domenica, marzo 31, 2013

G.I JOE - La vendetta

G.I. JOE - la vendetta
di Jon Chu
con Dwayne Johson, Bruce Willis
Usa 2013
genere: azione, avventura
durata, 113 

I soldatini della Hasbro sono un fenomeno trasversale. Creati come alternativa ai femminili Ken e Barbie, individuano da sempre una tipologia di acquirente che al galateo ed alle buone maniere preferisce i modi spicci ed il fisico scolpito. Nati negli 80, anni di sfolgorato e patinato edonismo, i Gi Joe sono stati dapprima un fumetto della marvel, poi cartone animato, e dal 2009 sono diventati cinema di successo, rastrellando il consenso dei fan ed i soldi del botteghino. Non stupisce quindi che in epoca di assoluto revanscismo ci si ritrovi a guardare un affermazione di potenza come quella messa in piedi dalla Hasbro, pronta ad intercettare una volontà da resa dei conti serpeggiante tra i singoli e nei rapporti geopolitici. 

Concepito per staccare la spina del cervello ed attaccare quello dell’apparato uditivo/visivo "G.I Joe – la vendetta" esprime fin dal titolo i suoi intenti. La vendetta è quella che scaturisce dalla morte prematura di un membro storico del gruppo, ucciso da un sodalizio criminale deciso a conquistare il mondo con la minaccia di scatenare un disastro nucleare. Come da copione – il primo cittadino d’america sarà protagonista anche nell’imminente “Olimpo Has Fallen”di Fuqua -  c’è di mezzo il presidente preso in ostaggio dai cattivi e tutto quello che ruota attorno agli intrighi ed alle strategie della Casa Bianca. Ai G.I Joe il compito di salvare tutto e tutti.

Da un format che si affida senza reticenze alla serializzazione del prodotto ed al primato dei decibel non c’era da aspettarsi molto. E così è. Se invece ci mettiamo dalla parte degli aficionados e consideriamo le new entry di Bruce Willis nel ruolo del generale Colton, G.I Joe ante litteram che finirà per aiutare i suoi successori, e  quella ben più sostanziosa e muscolare di Dwayne Johnson nel ruolo di Roablock, il capo dei boys in uniforme, allora il nuovo episodio della saga offre un motivo di curiosità, risolta sullo schermo con una professionalità che però, soprattutto per Willis, non va oltre la routine di quello sguardo sornione a cui da sempre ci ha abituato. Per gli appassionati aggiungeremo che Jon Chu ("Step up 2 e 3", ma anche "Justin Bieber: never say never") il regista opta per un tono più realista rispetto a quello del suo predecessore e conferisce al film un aria di B Movie appena mascherata dai fuochi d’artificio e dagli effetti speciali sciorinati in lungo ed in largo in ogni centimetro di pellicola

venerdì, marzo 29, 2013

IL CACCIATORE DI GIGANTI

Il cacciatore di giganti
di Bryan Singer
con Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson, Ewan Mc Gregor, Stanley Tucci
Usa 2013
genere avventura, fantasy
durata,114'


Il fantastico è una categoria che si addice alle favole. Sarà forse per questo che Bryan Singer lasciando da parte una buona dose di realismo, peraltro ben nascosto dall'eccezionalità delle storie fin qui raccontate, ha deciso di usarne addirittura due per realizzare il suo nuovo film. Non solo "Jack the Giant Killer" ma anche "Jack e la pianta di fagioli" sono infatti l'humus che opportunamente rimodellato da vita a questo "Il cacciatore di giganti" fiaba dai contorni dark che prende spunto dalla leggenda dei fagioli magici, capaci una volta bagnati di trasformarsi in una pianta gigantesca ed alta fino al cielo; un'autostrada verso l'ignoto nella quale si perderanno Jack/Nicholas Hoult ("Warm Bodies", "About a Boy"), giovane di umili origini ed Isabella/ Eleanor Tomlinson (appena vista in "Educazione siberiana), la principessa del regno minacciato dalla calata dei giganti casualmente raggiunti dall'escrescenza arborifera, e pronti a vendicarsi dei discendenti del re che li aveva esilati nell'inospitale e dimenticata Gantua.
Se il paesaggio cinematografico che fa da sfondo alla storia è quello  pittoresco e fantasy prelevato a piene mani da un  capodopera come "Lord of the rings", con regni da salvare, sodalizi cavallereschi, damigelle in pericolo ed eroi per caso strappati ad una vita tranquilla e consegnati ad imprese impossibili, dobbiamo dire che Singer da par suo cerca di lasciare il segno attenuando lo strapotere digitale, comunque presente nella natura stessa dei giganti e nelle ripetute metamorfosi vegetali che danno vita al grattacielo fogliaceo, per accentuare il lato avventuroso della vicenda. Una dichiarazione d'intenti affidata alla principessa ribelle quando in fuga dal padre dichiara a Jack di aspirare ad un'esistenza diversa e più rischiosa, e poi ripresa nella progressione narrativa concepita all'insegna di un pericolo dove fattore umano ed intelligenza hanno la meglio, con scene funamboliche legate soprattutto all'ascesa delle mitica pianta o all'evaquazione dai famigerati colossi, oppure fatta sentire nel mix quascone e tragicomico affidato all'inciviltà esilarante dei giganti, ed allo spirito di sacrificio di Elmont (un Ewan McGregor con zazzera e pizzetto) guardia abile e fedele.

La solidità dell'impianto epurato degli eccessi ludici e iper sensoriali, che tendono ad appesantire questo tipo di prodotto, è corroborato da un sottotesto da romanzo di formazione, con gli absolute beginners idealisti e giovani, Jack ed Isabella, impegnati a crescere ed a innamorarsi come succede peraltro nel lieto fine delle fiabe. Cultore di tormenti giovanili ed anomali per le virtù straordinarie dei suoi personaggi, Singer ancora una volta filma una diversità, quella di Jack, orfano e di umili origini, chiamata a farsi accettare e considerare, ma lo fa con un eccesso di pudore che limita un poco l'empatia nei confronti del personaggio. Una mancanza che si riflette maggiormente sui ruoli di contorno che risultano depotenziati - è il caso di Elmont che l'interpretazione di McGregor lasciava adito ad un minutaggio superiore - o privi di carisma, e ci riferiamo in primis al re di Jan MacShane e pure al cattivo di Stanley Tucci. Ciononostante "Il cacciatore di giganti" è un film vacanziero e quindi perfettamente rispondente al clima informale che lo attende nelle sale. A Singer invece auguriamo di ritrovarsi pienamente nel prossimo capitolo della saga degli X-MEN: ne ha bisogno lui ed anche la Marvel.

giovedì, marzo 28, 2013

Film in sala da Giovedì 28 Marzo

COME PIETRA PAZIENTE
The Patience Stone
di Atiq Rahimi
con Golshifteh Farahani, Amid Djavadan, Hassina Burgan
Drammatico 102 min - FRA/AFG/GB/GER 2013


IL CACCIATORE DI GIGANTI
Jack the Giant Slayer
di Brian Singer
con Ewan McGregor, Billy Nighy, Stanley Tucci, Nicolas Hoult
Fantasy 114 min - USA 2013


UN GIORNO DEVI ANDARE
di Giorgio Diritti
con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao
Drammatico 110 min - ITA/FRA 2013


THE HOST
di Andrew Niccol
con Saoirse Ronan, Diane Kruger, Max Irons, Frances Fisher
Fantascienza 125 min - USA 2013


G.I. JOE: LA VENDETTA
G.I. Joe: Retaliation
di Jon Chu
con Channing Tatum, Dwayne "The Rck" Johnson, Bruce Wiilis
Azione 110 min - USA 2013


DUE AGENTI MOLTO SPECIALI
De l'autre coté du Périph
di David Charhon
con Omar Sy, Laurent Lafitte, Sabrina Ouazani
Commedia 96 min - FRA 2012


OUTING - FIDANZATI PER SBAGLIO
di Matteo Vicino
con Andrea Brosca, Nicolas Vaporidis, Massimo Ghini
Commedia 90 min - ITA 2013


MARSUPILAMI
Sur la piste du Marsupilami
di Alain Chabat
con Alain Chabat, Jamel Debbouze, Lambert Wilson
Avventura 105 min - BEL/FRA 2013


I FIGLI DELLA MEZZANOTTE
Midnight's Children
di Deepa Mehta
con Satya Bhabha, Shahana Goswami, Shaban Azmi
Drammatico 146 min - CAN/GB 2013

mercoledì, marzo 27, 2013

UN GIORNO DEVI ANDARE

Un giorno devi andare
di Giorgio Diritti
con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth
Italia 2013
drammatico
durata, 110

Le vie per raccontare il nostro tempo sono molteplici e non tutte corrispondenti alle necessità di una comunicazione preconfezionata. A volte la materia è così incandescente da resistere ai tentativi di essere plasmata, e dunque, alle esigenze di comprensibilità imposte dal mercato. "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti sembra offrirsi come esempio del nostro discorso perchè nel mettere in scena l'evoluzione di uno stato d'animo difficilmente esprimibile lo racconta all'interno di una storia costruita sulla riconoscibilità delle situazioni e sulla tipicità dei caratteri. D'altronde la dimensione di fuga, lo sradicamento esistenziale di Augusta, giovane donna annientata dal dolore di una delusione indicibile sono, insieme al confronto con un altrove di segno opposto rispetto al personaggio, alcuni dei topoi di cui il cinema si serve per rappresentare la crisi.

All'inizio del film Augusta (Jasmine Trinca)è una figura silenziosa, quasi trasparente rispetto alla maestosità della foresta amazzonica che attraversa accompagnando una missionaria in visita nei villaggi miseramente sparsi in quell'area. Un'assenza interrotta dalle lacrime di un pianto solitario oppure da sporadiche esplosioni di rabbia provocate dalle scorie  del mondo( occidentale) di cui si vuole liberarsi e che la religiosa le ricorda con la sua carità intrisa di proselitismo. Poi di colpo, grazie alla decisione di continuare il viaggio da sola, la presenza impalpabile si fa sostanza nei rapporto caldo e sincero con gli abitanti della favela di Manaus, ostaggi della politica opportunistica dei loro governanti.

Diritti divide il film in due sezioni, con una prima parte rarefatta ed impegnata a riversare nel paesaggio l'interiorità dei caratteri, e la seconda in cui quella tensione emotiva si traduce in una trama dove i sentimenti dei protagonisti trovano corrispondenza nel tentativi di Augusta e degli indios di liberarsi dalla propria condizione attraverso un patto di mutuo soccorso. Una costruzione che fatica a diventare storia in senso classico, e che per questo Diritti cerca di rimpolpare nella corrispondenza tra il quotidiano di Augusta e di Anna, sua madre, utile ad introdurre il confronto tra la provincia italiana, sonnolenta e benestante, e quella brasiliana, caotica e genuina; e poi a mostrare gli esiti di una "conversione difficile", intrapresa dalle due donne in modo simultaneo, ed i cui esiti, risolti con un "transfert" in grado di realizzare un vero e proprio scambio di persona, con Janaina, proveniente dal sudamericana, pronta a sostituire Augusta nell'entourage casalingo bisognoso d'aiuto, a completamento di un'escursione psicologica davvero faticosa anche dal punto di vista delle interpretazioni attoriali.

Adottando uno stile elittico, con sequenze collegate da logiche che esulano spesso dal rapporto di causa effetto rifacendosi piuttosto ad una conseguenzialità puramente emozionale, "Un giorno devi andare" non riesce però a testimoniare la sua modernità, evidente non solo nell'attualità dei temi (tra i tanti quello della  maternità e poi la ricerca del senso religioso) ma desunta dalla sua propensione etnografica (attori che recitano se stessi, restituzione degli ambienti in chiave fenomenologica e sensoriale) e dall'eterogeneità del materiale filmico utilizzato (digitale, fotografie, riprese con il cellulare), perchè la voglia di raccontare una storia ecumenica non riesce a conciliarsi con le scelte di un soggetto complesso e fortememente individuale. Nella sua generosità Diritti finisce per caricare il film di troppi significati e nel contempo non riesce a farci sentire l'afflizione che pervade la storia. Insistendo sulla fisiognomica di Jasmine Trinca, rinascimentale ma rigidamente monoespressiva nello sguardo in perenne sofferenza il regista finisce per cadere nel tranello delle scene esemplari, quelle che di tanto in tanto fanno capolino - ricordiamo quella di Augusta che attraversa le casupole degli indios seguita dal codazzo dei bambini festanti mentre lei suona i piatti che un tempo appartenevano al padre musicista - dando il senso di una spontaneità programmaticamente ricercata e poco emozionante. Caratteristica quest'ultima che fa sembrare l'opera più lunga della sua reale durata. Ed allora "Un giorno devi andare" potrebbe diventare, questo si, il paradigma di una cinematografia impegnata a ritrovare se stessa. Men at work.

lunedì, marzo 25, 2013

ESSENTIAL KILLING

di: J. Skolimowski
con: V. Gallo, E. Seigner, Z. Cohen, K. Kaca.
- Pl/Nor/Irl/Hun 2010 -
85 min


Autori diversi per formazione culturale, influenze maturate o più o meno consciamente assorbite, per semplice diacronia anagrafica, a volte mostrano affine sensibilità verso quel rapporto complicato, oramai quasi del tutto conflittuale, che lega l'animale umano al mondo in cui vive ("mondo" inteso come autentico organismo vivente) finendo, nei casi più felici, per delimitare una sorta di "terreno comune" al cui centro c'è la Storia dell'uomo. Pensiamo, per esempio, al Peter Weir indagatore dei legami e delle ferite che da secoli reciprocamente intessono e s'infliggono Cultura (l'uomo) e Natura (pianeta vivente): la prima attraverso l'immensa potenzialità di trasformazione tecnica come sublimazione superiore di una altrimenti incorreggibile carenza istintuale; l'altra, "reagendo" alla manipolazione sistematica sempre più aggressiva e - tirate le somme - assai distruttiva, con brusche quanto violente e reiterate alterazioni degli equilibri chimico-fisici perfezionati nel corso di decine e decine di millenni. O pensiamo al Werner Herzog instancabile giramondo, titanico dirimpettaio del padreterno, ultimo dei profeti dell'avventura come scoperta "corporea" quanto tesa alla ridefinizione dell'orizzonte interiore; calibro in perenne taratura - al punto da essere disposto a pagare di persona - dello sfibrarsi e rifiorire di questo originario rapporto; cantore visionario del mutamento che ne aggrega gl'ingredienti in una amalgama sempre inedita che non esclude ma fa convivere il mistico, l'orrido, il bizzarro, il malato con aperture al sublime e al fantastico.

All'interno di una tale cornice si colloca un'opera come "Essential killing" (2010) di Jerzy Skolimowski, classe 1938, allievo dell'illustre scuola di Lodz, carriera frammentata - "Thirty door key" (1991) e "Four nights with Anna" (2008), per dire, si scrutano da una lontananza superiore ai tre lustri - da sempre incline alla narrazione poco lineare come alla divagazione poetica: struggente, sarcastica, allucinata. Osservatore critico di un mondo in esasperante disfacimento (l'arcipelago a guida sovietica), quanto testimone perplesso e diffidente riguardo la reale consistenza dei valori che ad esso si sono sostituiti (il sistema capitalistico) sotto i paramenti del mercato, dei consumi, dell'individualismo solipsistico, del profitto a qualunque costo...

Un combattente afghano Mohamed/(Vincent Gallo) - più "indicato" che chiamato, a ribadire da subito la distanza omologatrice con cui  l'Occidente guarda al "mistero" medio-orientale e, in generale, a tutto ciò che e' altro da se' - viene segregato dopo un attentato in cui restano uccisi due "contractors" e lui stesso rimane vittima di una perdita temporanea dell'udito. Rinchiuso e interrogato brutalmente, e', fuori dai canali ordinari, tradotto in un luogo di detenzione speciale, riconducibile alle lande solitarie dell'Europa nord-orientale. Durante il tragitto, un concorso di fatalità favorevoli gli consente di darsi alla macchia. Ma la' fuori c'è un mondo sconosciuto... Skolimowski esaurisce in un asciutto e serrato antefatto le potenziali aspettative dell'occhio avvezzo alla scansione classica del "war-movie" - organizzazione dello scontro/azione bellica/conseguenze - facendosi beffa (accumulandoli) dei tipici cliché del genere: l'avanscoperta, l'agguato dinamitardo, la cattività violenta, i dialoghi formali quanto crudeli, il sorvolare continuo degli elicotteri. Sposta così, gradualmente ma con fermezza, l'attenzione dalla guerra tra nazioni, "tra civiltà", come si dice - guerra/costola dell'esercizio legale della forza detenuto dallo Stato - al conflitto al grado zero (essenziale, appunto) dell'uomo con l'ambiente, ossia con quegli elementi che l'efficacia razionale della Tecnica ha decretato essere sconfitti o quanto meno sotto controllo.

Nel corpo immenso e all'apparenza imperturbabile di questa ancestrale e fascinosa "puszcza" innevata, lacerto residuale di foreste che si estendevano dai silenzi siberiani alle più occidentali propaggini del continente europeo - tra tigli, abeti, querce e frassini a celare e a alimentare un sottobosco in perenne macerazione fatto di felci, funghi, carpini - ammantata da una bruma amniotica che pare proteggerla e riverirla, Mohamed vaga senza meta, incalzato, da un lato, da immagini sconnesse di una realtà perduta (un villaggio nel deserto, una figura femminile in burqa che lo fissa), schegge incoerenti dal retrogusto sinistro ("Stanche e pesanti di sonno/vedo sotto le palpebre chiuse/i corvi in mezzo alle rose/e gli ammalati al sole.../La noia di quei vaghi amori/ splendere immobili e per sempre", M. Maeterlink, "Serre calde", 1889); dall'altro, dalle impellenze che la retrocessione ad una condizione selvaggia gl'impongono: il cibo sopra ogni altra cosa. Sporco, affamato, forzato al mutismo, il fuggiasco a zonzo in un territorio incontaminato e rarefatto presto diventa ostaggio braccato dal grande grembo vivente che, indenne dal contatto umano, ritorna se stesso e impone i suoi comandamenti: fatica, resistenza, dolore, sangue... Immerse in un'atmosfera cinerea variata sui toni del marrone spento della terra, del verde-grigio degli alberi, della trasparenza gelata dell'acqua e del nitore compatto della neve, quelle che in Weir erano sospensioni presaghe di un rivolgimento totale, di un'apocalisse rigeneratrice e in Herzog attonite parentesi estatico/ipnotiche, qui si asciugano in squarci di un lirismo impassibile, quasi astratto, in cui a risplendere e' la Natura madre/matrigna, meravigliosa perché completa quanto indifferente ("Domanda: sarà sincera la radice ?/E l'albero verde si fiderà di lei ?/Risposta: potrà una madre mentire/di fronte al seme e al frutto ?", D. Thomas, "Take the needles and the knives", 1933), da cui provare a pietire una bacca, una manciata di formiche, brani di corteccia, nella speranza di un nuovo patto filiale, di una estrema riconciliazione in grado di rileggere una sacralità ancestrale perduta per trarne un altro ordine, un altro modo di vivere (Mohamed s'imbatte e alla lettera si attacca ad un seno materno) prima che l'autoconservazione prenda a recitare il suo solo unico verso: ammazzare per sopravvivere ("essential killing").

Leone d'argento/gran premio della Giuria, Coppa Volpi migliore interpretazione maschile, Venezia 2010.


TFK

sabato, marzo 23, 2013

BENVENUTO PRESIDENTE !

Benvenuto Presidente!
di Riccardo Milani
con Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Giuseppe Fiorello
Italia 2013
genere, commedia
durata, 100

Il cinema italiano ci sta prendendo gusto. Dopo la profezia di “Habemus Papam” (2011) ed il new deal di “Vivà la libertà”(2013) ad argomentare sui massimi sistemi ci pensa l' istant movie girato da Riccardo Milani.  Così ci appare “Benvenuto Presidente!”, il nuovo film del regista romano, sorta di copia incolla romanzato della vulgata politica e sociale che sta agitando i nostri giorni. La storia infatti mette in scena il contrappasso di un “presidente per caso”, erroneamente scelto tra la massa silenziosa, e pronto ad intepretare il malcontento generale, scoperchiando le magagne del potere. Giuseppe Garibaldi (Claudio Bisio) è infatti il prototipo dell’uomo tranquillo, oppure se volete, visto lo scenario agreste in cui ci viene presentato, il buon selvaggio, in grado di fronteggiare il bigger than life senza rinunciare ad essere se stesso. Un misto di ingenuità ed incoscienza sposata all'innato senso civico saranno la formula per stravolgere protocolli e consuetudini, con Giuseppe che rifiuta di raccomandare il figlio, da asilo ai barboni all'interno del Quirinale, oppure organizza esibizioni danzanti per celebrare i meeting con i grandi della terra, come capita al presidente del Brasile, conquistato dalla solidarietà del collega, ed arruolato per un insolita macarena a favore dei bambini dell'ospedale dove Giuseppe si è momentaneamente rifugiato. Una svolta umanitaria e democratica contrasta dai fautori dello status quo, decisi con ogni mezzo ad infangare la reputazione del neo eletto. In suo aiuto interverrà Janis (Kasia Smutniak), irreprensibile segretaria dal passato turbolento che finirà per innamorarsi di lui.

Girato con passo televisivo da Riccardo Milani “Benvenuto Presidente!” mette in campo lo spirito del tempo riassumendolo nel contrasto tra l’umanità ed il senso di giustizia del protagonista con la corruzione e l’ambiguità della classe dirigente sintetizzata dal trio di lestofanti incaricati di ostacolarne l'ascesa. Una dialettica che ingloba la vulgata della tribuna politica contemporanea, accentuata dal senso comico di un attore come Bisio, sempre pronto a buttarla in burla con frizzi e lazzi da slapstick comedy, e con una serie di indubbie trovate come quella di proporre due attori d’antan come Gianni Cavina ed Omero Antonutti, ingaggiati per il ruolo di grandi vecchi del business politico, oppure di rappresentare i cosiddetti “poteri forti”, quelli che reggono le file del paese, con un consesso di personaggi del mondo cinematografico, dal critico Gianni Dondolino a Steve Della Casa presidente della film commission che sponsorizza il film, ai registi Lina Wertmuller e Pupi Avati, intenti a mangiare – simboleggerà il magna magna dei nostri anni?- ed a dare ultimatum agli autori del pasticcio elettorale. Ma ci vorrebbe un regista grillino per trasformare il film in qualcosa di più di un semplice divertissment, perché se Milani è anche bravo ad incasellare i motivi del dissenso ed a ricostruirli non facendo mancare nulla alla storia, dai servizi segreti deviati alla teoria del fango presa in prestito da Saviano, è anche vero che alla fine a prevalere non è l’aspetto pubblico della questione ma quello privato relativo al personaggio, con la storia focalizzata più sui dilemmi amicali ed amorosi di Giuseppe che sulle sue responsabilità presidenziali. Ed anche l'aria sessantottina, con la presenza di una mamma pasionaria interpretata da Piera Degli Esposti e con lo spirito del Che racchiuso nel pugno chiuso che accompagna la canzone a lui dedicata, è più il frutto di una nostalgia estemporanea che di una dichiarazione d’intenti cinematografici. Da qui il conformismo ed il policamente corretto che affievolisce i propositi evocati in premessa. Un limite che colloca "Benvenuto Presidente!" nella fascia dei film piacevolemente innoqui.

venerdì, marzo 22, 2013

Film Telecomandati - VALZER CON BASHIR

Regia di Ari Folman
Israele 2008 - 87 min
in onda venerdí 22 marzo alle 22.30 su Rai Movie

I fatti: il regista israeliano Ari Folman a 19 anni combattè a Beirut e, suo malgrado, fu protagonista di una delle pagine più oscure della guerra del Libano del 1982.Guerra tristemente nota sopratutto per la strage di Sabra e Shatila, una carneficina durata tre giorni, durante i quali i falangisti cristiani, per vendicare l'omicidio del presidente libanese Bashir Gemayel, massacrarono più di tremila palestinesi, donne e bambini compresi, con la fondamentale complicità (e supporto armato) dell'esercito israeliano. Dopo il passaggio nella riserva (il congedo in Israele si ottiene a richiesta dopo il compimento del 40° anno di età) Ari Folman ha completamente rimosso l'accaduto.
Solo dopo aver compiuto i quarant'anni con l'aiuto di uno psichiatra e il confronto con alcuni ex commilitoni che soffrono del suo stesso problema, il regista israeliano è riuscito a ricordare quanto realmente accaduto e a superare il senso di colpa.

Il film: VALZER CON BASHIR, film documentario di animazione dalla struttura indagativa, è il risultato di questo suo difficile e doloroso percorso. La scelta di utilizzare l'animazione risulta essere azzeccata, non solo per la qualità tecnica, ma perché consente sin da subito all'autore israeliano di volare altissimo con passaggi strepitosi come la Dea del mare, che tanto richiama Fellini; la scena in cui il mitra imbracciato dal soldato diventa chitarra e quella del surfista con il mitra che rimanda ad Apocalipse Now.
Conscio e inconscio si fondono sullo schermo come nella mente del protagonista/regista cercando di ricomporre i mille pezzi di un puzzle che potrebbe rivelare cosa sia veramente accaduto.

Onirico e lisergico, doloroso e devastante VALZER CON BASHIR è un'angosciante, visionaria discesa nelle tenebre della mente e del cuore, alla disperata ricerca della verità.
Finale drammaticamente commovente, che colpisce a tradimento come un fendente di baionetta nella schiena a ricordarci che purtroppo quello a cui abbiamo assistito non era un cartone animato ma la triste e crudele realtà. Colonna sonora che spazia da "Enola Gay" degli OMD a "This is not a love song" nella versione dei P.I.L.
Film stupendo, per citare un'espressione del film, questo viaggio "è peggio di un LSD andato a male". Capolavoro.

Fabrizio Luperto

giovedì, marzo 21, 2013

GLI AMANTI PASSEGGERI

Gli amanti passeggeri
di Pedro Almodovar
con Antonio Della Torre, Javer Camara, Cecilia Roth, Blanca Suarez, 
Spagna 2013
genere, commedia
durata,90 
   
Nella Spagna di oggi può succedere di tutto, dalla polizia che spara addosso agli indignados ai passeggeri di un aereo in avaria che si innamorano tra di loro. Realtà ed immaginazione convivono nel nuovo film di Pedro Almodovar intitolato appunto  “Gli amanti passeggeri”, dal riferimento ai personaggi dell'areo diretto in messico spinti a conoscersi ed a mettersi in gioco dal pericolo di non riuscire a sopravvivere al drammatico evento. Tra di loro oltre alla ciurma, variopinta e caciarona quanto basta,  troviamo tra gli altri un attore dongiovanni in fuga dalle sue amanti, un finanziere travolto da uno scandalo finanziario e padre di una figlia che lo ha abbandonato per andare a lavorare in un bordello, una veggente ancora vergine e capace di sentire l'odore della morte ed infine una donna con dei segreti che potrebbero compromettere la rispettabilità di alcuni dei più importanti notabili del paese. Insomma il mondo intero racchiuso in una stanza che ovviamente trattandosi di un film di Almodovar da vità ad una giostra sospesa, è il caso di dirlo, tra frustrazioni represse - pensiamo alla veggente in cerca di colui che la renderà finalmente donna, ma anche ai membri dell'equipaggio eroticamente esuberanti ma costretti alla normalità da un lavoro che impone di mantenere il controllo della situazione - e desiderio di libertà che ad un certo punto, dopo l'assunzione di un cocktail corretto alla mescalina, si scantenerà per buona parte di loro in uno scambio di confidenze e prestazioni sessuali. 

Se l'incipit del film, con l'aereo in pericolo ed una microcomunità concentrata in un unico spazio sono una metafora sin troppo ovvia di una società - spagnola ma potremmo dire anche mondiale - sull'orlo del baratro, "Gli amanti passeggeri"segna anche il ritorno alle atmosfere delle prime opere, in cui la voglia di sorridere e di lasciarsi andare prevaleva sul lato oscuro della quotidianità. Per raggiungere lo scopo Almodovar si serve di una struttura ad episodi, in cui i personaggi a turno si raccontano mentre una parte dell'equipaggio che funziona come raccordo tra le singole storie organizza un "intrattenimento" a base di sesso, droga e molta musica. Se la miscela è esplosiva e come al solito necessaria alla poetica dei sensi tanto cara al regista, questa volta il relativismo sessuale e le crisi d'identità pur avendo in dote dei numeri paradossali e stravaganti come quello che ad un certo punto vede i tre stuard scatenati ed in playback sulle note di un classico della disco come "I'm so excited", oppure "all'inversione di tendenza" che si verifica all'interno della cabina di comando dove la virilità dei piloti si aprirà a nuove ed inaspettate possibilità, la senzazione generale è quella di una chiaroveggenza che ha il fiato corto, e di un'anarchia di facciata, priva d'urgenza. Rappresentata più che vissuta. Ed anche la chiave melò alternata a quella boccaccesca, supportata da una musica che fa il verso a Bernard Hermann nell'inserto che ci porta fuori dall'areo raccontando le sventure di un'amante sfortunata e folle (interpretata da un irriconoscibile Paz Vega) ed in parte quelle della sua rivale in amore, risulta incerta ed isolata rispetto alla dimensione claustrofobica del film. Ed allora "Gli amanti passeggeri", burlesque divertente ed esplicito, pur rimanendo nella scia delle opere di un autore inconfondibile ed unico, non occupa le posizioni più nobili di un'ideale della sua cinematografia.  Recitato da alcuni dei miglior attori spagnoli del momento ed aperto dal cameo di Penelope Cruz ed Antonio Banderas, omaggio all'uomo che li ha resi grandi ed artefici del misfatto che da il via alla sarabanda "Gli amanti passeggeri" è un film comunque da vedere.

mercoledì, marzo 20, 2013

Starship Troopers - Fanteria della Spazio

di P. Verhoeven
USA 1997 - 129 min
con: K. van Dien; D. Richards; D. Meyer; M. Ironside; J. Busey

Sarcastico e arcigno, carnale quanto arguto nel manipolare stereotipi e generi, Paul Verhoeven, olandese trapiantato ad Hollywood (ma sarebbe più preciso dire "incistato", visto il carattere e l'irrequieto dimenarsi delle sue ossessioni), già dagli albori, diciamo da "Fiore di carne" (1973) in poi, aveva chiare un certo numero di cose: filare dritti al punto; mostrare tutto, facendo il funambolo tra provocazione e sacrosanta aspirazione ad osare, e azzardare sempre qualcosa sul versante della messinscena, accostare elementi in apparenza incompatibili (brutalità e rallentamenti melo'; sesso e inquietudini futuribili; legalismo rigido in ironico equilibrio su posizioni reazionarie e fremiti violenti abortiti ad un passo dall'esplosione) con scanzonato sprezzo del ridicolo, variando registro, insistendo sui dettagli, finendo, magari, fuori strada. Per dire (ed e' un pregio): non si s a mai cosa aspettarsi da Verhoeven.

In perfetta aderenza con queste premesse, si presenta - levigato, spiccio, come percorso da una reiterata scarica di ormoni, anti retorico e volutamente superficiale, quanto di fondo misogino, se non addirittura misantropo - questo "Starship troopers/Fanteria dello spazio", terza incursione nel "fantastico" (se si include nel novero anche "Robocop" del 1987) del cineasta di Amsterdam, sulle orme dell'omonimo romanzo di Robert A. Heinlein (1959).


A parte la gustosa/inquietante ? premonizione per cui un simil-corpo dei Marines e' presente anche nel futuro - sebbene in uniforme bruna, da cui, per antonomasia, traspirano afrori sinistri - che rimanda al sergente Hartmann di "Full metal jacket" (1987) ("Voi marines potete anche morire. Anzi, siete qui per questo. Ma il corpo dei Marines non morirà mai"), il film frulla in maniera accorta e allo stesso tempo franca e divertente, tutta una serie di suggestioni che vanno dalla fantascienza pre-effetti speciali con l'incubo dell'atomica e delle invasioni extraterrestri dei tardi anni'40 e degli anni '50, alla parodia dei cine-giornali propagandistici pre/post bellici, pre/post guerra fredda. Dalle stilizzazioni fumettistiche e semicaricaturali dei personaggi - l'eroe introverso ma altruista (van Dien), la bambola carrierista dagli occhioni blu (Richards), l'ufficiale tutto d'un pezzo motivatore di uomini (Ironside), il commilitone un po' giuggiola un po' spalla fidata (Busey) - alle truculenze ed ingenuità di vario genere care ai B-movie (le astronavi mastodontiche che si guidano come uno scooter; gli arti mozzati di netto; il sangue che spruzza dai corpi maciullati in battaglia; il cameratismo esagerato; i liquidi organici che imbrattano e appiccicano). Tutto al servizio di un montaggio serrato che non concede tregua, nemmeno nelle parentesi "riempitive" o sentimentali, con abilita giocate sul filo del cinismo e dello smacco.

Discorso a parte meritano gli alieni, ferocissimi quanto innumerevoli super insetti che da un remoto spicchio di universo insidiano l'ordine para- autoritario, beatamente conformista, del tutto artificiale, vigente in quello che dovrebbe essere un nostro potenziale riflesso futuro. Tra mega cimici che schizzano globi di plasma iridescente dall'ano, artropodi frenetici che mulinano zampe come sciabole o alabarde micidiali, fino - riecco lo humour rabelaisiano di Verhoeven - alla "mente" della razza, sorta di smisurata larva coronata di occhi e munita di bocca/vagina da cui all'occorrenza fuoriesce un aculeo articolato pronto a penetrare una testa umana e a succhiargli in cervello, il repellente si ibrida senza sforzo col grottesco, il gesto efferato corre spalla a spalla con la deformazione puerile, il rimosso strizza l'occhio ad un'inconfessabile pulsione al "cupio dissolvi".

Da ricordare - ma giusto per i filologi o i fissati (che spesso coincidono) -, "Starship troopers 2/Eroi della federazione" che con la sarabanda virtuosistica e il tono beffardo di Verhoeven spartisce solo l'autore dello script, Ed Neumeier.

TFK

Film in sala da Giovedì 21 Marzo 2013

GLI AMANTI PASSEGGERI
Los Amantes Pasajeros
di Pedro Almodovar
con Penelope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega, Blanca Suarez, Cecilia Roth
Commedia 90 min - SPA 2013


LA MADRE
Mama
di Andres Muschietti
con Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse
Horror 100 min - SPA/CAN 2013


SU RE
di Giovanni Columbu
con Fiorenzo Mattu, Pietrina Menneas, Tonino Murgia, Paolo Pillonca
Drammatico 80 min - ITA 2013


I CROODS
The Croods
di Chris Sanders, Kirk De Micco
Animazione 98 min - USA 2013


BENVENUTO PRESIDENTE
di Riccardo Milani
con Claudio Biso, Kasia Smutniak, Stefania Sandrelli, Beppe Fiorello
Commedia 100 min - ITA 2013

martedì, marzo 19, 2013

Gerwig / Sevigny



Molti autori si innamorano di un volto che diventa il vestito prediletto della loro ispirazione. Alfred Hitchcock odiò a lungo il principe Ranieri III di Monaco per avergli sottratto Grace Kelly, feticcio e musa che Hitch, nonostante i tentativi e con sua grande frustrazione, mai riuscì a sostituire.

Impossibile fare a meno di notare in Damsels in Distress di Whit Stillman la curiosa somiglianza della Violet di Greta Gerwig con Chloe Sevigny di vent'anni fa, quando in Last Days of Disco aveva ancora le guance paffute. Una "sostituzione" molto soddisfacente, che lo ha portato ad attingere di nuovo dall'ambiente del cinema indie. Sevigny vinse l'independent spirit award nel '99. Gerwig ha ricevuto una nomination agli spirit del 2012.

Buongiorno papà

Buongiorno papà
di Edoardo Leo
con Raul Bova, Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers
Italia 2013
genere: commedia
durata, 102  

Nel 2002 "About a boy" dei fratelli Paul e Chris Weitz rappresentò un punto di svolta nella carriera di Hugh Grant, costretto a confrontarsi con il ruolo di un adulto edonista e molto frivolo che in quel momento rispecchiava perfettamente l'immagine pubblica dell'attore. Nel film crisi e rinascita del protagonista erano provocate dall'assunzione di responsabilità nei confronti del ragazzino di cui in qualche modo era chiamato ad occuparsi. Con un meccanismo che ricalca, con le opportune varianti, quello del film americano, esce in Italia in gran numero di copie "Buongiorno papà" di Edoardo Leo, con Raul Bova in una parte alla Hugh Grant, riferimento artistico adatto alla bellezza impacciata ed ai modi raffinati dell'attore romano, che ne ha adottato in maniera esplicita le caratteristiche a partire da "Ti presento un amico" (2010) di Carlo Vanzina, per poi replicarle, più o meno consapevolmente, nelle commedie successive.

Nel film in questione Raul Bova è Andrea, quarantenne felicemente single che si divide tra il disimpegno sentimentale alimentato da conquiste mordi e fuggi, ed il successo di un lavoro che lo vede impegnato in un agenzia pubblicitaria. Un agenda fittissima in cui c'è spazio a malapena per Paolo, l'amico di sempre, con cui Andrea condivide appartamento e uscite serali. La bella vita rimane tale fino all'arrivo di Layla, la figlia che Andrea non sapeva di avere, e di cui farà conoscenza nel corso di una contrastata convivenza. La ragazzina ribelle ed irrequieta sarà il viatico per una presa di coscienza disastrosa ed al tempo stesso divertente.

Se "Buongiorno papà" è una commedia diretta da Leo, che si ritaglia un ruolo da spalla nei panni di Paolo, l'amico sfigato, non è da sottovalutare l'apporto in fase di scrittura di Massimiliano Bruno, artefice in veste di regista e sceneggiatore di alcuni dei titoli più in voga del cinema italiano, e qui riconoscibile nell'empatia ricercata attraverso la battuta fulminante che riguarda soprattutto personaggi di contorno: di Paolo impersonato dello stesso Leo, condizionato dagli strascichi di una relazione antica che ancora non riesce a superare, e con un peso maggiore per l'economia del film, di Enzo(Marco Giallini), ex rocchettaro affetto da un sonnanbulismo che si porta dietro reminiscenze e confronti musicali - quello improbabile tra i New Trolls ed i Rolling Stones emerge in maniera stravagante durante esilaranti interrogatori notturni, ma c'è spazio anche per Guccini ed i Kiss - che si affiancano alla parte più corposa del programma, costituito da un immaginario cinematografico che mischia alto e basso nella figura di Moretti, bonariamente sbeffeggiato prendendo spunto dal narcisismo consacrato nella battuta a proposito del "magnifico quarantenne", e con "Orizzonti di gloria" (1957) a fare da apripista ad un classico come "Ufficiale e Gentiluomo"; il film di Taylor Hackford citato più volte nel corso della vicenda è addirittura replicato nella scena in cui Andrea in versione Richard Gere, esce di scena con in braccio Lorenza (Nicole Grimaudo) la professoressa di Layla, poco interessata alle smancerie dell'intraprendente giovanotto. Un anima romantica che si affianca a quella prettamente comica ed un pò qualunquista a cui spetta come al solito la parte del leone. Un apparato di idee e di trovate che denuncia la natura nostalgica di un'operazione, completamente svincolata dall'attualità - a parte un accenno alla crisi economica presente nella mancanza di fondi che affligge la scuola di Layla - e rivolta ad un passato (quello degli anni 80) come sempre vagheggiato con pillole di saggezza da cioccolatino perugina. Costruito su un plot che riproduce l'incontro/scontro tra genitori e figli, da cui il film prende fintamente le distanze - nella sequenza in cui Andrea confessa al proprio capo il disagio di doversi occupare sempre delle solite storie - e che invece finisce per sposare senza alcun spirito critico, il film di Leo ha il pregio di una confezione di lusso, suggellata dalla luce calda e vitale di Arnaldo Catinari, e da un parterre d'attori, dal metrosexual di Raul Bova alla maschera sdrucita di Marco Giallini, naturalmente calati nella simpatia dei rispettivi tipi umani. Purtroppo per loro la regia non è altrettanto brillante, affidata a soluzioni di routine che si potrebbero riassumere in una delle scene clou del rapporto tra Andrea e Layla, quando la ragazzina dopo aver furiosamente litigato con il padre evita di tornare a casa, gettando Andrea nello sconforto più totale. Leo traduce l'ansia del genitore con una scena dominata dalla pioggia, elemento catartico per eccellenza, e col protagonista dapprima incollato alla finestra in attesa di un possibile ritorno, e poi rivolto a Paolo in una sorta di confessione resa emblematica dai iflessi dei lampi ad esternare il culmine dello scoramento interiore. E' in questa proposizione senza sorprese e di facile presa che le precedenti potenzialità si traducono in una medietà più vicina alla televisione che al cinema. Niente di male per un film che punta ad incassare, ma troppo poco per dare fiato alla commedia made in Italy.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, marzo 18, 2013

Mitologia di Mike Tyson

Dopo aver fatto parlare le cronache sportive e quelle giudiziarie, il ragazzo di Brooklyn capace di dilapidare un patrimonio di prestigio e di soldi non ha smesso di lottare. Al post del ring i palcoscenici di Broadway, e come avversario il più temibile di tutti: se stesso. E' così che appare l'ex re dei pesi massimi, privato della sua irrascibile  invincibilità, e solo, on the stage, a raccontarsi lungo le tappe di un'esistenza costellata di gloria e di miserie. A "metterlo in scena" è Spike Lee che lo dirige in "Mike Tyson: Undisputed Truth", monologo teatrale scritto dallo stesso Tyson. Il risultato è una sorta di psicanalisi a nervi scoperti in cui ad andare in scena è il dramma di un sogno americano alla rovescia. Mike Tyson ha dichiarato di non essere ancora guarito dai suoi demoni ma di tenerli a bada. Per il momento. Chissà se in qualche modo riusciremo a vedere lo spettacolo dalle nostre parti. Per il momento ci accontentiamo di segnalarvelo, così se capitate a NY ci fate un pensierino e magari andate a dargli un occhiata.

Mitologia ragionata di Mike Tyson:

 Black and White di James Tobak (1999)
Tyson, di James Tobak - documetario (2009)
Una notte da leoni, di Todd Philips (2009)
Mike Tyson: Undisputed Truth (2013)

IL GRANDE E POTENTE OZ

Il grande e potente Oz
di Sam Raimi
con James Franco, Michelle Williams, Rachel Weiz, Mila Kunis
Usa 2013
durata, 130

Dopo aver fatto le prove generali Sam Raimi sembra proprio aver cambiato pelle. Partito da progetti semi amatoriali ripieni di ghigno e di paura, si è col tempo trasformato in un abile conduttore di blockbusters in cui di quel ragazzino maneggione, capace di svezzare nientepopodimeno che i Brothers' Cohen, è rimasta solamente la propensione per il fantastico ed il meraviglioso. E' con questa attitudine sommata all'apprendistato merchandising legato alla spider saga che Raimi si è presentato al cospetto di un icona cinematografica come quella rappresentata dal "Mago di Oz" e dal suo fantasmagorico mondo. Invece di rimanerne soggiogato Raimi ne ha rilanciato la vulgata scremando di quà, tagliando di là, esaltandone l'immagine con una rappresentazione di scenografica teatralità, sancita fin dai titoli e poi dal prologo, con Oz intento a recitare una parte - quella del mago dotato di poteri sovrannaturali che in realtà non ha - su un palcoscenico che diventa progressivamente più grande, passando dal luna park circense, scalcinato ed in bianco, al castello della città di Smeralda dove la messinscena diventa degna dei fratelli Lumiere, con la "proiezione" della sua faccia sul cielo del reame. Se l'allestimento produttivo è di primo ordine tanto negli effetti speciali quanto nell'importanza degli attori, bisonga dire che Raimi tiene a bada il digitale, colorando la pellicola in maniera stilizzata, con prati fioriti che rimandano all'estetica della pittura giapponese ed una popolazione di figurine teneramente deliziose, come la scimmietta  e la bambina di porcellana che contribuiscono a dare un tocco di dolcezza ad una storia che concede il giusto alla moda del fantasy, concentrata soprattutto nelle scene dedicate alla strega cattiva, interpretata in maniera routiniere da Rachel Weiz, ed ai suoi tentativi di soggiogare la compagnia del mago, tra i quali figurano anche una principessa di virginale bellezza (Michelle Williams) ed una schiera di fedelissimi e stravanti servitori. Sfruttando la guasconeria di un funzionale ed azzeccato James Franco nei panni di Oz, Raimi compie in qualche modo la stessa operazione che aveva fatto Scorsese con il suo "Hugo Cabret" (2011) organizzando all'interno della favola un omaggio al cinema dei primordi, celebrato nella sua capacità di sorprendere e di cambiare la percezione della realtà. A differenza del regista di "Toro Scantenato" (1980), Raimi però è meno cerebrale, più attento a mantenere intanto il livello di empatia  che Scorsese nella seconda parte aveva sacrificato all'esattezza filologica. Forse è per questo che "Il grande e potente Oz" ha la forza di trovare il fanciullino che c'è in ognuno di noi, trasformando lo scetticismo in stupore fanciullesco. E quando arriva la fine con Oz e la regina ormai inglobati dentro lo schermo di una sala all'uopo improvvisata, con la scritta the end ad immortalarli in un tenero bacio possiamo dire che il miracolo è compiuto ed il cinema ha vinto ancora una volta.

sabato, marzo 16, 2013

A proposito di "Spring breakers" di H. Korine (2)

Il bizzarro, il ridicolo, il truce, l'abbietto, il deforme, sono categorie dell'esperienza umana. Sono sempre esistite. Esisteranno sempre. Ciò che ha inscritto - una volta per tutte ? - queste categorie nell'ambito dell'"osceno" e' stata l'accelerazione senza controllo imposta loro dalla facoltà pressoché infinita di riproduzione e d'accesso offerta dall'azione combinata di innovazione tecnologica e ricerca esasperata di convertire qualunque espressione - fisica, psicologica, ideale, culturale, ludica, onirica - in merce. Korine e' una vecchia volpe, a dire che sovente riesce a giocare con abilita' su quella sottilissima linea che demarca l'interesse per la descrizione di un fenomeno e il compiacimento dello stesso. Forza, cioè, sempre, l'altalena pericolosa tra "meraviglia" - per quanto drammatica - e "osceno". Pero' sa di che parla. Sin dagli esordi, infatti. - e "Gummo" del 1997, per tanti aspetti, può considerarsi il manifesto di una poetica - era chiaro come non fosse possibile tentare di penetrare il mistero della modernità e della sua "oscenità" se non rovistando la' dove nessuno o pochi avevano voglia di guardare, ovvero fra il tritume, la poltiglia dei suoi scarti - materiali e umani - fra gl'incubi e le allucinazioni più vere del vero indotte dalla spropositata quantità di oggetti, di cibo, di immagini e di stimoli frequentati e assorbiti di continuo, ogni giorno, "per sempre" verrebbe da dire, con raro e sbadato costrutto, con scarse o nulle difese, a partire dalle conseguenze che tutto ciò produceva in specie sulle generazioni under-20, individui proverbialmente al centro di mutazioni spesso complicate, di fatto iper-sensibili alle sollecitazioni di più immediata fruizione provenienti da ogni campo dell'azione umana: la moda, la musica, il cinema, il sesso, le droghe. E su tutto, in una società come la nostra, a far da mastice in teoria indistruttibile, il denaro.

Le "spring breakers" di Korine, allora, "white trash" da manuale: vocine petulanti e acufeniche, come cubetti di ghiaccio a mollo in un cocktail dozzinale; co-artefici e vittime del cretinismo di massa; bamboline già semi-plastificate dalla mega macchina industriale (la Hudgens e la Gomez per anni in quota Disney per il, si presume, sommo gaudio di Korine stesso; un'altra, Rachel, addirittura sua moglie); perennemente in bikini, sempre ad un passo dal praticare o subire un abuso. Ridacchiano, sculettano, rapinano un "diner" "come fosse un cazzo di film o un videogame" per scappare da un posto in cui "ci si sveglia ogni mattina nello stesso letto e non succede niente" e regalarsi uno spicchio di gioia che "vorrei non finisse mai". Tutto in primo e primissimo piano. Tutto sgargiante e colorato fino alla nausea (passamontagna rosa e top psichedelici). Sopra ogni altra cosa, tutto in vista, sempre. Tutto in scena, contemporaneamente. Niente che resti sottinteso. Da intuire, da immaginare. La modernità ("oscena") che si produce, accade, si divora, evacua e ricomincia. Ecco, forse, il fulcro del cinema di Korine: esso riesce comodamente ad oscillare - con l'osceno che occhieggia la' in fondo, da qualche parte - sul vecchio adagio per cui "il suo limite e' anche la sua forza". Ripetitività; riproposizione di scene variate per qualche singola inquadratura e sfasate nel tempo; stasi e accelerazioni improvvise; ralenti e disarticolazioni cromatiche; una certa sostanziale inconsistenza narrativa, che, applicate al cuore "osceno" del nostro sistema, il "produci-consuma-crepa" di ferrettiana memoria, generano una saturazione e una frattura profonda al di la' dei meriti e dei demeriti delle singole pellicole. Qualcosa che può essere avvicinato alle intuizioni "terminali" dei nostri Cipri' e Maresco; agli esperimenti estremi di Tsukamoto (il suo primo "Tetsuo" e' del 1989: ancora gli anni '80); a certi incanti herzoghiani come a talune aberrazioni di Lynch e di Cronenberg: tutto pero' giocato in superficie ("La superficie, la superficie, la superficie" ripeteva Patrick Bateman e non era una filastrocca), frullato e riproposto senza sosta, appunto perché l'ingranaggio in cui siamo immersi mani e piedi non può fermarsi ma solo superfetare. Con al termine la domanda più angosciosa: "American idiocy, "American idiot", "American psyco", "Spring breakers"; e adesso ?

Korine non da risposte. Capovolge l'inquadratura. Ciò che esiste e' ciò che si vede e viceversa. Se non bisogna andare tanto lontano per trovare l'inferno, perché e' sempre stato qui, allora anche il paradiso deve essere nei paraggi. Ma se tale inferno e' nato dal rifiuto di un paradiso precedente - illusorio o frustrante - un rifiuto di segno uguale e contrario, un sovvertimento radicale, sarà necessario per scalzarlo.



TFK

venerdì, marzo 15, 2013

IL LATO POSITIVO

Il lato positivo
di David O'Russell
con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro
Usa, 2012
durata,122

C'è una consapevolezza profonda in questo "Lato positivo", ed è quella che ogni persona è un diamante grezzo, un tesoro nascosto che aspetta solo di essere scoperto. Lo dice Milton nel verso della poesia richiamato nel titolo originale (Silver Linings Playbook), lo sono i protagonisti della storia, Pat/Bradley Cooper e Tiffany/Jennifer Lawrence, scartati dalla normalità della vita, ed uniti dal tentativo di risalirne la china. E' subito amore, ma il film impiega quasi due ore per renderlo esplicito. Prima di quello, a complicare le cose ci pensano le differenze caratteriali e la paura di non farcela di due tipi a dir poco stravaganti, sfiorati da una scintilla di follia, e forse per questo capaci di essere all'altezza dei propri sogni, che per Pat, appena uscito da un istituto psichiatrico, si materializzano nell'ossessione di riconquistare la moglie da cui è stato tradito, mentre per Tiffany equivalgono alla partecipazione alla gara di ballo insieme a Pat, convinto a "collaborare" dalla promessa di lei di aiutarlo a contattare la moglie. L'artefice di tutto è David O'Russell, regista di opere dai contenuti eccessivamente ingombranti e nell'ambiente considerato un poco attaccabrighe.

Poco male perchè nel film il suo temperamento si trasforma in una regia agonistica, simile ad un incontro di box, con gli attori a contendersi (senza farlo vedere) la palma del piu bravo, e l'autore ad equilibrare l'emotività della storia a colpi di stravaganze, come quella di De Niro (finalmente in un ruolo degno del suo nome), il padre di Pat, che cerca di coinvolgere il figlio nella passione per una squadra di baseball, facendo di lui il portafortuna da cui dipendono il risultato delle partite, e delle scommesse ad esse relative. Se la struttura del film appartiene è quella di una commedia romantica, con le conflittualità dei protagonisti destinata a ricomporsi nel classico happy end, così non si può dire per la sua rappresentazione, atipica nelle tonalità scure e nel cromatismo autunnale della fotografia, così come nella descrizione dei caratteri, rudi quanto basta per evitare eccessive smancerie, e poi per le qualità degli interpreti, capaci di calarsi in una storia in cui la tensione emotiva nasce più da un'implosione a stento trattenuta e dalla fisicità dei corpi attoriali, pronti a sobbarcarsi la responsabilità di flirtare con le movenze di due lottatori, che dall'evidenza dei fatti e delle parole. Regista di attori, David O'Russell non si smentisce neanche questa volta concedendo nomination ed Oscar. Riconoscimenti forse eccessivi nel caso della Lawrence, ancora un pò acerba, ma anche qui si tratta di un premio in prospettiva, l'investimento di un industria che pensa già al domani.

giovedì, marzo 14, 2013

La frode

La frode
di Nicholas Jareki
con Richard Gere, Susan Sarandon, Tim Roth
Usa, 2013
durata, 107

Sociologia del basso impero. E’ questo il complimento più bello che si possa fare ad un film come “La Frode” di Nicholas Jareki, dramma elisabettiano ed apoteosi della crisi, costruito sulla personalità del magnate Robert Miller, uomo d’affari ambiguo e spregiudicato, diviso tra il decoro dell’ambiente familiare, di cui incarna valori e patriarcato, ed i pericoli dell’oceano finanziario, nel quale Miller nuota con l’abilità di uno squalo. A fargli ombra una serie d’accadimenti che rischiano di metterlo in discussione su entrambi i fronti, e nel corso della storia, le conseguenze di scelte gravate dal senso di colpa per una morte che ha indirettamente provocato, e condizionate dalla necessita di salvarsi dalla bancarotta che potrà evitare se riuscirà a vendere come sana una società che è invece sull’orlo del tracollo. E’ questa la frode del titolo, ma non solo, perché grazie all’apporto del miglior Richard Gere di sempre, Jareki  scoperchia e fa vedere l’inganno provocato dalla fascinazione dei soldi e del potere, due facce di una medaglia splendente ed insieme oscura, che Miller, con i suoi  modi eleganti ma decisi, incarna alla perfezione. 

Girato in  maniera classica con una sceneggiatura forte e personaggi perfettamente delineati, “La frode” è un oggetto luccicante di fango, il dark side di un’America malata d’egoismo, posseduta dai demoni di una diversità che Miller confessa quando, riferendosi al ragazzo che lo sta aiutando a tirarsi fuori dai guai,  e mettendosi per una volta a nudo, ammette la distanza (etica) che lo separa dalle persone normali, quelle che sono fuori dai giochi e che al massimo vi partecipano come semplici pedine. Una consapevolezza che in Miller diventa un programma per la conservazione della specie – messo alle strette risponderà di aver agito per salvaguardare gli interessi familiari - e come tale viene applicato alla totalità dei rapporti umani che seppur ammantati di levigata empatia sono quasi sempre dettati dal tornaconto personale, come il film ci mostra nell'incidente mortale di cui in qualche modo Miller è responsabile, ma che viene subito sottomesso agli interessi personali ed alla volontà di non lasciarsi coinvolgere. In questa fitta rete di espliciti e di non detti, di slanci generosi e ritirate calcolate Jareki, al suo primo film da regista, costruisce un thriller ansiogeno perchè compresso dal tempo e sviluppato come una corsa ad ostacoli, con i tentativi di divincolarsi del protagonista contrastati dalle indagini di un ispettore segugio e complicato dai dubbi morali di chi gli sta vicino. 

Già sceneggiatore insieme a Breston Ellis di “The Informer”, Jareki dimostra di possedere un talento eccezionale che non si ferma alla sola scrittura, punto di forza del film, ma continua in una rappresentazione della stessa che il regista traduce con una regia dall’immagine pulitissima ma non asettica, in cui l’esattezza degli ambienti strabordanti di lusso coincide con la totale esteriorità di chi li frequenta. Creato con geometria millimetrica, equivalente perfetto alle analisi statistiche ed ai numeri dei rendiconti finanziari che attraversano la storia, il film si mette in discussione attraverso la doppiezza di un protagonista che si offre alla comprensione di chi guarda ed allo stesso tempo la delude per eccesso di egotismo.  Scandito da una serie continua di rilocazioni ed aggiustamenti progressivi, a rendere l’idea di un mondo volubile, soggetto all'imponderabile seduzione del denaro, Jareki  ci consegna l’immagine di una città fortezza, ago della bilancia dei destini dei popoli ed insieme simbolo di un olimpo che si staglia sulle vette dell’impero. Straordinariamente simile  a "Steekspeel", capolavoro di Paul Verhoeven presentato all'ultimo festival di Roma, "La frode", è un film da non lasciarsi scappare e magari da godersi in lingua originale. Sicuramente uno dei più bei film visti in questa prima parte dell'anno. 

Dead Man Down - Il sapore della vendetta

Dead Man Down - Il sapore della vendetta
di Niels Arden Oplev
con Colin Farrel, Noomi Rapace, Isabelle Huppert
Usa 2013
durata, 117

Le conseguenze del successo talvolta hanno risvolti paradossali. Prendiamo un regista come Niels Arden Oplev, diventato famoso per aver diretto un best seller internazionale come "Uomini che odiano le donne" (2009), inizialmente pensato per la televisione e poi spinto nelle sale dal traino di un libro che diventò un caso letterario. A quel punto il regista danese aveva due opzioni: continuare a lavorare nel suo paese, usufruendo della spendibilità ottenuta con il peso di quell'impresa, oppure seguire l'esempio di illustri colleghi ed emigrare negli Stati Uniti, accettando i guadagni, le possibilità ed anche le restrizioni di un cinema infinitamente più ricco. Il risultato è stato questo "Dead Man Down", prodotto con capitali americani ed interpretato da un cast di star eterogeneo, con Colin Farell coadiuvato da una coppia d'attrici del calibro di Noomi Rapace ed addirittura Isabelle Huppert.

La trama del film non si discosta di molto dalle atmosfere dell'opera precedente ma questa volta a determinarle è una contaminazione di generi e filoni che mischiano thriller, noir, blockbuster ed addirittura il pulp, sfiorato ad intermittenza per alcuni eccessi di violenza parossistica. Al centro della scena un uomo ed una donna in cerca di vendetta, e sullo sfondo, un'oscura macchinazione che ha per oggetto il boss malavitoso a cui l'uomo fa da guardia spalle. Quando la situazione precipita, rivelando i motivi di quel rancore, Victor e Beatrice inizialmente costretti a frequentarsi per puro opportunismo, si ritroveranno a condividere una lotta per la vita che ne determinerà le scelte emotive.

Riassunta in questo modo l'intreccio lascerebbe pensare ad uno sviluppo lineare, ed invece, "Dead Man Down" cambia spesso in corsa, rovesciando le aspettative del pubblico, dapprima coivolto da un incipit in stile Hitchcockiano, richiamato dalla conoscenza dei due protagonisti allestita come una versione aggiornata de "la finestra sul cortile"(1954), o se volete del Brian De Palma di "Body Double"(1984), poi messo alle strette dagli accenni di cinema intimista insito nelle riflessioni sul dolore che Victor e Beatrice si confessano, e nei brevi siparietti familiari in cui sembra  farsi largo per poi perdersi, il motivo di un rapporto tra madre/Huppert e figlia/Rapace, foriero di chi sa quale traumi, infine, nella seconda parte, sbalordito da un action movie nudo e crudo, in cui Victor trasformato in un Rambo metropolitano (un Colin Farell che sembra appena uscito dal remake di "Total Recall", 2013), tiene a bada la moltitudine criminale che lo vuole morto. Ed allora è chiaro il paradosso a cui accennavamo in apertura, perchè Oplev invece di buttarsi anima e cuore nel progetto, dimenticando per un attimo le proprie origini, cerca di far convivere sguardo d'autore e grossolanità commerciali. Per farlo però ci vorrebbe un mestiere più scafato, capace di metterlo in guardia le grossolanità che per adesso non gli impediscono di attribuire a Victor una biografia poco plausibile (per non dire ridicola), incapace di leggittimarne il bagaglio super omistico, e neanche di fare a meno di un attrice come la Huppert, presenza nobile ma sfruttata in malo modo, con un ruolo simil cameo, ed una parte senza capo ne coda, congelata su un sorriso sornione, ed indecisa sulla scelta di un registro drammatico oppure ironico. Ambientato in una NY di glaciale luminosità e smaltata di colori dalle tinte esasperate, "Dead Man Down"è un' opera spuria, che entusiasma nel mistero delle cose non dette e degli sguardi rubati, nelle maschere di una finzione necessaria a salvare la vita, ma inadeguata a leggittimare la realtà della storia nel momento in cui bisogna tirarne le fila. Un film diviso a metà quindi, come l'anima di personaggi, eternamente sospesi nei volti smarriti degli attori, forse increduli di quello che gli sta succedendo. Per Oplev invece, un apprendistato necessario in vista del passo successivo.

mercoledì, marzo 13, 2013

A proposito di - "Spring breakers" di H. Korine (1)

L' "idiozia americana" - intesa come una sorta d'inerzia sottovuoto in cui si rincorrono, si rimescolano e si confondono senza posa iper-consumismo, feticismo degli oggetti e del denaro (oggetto degli oggetti), assenza di qualunque prospettiva non circoscritta all'assimilazione del momento, ricerca esasperata di esperienze genericamente all'insegna del principio del piacere, utilizzo inesausto del corpo come mero strumento per abbattere o ridefinire le residue barriere tra identità, personalità e genere - rappresenta oramai per tutti, e da qualche decennio, una fetta enorme di questa strana torta (appetitosa in apparenza, amarissima alla seconda, terza cucchiaiata) che e' diventata l'esistenza fisica e psicologica nell'Occidente razionalista/tecnologico/post-capitalista.

"Idiozia", e' bene rammentarlo, che non barbica solo nei virgulti adolescenti ma a volte si fa classe dirigente, le sua mani si aggirano persino intorno al fatidico "bottone rosso". Pensiamo - un esempio fra tanti - all'"American idiot" dei Green Day datato 2004, in cui si sfrucuglia nemmeno tanto in filigrana la figura e l'operato di un Presidente come George W. Bush: quello che faticava a rintracciare l'Afghanistan sulle carte geografiche (cosa, peraltro, che non gli ha impedito di muovergli guerra); quello che alla notizia dell'attacco alle Torri Gemelle s'affloscia in uno stupore e in un imbarazzo davvero "idiot".

Già nel 1977 - sempre per restare in ambito musicale - i Ramones in "Teenage lobotomy" cantavano: "DDT did a job on me/now I am a real sickie/Guess I'll have to break the news/that I got no mind to lose/All the girls are in love with me/I'm a teenage lobotomy". Per dire che incontrare un film come "Spring breakers" di Harmony Korine e' un po' come imbattersi in un amico di vecchia data e notare che, in fondo, oltre a non essere troppo invecchiato, ti ricorda che certe cose ci sono ancora, eccome, e non e' detto che siano migliorate. Ripercorrere le liriche dei Ramones somiglia così al gesto di rovesciare la clessidra pretendendo d'isolare un singolo granello perché - si dice - ogni dettaglio e' utile a restituire l'insieme (nel caso un'epoca), a precisarlo, cioè a renderlo comprensibile. La vanità dello sforzo e' pari solo alla considerazione - tutt'altro che risarcitoria - che il trapasso (e il travaglio) dei tempi sono leggibili a partire da certi dettagli (granelli più grossi, magari, come la voce di Joey Ramone) che proprio lo svolgersi degli anni s'incarica di designare come spinte di fondo. Per questo qualcosa va tralasciato ma talune tracce ricostruibili e ripercorribili a ritroso colmano il divario quantitativo e consentono di capire.

In tal senso, la "post-modernità" inauguratasi nel pieno degli anni Ottanta dell'altro secolo (e che, tra l'altro, aveva ipotizzato l'eventualità di decifrare il mondo a partire solo da se stessa, facendo a meno cioè del passato, ossia della "tradizione") si offre all'interpretazione anche attraverso un'opera come "American psyco" (1991) di Breat Easton Ellis, il cui protagonista, super yuppie dagli abissi mentali rosso sangue, fanatico del corpo, degli stilisti, delle limousine ultra-nere, della ricchezza e del prestigio sociale, si riverbera nelle quattro pupattole di Korine - Brit, Faith, Candy, Cotty - che sembrano esserne la versione 2.0, con in meno le smanie per l'eccellenza e la distinzione, in più una disperazione tanto epidermica quanto bruciante e in comune l'aderenza ai cliché più logori dell'"american way of life": il piacere sincero per il pop da classifica, ad esempio (come le "spring breakers" si baloccano con Britney Spears, Patrick Bateman afferma di apprezzare i Genesis e Phil Collins a partire dalla pubblicazione di "Duke" (1980), con punte di adorazione per "Invisible touch" (1986) e per un brano come "Sussudio" e sorvolando sulle considerazioni intessute riguardo W. Houston e Huey Lewis and the News). O la mancanza di qualsivoglia, seppur generico, orizzonte culturale: per le ragazze la scuola e' una stupidaggine; per Bateman non c'è tempo ma neppure interesse per, mettiamo, i libri. Il college e' stato solo un mezzo per raggiungere e confermare i presupposti di uno scopo (agiatezza, privilegio, status, et.). Le strade si separano su Ellis che chiude il suo psyco-romanzo con un perentorio "questa non e' l'uscita" e il film di Korine che si apre sul doloroso anelito di fuga dall'ennesimo stereotipo (lucidamente preconizzato dagli scenari futuribili ma vividissimi di Ballard) incarnato dalla provincia americana, sottoprodotto di lavorazione della metropoli, desolata e inerte. Giusto in tempo per incrociare un paradosso: più le quattro "sgallettate" - come le avrebbe apostrofate un conservatore sardonico come Alberto Sordi - cercano di evadere dalle tenebre anti-vitalistiche e dalle miserie morali suburbane, più vanno a sbattere, da un lato, nel microcosmo iper-fluorescente e rimbombante dello "sballo", a base d'inteminabili feste sulla spiagge o nei motel, dove si salta a ritmi forsennati, si beve, ci si fa, ci si accoppia o si tenta di farlo, fino allo stremo: vale a dire in una delle variabili della "cumulazione del profitto", cioè in un lavoro. E neanche retribuito. Anzi, col tassametro incorporato e, quindi, tutto sommato, non dissimile dalla miriade di "dead end jobs" che intrappolano milioni d'individui, sottoproletari e non, di cui il capitalismo si nutre avidamente per mantenere, almeno nelle statistiche, i suoi standard e verso cui la risposta - furibonda quanto prevedibile - e' sempre più spesso rapinare un "diner" (come accade nel film) o alternativamente, darsi al taccheggio, allo spaccio o alla prostituzione. Dall'altro lato, ci si confina in una porzione di spazio se possibile ancora più angusta, quella delle gang, entro cui il percorso a circuito chiuso, l'invarianza del triangolo "ottuso" denaro/potere/violenza, dettano le regole dell'unico schema possibile.
Diventa, così, perfino smaccata la relazione incestuosa tra (legittimo) desiderio di divertimento delle tipe (alcune delle quali, in controluce, molto meno "ribelli" di quel che sembrano o piattamente supine alla religione dello "spring break") e (per)versione dell'industria del divertimento, distributore automatico di diversioni ics dollari al chilo, in cui ogni passaggio, ogni forzatura del limite, e' subdolamente quanto inderogabilmente inserita in un menù dalla logica del denaro. Perché e' così (ed e' ovvio quanto si vuole, pero' ribadirlo, in specie a se stessi, può ancora essere utile se non altro come esercizio di presenza di spirito): si può sul serio guadagnare SU TUTTO. Principio abbracciato in tot o anche da Al(ien) - James Franco - che tra un sorriso a dentatura metallica e poesiole rap dedicate alle lolite non fa che picchiare sul punto: "Sono pieno di soldi. Sono "murato" di soldi. Non volevo che i soldi. Li ho fatti e continuerò a farne. Questo e' il Sogno Americano". Concedendosi scarti dirette emanazioni dell'assunto principale: "Guardate quanta roba ho. Vi piace la mia roba ? Ho la casa piena di roba. Ho bermuda di tutti i colori. Ho tutte queste armi. Tante armi e lame. Vi piacciono le mie lame ? Vi piace la mia roba ?".

Tutto e' in vendita. Tutto e' a tiro di portafogli. E' possibile lucrare su tutto. Sull'allegria, sullo smarrimento. Sulla vita, sulla morte. Addirittura sull'indifferenza e sulla stanchezza (Faith e Cotty, in circostanze diverse, mollano il sole - artificiale ? - e il parco a tema chiamato "Florida") innescando, di rimando, un precipitare degli eventi nelle vite delle due amiche rimaste che avrà ripercussioni strettamente "politiche" ed "economiche", nel senso che ridisegnerà gli equilibri di potere e quindi di tutto ciò che galleggia attorno al denaro in seno a quella piccola galassia delimitata da sfere d'influenza che si rinegoziano ogni giorno, quartiere per quartiere, strada per strada, mentre la grande ruota del "divertimento" non ha cessato un solo istante di girare e di produrre.



TFK

Film in sala dal 14 Marzo 2013

LA SCELTA DI BARBARA
Barbara
di Christian Petzold
con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Rainer Bock, Christina Hecke
Drammatico 105 min - GER 2012


BUONGIORNO PAPÀ
di Edorado Leo
con Raoul Bova, Marco Giallini, Edoardo Leo, Nicole Grimaudo
Commedia 102 min - ITA 2013


DEAD MAN DOWN - IL SAPORE DELLA VENDETTA
Dead Man Down
di Niels Arden Oplev
con Colin Firth, Noomi Rapace, Dominic Cooper
Thriller 110 min - USA 2013


IL FIGLIO DELL'ALTRA
Le fils de l'autre
di Lorraine Levy
con Emmanuelle Devos, Jules Sitruk, Pascal Elbé, Bruno Podalydès
Drammatico 105 min - FRA 2012


LA FRODE
Arbitrage
di Nicholas Jarecki
con Richard Gere, Tim Roth, Brit Marling, Susan Sarandon
Thriller 107 min - USA 2013


SINISTER
di Scott Derrickson
con Ethan Hawke, Juliet Rylance
Horror 110 min - USA 2012

SPRING BREAKERS

Spring Breakers
di Harmory Korine
con Vanessa Hudgens, Selena Gomes, James Franco
Usa, 2012
durata, 92


A luci spente il cinema di Harmory Korine sembra non esistere più, eppure se la sala riprendesse a proiettare “Spring Breakers” non si potrebbe fare a meno di restare a guardare. E’ così il cinema del regista americano, ancorato alle sensazioni prodotte da contaminazioni visivo uditive concentrate nell’immagine filmica. Ogni fotogramma è un pulsare d’informazioni che sgretolano il linguaggio narrativo rendendolo plasmabile a qualsiasi tipo di variante. In questo modo la vacanza da sballo di quattro ragazzine ed il loro incontro con il lupo cattivo si sfrangia in un germogliare di detour narrativi che intercettano gli stati d’animo dei “bodies at work” che frequentano le sue storie. Se in precedenza Korine aveva dato in pasto al pubblico le conseguenze di uno spaesamento in cui il corpo era sempre il terminale di una alienazione violenta e disperata, è con "Spring Breakers" che il Korine scrittore riesce a fondere l'immaginario freaks emerso nelle opere da lui dirette ("Julien Donken Boy" e "Gummo"), oggi presente nel gangsta rap di James Franco ma anche nel ritratto più laterale dei due gemelli che circuiscono le ragazze durante i rave party, con quello altrettanto deviante ma esteriormente perfetto prestato a Larry Clark, pensiamo alle sceneggiature di "Kids" del 1995 e di "Ken Park" del 2002. Il risultato è un’opera la cui attenzione estetica inizia e finisce con l'immaginario da dive mignon Selena Gomes e Vanessa Hudgens, assoldate per l'occasione, ed esposte a pubblico ludibrio, con bikini succinti e sguardi da lolite. In questo modo ad esistere non sono i loro personaggi, di fatto declassati dal fuori sincrono che sfalsa dialoghi e sequenze, bensì il divismo che le due star si portano dietro. Non c’è un solo momento  del film infatti in cui pensiamo di avere di fronte Faith e Candy perchè Korine attraverso il non ruolo assegnato alle attrici focalizza e fa vivere desideri e speranze della generazione a cui fanno riferimento. Aiuta a capire l'intento del regista la struttura dell'opera che Korine organizza con un racconto dall'ossatura apparentemente classica, in cui però, l'inizio e la fine sono solo i gusci di un nocciolo che potrebbe fare a meno, per il suo loop visivo e la natura onirica - "è tutto un sogno" dichiara Alien mentre insieme alle sue girls si appresta alla resa dei conti - di qualsiasi logica di consequenzialità, che invece Korine in qualche modo rende attraverso gli sviluppi dell'episodio dedicato allo scontro tra Alien ed un altro boss locale, inseriti di tanto in tanto per fornire concretezza e cronologicità al meccanismo, ma che in definita risultano le parti più deboli, sicuramente quelle più rassicuranti, perchè individuano un male concreto, fatto di armi da fuoco ed odore di cordite, e lasciano in disparte il malessere doloroso e profondo di quella gioventù bruciata. Diario intimo e confessione collettiva il film è il manifesto di un Easton Ellis tamarro che cita internet e la televisione, Mtv e pure Scarface, e fa del suo Alien  una versione proletaria del Patrik Bateman di "American Psycho"(2000), con l'elogio di Britney Spears al posto di quello di Whitney Houston, celebrato sul filo di una follia che sfocerà nel drammatico finale. Prendere o lasciare, come sempre capita con Harmory Korine.

martedì, marzo 12, 2013

Ritratti: Michelle Yeoh (2)

"But still I'd leap in front of a flying bullet for you"
- The Smiths -



Indizi di una fase che si sta aprendo e sintesi di esperienze portate ai loro naturali limiti, vanno considerati "The wonder seven" (1994) di Ching Sin-Tung e "The stunt woman" (1996) di Ann Hui (durante le cui riprese Michelle si frattura una vertebra per aver saltato malamente da un ponte), in cui forza fisica, resistenza ed esigenze spettacolari si fondono in un continuo gioco al rialzo.

La fine dello scorso millennio segna per Michelle Yeoh l'approdo ad Hollywood. Dopo il ruolo di colonnello dei Servizi Cinesi nel ventesimo Bond "Il domani non muore mai" ("Tomorrow never dies", 1997, di R. Spottiswoode), nel 2000 i quattro Oscar e i due Golden Globe de "La tigre e il dragone" ("Crouching tiger, hidden dragon") di Ang Lee, trascinano all'attenzione del grande pubblico - fatti gli opportuni aggiustamenti per i "rigidi" palati occidentali - questa storia di sentimenti troppo a lungo covati e quasi mai vissuti; di avventure all'interno di paesaggi fuori dal tempo e di schermidori e di maestri di arti marziali più coinvolti dalle lotte interiori che dagli scontri a fil di spada. In tale contesto, Michelle, nei panni di Yu Shin Lien - abile quanto laconica spadaccina - esprime con placida naturalezza la dirittura morale e la fedeltà ai principi di una donna che s a che con ogni probabilità le sue istanze di felicita e pacificazione verranno frustrate ma reagisce al destino avverso componendo lucidità e mestizia, coraggio e sofferenza, integrità e disincanto. Ancora una volta, come detto, risalta la grazia di questa attrice in grado di coinvolgere negli affanni del suo personaggio lasciando in ombra una parte di se', come se questa sorta di morbida pudicizia fosse essenziale per preservarne onesta' e autenticità agli occhi di chi guarda.

Medesima misura e complessità interiore la Yeoh mostra in "Memorie di una geisha" (2005) di R. Marshall e in "The lady" (2011) di L. Besson, dove interpreta il leader dell'opposizione birmana, premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi; mentre in "La mummia - la tomba dell'imperatore Dragone -" (2008) e "Babylon A.D." (2008) sfodera di nuovo le oramai consolidate doti ginniche di eroina impavida o tutrice di tesori leggendari e prodigi umani da preservare.

Breve discorso a parte merita, infine, "La congiura della pietra nera" (2010) di Su Chao-Pin (con l'apporto non secondario di John Woo) - da poco riproposto nel ciclo di RAI 4 "Missione: estremo oriente" - in cui Michelle si divide tra un passato di sicario implacabile (interpretato da un'altra attrice) e un futuro agognato (inseguito dopo un'operazione al volto che le farà assumere le consuete fattezze) di donna decisa a rinunciare alla violenza per una vita appartata da dividere con un nuovo affetto. In questa pellicola l'attrice malese coniuga senza apparente sforzo l'ambivalenza tra lo spirito combattivo dell'eroina educata dalla disciplina e dalle prove continue a non cedere e la necessita di abdicare ad un ordine antico fatto di dettami e codici che rimandano solo a se stessi, per consegnarsi alle occasioni di una vita forse più prosaica ma potenzialmente dispensatrice di qualche parentesi di felicita': fino al commiato che, con semplicità - e quindi, di nuovo, con una sua grazia - si lascia alle spalle qualunque relativismo e smania di verosimiglianza occidentale e vede la Yeoh letteralmente risorgere perché, versato il sangue, lavate le colpe, e' necessario dare all'amore un'opportunità.



TFK