scritti Maicol e Scion - ve lo giuro è successo-).  
 
La forza di Garrone è quella di raccontare tutto questo come se fosse una favola senza voler fare il professorino.
 
Nella seconda parte del film, finita la sociologia per immagini, Garrone non rischia molto e la pellicola perde di ritmo, ma Reality è girato talmente bene che il regista, alternando piani sequenza e primi piani del protagonista, accompagna dolcemente lo spettatore verso un finale onirico.
 
Con Reality, Garrone evidenzia ancora una volta una capacità narrativa di grande livello e una idea di cinema che tende ad avvicinare lo spettatore alla realtà senza utilizzare ruffianerie.
Degni di segnalazione i due piani sequenza girati dall'alto che aprono e chiudono il film, come se la storia raccontata sia stata seguita nel suo evolversi da un grande occhio, probabilmente quello del Grande Fratello a cui nulla sfugge. 
 
Matteo Garrone non sbaglia un film (L'imbalsamatore 2002 - Primo Amore 2004 - Gomorra 2008) ne la scelta dei protagonisti, pescando tra attori sconosciuti o addirittura tra i dilettanti.
 
Il protagonista, Aniello Arena, è un ergastolano detenuto nel carcere di Volterra.
 
Grand Prix all'ultimo festival di Cannes 
 
Fabrizio Luperto

venerdì, settembre 28, 2012

Pietà

Pietà
regia di Kim Ki Duk

Due orizzonti: il primo verso la metà del racconto quando il protagonista ed una delle sue vittime guardano dall’alto il quartiere natale sul punto di scomparire a causa della riconversione urbanistica. 
Il secondo piazzato alla fine del film a fermare per sempre il crinale di un paesaggio montano appena offuscato dalla bruma del mattino. 

 Immagini che nel visualizzare un mondo concreto ma lontano esprimono alla perfezione la distanza che divide l’umanità dal sogno dell'agognata felicità. 
Una condizione non esclusivamente ad appannaggio dei due protagonisti, lo strozzino che infierisce sulle sue vittime con varie mutilazioni e patimenti, e la donna che ad un certo punto afferma di essere sua madre, costringendolo ad accettarla nella propria casa, ma anche di coloro che nel corso della vicenda saranno sacrificati a quel rapporto.
Un paradiso perduto che lungi dall’essere l’eldorado di soldi e di piacere confezionato dalle sovrastrutture del potere riguarda piuttosto la sfera intima e personale, andando a minare gli equilibri familiari e legami ancestrali come quello che si instaura tra genitori e figli, con la morte o la menomazione di uno dei suoi componenti. 
Nel far questo, nel voler dimostrare a che punto di degradazione è arrivato l’uomo e la sua azione distruttrice, capace di relegare la dimensione umana al di sotto del profitto e degli interessi economici, Kim Ki Duk agisce in maniera sistematica, alternando l’umiliazione fisica dei vari debitori all’apatia del loro aguzzino,  praticamente inesistente se non fosse per quelle manifestazioni omicide. 

E se altre volte il regista coreano ci aveva regalato possibilità di evasione anche estetica in questo caso a prevalere è il senso di oppressione e di ineluttabilità che Kim Ki Duk ci trasmette con immagini strette ed anguste, sature di oggetti ed illuminate di grigiore, oppure con piani americani che fissano i personaggi al paesaggio circostante. Ed è soprattutto nella continua proposizione di uomini e donne che appaiono incastrati nelle loro macchine da lavoro, con argani e catene che sembrano imprigionarli alla ripetitività delle loro azioni, che il regista legittima la visione di un uomo diventato ingranaggio del sistema. Non più essere dotato di libero arbitrio ma pedina necessaria a realizzare un disegno a lui sconosciuto, come testimonia la mancanza di spiegazioni ed anche di visibilità del boss del protagonista, praticamente celato allo spettatore all'infuori di una breve comparsata.

Con uno stile minimale ma denso di significati, basterebbe pensare all’immagine che ad un certo punto ci offre una sorta di ricomposizione familiare con la parti in causa adagiate insieme su un lembo di terra in riva ad un fiume oppure a quella della sequenza finale che senza rivelarne il contenuto sembra il presagio  di una condizione umana inevitabilmente segnata dal sangue, Kim Ki Duk dimostra di essere ancora in grado di scrivere pagine di cinema che restano impresse. Se la sofferenza è una costante e l'amore una semplice illusione, "Pietà" sembra essere un grido d'aiuto ed insieme un gesto di compassione nei confronti di chi non ha smesso di soffrire.

giovedì, settembre 27, 2012

New Hollywood (6): Il texano dagli occhi di ghiaccio

Il texano dagli occhi di ghiaccio (The Outlaw Josey Wales)
regia: Don Siegel
cast: Clint Eastwood, Sandra Locke
Usa 1976


Stati Uniti, seconda meta' del secolo diciannovesimo. Josey Wales e' un uomo
qualunque. Vive in un podere strappato ai boschi da qualche parte del Missouri,
con moglie, un figlio di pochi anni e una semplice idea di vita solitaria e
tranquilla. Una specie di equilibrio, insomma.
Evidentemente al mondo non piace l'equilibrio - magari non la versione datagli
da Wales, chissà - Sta di fatto che glielo strappa di mano, nelle vesti di un
manipolo di soldati nordisti sbandati che fanno scempio della famiglia,
distruggono i suoi scarsi averi e lo abbandonano credendolo morto.
A Wales, che s'è era sempre tenuto alla larga dalla Guerra Civile, non resta
che aggregarsi agli ultimi gruppi di sudisti in circolazione per cercare di
ottenere vendetta, non avendo alcun interesse di parte da sostenere o una causa
cui aderire.
Quando - rifiutata la resa - risponderà con la strage alla strage perpetrata
dai nordisti con un trabocchetto ai danni di ciò che resta dei suoi commilitoni
che avevano accettato di deporre le armi (scena malamente citata e resa
enfatica da Costner nel suo "Balla coi lupi" (1990)), diventerà un reietto e un
ricercato.
S'aprirà così per lui una lunga peregrinazione attraverso le terre devastate
dalla guerra, nella desolazione umana e morale di uomini e donne ridotti al più
ferino stato di autoconservazione. Lungo il tragitto raccoglierà intorno a se'
- al di la' delle sue stesse intenzioni, catalizzatore ideale prima che figura
autoritaria - un curioso e variegato assortimento di disperati: una squaw
sottratta alle angherie di un bruto intrallazzatore; un vecchio capo indiano
vagabondo; i superstiti di una carovana - due vecchi, una donna anziana e la
sua giovane nipote, Laura Lee (Sondra Locke, da qui per Eastwood compagna di
vita e di celluloide per oltre un decennio); addirittura un randagio macilento,
di quelli che s'incontravano nei film di John Ford, per intendersi.
Con loro, regolerà i conti con il passato, lotterà per difendere il presente,
stringerà un patto di leale vicinanza con una tribù indiana e proverà a
ricominciare a vivere.
A quarantasei anni Eastwood, qui alla quinta regia e ad una nuova co-
produzione Malpaso, dopo le prove d'attore con Sergio Leone e soprattutto con
Don Siegel, si sentiva pronto a dire la propria in filigrana su certi aspetti
della società americana del periodo, tanto da non esitare, per aggiudicarsi la
storia, ad estromettere lo sceneggiatore Philip Kaufman chiamato a dirigerla e
ad accollarsi gli oneri della multa comminatagli dall'Associazione dei Registi
Americani in conseguenza del suo "colpo di mano".

Il chiaro intento di Eastwood, esemplificato nelle vicende del laconico Josey
Wales (evitiamo di dilungarci più di tanto sull'idiozia del titolo italiano
che, tra l'altro, allude ad un "texano" inesistente, provenendo Wales dal
Missouri), uomo ferito e rabbioso, che nella vendetta non cerca redenzione ma
probabilmente persino la propria stessa morte, e' quello di capire se in un
America stravolta e umiliata dalla guerra (al tempo delle riprese, gli echi
ancora freschi e dolorosi del Vietnam, come ai giorni di Wales la Secessione),
dalla sfiducia nelle istituzioni e nella legge (il disorientamento conseguente
al non ancora esaurito caso Watergate e la riluttanza del mondo degli stati del
Sud ad accettare una volta per tutte il "nuovo ordine" imposto dai vincitori
del Nord), e' possibile ristabilire le condizioni per un altro contratto
sociale, un rinnovato patto tra gli uomini, fondato sull'inclusione, sulla
solidarietà, sull'impegno a non lasciare indietro nessuno, allo scopo se non di
edificare l'armonia in terra, almeno una convivenza pacifica.

Accusati spesso di mancanza di mezze misure, di rozzezza ideologica, di
cinismo, Eastwood e lo stesso Siegel a cui Eastwood guarda spesso, sembrano
essere - e questo film ne e' ulteriore conferma - più i cantori di un idealismo
deluso o tradito che i simpatizzanti di un pensiero reazionario ottuso e
fintamente tutto d'un pezzo.


Wales che uccide e si fa giustizia da se' e' un uomo schiacciato dagli eventi,
vittima della Storia, a cui risponde con i mezzi che ha. Da un lato, per
sopravvivere; dall'altro, per non arrendersi ad una china impietosa e avvilente
che sembra trascinare tutto. Ciò non lo giustifica dal punto di vista morale:
e' utile pero', cinematograficamente parlando, a definirne l'orizzonte
psicologico e quindi i limiti del suo agire. Più o meno quello che si può
riscontrare nel "Dirty Harry" di Siegel in un contesto metropolitano, in teoria
più organizzato dal punto di vista della "legge e dell'"ordine" di quanto non
la sia una Nazione allo stato nascente, spesso e volentieri regolata solo dal
sistema ricompensa/punizione della Frontiera.

Fotografato meravigliosamente da Bruce Surtees nei toni dell'ocra e della
sabbia - i colori del sangue e della luce crepuscolare ma pure della mestizia e
del rimpianto, così come della fermezza e della voglia di resistere - Eastwood
compone, in 135' mai noiosi, mai superflui, una sorta di lucida epopea degli
ultimi, un'utopia di riconciliazione dal basso, per cui non e' follia pensare
di poter, un giorno o l'altro, intonare insieme "The rose of Alabama" senza
lacrime ma con un sorriso.

The FisherKing

Film in sala dal 28 settembre 2012



Locandina: Appartamento ad Atene

Appartamento ad Atene

(Appartamento ad Atene) 
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012 
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Ruggero Dipaola
CAST: Laura Morante, Gerasimos Skiadaresis, Richard Sammell, Vincenzo Crea, Alba De Torrebruna
Locandina: Elles

Elles

(Elles) 
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011 
NAZIONALITA': Germania, Francia, Polonia
REGIA: Malgorzata Szumowska
CAST: Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig, Krystyna Janda, Louis-Do de Lencquesaing, Andrzej Chyra
Locandina: L'Era Glaciale 4: continenti alla deriva

L'Era Glaciale 4: continenti alla deriva

(Ice Age 4: Continental Drift)
 GENERE: Animazione, Commedia, Avventura
ANNO: 2012 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Steve Martino, Mike Thurmeier
CAST: Ray Romano, Queen Latifah, Denis Leary, John Leguizamo, Chris Wedge, Josh Peck
Locandina: Reality

Reality

(Reality) 
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Matteo Garrone
CAST: Aniello Arena, Loredana Simioli, Claudia Gerini, Ciro Petrone, Nunzia Schiano, Nando Paone
Locandina: Resident Evil: Retribution 3D

Resident Evil: Retribution 3D

(Resident Evil: Retribution)
 GENERE: Azione, Fantastico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Germania, USA
REGIA: Paul W.S. Anderson
CAST: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory, Kevin Durand, Oded Fehr, Bingbing Li
Locandina: The Five-Year Engagement

The Five-Year Engagement

(The Five-Year Engagement) 
GENERE: Commedia
ANNO: 2012 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Nicholas Stoller
CAST: Jason Segel, Emily Blunt, Alison Brie, Rhys Ifans, Chris Pratt, Kevin Hart

martedì, settembre 25, 2012

Il rosso e il blu


 I luoghi ed il modo sono quelli del cinema francese più recente ("Entre le mur", 2008 di Laurent Cantet) del quale Piccioni anche inconsciamente è debitore. A testimoniarlo in maniera evidente è la sequenza finale con la telecamera che si sofferma sulla classe svuotata dall’uscita convulsa degli studenti all'ultimo giorno di scuola. 
Una soggettiva sui banchi deserti e poi lo scarto della cinepresa sulla sedia della ragazza che non è riuscita a terminare l'anno, sconfitta dalla vita ma anche dai limiti di un insegnamento incapace di capire la radice dei suoi problemi. 
Dialettica quella tra alunni ed insegnanti che Piccioni trasforma in un’ agone declinata secondo i punti di vista dei diversi contendenti. 
C'è il supplente idealista (Scamarcio) e volenteroso che si confronta con la ragazza cresciuta troppo in fretta, il professore disilluso e pieno di rancore (Herlitska) per non essere riuscito a conquistare allo studio gli studenti, ed infine la preside (Buy) calata nel ruolo anche quando si tratta di rapportarsi con lo scolaro finito in ospedale. 

La quotidianità delle aule con i suoi alti e bassi più che una denuncia sulle difficoltà di un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui bisogna arrangiarsi come si può (i professori si contendono le sedie per far sedere i frequentatori mentre c'è chi porta la carta igienica da casa per metterla nei bagni dell'istituto) diventa ben presto la radiografia trasversale sui sogni e le delusioni di generazioni diverse ma convergenti non solo nella funzione prioritaria assegnata ad un mestiere che pretende molto in termini di sacrificio personale – chi lo fa finisce per rimanere tale anche quando torna a casa - ma anche nello schema studente/insegnante ribaltato in tutti e tre le microstorie, con i ragazzi che impartiscono una lezione di vita ai loro precettori.

Lontano dal realismo di matrice transalpina ma anche da certa tradizione italiana che ha in “Il diario di un maestro” (1972) di Vittorio de Seta il suo punto più alto, “Il rosso e il blu” si avvicina piuttosto a film di maggior presa commerciale come appunto “La scuola” di Daniele Lucchetti anche nel tentativo di mediare tra divertimento e riflessione assicurato dall’utilizzo di attori tendenzialmente drammatici come appunto Herlitzka, Buy ma anche Scamarcio, calati in un contesto dove la loro ombrosità è illuminata dalla leggerezza di sguardo di Piccioni, ritornato alle origini dopo una serie di opere fortemente drammatiche. 

In questo caso però il contenitore scolastico è pieno di situazioni già viste, con scorciatoie di facile consumo che vanno dalla riconoscibilità degli attori intenti a replicare l’immaginario che li ha resi famosi alla scorciatoia di facile consumo che non disdegna la parolaccia ad effetto. Non dimeno “Il rosso e il blu” riesce a convogliare la riflessione in direzione di una poetica  di stampo leopardiano (e della Ginestra in particolare), autore citato nel corso del film attraverso le poesie  recitate a memoria da studenti e professori, e presente nella consapevolezza, tanto di chi insegna quanto di chi impara, di una solitudine esistenziale che può essere alleviata dalla comprensione e dalla condivisione di un destino comune. 
Un leiv motiv già presente nel cinema recente del regista marchigiano ma qui, forse per la semplicità della struttura nel quale è inserito, in grado di emergere con meno filtri e con più convinzione. 

lunedì, settembre 24, 2012

MONSIEUR LAZHAR


MONSIEUR LAZHAR (Can 2011)

Regia: Philippe Falardeau

(recensione di Fabrizio Luperto)

In una scuola elementare del Quebeq una maestra si impicca in aula. La sostituisce Bachir Lazhar, insegnante di origine algerina.
Lazhar ha fatto letteralmente carte false per avere quel posto nascondendo alla dirigente scolastica il proprio passato, con il quale non riesce a fare i conti.
Grazie al supplente l'anno scolastico si trasforma in un'elaborazione comune del dolore e in una riscoperta del valore dei legami e del conoscersi.

Monsieur Lazhar rappresenta un piccolo caso cinematografico; giunto nelle sale a fine estate in pochissime copie, sta conquistando consensi e spettatori grazie al passaparola e la sua permanenza in sala sta superando le previsioni più rosee.

Un film dalla narrazione essenziale e chiara che si sviluppa a piccoli passi attraverso l'elaborazione del dolore e del senso di colpa da parte dei piccoli alunni, costretti a confrontarsi con psicologi professionisti del dolore, ma che troveranno sollievo attraverso le parole e i gesti del maturo insegnante algerino.
Monsieur Lazhar colpisce lo spettatore per la recitazione misurata, per le frasi sottovoce, per la delicatezza con la quale tocca le corde dei sentimenti.

Ma la vera forza del film è rinchiusa in quello che non ci viene detto; le motivazioni del suicidio della giovane e bella maestra restano sconosciute e sulla sua morte aleggia minaccioso, anche se solo sussurrato, il sospetto della pedofilia, incoraggiato dalla messa in scena del suicidio a danno di un ragazzino di soli nove anni.

Philippe Falardeau è bravo a nascondere dietro sequenze apparentemente semplici una regia ricercata e costruita con sapienza.

Ottima l'interpretazione del protagonista Fellag, attore teatrale di origine algerina e del piccolo Emilien Néron.

Évelyne de la Chenelière, autrice della pièce da cui è tratta la sceneggiatura, interpreta la madre di Alice (Sophie Nélisse)

Vincitore del premio del pubblico a Locarno 2011. 


Fabrizio Luperto

The Tall Man ( i bambini di cold rock mountain )

Per un artista europeo che approda in america la maggiore scommessa è quella di rimanere integro. Tante le tentazioni e poi la difficoltà di adeguarsi ad un sistema produttivo invadente e coercizzante. Salvo rare eccezioni i risultati non recano vantaggio a nessuno: ne al regista in trasferta di solito arenato in produzioni a carattere ibrido, che provano a far coincidere l'utile, cioè il successo al botteghino, al dilettevole, inteso come piacere di girare, ne alle casa di produzione alla costante ricerca di novità in un panorama ormai asfittico. 
Nel caso di "The Tall Man" poi c'era di mezzo un golden boy del cinema francese, quel Pascal Laugier che in soli due film e soprattutto con il secondo (Martyrs,2008) aveva riportato il genere horror  al centro dell'attenzione, rinnovandolo con una crudeltà inniettata di forte realismo. 

La storia metteva al centro della questione la sparizione di bambini da una cittadina della provincia americana ed in seconda battuta il clima di mestizia derivato dalla consapevolezza della popolazione di non riuscire a fermare i rapimenti attribuiti ad un misterioso uomo nero, The Tall Man appunto, figura a metà strada tra leggenda e credenza popolare. 

Tra coloro che si danno più da fare una dinamica infermiera (Jessica Biel) rimasta vedova e con figlio a carico, ed un agente dell'Fbi giunto sul luogo per occuparsi dell'indagine. 
La situazione precipita quando il destino mette il bambino della donna sulla strada del crudele assalitore. 
E con quella anche le certezze del film destinate ad essere completamente ribaltate da un sorprendente quanto arzigogolato spostamento di prospettive. 
Cambiamenti che sul piano del registro filmico equivalgono ad un cambio di testimone tra le convenzioni e gli spaventi del cinema horror al clima di afflizione e di pathos di un melodramma (affermato con la sofferenza materna costantemente in primo piano) con venature sociologiche. 
Senza svelare la sorpresa, comunque presente, Laugier spiegherà questo passaggio giustificandolo con le conseguenze della crisi economica e morale - rissunta nel quadro di violenza e di degrado entro cui quell'umanità si muove - che attraversa la società contemporanea. Una svolta che ipotizza addirittura scenari da fantapolitica.

Se la cifra di "The Tall Man" convenzionale e piuttosto scontata, era già lontana dagli standard a cui il regista ci aveva abituato, la parte più debole è la mancata fusione tra i due filoni narrativi di una storia che in questo modo appare sfilacciata, poco organica ma soprattutto incapace di tenere desta l'attenzione. 

A non aiutare la causa concorrono in ordine d'importanza una scrittura che non riesce a spiegare certi snodi del film - la figura del defunto marito sembrerebbe fondamentale per spiegare la psicologia della protagonista ma alla fine non si capisce fino a che punto - e successivamente la recitazione larvale e catatonica di una Jessical Biel in astinenza da vitamine. 
Di Laugier e del suo cinema rimane poco o niente. 
Il ritorno in patria è altamente consigliato.

(anteprima del 19/8/2012)

venerdì, settembre 21, 2012

Magic Mike

Magic Mike
regia di Steven Soderbergh


Dallo Studio 54, dove Tony Manero sognava di diventare un grande ballerino, all'Xquisite, club di spogliarellisti in cui Mike sbarca il lunario ballando e spogliandosi per la scatenata platea femminile. 
Con le dovute distinzioni e aggiornando agli scenari contemporanei la liturgia del divertimento e dello sballo, Steven Soderbergh compie un'operazione analoga a quella che nel 1977 rese John Travolta una star planetaria, realizzando un film che racconta uno spaccato dell'american way of life. 

"Magic Mike" ruota attorno al popolo della notte e alle esibizioni notturne degli esuberanti stripper e ripercorre in maniera paradigmatica sogni, cadute e redenzione di una gioventù che cerca di realizzarsi rincorrendo il mito dei soldi e del successo facile. Ecco allora Mike, detto "Magic" per motivi di body language, che nel pieno della sua ascesa professionale decide di prendere sotto la sua protezione il giovane Adam, al secolo "The Kid", insegnandogli i trucchi del mestiere. 

Un altruismo pieno di buone intenzioni ma complicato dai comportamenti della recluta, quasi subito fagocitato dalla frenesia di un mondo regolato da pulsioni primordiali. Saranno proprio le vicissitudini del giovane amico, e anche la presenza di una ragazza di cui Mike si innamora, a mettere in dubbio le inossidabili certezze del baldanzoso protagonista.

Ultimo atto di un percorso eclettico ma discontinuo, "Magic Mike" rappresenta per Soderbergh un ulteriore cambio di registro. Infatti, pur mantenendo invariate le caratteristiche di eccentricità dei suoi personaggi e la particolarità degli ambienti in cui le storie del regista americano si producono, questa volta Soderbergh sembra essere meno vivace, come se la sua voglia di sperimentare e di provocare si risolvesse nell'esteriorità plastificata e muscolare dei corpi tirati a ludico, nelle loro esibizioni colorate di luci stroboscopiche e nel visibilio del pubblico adorante. 

Un allestimento, quello che il film mette insieme, di ottima fattura, con coreografie che potrebbero fare invidia a un musical di Broadway e che certamente devono aver stuzzicato il puritanesimo del pubblico americano che ha abboccato senza remore al clima pruriginoso sparso ad arte tra le note di presentazione della pellicola. 
In realtà, fatto il callo alla novità dell'incipit, e dopo una prima parte in cui la storia sembra voler riflettere in maniera critica su ciò di cui sta parlando, "Magic Mike" si toglie di dosso i panni ingombranti, almento in termini di incassi al botteghino, del cinema d'autore per abbracciare un mainstream in cui effetti sentimentali, sensi di colpa da ultimo minuto e finale da vissero felici e contenti prendono il sopravvento su tutto il resto.

Certamente non mancano momenti efficaci, come gli assoli di Matthew MacConaughey nella parte del boss della baracca che, alla maniera del Tom Cruise di "Magnolia", ci da un saggio di recitazione con un manifesto esistenziale di raro cinismo e spietatezza. D'altra parte non è da meno la recitazione tutta fisica dell'ormai lanciatissimo Channing Tatum, ma alla fine anche lui deve sottostare a una scrittura poco coraggiosa che sembra voler salvare tutti, buoni e cattivi, senza nessuna eccezione.
Da vedere ma senza grandi aspettative.


Se volete saperne di più sulla 65 edizione del Festival di Locarno troverete recensioni e commenti su ondacinema.it :


(anteprma del 13 agosto 2012)

giovedì, settembre 20, 2012

A proposito di Prometheus

Convinti che un opera debba essere giudicata per quello che è, senza tenere conto delle cose che gli girano intorno non si può fare a meno di associare “Prometheus”, il nuovo film di Ridley Scott ad “Alien” opera seminale che nel 1979 rivelò al mondo le doti visionarie del regista inglese. 
Un paragone impossibile da evitare per l’argomento che i due episodi condividono e perchè il film appena uscito si allinea cronologicamente al prima precendolo di poco nelle vicende raccontate.
  Nel farlo è quasi scontato domandarsi per quale motivo a più di trent’anni di distanza si sia sentita la necessità di creare un'appendice ad un opera il cui fascino derivava anche dagli interrogativi a cui invece Prometheus cerca di rispondere.

 A giudicare dai risultati, e spiace dirlo, appare evidente cercarne le ragioni nel tornaconto economico che in fase progettuale appariva molto elevato ed ora è invece bene al di sotto delle aspettative. 
Certamente non può esserlo per il disinteresse con cui Scott la sviluppa la fabula dei titani che vogliono distruggere l’umanità dopo averla creata, usando degli alieni prodotti in laboratorio. Ne tornare ad arrovellarsi sul desiderio di infinito dell’uomo disposto a tutto pur di soddisfare un desiderio che ancora una volta prende forma nella figura dell’equipaggio inviato in missione suicida. 

Più che una novità “Prometheus” sembra infatti un clone aggiornato della sua matrice, da cui riprende con poca fantasia situazioni narrative ed elementi drammaturgici mascherati da una diversità per buona parte derivata da un restyling  a base di effetti speciali di ultima generazione. 
A peggiorare la situazione la sensazione di posticcio e di superficialità trasmessa da una sceneggiatura bulimica, sempre sull’orlo di scoppiare per riuscire a contenere la quantità di spunti e di situazioni proposti dalla storia.
 Se “Alien” metteva in scena il subconscio ed i suoi fantasmi attraverso una rappresentazione rarefatta e la voglia di raccontare, qui tutto avviene in maniera forsennata e superficiale al solo scopo di accumulare meraviglia e stordimento.

In giro per la rete, nei forum specializzati e tra i fan più incalliti la tendenza è quella di salvare il film pur riconoscendo la sua debolezza. 
A suo favore ci sarebbe la bellezza delle immagini e la capacità del regista di proporle senza aver perso lo smalto dei tempi migliori.
Una tesi limitante se pensiamo ai trascorsi del regista che prima di diventare un cineasta frequentò prestigiose scuole di arte e di disegno.

Ridurre la sua arte alla sola componente visuale significa andare contro la storia e dimenticare che ai tempi di “Alien” Scott rinunciò a sviluppare in prima persona l’universo extra mondo in cui si muovono Ripley e compagni per affidare il compito a disegnatori come Giger e Moebius che di fatto inventarono un estetica ancora oggi all'avanguardia. 

E se questo non fosse ancora sufficiente basterebbe comparare il carisma ed il fascino di una combinazione come quella di Ripley/Sigourny Weawer con il minimalismo ordinario ed anonimo di Elizabeth Shaw/Noomi Rapace. Se fosse una partita non si inizierebbe neanche a giocare tanto è il divario tra i due contendenti. 

La verità è che “Prometheus” può parlare  ai mangiatori di pop corn domenicali oppure ai frequentatori del cinema multisala dove il gusto personale è subordinato alla disponibilità dei posti in sala ma rimane distante anni luce dalla qualità e dall'empatia del suo predecessore. 
Ciononostante Scott sembra invece di altro parere se è vero che la nuova versione di “Blade Runner” è già in cantiere sempre a cura del regista. 

 questo punto dobbiamo dire che ogni dubbio è lecito.

Film in sala dal 21 settembre 2012




Locandina: Candidato a sorpresa

Candidato a sorpresa

(The Campaign) 
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Jay Roach
CAST: Will Ferrell, Zach Galifianakis, Jason Sudeikis, Sarah Baker, Dylan McDermott, Katherine LaNasa

Locandina: I bambini di Cold Rock

I bambini di Cold Rock

(The Tall man)
 GENERE: Horror, Thriller, Mystery
ANNO: 2012  
NAZIONALITA': Canada, USA
REGIA: Pascal Laugier
CAST: Jessica Biel, Jodelle Ferland, Stephen McHattie, William B. Davis, Jakob Davies, Samantha Ferris

Locandina: Il rosso e il blu

Il rosso e il blu

(Il rosso e il blu) 
GENERE: Commedia
ANNO: 2012  DATA: 21/09/2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Giuseppe Piccioni
CAST: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Roberto Herlitzka, Silvia d'Amico, Davide Giordano, Nina Torresi

Locandina: Magic Mike

Magic Mike

(Magic Mike)
 GENERE: Commedia
ANNO: 2012  
NAZIONALITA': USA
REGIA: Steven Soderbergh
CAST: Channing Tatum, Alex Pettyfer, Matthew McConaughey, Olivia Munn, Matt Bomer, Joe Manganiello

Locandina: The Words

The Words

(The Words) 
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2012 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Brian Klugman, Lee Sternthal
CAST: Bradley Cooper, Zoe Saldana, Olivia Wilde, Dennis Quaid, Jeremy Irons, J.K. Simmons

Locandina: Una donna per la vita

Una donna per la vita

(Una donna per la vita)
 GENERE: Commedia
ANNO: 2011 
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Maurizio Casagrande
CAST: Maurizio Casagrande, Neri Marcorè, Sabrina Impacciatore, Vincenzo Salemme, Margareth Madè, Antonio Casagrande

Locandina: Woody

Woody

(Woody Allen: A Documentary) 
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2012  
NAZIONALITA': USA
REGIA: Robert B. Weide
CAST: Woody Allen, Letty Aronson, Marshall Brickman, Josh Brolin, Dick Cavett, Penélope Cruz

martedì, settembre 18, 2012

Gli equilibristi

Gli equilibristi
regia di Ivano De Mattteo

Le vie della notorietà sono infinite. Lo dimostra la vicenda di Ivano De Matteo, attore e soprattutto regista lontano da qualsiasi riconoscibilità fino alla vicenda che lo ha coinvolto attraverso il suo penultimo film "La bella gente" rimasto intrappolato - nonostante i premi vinti nei festival del mondo - in un intrigo distributivo che di fatto gli ha impedito una regolare distribuzione nel nostro paese a differenza della Francia dove il film è uscito ricevendo buone critiche. Un torto che si è trasformato in un boomerang pubblicitario impensabile ai tempi della presentazione al Torino Film Festival dove nel 2009, e fuori concorso, il film passò con scarsa presenza di pubblico e poco interesse da parte della critica. 

Un ritorno di immagine che ha assunto la forma di una nuova produzione salutata da un cammino privilegiato che dopo i riflettori dell'ultimo festival veneziano (Orizzonti) è arrivata in tempo record nelle sale con un buon numero di copie. E se in precedenza la storia di un gruppo familiare alle prese con le proprie ipocrisie nasceva dalla voglia di portare alla luce un fenomeno di mal costume sotterraneo ma radicato in certe frange dell'intellighenzia democratica e progressista, nel caso de "Gli equilibristi" è l'attualità a farla da padrone, con una storia che fotografa il momento di difficoltà di un paese, economica ma anche di valori, attraverso una vicenda di dissoluzione familiare. Succede infatti che dopo un tentativo di convivenza forzata Giulio, impiegato del comune, e la moglie, segretaria in uno studio medico, decidano di separarsi non potendo più sostenere il peso del tradimento da lui consumato con una collega d'ufficio. 
Al dramma degli affetti subentra quasi subito la difficoltà di far fronte alle spese familiari che Giulio si sforza di assicurare tra mille difficoltà e con la ricerca di un lavoro extra. Un'esistenza ai limiti dell'accettabilità destinata a degenerare quando l'uomo, solo e senza soldi, è costretto a dormire in macchina non potendo sostenere l'affitto di una stanza. Da quel momento la sua vita diventerà un inferno.


Occupandosi di un fenomeno come quello dei nuovi poveri che ha allargato la forbice dell'indigenza anche agli strati medi della popolazione, Di Matteo si confronta con un argomento già affrontato dal cinema italiano da opere come "Hotel paura" (1996) di Renato De Maria e "Cuore sacro" (2005) di Ferzan Ozpetek. In più a far da specchio alla vicenda raccontata sullo schermo la moltitudine di numeri e soluzioni sviscerate dall'informazione massmediatica. Questo per dire che il rischio di accodarsi alla fila del già detto, oppure di farsi ingolosire dal sensazionalismo di un tema alla moda poteva in qualche modo condizionare il lavoro del regista che invece sceglie di lasciare da parte la cronaca per rappresentare il dramma dall'interno, cercando di restituire la scansione emotiva di un problema che toglie all'uomo la propria dignità. 

Uno svilimento vissuto a compartimenti stagno per la vergogna di confessare un fallimento vissuto con senso di colpa nelle reticenze di Giulio nei confronti della figlia, l'unica comunque che riesca a percepire il dramma del genitore, e nelle frasi di circostanza dei colleghi di lavoro, presenti ma troppo occupati per capire i contorni di un problema capace di cancellare persino le conseguenze emotive relative alla fine del rapporto coniugale, appena accennate all'inizio del film ma sostanzialmente relegate fuori dalla storia, a priori di cui si può fare a meno in tempi così grami.
Strutturato come una sorta di calvario in cui le situazioni in cui Giulio si viene a trovare diventano altrettante stazioni di una via dolorosa "Gli equilibristi" ci porta nel cuore di una città multi etnica e popolare, dominata da nuove gerarchie sociali - "i nuovi arrivati" diventeranno il lasciapassare indispensabile per continuare a sperare - e da rapporti quasi esclusivamente mercantili come sono la maggior parte di quelli che caratterizzano l'esperienza di Giulio (anche negli incontri con la moglie non si fa altro che parlare della necessità di avere più denaro). 

Di Matteo gira privilegiando dialoghi e primi piani, preoccupandosi di rendere fluida la narrazione con dolly e carrellate che se da una parte ammorbidiscono le asperità dei contenuti in funzione di un estetica più vicina al cinema di consumo, dall'altra stabiliscono piccoli momenti di pausa in cui la storia sembra riprendere fiato e con lui il protagonista sottoposto ad un vero e proprio assedio psicologico e materiale sottolineato da immagini che c'è lo mostrano mentre si allontana con porte, finestre, cassonetti e serrande che si abbassano o si chiudono a suggellare l'uscita di scena da una vita che ha smesso di appartenergli. Ma la forza ed anche il limite del film sta nella bravura di Valerio Mastandrea capace di dare spessore al personaggio prosciugandolo dalla retorica del martirio e della commiserazione inevitabilmente stimolata dai sacrifici che Giulio mette in atto per trovare i soldi necessari al sostentamento della famiglia. 
Una valore aggiunto a cui il pur bravo Di Matteo si affida troppo finendo per trascurare gli altri attori ed i loro personaggi confinati all'interno di una caratterizzazione embrionale od addirittura stereotipata. Non mancano i clichè - l'extracomunitario buono e samaritano - e le metafore usa e getta - quella dell'uomo lupo all'uomo presente nella sequenza dei due diseredati che si picchiano a sangue - così come una certa semplificazione derivata dalla scelta di escludere le cause per mostrare solamente le conseguenze della crisi, ma alla fine si esce dalla sala con un groppo nello stomaco segno che il film non lascia indifferenti. 
 (pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, settembre 17, 2012

Prometheus

Prometheus
regia di R. Scott

Trovandosi in una particolare disposizione psicologica - sazietà, distrazione,
catalessi - si sarebbe pure portati a concedere qualche margine di tolleranza
ad una operazione  come questa di "Prometheus" del britannico trapiantato in
America Ridley Scott.
Non fosse che l'aspettativa per il ritorno all'universo originario di "Alien"
si era stratificata oramai negli anni (risale, infatti, al 1979 la nascita - e'
proprio il caso di dirlo - della creatura disegnata da Giger), cosa che, di per
se', se da un lato alimentava le perplessità circa una rielaborazione della
storia e del "personaggio" finalizzata sic et simpliciter all'ennesimo
sfruttamento commerciale - e' di una saga, in fondo, che stiamo parlando,
qualcosa che nei decenni e' diventato un vero e proprio "marchio" - dall'altro,
in particolare negli amanti del fantastico, rimescolava interrogativi addolciti
dal desiderio-di-vedere-ancora, di esplorare recessi in teoria intatti di
quell'universo.
In realtà l'intenzione di Scott era quella di sottrarsi alle secche della
ripetizione (il regista non ha mai nascosto di non avere particolare
predilezione per seguiti, le repliche, le rivisitazioni, anche se, e' noto, con
gli anni le affermazioni in specie le più apparentemente radicali si
ammorbidiscono, si sfumano, si abiurano) inoltrandosi sul sentiero insidioso
della speculazione, della fantascienza riflessivo-contemplativa. L'approdo
pero' e' stato, per fortuna solo per una ventina di minuti, quelli del prologo,
un vario argomentare intorno alle sorti dell'uomo a partire dalle sue
ipotetiche origini extraterrestri, proprio come si farebbe tra amici dopo avere
assistito ad un qualche programma prodotto dalla Royal Geographical Society.
Intendiamoci: niente da dire sull'eventualità di raccontare mondi possibili
puntando sulla malia del pensiero teorico anziché sul pragmatismo di una solida
messa in scena (il Prometeo del titolo e' sia la nave spaziale spedita a
rovistare gli spazi profondi sia l'omonimo personaggio che nella variante
platonica del mito forgia la stirpe umana).

E' necessario pero' anche tenere presente che gran parte del fascino e della
forza dell'"Alien" primigenio risiedeva nel suo esplicito taglio avventuroso,
da thriller-western spaziale, si potrebbe dire, impressogli da un quartetto di
esperti della manipolazione dei generi made in USA rispondenti ai nomi di
O'Bannon, Shusett, Giler, Hill, i quali erano riusciti - col concorso
essenziale dell'inventiva di Giger, sia chiaro, in grado di materializzare una
creatura destinata a diventare uno spartiacque del cinema d'immaginazione e non
solo; quello non secondario di designer del calibro di Ron Cobb; o apporti
specialissimi tipo quello del grande Moebius, autore delle tute spaziali del
primo equipaggio e di alcuni dettagli dell'astronave "Nostromo" - all'interno
degli stretti pertugi di un cargo interstellare "vivo", il Nostromo, appunto,
mezzo di trasporto e di carico ma pure utero e incubatrice di una vita "altra",
nel non facile compito di mantenere un livello di tensione e di claustrofobia
sempre molto alto, grazie all'accorta combinazione di elementi tipici,
propriamente di "genere", risaputi quanto si vuole, eppure allo stato dei
risultati assai efficaci.
Prima di tutto, la diffidenza crescente tra i componenti di una ristretta
società di uomini che al netto delle caratteristiche e delle rivendicazioni dei
singoli si può ritenere solidale per il banale motivo di avere una missione da
portare a termine. Quindi, il sovvertimento degli equilibri di quel microcosmo
una volta che al suo interno si installa un "ospite" inatteso. E, infine,
l'epifania dell'ospite come potenziale distruttore dell'intero fattore umano,
inesorabile artefice di una caccia all'uomo, chiara metafora dell'antica sua
temuta (agognata ?) rimozione dalla Storia.

Ebbene: di tutto ciò in "Prometheus" non c'è traccia o accenno. Peggio: non
c'è presagio ma il rincorrersi disordinato e poco coinvolgente di temi
eterogenei spesso giustapposti o presentati come complementari senza il dovuto
costrutto, semplicemente orecchiati dagli altri episodi della saga se non di
diretta quanto piatta ispirazione derivativa dal capostipite del '79. Ecco
allora, in ordine sparso, i sempre nebulosi interessi commercial-militari della
super corporazione che finanzia il viaggio, gli sparuti accenni alla venalità
di un paio di componenti del nuovo equipaggio, gli scambi di battute anodini (e
micidiali per il ritmo) a comprovare l'esistenza di una benché minima dinamica
di gruppo, a cui si aggiungono i rovelli spirituali-filosofici del patriarca-
magnate in cerca di risposte definitive o le esageratamente levigate elusività
del "sintetico" David/Fassbender sorta di Bowie galattico, amante dei vecchi
film e più azzimato di una damerino.
Se poi a ciò si aggiunge la sostanza prettamente orrorifica, rappresentata non
tanto e non solo dalla creatura come mero "alieno" ma dalla sua misteriosa e
sublime inaccessibilità da un lato (ricordiamo che Ash, l'androide del primo
film con competenze scientifiche interpretato da Ian Holm, era arrivato a
definirla "purezza") e dall'altro - ed era sul serio una dei tratti
"spaventosi" del film - dall'inaccettabile, "oscena", possibilità che la sua
nascita da un corpo umano non fosse estranea ad una inconcepibile quanto
conturbante/disturbante compatibilità biologica con esso, ci si accorge di come
l'opera si dispiegasse centrata su dei cardini precisi, al tempo stesso
tradizionali e innovativi, bene ancorato comunque alle maglie esigenti del "
genere", al contrario di questa targata 2012, che più allarga i confini
possibili della sua indagine, più assolutizza le sue istanze di conoscenza, più
carica le inquadrature di luci e di oggetti, più tralascia la terribile
ambivalenza carne/"nuova" carne, più perde nerbo e credibilità.
Le notazioni, le premonizioni, i muti timori sulle frontiere del corpo come
estremo strumento di linguaggio, l'ipotesi di una sua trasformazione
(miglioramento ?) in chiave bio-meccanica, a distanza di trenta e passa anni
sono ancora quasi tutte li', a testimoniare una modernità cinematografica del
"prototipo", che il tempo e le mirabilia tecnologiche non hanno scalfito, se e'
vero come e' vero che esse rappresentano una sostanziosa fetta del dibattito
scientifico e filosofico contemporaneo.

Volendo per di più sorvolare sul fatto per cui anche marginalizzando queste
considerazioni - a dire il sotto testo articolato del film "vecchio", fatto di
rimandi e suggestioni, di sgomenti e dubbi lasciati scientemente senza
soluzione, liberi cioè di lavora sull'inconscio degli spettatori, sulle loro
ansie proprio riguardo i destini umani - l'insieme funzionava ed era godibile
pure al più spiccio piano di lettura del "chi sopravvive, vince", il punto e'
che la' dove "Alien" (la creatura e quindi il film) marciava sicuro e
pericoloso - non solo per la nostra incolumità fisica ma anche e forse
innanzitutto per le nostre certezze - "Prometheus", e non e' ironia spicciola,
rimane incatenato e concettualmente ondivago nelle sulle alterne elucubrazioni
circa le origini del mondo e della specie: gira a vuoto affastellando continue
scene di raccordo, contrattuali scampoli d'azione e congetturali spiegazioni
non richieste o tardive, mentre il suo predecessore seguiva con rigore una sua
progressione drammaturgica, lasciava che il terrore serpeggiasse sottotraccia
fino ad esplodere senza ritrosie e soprattutto non spiegava nulla, limitandosi
a suggerire e, suggerendo, diffondeva inquietudine e angosciosa attesa. Ne' gli
giova - a parte la quasi totale mancanza di ritmo interno - la riverniciatura
digitale aggiornata ai tempi, come la sempre puntuale sagacia di Scott (educato
alle arti, tra gli altri, al Royal College di Londra) nella costruzione
dell'immagine, nonché nell'impostazione impeccabile delle architetture e delle
scenografie. Nello specifico, resta poco pertinente, ad esempio, l' eccessiva
artificialità della scelta cromatica, concentrata sulle tinte vistose che
portano tutto in primo piano, riducono al minimo le zone d'ombra che di "Alien"
erano uno degli assi nella manica, accentuando con l'ambiguità di ogni punto su
cui si poggiava l'occhio il suo potenziale sinistro, la sua sostanziale
inaffidabilità. Così come lascia perplessi davvero lo smaccato anacronismo di
un apparato tecnico-scientifico troppo sofisticato rispetto agli avvenimenti
posteriori che si pretende d'introdurre.

In scia, simile risultato lo ottiene anche il cast, più o meno alla moda, più
o meno superfluo, quanto l'altro era formato da "facce" relativamente fresche o
comunque non ancora logorate dalla notorietà: in primis, l'insignificante
Rapace (forse la più fortunata tra le attrici senza carisma); poi, una rigida
quanto ininfluente Theron; quindi, un insipido Pierce nei panni stravolti del
vecchio tycoon assetato d'infinito e infine il nuovo beniamino (di buona parte
della critica e del pubblico femminile) Fassbender, algido ibrido, perfetto nel
far riemergere la nostalgia per la maligna fissità di Ash/Holm.
Trovata così la propria collocazione all'interno di un ideale asse tematico,
"Alien" (in maniera diversa "Blade runner"), appare adesso, con occhio
retrospettivo, come una delle più attente ricognizioni entro i non molti spazi
oscuri di un cinema eminentemente elegante e poco incline alle complessità
psicologiche quale quello di Scott, in riferimento al quale questo "Prometheus"
risulta invece al pari di una stanca estremizzazione, lei si' nata già vecchia
o fuori tempo massimo, nonostante (o magari proprio in parte per) la sua
smagliante, insistita cura formale. Uno splendore programmatico ma pressoché
inerte che ingabbia (per sempre ?) la mai risolta tentazione/ripulsa
manieristica del regista inglese in una opprimente camicia di forza, prima
accademica - un po' sussiegosa, un po' didascalica - poi slegata e
frastornante, infine prona alla "condanna" di un ulteriore capitolo. Tutto
l'insieme, più affine alla controproducente vacuità di molta spettacolare
divulgazione odierna che alla scrittura di finzione. Lontanissima, in ogni
caso, dalla fantasia, dalla meraviglia.
E ora tocca proprio a "Blade runner"...

(di The FisherKing)