giovedì, giugno 11, 2009

IL CANTO DI PALOMA

Le conseguenze della dittatura ed il ritratto di una donna alla prese con i fantasmi di un esistenza vissuta all’ombra di un antico misfatto sono i temi principali di un film che ribadisce l’esistenza di un cinema sudamericano anche al femminile dopo i successi cannensi di Lucrecia Martel. Allo stesso modo dell’attrice argentina, anche la Llosa si sofferma su un percorso di crescita personale che diventa anche il paradigma di una terra che tenta di rinascere sulle ceneri di una regime politico che ha ampliato le distanze tra ricchi e poveri. Costretta all’isolamento da una madre che l’ha partorita con ancora addosso il sudore dei suoi stupratori, Fausta vive il rapporto con la realtà esterna e soprattutto con il sesso maschile come un tormento da evitare ad ogni costo: debilitata da un infezione provocata dalla patata che lei usa come cintura di castità e costretta a rimediare i soldi per seppellire la madre nel paese natio, accetta il lavoro presso la casa di una facoltosa concertista ed inizia un lento ma non indolore processo di liberazione che passerà inevitabilmente per il confronto con le proprie paure. Pur mantenendo in secondo piano gli aspetti prettamente politici, questi sono presenti soprattutto nelle differenze che caratterizzano la vita della padrona, immersa nel silenzio della villa e sistematicamente dedita all’otium, e quelle della protagonista, divisa tra il nuovo lavoro ed il sostegno ai parenti che la impiegano in una scalcagnata quanto pittoresca ditta di matrimoni (esemplare il campo lungo che accentua l’assurdità e la fatica per raggiungere la sede di lavoro ubicata sulla sommità di un promontorio raggiungibile solamente dopo un interminabile ascesa) ma anche nella rappresentazione di una condizione femminile a cui viene preclusa qualsiasi possibilità di affermazione. Ma quello che colpisce è la capacità di dare vita agli stati d’animo della protagonista, impegnata in una versione latina della protagonista di “Alice nel paese delle meraviglie” (anche qui sarà il risveglio a decretare il ritorno alla vita), in cui l’acidità della versione originale è sostituita da un andamento a volte dolente, per il costante senso di minaccia che attanaglia Fausta, a volte divertito, per gli intermezzi di vita quotidiana caratterizzati da un ironia paragonabile a quella che attraversa i picari di Emil Kusturiza, in un contesto dove la progressione del racconto, pur evidente negli snodi fondamentali, è continuamente presente nel volto della protagonista, interpretata da un attrice (Magaly Solier) che ignora il metodo e recita con il cuore. Il canto di Palma allude alla nenia che la protagonista intona per esorcizzare i ricordi di un infanzia rubata. Orso d’Oro al Festival di Berlino 2009.

Film in sala dal 12 giugno

Amore & Altri Crimini
( Love & Other Crimes )
GENERE: Drammatico
NAZIONALITÀ Austria, Germania, Slovenia, Serbia
REGIA: Stefan Arsenijevic

I love Radio Rock
( The Boat that Rocked )
GENERE: Commedia
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Richard Curtis

Jonas Brothers: The 3D Concert Experience
( Jonas Brothers: The 3D Concert Experience )
GENERE: Documentario, Musical
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Bruce Hendricks

Look Both Ways
( Look Both Ways )
GENERE: Drammatico
NAZIONALITÀ Australia
REGIA: Sarah Watt

Martyrs
( Martyrs )
GENERE: Horror
NAZIONALITÀ Canada, Francia
REGIA: Pascal Laugier

Sacro e Profano
( Filth and Wisdom )
GENERE: Commedia, Drammatico, Musical, Romantico
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Madonna

Un'estate ai Caraibi
GENERE: Comico, Commedia
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Carlo Vanzina

domenica, giugno 07, 2009

TERMINATOR the Salvation

Sono dell’idea che di fronte al proliferare di un cinema che ricicla se stesso e confida nel richiamo di titoli che appartengono all’immaginario cinefilo si debba organizzare una critica che prenda in considerazione il film per quello che è, cercando di dimenticare le paretele che lo legano ai famosi capostipiti, al fine di evitare condizionamenti che quasi sempre finiscono, nel bene o nel male per pregiudicare un analisi oggettiva di quello che stiamo guardando. Con questo approccio ho cercato di avvicinarmi all’ultimo film della famosa saga, e devo dire che “Terminator the salvation” rappresenta il punto finale di un trend che inizia con le caratteristiche di un fenomeno di nicchia e progressivamente si trasforma in un solido blockbuster che ha smesso di confrontarsi con le paure del proprio tempo ma in compenso ha rafforzato i legami con le abitudini di uno spettatore prettamente anaffettivo e sempre meno avvezzo a discorsi sui paradossi temporali.
Detto questo va riconosciuto al film il merito di presentare un apparato visuale completamente rinnovato a partire dalla fotografia, desaturata dei colori primari e con una prevalenza di grigi e neri che rendono evidente il senso di morte di un mondo che si è appena risvegliato dalla sua Apocalisse ed una scenografia che riesce nel difficile compito di dare vita al mito, coniugando il racconto delle origini (la terra ai tempi della resistenza) con l’evoluzione che il cinema ha raggiunto in termini di tecnologia ed effetti speciali. Così grazie anche ad un uso calibrato degli effetti sonori (funzionali all’idea di un esistenza dominata dalle macchine), che annunciando l’arrivo del nemico aumentano la sensazione di accerchiamento dei ribelli, il film è continuamente in bilico tra una nuova età della pietra (gli ambienti in cui si rifuggiano i ribelli, quasi sempre ricavati dal paesaggio naturale e privi di qualsiasi confort, l’endemica mancanza di cibo, ed anche il sottomarino su cui viaggia il comando della resistenza, in tutto simile a quelli usati nell’ultimo conflitto mondiale) ed un presente ipertecnologico (dalle motociclette che spuntano dalle gambe di mezzi da combattimento antropomorfici, ai robot che sembrano dei Trasformers fino al laboratorio in cui Skynet ordisce la conquista della terra) mentre gli eroi che lo attraversano hanno sulla faccia i segni di un cedimento che tarda ad arrivare. Una ricchezza di mezzi e fantasia messi a disposizione di un regista che spreca poche inquadrature (solamente quelle dedicate ai siparietti sentimentali in cui mogli ed amanti si concedono il loro momento di gloria), filma senza confusione e permette allo spettatore di rendersi conto delle dinamiche dei combattimenti e una volta tanto di appassionarsi ai solitamente tediosi insegumenti.Un panorama di tal genere, dominato dalla magnificenza dell’apparato e dall’abilità del suo demiurgo finisce inevitabilmente per mettere in secondo piano la presenza di attori come Christian Bale, dopo Batman ancora una volta in un ruolo da finto protagonista,e Sam Worthington, un tipo tosto e con la faccia giusta per questo tipo di film (ed infatti sarà anche in Avatar di James Cameron) e non fa pesare un casting femminile con attrici del calibro di Bonham Carter e Bryce Dallas Howard completamente fuori parte. Ma allora direte voi direte vale la pena assistere ad un film che praticamente non aggiunge niente di rilevante a quanto già sapevamo a proposito di John Connor e della sua famosa resistenza? Certamente si, se quello che volete sono due ore di pura azione, no se al cinema chiedete qualcosa in più.

venerdì, giugno 05, 2009

LEZIONI D'AMORE

L’idea di mascherare una banalissima “Love Story”con un cotè autoriale è palese a cominciare dalla scelta degli attori, Ben Kingsley per la parte del professore innamorato dell’allieva e Penelope Cruz in quelli della studentessa che cede alle sue avance: solitamente impegnati in un cinema dove la presenza fisica conta fino ad un certo punto ed i clichè Hollywoodiani pur presenti durano il tempo di una breve citazione questa volta si ritrovano coinvolti in un operazione prettamente commerciale che, con il pretesto di trasporre il romanzo confessione di uno dei padri della letteratura contemporanea americana (Philip Roth/L’animale morente), si correda di tutti gli status symbol culturali che fanno la gioia di chi ama veder confermata sullo schermo la propria intelligenza: e così dovendo giustificare l’appeal giovanile di un personaggio maschile che può vantare lo sguardo di un incantatore di serpenti ma ha pur sempre superato i sessantenni, gli sceneggiatori gli affibbiano un eclettismo che prevede oltre ad una cattedra universitaria, la scrittura di saggi di successo, la conduzione di un programma radiofonico, la frequentazione settimanale di un talk show televisivo, la passione per l’arte fotografica e quella musicale, per non parlare dell’ insaziabile appetito sessuale soddisfatto dalla compresenza di una relazione puramente sessuale portata avanti all’insaputa della giovane conquista. Un menù importante che viene aggravato dall’onnipresente presenza di un sottofondo di musica classica che essendo un “adagio” acuisce la sensazione di pesantezza che deriva da un personaggio di tale pedigree. Una presenza ingombrante che finisce per relegare quello femminile a ad una suppellettile con i capelli sempre in piega e lo sguardo eternamente perso, in un contesto generale che ritarda sempre di più il telefonatissimo finale e ci aggiunge pure una sorpresa che arriva fuori tempo massimo. Forse condizionata dalla nobiltà della fonte Isabel Coixet, regista spagnola lanciata da Almodovar, si adegua all’andazzo caricando il film con uno stile che in certi momenti ( tutte le scene in cui la Cruz è ripresa da sola e la voce di lui riflette sull’incapacità maschile di andare oltre il velo dell’apparenza femminea o quelle in cui la coppia passeggia in riva ad una mare invernale) è identico a quello di certe pubblicità di moda, in altri vorrebbe rasentare Bergman, con tanto di apparizioni di personaggi già morti e simposi sulla paura di invecchiare. Insomma non si salva niente in questo "Lezioni D’amore o forse si, perché la generosità con cui la Cruz mostra il proprio seno potrebbe essere motivo di riscoperta da parte degli ammiratori dell’attrice spagnola. Il fatto che il film fosse entrato nel concorso ufficiale del Festival di Berlino la dice lunga sul metodo di selezione e sulle commissioni chiamate ad espletarlo.

giovedì, giugno 04, 2009

Film in sala dal 5 giugno

Cash
( Ca$h )
GENERE: Azione, Commedia
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Eric Besnard

Garage
( Garage )
GENERE: Drammatico
NAZIONALITÀ Irlanda
REGIA: Leonard Abrahamson

Linha de Passe
( Linha de Passe )
GENERE: Drammatico
NAZIONALITÀ Brasile
REGIA: Walter Salles, Daniela Thomas

Senza apparente motivo
( Incendiary )
GENERE: Drammatico, Thriller
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Sharon Maguire

Terminator Salvation
( Terminator Salvation )
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
NAZIONALITÀ Germania, Gran Bretagna, USA
REGIA: McG

Visions
GENERE: Horror, Thriller
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luigi Cecinelli

mercoledì, giugno 03, 2009

"SOFFOCARE" E LA DERIVA DEL CINEMA MODELLO SUNDANCE

Quand’ero piccolo andavo a vedere i film provenienti dal Sundance Film Festival (nome che identifica il cinema indipendente americano sviluppatisi agli inizi degli anni 80) per la fascinazione derivante dal loro minimalismo formale e per l’understatement con cui affrontavano i problemi del mondo. Uno straniamento comprensibile per chi come mè era vissuto nell’era del Blockbuster, in cui i film assomigliavano ad un circo equestre ed i registi vi stavano come esperti domatori. Un cinema esagerato ed esasperato che trovò il suo contraltare nelle piccole produzioni indipendenti che il festival di Robert Redford aveva avuto il coraggio di promuovere e che a poco a poco divennero una vera e propria alternativa al trend del cinema mainstream. Popolato da personaggi un po’ bizzarri e quasi sempre a disagio nei confronti della vita il cinema modello Sundance trovava la sua forza nella necessità di superare la pochezza delle risorse economiche e la diffidenza di un pubblico abituato al prodotto spettacolare. Era il cinema dei Soderbergh, dei Kevin Smith dei Solondz (“Fuga dalla scuola media” ma anche “Storytelling”) e di Tarantino, ma anche di registi che vissero un successo effimero, potrei citare per esempio il Rockwell di “In the soup”, l’Harmony Korine di “Gummo” e il Ray Lawrence di “Lantana”, ma che furono capaci di realizzare opere estremamente personali. Il pubblico reagì in maniera insperata ed il successo al botteghino (Sesso Bugie e Videotape costò 1,2 milioni di dollari e ne incasso 25 in America ed altri 100 nel resto del mondo) attirò l’interesse delle Majors da sempre alla ricerca di mercati alternativi: d’apprima parteciparono alla distribuzione poi fiutando l’affare arrivarono a creare case di produzioni ad hoc per questo tipo di prodotto dando vita a Fox Searchlight creata dalla Twentieth Century Fox, Paramount Classic una ramificazione della Paramount Picture, Sony Picture Classics una divisione della Sony Pictures ecc, o ad acquisire le storiche New Line e Miramax (1993) che di fatto riportarono il cinema indie all’interno della grande produzione raffreddando in qualche modo lo slancio anarchico che ne caratterizzò le origini. Da quel momento le produzioni a basso budget divennero più che altro una palestra dove gli attori di successo potevano sfogare le proprie pretese artistiche e quelli in erba preparare il grande salto hollywoodiano. Il numero dei film da ricordare divenne sempre più rarefatto mentre per la maggior parte vide un rapido passaggio nelle sale per poi finire tra gli scaffali dei negozi di homevideo. Una corrosione lenta ma inesorabile che oggi ci mette sempre più spesso davanti a film come “Soffocare” di Clark Gregg tratto dall’omonimo libro di Chuck Palahniuk in cui il modello del cinema Indie non è il presupposto ma solamente la forma con cui conviene vendere il prodotto. Cosi la materia incandescente (in Soffocare il protagonista è un sessuomane che finge il soffocamento per guadagnarsi l’affetto e soprattutto i soldi dei suoi soccorritori) che in passato avrebbe trovato proprio nella marginalità del settore la possibilità di essere esplicitata, viene resa presentabile e quindi vendibile (il disordine sessuale finisce per essere tale solo a parole mentre nella pratica risulta totalmente innocuo e quasi ordinario nella sua ripetitiva compulsività) attraverso un lavoro di pulitura che lo trasforma in un surrogato di un cinema che vorrebbe essere diretto ma risulta buttato là in maniera ruffiana e senza un minimo di impegno. Gli andirivieni tra l’ospedale in cui è ricoverata la madre malata di Alzheimer (inutilmente interpretata da Angelica Huston) ed il parco a tema dove lavora come figurante in un improbabile ricostruzione dell’America dei Padri Pellegrini sono il pretesto per una serie di scenette picaresche e surreali in cui Victor Mancini compierà la sua “rivoluzione sessuale” e farà pace con un esistenza fin lì avara di soddisfazioni. I movimenti di macchina pressocchè inesistenti e la semplicità delle inquadrature, a sottolineare la natura naive dei protagonisti, la fotografia dominata da tonalità autunnali per accentuare la malinconia di esistenze alla deriva sono solo la buccia di un frutto andato a male.

1. Sesso, bugie e videotapes - la pietra miliare che aprì la strada alla commercializzazione del cinema Indie.

2. In the Soup - il bianco e nero divenne uno dei colori preferiti.

3. Clerks - la sceneggiatura fu incentrata sulle risorse a costo zero già disponibili: il negozio dove lavorava Smith.

4. Gummo - è uno dei molti film indie che abbandonò qualsiasi significato di intreccio lineare convenzionale.

5. Storytelling - la sodomizazione di Selma Blair da parte del professore afroamericano ne azzerò la visibilità.

6. Lantana - la commistione dei generi divenne procedura comune.

7. Soffocare - il punto di arrivo di un modello che ha esaurito le sue risorse

martedì, giugno 02, 2009

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

“Uomini che odiano le donne” è un noir che porta di nuovo alla ribalta l’indagine investigativa, non più funzionale alla sovraesposizione del personaggio principale ma collegamento coerente di elementi apparentemente inconciliabili. Una dichiarazione d’intenti che sarebbe piaciuta a Raymond Chandler, da sempre fautore di crime story costruite senza forzature o sottomissioni alla spettacolarità delle situazioni e derivate da un analisi sociologica indispensabile alla credibilità dell’invenzione artistica. Il nostro, evidentemente supportato dalla solidità della fonte scritta, ambienta la vicenda nel paesaggio svedese e usa i luoghi comuni sull’efficienza di un paese da sempre annoverato come modello di modernità e compostezza per smascherare le ipocrisie la decadenza che da sempre sono il contraltare del decoro e della ricchezza. Un “grande sonno” in versione scandinava (anche qui è il patriarca di una famiglia patrizia che dà il via all’indagine) che si avvale di due personaggi forti, un giornalista d’assalto che si inventa detective per riscattarsi da un processo ingiusto che l’ha messo fuori gioco, e da una hacker cyber punk, bisessuale e tormentata da un oscuro passato, che diventa sua assistente (e non una bella statuina) e da un incipit rafforzato dallo sguardo della ragazza scomparsa, una specie di Monna Lisa che il film ripropone più volte attraverso la fotografia usata per la sua ricerche, e che diventa, non solo per le parti in causa ma anche per lo spettatore in sala, una specie di ossessione che lo calamita senza pause all’interno della storia. Un appeal molto americano per un film corroborato da un gusto tutto europeo nella costruzione dei personaggi ai quali si permette di appartenere ad un mondo, in cui anche la riflessione ed il silenzio hanno un significato e non sono semplicemente una mancanza in termini di spettacolarità e di tempi cinematografici.

lunedì, giugno 01, 2009

VINCERE

Marco Bellocchio è un regista che potrebbe fare a meno del sonoro: creatore di immagini che parlano da sole, si è addentrato negli argomenti più oscuri della nostra storia recente (dalle contraddizioni della famiglia borghese a quella delle istituzioni religiose fino agli anni di piombo) scompaginando gli schemi di un dibattito ormai stantio, per affrontarlo con una prospettiva che tiene conto della Storia ma privilegia la sfera individuale e psicologica delle parti in causa. Le sue storie finiscono per diventare sedute psicanalitiche in cui il flusso di pensiero dei personaggi, ondivago e sempre sul punto di degenerare in qualcos’altro si mischia con la domanda di un mercato cinematografico dopato di didascalismo e normalizzazione (“Angeli e Demoni” rappresenta l’esempio più calzante). Un dovere a cui il cinema di Bellocchio si adegua con una certa scontrosità e che si traduce in termini di linguaggio con un vocabolario che ottimizza al massimo il significato delle parole, sfiorando spesso l’incomunicabilità ed il silenzio. Così accade anche ad Ida e Benito messi alle strette dalla telecamera che indugia sui loro volti, interrogandoli: Bellocchio gli sottrae lo spazio circostante e li obbliga all’interno dell’inquadratura quasi volesse ritrovare negli spasmi del volto o nel guizzo di un occhiata i segni di una verità altrimenti indicibile. Due animali in gabbia che reagiscono con la schizofrenia di certi eroi del cinema muto (una cifra stilistica presente non solo nell’evidenza della citazione di “Giovanna D’arco” di Dreyer ma anche nella sovrapposizione iconografica tra la figura di Ida e quella della pulzella D’Orleans interpretata da Renè Falconetti) eternamente divisi tra una mobilità appena accennata ed improvvise esplosioni di furore. Un testa a testa che monopolizza la prima parte del film, quella in cui conosciamo gli aspetti privati di una vicenda che sarebbe diventata cronaca e che ci restituisce il malessere di un umanità che si ribella ad un destino già scritto (lei proprietaria di un Atelier di moda , lui un oscuro maestro della provincia romagnola) ed impazzisce nel tentativo di riscriverlo secondo i propri sogni (lei convinta di aver trovato in lui l’uomo della vita, lui desideroso di rinverdire il mito dei grandi condottieri italici). Qui Bellocchio lascia spazio agli slanci dei suoi protagonisti che si consumano alla vigilia del grande evento bellico: gli scenari, notturni o prevalentemente in penombra, le immagini che si fanno sfocate confondendo le sagome o mettendole su piani diversi di realtà (gli amplessi amorosi potrebbero anche essere il frutto di incontri immaginati e mai consumati) , un uso diacronico del tempo che sottrae allo spettatore alcuni snodi fondamentali (uno su tutti il matrimonio dei due celebrato in chiesa e successivamente la nascita di un figlio, così come la relazione tra Benito e Rachele che sembrerebbe avvenire parallelamente a quella con Ida, e che poi ritroviamo, nella seconda parte sposati all’insaputa della Dasler) rendono evidente la precarietà di quella relazione e soprattutto la prospettiva personale con cui viene storia raccontata quella storia. Poi dopo lo scoppio della guerra che Bellocchio annuncia nella scena che ricorda la corazzata Potemkin, con Ida che sorge dal fumo di un esplosione più metaforica che reale, e procede con incedere deciso, la carrozzina tra le mani e lo sguardo fisso di chi sa cosa vuole ed è deciso ad ottenerlo, il film ha uno scarto e la vicenda pur rimanendo ancorata alla dimensione interiore della sua sfortunata eroina si confronta con le verità che la storia ci ha tramandato: La richiesta di verità di Ida Dasler che rivendica il ruolo di moglie di Benito e madre del di lui figlio si scontra con la storia ufficiale e le sue istituzioni. Benito che nel frattempo è diventato Duce e la guerra dichiarata tra il consenso generale (le immagini di repertorio non lasciano dubbi sul seguito che accompagnò la decisione del gerarca fascista) vi appaiono attraverso il bianco e nero dell’Istituto Luce per dar vita ad un gioco di specchi in cui i diversi piani della realtà diegetica si confrontano (Ida mantiene il rapporto con l’amante che la rifiuta attraverso i cinegiornali proiettati al cinema), si sovrappongono (la scena in cui la figura di Ida si fonde con quella del Duce proiettato sullo schermo della sala) e si confondono in un caleidoscopio in cui la dimensione del reale, quello in cui vive Ida, diventa fiction e quella mediatica, filtrata attraverso i dettami del regime e offerta allo spettatore attraverso il collage documentaristico diventa vera. Isolata dagli affetti familiari (il figlio le verrà tolto ed affidato ad un istituto religioso), rifiutata dal proprio amante e rinchiusa in manicomio per continuare ad affermare la verità di un matrimonio consumato (anche se ancor oggi nessuno ha le prove definitive che ciò sia veramente accaduto) Ida diventa la coscienza di un mondo che non ne ha e si avvia verso un inevitabile sfacelo. Formidabile direttore di attori (di fronte alla sua telecamera persino il vero Benito Mussolini sembra andare oltre la maschera a cui siamo stati abituati), eccellente regista dal punto di vista visuale (semiologi e studiosi potrebbero sbizzarrirsi nella sua decostruzione) Bellocchio realizza un film che è figlio del suo tempo producendo un Kolossal che ha i costi di un film d’essai senza per questo venire meno alla meraviglia ed all’epicità del genere. Un gioiello che magari non aggiunge niente sul piano della conoscenza dei fatti storici ma li reinterpreta in maniera originale ed alla luce di una personalità che non scende a compromessi.

giovedì, maggio 28, 2009

Film in sala dal 29 maggio

24 Hour Party People
GENERE: Commedia, Drammatico
NAZIONALITÀ Francia, Gran Bretagna, Olanda
REGIA: Michael Winterbottom

Battaglia per la Terra 3D
( Battle for Terra )
GENERE: Animazione, Fantascienza, Avventura
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Aristomenis Tsirbas

Cadillac Records
( Cadillac Records )
GENERE: Drammatico, Musical
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Darnell Martin

Coco avant Chanel
( Coco avant Chanel )
GENERE: Biografico
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Anne Fontaine

Corsa a Witch Mountain
( Race to Witch Mountain )
GENERE: Commedia, Fantascienza, Avventura
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Andy Fickman

Le grand alibi
( Le grand alibi )
GENERE: Giallo, Thriller
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Pascal Bonitzer

Settimo Cielo
( Wolke 9 )
GENERE: Drammatico, Romantico
NAZIONALITÀ Germania
REGIA: Andreas Dresen

The Uninvited
( The Uninvited )
GENERE:
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Charles Guard, Thomas Guard

Uomini che odiano le donne
( Män som hatar kvinnor )
GENERE: Thriller
NAZIONALITÀ Danimarca, Svezia
REGIA: Niels Arden Oplev

martedì, maggio 26, 2009

ANGELI E DEMONI


Nato sulle ceneri del capitolo precedente “Angeli e Demoni” ne riprende i personaggi e le situazioni collocandole in anticipo rispetto ai fatti narrati nel famoso predecessore. Lo spostamento temporale poco incide sugli eventi di questo nuovo capitolo che ha almeno il pregio di svincolarsi dalla conoscenza di quanto già accaduto a proposito del famoso “Codice Da Vinci” e punta dritto sulla fascinazione di un Cristianesimo infarcito di delitti e segreti e su un detective improvvisato, il famoso Professor Langdon, docente di Harvard ed esperto di simbologia religiosa che dovrà dipanarne la matassa. Questa volta c’è di mezzo una setta (Gli illuminati) che durante il conclave per eleggere il nuovo Papa vuole far saltare in aria il Vaticano, ed un assassino che ha il compito di facilitarne l’attuazione con una serie di morti eccellenti (4 prelati in odore di elezione). L’intrattenimento derivato da una detective story che assomiglia ad una caccia al tesoro, con Langdon e l’immancabile presenza femminile (anche questa una caratteristica seminale della serie) costretti ad una corsa contro il tempo per impedire la catastrofe, viene appesantita da una scrittura che sembra la replica della pagina scritta e non manca occasione di sottolineare, con un didascalismo tanto pedante quanto inesatto, le varie tappe di quello che assomiglia ad un bignami apocrifo del cattolicesimo. Ron Howard, rendendosi conto della mancanza di ritmo, o forse per giustificare la sua presenza ci à dentro come un forsennato, spostando continuamente la prospettiva ed infarcendo le tediose spiegazioni con interminabili giri di valzer della camera da presa. Un film che si riassume nella faccia di Tom Hanks, ringiovanita per l’occasione con un make up che ne rivela al contrario la gommosa ed incontenibile decadenza. Favino è una presenza impalpabile ma in questi casi quello che conta è partecipare, sperando di azzeccare prima o poi il ruolo che lasci il segno nel mercato americano.

ANTICHRIST


Un film rimasto in parte in testa al suo regista. Lars Von Trier riesce ancora a spiazzare adottando un titolo che rimanda ad un archetipo dell’immaginario cinematografico e poi, dopo un inizio che lascerebbe presagire un immersione negli incubi di una metafisica applicata al religioso, prosegue come un dramma strindbergiano, tanto allucinato quanto ordinario nel disporsi sui binari di un confronto in parte psicanalitico, per l’approccio teraupetico con cui Dafoe cerca di curare la depressione della moglie, traumatizzata dalla morte del figlio, avvenuta nel corso dell’amplesso che apre a mo di prologo la storia, e successivamente, verso la metà del film, quando lei afferma la propria guarigione e poi, con uno scarto che la sceneggiatura fa fatica a giustificare, si scaglia verso il marito colpevole a suo dire di volerla abbandonare, e diventa una sfida senza esclusione di colpi tra la vittima ed il suo carnefice.
Abituato a provocare i suoi clienti con ben altre sfumature, questa volta il regista danese rende troppo esplicita la sua volontà, valga per tutti la penetrazione in primo piano che suggella l’antefatto amoroso, una sorta di melodramma raffreddato dall’invadenza dell’accompagnamento musicale e dal bianco e nero patinato delle immagini, oppurre la scena in cui lei inserisce una mola nella tibia di lui, eccesso di crudeltà che appartiene ai B movie amati da Tarantino ed ancora nella recitazione sovraccarica dei due attori, certamente voluta, ma che nel caso della Gainsbourg oltrepassa i limiti che permettono di distinguere tra un interpretazione attoriale ed una performance sportiva. Ed anche quando il clima si fa serio ed un angoscia sincera riesce a farsi largo in tanta confusione ed apprendiamo che la madre potrebbe essere stata consapevole della disgrazia imminente, rimane la sensazione di un cinema posticcio, che non inventa nulla di nuovo ma prende a piene mani iconografie (Lynch, Friedkin ma anche Kubrick) e situazioni (Haneke per quanto riguarda la mutilazione che lei si infligge nella parte finale della storia) già sfruttate. I rimandi alle vicende personali (la depressione che ha costretto il regista ad un lungo periodo di inattività) ed alla presunta misoginia di un uomo che sembra ossessionato dalla sofferenza femminile rimangono tali e fanno fatica ad assumere una valenza che l’apparato simbolico messo in campo ( la presenza di personaggi privi di nome, gli animali che danno vita alla costellazione immaginaria e che più volte incrociano la strada del protagonista, la natura come “Eden” abitato da novelli Adamo ed Eva) vorrebbe universali. Ad attenuare il rammarico di un attesa mal riposta c’è la conferma di un artista coraggioso che non arretra neanche di fronte all’autolesionismo e malgrado tutto riesce ancora una volta ad andare fino in fondo.

venerdì, maggio 22, 2009

Nanni Moretti a cannes nel 2010

CANNES - Nanni Moretti interpreterà lo psichiatra del Papa nel suo prossimo film che avrà come titolo: "Abbiamo il Papa". La notizia è riportata dall'edizione di Variety a Cannes, che annuncia appunto come il regista romano vestirà i panni di uno psichiatra che è chiamato al consiglio dei cardinali in Vaticano perchè il Papa eletto non ha voglia di assumere la sua carica.

A produrre il film, che sarà girato tra Roma e Firenze alla fine dell'estate, ci sarà la Sacher Film dello stesso Moretti più la francese Le Pacte.

Il film dovrebbe essere pronto per Cannes 2010.

(il corriere della sera, 20 mag 2009)

giovedì, maggio 21, 2009

Film in sala dal 22 maggio

Vincere
GENERE: Drammatico, Storico
NAZIONALITÀ Francia, Italia
REGIA: Marco Bellocchio

Antichrist
( Antichrist )
GENERE: Drammatico, Horror
NAZIONALITÀ Germania, Danimarca, Francia, Italia, Polonia, Svezia
REGIA: Lars von Trier

Role Models
( Role Models )
GENERE: Commedia
NAZIONALITÀ
REGIA: David Waine

Taxi to the Dark Side
( Taxi to the Dark Side )
GENERE: Documentario
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Alex Gibney

Una notte al museo 2: La fuga
( Night at the Museum 2: Escape from the Smithsonian )
GENERE: Azione, Commedia
NAZIONALITÀ Canada, USA
REGIA: Shawn Levy

mercoledì, maggio 20, 2009

Soffocare

Richiamata dalla faccia da schiaffi e tenerona dell'arruffato Sam Rockwell e dal soggetto tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, ho iniziato a guardare, senza troppa convizione, questo Soffocare, che potrebbe essere un film commedia, ma che si rivela essere un dramma famigliare ben orchestrato e tessuto, dall'apprezzabile spessore.
L'opera prima di Clark Gregg, noto fin'ora come attore (I soliti sospetti, Sotto il segno del pericolo), mette in scena il tragicomico rapporto madre-figlio e i tormenti esistenziali di un medico fallito.

Victor Mancini è uno scapestrato sessuomane che sembra aver perso tutto e al quale forse la vita sembra non offrire più granchè; sotto la scorza di menefreghista e di eterno peter pan, si cela un figlio affettuoso molto legato alla controversa figura materna, che nemmeno gli abbandoni e la malattia possono mettere in ombra.
Per pagare il salato conto della casa di cura/ospizio dove è ricoverata la madre - affetta da una rara forma di demenza senile e per la quale cerca le cure migliori - Victor, che di lvoro fa la guida turistica in un parco a tema sull'America coloniale, si inventa un originale espediente: ogni volta che va a cena in un ristorante simula un soffocamnto e tenta di farsi salvare da qualche ricco uomo in età presente ai tavoli. E lo fa con una logica precisa: se ti farai salvare da qualcuno, darai a questi un valido motivo per dare un senso alla propria esistenza e egli te ne sarà grato per sempre. e così puntualmente accade. Ogni persona che lo ha soccorso durante i vari soffocamenti instaura con lui una sorta di rapporto a distanza padre-figlio con telefonate e lettere e che produce denaro: questo "eroi", infatti, inviano periodicamente a Victor denaro e aiuti per alimentare il loro senso di protezione e di responsabilità paterna.
Victor è tormentato da un trascorso famigliare infelice, ancora da metabolizzare e risolvere e in virtù di esso non riesce a costruire rapporti di amicizia/amore duraturi e soddisfacenti. Cresciuto senza un padre e seguito da una madre morbosa eppure assente, una madre che pare più una amica, da adulto si ritrova a fare i conti con una maturità che lo spaventa e rapporti umani da evitare o da scivolarci sopra.

Il film è un divertente ed allo stesso tempo toccante percorso di rinascita del protagonista, nella sua pur eccentricità ed originalità.
Io poi adoro Sam Rockwell e questo basta per farmi piacere il film.
Clark Gregg mette in scena con humor caustico e delicatezza un tema affrontato di frequente ma di non semplice gestione.
Gradevolissima performance di Angelica Huston, una delle poche attrici di commedia capace di sdrammatizzare tutta la grevità propria di personaggi complessi come questa madre.

Bè, dopo questa sbrodolata, almeno fatemi sapere se vi è piaicuto.

Dead Man's Shoes

Segnalo Dead Man's Shoes, un ottimo prodotto indipendente del regista Shane Meadows - premiato nel 1997 per il suo primo lungometraggio 24/7 proprio alla mostra del cinema di Venezia.
Dead Man's Shoes racconta di una feroce vendetta in modo disinvolto e nemmeno troppo caricato.

"Richard e Anthony sono due fratelli molto uniti ma anche moto diversi. Il primo è un soldato, risoluto, forte, propositivo, Anthony è debole ed affetto da un leggero ritardo mentale. Richard da buon fratello maggiore è premuroso e protettivo, Anthony dolce e gentile. Dopo molti anni i due ritornano nella loro vecchia città e ricordano le vicende passate. La loro però non è una visita di cortesia: devono sistemare un vecchio conto lasciato in sospeso."


Girato con pochi mezzi e nessun effetto speciale il film colpisce per la sua essenzialità e fluidità, nonchè per un coinvolgimento quasi immediato. La campagna inglese fa da sfondo ad una storia violenta, di sangue e rancore, attutendo, con i toni grigi e grevi d'aqua, la scottante ferocia dei protagonisti.

"Girando tutto il film in 16mm, con un processo di sviluppo e stampa diverso a seconda che si trattasse di sequenze ambientate nel presente o nel passato, Shane Meadows ha potuto utilizzare una fotografia estremamente realistica, sempre con luci naturali. In più, il trentaduenne britannico ha avuto l'intuizione di girare gli interni sempre con macchina fissa e gli esterni sempre con macchina a mano, cosa che dà alla pellicola una dimensione fotografica inedita per il suo cinema, di pari passo con un buon montaggio e un'ottimo lavoro sul sonoro (non solo per le belle musiche). L'alternanza delle due linee temporali è gestita benissimo perché il passato del protagonista e del branco delle Midlands ci viene svelato pian piano a seconda della necessità. E l'ultimo flashback, con quella musica ossessiva, riesce ad essere realmente sconvolgente." (cinefile.biz)


Franklyn

E' bello guardare film di questa levatura senza esserne introdotti, poichè tutto è un disvelarsi lento, tutto acquista forma solo a poco a poco, restituendo una sensazione "generativa" di conscienza, quasi fisica.
Allo spetattore non si concedono che piccoli frammenti per volta, con i quali ricomporre l'immagine finale, proprio come accade durante un percorso di catarsi e di presa di coscienza privata.
Potrei accennare la trama, ma credo vi rovinerei una parte del film stesso, che va seguito e scoperto fin da subito, senza sapere chi lo animerà e quali storie ne costituiranno la matrice.
Ciò che mi è piaciuto di Franklyn è la prospettiva dei singoli personaggi sul mondo esterno e, in particolare, sul loro mondo interno.
Lo spetattore guarda come guardano i protagonisti. E tutto è mutabile. Nessuna certezza sembra esistere, nessuna logica è scontata nè adottabile. Eppure tutto ha un suo senso profondo.
E così ci scopriamo tutti quanti cittadini di mondi paralleli che con la realtà - quella diciamo condivisa dalla maggioranza della popolazione mondiale, nell'accezione comune - c'entra in parte e che forse sono la sostanza della stessa. Siamo vite sospese, che percorrono rette che possono incontrarsi oppure mai toccarsi, e viviamo nella ricerca di una verità nascosta, ferita, infranta, la cui assenza ci rende fragili e confusi.
La messa in scena è forte, a tratti molto spettacolare, e riassume in sè tutto quanto.
Franklyn, nel mio modesto parere, è prova mirabile di adattamento allo schermo di un storia non semplice da raccontare e soprattutto da mostrare.
Lo consiglio vivamente, sia per le ottime prove attoriali di Eva Green che per il cameo di Susanna York.
Il film credo sia passato quasi inosservato. vale la pena un recupero.

venerdì, maggio 15, 2009

RACHEL GETTING MARRIED

Il matrimonio di Rachel (Rosemarie De Witt) e' l'occasione per un rendez vous familiare a cui partecipa anche Kim (Anne Hathaway), sorella della sposa e tossicodipendente in via di riabilitazione. I festeggiamenti che precedono l'evento, organizzati con la celebrazione degli sposi attraverso il ricordo degli amici, sono l'occasione per fare il punto con un passato funestato dalla perdita del fratellino a causa di un incidente stradale provocato dalla dipendenza di Kim. Provata dal senso di colpa ed alla ricerca di un equilibrio ancora lungi dall'essere tale, Kim riportera' a galla antichi rancori ed incomprensioni mai risolte.
E' evidente che dietro questa resa dei conti che assomiglia nel tema e nello stile a Festen di Thomas Winterberg (telecamera a mano, luce naturale, assenza di rumori o suoni extradiegetici, insomma una specie di Dogma), ci deve essere dell'altro, e pur volendo evitare facili allusioni, non si puo' non vedere il riferimento all'america del presente, quella di Obama (lo sposo di Rachel e' afroamericano) in cui l'auspicato melting pot, che il film realizza attraverso le famiglie degli sposi, vero e proprio coacervo di razze e di colori non puo' far dimenticare i drammi del recente passato (L'America di Bush come la tragedia che ha coinvolto i protagonisti). Inoltre l'aspetto musicale, presente fin dall'inizio con il pretesto di provare il repertorio, diventa assoluto protagonista nella parte finale del film, con un vero e proprio live concert in cui la nuova presa di coscienza (il male non puo' essere dimenticato ma insiemepotremo renderlo meno dannoso)) va a braccetto con i ritmi caraibici e multietnici cari a Demme fin dagli esordi. La Hathaway come bad girl supera la prova ma ancor piu' brava e' Rosemarie de Witt nel ruolo di Rachel, per la capacita' di modulare con assoluta spontaneita' gli stati d'animo di un personaggio che lotta a tutti i costi per la felicita' sua e dei propri cari. Il cameo di Debra Winger , nella parte della assente ed anafettiva, completa alla grande una componente attoriale di assoluto livello.

Riunione di famiglia

Alla ricerca del tempo perduto, dopo la deludente trasferta americana, ed in cerca di riscatto per lo scarso interesse critico verso il pur buono Dear Wendy, Tomas Vinterberg torna sui terreni che gli sono più congeniali e riformula - in chiave tragicomica ed alla luce della rottura artistica ed umana con il proprio padre putativo (Lars Von Trier) - la rappresentazione di un nucleo familiare in crisi di identità e costretto a confrontarsi con le responsabilità di un passato da dimenticare.
Seguendo l'esempio del famoso epigono (Festen), Riunione di famiglia prende spunto da un rendez-vous organizzato per commemorare l'anniversario della fondazione di una idillica cittadina danese e culminante nel pranzo offerto in onore del suo cittadino più famoso, il cantante lirico Karl, ospite d'onore della celebrazione, per descrivere, con un crescendo di avvenimenti e rivelazioni, talora esilaranti (valga per tutti la peripezie del cuoco new age che deve fare i conti con l'inappetente protagonista e dietro il quale non è difficile riconoscere uno sberleffo agli atteggiamenti misticheggianti ed eccentrici dell'inventore del Dogma) e a volte drammatici, la riconciliazione di un padre ed un figlio completamente ignari della rispettive esistenze.
La fragilità delle relazioni umane, rappresentata dagli altalenati cambi di umore degli amanti, e la forza di nuovi modelli familiari, con buona pace dei detrattori delle coppie di fatto e della famiglia allargata, completano la rappresentazione di un mondo che ha rinunciato alle proprie ipocrisie e si avvia ad una nuova palingenesi.
Lontano dalla spietata crudeltà del film che lo aveva rivelato ed alla larga dalle regole del Dogma, Vinterberg sceglie uno stile fortemente antinaturalistico, soprattutto nella descrizione del paesaggio, che colora di una luce calda e nostalgica, quasi un omaggio a quello italico, più volte citato nel corso delle presentazione del film, e con un uso extradiegetico della musica a sottolineare i momenti clou della storia. Operazione legittima ma che finisce per scardinare l'equilibrio di una formula che bilanciava l'eccentricità delle storie con la sobrietà dello stile.
Qui invece il film si appesantisce per mancanza di asetticità, con un sovraccarico di stile che si sovrappone alla densità del tema. Un deterioramento che si registra anche sul piano della scrittura che pare aver perso la fluidità delle origini e risulta troppo costruita, soprattutto nella prima parte, quella di preparazione alla catarsi finale, che viene meno per l’artificialità di quanto lo ha preceduto.
Un passo in avanti rispetto alle insulsaggini di 'It's All about love' ma più di uno indietro rispetto a 'Dear Wendy'.
Ci penserà Antichrist a risollevare il nome del cinema Danese?

giovedì, maggio 14, 2009

Gli amici del Bar Margherita

di Ethan

Per rievocare i suoi ricordi nella Bologna anni cinquanta, Pupi Avati ha chiamato una schiera di bravi attori a interpretare i personaggi pittoreschi che girano attorno al bar Margherita.
Il risultato è un'antologia di piccole storie di provincia raccontate attraverso gli occhi del diciottenne Coso.
Alcune scene graffianti, come la serata danzante organizzata da Coso mentre il nonno sta morendo nella stanza accanto, potrebbero salvare Gli amici del Bar Margherita.
Ma il film non trova un suo ritmo.
Pupi Avati sembra tentennare tra i racconti di gioventù sul modello Amarcord e la commedia amara e dissacrante alla Dino Risi.
Alla fine, il bar Margherita diffonde l'immagine di una Bologna provinciale e di un'Italia nostalgica e smemorata dove nessun elemento esterno riesce a farsi largo. Anche sullo sfondo, la politica è assente.
Al bar, si parla soprattutto di donne, di sport, di piccole truffe e di Sanremo. Bologna 1954 o Italia 2009?

Film in sala dal 15 maggio

Angeli e Demoni
( Angels and Demons )
GENERE: Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Ron Howard

I Love You, Man
( I Love You, Man )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: John Hamburg

Seventeen again
( 17 again )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Burr Steers

Soffocare
( Choke )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Clark Gregg

62esima edizione del Festival di Cannes

(AGI) - Cannes, 13 mag 2009 - Prende ufficialmente il via la 62.ma edizione del Festival di Cannes. Le star di tutto il mondo hanno calcato il celebre tappeto rosso per entrare nel Palazzo del Festival dove si si è svolta la prima serata del concorso.
Quest'anno e' toccato al cantautore francese, Charles Aznavour, aprire la cerimonia prima della proiezione di "Up", il film di animazione della Disney-Pixar diretto da Pete Docter.

La storia di Carl Fredricksen ha stregato pubblico e critica: l'anziano protagonista, per realizzare il sogno della moglie defunta, attacca una miriade di palloncini colorati alla sua casa, che si libra nel cielo e lo porta in Sud America. In sua compagnia c’è il piccolo Russell, un bimbo simpatico e grassottello che si è intrufolato in casa prima della partenza, e che si rivelerà un prezioso compagno di viaggio. Ma nel corso della loro avventura i due protagonisti dovranno vedersela con il cattivo di turno, l’esploratore Charles Muntz. (excite)

A capitanare la giuria, l'attrice francese Isabelle Huppert, molto amata in patria, che il prossimo 24 maggio designera' quale tra i 20 film in gara si aggiudichera' l'ambitissima Palma d'Oro: "I cineasti ci dicono chi siamo e, forse, chi saremo", ha detto l'attrice-presidentessa.

Davanti alle ovazioni di Up, la Huppert è rimasta la lady di ferro di sempre: "La mia emozione - ha spiegato - è dovuta al fatto che in questo luogo la forza del cinema è così evidente e marcata. Sono felice di essere ancora una volta al Festival, in un ruolo che mi onora moltissimo".
Huppert promette di far prevalere su tutto le emozioni: "Nessuna diplomazia, non siamo il ministero degli Esteri, il verdetto finale sarà un po’ come il precipitato chimico della sensibilità di ogni membro della giuria".
Più dei ragionamenti conterà la passione: "Non si tratta di giudicare, ma di amare oppure no dei film. E questo è molto difficile perché spesso una storia ci piace, ma non siamo in grado di dire che cosa ci ha toccato e perché così profondamente" (la Stampa).

Molto atteso sara' certamente Pedro Almodovar, accompagnato da Penelope Cruz, che presenterà la sua ultima "pelicula" Los abrazos rotos.
Tra i registi in concorso ci sarà anche Ken Loach, già vincitore della Palma d’oro, che porterà Looking for Eric, che vede protagonista l'ex calciatore Eric Cantona. E poi Lars von Trier, con l'horror Anticristo, l'austriaco Michael Haneke, con The White Ribbon, e l’italiano Marco Bellocchio con Vincere (con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi).

http://www.festival-cannes.com/

... Due righe di introduzione sommaria per proporvi un post tutto dedicato al Festival di Cannes, dove poter commentare liberamente e inserire le vostre riflessioni su questa appena iniziata edizione del festival dei festival.

mercoledì, maggio 13, 2009

STAR TREK

Qui non è questione di essere cultori o meno della celebre serie e neanche di stabilire se abbia senso o meno reinverdirne le origini con un film che vuole conquistare il pubblico dei giovanissimi senza perdere quello dei numerosi aficionados: in realtà si tratta di provare ad esprimere un giudizio su uno dei blockbuster più attesi dell’estate e sugli eventuali meriti di un regista che dopo aver riscritto la formula dell’intrattenimento televisivo con i naufraghi più famosi del momento viene accreditato di un talento paragonabile a quello di Steven Spielberg: raffronti che lasciano il tempo che trovano, simili alle disquisizioni senza uscita che tormentano gli appassionati della racchetta, chiamati a designare il tennista più forte di tutti i tempi.
Paragoni improponibili - io la penso come Tommasi e Clerici e quindi dico che non esiste un numero uno di tutti i tempi ma ogni epoca ha il suo protagonista - che nulla tolgono alla fama di J.J. Abrams, il guru chiamato al
capezzale di pazienti un pò bolliti (prima il format sull’agente Hunt ed ora la saga dei navigatori spaziali) per eccessivo sfruttamento, che ha dalla sua dimestichezza con i ferri del mestiere (sul set di Caserta, Tom Cruise era filmato in maniera simultanea da telecamere posizionate nelle posizioni più svariate) e la capacità di sapere coniugare angosce da nuovo mondo a regole di cinema vecchio stampo.
In questo caso si trattava di riscrivere un universo senza dare l'impressione di farlo: cambiare per restare sempre uguali.
E questo a mio avviso è il limite di questo nuovo episodio di Star Trek - un prequel, un sequel o forse il punto di partenza di una nuova progenie? Paradosso vivente, rispetto a quello che rappresenta ed all'industria che lo produce, simile a quello che il film ripropone nella scena centrale, quando il vecchio Mr Spock viaggia a ritroso nel proprio passato per suggerire il da farsi al futuro capitano Kirk? Ma allora quello che ne consegue è frutto di una manipolazione temporale o di colui a cui sono ascritte le vicende che abbiamo conosciuto prima di questa nuova scoperta.
Importante per i cultori della serie o per i "tecnici" della fantascienza, il passaggio fondamentale per l’economia della storia (l'enfasi è accentuata dalla presenza di Leonard Nimoy che interpretò il Vulcaniano negli episodi precedenti) diventa quasi un macigno per chi sta aspettando il famoso colpo di coda di un film che fino ad allora è stato solo chiacchere e distintivo, con il solito mirabolante dinamismo riproponibile da qualsiasi pischello presente nella fabbrica dei sogni ed una serie di variazioni sul tema che, a detta degli esperti, hanno cambiato un poco il carattere dei vari componenti dell’Enterprise, ma agli occhi del neofita risultano null'altro che bozzetti, forse destinati a prendere vita con una successiva eventuale trilogia, ma per ora corredo di una fauna tutt'altro che indimenticabile



Tra Top Gun e Star War il giovane Kirk ha la faccia senza carisma di uno dei tanti volti televisivi ( e neanche dei più convincenti) che attraversano il nostro etere televisivo, giovane scavezzacolo pieno di talento che si redime sulla via di damasco e che trova nell'altrettando giovane Mr Spock una dualità destinata a normalizzarsi prima ancora di nascere.



Per il resto c'è tutto il repertorio che si conviene al cinema da grande incasso: suono roboante ed inseguimenti a perdifiato, odi atavici ed amicizia sconfinata, mondi che scompaiono ed altri recuperati grazie ad un parco di effetti speciali che non fanno meraviglia per la povertà di quello che gli sta intorno.
Lo schermo sfruttato in tutta la sua lunghezza ed una fotografia ipervitaminizzata, che ricorda il cinema di Tony Scott, completano l'ennesimo prodotto di merchandising destinato a deludere le attese di chi credeva alla storia del salvatore della patria.

Fuori menu'

Fuori menu' , dello spagnolo Nacho G. Velilla, è stato lanciato come un film dissacrante, quasi più di Almodovar.
Il Gambero Rosso l'ha promosso per la presenza massiccia della gastronomia. Esagerazioni. A mio avviso Fuori menù è una graziosa commedia politimanete corretta, che racconta una storia sui generis in una Spagna certamente più pronta del nostro Paese alle coppie gay ed alle unioni di fatto. E la gastronomia è solo un pretesto ben sfruttato.

Maxi crede che la sua vita sia perfetta: è un cuoco di prestigio, proprietario di un ristorante di moda nel quartiere gay di Madrid e vive la sua omosessualità senza complessi. Tuttavia, la comparsa dei suoi figli, frutto di un precedente matrimonio di facciata, e di un nuovo vicino di casa, un ex calciatore argentino molto attraente, scombussoleranno la sua vita e lo costringeranno a ribaltare la sua scala di valori.

L'unica trasgressione che può rinvenirsi sono i baci e le carezze tra Maxi e il suo amato ex calciatore. Regna su tutto un clima divertito e leggero, che però non perde l'attenzione verso temi importanti quali la famgilia, le coppie di fatto, il rapporto padre-figlio.

Il rimo non è ottimale, la commedia langue un poco soprattutto all'inizio, con toni un po' smorzati e non molto coinvolgenti.
la second parte prende un po' ossigeno e si riesce a raggiungere un certo climax, anche se mi sarei aspettata di meglio. tuttavia la visione vale il prezzo del biglietto.

Ottimo cast.



3 donne al verde (Mad Money)

una delle commedie piu' divertenti che ho visto negli ultimi anni, 3 donne al verde unisce con successo tre volti famosi ed amati del cinema leggero hollywoodiano: la sempre divertente e di gran classe Diana Keaton, la bella e sorprendentemente simpatica Katie Holmes e la bomba di simpatia Queen Latifah.
la commedia si rivela fin da subito leggera, fresca e ritmata, con un tocco di femminilità che la rende davvero godibile.
Il film è del 2008, non lo troverete in sala, ma se non sapete cosa affittare per una serata home made, bhè, continuate a leggere..

La casalinga Bridget (Keaton), la mamma single Nina (Latifah) e l'esuberante Jackie (Holmes) hanno in comune un piano che cambierà per sempre le loro vite. Quando scoprono che una gran quantità di denaro sta per essere mandata all'inceneritore, decidono di unire le loro forze per organizzare un colpo milionario alla banca piú sicura degli Stati Uniti d'America.

Una sorta di criminali da strapazzo ma al femminile, con però una marcia in più.
Un canuto Ted Danson completa il cast di attori davvero riuscito. Tutti sono nella parte e non cedono a momenti morti o di uorismo a denti stretti.

La trama non è niente di molto orgininale, non vi aspettate un film esilarante, solo una buona commedia ben scritta e diretta, con in più i camei attoriali di cui sopra.

Callie Khouri mette in scena con naturalezza debolezze umane, furberie e graziosi colpi di scena.

Consigliato vivamente per una serata col sorriso e per riprendersi da tanta commedia di basso livello, ormai dilagante in Italia e all'estero.

martedì, maggio 12, 2009

Questione di cuore

Nella stessa notte lo sceneggiatore Alberto (A. Albanese) e il carrozziere Angelo (K. Rossi Stuart) vengono colpiti da infarto.
Si ritroveranno ricoverati uno accanto all'altro nello stesso ospedale romano.
Benchè l'intellettuale nato al nord e il coatto romano non abbiano nulla in comune, nasce tra di loro una intensa amicizia che porterà a sviluppi (im)prevedibili.

Francesca Archibugi (Il grande cocomero, L'albero delle pere) gira una commedia al tempo stesso leggera ed amara tratta dal romanzo autobiografico dello sceneggiatore Alberto Contariello.

QUESTIONE DI CUORE ricorda non poco IL GRANDE COCOMERO (i legami che nascono a causa della malattia) ha dialoghi a tratti brillanti e la coppia Kim Rossi Stuart - Antonio Albanese che merita applausi per come riesce a dare credibilità ai personaggi e sopratutto per il tocco leggero della loro interpretazione.

Il film però non è esente da inciampi e stonature, prima tra tutte la visita di gruppo degli amici vip (Sorrentino, Virzì, Verdone, Sandrelli) al capezzale di Alberto.



Da sottolineare negativamente anche il personaggio di Paolo Villaggio, che oltre ad essere ridotto a macchietta, non ha nessuna influenza nell'economia del film.

Brave Micaela Ramazzotti e sopratutto Chiara Noschese, attrice di teatro che il cinema dovrebbe utilizzare più spesso.

giovedì, maggio 07, 2009

Film in sala dall'8 maggio

Française
( Française )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia, Marocco
REGIA: Souad El-Bouhati

La casa sulle nuvole
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Claudio Giovannesi

L'artista
( El Artista )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia, Argentina
REGIA: Mariano Cohn, Gaston Duprat

San Valentino di sangue in 3D
( My Bloody Valentine 3D )
GENERE: Horror, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Patrick Lussier

Star System - Se non ci sei non esisti
( How to Lose Friends & Alienate People )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Robert B. Weide

Star Trek
( Star Trek )
GENERE: Fantascienza
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: J.J. Abrams

Terra madre
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Ermanno Olmi

Young People Fucking
( Young People Fucking )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Canada
REGIA: Martin Gero

giovedì, aprile 30, 2009

Film in sala dal 1 maggio

Amore & Altri Crimini
( Love & Other Crimes )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Austria, Germania, Slovenia, Serbia
REGIA: Stefan Arsenijevic

Che - Guerriglia
( Guerrilla )
GENERE: Biografico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Steven Soderbergh

Hannah Montana: The Movie
( Hannah Montana: The Movie )
GENERE: Commedia, Musical
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Peter Chelsom

La bella società
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gian Paolo Cugno

Lezioni d'amore
( Elegy )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Isabel Coixet

Riunione di famiglia
( En Mand Kommer Hjem )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Danimarca
REGIA: Thomas Vinterberg

State of Play
( State of Play )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Kevin Macdonald

The Wackness
( The Wackness )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jonathan Levine

Valérie - diario di una ninfomane
( Diario de una ninfomane )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Christian Molina

X-Men le origini: Wolverine
( X-Men Origins: Wolverine )
GENERE: Azione, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Gavin Hood

giovedì, aprile 23, 2009

Film in sala dal 24 aprile

Earth - la nostra Terra
( Earth )
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ
REGIA: Alastair Fothergill, Mark Linfield

Fuori menù
( Fuera de carta )
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Nacho G. Velilla

Generazione 1000 euro
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Massimo Venier

Houdini - L'ultimo mago
( Death Defying Acts )
GENERE: Thriller
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Australia, Gran Bretagna
REGIA: Gillian Armstrong

Il grande sogno
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Michele Placido

Le avventure del topino Despereaux
( The Tale of Despereaux )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna, USA
REGIA: Sam Fell, Robert Stevenhagen

Polvere
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Massimiliano D'Epiro, Danilo Proietti

RocknRolla
( RocknRolla )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Guy Ritchie

Tulpan
( Tulpan )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Svizzera, Germania, Polonia, Russia, Kazakhistan
REGIA: Sergey Dvortzevoy

martedì, aprile 21, 2009

Disastro as Hollywood

di Ethan

Hollywood viene messa alla berlina, ma con un po' di riguardo. È una di quelle rare volte in cui diversi grandi nomi della mecca del cinema rivolgono lo sguardo su di sé, per sottoporsi al giudizio, e anche allo scherno, del pubblico.
L'altalenante commedia di Barry Levinson si può comunque avvalere di una delle migliori performance di Robert De Niro degli ultimi anni.
La sceneggiatura di Art Linson è basata su un suo libro del 2002 in cui racconta le disavventure che capitano quando si produce un film a Hollywood.
I personaggi si comportano in modo sleale, immorale, avido, infantile e via dicendo. Del resto gli affari sono affari.
Alcuni risultano molto divertenti, alcuni un po' troppo elaborati, altri decisamente inverosimili. Ma cercando di accentuare il più possibile i toni da commedia, Levinson sembra voler trattare tutti con una buona dose di benevolenza, e questo forse è il limite del film, che sembra non voler prendere posizione.
Nella scena finale di un action movie pretenzioso viene violato un tabù di Hollywood: il personaggio interpretato da Sean Penn uccide un cane. Il boss dello studio (una perfetta Catherine Keener) impone al produttore Ben (De Niro) di rimontare il film in tempo per il festival di Cannes. Ma questo è solo uno dei problemi che Ben si trova ad affrontare, tra lavoro e vita privata.

FROZEN RIVER

Lasciata dal marito, Ray (M. Leo) donna non più giovanissima e madre di due figli, incontra Lila (M. Upham) una ragazza Mohawk che vive nella riserva al confine tra lo Stato di New York e il Canada e che ha cercato di rubargli l'auto.
Lila propone alla disperata Ray di guadagnare soldi facili con il traffico di immigrati clandestini sul fiume ghiacciato San Lorenzo.

Ray che si ritrova senza un soldo, con due figli da mantenere e con l'idea fissa di comprare una casa prefabbricata, accetta di entrare in "società" con la giovane.
Oltre Hollywood con i suoi remake, sequel, prequel, ecc.. qualcosa si muove (ovviamente) e fortunatamente arriva anche sugli schermi italiani.
E' il caso di questo FROZEN RIVER che tanto successo ha ottenuto al Sundance Festival.
Partendo dalla disperazione di due donne vittime dei loro uomini, ma in parte anche del consumismo più sfrenato (si vive in una sorta di baracca, si cena con i popcorn ma si deve possedere un megaschermo ultramoderno) la sceneggiatrice e regista Courney Hunt confezione un dramma sociale mascherato da thriller.
La regista mette sullo sfondo una realtà sociale problematica, prosegue con la triste vicenda personale della protagonista, gira con camera a mano per rendere il tutto più realistico e sopratutto non molla un attimo il volto della brava Melissa Leo della quale sembra voler cogliere ogni respiro.
Per rendere il tutto più attraente ambienta il film al confine tra lo Stato di New York, il Canada, e una riserva Mohawk. Ne consegue che cambiando Stato cambia anche la giurisdizione della polizia e sopratutto cambiano le regole, da qui quel minimo di tensione che fa pensare ad un thriller.
FROZEN RIVER è una operazione riuscita, almeno in parte, perchè il film risulta gradevole anche se non proprio aderente alle aspettative dopo gli allori ricevuti al Sundance

giovedì, aprile 16, 2009

Film in sala dal 17 aprile

Complici del silenzio
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Stefano Incerti

Disastro a Hollywood
( What Just Happened? )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Barry Levinson

Fast and Furious: Solo parti originali
( Fast and Furious )
GENERE: Azione
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Justin Lin

Focaccia Blues
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Nico Cirasola

FRANKLYN
( Franklyn )
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia, Gran Bretagna
REGIA: Gerald McMorrow

Fuga dal Call Center
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Federico Rizzo

La vita segreta delle api
( The Secret Life of Bees )
GENERE: Drammatico, Avventura
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Gina Prince-Bythewood

Nemico Pubblico n.1 - L'ora della fuga
( L'ennemi public n°1 )
GENERE: Azione, Biografico, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Canada, Francia
REGIA: Jean-François Richet

Questione di cuore
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Francesca Archibugi

mercoledì, aprile 15, 2009

LOUISE MICHEL

Rimaste disoccupate dopo la chiusura della fabbrica in cui lavoravano, alcune operaie decidono di mettere insieme il piccolo indennizzo ricevuto per assoldare un killer che ammazzi il proprietario della fabbrica.
Sulla scia del clamoroso successo di GIU' AL NORD, arriva sugli schermi nostrani un altro film transalpino annunciato come una bomba di comicità.
Il film, pur non privo di difetti, è senz'altro piacevole ma abbastanza lontano dal poterlo considerare puramente comico.
In realtà si tratta di una commedia nera condita da umorismo politicamente scorrettissimo.
La coppia di registi, che provengono dalla tv (e si vede) commette l'errore di spingere eccessivamente sull'acceleratore, caricando a dismisura il film di scene strampalate (anche visivamente) che rischiano di appiattire la pellicola e di creare una sorta di saturazione nello spettatore.
Il film è ispirato dalla recente crisi economica e dalla marea di licenziamenti che ha interessato la classe operaia.
In questo caso, le operaie licenziate, capeggiate dalla corpulenta Louise (un ex galeotto diventato donna per poter trovare lavoro) sono consapevoli di non potersi opporre in nessun modo, e tramite l'improbabile killer Michel (una donna diventata uomo) diventano giustizieri, salvo scoprire che nel mondo ci sarà sempre un padrone che deciderà delle loro vite.
Il titolo del film, in realtà, non richiama i nomi dei protagonisti ma quello dell'anarchica francese vissuta nell'800.
Film politicissimo, che va oltre la semplice "vendetta" e che ci parla anche di capitalismo, paradisi fiscali, prodotti bancari tossici, coppie di fatto.
Buono ma sopravvalutato.

Push

di Ethan

Più o meno verso la metà di Push, uno degli eroi formula un concetto diabolico che monopolizzerà il resto del film: "E se niente di quello che facciamo avesse un senso?".

Per lo sceneggiatore dev'essere stato l'equivalente del seggiolino eiettabile. Prima di quel momento Chris Evans è un ragazzo dotato di poteri telecinetici che cerca di salvare una piccola medium (Dakota Fanning), le cui visioni possono avverarsi oppure no. Questa specie di thriller si conclude con una scazzottata, un finale aperto e l'implicita promessa di un sequel.
Tra tutte le calamità predette da Dakota Fanning, Push 2 è una di quelle che ha mancato.

Racconti incantati

di Ethan

Il tentativo di Adam Sandler di esaltare la magia della finzione in Racconti incantati sarebbe stata molto più convincente se il regista avesse evitato la solita accozzaglia di spazzatura sintetica. La vita di Skeeter (Sandler), impiegato tuttofare di un hotel, è messa sottosopra quando la sorella gli chiede di badare ai suoi figli.
Le assurde favole della buona notte che inventa per mettere a dormire i nipotini cominciano ad avverarsi. In realtà sono i dettagli che i bambini aggiungono a queste storie (in cui Skeeter è, di volta in volta, una specie di Ben Hur, un contadino medievale, un modesto bracciante e così via) a prendere vita nella realtà. Solo così si spiega la cotta di Keri Russell per un Sandler particolarmente infantile. Per Shankman dirigere un film di Walt Disney significa riempire ogni possibile buco con quantitativi tossici di smancerie.
Una visione non proprio piacevole.

Dragonball Evolution

di Ethan

Il progetto di trarre un film dai cartoni animati di Dragonball è finalmente una realtà. Ma il risultato farà pentire chiunque abbia desiderato questo momento.
L'ingrediente principale del successo della serie a cartoni animati era il riuscito mix di caratterizzazione dei personaggi, umorismo, energia e violentissime scene di combattimento. Tutti elementi che si sono persi dopo il passaggio a Hollywood.
La sceneggiatura è semplicemente terribile, un'accozzaglia di immagini che in 85 minuti dovrebbe porre le basi per una fortunata serie hollywoodiana.
Alla fine, però, sembra solo uno squallido e cinico sistema per spillare quattrini ai fan del cartone animato.
Gli appassionati saranno disgustati e tutti gli altri, esclusi i minori di dieci anni, si annoieranno a morte.

Ballare per un sogno

di Ethan

Se in Ballare per un sogno ci fosse una voce fuori campo sicuramente snocciolerebbe una valanga di banalità sull'importanza di inseguire i propri sogni, tipo credi sempre in te stesso e altre amenità hollywoodiane.

Il film, dagli stessi autori di Save the last dance e Step up, racconta la storia di Lauryn (Mary Elizabeth Winstead) che arriva a Chicago dalla campagna e non supera l'audizione per entrare in una prestigiosa scuola di danza.
Ma Lauryn riuscirà a esprimere il suo talento e "il suo lato sexy nascosto" sul palco di una specie di strip bar.
Il posto è reso molto meno squallido di quelli veri, quasi esclusivamente per evitare qualsiasi tipo di divieto e perdere quindi una bella fetta del pubblico di riferimento (i ragazzini evidentemente).
Per qualcuno potrà diventare il classico musical sulla danza della sua epoca, stile Ti amavo senza saperlo o Baciami Kate!.
Per altri la fine dell'arte cinematografica, come siamo abituati a conoscerla.

Io & Marley

di Ethan

Io & Marley è adatto quasi esclusivamente a chi vive in costante crisi di astinenza da animali, e attacca a piangere anche solo davanti alla foto di un cucciolo. Nella versione cinematografica del best seller di John Grogan sulla sua vita insieme a un labrador, manca un ingrediente fondamentale: l'originalità dell'eroe canino. (attenzione si svela qualcosa del finale... ndr)

Quella specie di Terminator caldo e peloso, infatti, non è molto diverso da qualsiasi altro cane capace di devastare una casa o di ingurgitare ogni cosa.
La scelta (più o meno obbligata) di far interpretare Marley da una serie di replicanti di età diverse (una specie di Io non sono qui canino) gli toglie ogni tratto di personalità, di carattere, che non siano generici guaiti o moine. Senza questo cruciale pizzico di anima, il film diventa così un Beethoven meno comico e meno splatter.
Non resta che abbandonarsi all'unica certezza offerta dal film: prima che Marley spicchi il volo per la grande spiaggia dei cani che sta in cielo, ogni tappeto della casa sarà completamente devastato.

Louise Michel

di Ethan

Il film di Benoit Delépine e Gustave Kervern, Louise Michel, non poteva uscire con un tempismo migliore, quando l'onda della recessione globale si fa sempre più minacciosa sulla società in cui viviamo. Ma il titolo non deve trarre in inganno. Il film non è una biografia di Louise Michel, l'anarchica eroina della Comune di Parigi. Quella è solo una strizzatina d'occhio, visto che i due personaggi principali si chiamano proprio Louise (una meravigliosa Yolande Moreau) e Michel (un perfetto Bouli Lanners).

Louise è operaia in uno stabilimento tessile in Piccardia. Un giorno, insieme alle sue colleghe, arriva al lavoro e trova l'officina completamente vuota: il proprietario e tutti i macchinari sono scomparsi. Le operaie, furiose per essere state prese in giro, decidono di investire l'indennità di disoccupazione per ingaggiare un killer che uccida il loro ex datore di lavoro. Louise è scelta come quella che dovrà trovare il killer e accompagnarlo nella sua missione.
Il tema della tensione tra la base, che perde sempre tutto, e i vertici, che si arricchiscono alle sue spalle, è arcinoto. Ma di fronte all'impietosa cinepresa dei due registi, il popolo degli eterni sfruttati appare come un'accozzaglia di casinisti, incapaci e pazzi furiosi.
Louise Michel non risparmia niente e nessuno. Vuole sottolineare una verità spesso taciuta: la corruzione è ovunque, non solo nei paradisi fiscali o nelle società gestite dalla mafia.
Forse è meglio riderci sopra, perché presto non avremo neanche più la forza di piangere.

venerdì, aprile 10, 2009

CANI ARRABBIATI - ITALIA 70 - IL CINEMA A MANO ARMATA (11)

Undicesima puntata

IL GIOIELLO PERDUTO: CANI ARRABBIATI (Rabid Dogs)


CANI ARRABBIATI (Ita 1974)
Regia: Mario Bava
Cast: Riccardo Cucciolla - Maurice Poli - George Eastman (Luigi Montefiori) - Don Backy (Aldo Caponi) - Lea Leander ( Lea Krueger)
"Sono venuti quelli dei CAHIERS DU CINEMA, e mia figlia mi diceva che volevano sapere il tessuto connettivo tra quella targa che oscilla all'inizio del film SEI DONNE PER L'ASSASSINO, dove c'è un temporale, e il telefono che casca quando la Bartok muore. Io non mi ricordavo neanche come finiva il film..."

Signori e signore, questo era Mario Bava. Probabilmente il più grande regista artigiano italiano, il re indiscusso del piccolo budget.
Nonostante le limitate risorse economiche messe a disposizione e attori spesso non all'altezza della situazione Mario Bava è riuscito a girare dei veri cult movie.Inventò l'horror gotico all'italiana con LA MASCHERA DEL DEMONIO (1960) a cui fece seguito un piccolo capolavoro come LA FRUSTA E IL CORPO (1963).
Impossibile non citare anche I TRE VOLTI DELLA PAURA (1963) dove nel finale possiamo assistere ad uno dei primi casi di metacinema.
Da ricordare sono senz'altro film come LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO (1962) e DIABOLIK (1968).

Questa breve presentazione di Mario Bava ha come scopo quello di omaggiare un vero maestro del cinema italiano spesso sbeffeggiato, salvo poi essere in parte rivalutato dopo la sua scomparsa, come spesso succede per molti "artigiani" del cinema italiano.

Nel 1974 MARIO BAVA decise di cimentarsi anche con il genere poliziottesco, regalando agli appassionati uno dei più bei film di tutto il genere: CANI ARRABBIATI - RABID DOGS.
Ma purtroppo non tutto andò per il verso giusto.

CANI ARRABBIATI, infatti, è il film maledetto di Bava che non arrivò mai nelle sale a causa del fallimento della casa di produzione.
Il cast era composto da Riccardo Cucciolla (Sacco e Vanzetti) Maurice Poli, George Eastman nome d'arte di Luigi Montefiori, produttore di quello che è considerato il primo film porno italiano, ovvero SESSO NERO (1979), e il mitico Don Backy il cantante italiano che tanto successo ebbe negli anni 60 e 70.

IL FILM
Quattro banditi rapinano un portavalori e dopo un conflitto a fuoco uno di loro resta ucciso.I tre rimasti in vita sono: il "dottore" (Poli) che è anche il capo della banda; "bisturi" (Don Backy) così chiamato perchè abilissimo con il coltello e "trentadue" (Eastman) che deve il suo soprannome alle dimensioni del suo organo sessuale.
I banditi inseguiti dalla polizia si coprono la fuga prendendo in ostaggio due donne, "bisturi" taglierà la gola a una, a restare in vita sarà solo Maria (Lea Krueger).
I banditi in fuga fermano un auto guidata da un uomo di mezza età, ben vestito e dai modi gentili, il suo nome è Riccardo (Cucciolla) e salgono a bordo minacciandolo di morte.Ben presto però si accorgeranno che nell'auto c'è anche un neonato molto malato che Riccardo stava portando urgentemente in ospedale.La fuga dei banditi sarà un incubo per i loro ostaggi, per tutto il viaggio "bisturi" minaccerà i malcapitati con il suo coltello, "trentadue" tenterà di violentare Maria, e il povero piccolino verrà usato come posacenere.
La tensione in auto cresce sempre di più con il passare delle ore, i banditi ormai stremati e sotto pressione iniziano a litigare tra di loro e quando "trentadue" e a un passo dal violentare Maria il "dottore" gli spara ferendolo.Intanto durante una sosta in un distributore di benzina, una donna chiede un passaggio ai banditi che prima la fanno salire in auto e poi la uccidono senza pietà.
Nel frattempo le condizioni di "trentadue" si sono aggravate e il "dottore" ordina a "bisturi" di uccidere il compagno, "bisturi" esegue l'ordine piangendo.
Finalmente l'auto arriva in un casolare, dove è pronta un'altra auto che servirà per la fuga dei due banditi superstiti, ma Riccardo improvvisamente estrae una pistola dalla coperta nel quale è avvolto il bambino e fa fuoco contro i malviventi.Durante la sparatoria moriranno tutti, compresa la povera Maria, resteranno in vita solo il bambino e Riccardo che riprenderà la corsa verso l'ospedale.Durante la corsa in auto, appena trovata una cabina telefonica, Riccardo scende dall'auto per fare una telefonata.......

COMMENTO
Violenze ingiustificate, sadismo, umiliazioni, follia, dialoghi imprevedibili, in una parola il PULP, con tanti cari saluti al bravissimo Quentin Tarantino che quando Mario Bava girava Cani Arrabbiati probabilmente portava ancora i calzoni corti.Un disturbante viaggio nel buio della mente messo in scena con grande bravura da Mario Bava che gira il film quasi interamente in auto e con la luce naturale del sole.
CANI ARRABBIATI è un film geniale, politicamente scorretto, disturbante, claustrofobico e malsano. Assolutamente imperdibile.

CURIOSITA'- NOTIZIE
Il film fu girato in sole tre settimane quasi interamente sull'autostrada che unisce Roma a Civitavecchia e prodotto dalla Loyola Films.
Purtroppo questo gioiello non fu mai distribuito in sala.Diversi furono i problemi, lo scarsissimo budget a disposizione finì molto presto e i componenti del cast furono pagati solo in parte, per non parlare poi del fallimento della società che doveva distribuire il film.
Di conseguenza CANI ARRABBIATI è rimasto per molto tempo un film praticamente sconosciuto, anche se la sceneggiatura e una qualche copia non ufficiale, riadattata, ridoppiata, con finali cambiati ecc. è circolata tra gli appassionati ed è giunta anche oltreoceano.Si dice che esistano almeno 6 differenti edizioni di CANI ARRABBIATI.
La "scoperta" di questo gioiello perduto è dovuta quasi esclusivamente alla protagonista femminile del film, Lea Krueger.La bella attrice infatti nel 1995 è riuscita a far editare il film in versione dvd, facendo tornare alla luce questo capolavoro dimenticato.
Nel 1998 uscì anche la versione per il mercato Usa dal titolo RABID DOGS, titolo già preso in considerazione dai produttori quando il film fu girato.Grazie al sostegno economico di SKY e all'impegno di Lea Krueger, nel 2004 è stata conclusa l'operazione che ha portato al ripristino dei dialoghi originali e sopratutto del finale, dando così vita alla versione definitiva.
Per questa versione, per motivi di diritti (nel frattempo qualcuno annusato l'affare si è rifatto vivo) non si è potuto utilizzare il titolo originale e si è quindi dovuto ricorrere ad un ulteriore titolo: SEMAFORO ROSSO.

E ora veniamo a Quentin Tarantino. Cosa è LE IENE - RESERVOIR DOGS se non il remake aggiornato, riveduto e corretto di CANI ARRABBIATI - RABID DOGS?Tante sono le analogie, a cominciare dal titolo.
Poi si può notare che:

1) durante la rapina alcuni componenti della banda vengono assassinati;
2) i superstiti della banda si ammazzeranno tra loro;
3) il dialogo su "like a Virgin" di Madonna e senza dubbio ispirato dal personaggio di "trentadue" e dalla sua somiglianza con John Holmes;
4) i protagonisti non hanno nome ma solo dei soprannomi (bisturi,il dottore, trentadue/ mr. orange, mr. pink ecc..);
5) le lunghe sequenze in auto.

Anche se non amate particolarmente il genere poliziottesco, non lasciatevi sfuggire questo film geniale. Inchiniamoci dinanzi al maestro Mario Bava.

giovedì, aprile 09, 2009

Film in sala dal 10 aprile

Che - L'Argentino
( The Argentine )
GENERE: Biografico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Steven Soderbergh

Dragonball Evolution
( Dragonball Evolution )
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: James Wong

Duplicity
( Duplicity )
GENERE: Spionaggio, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tony Gilroy

Sbirri
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Roberto Burchielli

Star System - Se non ci sei non esisti
( How to Lose Friends & Alienate People )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Robert B. Weide

Tutta colpa di Giuda
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Davide Ferrario

giovedì, aprile 02, 2009

Film in sala dal 3 aprile

Ballare per un sogno
( Make It Happen )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Darren Grant

Gli amici del Bar Margherita
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Pupi Avati

Io & Marley
( Marley & Me )
GENERE: Commedia, Family, Romantico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: David Frankel

Louise & Michel
( Louise-Michel )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Benoit Delépine, Gustave de Kervern

Mostri contro alieni
( Monsters vs. Aliens )
GENERE: Animazione, Fantascienza
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Rob Letterman, Conrad Vernon

mercoledì, aprile 01, 2009

La partita lenta



Il contributo di Paolo Sorrentino sviluppato all'interno dell'iniziativa PerFiducia promosso da San Paolo Imi.
Scontato dire che si riconosce la mano del regista campano, cosi' come la sua fantasiosa capacita' di rendere speciali anche le cose piu' semplici. Vabbe', sara' anche scontato dirlo, ma mi e' piaciuto assai.

ALMODÓVAR PRESENTA "LOS ABRAZOS ROTOS"