sabato, febbraio 23, 2013

The Summit

The Summit

di Franco Fracassi, Massimo Lauria
Italia. 2012
durata, 75

             “ La più grave sospensione dei diritti democratici dopo la seconda guerra mondiale”
(Amnesty International)

Una sconfitta per tutti, ed insieme la voglia di non abbassare la guardia sul G8 di Genova e sulle cause del suo mattatoio. La frase di Amnesty international  pesa come un macigno sulle colpe del governo italiano, e sui responsabili della gestione di quegli avvenimenti. In attesa di una risposta convincente da parte delle istituzioni, il cinema italiano continua a picchiare duro sul corpo del reato. E cos’ì dopo “Carlo Giuliani, ragazzo”(2002), Black BLock (2011) e “Diaz” (2012) arriva questo “The Summit” presentato con successo alla berlinale del 2012 e successivamente esportato nei festival di mezzo mondo. Partendo dal racconto dei fatti ricostruiti dalle immagini desunte dalla cronaca, ed attraverso le interviste di chi ne fu ingiustamente vittima, l’inchiesta dei giornalisti Franco Fracassi e Massimo Lauria si divide in due parti. Nella prima si preoccupa di mettere ordine al caos, procedendo in maniera filologica ad allineare avvenimenti scanditi nel tempo in maniera cronologica,  con le lancette dell’orologio ad inseguire  i nomi e le funzioni degli attori principali. Una carta d’identità compilata in maniera analitica, lasciando parlare i fatti, e sospendendo qualsiasi tentativo di giudicare quello scempio. In un’alternanza che non concede pause si alternano i cortei dei manifestanti, il teppismo dei Black Block e le cariche delle forze dell’ordine determinate a disperdere nel sangue e negli arresti gli ideali di una folla venuta a celebrare i diritti e la dignità di tutti gli uomini. Nella seconda invece entra in campo la requisitoria che parla di responsabilità ed inquadra i contenuti all’interno di una dimensione politica non solo italiana ma mondiale, nata dalla necessità delle democrazie occidentali di destabilizzare il movimento di globalizzazione alternativa nato dopo il World Social Forum di Porto Alegre (25/30 gennaio 2001) che si opponeva allo sfruttamento dei paesi “cosiddetti poveri”.  Per farlo Fracassi e Lauria ricominciano da capo, ritornando sui singoli episodi - la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto, Piazza Alimonia – decostruiti e messi a confronto con il retroscena di una cospirazione (“In Italia Berlusconi aveva paura della piazza” afferma uno degli intervistati”) che aveva avuto fatto le prove generali negli analoghi eventi politici organizzati prima a Napoli, con gli episodi di tortura operati all’interno della caserma Manero, e poi a Goteborb, in Svezia, dove si sfiorò un episodio simile a quello che vide la morte di Carlo Giuliani.

Nella ricostruzione circonstanziata e montata alla maniera del “JFK” (1991) di Oliver Stone, corroborata dalla partecipazione di personaggi noti  e meno noti come Luigi Agnoletto responsabile del social forum italiano, di giornalisti indipendenti e di politici (di rifondazione comunista), funzionari della polizia ed uomini di stato come l’ex generale FabioMini, ex Comandante della NATO per il sud Europa che parla di come il piano delle forze dell’ordine non fosse quella di disperdere i manifestanti ma di metterli con le spalle al muro convogliandoli in zone senza via d’uscita,  prende sostanza la teoria di un complotto organizzato a freddo per trasformare la manifestazione in un esempio da non seguire. Una strategia della paura e della tensione congegnata con la collaborazione dell’intelligence americana che fornisce addirittura materiale ed addestramento. Carabinieri e poliziotti in assetto antiguerriglia diventano così il braccio armato di una caccia all’uomo, in cui si creano le occasioni per scatenare una ritorsione capace di scoraggiare ulteriori tentativi. Tutto fa gioco, dai corpi martoriati dati in pasto alle telecamere come deterrente per scoraggiare i presunti agitatori, all’uccisione di Carlo Giuliani, volutamente sacrificato per mandare un messaggio definitivo alla protesta organizzata. Ipotesi agghiaccianti - ad un certo punto si parla anche di uno speciale manganello con un’appendice in acciaio importato dall’america ed usato durante il G8 per aumentare il livello di afflizione ma anche di gas ad alto tasso cancerogeno – come quella di una catena di comando deficitaria ed incapace di gestire quanto stava accadendo sul campo di battaglia, che fanno il paio con testimonianze surreali, come quella dello sbarco di polizia e finanza sulla spiaggia di Genova per dare la caccia a chi nel disordine generale aveva trovato momentaneo rifugio tra i bagnanti. Accanto a questo, i dubbi sull’azione dei Black Block (tra di loro ci sarebbero stati infiltrati provenienti dagli organi dello stato) lasciati liberi di agire per fare da apripista ad una rappresaglia che poi infierì sugli innocenti e lasciò incolumi i provocatori. E poi ancora donne sanguinanti con bambini in braccio, e le parole di scherno (riferendosi alla morte di Giuliani una poliziotta alla radio dice “oggi è finita uno a zero per noi”) dei funzionari intercettati al telefono mentre  cadono dalle nuvole o non sanno cosa fare. Si vorrebbe fare a meno di sentire e di guardare. C’è sgomento ma anche indignazione. In questo, “The Summit” ricorda il documentario di Moore all’indomani dell’ undici settembre. Allo stesso modo di “Fahreneit 9/11” (2004)  è forte il silenzio di chi invece dovrebbe dare delle risposte. Ma la mancanza della controparte non toglie nulla a “The Summit”, che anzi rilancia il pensiero che “un altro cinema è ancora possibile”. Da non perdere.

1 commento:

Carmen ha detto...

Molto interessante.
Grazie, Nickoftime.
L'argomento mi sta a cuore; si tratta di uno degli avvenimenti più vergognosi riguardanti questo paese in cui abitiamo.
Spero di riuscire a vedere Summit in qualche modo.
Non voglio dimenticare lo schifo e la rabbia che la vicenda ha suscitato in me come in moltissimi altri.