lunedì, agosto 26, 2013

L'evocazione - The Conjuring

L'evocazione - The Conjuring
di James Wan
con Patrick Wilson, Vera Farmiga
Usa 2013
Genere, horror
durata, 112'



Il nemico si nasconde dove meno te lo aspetti. Nel cinema americano l'ubicazione preferita è quella degli interni di lussuosi appartamenti e di ville isolate, scelte non a caso per rappresentare la quintessenza di un benessere familiare e borghese che potrebbe estendersi con un pizzico di fantasia a quello di una nazione ossessionata dalla paura di perdere i propri privilegi. Se è chiara quindi la simmetria tra le storie di famiglie minacciate da un nemico occulto, e l'escalation geopolitico che ha colpito il cuore della Nazione con terribili attentati, e di conseguenza il successo commerciale ed anche critico di film apparentemente innocui al di fuori di quel contesto, questo non toglie nulla ad un fenomeno cinematografico che riesce a coinvolgere ripetendo sempre lo stesso schema narrativo. E' così nell'economia di un'annata che aveva già timbrato il cartellino con i prodotti della Blumhouse (da Paranormal Activity 4 a Sinister solo per dirne due), e che proprio in questo scorcio di stagione aveva mostrato sorprendente capacità di variazione, trasformando il diavolo in una nuova "arancia meccanica" nel cult La notte del giudizio, tocca ora a James Wan ed al suo "L'evocazione - The Conjuring" tenere alto il vessillo del cinema horror rafforzando il primato di un genere che non accenna a diminuire il suo indice di gradimento.

Certamente l'abbondanza produttiva così come il consenso al botteghino non sono di per requisito di sicura qualità, anzi. Ma nel caso del regista malese e del suo film conviene soffermarsi con attenzione perchè il virgulto dopo un periodo di appannamento conciso con lo sconfinamento in territori altrui - parliamo di "Death Sentence"(2007) epigono della serie del giustiziere di Charles Bronson - sembra aver ritrovato l'ispirazione degli inizi ("Saw", 2004) e soprattutto i favori degli studios, decisi ad affidargli le redini del prossimo "Fast and Furious 7". Diciamo innanzitutto che Wan lavora su forme cinematografiche ampiamente consolidate, e se vogliamo anche convenzionali, perché la storia della famiglia (Perron) che si trasferisce nella casa dei sogni senza sapere che la stessa è infestata da presenze demoniache, ed anche le modalità del loro salvataggio, realizzato grazie all'intervento di una coppia di indagatori dell'incubo che rispondono al nome di Ed (Patrick Wilson) e Lorraine Warren (Vera Farmiga) risalgono alla notte dei tempi. Dagli haunted house movie ("Amityville Horror", 1979) a capolavori come L'esorcista ma anche Sleepy Hollow, presente nel tentativo d'ingabbiare l'irrazionale con i parametri della scienza e della logica. Ma più degli altri Wan cita se stesso ed il suo penultimo lavoro - Insidious (2010)- di cui "The conjuring" sembra non il seguito ma la versione sofisticata e più teorica del precedente.


Partendo dallo stesso argomento - la parabola di una possessione che si trasforma in un'epopea del bene contro il male - e da situazioni pressoché identiche - senza elencarle tutte basta ricordare il misto di fede e ragione messo in mostra da coloro che si incaricheranno di salvare i malcapitati di turno - "The conjuring" se ne distacca sia dal punto di vista formale che dei contenuti. Innanzitutto per la decisione di collocare la vicenda negli anni '70, che, al di là delle presunte ragioni filologiche è un modo per mantenersi lontano dalla sbornia di realismo found footage nel nuovo cinema horror.
Wan per contro torna all'antico nel vero senso della parola, con una messa in scena che diventa evidente (nei colori, nelle scenografie, nei costumi), citazionistica (proprio alla fine degli anni 70 il filone cinematografico relativo alle case infestate ebbe il suo rilancio dopo i prodotti della Hammer di Roger Corman) e pure demodè. Una scelta che si confà ad una capacità di raccontare alimentata da una fantasia che in questo caso trova sfogo nel parallelismo tra le due famiglie della storia, quella dei Perron, spaventata ed in pericolo, e quella dei Warren, antitetica alla prima ma allo stesso tempo simile. Un dualismo usato per allargare i punti di vista del racconto ed offrire alla vicenda un respiro più ampio (succedeva anche in Insidious con l'espediente del viaggio nell'"altrove") capace di evitare sviluppi monotematici. Passando ai contenuti "The conjuring" dapprima li teorizza sotto mentite spoglie, enunciando la struttura del film attraverso le lezioni universitarie tenute dai Warren ("Infestazione", "Oppressione" e "Possessione" sono insieme l'argomento di studio per chi ascolta, ed insieme i capisaldi attraverso cui si sviluppa la storia del film) e poi li manifesta dando per scontato l'esistenza di una dimensione metafisica e quindi del male, qui depurato dagli scetticismi normalmente usati per costruire la drammaturgia necessaria ad enfatizzare la successiva presa di coscienza. Ma il film è anche in grado di assimilare lo spirito dei tempi, ed in particolare la sfiducia nella chiesa e nei suoi strumenti di intervento, giudicati tardivi ed inefficaci - vedi il caso degli scandali di pedofilia della curia americana - e per questo giubilati a favore di un interventismo tutto laico, presente in "The conjuring" nella consapevolezza di cui Ed e Lorainne fin dal primo momento si fanno pragmaticamente portatori.
Il cinema di Wan non riflette sul male e neanche si preoccupa di costruire impalcature intellettuali per cercare di comprenderlo. Il dato di fatto diventa allora la giustificazione per articolare un intrattenimento fatto di tensione e coinvolgimento, spettacolarità ed identificazione. In questo senso la faccia monoespressiva di Patrick Wilson, attore feticcio del regista, diventa funzionale ad un meccanismo che si spiega da solo, ed in cui c'è bisogno solamente di qualcuno che abbia voglia di tirarsi su le maniche.(pubblicato su ondacinema.it)

70 Mostra d'arte cinematografica: immaginario festivaliero

William Friedkin, regista americano
Leone d'oro alla carriera













Da artista scomodo e mal sopportato a guru osannato ed imprescindibile. Per William Friedkin i tempi de "L'esorcista" e di "Cruising" sembrano lontanissimi rispetto ad un attualità ricca di premi e di consensi ad oltranza. Never Say Never

70 Mostra internazionale d'arte cinematografica: immaginario festivaliero

Under the Skin
di Jonathan Glazer
con Scarlett Johansson
Venezia 70
 




  



 Per Jonathan Glazer sarà una sexy aliena in giro per la Scozia. A Venezia  i fan l'aspettano impazienti

sabato, agosto 24, 2013

Drift - Cavalca l'onda

Drift-Cavalca l'onda
di Ben Nott, Morgan O'Neill      
con Sam Worthington, Xavier Samuel, Lesley Ann Brandt
Australia 2013
genere, drammatico
durata, 120' 


L'Australia come l'America, una striscia di costa trasformata in un paesaggio californiano e dentro il mare, con le onde alte come Godzilla un pupullare di "cowboy" del mare pronti a cavalcarle. E' questo lo scenario di "Drift cavalca l'onda" ultima versione del grande prototipo girato da John Milius. In realtà le similitudini con "Un mercoledì da Leoni" rimangono in superficie perchè oltre allo sfondo storico in via di trasformazione (gli anni 70, la guerra in vietnam, le grandi rivolte sociali) a mancare è anche il tessuno di quella controcultura che il surf  in qualche modo ha rappresentato all'interno del contesto americano. Ad essere importante è invece il sogno di una famiglia come tante, ed il suo tentativo di migliorarsi attraverso la costruzione e la vendita di tavole, costumi ed altri accessori indispensabili a quell'attività. E poi le complicazioni - qui rappresentate da un poco di buono e dalla sua banda - che come sempre scandiscono il cammino di tutti gli uomini di buona volontà.

Pur con molti clichè, il più evidente è quello del personaggio interpretato da Sam Worthington ("Avatar", 2009), una specie di guru che nelle intenzioni della storia dovrebbe condensare la visione alternativa ed il contraltare rispetto al conformismo degli altri protagonisti, "Drift" si mantiene concreto evitando le solite riprese relative ai virtuosismi dei campioni acquatici ma preferendo concentrarsi sul legame tra Andy e Jimmy i due protagonisti del film, descritto mediante differenze generazionali e caratteriali, ed attraversato dalla presenza di una donna della quale entrambi finiranno per innamorarsi. Il risultato è coinvolgente come un prodotto televisivo di buona fattura e, considerata la stagione, sufficientemente adatto a rappresentare il giusto passatempo per serate senza meta.


venerdì, agosto 23, 2013

Insidious

Insidious
di James Wan
con Patrick Wilson, Rosa Byrne
Stati Uniti, 2010
genere, horror
durata, 98
 
 
Prima de "L'evocazione - The Conjuring" (2013) e dopo "The Saw" (2004) il regista James Wan è alla ricerca di una storia in grado di conferire nuovo smalto d una carriera diventata improvvisamente incerta, smarrita nel tentativo di trovare nuove forme capaci di raccontare la dimensione del male, il tema che da sempre caratterizza i lavori del regista di origini malesi. Così dopo il passo falso di "Death Sentence" (2007), con Kevin Bacon a rifare fuori tempo massimo il giustiziere di Charles Bronson, Wan si decide a fare il salto strappando il sipario che riveste il quotidiano per andare a guardare cosa si nasconde dietro quella facciata. Per farlo immagina una famiglia felice sconvolta dal dramma di un figlio caduto in coma senza apparente motivo, e successivamente terrorizzata dalla comparsa di inquietanti presenze. All'incredulità iniziale ed allo scetticismo subentra la paura, ed una medium incaricata di salvare il bambino dalle forze oscure che vogliono impossessarsi del suo corpo.
 
Sfogliando il copione di una sceneggiatura che non si allontana da quanto era stato già mostrato in fatto di demoni e possessioni, James Wan ne arricchisce però la messinscena con una personale visione del mondo metafisico raffigurato in maniera teatrale e grottesca, con richiami ad atmosfere lynchiane ed al gran guignol della commedia macabra. Ed in effetti pur restando in un contesto assolutamente drammatico che spinge forte sul pathos genitoriale e sul contrasto tra fede e ragione "Insidious" destabilizza le sue  coordinate con un ghigno ironico ed anche agghiacciante (così era quello del cattivo nel suo lavoro d'esordio) che deriva non solo da raffigurazioni demoniache che che sembrano uscite da un baraccone degli orrori,  ma anche dal team di aiutanti che coadiuva la sensitiva , più simili a Gianni e Pinotto che a Mulder e Scully di "X-Files", nonostante l'apparato tecnologico e le procedure da csi di cui si fanno portatori. Accostando i peregrinaggi extra realtà alla possibilità di "viaggiare" nella forma astrale -  la stessa che permetteva al Dottor Strange di vivere avventure extracorporee in una sorta di dimensione parallela - "Insidious" è girato in maniera classica, con espedienti convezionali come quelli dell'uso del bianco e nero ed in generale delle alterazioni cromatiche per segnalare i cambiamenti spazio temporali, e l'utilizzo di inquadrature che esasperano la profondità al limite della distorsione per enfatizzare l'anormalità di quello che vediamo. Ciò nonostante riesce a coinvolgere per la capacità del regista di raccontare la vicenda con soluzioni plausibili ed una progressione sempre in linea con le logiche della storia. Interpretato tra gli altri da Patrick Wilson destinato a diventare il suo attore feticcio, il film ha già un seguito leggittimato dallo sconcertante finale con "Insidious" si congedava dai suoi spettatori.

66° Film Festival di Locarno: cartolina finale


"Quando giro un film evito qualsiasi tipo di comunicazione. Non parlo con gli attori ed ignoro i tecnici. Da quel momento in poi ogni cosa che faccio dipende da Dio, non da me”. Basterebbero queste parole rilasciate da Albert Serra al termine della proiezione di “ Historia de la meva mort” vincitore del 66 Festival Film di Locarno per capire la consistenza di una scelta, che la giuria capitanata da Lav Diaz ha indirizzato dalle parti di un cinema stravagante e criptico. Individuate come nemico da sconfiggere, comprensibilità ed empatia sono state relegate in secondo piano con il premio alla regia assegnato al coreano Hong Sangsoo per le deliziose schermaglie di “U ri Sunhi”, e quello speciale della giuria andato alla commovente confessione di “E Agora?Lembra – me” percorso autobiografico di malattia ed amicizia realizzato dal portoghese Joaquim Pinto. Ancora più indietro, quasi a cancellarne il tripudio generale dimostrato con l’ovazione di dieci minuti ricevuti dalla platea del festival “Short Term 12” dell’americano Destin Cretton, storia di gioventù bruciate omaggiata dal premio per la migliore attrice assegnato a Brie Larson, meritatamente affiancata al collega Fernando Bacilio ed alla maschera di muta sofferenza  da lui consegnata al protagonista di “El mudo” dei fratelli Vega, thriller esistenziale di una falsa indagine ambientata nel Cile dei nostri giorni. Ignorato dal palmares ufficiale il cinema italiano, a parte la generosa presenza dello splendido sessantenne Sergio Castellitto (sua la Masterclass più bella) ha fatto parlare di se più per le polemiche suscitate dai contenuti che per i meriti comunque presenti nel lavoro di Yanikian/Lucchi e di Pippo Delbono. Riportando a galla alcune delle pagine più violente della nostra storia (il regime fascista e gli anni di piombo) “Pays Barbare” e “Sangue” sono le tracce di un cinema costretto a ricercare altrove (rispettivamente Svizzera e Francia) i finanziamenti necessari a non lasciarsi imbavagliare da luoghi comuni ed ipocrisia, per mostrare le facce (Mussolini e Senzani) di una ferita che continua a sanguinare preamboli di morte. Ma quella di quest’anno è stata anche la prima volta di Carlo Chatrian, direttore minimalista e cinefilo subentrato in corso d’opera, capace di portare a casa il risultato con un’offerta  rivelatasi mediamente buona, ma senza le punte di diamante che ci si poteva aspettare. In un concorso internazionale variegato di generi e formati la selezione ha segnalato il ritorno ad un cinema fatto di storie, pensiamo alle opere provenienti dall’oriente (Tomogui del giapponese Shijno Aoyama è stata una delle sorprese più belle), ma anche a film più tradizionali come “Tonnere” e “Gare du Nord” ed “Une Autre vie” alfieri del cinema francese che qui però non ha particolarmente brillato. Una restaurazione accompagnata dal trionfo dei sentimenti, accolti un po’ ovunque –  tanto dal pubblico generalista della Piazza Grande che da quello militante del concorso e delle sezioni – da un entusiasmo in qualche caso persino eccessivo. Pensiamo all’edulcorato ed inconsistente “Gabrielle” di Louise Archambolt, premiato dal pubblico della Piazza,  ma anche alle storie d’amore di “Mr. Morgan Last Love” con Michael Caine, e di quella fantascientifica e distopica di “Real” dell’altro giapponese Kiyoshi Kurosawa, a riprova che il segno dei tempi per essere tale deve essere espressione di una variabile umana che il cinema farà bene a non dimenticare.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 66° Festival Film Locarno)

giovedì, agosto 22, 2013

Farewells: ELMORE LEONARD (1925 - 2013)



Anche Elmore Leonard se n'è andato... ... Il primo istinto e' quello di tirarsi su, di non farsi cadere le braccia. Pero' spalle e gomiti sono intorpiditi e anche le dita vanno un po' per conto loro...

Dopo la guerra nel Pacifico, Elmore detto "Dutch" era tornato in patria e aveva studiato letteratura. La penna aveva cominciato ad esercitarla alternativamente sul western (ricordiamo tratti da suoi romanzi o racconti "Quel treno per Yuma" del 1957 di Daves e il remake di Mangold del 2007; "Hombre" del 1967; "Io sono Valdez" del 1971; "Joe Kidd" del 1972, solo per citarne alcuni) e nel campo della pubblicità. Con la cosiddetta "crime fiction" comincio' a fare sul serio a sua stessa detta dopo essere stato notevolmente impressionato da "Gli amici di Eddie Coyle" di Higgins, col quale avrebbe condiviso la medesima passione per un linguaggio in apparenza semplice, quasi brutale nella sua immediatezza, invece ricercatissimo e ampiamente stratificato, frutto al tempo di studio, ricerca e vera e propria "prossimità" (Higgins era stato a lungo procuratore distrettuale e giornalista di cronaca nera; Leonard frequentava numerose persone a contatto in modo diretto o indiretto col crimine, come pure poliziotti di lungo corso); prassi che diede ad entrambi la possibilità di avvalersi di una specie di "termometro costante" dello stato della lingua utilizzata in strada, nei locali, in generale nei sobborghi e nei luoghi malfamati delle città (e che, con ogni probabilità, ha dannato più di una generazione di traduttori).

Oltre mezzo secolo di carriera, quarantacinque romanzi - il quarantaseiesimo era in fieri - un gruzzolo di racconti e uno sguardo partecipe quanto ironico sull'acquario criminale - tanto presuntuoso come spesso e volentieri inetto, pasticcione, un piede dentro e l'altro quasi a mollo nel ridicolo - Leonard per "osmosi" venne a contatto col cinema, a cui ben presto fecero gola le sue storie il cui motore era alimentato da un non comune carburante narrativo in grado di coniugare dialoghi serrati e sarcastici con una serie di eventi, di fatti, in apparenza indipendenti ma sotterraneamente intrecciati fra loro: un'unica, energica corrente di parole al lavoro che con una sua caustica inesorabilità correva sicura verso la conclusione, ora beffarda, a volte imprevista, spesso sic et simpliciter inevitabile: e tutto riducendo ad un minimo meno che sindacale descrizioni e spiegazioni (da "Dutch" additate, a cavallo tra gergo, onomatopea e neologismo, col meraviglioso termine "hoooptedoodle"). Annotiamo qui, senza la pretesa di essere esaustivi, "52 gioca o muori" (1986); "Cat chaser" (1989); "Get shorty" (1995); "Jackie Brown" (1997); "Out of sight" (1998); "The big bounce" (2004); "Be cool" (2005).

Amante del ritmo, delle conversazioni più vere del vero ("If it sounds like writing, I rewrite it", diceva), delle vicende che si dipanano in una continua rincorsa alla dissimulazione per cui e' solo a forza di dettagli che emergono gli stati d'animo, le intenzioni anche dei personaggi più marginali, dal momento che il modo migliore di inserirli nel contesto, sbozzarne le psicologie, eventualmente comprenderli e' "aspettare, vedere come vengono fuori e soprattutto farli parlare" - con occhi grati ma aperti rivolti a Steinbeck e a Hemingway - Elmore Leonard ha finito per tratteggiare una commedia umana in nero spassosissima e antieroica, ammorbidita da una punta d'involontario romanticismo, quindi scalcagnata e irriverente, logorroica e salace, iperattiva e pressoche' sempre destinata allo scacco, proprio come non si stanca di essere tante volte la vita. Ed e' soprattuto per questo che ci mancherà.



TFK

lunedì, agosto 19, 2013

Farewells: ADDIO A LUCIANO MARTINO


Mercoledi 14 agosto, in Kenia, mentre veniva trasportato in aereo da Malindi a Nairobi è morto un signore quasi ottantenne che da tempo viveva nel Paese africano occupandosi di fotovoltaico ed edilizia.
Si chiamava Luciano Martino e il suo nome è legato ad oltre un centinaio di film.
Si tratta del più grande produttore di B-movie italiano: peplum, poliziotteschi, gialli e commedie che negli anni '60 e '70 hanno formato l’ossatura industriale del nostro cinema cosidetto minore, quello che consentiva poi di mettere in cantiere opere più impegnate.
Produttore, sceneggiatore e all'occorenza anche regista, inventò la commedia scollacciata in tutte le sue declinazioni: coniugale, scolastica, militare, vacanziera, con protagoniste indiscusse Edwige Fenech ( sua compagna per un decennio), Barbara Bouchet e Gloria Guida.
Luciano Martino ha marchiato a fuoco tutti i filoni del cinema di genere con titoli che spesso rappresentano le colonne portanti del filone di appartenenza.
A questo proposito, lungo e forse noioso sarebbe l'elenco di queste pellicole, ma non ci si può esimere dal citare alcuni titoli, che possiamo definire fondamentali per i rispettivi filoni e sottofiloni.
In ordine cronologico:
Gialli sexy
Lo strano vizio della signora Wardh (1971)
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972)
Poliziotteschi
Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973)
Milano odia. la polizia non può sparare (1974)
Commedia sexy
La liceale (1975)
La dottoressa del distretto militare (1976)
Cannibalistico
Mangiati Vivi! (1980)

Non vado oltre, mi fermo qui.
Credo che possa essere sufficiente per capire quanto, intere generazioni di spettatori, frequentatori di cinema di periferia o di provincia, devono all'opera di Luciano Martino. Chi, nelle varie fasi della propria giovinezza, ha prima sognato di avere come compagna di banco l'eterna liceale Gloria Guida; poi di essere sottoposto alla visita di leva dalla dottoressa Fenech, e infine magari di assistere ad un inseguimento con le Alfa Romeo lanciate a folle velocità, deve sapere o almeno ricordare che i propri sogni erano alimentati da Luciano Martino.
Alle sue dipendenze una pattuglia di registi dal sicuro mestiere (Umberto Lenzi, Michele Massimo Tarantini, Mariano Laurenti), che, nonostante i ristrettissimi tempi a disposizione per il confezionamento delle pellicole (era necesario arrivare subito in sala, un filone non durava in eterno), garantivano solidità professionale e buona riuscita. Al resto pensava Luciano Martino che, a seconda della necessità, non esitava a sborsare, senza ripensamenti, i quattrini necessari per mettere a disposizione dei registi dei cast di tutto rispetto, che si trattasse di portare in Italia artisti internazionali (Henry Silva, Richard Conte); di ingaggiare attori al massimo del successo (Tomas Milian, Maurizio Merli, Luc Merenda); o prendere il meglio dei caratteristi dell'epoca (Lino Banfi, Giuseppe Pambieri, Mario Carotenuto).
E pensare che oggi, in Italia non si gira un film se non arriva il contributo statale (tra gli assegnatari del finanziamento per il 2013 figurano Salvatores, Bellocchio e Scola, giusto per intenderci).
"Fammi fare il mio mestiere, che so come si fa" ripeteva Luciano Martino a Edwige Fenech, all'epoca sua fidanzata, quando l'avvenente attrice protestava per l'imposizione di titoli che trovava offensivi per la propria immagine (Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda - Giovannona coscialunga disonorata con onore).
Ed è indubbio che il proprio mestiere lo conosceva, così come riusciva a carpire in anticipo rispetto ai suoi colleghi i gusti del pubblico e a mettere sotto contratto quei registi non di primissima fascia che potevano fare bene; basti pensare che per la sua prima produzione, I giganti di Roma (1964), affida la regia al semisconosciuto Antonio Margheriti che aveva appena terminato di girare il cult Danza Macabra. Negli ultimi anni, finita l'epoca d'oro del cinema di genere, Luciano Martino aveva co-prodotto film di alto livello, con titoli come Il regista di matrimoni (M. Bellocchio) e Il mercante di Venezia con Jeremy Irons e Al Pacino.
Inoltre, a lui si deve il debutto dell'allora sconosciuta Nicole Kidman che Martino scelse per il film tv Un'australiana a Roma (1987).
Poi, il buen retiro in Kenya.
A noi piace ricordarlo mentre impartisce al regista disposizioni in merito alla durata della doccia della starlette di turno, che si trattasse di liceale, professoressa o infermiera poco importa.

Fabrizio Luperto

sabato, agosto 17, 2013

Film Telecomandati: HULK


"Hulk"/"The Hulk"
di: A. Lee
con: E. Bana, J. Connelly, S. Elliot, N. Nolte, J. Lucas
- USA 2003 -
138 min

La cupidigia di Hollywood e' pari solo alla sua tracotanza di ragazzina capricciosa. Persuasa - per costituzione ? (e forniamo così, diciamo per lealta' sportiva, un'attenuante generica) - di poter lucrare su tutto, da circa un decennio, per l'ormai cronica mancanza di idee, si e' messa a spremere il mondo dei Supereroi col chiaro intento di passare da un blockbuster all'altro. Dopo gl'iniziali successi (Uomo Ragno e X-men, soprattutto, e restando al comparto Marvel, "casa delle meraviglie", notiamolo di sfuggita, tutt'altro che tetragona di fronte alle lusinghe a sette, otto zeri del grande schermo) dovuti più che alla novità della proposta ad una sorta di ineluttabilità assecondata dal grado di perfezione raggiunto dalla tecnologia di settore, l'inerzia - e la corrente dei dollari - e' un tanto scemata, come diluita, trascinando fra i detriti anche prodotti che avrebbero meritato miglior sorte.

Uno di questi "frantumi" - piuttosto ingombrante, in verità, vista la stazza dell'eroe di cui stiamo parlando - e' proprio "Hulk" affidato (parliamo del 2003) alle mani di un regista come Ang Lee, forse non in grado di regalare chissà quali punti di vista innovativi ma nemmeno tacciabile di corrivita'. Proclive, infatti, ad una messinscena minuziosa ed elegante, ad una certa attenzione per i caratteri, il regista taiwanese trapiantato negli States si e' ben presto dimostrato in grado di svariare tra i generi riuscendo spesso a collocare la propria opera a cavallo di una medieta' dignitosa che al suo meglio si accoda con buona lena al passo dei classici. Riversando tali caratteristiche, tale mondo espressivo, sull'orizzonte di un personaggio dei fumetti, l'ibrido che ne scaturisce rappresenta di per se' una variazione non completamente assimilabile dalla logica azione+effetti speciali. Anche in questo senso, cioè, può essere letto il mezzo fiasco al botteghino ($ 250 mln ca.) patito da un esperimento come quello operato su "Hulk" secondo una formula escogitata da un autore come Ang Lee. (La grinta corrucciata di Miss Hollywood, invece, la possiamo solo immaginare).

La stessa parabola del brillante quanto timido e controverso biotecnologo Bruce Banner che un malaugurato incidente a base di raggi gamma trasforma durante gli accessi d'ira in un colosso verde, reinquadrata secondo parametri che spostano sensibilmente le consolidate direttrici supereroistiche illustra - almeno per un terzo abbondante della sua durata e al netto di debiti "facili" pagati all'estetica di riferimento, tipo l'uso insistito dello split-screen e un cromatismo pop targato anni '60 filologicamente ineccepibile - un vero e proprio viaggio tra scienza, psicanalisi e melodramma nel rapporto faticoso e spesso amaro tra padri e figli/e: il legame interrotto/rimosso che collega Banner/Bana al padre David/Nolte (tutto da vedere il suo insidioso furore), anche lui in qualche maniera illuso/tradito dalla Scienza (Scienza qui doppiamente matrigna in quanto oltre a non fornire risposte e a moltiplicare le domande, letteralmente "genera mostri": sul serio siamo persino oltre l'"instauratio magna" di Bacone per cui "Scientia est potentia") e' con tutta evidenza speculare a quello antagonista e senza reale comunicazione tra Betty/Connelly (vd. profilo) e il di lei genitore, il generale Ross/Elliot, chiuso da una "sordità" di fondo operante nei due sensi prima ancora che dalla più ovvia ragion di stato e di portafoglio (la creatura praticamente indistruttibile generata da uno scherzo del caso, da un "errore" della ragione calcolante, e' si' un problema ma pure l'ipotesi più prossima alla sempre cercata e mai trovata "arma totale"). Allo stesso modo risulta palese la volontà di sottolineare nella "differenza" e in un sentimento di sostanziale marginalità, l'itinerario interiore di esseri umani che cominciano a misurare la consistenza del vuoto che li assedia e li angustia dalla mancanza di affetti sinceri e duraturi, derivandone la consapevolezza dolorosa (ma tardiva) oltreché della propria solitudine, di un mondo costitutivamente ingordo e arido verso cui l'altrettanto "primitiva" risposta di Hulk - gigante sgraziato, seminudo, in grado di emettere solo suoni gutturali - con la sua carica distruttiva senza mediazioni, sembra l'unica via esperibile, solo in parte disinnescata dalla tenacia e dalla passione di Betty - ex fidanzata, amore mai sopito ma più sogno irraggiungibile di pacificazione tout court che agognato approdo dei sensi .

Non c'è da stupirsi, allora, che il taglio impresso da Lee alle vicende del "Golia verde" abbia scontentato i fan ortodossi dei comics-al-cinema come azione pura mescolata alle meraviglie effettistiche e lasciato più o meno perplessi o indifferenti gli altri. Azione e mirabilia ("dulcis in fundo", si potrebbe dire, come pero' altrettanto obiettare "in cauda venenum) che comunque si appropriano della seconda parte del film, snellendolo e velocizzandolo per farlo planare su coordinate già tracciate oltreché ampiamente percorse, riuscendo lo stesso, pero', a realizzare un interessante connubio tra manifestazione di forza e furia devastatrice (calibrata eppure "sofferta" la trasformazione Banner/Hulk con un occhio grato a Jekyll/Hyde e l'altro memore di "Un lupo mannaro americano a Londra", tutto adeguato ai tempi del computer e della grafica digitale, nel caso quella della ILM; davvero prodigiosi i balzi a piedi pari, smisurati e in linea con lo stupore che suscitavano quelli disegnati negli albi; devastante la possanza muscolare dei gesti: paratie divelte a forza di pugni; carri armati sventrati; automezzi scaraventati in aria; elicotteri abbattuti a colpi di macigno o rilanciando missili schivati di un niente) e imprevedibile dolcezza (brevi tregue in cui le esitazioni si colorano di toni infantili; la grossa mano offerta a Betty come sostegno e appoggio, chiaro omaggio alla celeberrima "galanteria" di King Kong nei confronti della sua bionda impossibile e ammicco in filigrana alla fascinazione prepotente e alla sensualità interdetta tra la Bella e la Bestia).

In definitiva, "Hulk" può essere annoverato, usando l'espressione non in senso spregiativo, tra gli "aborti ben riusciti", un'opera, a seconda dell'angolo di osservazione, vittima delle sue ambizioni di rettifica del genere di appartenenza o singolare tentativo di forzatura dei canoni del mainstream fantastico. A giudicare dagli esiti raggiunti dal reboot di Leterrier ("The incredible Hulk/"L'incredibile Hulk", 2008), risulta fin troppo chiaro il giudizio e il punto di fuga prevalente, almeno quello emesso e preteso da Miss Hollywood.

("Hulk", sabato 17/08, Italia 1, ore 20,45 ca.).

TFK

venerdì, agosto 16, 2013

LA NOTTE DEL GIUDIZIO



La Notte del Giudizio / The Purge (Usa 2013)
Regia: James DeMonaco
Cast: Lena Headey- Ethan Hawke- Edwin Hodge- Max Burkholder - Adelaide Kane



Siamo nell'America paranoica del 2022.
La popolazione intera si prepara alla notte dello Sfogo; ovvero un periodo di dodici ore, che capita una volta all'anno, in cui le autorità sospendono le leggi e autorizzano i cittadini a commettere qualunque reato, compreso l'omicidio. In un Paese in cui il crimine è sempre più spietato, l'aver permesso a chiunque di sfogare le proprie pulsioni per una notte ha evitato conseguenze peggiori, riuscendo a ridurre il tasso di criminalità e di disoccupazione.
La famiglia Sandin: papà James e mamma Mary (Ethan Hawke e Lena Heady), con i loro figli Charlie (Max Burkholder) e Zoey (Adelaide Kane) è una tipica famiglia benestante, che vive in una lussuosa casa in un lussuoso quartiere. Il capofamiglia in poco tempo è diventato piuttosto ricco proprio grazie alla notte dello sfogo, vendendo costosissimi sistemi di sicurezza che rendono impenetrabili le case. Non amano la violenza ma non condannano l'annuale mattanza, anzi, sono convinti che sia necessaria per il bene del loro amato Paese. Mai però si sporcherebbero le mani di sangue, sono cose che riguardano gli "altri".
Nelle prime ore della "purga" qualcuno irrompe nella casa dei Sandin, mettendo in pericolo la loro tranquillità e la loro indifferenza. Si tratta di un uomo insanguinato, ferito, probabilmente un senza tetto (Edwin Hodge) braccato da un'orda di assassini.
Che cosa faranno, i civilissimi Sandin? Lo consegneranno ai loro simili buoni cittadini che per una notte l'anno si trasformano in assassini e reclamano la loro preda così come permette la legge? O gli daranno rifugio, rischiando a loro volta di essere massacrati?

Per la gioia di chi non riesce a stare lontano dalla sala cinematografica neanche in agosto, puntuale come ogni estate, arriva dagli Usa la pellicola a basso costo (3 milioni di dollari di budget) destinata a sbancare i botteghini di tutto il mondo.
Il film parte alla grande con i titoli di testa che scorrono sullo schermo insieme alle riprese delle videocamere di sorveglianza che hanno filmato i crimini commessi nelle precedenti edizioni della notte dello sfogo; pestaggi, esecuzioni, incendi, giustizia fai da te. Questi, privati della coreografia cinematografica e della parola, mettono lo spettatore in condizione di calarsi da subito in un'atmosfera angosciante. Si prosegue con gli speaker delle radio che commentano quello che accadrà durante la notte con una terrificante serenità, sequenza che, oltre a farci capire quello che abbiamo appena visto sullo schermo, inizia a farci riflettere su quale sporco mondo potremmo trovarci a vivere. Altro elemento angosciante è che il futuro in cui si svolge l'azione non è poi tanto lontano, siamo nel 2022, e sopratutto viene rappresentato perfettamente uguale al 2013.
In sintesi, una situazione di partenza azzeccata e forte, semplice da capire e quindi efficace.

"The Purge" - purificazione, liberazione, ma anche epurazione ( il titolo originale di "La notte del giudizio") è pellicola interessante che offre parecchi spunti di riflessione. A chi/cosa serve veramente la notte dello sfogo? Perché i nuovi padri costituenti dei nuovi Usa hanno voluto istituzionalizzarla? Come mai una notte di massacri ha permesso la diminuzione della criminalità, della disoccupazione e della spesa sociale. La risposta è agghiacciante: le vittime sono quasi esclusivamente i poveri, i senza dimora, che risultano essere facili prede per giovani borghesi annoiati desiderosi di dare sfogo ai propri istinti più bassi. Una volta eliminati baraccati, poveracci, nullatenenti, tossici, sbandati, cioè coloro che vivono sulle spalle dei contribuenti, ma che nulla danno allo Stato, è automatico che il Paese viva una nuova prosperità economica. In quest'ottica sono illuminanti le parole del capo della banda che dà la caccia all'uomo che si rifugia nella casa dei Sandin, che, reclamandone la consegna, lo bolla come "non contribuente". Insomma, una sorta di versione riveduta e corretta del famigerato T4 di stampo nazista, con particolare riferimento alle giustificazioni emerse dopo lo scoppio della guerra.  I ricchi non corrono alcun rischio, blindati nelle proprie case, grazie a impenetrabili sistemi di sicurezza che li mettono al sicuro da qualsiasi aggressione.
Il bersaglio del regista DeMonaco, sembrano proprio essere i benestanti, la cui mentalità, comportamenti, modi di agire sono racchiusi nella felice famiglia Sandin, i cui componenti, da "buoni" moderati, non si sbilanciano, tanto più che il rispetto della legge gli permette di nascondersi dietro un apparente disinteressese verso la questione (in realtà si sono arricchiti grazie alla carneficina legalizzata) e sopratutto gli consente di non esprimersi su un qualcosa che (almeno il capofamiglia e signora) approvano ed appoggiano. In poche parole, si lavano via ogni responsabilità, salvo trovarsi di fronte ad altri ricchi moderati loro simili che, sfruttando le circostanze cercano di ammazzarli esclusivamente per invidia.

Detto questo, il lettore potrebbe pensare di trovarsi dinanzi alla recensione di un film che mette in scena una feroce critica sociale con sprazzi di anticapitalismo, ma non è del tutto esatto. Quanto sopra descritto, è materia tagliata con l'accetta, trattata in maniera superficiale (sempre film made in Usa è), e che gli sceneggiatori (tra cui lo stesso regista) e produttori ben si guardano dall'approfondire, anzi, lasciano ai borghesi protagonisti possibilità di redenzione sin da subito, quando Charlie, il figlio adolescente, vede dai monitor di controllo, un uomo di colore che chiede disperatamente aiuto poco fuori casa e senza pensarci due volte, disattiva il sistema d'allarme e lo fa entrare. Non è un caso che a mettere nei guai la famiglia sia proprio il più giovane di tutti, cioè il meno anestetizzato e allineato, che ancora prova sentimenti come la pietà, quindi facilmente identificabile come la speranza per un futuro in cui gli uomini saranno migliori.

Attenendoci esclusivamente a quello che vediamo sullo schermo, bisogna evidenziare che alcuni passaggi sono parecchio telefonati; la preda a cui i Sandin danno rifugio è un uomo di colore che tanto ricorda il mitico Ben de La notte dei morti viventi (1968) e se ne deduce, chiaramente, che sarà il "buono" della storia; la cinquantenne vicina di casa ha un volto e uno sguardo che racchiude perfettamente un mix di invidia che copre diverse sfere (economico-sessuale-anagrafico) e non la racconta giusta sin dalla prima inquadratura; infine, ci piacerebbe sapere perché il robottino scova-intrusi fabbricato da Charlie non venga sfasciato alla prima occasione utile.

La notte del giudizio non passerà alla storia come horror/thriller, ma, sebbene la trama è letteralmente assurda, chissà perché, non ci appare poi così inverosimile come dovrebbe. In definitiva, trattasi di un film che si lascia guardare e che fa riflettere.
Qualcosa di commestibile nella pattumiera della programmazione estiva.


Fabrizio Luperto

giovedì, agosto 15, 2013

Sangue

Sangue di Pippo Delbono
con Pippo Delbono, Giovanni Senzani, Bobò
Italia/Svizzera
genere, documentario
durata, 89'


Raccontare un film di Pippo Delbono rappresenta una specie di torto nei confronti di un autore che prima nel teatro e più recentemente nel cinema non ha mai perso occasione di esprimere il diritto ad una libertà che prescinde da istanze narrative tradizionali e consolidate, e che, in un'opera come "Amore carne" si era espressa attraverso una produzione operata con mezzi di "fortuna" (quasi tutte le riprese erano state realizzate utilizzando uno smartphone) e strutturata su un impianto formale che procedeva per assonanze poetiche e suggestioni emotive.

Seconda tranche di un diario intimo, come sempre inscindibile dall'humus che lo produce, "Sangue" raggiunge il concorso di Locarno dopo una navigazione funestata dai marosi di un vissuto personale avvenuto nel segno del dolore e del distacco per la perdita di Margherita, madre del regista. In questo senso l'apertura con le immagini dell'Aquila, occupata dalle macerie e seppellita dalle promesse mancate, appare quanto mai azzeccata nell'evocare un sentimento d'abbandono che l'accomuna con quello ancora fresco sopportato da Delbono. Un lutto che il regista trasforma in reazione di segno opposto, che si traduce in un percorso d'incontri umani ed emotivi materializzati nel caso di "Sangue" dalla figura di Giovanni Senzani, capo storico delle brigate tornato libero dopo ventitré anni di carcere. Un'amicizia nata quasi per caso, suscitata dall'interesse di Senzani per il lavoro teatrale di Delbono e rafforzata da un percorso di sofferenza comune che per l'ex brigatista è coincisa con la malattia e la morte della moglie, scomparsa negli stessi giorni della madre di Delbono. Il legame amicale e quello parentale diventano per Delbono l'occasione di raccontare l'Italia con anime diverse e senza conciliazione, in una dimensione in cui privato e pubblico, il particolare e l'universale procedono di pari passo. Ecco allora la professione di Margherita, sorretta fino all'ultimo da una fede incrollabile e dalle parole di San'Agostino lasciate al figlio in una sorta di testamento consegnato sul letto di morte, e la confessione di Giovanni Senzani che rievoca gli ultimi istanti di vita di Fabrizio Peci giustiziato per vendicarsi del fratello, il terrorista pentito Patrizio. Sono questi due momenti, scelti tra i tanti che compongono l'album visivo e musicale di Delbono, a rimanere più impresse e a dividere gli animi. Agli antipodi rispetto al contesto culturale (la madre di Delbono, fervente cattolica, era terrorizzata dai comunisti, mentre Senzani non ha mai smesso di esserlo) e autobiografico che li contiene, entrambi sono capaci di esprimere un climax di assoluta umanità indipendentemente dalla dimensione di vittima o di carnefice che le due figure rappresentano all'interno del film. Una sorta di nuovo vangelo che unisce peccatori e meritevoli e che Delbono, buddhista praticante, legittima attribuendo alla due vicende la medesima importanza emotiva. Che si tratti di un'attribuzione di responsabilità che Senzani si assume con la lucidità e anche la freddezza di un resoconto che, qualcuno potrebbe scambiare per resistenza orgogliosa all'utopia rivoluzionaria e che, invece, costituisce il modo migliore per mantenersi lontano dal voyeurismo e dai facili pietismi dei reality televisivi, oppure del calvario di una madre che sta per lasciare un figlio, "Sangue" è il manifesto di un umanesimo politicamente scorretto, lontano da ideologie e da certe ipocrisie che non mancherà di far discutere.

Arricchito da una colonna sonora che funziona come valvola di sfogo di una tensione che la visione dell'opera non mancherà di suscitare, "Sangue" è un viaggio al termine della notte che colpisce al cuore e divide in fazioni. Un cinema lacerante di ferite ancora sanguinanti. Meno radicale nella forma, ma egualmente anarchico rispetto al lavoro precedente, "Sangue" è impregnato di una concretezza imposta dalla delicatezza della posta in gioco e riesce a prendere tutti in contropiede congedandosi con un messaggio di speranza all'insegna del bene e dell'amore: a conferma, se mai ce n'è fosse bisogno, di un temperamento iconoclasta e al di fuori dagli schemi che, ne siamo sicuri, continuerà a sorprenderci.

Film telecomandati: FLAVIA LA MONACA MUSULMANA

Film Telecomandati
FLAVIA LA MONACA MUSULMANA (1974)
Regia: Gianfranco Mingozzi
Cast:  Florinda Bolkan, Claudio Cassinelli, María Casares.
In onda il 15 agosto alle 23.10 su Iris.


di Fabrizio Luperto

Il film prende spunto dall'invasione Ottomana di Otranto del 1480.

I fatti: il 27 luglio del 1480 l’Impero Ottomano approdò con alcune delle proprie imbarcazioni nei pressi di Roca e il minuscolo esercito otrantino (un manipolo di uomini inviato per l'occasione dal Re Ferrante) uscì dalla città per affrontare i Turchi nei pressi dei Laghi Alimini, distanti circa 35 km da Lecce.
La posizione scelta fu strategica, poiché l’esercito ottomano, non conoscendo la zona e non sapendo come muoversi, fu presto costretto a ritirarsi sulle proprie imbarcazioni dopo una perdita considerevole di uomini.
Dopo questo primo scontro furono inviate due lettere di aiuto da parte della provincia di Otranto, una al Re Ferrante ed una all’arcivescovo Francesco De Arenis, che purtroppo non servirono a nulla.
Gli otrantini furono abbandonati a se stessi e l’esercito turco iniziò ad attaccare la città con una serie di cannonate, avvalendosi di 16.000 uomini, diverse armi da fuoco e 50 imbarcazioni.
La popolazione riuscì a resistere per 14 giorni e l’11 agosto del 1480 i turchi entrarono nella città.
Armata solo degli attrezzi del proprio mestiere e dopo un’ultima battaglia davanti alla cattedrale di Otranto, dovette consegnarsi all'invasore.
I Turchi riuscirono ad impadronirsi della città: tutti i maschi di età superiore ai 15 anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini ridotti in schiavitù.
Come testimonianza del disprezzo dell’Impero Ottomano nei confronti della religione cristiana, la cattedrale venne trasformata in stalla per cavalli e il giorno seguente avvenne la più grande delle tragedie. Il 14 agosto i circa 800 sopravvissuti all’eccidio  dopo essersi rifiutati di ripudiare la propria religione e di convertirsi a quella musulmana, furono condotti sul colle della Minerva e decapitati.
Nel settembre dell’anno successivo Otranto fu liberata per mano di Alfonso D’Aragona.

Il Film: Flavia (F. Bolkan), figlia di un potente signorotto è una ragazza che mal sopporta la condizione di donna (nel medioevo) perennemente vittima di soprusi e violenze.
Il suo ribellarsi, la conduce ad essere severamente e costantemente punita, infine, è obbligata dal padre a farsi suora.
In convento Flavia avrà come aiutante Abraham (C. Cassinelli), un giovane schiavo ebreo. I due, dopo aver assistito allo stupro di una contadina da parte di un nobile, decidono di fuggire, ma verranno catturati quasi subito e ricondotti al convento. La presa della città da parte delle truppe musulmane illude Flavia, che cova la speranza di liberazione, la giovane suora si unisce a loro e diventa l’amante del loro capo, il Pascià Achmet.
Tuttavia, le truppe musulmane, una volta presa la città, si distingueranno esclusivamente per le razzie e le devastazioni, portando il padre di Flavia al suicidio e decapitando l’amico Abrahm; tutto questo orrore spingerà Flavia all'ennesima ribellione. Abbandonata dai musulmani, Flavia verrà giudicata da un tribunale ecclesiastico e ....(finale indimenticabile).

Commento: Flavia la monaca musulmana è una riflessione sulla condizione della donna che poggia le sue radici  ne La Taranta/Tarantula (1962) documentario che Mingozzi girò a Galatina (Le), cittadina che in occasione della festa dedicata ai santi Pietro e Paolo vedeva convogliare nei pressi della cattedrale le donne "tarantate" provenienti da tutto il salento per essere guarite dal loro santo protettore (San Paolo).
Un gruppo di "tarantate", fa la propria comparsa nelle prime sequenze di Flavia la monaca musulmana.
Il film di Mingozzi è una produzione piuttosto anomala del panorama erotico-conventuale; fortemente femminista e dall'erotismo blando, questo probabilmente perché il regista tenta di dare spessore storico e sociale alla pellicola, riuscendoci però solo in minima parte.
Grazie alle buone interpetazioni, alla cura delle riprese, alle musiche, ai guizzi autoriali, Flavia la monaca musulmana, da alcuni appassionati  di un certo cinema è considerato un film di categoria "superiore" anche non proprio ben riuscito.
Al contrario, per chi scrive, le rivendicazioni femministe anni '70 catapultate nel medioevo,  il sesso quasi mai conseziente, l'esplicita atrocità di alcune sequenze, che trovano sublimazione nella scena finale,  fanno di Flavia la monaca musulmana, a tutti gli effetti una pellicola  Nunsploitation, sottofilone del Woman in prison, genere che, a pieno titolo appartiene alla sterminata famiglia dell'Exploitation.
Nonostante l'ambientazione salentina, le riprese furono effettuate nel nord della Puglia.
Musiche di Nicola Piovani.

Frase cult: Una monaca anziana si rivolge alla giovane Flavia: "Cosa ci possono fare i musulmani che i cristiani non ci hanno già fatto?"
Flavia la monaca musulmana è film allucinato, malsano e disturbante, succulenta pietanza per gli amanti dell'euro-exploitation, sperando che la versione televisiva non sia eccessivamente sforbiciata.

martedì, agosto 13, 2013

Film Telecomandati: FANDANGO


"Fandango"/id.
di: K. Reynolds.
con: K. Costner, J. Nelson, S. Robards, C. Bush, B. Cesak, S. Amis.
- USA 1985 -
90 min

Il Vietnam  - la sua istanza di morte prematura, il presentarsi come cesura inattesa dei sogni della giovinezza - e' uno di quei conti che non torna mai. Tantomeno al cinema che, pur aggredendolo da ogni parte (anzi, forse, proprio per questo), non ha fatto che esaltarne l'irriducibile contraddizione nei modi di un racconto tanto circostanziato (ipercritico, filologico, documentaristico, ribellistico-reducista, allegorico, melodrammatico, intimista, trash), volto cioè, comunque, alla comprensione in vista di un ipotetico superamento o efficace rimozione, quanto, nei fatti, edificatore di una "persistenza della memoria" che ha finito per stratificare nell'immaginario collettivo fino ad incistarlo il conflitto nel sud-est asiatico come metafora stessa oltreché della moderna "sporca guerra", della fine di una stagione della vita. In questo generosissimo e problematico solco, già sul crinale del rimpianto e con semenze di commedia agro-dolce, si colloca anche "Fandango", opera prima di K. Reynolds, datata 1985, messa in cantiere sotto l'egida robusta e complice di Spielberg e, come sovente accade a quelle latitudini, frutto maturo della dilatazione di un'idea germinata ai tempi del college.

Siamo ad Austin, Texas, nel 1971. Più precisamente, siamo in quel vacuum molto americano, senza coordinate psicologiche precise, tra la fine della colonia protetta della carriera scolastica e il mare aperto dell'esistenza, sulla cui pretesa di meraviglia e sulle cui ambizioni s'infrange, abbattendole in parte, la prima ondata di "realtà" nella forma della chiamata alle armi verso le giungle indocinesi. Una sveglia, verrebbe da dire... Allora non resta che mollare tutto (altro atout tipicamente americano), fidanzata/promessa sposa compresa, radunare gli amici e partire. Partire per scappare. Per farsi un'idea. Magari per fare il punto della (propria) situazione. Una scusa vale l'altra (anche se, alla fine, spesso, si scopre che non sono scuse). Non peggiore di tante e' quella di puntare verso il Messico per trovare e disseppellire il "vecchio Dom" (che si scoprirà essere un bottiglione di Dom Perignon), messo sotto terra anni prima, quando del futuro ci si poteva prender gioco semplicemente perché "futuro" era solo una parola e bastava l'incoscienza e l'allegria a toglierla dai piedi. Ora e' già tempo di scimmiottare ciò che il futuro e' venuto a riprendersi, ingaggiando uno scontro a colpi di petardi dentro un cimitero perso nel nulla, e di cominciare a pensare alla morte e a come tutto sul serio finisca, passeggiando attoniti tra i resti di un set in rovina ("Il gigante" di Stevens).

Reynolds ripropone molti archetipi fondativi dell'inconscio a stelle e strisce - la giovinezza, l'amicizia, l'iniziazione alla violenza, il viaggio come strumento di liberazione e conoscenza, la rinuncia come approdo all'età adulta - aderendovi con occhio partecipe (era poco più che trentenne all'epoca) ma come già rammaricato, offuscato da un velo di tristezza e frustrazione, non lontano dallo sguardo altrettanto affettuoso quanto lucido del Lucas di "American graffiti" (1973) o dalla virile disillusione del Milius di "Big Wednsday" (1978), e solo un attimo prima che il panorama deflagri, come, ad esempio, nell'"Electra glide" di Guercio (1973): tutte esperienze queste non a caso sotterraneamente insidiate dalla prospettiva vietnamita, potenziale, imminente o già in parte metabolizzata a forza e rigettata. Goliardia, irrequietezza, avventura e sentimento s'intrecciano così in un andirivieni fatto d'improvvise e quasi nervose esplosioni di vitalità (scherzi, nonsense, sfide estreme), di riflessioni oramai non più derogabili o riducibili a riti di passaggio (quale valore dare a se stessi; il sacrificio di un amore non più recuperabile: la fuga come scommessa su una vita nuova), ogni cosa moltiplicata alla "n" nel contesto stupefacente, naturalmente lisergico, "letterario" della wilderness americana con tutti i suoi luoghi più o meno comuni (il deserto; le highways; la fauna stramba; i motel e le pompe di benzina; i villaggi di quattro case; i fiumiciattoli; i canyons), entro cui poter, legittimamente, inscrivere il proprio inno ad imperitura memoria, tipo dichiarazione d'intenti o - chissà - malinconica epigrafe: "A noi, perdio ! A noi, a Dom e ai privilegi della gioventù ! A quello che siamo e a quello che eravamo. E a quello che saremo".



Impossibile tacere su una colonna sonora strepitosa che riesce ad inanellare - tra tanti - "Born to be wild" (Steppenwolf); "It's too late" (C. King); "Badge" (Cream); "It's for you" (P. Metheny group); "Can't find my way home" (Blind Faith) e "Saturday night's alright for fighting" (E. John) che apre le danze su immagini serratissime della Cadillac della banda lanciata sull'asfalto sabbioso, quasi un videoclip a parte. Da ricordare ancora - ma per il tenore opposto - la scena del ballo finale, romantica e struggente, che rimanda al titolo del film e vede impegnati un ancor di belle speranze Costner (poche e interlocutorie le esperienze fin li' accumulate) e l'incantevole Suzy Amis (per un certo periodo moglie di Sam Robards), circonfusi da un alone di morbida luce preserale e dal ritmo alterno delle note andaluse.


("Fandango", mercoledì 14/08, IRIS, ore 21 ca.)

TFK

lunedì, agosto 12, 2013

Cani sciolti

Cani Sciolti (2 Guns)
di Baltasar Kormakur
con Denzel Washington, Mark Wahlberg
Usa, thriller, azione
durata, 109

Ci sono diversi modi di aprire un festival. Sarà quindi per alleggerire la formalità di un protocollo necessariamente affollato da presentazioni, ringraziamenti ed auspici beneauguranti che l'apertura delle danze sia stata affidata ad un film come "Cani sciolti" ("2 Guns"), fumettone americano diretto da un regista islandese (Baltasar Kormakur, dopo "Contraband" alla sua seconda regia americana) ed ispirato all'immancabile graphic novel. Il punto centrale del film, quello per cui vale la pena comprare il biglietto ed anche sfidare l'acquazzone che ieri ha complicato non poco la proiezione serale in Piazza grande, è la presenza di due divi dello star system come Denzel Washington e Mark Wahlberg, qui nel ruolo di due agenti sotto copertura, Bobby/Washington agente della DEA, e Stig/Whalberg appartenente all'intelligence della Marina, costretti a collaborare, seppur di malavoglia, per salvarsi dall'ordalia di manigoldi che vorrebbe far loro la pelle ed impossessarsi dei milioni di dollari frutto di una rapina che i due hanno organizzato per provocare la reazione del cartello della droga, in cui sotto mentite spoglie, ed all'insaputa uno dell'altro, sono riusciti ad infiltrarsi.
Incastrati in una trama ad orologeria, tanto scontata nella proposizione di un soggetto che strizza l'occhio all'amicizia virile ed in generale ad un superomismo espresso di puro muscolo, quanto puntuale nella costruzione delle situazioni che permettono al film di mantenersi in costante progressione, i due attori si prestano con professionalità e verosimiglianza ai meccanismi del buddy movie, genere a cui "Cani sciolti" appartiene di diritto, adeguando la propria performance alle necessità di una recitazione dinamica, costruita come vuole il genere sulla continua oscillazione tra prestazione fisica e rispetto dei tempi comici. Una puzzle di possibilità attoriali che Kormakur trasforma in una danza tribale, scandita da un repertorio sonoro e visuale all'insegna della potenza e del machismo, con possibilità balistiche, esplosioni ed inseguimenti che riescono però preservare la caratterizzazione dei personaggi, ed in particolare il continuo scambio di battute e le schermaglie che alimentano il rapporto tra i due bad guys.

Cosi accanto ad una serie continua di smargiassate ed a frasi da fumetto del tipo "Conosci il detto, non rapinare mai una banca vicino alla caffetteria che fa le ciambelle più buone della zona", "Cani sciolti" riesce a far convivere estetica da blockbuster e pochade di alta classe, con Washington e Wahlberg perfettamente amalgamati nel dar vita ai rispettivi understatement. Abituati a frequentare ruoli di questo tipo, ma quasi sempre saturi di una drammaticità a forti tinte, i due attori dimostrano, se mai c'è ne fosse bisogno, una versatilità che il cinema fatica a sfruttare (ma Wahlberg dopo il successo di "Ted" pare aver trovato una nuova dimensione) e che qui invece emerge in una commistione di solidità e voglia di non prendersi troppo sul serio. Girato con una regia robusta e sporca, il film ed il suo regista sono bravi a far coincidere la dimensione da frontiera di un paesaggio da film western, con la predisposizione interiore delle figure che lo attraversano. In questo modo la natura selvaggia ed asciutta della prateria americana, le sue strade dimenticate ed assolate, ed il predominio degli elementi naturali su quelli architettonici - la luce soprattutto, accecante o tenebrosa a secondo dei casi - diventano lo specchio d'individualità, quelle dei protagonisti ma anche di chi gli sta attorno (il boss della droga di Edward James Olmos ma anche il perfido agente della Cia del redivivo Bill Paxton) abituate a ragionare con meccanismi di causa effetto che trovano sfogo in un istinto di morte perpetrato ad oltranza. E se il messaggio del film non è dei più rassicuranti, con la rappresentazione di un mondo endemicamente aggredito dalla violenza e dalla corruzione - dalla Cia alla Marina nessuno è immune al suo retaggio- rimane la speranza d'amicizia e di condivisione che il film ci lascia, con Bobby e Stig che si allontano dall'ennesimo massacro sostenendosi uno con l'altro, in una atmosfera di totale e reciproca condivisione. 

(pubblicato su ondacinema.it/speciale 66 Festival Film di Locarno)

domenica, agosto 11, 2013

LUCA IL CONTRABBANDIERE

Italia '70 - il cinema a mano armata (25)
LUCA IL CONTRABBANDIERE (1980)
Regia: Lucio Fulci
Cast: Fabio Testi - Marcel Bozzuffi - Guido Alberti - Enrico Maisto.

di Fabrizio Luperto

Luca Ajello (F. Testi) insieme al fratello Michele (E. Maisto) contrabbanda sigarette a Napoli. Entrambi cadono vittime di una imboscata e Michele viene ucciso. A dispetto delle implorazioni della moglie, Luca giura vendetta. Scoprirà che qualcuno ha tradito, ma non si tratta di suoi rivali in affari, il tutto è legato all'arrivo sulla scena malavitosa del marsigliese (M. Bozzuffi) che vuole sostituire le sigarette con la droga.

1980, il poliziottesco duro e puro è ormai morto e prima della declinazione comica (la serie del maresciallo Giraldi interpretato da T. Milian) spara le sue ultime cartucce miscelandosi con il "cinema-guappo" di ambientazione partonopea (Napoli...serenata calibro 9 - I contrabbandieri di Santa Lucia).
Il principale elemento distintivo di questo tipo di pellicole è rappresentato dall'eroe di turno che, al contrario del poliziottesco non è un poliziotto o un funzionario dello Stato, ma un appartenente ad una presunta camorra "dai sani principi" che si oppone alla criminalità fatta di morti ammazzati o al traffico di droga.
In questo sottofilone si inserisce Luca il contrabbandiere, prodotto leggermente anomalo rispetto ad altre pellicole simili e la presenza di Lucio Fulci alla regia ne è l'indiscutibile conferma.
Nonostante qualche dialogo stucchevole, il film è gradevole, ben girato e non concede pause. Fulci, da vero "terrorista dei generi", lo infarcisce con scene da film horror, come quando un uomo del marsigliese brucia il volto di una donna con la fiamma ossidrica e di sequenze piuttosto dure come quella dello stupro della moglie di Luca.

Come ogni film di Fulci, anche Luca il contrabbandiere nasconde misteri e vicissitudini produttive. Il film, ufficialmente, fu finanziato dalla Primex Italiana (di proprietà della famiglia Infascelli) e dalla C.M.R., una sconosciutissima casa di produzione che ha "finanziato" solo questo film per poi scomparire.
In realtà, dopo le prime riprese presso gli studi della De Paolis a Roma, i soldi erano già finiti. La troupe si trasferì a Napoli, dove in soccorso giunsero i veri contrabbandieri che misero a disposizione motoscafi, uomini, ristoranti e soldi. Questi finanziatori occulti (mica tanto) pretesero qualche ritocchino alla sceneggiatura: imposero il cambio del titolo, che in originale era Violenza; suggerirono la sequenza della riunione dei capi del contrabbando che si svolge in mare; fecero inserire dei dialoghi che tutelassero l'immagine del contrabbandiere e che condannavano la droga.
Queste le parole di Lucio Fulci rilasciate durante un intervista curata da Garofalo e De Lillo:"...è un film che mi piace, un buon film nero. Lo girai in assoluta libertà. La produttrice poi non mi pagò, la produttrice esecutiva, perchè io avevo più contatti con i contrabbandieri..."

Curiosità: durante la sequenza della sparatoria risolutiva, da dietro alcune casse di legno, sbuca armato di mitragliatrice Lucio Fulci in persona.
Luca il contrabbandiere fu distribuito nell'agosto del 1980, prima visione a Rimini, incasso totale 756.203.707 lire.
Nel cast, nel ruolo di una prostituta, anche Ajita Wilson, il noto transessuale prematuramente scomparso, protagonista dell'italianissimo Gola profonda nera (Guido Zurli 1976), ma questa è un'altra storia.

Fabrizio Luperto

venerdì, agosto 09, 2013

PACIFIC RIM


"Pacific rim"/"id. (3D)
di: G. del Toro
con: C. Hunnam, I. Elba, R. Kikuchi, R. Perlman, C. Day.
- USA 2013 -
130 min

"A me gli occhi", dicono gl'illusionisti/escapisti/funamboli del trucco di Leterrier ("Now you see me", vd.). Analoga sollecitazione propone Guillermo del Toro che però, da subito, come spesso accade nel suo cinema - dalle perlustrazioni sub-metropolitane di "Mimic" (1997), passando per gli antri e i recessi più sinistri di una città suggestiva (Praga) invasa dai vampiri in "Blade II" (2002), fino ai laboratori segreti, i sistemi fognari e le linee della metro nel dittico dedicato ad "Hellboy" (2004 e 2008) e tra gli "inner secrets" de "La spina del diavolo" (2001) e "Il labirinto del fauno" (2006) - distoglie il suo (e il nostro) sguardo dal cielo (accordandosi chissà quanto da lontano alla lungimiranza greca che già riconosceva gli "innumerevoli flagelli e mostri spaventosi che la terra nutre/e le bestie nemiche racchiuse nel profondo dei mari") per dare un'occhiata (atterrita ma tutt'altro che rassegnata) a ciò che si agita sotto/(dentro) di noi e constatare ancora una volta che inganno e insidia provengono sempre e solo da li'.

Ciò da cui prende l'abbrivio la narrazione è una misteriosa frattura nel tessuto spazio-temporale apertasi nelle profondità oceaniche in corrispondenza della linea di faglia di una delle sue dorsali (più o meno il "pacific rim" del titolo, anche se, in maniera più prosaica, la geografia indica con questo termine tutti i territori le cui coste sono lambite dal Pacifico e il film di buon grado li annovera tra quelli che si accollano le spese del progetto di difesa). La strana "singolarità" funziona come smisurato hangar/catena di montaggio/condotta dal quale si precipitano in superficie colossali ibridi, catalogati in base a categorie - tipo gli uragani - secondo parametri di altezza (diverse decine di metri), peso (qualche migliaio di tonnellate) e... nomignolo-targhetta-di-riconoscimento. Le creature hanno forme e peculiarità - sovente abbinate - che ricordano ora draghi e lucertole, ora pesci e crostacei (per dire, testoni simil squalo martello; arti chelati o provvisti di ventose: dorsi dotati di para-esoscheletro). Emergono dagli abissi (le masse liquide si prestano "pazientemente" al 3D e lo rendono, nello specifico, ma la valutazione può essere clemente in generale, meno superfluo del solito) mulinando zampe tozze munite di artigli, code lanceolate, ali membranose, nematoidi con terminazioni nervose che si proiettano da bocche irte di denti e schiumanti sugna fosforescente... Ecco, cioè, la versione più recente dei cosiddetti "kaiju" (dal giapponese "grande bestia" e, per estensione, semplicemente "mostro"), a loro volta discendenza cinematografica diretta degli incubi post-atomici partoriti dall'immaginazione sconvolta di una società - quella nipponica - che avrebbe trovato in Godzilla (la cui silhouette, per contro e per inciso, imperiosa e "sensuale" nella versione peraltro modesta dell'omonimo film di Emmerich del '98, rimane insuperata) la materializzazione al tempo più inquietante, ricorrente e, alla lunga, persino "familiare" in chiave di esorcismo collettivo, di un dolore troppo grande per essere affidato al mero oblio personale.

Contromossa disperata, in scala e con tanto di supporto propagandistico, sono gli "Jaeger" (dal teutonico "cacciatore"), macchine antropomorfe anch'esse con un nome in codice, in stile Transformers ma senza la capacità mutaforma, pilotati in sincrono da due esseri umani connessi dal "drift" o "stretta di mano neuronale", transfer computerizzato che mettendo in relazione i sistemi nervosi - esperienze e patemi compresi - velocizza l'intesa, forza l'affiatamento, ossia "assembla" l'efficacia della risposta in battaglia. Ricollocando, infatti, l'elemento umano al crocevia degli eventi in dialettica aperta e non subalterna con la potenza Tecnica, del Toro opera uno scarto che produce un doppio effetto: da un lato, restituendo vitalità e cuore al meccanismo freddo dell'automa combattente recupera la mai del tutto abbandonata utopia dell'"umanizzazione della macchina"; e, dall'altro, esaltando il rapporto diretto, manuale, insieme a quello "psichico", tra i sopraddetti estremi insiste con lo sguardo a sbirciare quei sentieri che sembrano palesare di tanto in tanto ma caparbiamente come eventualità concreta la realizzazione a venire di quella "nuova carne" che Cronenberg vagheggia/sogna/teme da decenni per cui l'alternanza delle varianti, ibridazione ?/connessione semplice ?/fusione ? e' il passaggio non negoziabile verso il post-umano. Non a caso in "Pacific rim" si pone l'accento sulla capacità umana di manipolare-per-costruire nella dimensione di una "magnificenza manifatturiera" che sugli schermi non si vedeva da tempo, scalzata dalla retorica di una gestualità essenziale ed elegante a-portata-di-polpastrello volutamente neutra, indifferente, asettica, esaltata e venduta come vera e sola "nuova frontiera": smisurati cantieri (ricostruiti in parte in computer grafica, interessante paradosso) perennemente in funzione, allora, per forgiare robot sempre più sofisticati (mentre sarà proprio uno di tipo vecchio, un "analogico", ad incidere sulla sostanza dei fatti: altro paradosso, ancora più sottile); strutture gerarchiche snelle e filiere produttive a pieno regime in una sorta di "fordismo pre-post apocalittico", argine testardo e sul serio unico al panorama "calpestato" (letteralmente) e frammentato di megalopoli tanto di continuo strapazzate dagli elementi (pioggia, neve, vento) e iper-stratificate tipo la Los Angeles di Scott in "Blade runner", quanto silenziose e furtive ostaggi di interessi spesso criminali e in reciproco antagonismo (si dà un fiorente mercato illegale di organi kaiju organizzato/calmierato da uno dei feticci del regista, Ron Perlman, qui in panni non del tutto diversi - se non nella foggia - da quelli indossati dal dr. Tyrrel magnate e padrone della Tyrrel co. nel cupo mondo di Deckard e soci).



"Collettivismo solidaristico", si diceva, ribadito sul piano della piccola società umana resistente che discute, litiga, si divide, affronta tormenti interiori (ogni personaggio ha un rapporto troncato bruscamente; una relazione conflittuale; un legame irrisolto, soprattutto sulla linea verticale padri/figli-e con cui fare i conti) ma nel momento della verità ritrova energia, comunione d'intenti e soprattutto coesione, vicinanza palpabile, prossimità in specie di sguardi e di corpi. Apoteosi - nel senso di lucido delirio visivo - delle minime ma significative variazioni operate dall'autore messicano su una struttura più che collaudata, quella dei "kaiju-eiga movie", è proprio la veemenza, la brutale plasticità dei combattimenti tutti fisici tra mega-robot e creature, alla cui prepotenza dinamica e ferino realismo deve piegarsi anche la CG (col 3D a ruota) - terzo e più divertente paradosso - che nulla riesce a sottrarre alla pasta rudimentale, "macchinosa" e arcaica degli scontri (gli uomini-macchina vengono trasferiti di peso con tanto di elicotteri da trasporto e tiranti sul teatro delle "operazioni"). Così, è a morsi che ci si affronta; a colpi di coda e artigliate. Ed è con ganci che si risponde. Con sganassoni, sollevamenti, prese, capriole (limitato ad extrema ratio l'uso di armi vere e proprie). Per ferirsi ci si scaraventa contro scampoli di grattacielo, addosso a campate di ponte attorte o divelte: s'imbracciano navi di grosso tonnellaggio. Ogni cosa all'insegna del "corpo a corpo", delle "mani nude". E quando si muore, si stramazza su interi quartieri sbriciolandoli; ci si abbatte sull'acqua sollevando ondate a ripetizione; si precipita al suolo praticandoci crateri. Nel caso di averla scampata, pero', ci si può liberare un istante della corazza e puntare il cuore in un'altra e più promettente direzione, quella che riscatta il dolore col farmaco di un sentimento sincero. Per aspera ad astra.


TFK

lunedì, agosto 05, 2013

Gli stagisti

Gli stagisti (The Internship)
di Shawn Levy
con Vince Vaughn, Owen Wilson, Rose Byrne
Usa, 2013
genere, commedia
durata, 119



Dopo l'incursione nella fantascienza Shawn Levy torna al genere che lo ha fatto conoscere dirigendo la nuova commedia della premiata coppia Vince Vaughn ed Owen Wilson,questa volta alle prese con un ritorno sui banchi scolastici per cercare di sconfiggere la crisi. Prendendo a prestito il sogno americano trasformato in un inno alla condivisione ed allo spirito di gruppo "Gli stagisti" si sviluppa attraverso un canovaccio che ricicla stancamente gli stereotipi del genere, con la coppia Vaughn/Wilson padri putativi di una gruppo di teen agers. Francamente un pò troppo anche per loroIncapace di adeguarsi al cambiamento, e messa all'angolo dalla religione tecnologica, la commedia americana si è adeguata al nuovo trend riformulando il proprio campo d'applicazione. Così, ripulita dagli eccessi di una natura romantica troppo frivola per la complessità dei nostri giorni, e generalmente poco avvezza alla critica di costume, quasi sempre affidata alle estemporaneità del cinema d'autore, il genere in questione è diventato nei casi più eclatanti palcoscenico di storie popolate da categorie maschile incolte e demenziali, intente a rinnovare il feticcio di una gioventù da ultimo minuto, perduta in un nonsense esistenziale che rimanda all'infinito il momento del trapasso. Alle prese con lo scorrere del tempo i protagonisti delle sue storie si rifugiano nel mito dell'eterna giovinezza, navigando in opposte direzioni: da una parte la esorcizzano prendendola di petto con sgangherata esuberanza - è il caso di Apatow e dei suoi seguaci in questi giorni nelle sale con "Facciamola finita" del neo regista Seth Rogen - oppure assecondandola con beata indifferenza, come capita a Vince Vaughn ed Owen Wilson, compagni di viaggio ("2 single a nozze - Wedding Crashers", 2005) in una contemporaneità di cartapesta che si divertono a cavalcare con un mix di edonismo e filosofia da idiot savant. Ed è proprio spingendo l'acceleratore su quest'ultimo aspetto, e mettendo per un attimo da parte il talento da playboy (nel film il personaggio di Vaughn viene lasciato dalla fidanzata mentre quello di Wilson è costretto agli straordinari per convincere la bella di turno ad uscire con lui) che i nostri si presentano ai nastri di partenza con la loro ultima fatica. 

Ne "Gli stagisti" (The Internship) infatti interpretano due venditori, Nick (Vaughn) e Billy (Owen), colpiti dalla crisi che li ha lasciati senza occupazione, costringendoli a riciclarsi in un mercato del lavoro  sconosciuto ed ostile. La salvezza si materializza nello stage indetto dalla Google in vista di nuove assunzioni. Rientrati per miracolo nella cerchia dei prescelti Nick e Billy si ritrovano a competere con uno stuolo di teen ager aggressivi e "cibernetici", disposti a tutto pur di assicurarsi la posta in palio.

Diretto da un esperto del settore come Shawn Levy regista de "Una notte al museo" (2009) e del relativo seguito, "Gli stagisti" si sviluppa su una trama arcinota, con la coppia di protagonisti impegnata a sconfessare le cassandre, conquistandosi un posto al sole tra il tripudio degli astanti. Per farlo Vince Vaughn, sceneggiatore oltrechè attore, estremizza la componente più matura della coppia, precipitando Nick e Billy in una situazione paradossale, con il ritorno sui banchi di scuola che punta tutto sul gap generazionale e di conoscenze che divide i protagonisti dal resto del contesto. Legati ad un cinema che il più delle volte si è rivolto a loro per enfatizzarne la parte più bambocciona, questa volta Vaughn e Wilson attraverso i loro personaggi sono chiamati ad interpretare ruoli di segno opposto. Seppur impregnati di un infantilismo che il lavoro di venditore - naturalmente portato ad adulare ed a sedurre - gli consente di nascondere sotto le vestigia di un'esperienza acquisita sul campo, Nick e Billy diventano veri e propri padri putativi nell'ambito del gruppo, guidando i ragazzi attraverso una serie di difficoltà che seppur originate dalle prove d'esame che i frequentatori devono superare, acquistano le sembianze di un'iniziazione alla vita di cui i due adulti, con il loro esempio ed i loro consigli, diventano mentori. Se il fatto di portarci dietro le quinte di un colosso come Google rappresenta un'assoluta novità, lo stessa cosa non si puo dire del film.

A parte la simpatia dei due protagonisti, vera o presunta che sia, il film si snoda attraverso una canovaccio già visto tanto nei caratteri - come molti film scolastici anche qui abbiamo la solita galleria di tipi umani, dall'antipatico ma talentuoso al secchione della classe, alla ragazza bella ma problematica - che nelle situazioni - una su tutti la riunione finale dove tutti i personaggi, con la scusa della proclamazione dei vincitori sono chiamati a raccolta per ascoltare la "morale della favola" - condite quasi sempre da un frasario ipertecnico che vorrebbe enfatizzare l'inadeguatezza di Nick e Billy, e che invece finisce per diventare un rap noioso e disturbante. Privo di trovate ma ricco di glamour per il fatto di potersi fregiare di aneddoti e curiosita legati al famoso motore di ricerca, "Gli Stagisti" è anche l'ennesimo compendio di frasi fatte e filosofia spicciola che arriva a rivalutare un film come "Flashdance" (1983) assurto a bibbia del sogno americano quando Nick, sull'esempio dell'indimenticata Alex (Jeannifer Beals) incita i ragazzi a crederci fino in fondo ed a non mollare mai. Uscito senza successo negli Stati Uniti "Gli Stagisti" paga forse l'eccessivo buonismo di un copione che impantana Vaughn ed Owen all'interno di un abbecedario lungimirante e saggio, che poco si addice ai due indisciplinati buontemponi.
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, agosto 01, 2013

The East

The East
di Zal Batmanglij
con Britt Marling, Ellen Page, Aleksander Skarksard
Usa 2013
genere, thriller, drammatico
durata, 116'

Certi passaggi del cinema americano riescono ancora a sorprenderci. Abituati alla visibilità debordante dei film merchandising rimaniamo meravigliati di fronte a certe opere che pur continuando a ragionare all'interno di un sistema dominato dal profitto riescono a ritagliarsi lo spazio sufficiente per raccontare l'altra america, quella sparita dalla schermo per far posto ad effetti speciali e scontate amenità. In questo senso la stagione americana è stata ricca di immersioni nel subconscio del paese raccontato senza peli sulla lingua ed in qualche caso, vedi "Zero Dark Thirty" e "The Master" inchiodato alle responsabilità delle sue scelte. Una tendenza che continua grazie ad un regista, Zal Batmanglij, praticamente sconosciuto, ed ai suoi due film che la distribuzione italiana ha deciso di farci vedere a pochi giorni di distanza uno dall'altro. Il primo ad uscire, il secondo in termini di produzione essendo "The East" preceduto dall'opera d'esordio "Sound of My Voice" da noi ancora inedito, prende il titolo dal nome del gruppo ecoterrorista che organizza attentati contro i responsabili di potentati e multinazionali accusate di minare l'equilibrio dell'ambiente e la salute della gente per motivi di profitto. Sulle tracce dei terroristi nel tentativo di fermarne le azioni Sarah Morris, agente investigativa capace di infiltrarsi nelle maglie dell'organizzazione e di conquistarne gradualmente la fiducia.


Com'era già successo per la sua prima volta Batmanglij scrive il film con Britt Marling, protagonista di entrambi i film, e nuovamente a farla da padrone all'interno della storia è una presa di coscienza che mette in crisi le certezze affermate nella premessa. Sarah è infatti una donna borghese completamente inserita nel sistema: ha una bella casa, un marito che la ama ed un lavoro che le permette una lussuosa agiatezza. L'idilio si rompe quando la ragazza entra in contatto con un opposto rappresentato dallo stile di vita monacale e dalle scelte radicali del gruppo, improntante ad un "comunismo" paragonabile per pauperismo e spirito di condivisione a quello in vigore nelle prime comunità cristiane. E sono proprio i richiami a caratteristiche di tipo religioso, già presenti nella Maggie di "Sound of My Voice" - iconicamente simile a Maria anche nell'essere al centro di una venerazione da cenacolo nazareno - "ad essere riprese nella figura di Benji, leader carismatico, ed in quelle dei suoi "apostoli", immersi nella dimensione messianica di un incarico scandito da rituali che sembrano rifarsi a precetti di tipo evangelico. Pensiamo alla sequenza in cui durante l'iniziazione di Sarah ognuno dei commensali deve imboccare chi gli sede accanto senza utilizzare le mani, oppure ai momenti di vita comune scandita da una continua offerta di se, con abbracci, incoraggiamenti e varie forme di contatto fisico che non implicano mai il coinvolgimento sessuale.

 

In questo senso "The East" nel suo essere "doppio" rispetto al prototipo di riferimento, con la "detection", vero e proprio motore della storia, utilizzata sia come meccanismo di genere che nella sua capacità di far progredire le psicologie dei personaggi, rappresenta un passo in avanti nella costruzione di un cinema meno chiuso e più ricco di spunti. Se infatti persiste la caratteristica di concentrare l'azione principale in spazi limitati ed opprimenti, con fotografia a "lume di candela" e paesaggi dai colori slavati, "The East" si apre al mondo esterno con maggiore generosità, scoperchiando realtà sommerse ed affari sporchi - soprattutto quelli tra politica e finanza - sottolineando con velata insistenza le differenze tra l'egoismo dei buoni (su tutti il boss di Sarah interpretata da un'arcigna Patricia Robertson) e la bonta' dei cattivi in qualche modo rappresentata dall'eroismo e dallo spirito di sacrificio del sodalizio eversivo.

 

A tenuta stagna sotto il profilo della tensione emotiva e delle interpretazione dei personaggi "The East" perde punti quando si tratta di rendere credibile gli aspetti legati all'action, con gli andirivieni di Sarah dentro e fuori dal gruppo effettuati con una facilità ed un tempismo almeno sospetti e che invece non fanno sorgere alcun dubbio ai suoi interlocutori. Ma il fascino ambiguo con cui il regista tratteggia la realtà antagonista rappresentata da Benji e dagli altri fuoriusciti, e la suggestione di una vicenda che ricorda in qualche modo il clamoroso caso di Patricia Hearst, giovane rampolla sequestrata da rapinatori di cui poi sposerà la causa riescono a far dimenticare la meccanicità un pò ingenua di certi passaggi. Presentato con buon successo al Sundance di quest'anno "The East" è passato senza lasciare traccia nelle sale italiane.