domenica, giugno 30, 2013

"Breakfast club"/"The breakfast club".


di: J. Hughes
con: E. Estevez, A. Michael Hall, J. Nelson, M. Ringwald, A. Sheedy, P. Gleason.

- USA 1985 -
97'


"I see the boys of summer in their ruin/lay the gold tithings barren,/setting no store by harvest, freeze the soil". ("Nella loro rovina vedo i ragazzi dell'estate/desolare i campi d'oro/trascurare la messe, raggelare il suolo"). Quando Dylan Thomas buttava già questi versi - "I see the boys of summer", da "18 poems", 1934 - aveva si e no vent'anni e si attrezzava per scaraventare una nuova poesia (gesto "adolescente" che sorride, si tormenta ma stringe la mano alla Vita: "The force that through the green fuse drives the flower/Drives my green age; that blasts the roots of trees/Is my destroyer" - "La forza che nel verde stelo spinge il fiore/Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare le radici degli alberi/E' la mia distruttrice" - ["The force that...", D. Thomas, ancora dagli "18 poems"]) in un "mondo nuovo", il mondo della prosperità e del progresso - quasi senza colpo ferire messo subito a repentaglio dall'avvento di un'altra sciagura bellica su scala planetaria - Un mondo in ogni caso strappato per sempre alla compostezza e all'infida armonia dell'ordine tardo vittoriano (gl'imperi, quando le costellazioni erano benigne, commercial-paternalistici; una rigida e ben presidiata divisione sociale; il crescente peso della "visione" economicista dell'esistenza; la baldanza dell'imporsi scientifico e tecnologico: il conseguente e sistematico rimpicciolirsi di quello stesso mondo come possibilità di indicare un "altrove" praticabile) e lanciato verso orizzonti magari promettenti, magari illusori, di sicuro inediti. Mezzo secolo... e sono già gli-anni-ottanta: sembra niente ma "i campi d'oro" sono in buona parte "desolati", adesso; la "forza" fatica a farsi strada nei "verdi steli", questi e quella con metodica "facilità" spesso e volentieri rimpiazzati dalla plastica, dal cemento e dal "business as usual", cosicché i "ragazzi", nell'estate dei giorni, contemplano "la loro rovina" incerti/impauriti/indifferenti all'ipotesi di doversi incamminare verso un futuro reiterazione stanca del presente.

"Breakfast club" arriva tra noi nel 1985, in piena consacrazione orwelliana ("1984", indicava lo scrittore britannico, identico momento del tempo in cui si svolge la vicenda narrata nel film) e slittamento progressivo dell'aderenza alla modernità della generazione dei "boomers" - sedotta/di fatto brutalizzata/messa da parte per eventuale riciclo dal feroce miraggio ludico-materialista e dal delirio di (super)potenza dell'America di Reagan: genitori egotici/sbadati/ottusi di adolescenti che sempre più spesso "trascurano la messe" e "raggelano il suolo" - scritto da un regista con "l'orecchio sulla strada", John Hughes, uno degli autori che più si e' esercitato nella teen-comedy (teniamo a mente almeno il sotterraneo disincanto di "Sixteen candles"/"Un compleanno da ricordare", 1984 e la spassosa gaiezza di "Ferris Bueller's day off"/"Una pazza giornata di vacanza, 1986), mettendosi a caccia di spunti, facce, intrecci, allo scopo di spremerne atmosfere e un barlume di psicologie non preconfezionate e con l'idea - e' il nostro caso - di teatralizzare stereotipi ricorrenti di un segmento problematico di società (i giovani), virandoli in commedia agrodolce e lasciandoli deflagrare in un contesto - primavera dell'84, Chicago, biblioteca della scuola superiore durante un sabato da passare in punizione - claustrofobico quanto simbolico.

Ecco allora il muscolare frustrato (Andy/Estevez), la chicca snob (Claire/Ringwald), il "geek" timido (Brian/Hall), il teppista-sbruffone fascinoso (John/Nelson) e la spostata alternativa (Allison/Sheedy) - per inciso, consistente rappresentanza del fu "Brat pack" - scontrarsi "a mani nude" secondo una prassi verbale e gestuale che rimpasta e rilancia gerghi, luoghi più o meno comuni, pose, consuetudinaria di vari "milieu" di riferimento tipicamente americani: la palestra e il campo di allenamento; la confraternita/cerchia esclusiva; il circolo letterario o scientifico; le bande e i sobborghi; l'alluso microcosmo degli "appartati" a vario titolo. Tra dileggi, ciclotimie, scazzi e supponenze, nei cinque si fa presto largo la stanchezza e la repulsione nei riguardi di quei modi di essere a cui, in fondo, sono i primi a non credere sul serio, e che indossano come maschere utili non tanto a rafforzare un consolidato meccanismo giovanile di difesa e di mimetismo al cospetto della realtà ancora in larga parte considerata incomprensibile e quindi di primo acchito ostile, quanto per scongiurare uno spauracchio ben più conflittuale e doloroso: la convinzione di non essere all'altezza delle aspettative degli adulti vissuta non come opportunità di affermazione individuale ma come presagio/terrore di diventare esattamente come loro, a dire supponenti, astiosi, retrogradi, arrivisti, cinici, brutali. Non a caso nel film l'"adulto" e' assente o circoscritto/imprigionato in un ruolo (il Preside ad incarnare l'Autorita', personaggio sempre pronto ad usare il Potere come una clava e che considera i ragazzi ne' più ne' meno che un branco di idioti, una scocciatura capitatagli inopinatamente tra i piedi) o escluso dal cuore vivo della storia perché latore di un messaggio ovvio e/o innocuo (l'inserviente incontrato a pi˘ riprese che dispensa consigli in precario equilibrio tra banalità e facile buon senso).

Pellicola di scene "scolastiche" e di superfici regolari ben illuminate ma ancora non del tutto respingenti; di stasi prolungate e un qual numero di non casuali momenti morti; di corpi e volti levigati - persino troppo - eppure miracolosamente al di qua del sottovuoto spinto e delle maioliche impenetrabili a cui ci avrebbero addomesticato gli anni a venire, "Breakfast club" scorre veloce e coerente come un'impertinenza giudiziosa, anche e soprattutto in virtù di una sincera insofferenza, di uno spaesamento su cui insistere anche a forza di lacrime, offrendosi/ci pure un abbraccio "generazionale" postumo (la scena di ballo montata per brevi inquadrature sulle performance danzanti dei singoli trascinate dall'energia del rock) e riconsegnando infine Andy, Claire, Brian, John e Allison al mondo di sempre, senza certezze (imprevisti amori ? Maggiore fiducia in se' ? Rinnovata disponibilità all'apertura ? Volontà di non farsi ancora sopraffare dalla rabbia, dal rancore ?) ma con uno spirito diverso, quello che li aiuterà ad imprimere un segno personale sulle cose, a riappropriarsi del "verde" e dell'"oro" dei giorni e delle occasioni "trascurate", così da non essere dimenticati. Sine spe ac metu. Don't you forget about me...



TFK

venerdì, giugno 28, 2013

STOKER



STOKER (Usa-Gb 2013)
Regia: Park Chan-Wook

India Stoker ( Mia Wasikowska ) è una ragazza introversa, che vive con i genitori in una villa immersa nella campagna. Il giorno del suo diciottesimo compleanno il padre, al quale era particolarmente legata, muore in un incidente stradale. Durante le esequie fa la sua comparsa lo zio Charlie (Mattew Goode), fratello minore del padre, del quale India ignorava l'esistenza. La giovane si ritrova a vivere insieme alla madre ( Nicole Kidman) emotivamente instabile e all'ambiguo giovane zio.

Park Chan-Wook è divenuto famoso, dapprima in Europa e poi nel mondo, quando il secondo capitolo della sua trilogia della vendetta, vale a dire Oldboy (uscito in Italia nel maggio del 2005), ottenne il premio della giuria, presieduta da Quentin Tarantino, al Festival di Cannes. Dopo il successo di Oldboy, seguì l'uscita in dvd di Sympathy for Mr. Vengeance primo capitolo della trilogia, datato 2002 ma inedito in Italia, a seguire nel 2006 fu la volta di Lady Vendetta, terzo ed ultimo capitolo. In un solo anno quindi, Park Chan-Wook conquistò gli spettatori meritandosi il titolo di autore. Il regista coreano tra sangue, dolore, sadismo e violenza mise subito in mostra grandi doti tecniche e una non comune capacità estetica nel costruire l'inquadratura. Inoltre, all'epoca ,a chi mastica cinema, risultò subito chiaro che Park Chan-Wook non era uno dei tanti autori orientali eccentrici che spingeva sull'acceleratore della violenza, ma piuttosto un autore raffinato, che usava il sangue e la vendetta per trascinare questioni più sottili (il regista è laureato in filosofia) sino all'estremo, per poi spiazzare con finali quasi mai scontati, che constringono lo spettatore a riavvolgere mentalmente la pellicola e rivedere il giudizio e riflettere sulla moralità dei protagonisti. Queste qualità e il successo di Oldboy hanno fatto si che Park Chan-Wook venisse chiamato da una grande major di Hollywood per dirigere Stoker. L'approdo negli States per questa pellicola (non dimentichiamolo, trattasi di film su commissione, Park Chan-Wook è solo il regista, non l'autore del soggetto e della sceneggiatura, anche se ha apportato aggiustamenti e correzioni) ha creato particolare attesa tra i fan del regista coreano, impauriti dal fatto che la pellicola potesse risultare annacquata dai mille vincoli produttivi e dalle esigenze commerciali di Hollywood. Andando a rimpolpare la pattuglia di registi coreani sbarcati nella mecca del cinema, quanto era disposto a sacrificare Park Chan-Wook del proprio modo di intendere il cinema non era dato saperlo. C'era il rischio di un appiattimento visivo e di linguaggio (Park non ama i lunghi dialoghi, ha la capacità di spiegare con le immagini) per confezionare un film che rispondesse ai canoni del cinema americano?

La risposta è si, e il regista di Oldboy (a proposito Spike Lee ha girato il remake in salsa yankee), ne è stato, fortunatamente, vittima solo parziale.Il regista coreano alle prese con una sceneggiatura non originalissima, che potrebbe richiamare alla memoria Spider di David Cronenberg (2002), abbandona i ritmi e le dinamiche ad alto tasso di sadismo e punta forte sulla propria grande capacità tecnica e sopratutto sull'immaginario visivo, così, le macchie di sangue sull’erba, un ragno che si incunea tra le gambe di India (non credo che Park conosca la cultura della Taranta), un duetto al pianoforte, diventano il tramite per raccontare una storia di follia e di repressione sessuale. Una fotografia di altissimo livello, inquadrature chirurgiche, una violenza mai gratuita, ossessione, claustrofobia, feticismo, interrogativi filosofici, provocazione morale, il tutto confezionato con atmosfere alla Hitchock, fanno di Stoker un film che potrebbe essere catalogato contemporaneamente sia come un thriller che come horror o dramma psicologico, ma è sicuramente un film su una famiglia con il sangue cattivo, affetta da un "male ereditario" dove la questione morale (sempre cara al regista coreano) non è assente, è solo molto più celata. Difatti, l'esplicito senso di colpa che pervade i protagonisti della "trilogia della vendetta" in questo caso sembra essere assente, ma valutando con attenzione alcune dinamiche della storia se ne possono riscontrare flebili tracce. Park Chan-Wook è straordinario nel mantenere l'ambiguità sul tempo e il luogo in cui si svolge la storia e grazie anche a questo escamotage che la vicenda si fa ancora più misteriosa. I personaggi sono dotati di una psicologia ben descritta, che contribuisce in maniera lampante a fare dei tre protagonisti (in modo particolare il personaggio della Kidman) contemporaneamente delle vittime e dei carnefici.

Il risultato finale è che Stoker è senza dubbio una pellicola estremamente elegante, formalmente impeccabile e molto più intellettuale di quanto si possa pensare, ma è innegabile che tutto questo ben di dio copra alcune lacune di sceneggiatura. In definitiva, chi scrive è dell'opinione che la buona riuscita del film è dovuta quasi esclusivamente all'indiscussa bravura di Park Chan-Wook e che, probabilmente, Stoker affidato ad altre mani non avrebbe garantito lo stesso risultato. Stoker è il cognome della famiglia protagonista della vicenda ed è un omaggio all'autore di Dracula.


Fabrizio Luperto

BLOOD

Blood
di Nick Murphy
con Paul Bettany, Mark Strong, Brian Cox
Gran Bretagna, 2013
genere, thriller
durata, 92'


Cosa c'è di più terribile che macchiarsi di un omicidio? Per Nick Murphy, regista di "Blood" in uscita nelle sale italiane la risposta è chiara, e consiste nel peso di sopravvivere al mancato castigo della legge. E' ciò che succede a Joe e Chris Fairburn, due fratelli, entrambi poliziotti, coinvolti nell'uccisione di un pregiudicato sospettato di aver violentato ed ucciso un'adolescente. Decisi a condividerne il segreto nella convinzione della sua colpevolezza, Joe e Chris entrano in crisi dopo la cattura del vero autore del crimine.

Ambientato nel paesaggio aspro e livido di una costa britannica perennemente battuta dal vento,  "Blood" mette in scena una tragedia familiare dalle tinte "noir" e dal forte sapore ancestrale in cui il senso di appartenenza e lo spirito di fratellanza eredità di un'educazione severa ed autoritaria proiettano la vicenda in un crescendo di sensi d'afflizione e sensi di colpa. Se i riferimenti del film mettono insieme il cinema di James Gray, soprattutto quello di "The Yards" (2000) e I padroni della notte" (2007), ripresi nella descrizione dell'istituzione familiare intesa come clan da cui non si può prescindere ed al quale persino la coscienzadeve essere rimessa, come avviene in maniera esemplare nella sequenza conclusiva, e soprattutto di Eastwood e del suo "Mystic River" (2003), citato non solo nella presenza dell'elemento naturale inteso nella sua funzione catartica (li era il fiume Hudson, qui l'isola di Hilbre), nelle venature azzurrine di una fotografia raggelata ed impregnata di morte, ma anche nel rapporto tra i personaggi e la comunità che li circonda, a mancare è una visione personale che il regista non riesce a trasmettere. Murphy gira senza sbavature ma la sua regia risulta meccanica e di maniera nell'assicurare al film la discesa nei gironi infernali. Basterebbe vedere la recitazione da Actors Studio di Paul Bettany nella parte di Joe per capire i limiti di un'ispirazione, del regista e del suo attore, fin troppo ossequiosa nei confronti della "lezione americana". Sono questi i motivi per cui nell'ancora acerba filmografia di Murphy questo "Blood" non fa registrare passi in avanti rispetto al buon esito di "Il mistero di Rockoford" (2012)




giovedì, giugno 27, 2013

PROSPETTIVE D'AUTORE: NEBRASKA di Alexander Payne


 Il nostro viaggio nel cinema d'autore comincia dall'America presentandovi "Nebraska" l'ultimo lavoro di Alexander Payne, regista che si è messo in evidenza qualche anno fa con "Sideways", opera a cui toccò l'onore di figurare con molte nomination ed un premio per la migliore sceneggiatura all'edizione degli Oscar del 2005. E sono proprio il testo scritto unitamente alla performance attoriali i punti di forza  di un cinema che sembra replicare nella messinscena invisibile e nell'ordinarietà del paesaggio l'ordinarietà dei suoi personaggi. Una dimensione che Payne accentua utilizzando attori poco glamour e situazioni minimali che però come per magia danno  vita ad un epica del quotidiano assolutamente originale e capace di caricarsi di una poesia che nasce dalle contraddizioni dell'essere umano. 

Nebraska di Alexander Payne
con Bruce Dern, Will Forte, Stacy Keach
Usa 2013
genere, drammatico



Per rappresentarla Payne si affida al sogno di una vincita impossibile, ed alla convinzione di Woody Grant di averla realizzata dopo aver letto il volantino di una lotteria del Nebraska. Deciso a riscuoterne il premio, Grant si mette in viaggio in compagnia del figlio David che vorrebbe approfittare dell'occasione per conoscere meglio l'attempato genitore.

Se la trama di "Nebraska" ricalca nella struttura on the road precedenti famosi del cinema americano come quelli di "Una storia vera" (1999) di David Lynch, e "A proposito di Schmidt" (2002) dello stesso Payne, in cui il motivo del viaggio si trasforma nel congedo esistenziale di personaggi avanti con gli anni, ed allo stesso tempo diventa la ricognizione sullo stato di salute del paese, bisogna dire che il bollettino del "capitano" Payne non è dei più confortanti. Girato in un bianco e nero elegante e pulito, "Nebraska" si dipana attraverso una serie di quadretti esistenziali e di situazioni singolari (memorabile la scena in cui Grant insieme al fratello che li ha raggiunti decidono di saldare l'antico torto patito dal genitore facendolo però pagare alle persone sbagliate) ambientate ad Hawtorne, cittadina natale del protagonista, dove, in un'immersione agrodolce e vagamente maliconica, Woody si ritrova a tu per tu con parenti dimenticati ed amici di gioventù. Una situazione apparentemente idilliaca che Payne si diverte a sabotare con intarsi invisibili ma efficaci nel denudare alcuni dei miti della cultura americana: dall'istituzione familiare, dipinta come un luogo anaffettivo e disturbante - basti pensare alla petulante consorte di Woody sempre pronta a lamentarsi ed a parlare male degli altri- al sogno americano, depotenziato per il fatto di sapere che il biglietto vincente esiste solo nella testa del protagonista, e sbeffeggiato attraverso la fascinazione dei compaesani di Woody, ignari della verità e disposti a dimenticare le antiche ruggini pur di condividere le fortune del figliol prodigo, per non dire della virilità machile, annichilita da rapporti inesistenti (quello di David, lasciato dalla compagna ad inizio film) o totalmente disastrosi, come accade al protagonista, sposato ad una donna che forse non ha mai amato.

La bravura di Payne è quella di mantenersi in equilibrio tra il riso ed il pianto, e di riuscire con tocco lieve e delicato a far emergere una poetica del quotidiano illuminata dal riscatto di un'umanità donchisciottesca, mortificata e poi risollevata, come capita a Woody in una delle ultime sequenze, quando, demoralizzato dalla consapevolezza della mancata vincita si ritrova poco dopo, rinfrancato e felice, alla guida della jeep che il figlio gli regala per compensare lo smacco. Con l'automezzo al posto del cavallo, e Woody nella parte John Wayne, "Nebraska" fa anche in tempo ad omaggiare il cinema ed in particolare il western, con l'uomo che sfila lungo la via principale di Hawtorne, sotto lo sguardo ammirato ed incredulo dei suoi cittadini. Interpretato da un Bruce Dern formato actor's studio, impegnato in un ruolo che sarebbe piaciuto ai registi della sua generazione, "Nebraska" è un meccanismo perfetto ma non per tutti. L'assenza di glamour degli attori ma anche dell'argomento, il ritmo pacato e quasi immobile, la comicità "dead pan" alla maniera di Jim Jarmush, ed infine un ambientazione laterale e periferica sono una miscela poco adatta alla grande platea. Siamo certi però che imitando le vite dei suoi personaggi anche quella del film troverà il modo di emanciparsi da premesse così fosche. Magari durante la notte degli oscar, magari nella categoria del migliore attore protagonista.

(pubblicata su ondacinema.it)








Farewells: RICHARD MATHESON




Addio a Richard Burton Matheson
20/2/1926 - 23/6/2013


Dopo aver trascorso ottantasette anni su un pianeta tormentato e meraviglioso, Richard Matheson se ne e' andato, e niente può escludere che proprio adesso stia prendendo appunti sull'Universo da qualche altro angolo privilegiato.

Da "Io sono leggenda"/"I'm legend", 1954, a "Tre millimetri al giorno"/"The shrinking man", 1956. Dalla collaborazione con altre "leggende" - Jack Arnold - a "Ai confini della realtà". Dai tanti racconti alle sceneggiature per cinema e televisione, il caro Dick ha spiato l'uomo e l'ambiente sempre più tecnologico (e inquietante) che gli si svolgeva attorno con l'occhio partecipe ma lucido degli scettici illuminati, coloro, cioè, che guardano alla catastrofe possibile/inevitabile/magari non del tutto immeritata come occasione per mettersi alla prova, capire se e' possibile ricominciare.

In tal senso, e' facile presumere che la terra gli sia stata leggera. Quindi non cercatelo la' sotto. Non lo troverete.


TFK


mercoledì, giugno 26, 2013

Film in sala dal 27 giugno 2013

Amore carne
(Amore carne)
GENERE: Drammatico, Sociale
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Svizzera, Italia
REGIA: Pippo Delbono
CAST: Marisa Berenson, Pippo Delbono, Irène Jacob, Marie-Agnès Gillot

Blood
(Blood)
GENERE: Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Gran Bretagna
REGIA: Nick Murphy
CAST: Paul Bettany, Mark Strong, Brian Cox, Stephen Graham, Zoe Tapper, Ben Crompton

Doppio gioco
(Shadow Dancer)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna, Irlanda
REGIA: James Marsh
CAST: Andrea Riseborough, Clive Owen, Gillian Anderson, Aidan Gillen, Stuart Graham, Domhnall Gleeson

La quinta stagione
(La Cinquième Saison)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Belgio, Francia, Olanda
REGIA: Jessica Woodworth, Peter Brosens
CAST: Aurelia Poirier, Django Schrevens, Sam Louwyck, Gil Vancompernolle

La religiosa
(La religieuse)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Belgio, Germania, Francia
REGIA: Guillaume Nicloux
CAST: Isabelle Huppert, Martina Gedeck, Pauline Etienne, Louise Bourgoin, Alice de Lencquesaing, Françoise Lebrun

Multiplex
(Multiplex)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Stefano Calvagna
CAST: Francesca Romana Verzaro, Tiziano Mariani, Laura Adriani, Lavinia Guglielman, Jacopo Troiani, Gabriele Mira-Rossi

Tra cinque minuti in scena
(Tra cinque minuti in scena)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Laura Chiossone
CAST: Gianna Coletti, Anna Canzi, Gianfelice Imparato, Elena Russo Arman, Urska Bradaskja, Luca Di Prospero

World War Z
(World War Z)
GENERE: Azione, Horror
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Marc Forster
CAST: Brad Pitt, Mireille Enos, Eric West, Matthew Fox, James Badge Dale, David Morse

Film Telecomandati - Quando Alice Ruppe lo Specchio

Quando Alice ruppe lo specchio (ita 1988)
    Regia: Lucio Fulci
Cast: Brett Halsey - Ria De Simone - Zora Kerova
    In programmazione nella notte tra il 26 e il 27 giugno alle 00.45 su Premium Cinema.

    

Lester Parson (Brett Halsey) è un incallito giocatore d'azzardo. Per poter pagare i debiti seduce donne non proprio bellissime, che poi massacra per impossessarsi dei loro averi.

Quando Alice ruppe lo specchio ripropone in maniera del tutto personale il tema del killer di donne sole e ricche. Fonte di ispirazione per Fulci, oltre a tanta letteratura, potrebbe essere stato L'occhio che uccide (1959) dove il fotografo omicida si innamorava di donne deturpate. Le riprese di questo film iniziarono il 22 giugno 1988 a soli tre giorni dalla fine delle riprese di Sodoma's Ghost, sempre per la serie "I maestri del thriller" per la Alpha distribuzione cinematografica. Budget ridottissimo e solite litigate furibonde di Fulci con la produzione. Locations nei pressi di Roma (Morlupo, Ostia, Casalpalocco) costituite in larga parte da abitazioni private accessibili gratuitamente. Alcuni interni furono girati negli studi dellaVides, che all'epoca erano chiusi per inagibilità e privi dei permessi necessari, ma ovviamente Fulci se ne infischiò bellamente e girò abusivamente.

Sceneggiatura intrigante attraversata da ironia e humor nero, ma il risultato non è proprio dei migliori a causa del misero budget (make up da dilettanti che sfiora il comico involontario).Il titolo è basato su una frase di Virginia Woolf contenuta nelle "Conversations" tra Alice e il Reverendo: "Se Alice rompesse lo specchio tutti i fantasmi dei suoi sogni l'assalirebbero e la distruggerebbero". Dopo questa esperienza, una delle protagoniste femminili, Ria De Simone lavorò ancora con Fulci (Un gatto nel cervello) e può vantare nella sua carriera partecipazioni in pellicole come il nazi erotico KZ9 lager di sterminio di Bruno Mattei (1977) e il film appartenente al sottofilone del poliziottesco che miscela il poliziesco e il cinema-guappo di ambientazione partonepea Napoli...serenata calibro 9 di Alfonso Brescia (1978).

Fabrizio Luperto

martedì, giugno 25, 2013

CHA CHA CHA

Cha cha cha 
di Marco Risi
con Luca Argentero, Eva Herzigova, Claudio Amendola
Italia 2013
genere, noir/thriller
durata, 92'

Di Marco Risi abbiamo imparato a conoscere la duttilità, la sua capacità di adattarsi con intelligenza alla volubilità di un mestiere soggetto a variabili che sono anche il risultato di fattori imponderabili, spesso adiacenti all'opera cinematografica. Un eclettismo tradotto da una carriera che in ogni occasione si è applicata con pari intensità e senza distinzioni di sorta, per abbracciare generi e filoni: dalla commedia leggera e giovanilistica con Jerry Calà ("Vado a vivere da solo", 1982 e "Un ragazzo ed una ragazza", 1984) all'impegno sociale e civile di lungometraggi come "Mery per sempre" (1989) ed il "Il muro di gomma" (1991) sulla strage di Ustica, senza dimenticare le incursioni nel road movie (Tre mogli, 2001) nel biopic sportivo, ("Maradona - la mano de Dios", 2009) ed ancora nel film di denuncia, con "Fortapasc" (2009) dedicato alla figura di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla camorra, con il quale Risi ha recuperato una credibilità che era stata messa in discussione dalle incertezze dei lavori precedenti. Questo per dire come il nostro sia stato capace di smarcarsi dall'ossessione dell'autorialità a tutti i costi, a favore di un mestiere e di un pragmatismo che bisognerà tenere presenti nel tentativo di render conto dell'ennesima svolta registica, arrivata nelle sale attraverso le forme del noir metropolitano di "Cha cha cha".

Al centro della scena, Roma, notturna e misteriosa, e poi un indagine, quella di Corso, investigatore privato chiamato a fare luce sulla morte del figlio di una ricca signora della borghesia capitolina (Michelle) che un tempo ha amato, e che ora lo supplica di aiutarla in memoria dell'antico legame. A contrastarne l'operato un ex collega e poliziotto che lo vuole fuori dai piedi, e la minaccia di chi preferirebbe lasciare le cose come stanno.

Se il film di Risi, prima ancora della scena finale che attraverso il ballo del titolo ci regala una conclusione all'insegna della leggerezza e del buon umore, è dotato di una riconoscibilità tutta italiana, derivata dalla scelta di utilizzare i volti di un immaginario popolare e modaiolo (Argentero, Amendola e la Herzigova), preme dire che il modello di riferimento è invece frutto della lezione americana proveniente dalle trasposizioni filmate dei Romanzi di Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Di quelli riprende non solo la visione di una società decadente ed irrimediabilmente corrotta, ma soprattutto l'ideale romantico di una diversità - quella incarnata dal private eyes di turno - ancora possibile, ed espressa pur condividendo il destino degli altri uomini. Risi ed insieme a lui il cosceneggiatore Andrea Purgatori inseriscono il protagonista - il detective Corso (Luca Argentero) deluso quanto basta per farne un cane sciolto - all'interno di uno schema risaputo, con l'incarico a pagamento che funziona come motore della vicenda, facendo del detective il trait union di mondi opposti: in questo caso quello affaristico ed imprenditoriale rappresentato dal compagno di Michelle, l'avvocato Argento interpretato da Pippo del Bono, contrapposto al sottobosco, malavitoso ed oscuro, a cui Corso si rivolge per cercare informazioni. Una scelta che permette al film di assolvere alle esigenze di tensione e di spettacolo, con il detective costretto a schivare pericoli provenienti da ogni dove, ed al contempo di far sentire l'amarezza derivata dalla presa di coscienza di un malessere esistenziale endemico e generalizzato.

Risi dimostra di conoscere i meccanismi di genere ma li traduce senza riuscire ad interpretarli. Una caratteristica che appartiere tanto alle immagini quanto alla scrittura. Al mondo caotico ed indecifrabile desunto dalla storia il regista fa corrispondere un tessuto visivo che evita di sporcarsi con la materia a cui si rivolge, azzerando nella sostanziale omogeneità delle sequenze la stratificata complessità della vicenda. Una semplificazione che investe anche il paesaggio, elemento fondamentale della dialettica interna al noir, e qui invece, sottratto a qualsiasi tipo di ricognizione e peculiarità che non siano quelle di offrire ai personaggi il palcoscenico per la loro esibizione. E che dire poi del testo scritto, sviluppato con una linearità che non da spazio ad alcuna ramificazione (la doppiezza del poliziotto interpretato da Amendola così come quella del potere occulto che sembra presiedere l'intera faccenda non vengono per nulla approfondite) confermando anche dal punto di vista dell'intreccio l'impressione di un mondo enigmatico solo a parole, ma in realtà piegato ad esigenze di scorrevolezza e fruibilità. Valga per tutti l'inserto ambientato nel centro avveniristico ed occulto, capace di decriptare qualsiasi telefonata. Dapprima la sua apparizione sembra presupporre chissà quali segreti, ed invece a conti fatti si rivela l'espediente più economico, ma anche sbrigativo, per leggittimare uno dei passaggi cruciali della vicenda, quello che permette a Corso di scoprire parte della verità. A prevalere è dunque la natura di una dispositivo (produce Rai cinema) calcolato su misura per lo sfruttamento extra sala e televisivo. In questo senso la pragmatica professionalità di Marco Risi ha le carte in regola per soddisfare gli obiettivi che il film si è dato. 
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, giugno 23, 2013

COMING SOON: NOW YOU SEE ME


Per chi scrive potrebbe essere il film sorpresa di questo scorcio di stagione, il prodotto capace di invertire la tendenza di una cinema mainstream retrocesso ad una serialità scontata e priva di idee. Diretto da Luis Leterrier, regista francese cresciuto alla scuola di Luc Besson e successivamente adottato dal cinema a stelle strisce che gli affidato la responsabilità di rilanciare generi (Scontro tra Titani, 2010) ed eroi (L'incredibile Hulk, 2008) Leterrier ha sorpreso tutti con "Now you see me" film spettacolare che unisce Heist Movie e Robin Hood per raccontare la storia di un gruppo di maghi capaci alla David Cooperfield decisi a sfruttare le proprie doti per mettere a segno furti apparentemente impossibili da realizzare. Azione, commedia, ed un ritmo indiavolato sembrerebbero gli ingredienti di una scommessa che ha fatto centro al botteghino americano. Noi siamo curiosi di vederlo (in anteprima) e di parlarvene come sempre qui, su icinemaniaci.

"The host" / "Gwoemul"


di: Bong Joon-ho
con: Byeon Hie-bong, Song Kang-ho, Park Hae-il, Bae Doona.

- S. Kor/Jap 2006 -
120'


Corea. Oggi. Cosa c'è di più rilassante che spendere qualche ora nei pressi dell'ampio estuario attrezzato del fiume Han(gang) per un pic-nic, una passeggiata, un po' di sport, una corsa in bici ? Già... "Ma cos'e ' quella cosa grossa e scura che penzola dall'arcata del ponte ?"...

S'apre più o meno così, su una frattura a spezzare un tipico simil idillio familiare moltiplicato "n" volte, "The host", terza fatica di Bong Joon-ho (bel successo in patria e in diversi Festival in giro per il mondo. Da un po', ramingo nei palinsesti televisivi), dopo l'interessante esordio "Barking dogs never bite" (2000) e la lusinghiera risonanza ottenuta da "Memories of murder" (2003). Lo spunto fantascientifico-ecologico - il super mostro e' una sorta di creatura lovecraftiana partorita dal combinato disposto incestuoso tra Scienza demente e sciatta (un'azienda si disfa di panciuti bottiglioni di formaldeide disperdendoli negli scarichi pubblici) e Natura che, giunta ben oltre il limite di sopportazione, reagisce da par suo - consente al cineasta coreano di allestire una (sontuosa) produzione con numerosi e rocamboleschi interludi spettacolari (basterebbe la prima apparizione dell'ibrido/xenomorfo per fare un sol boccone di buona parte del routinario carrozzone dell'intrattenimento hollywoodiano) e, al tempo, sviluppare e approfondire quella sua peculiare vena in costante e tutt'altro che scontato equilibrio tra insolito e ordinario; malinconia e sarcasmo con punte di puro grottesco; rallentamenti lirici e "incoerenti" aperture alla rivendicazione sociale, al rimbrotto, alla notazione polemica in apparenza fuori sesto, al malanimo personale e alla nostalgia, così come ad un sofferto e "disarmonico" slancio verso l'altro: tutto intessuto e restituito dalla parte dei cosiddetti "ultimi", a dire dei genericamente disadattati e buoni a nulla - dipsomani, teneri "underdogs" introversi, movimentisti e apocalittici da bar - in realtà magari solo strambi e un po' goffi, eppure animati da una tenacia (pari solo alla curiosa amalgama ingenuità più spiccia scaltrezza) che li permea e li persuade della necessita' di darsi una mano e soprattutto di non arrendersi (c'è una ragazzina e quindi il mondo da salvare), slancio comune che alla fine li spinge la' dove Autorità, Forza e Scienza sbattono la faccia e falliscono.

Intriso di una sua impalpabile quanto febbrile follia interna, proteso verso la composizione ma mai consolatorio, disseminato di grumi di una poesia surreale dai toni semi fiabeschi e dai colori e le pose vicini a Chagall - estro, questo, non lamentoso o ricattatorio, anzi, in modo sfuggente tanto quanto evocativo presago della caducità e della sofferenza che alligna in qualunque forma di equilibrio, anche quello con maggior fatica e perdita ristabilito - "The host" guarda divertito ma cauto ad un mondo che ignaro/attonito/tracotante, avviluppato in una gigantesca forclusione da lui stesso secreta, produce e dissipa anticorpi (l'improrogabilità di riannodare legami umani autentici; un rinnovato rapporto con l'ambiente: in generale, un altro modo d'intendere e vivere la basilare relazione che connette il paesaggio fisico a quello interiore), moniti (le anticipazioni orwelliane; le "visioni" di Huxley, al pari di quelle organizzate nell'inestricabile penombra tra Storia/ricostruzione/finzione di Pynchon e di De Lillo; quelle della letteratura cyberpunk, del fumetto speculativo e di tanti cineasti che da angolature diverse si trovano già con-un-occhio-nel-futuro: Gilliam, Cronenberg, Besson, Scott, Miyazaki, solo per dirne alcuni) e non fa quasi altro che flirtare - ma per quanto ancora ? - con la propria autodistruzione.



TFK

mercoledì, giugno 19, 2013

Film in sala dal 20 giugno 2013

U.S.A. vs John Lennon
(The U.S. vs. John Lennon)
GENERE: Documentario
ANNO: 2006
NAZIONALITA': USA
REGIA: John Scheinfeld, David Leaf
CAST: John Lennon, Walter Cronkite, Mario Cuomo, Angela Davis, G.Gordon Liddy, George McGovern

Cha cha cha
(Cha cha cha)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Marco Risi
CAST: Luca Argentero, Eva Herzigova, Claudio Amendola, Pietro Ragusa, Bebo Storti, Marco Leonardi

Dream team
(Les Seigneurs)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Olivier Dahan
CAST: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Gad Elmaleh, Omar Sy, Franck Dubosc, Joey Starr

L'Uomo d'Acciaio
(Man of Steel)
GENERE: Azione, Fantascienza, Fantasy
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Zack Snyder
CAST: Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Julia Ormond

Passioni e desideri
(360)
GENERE: Drammatico, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Australia, Brasile, Francia, Gran Bretagna
REGIA: Fernando Meirelles
CAST: Anthony Hopkins, Rachel Weisz, Jude Law, Ben Foster, Moritz Bleibtreu, Jamel Debbouze

Stoker
(Stoker)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Park Chan-wook
CAST: Mia Wasikowska, Nicole Kidman, Matthew Goode, Dermot Mulroney, Jacki Weaver, Lucas Till

Tulpa
(Tulpa)
GENERE: Horror
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Federico Zampaglione
CAST: Claudia Gerini, Michele Placido, Michela Cescon, Ivan Franek, Nuot Arquint, Crisula Stafida

L'UOMO D'ACCIAIO (MAN OF STEEL)

L'uomo d'acciaio (Man of Steel)
di Zack Snyder
con Henry Cavill, Russel Crowe, Kevin Costner, Diane Laine
Usa 2013
genere, fantastico
durata, 143'

Da Richard Donner a Zack Snyder, da "Superman"(1978) a "Man of Steel" (2013). Gli antipodi della genealogia di Superman sono gli indicatori di modi diversi ed in parte opposti di intendere l'eroe inventato da Jerry Siegel e Joe Shuster. Il primo, derivato dai comics colorati e pop dei 70s, era il frutto di un epoca che aveva bisogno di liberarsi dalle scorie di una guerra "sporca e mediatica", e che, cinematograficamente parlando, si preparava a ripristinare il potere degli Studios sostituendo il movimento della nuova hollywood con il filone dei blockbuster. Il secondo invece, è invece figlio della rivoluzione operata nel mondo del fumetto americano, ed in particolare su quelli di genere super eroistico, da un capolavoro come "Watchmen", la graphic novel realizzata da Gibbson e Moore, ed anche dal lavoro di artisti come Frank Miller, David Mazzucchelli, Chris Claremont, capaci di rifondare il mondo Marvel e DC Comics, riformulandone scenari e psicologie. Differenze abissali di una continuità (tra i lungometraggi in questione) all'insegna della meraviglia e della spettacolarità, che però nel caso di questo "Man of Steel" deve fare i conti con l'assuefazione della spettatore medio, abituato a frequentare prodotti all'avanguardia dal punto di vista degli effetti speciali e della CG. Se infatti nel 1978 ai produttori di Superman bastava dare seguito allo slogan "Crederete che un uomo può volare", permettendo a Clark Kent di solcare i cieli con una verosimiglianza mai vista prima di allora, adesso i poteri sovrannaturali per quanto realizzati con la perfezione delle nuove possibilità non basterebbero da soli ad accontentare le aspettative degli aficionados.

Sarà per questi motivi che Zack Snyder e Chistopher Nolan, qui in veste di produttore, hanno pensato di riunire presente e passato, modernità e tradizione, con la trama che miscela le vicende dei primi due capitoli, con la fuga di Kar El (il nome vero di Superman) dal pianeta morente, e successivamente la minaccia del generale Zod e dei suoi accoliti (come nel secondo capitolo, sempre diretto da Donner), a far da contraltare alla cupezza ed al senso di solitudine cheda un pò di tempo sembrano diventati i tratti indispensabile nella gestione dei nuovi "messia" cinematografici.

Non potendo lavorare sulla rifondazione del mito, comunque accentuato nei suoi aspetti cristologici dalla consapevolezza di Clark di un'eccezionalità che non preserva dal sacrificio e dal dolore, Snyder si applica soprattutto sugli aspetti iconografici ed emotivi. Il risultato funziona a fasi alterne: è superlativo nella scelta di sviluppare la parte iniziale della storia, concependo una rappresentazione escatologica del pianeta Krypton visionaria quanto basta per rafforzare il contrasto tra la natura "divina" che appartiene di diritto a Kar El, con quella umana, acquisita nel corso dell'esperienza terrestre. Si perde un pò quando sull'esempio di Nolan - ripreso nel modo di filmare gli scontri urbani, ed in un alto tasso di realismo ottenuto con la decisione di girare il film con telecamera a spalla - invade lo schermo con un fuoco di fila che mette insieme la musica invadente di Han Zimmer, ed i combattimenti tronitruanti ed interminabili modello "Trasformers", destinati a monopolizzare la seconda parte del film, ridotto a quel punto ad un leit motiv monotematico e ripetitivo. Interpretato da un Henry Cavill a cui fa difetto il carisma,  "Man of Steel" si avvale della presenza di Russel Crowe nel ruolo che fu di Marlon Brando, e di Kevin Kostner - al suo ritorno sugli schermi -  nella parte del padre putativo di Clark. A loro il film si affida per aumentare una densità psicologica in parte compromessa dalla preponderanza della componente spettacolare e dal timore di scontentare il pubblico più giovane. In questo senso "Man of Steel" ha raggiunto i suoi obiettivi.

martedì, giugno 18, 2013

IL CASO KERENES

Il caso Kerenes (Pozitia Copilului)
di Calin P. Netzer
con Luminita Gheorghiu, Vlad Ivanov, Florin Zamfirescu
Romania 2013
genere, drammatico
durata, 112

La prima sensazione è quella di assoluto straniamento. Mentre le immagini de "Il caso Kerenes" si susseguono sullo schermo con il racconto incalzante di una "crisi familiare", può accadere di ritrovarsi spiazzati da un film diverso da quello immaginato. Una condizione d'incertezza destinata a sciogliersi nella conferma di quanto già sapevamo, ma utile a corroborare l'idea di un vitalismo che è uno dei fattori vincenti della new wave di quel cinema romeno, a cui il film in questione appartiene, e che a partire da Cristian Mungiu e dal suo premiatissimo "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" (2007) ha rivelato ai cinefili di tutto il mondo le qualità di una rinnovata generazione di cineasti.

Impegnati a raccontare le conseguenze di una dittatura che in poco più di trent'anni ha annichilito le risorse del paese, riducendolo allo stremo, questi registi lo hanno fatto privilegiando il punto di vista dei più deboli, quelli a cui la storia fa pagare i sacrifici dell'affannosa risalita. Paesaggi spogli e fatiscenti, alienazione e povertà erano fino ad ora le caratteristiche di una materia cinematografica che il cinema romeno aveva metabolizzato sul piano del linguaggio con una messinscena rigorosa e sobria, decisa a testimoniare con precisione entomologica, e senza concessioni allo spettacolo, le condizioni di una società dilaniata dalle proprie contraddizioni. Ed invece, pur mantenendo invariato lo stato dell'arte "Il caso Kerenes" sorprende e spiazza per la scelta di mostrarci uno scenario completamente ribaltato, con i protagonisti della vicenda per nulla poveri e diseredati, ma al contrario appartenenti ad una categoria di persone che per usare una definizione alla moda rappresenta uno spaccato della cosiddetta "società civile". Un elitè in cui, tra ricevimenti e clientelismo, si muove con la disinvoltura ed il Savoir faire di una matrona romana Cornelia, donna matura e scaltra, capace di radunare attorno a se una folla di ossequiosi ed influenti sostenitori. Un regno consolidato e pieno di certezze, scompaginato dalla morte di un'adolescente investito ed ucciso da Barbu, figlio anaffettivo e sfuggente con il quale intrattiene un rapporto altamente conflittuale. Inizialmente sconvolta, Cornelia farà di tutto per salvare il ragazzo dalle conseguenze delle sue azioni.

 

Girato negli spazi chiusi di ambienti lussuosi ma anonimi, con la telecamera (mobilissima) che immerge la storia in una dimensione di claustrofobia più emotiva che materiale, Calin Peter Netzer costruisce un confronto di personalità e di nevrosi dominate dalla centralità di una figura materna (ancora una volta, dopo quella proposta da Kristin Scott Thomas in "Solo Dio perdona") da cui dipendono i destini degli altri personaggi; tutti quanti, dall'amatissimo figlio che la disprezza per motivi che il regista lascia solo intuire ma che finisce per assecondarne le strategie, a Carmen, la moglie odiata dalla madre per non riuscire a corrispondere al modello femminile pensato per il figlio, condizionati dallo strabordante carisma della donna, e per questo decisi a sfuggirne in qualsiasi modo la presenza. Se il film è emblematico nel fare il quadro di un classe dominante abituata ad agire al di sopra della legge, ed ancor di più nel caricare il mancato rapporto tra Cornelia e Barbu di significati che rimandano all'attualità di una nazione che non riesce a riconciliarsi con il passato più recente, bisogna dire che "Il caso Kerenes" riesce a svincolarsi dai rischi del film a tesi, grazie alla potenza con cui si mette in gioco attraverso i sentimenti e l'operato dell'umanità che descrive.

 

Attraversato da una durezza a tratti insostenibile - basti per tutti l'incontro tra Cornelia ed i familiari della giovane vittima - il film di Netzer pur rimanendo ossessivamente attacco ai personaggi riesce annullare il confine che separa la verità dalla finzione, permettendo a questi ultimi di affrancarsi idealmente dal controllo dell'autore (una libertà testimoniata sul piano formale dallo scarto tra immagini e dialoghi, con le inquadrature sempre in ritardo e costrette ad inseguire la voce parlante) e di avvicinarsi ad un respiro che assomiglia alla vita. Il risultato è una narrazione che aderendo perfettamente all'esistenza rimane un passo indietro rispetto al fine ultimo dell'agire umano. Una scelta che diventa evidente nel caso di Cornelia, offertaci inizialmente su un piatto d'argento in termini d'intellegibilità e di trasparenza, e poi, in un' alternanza di slanci emotivi ed atti conservativi, restituita ad una sfera di giudizio labile ed incerto, ma anche di Barbu, chiuso in un ostinato silenzio saltuariamente interrotto da sfoghi di rabbia e di risentimento che servono solo ad aumentre il mistero sulle ragioni di quell'atteggiamento. Caratterizzato dall'interpretazione monstre di Luminita Gheorghiu nel ruolo della protagonista e vincitore dell'ultima edizione del festival di Berlino, "Il caso Kerenes" si conclude con un colpo allo stomaco e senza alcuna catarsi. La fine perfetta per un film che non riesce a mentire. 
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, giugno 16, 2013

Cannes a Roma: un viaggio nel cinema d'autore

Miracolosamente sopravvissuta ai tempi della crisi la nuova edizione di "Cannes a Roma", rassegna che ogni hanno presenta agli spettatori italiani una selezione di film  provenienti dal festival francese, ci offre la possibilità di fare il punto sul cinema d'autore contemporaneo attraverso le opere di alcuni dei registi più importanto del cinema contemporaneo. Abdellatif Kechiche, Alexander Payne, Kore-Eda Hirokazu, Thomas Gray e Asghar Farhadi saranno le tappe di un viaggio esclusivo ed in assoluta anteprima nelle nostre pagine. 




 
Nebraska
di Alexander Payne

LaVie d'Adele
di  Abdellatif Kechiche

Tale padre, tale figlio
di Kore-Eda Hirokazu

The Immigrant
di Thomas Gray
 
Le passè
di Asghar Farhadi

venerdì, giugno 14, 2013

IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE

 
Per quel gioco di specchi e di rimandi  di cui il cinema si fa spesso –inconsapevole - portatore capita che in poco meno di un mese sugli schermi delle sale italiane la Moschea blu di Istanbul, una delle più belle e conosciute dal pubblico occidentale diventi il crocevia dei destini di due biografie cinematografiche, altrettanto diverse, ma egualmente legate dall’urgenza di un’umanità attraversata dal bisogno di  definire la propria collocazione rispetto al mondo circostante. Ma se in  “Miele” di Valeria Golino il tempio islamico rappresentava il luogo dell’anima scelto dalla giovane protagonista per celebrare il ritorno alla vita dopo lunga e dolorosa afflizione, nel caso di “Il fondamentalista riluttante” di Mira Nair, la chiesa mussulmana, con le sue valenze culturali e religiose diventa testimone di una svolta esistenziale egualmente sofferta, ma valutabile solamente alla luce dello sconvolgimento epocale determinato dalla tragedia dell’11 settembre, e dallo scontro di civiltà che ne è conseguito. Una scelta non casuale quella della capitale turca, da sempre punto di contatto, geografico e culturale tra oriente ed occidente, ed in questo caso chiamata a rendere sul piano fisico e materiale il conflitto di Changez Khan, giovane pakistano diviso tra la nostalgia per la tradizione ed i valori della terra natia a cui ha rinunciato per volare negli Stati Uniti, e New York, la città di un sogno americano che equivale ad una carriera lavorativa remunerata e di prestigio, ed al legame sentimentale con una ragazza dell’alta borghesia. Elementi di una felicità più apparente  che reale, i segni del successo di Changez si trasformeranno  contraddizioni insostenibili quando, all’indomani nell’11 settembre, il ragazzo constaterà sulla propria pelle le conseguenze dell’ignoranza e della paura.

Versione filmata dell’omonimo romanzo di Mohsin Hamid, “Il fondamentalista riluttante” ha il merito di analizzare la tragedia del nostro tempo con una prospettiva e da un punto di vista bipartisan, almeno per quello che è possibile ad una regista indiana ma cosmopolita come Mira Nair, abituata da sempre ad un cinema meticcio che arriva ad esserlo non solo per la prevalenza di personaggi sradicati ed amori melting pot (“Missisipi Masala”, 1991 e “La famiglia Perez”, 1995),  ma anche di scelte low and high sia in termini produttivi che contenutistici. Destinato ad un pubblico internazionale il film della Nair è di quelli che fanno proseliti tra chi sullo schermo ama ritrovare più certezze che sorprese. In questo senso “Il fondamentalista riluttante” ne fornisce a piene mani con gli americani cinici e spietati a far la parte dei cattivi – anche la fidanzata del protagonista per quanto differente, non mancherà di deludere le aspettative del protagonista— e  tutti  gli altri destinati al ruolo di buon samaritano. Al contempo però la Nair e la sua storia non dimenticano di rimarcare il fattor comune di una vicenda che nel ristabilire le posizioni di partenza - con Changez tornato all’ovile dopo aver rinnegato lo stile di vita americano in favore di un credo svincolato da qualsiasi ideologismo – sembra pessimista sulle possibilità di dialogo tra le due fazioni, caratterizzate,  anche nel migliore dei casi - come avviene per la possibile intesa con Billy (Lied Schrieber) l’agente della Cia che in un drammatico finale chiede a Changez di rivelargli il nascondiglio di un professore americano da poco rapito - da una perenne incomprensione. Elegante fin quasi alla patina, didascalico nella riproduzione del paesaggio, “Il fondamentalista riluttante” appassiona ad intermittenza e soprattutto per merito di Ritz Ahmed nella parte del protagonista, e di Kiefer Sutherland, superlativo in quella di Jim, il boss di Changez,  protagonisti all’altezza della parte più interessante del film, quella che ripropone nel rapporto tra discepolo e mentore una dialettica che sembra la versione aggiornata  di quella istauratasi tra Gordon Gekko e Bud Fox nel film di Oliver Stone “Wall Street”(1987); E’ in quella fascinazione reciproca ed improvvisa, così come negli sviluppi egualmente repentini che si racchiude il senso della nostra epoca e dell’intero film. Film d’apertura dello scorso festival veneziano “Il fondamentalista riluttante” da la sensazione di voler piacere a tutti i costi. Ed è forse questo il suo limite più grande.

mercoledì, giugno 12, 2013

FIlm in sala dal 13 giugno 2013

Into Darkness - Star Trek
(Star Trek - Into Darkness)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: J.J. Abrams
CAST: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban

Hates - House at the End of the Street
(House at the End of the Street)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Mark Tonderai
CAST: Jennifer Lawrence, Elisabeth Shue, Max Thieriot, Gil Bellows, Krista Bridges, Nolan Gerard Funk

Il caso Kerenes
(Pozitia copilului)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Romania
REGIA: Calin Peter Netzer
CAST: Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Natasa Raab, Florin Zamfirescu, Ilinca Goia, Vlad Ivanov

Il fondamentalista riluttante
(The Reluctant Fundamentalist)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Mira Nair
CAST: Riz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland, Om Puri

Killer in viaggio
(Sightseers)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna
REGIA: Ben Wheatley
CAST: Alice Lowe, Steve Oram

Monsters & Co. 3D
(Monsters, Inc. 3D)
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura
ANNO: 2013 
NAZIONALITA': USA

Niente può fermarci
(Niente può fermarci)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Luigi Cecinelli
CAST: Emanuele Propizio, Federico Costantini, Vincenzo Alfieri, Guglielmo Amendola, Maria Chiara Augenti, Serena Autieri

Una ragazza a Las Vegas
(Lay the Favorite)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna, USA
REGIA: Stephen Frears
CAST: Rebecca Hall, Bruce Willis, Vince Vaughn, Catherine Zeta-Jones, Joshua Jackson, Joel Murray

martedì, giugno 11, 2013

Ritratti: WINONA RYDER (II)


- parte seconda -

Personaggi come quello (duplice) di Elisabeta/Mina nel "Bram Stoker's Dracula"/"Dracula di Bram Stoker", 1992, di F. F. Coppola e più ancora di May in "The age of innocence"/"L'eta ' dell'innocenza", 1993, di Martin Scorsese, tratto dall'omonimo romanzo di Edith Wharton, sembrano fatti apposta per esaltare questa singolare ambivalenza, questo modo sottile e massimamente equivoco di giocare con una figura di "vittima" - o quanto meno di donna inserita in un contesto di vulnerabilità - capace invece d'infliggere ferite profonde e durature in chi la circonda. Che ci si trovi, infatti, fra gl'imponenti barocchismi e i cupi splendori di Coppola per raccontare di un "vampirismo" di fondo dell'umana esperienza di cui il Cinema non e' che lo specchio riflettente/deformante, o nel non meno inquietante sfarzo dei salotti aristocratici del bel mondo newyorkese della seconda meta' dell'Ottocento, risalta nello sguardo, nell'apparente impassibilità, in una sorta d'imponderabile "stasi" sfuggente della sua stessa presenza, il fondamento irrisolto e contraddittorio che la Ryder sovrappone alle sue eroine schive e complicate, a cui ora non e' poi più così estraneo un attendismo viscoso e scaltro, propenso a virare con sagace perfidia in disposizione vendicativa: quasi un richiamo - a mo' di chiusura del cerchio - all'ammonimento di Auden, se non addirittura a quello di Blake, tarati entrambi sulla stessa lunghezza d'onda della saggezza popolare ("still waters run deep", l'uno; "expect poison from the standing water", l'altro) circa l'ammaliante pericolosità delle "acque chete". L'avvenuta, diciamo così, "trasformazione", si coglie già in quello che, al netto di meriti e demeriti, e' rimasto come uno degli emblemi incancellabili di quella "generazione X" che Douglas Coupland aveva ritratto nell'omonimo romanzo/autoanalisi neanche tre anni prima, vale a dire "Reality bites", del 1994 - tra l'altro esordio alla regia di Ben Stiller - al solito ignominiosamente reso in italiano col titolo "Giovani, carini e disoccupati". Winona nei panni di Lelaina, giovane aspirante videomaker, erra psicologicamente e sentimentalmente alla ricerca di un equilibrio, di un'armonia con se stessa e con gli altri ma e' come se presentisse la sostanziale futilità non della ricerca in se' bensì delle forme che questa potrebbe assumere in un mondo iper-razionale e iper-disciplinato che si fa vanto della sua quasi onnicomprensiva capacita' di anticipazione, ossia di riduzione degli spazi d'imprevedibilita '. Sul filo di un simile orizzonte non appare più casuale allora, anzi, e' del tutto coerente con le precedenti considerazioni, l'atteggiamento della protagonista nella celebre scena del drugstore sulle note di "My Sharona" di The Knack (da molti considerata epitome tra le più significative di quell'epoca): lei, attorniata da altri precoci virgulti hollywoodiani (nel film, in generale, si vedono Ethan Hawke, Steve Zahn, Janeane Garofalo e pure Rene' Zellwegger, oltre allo stesso Stiller), e' quella che si "scompone" di meno. A dire: naturale ritrosia e sopraggiunta consapevolezza si guardano negli occhi e sembrano non piacersi; calcoli (che non tornano) e sacrosante pulsioni legate all'età davvero paiono non riconoscersi. Vale la pena, a questo riguardo, cedere la parola proprio a Coupland, per cercare di rintracciare una volta per tutte il corso sotterraneo di tale corrente psicologica, moto vorticoso che ispira il momento paradossalmente forse più felice dal punto di vista artistico di quest'attrice: "Quello che veramente mi colpiva era il modo in cui i giovanissimi sanno guardare negli occhi, con curiosità... Mi sembrava che quel modo, così innocente di guardare gli altri io l'avessi perduto per sempre e m'ero convint(o) che per i quarant'anni successivi non avrei fatto altro che girare in tondo e vivere la routine quotidiana, come una giovane mummia piena di polvere, che a ogni passo manda un rumore di maracas... Ma la mia crisi non era semplicemente il fallimento di una gioventù, era anche il fallimento di uno stile, del sesso e del futuro e di qualcos'altro ancora che non saprei definire. Ad un certo punto ho cominciato a vedere questo mondo come un mondo in cui la gente va a guardare, per esempio, la Venere di Milo - che non ha le braccia - e comincia a fantasticare di avere rapporti sessuali con un'invalida... Qualsiasi evento per me diventava un presagio, avevo perso la capacita di prendere le cose per quello che erano. Per cui sentivo il bisogno di una pagina bianca su cui nessuno andasse a leggere. Avevo bisogno di isolarmi ancora di più. La mia vita era diventata una successione di eventi accidentali e spaventosi che non volevano saperne di unirsi a creare un racconto interessante..." (D. Coupland, "Generazione X", 1991). Ecco: da questo momento in poi, Winona orbiterà, con ovvi aggiustamenti di rotta, in parallelo a quest'immaginario confine che separa il versante in luce da quello in ombra della rappresentazione e, nel profondo, della vita stessa, materializzando quella "strange brew", quella "strana mescolanza", quello "strano non-so-che" che secondo i Cream che lo hanno eternato cantandolo, dannerebbe chiunque: "She's a witch of trouble in electric blue/In her own mad mind she's in love with you/With you/Now what you gonna do ?/Strange brew... killin' what's inside you".

La sensazione prevalente che caratterizza gli anni successivi e che si acuirà dopo l'inattività forzata dovuta all'"incidente" da Saks, e' quella di un progressivo "scivolare" nei ruoli in modo più o meno convinto e convincente, lasciando cioè che siano quelli ad adattarsi alle giravolte del nuovo "mood" interiore e non viceversa. Calzante ma anodino, allora, quello nello spesso stucchevole "Little women"/"Piccole donne", 1994, dell'australiana Gillian Armstrong che le vale (e non e' escluso proprio per le ragioni qui citate in addebito) la candidatura all'Oscar come migliore attrice protagonista; caparbio e asciutto in "Boys"/id., 1990, di Stacy Cochran, come nell'ennesimo capitolo della saga di "Alien", "Alien: resurrection"/"Alien, la clonazione", 1997, di J- Pierre Jeunet, dove tiene botta al cospetto della "regina-madre" della serie, Sigourney Weaver; impastoiato nei luoghi comuni ("Girls interrupted"/"Ragazze interrotte", 1999, di James Mangold), quando non sommerso dal ridicolo involontario ("Autumn in New York"/"Autunno a New York", 2000, di Joan Chen) o, semplicemente, dall'irrilevanza ("Lost soul"/"La profezia", 2000, di Janusz Kaminski). Smaltita, poi, l'"impresentabilita'", Winona torna ma i suoi sforzi lasciano un segno molto esile negli occhi e nella memoria. Prove come quelle offerte in "The Darwin awards"/"Suicidi accidentali per menti poco evolute", 2006, di Finn Taylor; "A scanner darkly"/"Un oscuro scrutare", 2006, del discontinuo Linklater da un celebre romanzo di P. K. Dick; "The ten"/id., 2007, di David Wain; "Sex and death"/"Tutti i numeri del sesso", 2007, di Daniel Waters; "The informers"/"Vite oltre il limite", 2009, adattato da Easton Ellis sulla base dei suoi racconti e diretto da Greg Jordan, ribadito il non comune magnetismo e la pressoché intatta fotogenia, non vanno al di la' di "aggiustamenti in corso d'opera" di una consuetudine interpretativa per sempre lontana dagli stupori e dalle incertezze trasognate e travagliate della tarda adolescenza e di conseguenza volta alla scoperta delle pieghe nascoste rivelate da un mutato atteggiamento verso la propria esperienza professionale e di donna ormai matura. Scenari che si concreteranno - chissà quanto casualmente - alla soglia dell'età ingrata (i quaranta), nei panni dell'etoile messa da parte dai tempi che cambiano e dai sostituti che premono in "Black swan"/"Il cigno nero", 2010, di Darren Aronofsky. Qui la Ryder - ma lo stesso vale per l'atteggiamento spregiudicato e ricattatorio tenuto nella commedia di Ron Howard "The dilemma"/"Il dilemma", 2011 - lascia libero corso al "lato in ombra" (e con ogni probabilità a buona parte dei demoni che le hanno tenuto compagnia durante i periodi di depressione ed uso continuativo di farmaci) così che l'"acqua cheta" esce allo scoperto e indossa una delle non poche maschere a sua disposizione, quella dell'"erinni". Insofferenza e nausea diventano ora esplicite: alle labbra sottili sfugge una piega. I grandi occhi bruni si stringono sulle rivali - più giovani e con sempre meno scrupoli -; sulle vie di fuga quasi solo insoddisfacenti o artificiose. L'oggi dice che e' proprio su questi varchi di fascino oscuro, di seducente inquietudine, che si affacciano i primi quarant'anni di Winona Ryder, ex miss Horowitz, tanto sempre incantevole quanto sempre elusiva. La "strana mescolanza" s'e' arricchita di altri sapori, insomma, non necessariamente dolci. E il mistero continua.


TFK

lunedì, giugno 10, 2013

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Quando meno te lo aspetti (Au Bout de Conte)
di Agnes Jaoui
con Agathe Bonitzer, Jean Pierre Bacri, Agnes Jaoui
Francia, 2013
genere, commedia
durata 112'

Qual è il confine tra l'arte e la vita, ed in che percentuale la trasfigurazione del quotidiano integra l'esperienza del reale, quello vissuto quotidianamente senza neanche accorgerci di farlo. L'ultimo film di Agnes Jaoui, "Quando meno te lo aspetti", seppur tra le righe di una trama all'insegna del sogno e del fiabesco sembra riproporre con i limiti che ogni volta accompagnano il tentativo d'interpretazione dell'opera altrui, l'antico dilemma. La ragione è presto detta ed in qualche modo interessa tanto la storia con i suoi personaggi, che il modo di metterli in scena. Perché se da una parte il racconto della relazione tra Laura e Sandro, innamorati della speranza di aver trovato nell'altro la parte mancante, si porta dietro l'illusione ed il romanticismo degli anni giovanili, dall'altra l'intera vicenda, attraverso la totalità dei personaggi che la compongono, si colora di un non celato pessimismo, apparentemente frutto di due matrici che prescindono la creazione artistica: quella derivata dagli umori del tempo presente, che il film propone senza riferimenti diretti alla cronaca, ma attraverso la scelta di presentarci uno spaesamento emotivo che non risparmia nessuno, ed una più intima e personale che, appartiene al trascorso dei due autori, non solo di Agnes Jaoui ma anche di Jean Pierre Bacrì, co sceneggiatore di tutte le sue opere, arrivati al capolinea del loro menage matrimoniale prima dell'inizio delle riprese.

 

Ecco quindi farsi largo tra gli slanci appassionati dei due ragazzi, il sentimento di inadeguatezza di Pierre (Bacrì), il padre di Sandro, a mal partito con il ruolo di genitore delle figliolette della compagna e preoccupato dall'avvicinarsi del giorno in cui una veggente ha previsto la sua morte; l'insicurezza cronica di Marianne, la zia di Laura, aspirante attrice ed organizzatrice di recite per bambini, alle prese con una figlia traumatizzata dalla separazione dei genitori e per questo ossessionata dalla lettura della bibbia, ed infine la spietatezza di Maxime, una specie di lupo cattivo deciso a sfruttare le debolezze delle giovani donzelle e pronto a fare breccia nell'irrequitezza temperamentale di Laura (una monocorde Agathe Bonitzer).

 

Un menù stravagante ed eclettico che la Jaoui, amante delle storie corali mette insieme con un equilbrio che le permette di non perdere per strada nessuna delle sue componenti. In questo caso a farla da padrone sul piano dei contenuti sono, come spesso capita nei suoi film, le contraddizioni della natura umana e dei personaggi che la rappresentano, ognuno dei quali caratterizzato e spinto da motivazioni continuamente ribaltate ribaltate dai loro comportamenti, come capità a Laura ed alla sua passione "ballerina", ma anche a Sandro, ingenuo ed appassionato quando si tratta di riconoscere l'amore ma allo stesso tempo scaltro ed opportunista nel pianificare le tappe del suo successo professionale, per non parlare di Pierre, cinico e disilluso a parole, ma nell'intimo solo e spaventato. Commedia agrodolce e leggera costruita sulla brillantezza dei dialoghi e la scioltezza della recitazione, "Quando meno te lo aspetti" mostra il fianco a qualche perplessità soprattutto nella resa della dimensione favolistica in cui è immersa la storia, con il fiabesco parodiato attraverso le recite dei bambini presedute da Marianne, che rappresentano in modo scontato il contraltare scherzoso alla seriosità delle vicende degli adulti, oppure enfatizzato nel vezzo di far precedere l'inizio delle singole sequenze con pannelli introduttivi tratteggiati alla maniera dei pittori impressionisti da cui magicamente prendono vita ambienti e personaggi. Ma quello che non torna è soprattutto la mancanza di collante tra lo sguardo ironico e complice con cui l'autrice guarda ai suoi personaggi, più volte testimoniato dall'atteggiamento con cui Marianne/Jaoui tende a sdrammatizzare le situazioni, e quello strano senso di afflizione che si percepisce per tutta la durata del film.

Utilizzando una fotografia poco luminosa che sottrae alla vista contorni e prospettive, ed immerge gli ambienti in un buio innaturale, la Jaoui sembra voler aumentare la volatilità della natura umana. Così facendo però contribuisce a smorzare l'effervescenza contagiosa che caratterizzava i suoi film precedenti, regalandoci un intrattenimento che non riesce a pungere.

(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, giugno 08, 2013

AFTER EARTH

After Earth
di MN Shyalaman
con Will Smith, Jaden Smith
Usa, 2013
genere, fantascienza
durata,100'

L'inizio fu un colpo di fulmine con un film come "Il sesto senso" (1999) capace di viaggiare sul filo che separa la realtà da ciò che viene dopo. Il seguito invece fu una striscia vincente di opere capaci di aggiornare l'immaginario contemporaneo alle istanze di un nuovo sincretismo religioso, riflesso di quel melting pot culturale e spirituale nel quale si era formato il suo autore, il regista MN Shylaman. Il risultato fu un nuovo modo di raccontare, che pur continuando ad appoggiarsi alla tradizione classica del cinema hollywoodiano si contaminava di una consapevolezza capace di rispondere alle ansie del nuovo millennio. Shyamalan in poco più di un decennio ci ha parlato di mondi - reali ed ultraterreni - convergenti, di minacce epocali e di paure contemporanee facendo coincidere la salvezza delle nostre esistenze con quella delle famiglie che hanno attraversato le sue storie, riuscendo quasi sempre a fare breccia nel cuore del suo pubblico. Un consenso fondamentale per il regista quando si è trattato di imporre scelte coraggiose e visioni personali, e che ora, alla luce della delusione commerciale dei suoi ultimi film, è forse la ragione principale, più ancora di un eventuale mancanza di ispirazione, del cambiamento radicale che prima "L'ultimo dominatore dell'aria" (2010) ed ora "After Earth" hanno determinato. E se nel primo caso poteva trattarsi di un'eccezione, il nuovo film, ideato e sponsorizzato da Will Smith sembra confermare la tendenza del nuovo corso, con Shyalaman impegnato a realizzare progetti altrui.

 

Il soggetto scritto dallo stesso Smith e sviluppato dal regista, autore (in comproprietà) della sceneggiatura, non si discosta di molto da uno dei temi più ricorrenti dell'ultimo cinema di fantascienza, che vede nella diaspora e nel successivo esilio della razza umana, costretta a fuggire dalla Terra per ragioni di varia invivibilità, il motivo principale di una malinconia struggente e dolorosa. Alle ragioni del cordoglio collettivo "After Earth" aggiunge un sottofondo più intimo e privato rapprensentato dal lutto che ha colpito il generale Cypher Rage (Will Smith) e la sua famiglia, sconvolti dalla morte della figlia uccisa da un Ursa, essere mostruoso creato dagli alieni per uccidere gli umani e colonizzare Primi Genia, il pianeta dove gli uomini si sono nel frattempo stabiliti. A fare le spese di questà tragedia è Kitai (Jaden Smith), figlio di Cypher, afflitto dai sensi di colpa per non essere riuscito a salvare la sorella, e di conseguenza convinto di doversi riguadagnare la fiducia del genitore. L'occasione per riuscirci avverrà nella maniera più drammatica quando Kitai ed il padre, miracolosamente sopravvissuti ad uno sciame meteorico ed al rocambolesco atterraggio sulla terra, si troveranno ad affrontare i pericoli di un ambiente pericolosamente ostile.

 

Se il filo conduttore della storia è il percorso ad ostacoli che Kitai dovrà superare per far scattare i soccorsi, le modalità d'esecuzione, con il padre immobilizzato tra i rottami dell'astronave ed impegnato a guidare il figlio attraverso le strumentazioni di bordo, innescano una serie di dinamiche tra i due personaggi in cui la poetica di Shyalaman, da sempre attento ai rapporti tra figli e genitori, sembra trovare il terreno fertile. Assistiamo così ad un vero e proprio racconto di formazione, in cui la lotta per la sopravvivenza costellata di fughe e di imboscate, procede di pari passo con l'emergere di una nuova consapevolezza (un altro leit motiv di Shyalaman) che permetterà al giovane apprendista di guarire le vecchie ferite ed esorcizzare le proprie paure.

Realizzato con possibilità faraoniche e cura di dettagli "After Earth" è impressionante quando si tratta di rendere la bellezza sublime ed insidiosa del paesaggio in cui si svolge la vicenda, con la natura rigogliosa e primordiale che ripropone in versione moderna dell'epoca preistorica. Diversamente quando si tratta di dare sostanza alla storia Shyalaman fa esattamente il contrario di quello che sa fare. Invece di lavorare in direzione di una verosimiglianza e di una tensione che nei suoi film migliori scaturivano dalla decisione di delegare al fuori campo la materia del fantastico, "After Earth" mette la "meraviglia" al centro dello schermo, dandogli fiato con una CG tanto perfetta quanto de­leterea in termini di empatia e di sorprese. A pagarne le spese sono soprattutto i personaggi e la loro storia, privata di una concreta umanità a favore della prevalenza fisica ed agonistica. Senza il vero Shyalaman "After Earth" mantiene in nuce le sue potenzialità, limitandosi - nel suo significato più importante - a fare il verso a "Star Wars", con le cognizioni e la disciplina che Kita apprenderà nel corso della vicenda ricalcata sul concetto della "forza" espressa nella celebre saga di George Lucas.

A proposito di: "Only God forgives", abbecedario della fine.




Nei "Frammenti postumi" Nietzsche riflettendo, tra l'altro, sulle linee guida del pensiero occidentale che sostanziano la descrizione del mondo da lui configurato, osserva il progressivo emergere di una presenza che definisce "la più inquietante di tutte" - quella del nichilismo - giungendo ad una constatazione (altrettanto inquietante): "Manca il fine", dice, e sembra di sentirlo sussurrare lento, "manca la risposta al ". Subito un sapido paradosso: per un cinema vistoso quanto scostante, spesso additato di una nemmeno tanto occulta combutta col nichilismo di cui sopra, come quello del nuovo oggetto di culto Nicolas Winding Refn, la visione di "OGf" prefigura addirittura l'eventualità di una semplice quanto netta risposta: da qui non si torna indietro (o non si esce ma cambia poco). E "qui" e' la materializzazione della somma distorta e stenotica degi sbattimenti iper-cinetici dei vari "Pusher"; dei silenzi ancestrali e arcani e delle punizioni rituali/simboliche di "Walhalla rising"; degli istrionismi teatral muscolari, fluorescenti e criptogay di "Bronson": della tenerezza subliminale di "Drive". "Qui" e' la nana bianca super compressa (o, se vogliamo, lo sciacquone) di un'idea di Cinema e delle sue suggestioni - dal poliziesco americano anni '70 ai labirinti ignoti, angoli residuali e penombre di città impossibili tra Ballard e Lynch; dalla fascinazione per gli spaghetti-western (chiaro il riferimento al Colizzi/Hill/Spencer di "Dio perdona... io no !", 1967) ai debiti stilistici verso una matrice "orientale" per le geometrie della messinscena e per la raffigurazione della violenza; dal grottesco triste e dalla grigia mestizia delle "kitchen sink drama" alle sospensioni "incongruenti" dei karaoke alla saccarina - a cui OGf" intima di variare l'orizzonte degli eventi, la porta abisso-nero cornice di un'inquadratura ultima affogata in un unico esausto globulo rosso di pareti, fondali, riflessi, che ripugna e attrae irresistibilmente vibrando sulle frequenze della fine - della morte - come impossibilita' di gettare uno sguardo se non per essere respinti al di qua della soglia e "meritare" il passaggio solo assecondando i dettami del martirio, viatico (e approdo suo malgrado del nichilismo), per mutare una volta per tutte stato (nel caso, forma/Cinema) e così (ri)deflagrare/reagire in una serie di spasmi nuovi, in una nuova vita, se e' vero il verso di Holderlin "Ma la' dove c'e il pericolo cresce/ anche ciò che salva" e il fatto che l'unica alternativa sarebbe la fiacca ripetizione dell'uguale.


"OGf", nella prospettiva della fine - della sua propria fine - recupera e ricombina in egual dosi di abilita' e furbizia gran parte degli snodi linguistici ed estetici che avevano caratterizzato il Cinema che lo ha prodotto come voce espressiva (il parossismo della violenza e la "necessita'" del sangue; l'inquadramento quasi marziale di parole e atteggiamenti; la saturazione cianotica dei cromatismi; le staticità oniriche e gl'intermezzi di una soavità sinistra; l'insopprimibile misoginia e una larvata ancorché diffusa rassegnazione all'impotenza; l'assenza di margine per distinguere l'esperienza umana da un mondo che quella stessa esperienza ha contribuito a rendere un luogo desolato e desacralizzato e dalla freddezza atona del denaro, attraverso la ricerca della prossimità e del contatto con l'altro ridotta a fremito sottocutaneo o affidata ad un'insistenza languida quanto meccanica dello sguardo) ma con un moto inerziale adesso decrescente, in una sorta di progressivo rallentamento della forza vitale/motrice delle immagini. Man mano che si "procede", cioè, la mdp lesina i suoi movimenti laterali, i suoi rari scatti e retrocede, alternando piani, isolando spazi il cui dinamismo e' frutto della profondità di campo e degli straniti spostamenti al suo interno, fino a consegnarsi immobile - il film si apre e si chiude su una tozza katana che attraversa lo schermo - alla lama che la libererà (?).



Bruciati i ponti alle spalle, cosa resta in "OGf" della brutalità sanguinolenta, dei bagliori di colore dei fiori o delle vetrine, degli arredamenti insulsi o posticci o patologicamente carichi, delle cupezze e delle lentezze minacciose ? Resta un tritume sfinito di accorgimenti retorici, brandelli dell'eternamente degradata immagine di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto del nostro modo di vivere e dei nostri rapporti, affidati in toto all'amoralità tecnica delle cifre e dei profitti, oltre alla miserabile litania delle coazioni di sempre (miserabile per il suo implacabile ripresentarsi sotto forma di enigmi la cui soluzione e' ogni volta demandata ad un provvidenziale intervento esterno o di alibi per qualunque abiezione): legami contorti - se non nessun legame - con l'altro sesso e col proprio corpo (sempre in apparenza tonico come impone l'atletismo giovanilistico del "primo mondo" ma che sembra non rispondere più a nessuno stimolo), da complicare ulteriormente con complessi edipici latenti/irrisolti/rimossi e spettri incestuosi (Kristin Scott Thomas, una delle quintessenze del piglio aristocratico, qui arancio/cremisi laccata, capigliatura platino modello Donatella Versace, abiti pacchiani, super boss del narcotraffico, Medea morbosa e sprezzante, sospesa in una sola favolosa manciata di fotogrammi in posa plastica a scimmiottare e pervertire al tempo l'eterea grazia delle "muse" di Mucha, in grado di apostrofare l'accompagnatrice/pseudo fidanzata del figlio minore Gosling con un "How many cocks can you entertain in that cum dumpster of yours ?", la cui interpretazione, per ovvi motivi, lasciamo ai più ardimentosi, e che non arretra neanche di fronte alla possibilità di distribuire piacevolezze assortite intorno alla consistenza dei "membri" di famiglia); un'afasia prossima all'autismo e all'abbrutimento (Gosling, grosso beagle semi catatonico si aggira per la pellicola e pronuncia in tutto una cinquantina di parole, non necessariamente sensate; il fratello maggiore stupra e ammazza una ragazzina senza fare una piega, quasi controvoglia, e pressoché allo stesso modo si lascia massacrare dal di lei padre), la cui impassibilità e' conseguenza diretta della passività e della protervia, della pretesa arrogante e omicida di partecipare al mondo senza conoscerlo e senza frequentarlo ma comprandolo, possedendolo - cioè, meramente, abusandone - e che, quindi, nulla può contro la millimetrica imperturbabilità di un'autorità corrotta ma vigile (Chang, l'ufficiale di polizia, maestro di torture e inesorabile spadaccino), implacabile nel ridefinire e, a suo modo, ribadire la necessita' del limite, avvertita, ma più di ogni altra cosa ancora pronta nell'agire, e a cui quella non può che offrirsi nuda e vile, immeritevole, appunto, di perdono.




Con "OGf", insomma, il danese-americano Refn si caccia da solo nella buca. Tutto da vedere - e la cosa si prospetta interessante - come cercherà di venirne fuori.


TFK