mercoledì, dicembre 17, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: GONE GIRL


Festival del cinema di Roma - 5 giornata
Gone Girl
di David Fincher
Usa, 2014
durata, 145′

L’Occidente, visto dagli occhi di David Fincher, altro non è che un grattacielo fatiscente costruito su fondamenta fatte d’illusione e di menzogna.
Protagonisti della storia sono Nick Dunne e la moglie Amy che, a dispetto di un matrimonio apparentemente idilliaco, scompare in circostanze misteriose il giorno del quinto anniversario di matrimonio.
Un mescolamento di generi, quello adoperato da Fincher, che spazia dalla commedia al thriller (si citano, tra gli altri, “La guerra dei Roses” e “Basic Instinct”), scivolando in una ritmica narrativa che non perde mai colpi – 145 minuti volano via come se nulla fosse -. La scelta di utilizzare Ben Affleck, che col suo fare perennemente inebetito incarna a perfezione il personaggio, risulta non solo azzeccata ma addirittura oculatamente premeditata (un’operazione simile venne fatta da Cronenberg scegliendo Robert Pattinson per “Cosmpolis”). A finire di confezionare il tutto, una fotografia sincronizzata con una regia definitivamente matura e dal tocco più che riconoscibile.
L’illusione e la menzogna, cui facevamo cenno in apertura, trovano riscontro, su una base più superficiale, nella pochezza grottesca del mezzo mediatico. Andando a scavare, poco più a fondo, nel microcosmo dettagliato descritto in “Gone girl”, l’amara conclusione che Fincher trae, e di cui tutti, ci piaccia o no, dovremmo convincerci, è la seguente: non è natura dell’uomo vivere con gli altri.
Abbiamo fallito.
Antonio Romagnoli (voto *****)
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lunedì, dicembre 15, 2014

BELLUSCONE-UNA STORIA SICILIANA

Belluscone- Una storia siciliana
di Franco Maresco
Italia, 2014
genere, documentario
durata, 94'


Affermare che nel cinema ci sono film più importanti di altri potrebbe apparire retorico se non superfluo. Ciò non toglie che il ritorno  sugli schermi di Franco Maresco non è cosa da poco. A dirlo e' la personalità dell'uomo, raramente rintracciabile nei gironi delle consorterie e dei salotti che contano ma soprattutto una filmografia così fuori dagli schemi da riuscire nell'intento di scomodare i vertici del sistema, pronti a reagire con anatemi  e scomuniche all'intransigenza del regista siciliano. Oltre a questo il fatto che "Belluscone, una storia siciliana " rappresenta anche la prima volta (ove si escluda "Tony Scott..") di Maresco senza Daniele Ciprì, il sodale di sempre, nel frattempo affermatosi come uno dei migliori direttori della fotografia, ed autore egli stesso di due film dalle alterne fortune.

Ma la scelta di legare tale progetto alla figura politica italiana più significativa degli ultimi 20 anni non e' casuale, perché il cavaliere oltre ad essere un animale politico di prima fascia, rappresenta anche lo zenith di una materia cinematografica che,  per forza di cose, e seppur  indirettamente, con lui ha dovuto confrontarsi. Com'è accaduto a Maresco quando si è trattato, per esempio, di considerare le conseguenze antropologiche e sociali del suo operato attraverso le istantanee grottesche  e dissacranti di "Cinico Tv", contraltare brutto sporco e cattivo di un paese abituato a deformità di senso opposto.


In questo caso però Berlusconi, seppur apertamente citato con immagini di repertorio o attraverso il resoconto di chi lo ha conosciuto da vicino (Marcello Dell'Utri) appare piuttosto come un falso scopo, necessario a catalizzare l'attenzione dei media ma soprattutto a tenere insieme in maniera organica i frammenti di un discorso altrimenti impossibile da contenere per la frammentazione del tessuto narrativo. E invece, partendo dalla figura dell'illustre politico, e dalla città, Palermo, che meglio ne rappresenta il consenso elettorale in terra di Sicilia, Maresco ci conduce alla scoperta di una serie di figure umane che sembrano la quintessenza di una mentalità tutta italiana, con "ammuine", malaffare e molto opportunismo, mirabilmente sintetizzati dall'impresario di cantanti neomelodici Ciccio Mira, antesignano dell'Enzo Castagna di "Enzo, domani a Palermo", film a cui almeno nella struttura narrativa e nel rapporto tra realtà e finzione "Belluscone, una storia siciliana"  deve molto.


Ed è proprio la natura tragicomica di quest'ultimo  personaggio - peraltro realmente esistente-, alla pari di quella degli improbabili cantanti, maldestramente sospesa tra legalità e malaffare, a creare il cortocircuito con il modello berlusconiano, altrettanto pittoresco e surreale, e quindi, e qui sta il punto, compromesso con il tessuto psicologico e sociale di cui è riferimento. Ci sarebbe poi da parlare della forma  mockumentary del film, del significato ultimo di una vicenda che in fondo racconta di una pellicola mai conclusa, e che per questo diventa la testimonianza della precarietà che da sempre accompagna il percorso artistico ed esistenziale dell'autore siciliano. A testimonianza di un'opera al tempo stesso complessa ma diretta, che ha avuto l'onere di rappresentare il nostro cinema all'ultima edizione del festival di Venezia, dove è stata selezionata nel concorso ufficiale. 
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sabato, dicembre 13, 2014

LO HOBBIT: LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

Lo Hobbit: La battaglia delle Cinque Armate
di Peter Jackson
con Martin Freeman,  Ian McKellen, Elijah Wood, Billy Connolly, Cate Blanchett, Evangeline Lilly    
Nuova Zelanda, Usa
durata, 144'

  
Già un anno fa, su queste pagine, avevamo affermato che, per dare un giudizio definitivo a proposito della nuova trilogia firmata da Peter Jackson, bisognava aspettare l'uscita dell'ultimo capitolo. E, in effetti, "La battaglia delle cinque armate" conferma che i tre capitoli componenti "Lo hobbit" non possano non essere visti come frammenti di un' unica - mastodontica - opera. Accade, quindi, che tutti i timori ed i (pre)giudizi, derivanti in particolar modo da "La desolazione di Smaug" - e comunque già in parte ritirati presa visione dell' extended version, che attendiamo anche per "La battaglia..." - vengano, abbastanza velocemente, a cadere. 

Nonostante l'ambientazione, i toni, le interpretazioni ed alcuni svolgimenti siano a favore, peraltro giustamente, di una resa fiabesca - ricordiamo che il film è stato girato a 48 fps -, a conti fatti, Peter Jackson ha modellato materia ancora grezza - il romanzo era stato scritto da Tolkien molti anni prima che lo stesso concepisse "Il signore degli anelli" - con la consapevolezza ed i mezzi per poter restituire all'opera originale una densità d'infrastrutture che obbiettivamente al libro mancavano.  A tutto ciò si aggiunge - e non è cosa di poco conto - un'alta dose di intrattenimento, laddove le scene di battaglia - sia tra eserciti che tra i singoli eroi ed antagonisti - tengono testa, essendo girate divinamente, a quelle leggendarie del fosso di Helm/dei campi del Pelennor/etc. S'aggiunge, a tutte queste ottime impressioni, grande accortezza all'evoluzione psicologica dei personaggi - anche di quelli che poi saranno presenti dopo il ritrovamento "dell'unico anello" -, accuratezza che trova il suo massimo punto d'espressione nella follia di Thorin.

Tutte le aggiunte apportate in sceneggiatura - oltre ad arricchire, come dicevamo sopra, il testo - si rivelano perfettamente congegnate per far combaciare "The hobbit" con "The lord of the rings", restituendo alla Terra di Mezzo, ancora una volta, epicità, dolcezza, poesia.
Antonio Romagnoli
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venerdì, dicembre 12, 2014

IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO

Il ricco, il povero e il maggiordomo
di Aldo, Giovanni e Giacomo, Morgan Bertacca
con Aldo, Giovanni e Giacomo
Italia, 2014
genere, commedia
durata, 102'



Dopo diciassette anni di onorata carriera cinematografica e otto lungometraggi alle spalle, Aldo Giovanni e Giacomo tornano sul grande schermo con Il ricco il povero e il maggiordomo.
Era da quattro natali che il trio milanese lasciava a bocca asciutta i suoi ammiratori, fatto salvo per la pièce teatrale Ammutta Muddica e per un'interminabile serie di spot pubblicitari che li ha visti testimonial di una nota compagnia telefonica.

Forse la "pausa sabbatica" non ha contribuito a tenere i tre sotto allenamento, o forse vendersi alla televisione nella sua forma più becera, la pubblicità, non è esattamente quello che dovrebbe fare un buon comico, ma certo è che le aspettative dei fan non possono dirsi appagate dal loro ultimo lavoro.
Nel lontano 1997 l'approdo al cinema con Tre uomini e una gamba era stato un vero e proprio miracolo —oltre che di botteghino— di consensi fra pubblico e critica, grazie a sketch ben riusciti tali da distinguersi nel panorama comico italiano per una narrazione semplice e una sceneggiatura quasi abbozzata, in grado di esaltare la verve istrionica dei tre ed enfatizzare la portata comica della battuta.
Ora invece Aldo, Giovanni, Giacomo e Paolo Guerra (alla produzione), lungi dal cercare qualcosa di fresco e brioso, ripropongono sempre lo stesso repertorio in una vera e propria fiera del trito e ritrito, come era accaduto con La Banda dei babbi natali —inspiegabilmente  campione d'incassi—.

Il film narra le vicende di tre individui di differente estrazione sociale (un ricco imprenditore senza scrupoli, un cinico maggiordomo e un semplice venditore abusivo col sogno d'ottenere la licenza) che, in un momento di grande difficoltà, si trovano d'improvviso a condividere la quotidianità aiutandosi a vicenda, come si conviene sia il plot di una bella storiella morale. Non occorre dilungarsi sulle evoluzioni psicologiche e caratteriali cui andranno incontro i personaggi, dato che ci troviamo di fronte all'eterno ritorno di temi e cliché tipici della produzione cinematografica degli ultimi anni, quando il buonismo e l'happy ending regnano sovrani.
Ciononostante, il tentativo di dispensare insegnamenti morali buonisti e bulimicamente sfruttati sotto Natale è inficiato anch'esso dalla mancata consapevolezza che i tempi e la natura delle gag in teatro sono profondamente diversi da quelli del grande schermo.


In Il ricco il povero e il maggiordomo, i tre non solo continuano a chiamarsi coi loro veri nomi, ma perpetrano anche nel ruolo che per anni hanno avuto, tanto che non c'è quasi bisogno di dire chi avrà la parte del cinico, chi del presuntuoso e chi del sempliciotto di buoni sentimenti. Oltre a questo espediente stilistico —forse apprezzabile per l'onestà intellettuale con cui i tre rinnovano il patto attore-spettatore—, a reiterarsi senza soluzione di continuità sono anche gag banali quanto ovvie (palline da golf che colpiscono astanti ignari, ciabatte che volano, dita e mani incastrate dove capita), che caratterizzano il prodotto per un certo appiattimento qualitativo e una papabile involuzione registico-attoriale.

Il generi e i centri propulsivi dell'azione si accavallano e sovrappongono in un accozzaglio che perde acqua da tutte le parti, creando un'infinità di sottostorie che si allontanano dal centro propulsivo della narrazione in un pericoloso moto centrifugo che travolge lo spettatore, incapace di restare ancorato a un qualche coerenza logica.
Il fine pare essere quello di portare a compimento una sorta di parabola morale che obbedisce all' imperativo dell' omnia vincit amor (anche al tempo della crisi).
Inutile dire come tutto questo sentimentalismo e buonismo natalizio sia già stato visto molte e forse troppe volte negli ultimi anni.


Se non altro la comicità che i tre propongono non è mai volgare o fastidiosa —specie se confrontata con gli schiaffi in faccia che la nostra commedia all'italiana riceve ogni anno in questo maledetto periodo—, ma comunque non riesce a stimolare. I tre paiono stanchi e sterili di idee, tanto da darsi al citazionismo, ma, si sa, come disse Guy Debord, le  citazioni sono utili in periodi di ignoranza o di oscure credenze.

A salvare Il ricco il povero e il maggiordomo è forse la presenza di due grandi del teatro e del cinema italiano, Massimo Popozio e Giuliana Lojodice, nella parti rispettivamente di un padre parrocchiale e della madre di Aldo.
Erica Belluzzi
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mercoledì, dicembre 10, 2014

IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO: CONFERENZA STAMPA


Mercoledì 10 Dicembre presso The Space Cinema Odeon di Milano, dopo l'anteprima de Il ricco, il
povero e il maggiordomo, la troupe si é presentata a una sala colma e ancora divertita dalla
comicità del trio più celebre del cinema italiano degli ultimi decenni.
Oltre ad Aldo Giovanni e Giacomo (che interpretano rispettivamente il povero, il maggiordomo e
il ricco) erano presenti il regista Morgan Bertacca, l'attrice Guadalupe Lancho (nel ruolo di una
sanguigna cameriera sudamericana), Sara D'Amario (ancora una volta moglie di Giacomo sugli schermi) e Paolo Guerra per la produzione.


 
Per la velocità di contenuto e la purezza d'immagine, il film ricorda i vostri primi lavori, mentre a livello contenutistico é palese l'eco della situazione in cui attualmente versa il paese: parlate di crisi dipingendo un fedele ritratto dell'Italia in un momento di grande difficoltà. Pregio del film è utilizzare la crisi come elemento che livella e riporta tutti sullo stesso piano.

Quale è il significato del denaro in Il ricco il povero e il maggiordomo?


Giacomo: tengo a precisare che questo non è un film solo sulla crisi. Certo, é innegabile che siamo stati suggestionati da ciò che sta avvenendo nel nostro paese e più in generale in Europa e nel mondo, ma a modo nostro abbiamo voluto raccontare le vicende dell'uomo preso nella sua singolarità. In particolare ci siamo concentrati sull'avidità che, se non viene contenuta e morigerata, crea vere e proprie catastrofi.  Come nostro solito abbiamo optato per una narrazione tragicomica in grado di evidenziare come, a seguito di un momento difficile, le prospettive possono cambiare...in meglio.

Giovanni: La collaborazione e la solidarietà nel disastro possono creare qualcosa che pare andato perduto, questo credo sia il tema centrale del film. 
Aldo: Incontrare e conoscere persone che provengono da un universo economico e socialedifferente può portarci ad acquisire valori diversi e a considerare le cose da un nuovo punto di
vista. Nel film per esempio, dopo varie peripezie Giacomo esce povero economicamente ma ricco di sentimenti. La collaborazione può creare qualcosa di nuovo.

 
Guadalupe Lancho ė alla sua prima esperienza recitativa col trio, mentre lo stesso non si può dire per Sara D'Amario...

Guadalupe: esatto, non solo questa è la mio primo lavoro col trio, ma è la mia prima esperienza nel mondo del cinema italiano. Confesso che avevo un pochino di paura soprattutto perché in Spagna Aldo Giovanni e Giacomo non sono molto conosciuti. Ciononostante mi sono divertita moltissimo, come una spagnola pazza direi. Il massimo che si può chiedere dalla vita è lavorare divertendosi e loro mi hanno fatto questo grande regalo.  
D'Amario: questa è la mia terza esperienza come moglie di Giacomo (con la sua vera moglie ci
vogliamo bene e stimiamo reciprocamente). Ogni volta che Giacomo mi telefona e mi chiede se voglio essere sua moglie —sullo schermo— so che sto andando incontro a una grande avventura: Aldo Giovanni e Giacomo sono veri attori. Quando iniziai a lavorare con loro a conquistarmi non fu
a battuta facile o la parolaccia, ma un eloquio pronto e mai scontato, così come il ritmo della recitazione, brioso e veloce.

Come si sono conosciuti Giacomo e la sua moglie —al cinema—? 
D'Amario: Giacomo mi ha scoperta qualche anno fa, quasi per caso, mentre recitavo a teatro un ruolo tragico in Spingendo la notte più in lá, da un testo di Mario Calabresi, per la regia di Luca Zingaretti. Fu così che vide in me delle potenzialità comiche.. E non smetterò mai di ringraziarlo per le opportunità che mi ha dato.

Come si inserisce questo film nella vostra produzione?

 
Giacomo: Per noi ogni progetto è sempre una novità, una mondo nuovo. Certo, non è oro tutto quel che brilla e anche questo ha i suoi lati negativi, come per esempio l'impegno che ogni volta dobbiamo mettere nel fronteggiare un testo diverso.. Ma anche in "Il ricco il povero e il maggiordomo" lo scontro è stato più che positivo. Il destino del film è ora in mano al pubblico... Personalmente lo ricorderò come una delle lavorazioni più belle e feconde.

E la produzione è soddisfatta?

Guerra: Se dopo 25 anni siamo ancora insieme direi che la produzione è più che soddisfatta. Oramai siamo così affiatati che le riprese sono durate solo dieci settimane. Credo che questo film sia bellissimo, sicuramente uno dei migliori, paragonabile forse a Chiedimi se sono felice. Abbiamo investito molto su questo lavoro —sarà distribuito in circa 600 sale— perché in esso vi è qualcosa in più rispetto al passato, è attuale, si parla di persone che vivono i nostri stessi problemi e possono comprendere le peripezie dei protagonisti. Il nostro intento era quello di offrire a tutti gli italiani un momento di evasione e di consentire loro di riderci sopra e non di piangersi addosso.

Come sono stati scritti i rapporti sentimentali fra i tre personaggi?

Bertacca: sono onorato di dire che questo film è il mio esordio alla regia cinematografica. Forse per questo la scelta dei percorsi da intraprendere non è stata affatto semplice. La scrittura è fondamentale e con mia grande fortuna anche Aldo Giovanni e Giacomo, che mi hanno affiancato per la regia, dedicano molta a attenzione tempo a questa fase, sono precisi e meticolosi. Abbiamo cercato di non ricorrere a cliché — o se è successo non è stato certo consapevolmente—mora mai abusati nella commedia italiana. Ogni singola scelta è frutto di un work in progress che dura mesi e mesi. Più precisamente, Non riesco a ricordare come è nata l'idea che Aldo sarebbe stato un tombeur de
emmes all'incontrario —non consuma mai, ma scappa sempre dalle donne—. 
Giacomo: non si sa come si arriva alla fine, è un percorso tortuoso quello della realizzazione di un film.Le donne hanno un peso molto importante in Il ricco il povero e il maggiordomo: oltre alle compagne dei protagonisti molto spazio ė dedicato anche a Giuliana Lojodice, madre  di

Aldo. Calcedonia, Dolores e Camilla sono donne dominanti...

Aldo: Questo è un elemento di novità per la continuità stilistica che ha sempre caratterizzato la nostra produzione. Sono donne che manifestano anche una certa sessualità, penso per esempio all'offerta esplicita e quasi caricaturale della moglie di Giacomo.Certo questa scena spicca molto nell'ambito di un film molto casto —come sempre sono i nostri poi— da famiglia, quasi cartone animato.Calcedonia inoltre, il nome di mia madre nel film, è anche il nome anche della mia vera mamma..
Erica Belluzzi
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MOMMY

 Mommy
di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
Francia, Canada, 2014
genere, drammatico
durata, 140' 


Dopo "I Killed my mother", Anne Dorval —ormai consacrata al ruolo genitoriale femminile per il regista canadese Xavier Dolan—  interpreta Diane Déspres, madre vedova di Steve (Antoine-Olivier Pilon), adolescente affetto da deficit di attenzione (ADHD) e da un iperattivismo che non gli consente di limitare e frenare la propria potenza, portandolo spesso a compiere azioni di cui finisce poi, riacquisita la lucidità, per pentirsi.
Come Diane spiega, la vita con Steve è un salto nel vuoto: non si sa mai se si cadrà in piedi o ci si sfracellerà al suolo; farlo significa vivere con la consapevolezza che è solo questione di tempo, sapendo che presto combinerà qualcosa di veramente grave.

Lui, carismatico e manipolativo, violento e sessualmente provocatorio, protegge la madre, che è al tempo stesso il suo mondo, la sua donna, porta di accesso all'universo e fonte di infinita protezione.
Lei, volgare e vitale come il figlio,  lavorativamente — e non solo— disagiata, passa le sue giornate pulendo case altrui e traducendo libri per bambini.
Sotto quintali di cipria e vestiti imbarazzantemente volgari si nasconde una donna forte e temprata dalle disavventure che la vita ha sempre in serbo per lei, come un incidente d'auto nella prima scena del film ci fa intendere.
Persi nel loro amore i due vivono in una dimensione tutta loro, impenetrabile agli "altri", codificata da un vocabolario e una liturgia del quotidiano che difficilmente potrebbe essere compresa da terzi.
Della loro Versailles —come Die definisce la catapecchia tutta carta da parati in cui vivono— i due sono i regnanti e il mondo, con le sue regole e la sua politically correctness, è loro nemico.
Si odiano e si amano, sono l'uno vittima e carnefice dell'altro.

A liberare temporaneamente i due da questo lento gioco al massacro sarà Kyla (Suzanne Clément), dirimpettaia balbuziente in anno sabbatico per motivi che ci sono solo lasciati intuire —una depressione forse?— che avrà su Steve un effetto calmante e palliativo.
Presto fra i tre verrà a crearsi un'inaspettata alchimia che consentirà loro di liberarsi dalle proprie catene e passare insieme momenti di ordinaria follia.

Come la scritta bianca su sfondo nero —ordinata e precisa come nulla nel corso della pellicola— all'inizio del film spiega, in un distopico Canada una nuova legge promulgata dal sistema sanitario nazionale offre alle famiglie di ragazzi "difficili" con gravi disturbi l'opportunità di rinchiuderli in una sorta di ospedale psichiatrico anti-Basaglia -ma non così diverso, ahimè, da come funzionano le cose anche nei nostri "moderni" ospedali psichiatrici- .
La situazione inizierà presto a complicarsi, e Die si vedrà costretta a prendere in considerazione questa possibilità, indossando i panni di Giuda.
Ma sarebbe sbagliato credere che così facendo Dolan abbia voluto renderci il ritratto di una madre passiva e incapace di dominare il figlio.
Come egli stesso disse in occasione della presentazione del film alla sessantasettesima edizione del festival di Cannes (in cui si è aggiudicato il premio della giuria ex aequo con Godard), "I don't see the point in making film about losers".
La scelta che la madre compie, latente possibilità fin dal primo frame del film, non è dettata dalla disperazione o dalla rassegnazione ma dalla speranza che un domani il figlio possa stare bene, essere guarito e condurre una vita migliore.

 

La pellicola, perturbante e rabbiosa, come il giovane Steve quando in un raptus quasi soffoca la madre, mette in discussione il sistema e le facile scappatoie che utilizziamo per relazionarci a chi è diverso da noi, specie quando l'alteritá prende la forme della "malattia" mentale : l'esclusione, l'isolamento, la pillola facile.

 

La maniacale codipendenza dei due protagonisti –una regia sopraffina non permette al complesso di Edipo di far da padrone alla scena— è resa anche grazie ad un'immagine (alla fotografia André Turpin) in formato 1:1 per la maggior parte del tempo, in cui i protagonisti sono schiacciati e sbattuti l'uno contro l'altro senza possibilità di fuga.
In quei pochi momenti in cui lo schermo si allarga, anche le possibilità diventano maggiori, gli orizzonti si ingigantiscono, e la speranza galoppa veloce fino a quando le sbarre nere chiudono a sinistra e a destra dello schermo i miserabili nella loro prigione quotidiana.
Oltre alle scene compresse che buttano la madre contro il figlio accendendo la miccia del conflitto, ottima è anche la scelta —in continuità con le pellicole precedenti del regista canadese— di cucire le immagini con un collage vintage di tracce pop e classiche, spesso e volentieri in slow motion o ad un volume così alto da infastidire, perturbare, riuscendo così a essere conturbante anche solo nella scelta musicale.

Erica Belluzzi
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lunedì, dicembre 08, 2014

LA METAMORFOSI DEL MALE

La metamorfosi del male
di William Brent Bell
con AJ Cook, Brian Scott O Connor
Usa, 2013
genere, horror
durata, 89'

Nella storia del cinema più recente ed in particolare in quella riguardante  il genere horror non c'è dubbio che il film di John Landis "Un lupo mannaro americano a Londra" rappresenti una sorta di pietra miliare per quando riguarda le storie di licantropia, sottogenere mai passato di moda - basti pensare ad un mainstream come "The Wolfman" con Benicio Del Toro, datato 2010 ma anche ad un BMovie come "Licantropia Evolution" diventato poi una trilogia- e che proprio questa settimana trova spazio sui nostri schermi con un film, "La metamorfosi del male", che fin dal titolo, allusivo ma generico, la dice lunga sulla sua volontà di mischiare le carte del genere in questione con soluzioni formali e stilistiche che pescano da più parti, non sempre necessariamente legate al cinema di riferimento. Un tentativo, quello del regista William Brent Bell, effettuato nell'ambito di una logica produttiva indipendente e low budget, e per questo più propensa a minare, un pò per gioco un pò per necessità, l'ortodossia del celebre filone.



Una destabilizzazione che inizia con la scelta della location in cui la storia si dipana, come quella di Landis europea, anche se in questo caso francese, e che poi continua con la struttura di un racconto che, dopo il prologo di sangue necessario a creare incipit e atmosfere, si trasforma -nella parte centrale- in un thriller legale, per assecondare i talenti di Kate Moore, avvocato americano incaricato di difendere dalla grinfie della giustizia Talan Gwynek, il presunto colpevole. Per non dire di un realismo ricercato a tutti i costi e realizzato mettendo insieme telecamera a mano, luci naturali e una certa rozzezza visiva derivata dalla volontà di trasformare la fiction in documento. Le citazioni si sprecano (da "Blair Witch Project" a "The Silence of the Lamb") cosi come le sottotrame, usate come espediente per creare la sensazione di un pantheon emotivo altrimenti ridotto al monologo tra la bella (Kate) e la bestia (Talan). A corto di effetti speciali, scarsamenti efficaci speciaimente per quanto riguarda la mutazione fisiognomica della creatura, "La metamorfosi del male" è debole proprio laddove non vorrebbe esserlo, e cioè in una naturalità che appare forzata tanto nell'assemblaggio del pot pourri citazionistico che in quello della progressione narrativa, costretta a subire  incongruenze come quella che costringe Francia e Stati Uniti ad un'alleanza - quella tra l'avvocato e la polizia- giustificata esclusivamente dal fatto che "La metamorfosi del male" è una produzione a stelle e strisce. Paura e tensione escono quasi subito dal film per lasciare il posto a routine e prevediblità.
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PEREZ

Perez 
di Edoardo De Angelis
con Luca Zingaretti, Giampaolo Fabrizio, Marco D'amore, Simona Tabacco
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 94'

Prima di diventare un paladino della legge ed eroe del pubblico televisivo, Luca Zingaretti era stato invero una persona poco raccomandabile. Nel film che lo ha rilevato (Vite strozzate) diretto da Ricky Tognazzi, gli era toccato per l'appunto in sorte un ruolo tanto spiacevole quanto gratificante sotto il profilo delle possibilità interpretative. Sergio, il suo personaggio era nei fatti non solo poco raccomandabile dal punto di vista dell'incolumità fisica, trattandosi di un energumeno sempre pronto a tirar di mani, ma pure disprezzabile dal punto di vista morale, essendo uno strozzino violento e senza scrupoli.

Anche per questo "Perez", ultimo lungometraggio interpretato dal "commissario Montalbano" potrebbe rappresentare per la carriera dell'attore romano una sorta di di sintesi tra i due estremi comportamentali appena citati. Perez e' infatti un avvocato integerrimo costretto a venire a parti con il mondo del crimine per cercare di allontanare dalla figlia il rampollo di un boss della camorra di cui la ragazza si è innamorata.

Ambientato dalle parti di certo cinema civile per la voglia di denunciare il degrado morale e materiale delle istituzioni e di chi ne fa parte, "Perez" diventa quasi subito un noir a forti tinte, in cui a contare e' il confronto tra le diverse psicologie dei personaggi più che il dilemma morale che sta alla base della scelta del protagonista, invero risolto senza troppe titubanze.

 


Favorito da una messinscena intimista, che azzera riferimenti storici e geografici grazie all'apporto di una fotografia che avvolge gli ambienti di ombre e oscurità,  "Perez" e' una partita a scacchi di anime segnate da ineluttabile destino. Presentato fuori concorso all'ultima edizione del festival di Venezia, il film appartiene a quel tipo di cinema che ti aspetteresti di vedere in televisione al posto delle solite fiction, e che invece viene mandato allo sbaraglio nell'affollata distribuzione post festivaliera. Nulla di eccezionale ma comunque ben fatto e altrettanto recitato.
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sabato, dicembre 06, 2014

ADIEU AU LANGAGE

di Jean-Luc Godard

con: H.Godet, R.Chevallier, K.Abdeli, C.Gregori, Z.Bruneau

FRA - 2014 - drammatico - 70 min

"Assez vu. La vision s'est rencontrée a tous les airs.
Assez eu. Rumeurs des villes, le soir, et au soleil, et toujours.
Assez connu. Les arrets de la vie. - O Rumeurs et Visions !
Départ dans l'affection et le bruit neufs !".

- A.Rimbaud, "Illuminations/Départ" -



Da sempre Godard perlustra territori preclusi ai più. "Adieu au langage" non fa eccezione. Anzi. Il più che ottantenne autore parigino insiste a rovistare alla sua maniera - ossia con curiosità, senza prendere scorciatoie, rifuggendo facili consolazioni - nelle viscere tanto aggrovigliate quanto esibite della modernità.

All'interno di un tessuto non-narrativo solo in apparenza casuale, si rincorrono giustapposizioni d'inquadrature, singoli fotogrammi, neri muti e/o sottotitolati, sovra/sotto esposizioni, ipotetici onirismi, inversioni, ripetizioni, divagazioni, grumi fieramente e caparbiamente insensati, superflui o, per contro, iper-stratificati, saccenti sul filo dello sberleffo, dello scherno dada (nel tritatutto finiscono, in ordine sparso, Melville, Artaud, Faulkner, Ellul, Conrad, Monet, London, De Stael, Sartre, Dickinson e molti altri), eppure entrambi figli della medesima "inquietudine dolorosa" e presaga circa l'impossibilità - data ormai per certa - di recuperare quel linguaggio che, heideggerianamente, parla all'uomo e non su di lui, disintegrandosi giorno dopo giorno, nel calcolare, nel catalogare, nel rievocare maldestramente o per scopi meschini, nel celiare posticcio delle chiacchiere, del calembourun tanto al chilo ("Le parole. Le parole. Non voglio più sentirne parlare"), al cui confronto i sogni di un cane - protagonista del film al pari della coppia che in modo via via sempre più sterile e arreso argomenta attorno al prosciugarsi del proprio amore - sembrano vitali e sorprendenti: lui, infatti, rimarca Godard, e' in grado di guardare-il-mondo, ossia di viverlo prendendone parte, mentre l'uomo, intrappolato nella coscienza di se', non può che interpretarlo, quindi fraintenderlo e, in definitiva, smarrirlo, decretando la sordida umiliazione di essere inutilmente senziente.


A riparo di una forma che non smette di forzare i propri limiti; diffidente nei confronti di consolidate strutture di pensiero e filosofie neglette o rimosse prima ancora di essere appieno comprese ("La bellezza e' lo splendore della verità"), come di altre, all'inverso, inveratesi nella Storia - cioè nelle carni dei singoli uomini - ben dentro l'inappellabilità di un osceno che non fa che cambiare sembianze per esigere sempre gli stessi dazi ("Hitler ha fatto tutto ciò che ha detto"), "Adieu au langage" non nasconde di essere nauseato dalla propria stessa nausea - di matrice sartriana - ; dal suo negativismo avvilito e derisorio, corroborato da cascami, da frammenti sparsi, da suggestioni incoerenti e dicotomie - Natura/Metafora; vivere o raccontare; il dissertare istituzionalizzato e agonizzante del maschile, e lo slancio incontrollabile, oltre la ragione, del femminile -: da una paccottiglia ricercatamente
intellettualistica - dalle curve di Dirac, alla congettura di Riemann con i suoi "infiniti zeri distesi sulla superficie dell'oceano"; dalla necessita' di trovare un accesso al fatto stesso di "non vedere" di Monet, al grado zero dell'egualitarismo rappresentato dall'evidenza assoluta di un pube femminile (in un'istantanea si adombra perfino Courbet) e dalla merda di reminiscenza rimbaudiana ("Merda alla realtà !", scagliava il poeta contro i privi d'immaginazione). Come pure dal suo porsi/esporsi - nell'ineludibile gioco al massacro dei fraintendimenti - al tempo, nella nudità feroce di liminale baluardo di resistenza al rumore e alla guerra senza fine (trambusti, echi di esplosioni, spari, guaiti, vagiti, alternano e spezzano fuori sincrono/fuori campo, le immagini) e nell'ennesimo singulto di "lagna d'autore", avviticchiata nell'autocommiserazione ed in una fraintesa incomprensibilità. E come - in fondo - dal suo birignao di opera radicale, da relegare ai margini del linguaggio contemporaneo il quale di essa, semplicemente, non-sa-che-farsene, in quanto inservibile secondo gli schemi dei suoi automatismi preferiti, sempre sovrabbondati, enfatici, allegramente sgrammaticati: lo spettacolo, l'intrattenimento, la comunicazione, quest'ultima adesso persino tattile- mostra e rimostra Godard - affidata com'è ai telefoni di ultima generazione.

Tutto, si noti, in questo nostro (?) pseudo/presunto presente, che quanto più si e' bramato e concorso ad edificare - fino alla disperazione, fino alle convulsioni, fino al pus - come eterno, tanto più si e' dimostrato irraggiungibile, finendo esso stesso per invocare - ed e' il più atroce paradosso - un rifiuto che più che i contorni di un anatema palesa le fattezze di un grido soffocato, l'ultimo forse, prima del nero assoluto: "Mi disgustate, voi tutti, con la vostra felicita'. Io sono qui per qualcos'altro. Io sono qui per dire no... e per morire. Io sono qui per dire no... e per morire".

TFK
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venerdì, dicembre 05, 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHTING

Magic in the Moonlight
di Woody Allen
con Colin Firth, Emma Stone
Usa, 2014
genere, commedia
durata,  97'
 
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"Magic in the moonlight", un mugolio di nasali, un allambiccare di rotondità che tentano di portarci in una dimensione temporale senza precisi confini.
Scivolano i consueti titoli di testa in caratteri di scrittura windsor bianchi su sfondo nero, musica jazz di sottofondo. Berlino, 1928. Un carismatico prestigiatore cinese, Wei Ling Soo — identità che cela le fantomatiche sembianze di Stanley Crawford   (Colin Firth)— si esibisce in giochi di magia di fronte a un pubblico in visibilio per la perfezione della sua arte. Già dai primi cinque minuti inizia lo sbadiglio imbarazzato. Woody Allen e la magia, ovvero corsi e ricorsi storici: vedere per credere "Broadway Danny Rose", "La maledizione dello scorpione di Giada", "Alice", "New York Stories", "Scoop",  e i più recenti  "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" e Midnight in Paris.

 
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 Allen infila abilmente la mano nel suo magico cilindro di topoi cinematografici e cosa tira fuori come colonna sonora? La nona sinfonia di Beethoven, da lui stesso peraltro già usata solo pochi anni fa in "Basta che funzioni",  vandalizzando così la celebre presenza del Ludovico Van al cinema.

 
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Ma la speranza è l'ultima a morire.
Sempre eccellente nella caratterizzazione, tanto da sconfinare quasi nella caricatura e nel caratteristico, il personaggio del protagonista di "Magic in the Moonlight" è presto delineato dopo poche battute: bisbetico, pessimista e brontolone.
Come il suo vecchio amico Howard Burkan (Simon McBurney) lo definisce, é  uno snob, un  genialmente perfezionista ma con il fascino di un'epidemia di tifo.
L'infelice misantropo abbandona la sua rocca di nichilismo per dirigersi in Costa Azzurra, dove, nella residenza della famiglia Catledge (Jacki Weaver, Hamish Linklater, Erica Leerhsen) è incaricato di sbugiardare Sophie Backer (Emma Stone), un'affascinante chiaroveggente da cui tutti paiono dipendere per ogni decisione.

E..chi l'avrebbe mai detto? Non solo la missione non sarà facile neppure per Stanley, il più celebre fra gli smascheratori di spiritualisti, ma l'astuta truffatrice gli risulterà presto insopportabile ma non del tutto sgradevole.


Se Sophie ai suoi occhi non è altro che concime istrionico, lui, pugnacemente certo che l'unico superpotere reale sia quello che brandisce la falce, si definisce un uomo razionale che crede in un mondo razionale: non esiste nessuna metafisica oltre ciò a che vediamo con gli occhi. L'entusiasmo e le domande della giovane lo inquietano —gli stessi dialoghi sono bipartiti tra zuccherose domande di lei e sarcastiche risposte di lui—, tanto da condurlo a sfidare le sue certezze.

 Settantanove  anni suonati, protagonista della scena col ritmo di quasi un film all'anno, ecco che Allen ritorna alla carica con le sue classiche riflessioni in bilico tra filosofia e religione.
Peccato che questa volta la lama raffinata della satira non sia abbastanza affilata e che la sceneggiatura —mitragliante, non si ha un attimo di respiro— proponga un'infilata di luoghi comuni sulla consolazione che l'uomo trae dalla menzogna e dalla religione.


Per non parlare della nostalgia di battute raffinate e dissacranti come poteva essere quella tratta da "Io e Annie" —una per tutte la geniale: "Dio é morto, Marx é morto e neanche io mi sento tanto bene"— sostituite da quelle che siamo costretti ad ascoltare  nel dialogo raffazzonato sulla morte di Dio, con tanto di supposti rimandi colti a Nietzsche e Hobbes. "Come si può dire cosa è possibile?", domanda in continuazione la truffatrice americana, e con lei ce lo chiediamo anche noi se pensiamo che Allen non più di due anni fa ci ha deliziato con una perla rara come "Blue Jasmine".

E ancora, se la giovane in uno dei suoi allettanti sproloqui domanda al prestigiatore "chi vorrebbe un pessimista barbuto che si rintana tutto il giorno nella stanza a provare", noi potremmo a nostra volta domandare chi vuole più un regista che condisce ogni film con un ballo al charleston e un attore che recita come lui. Allen stesso ci risponde per mezzo del suo protagonista: si tratta certo di una sfida al buon senso e all'umana comprensione.
 Erica Belluzzi
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giovedì, dicembre 04, 2014

THE ROVER

 The Rover
di David Michod
con Guy Pearce, Robert Pattison
Australia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'



Frutto di una cinematografia che sembra sempre sul punto di diventare una succursale, anche produttiva, della mecca hollywoodiana, pronta a trasformarne il paesaggio in un estensione del suo vorace immaginario, “The Rover” appartiene invece a quella categoria di film che ambiscono a consolidare l’identità del cinema australiano. In primo luogo perché il regista, David Michod, dopo il successo di “Animal Kingdoom” continua a rimanere radicato alle proprie origini, immaginando storie e personaggi che sembrano nascere direttamente dalle viscere dell’outskirt continentale. E poi, non meno importante, per la scelta di ambientare la vicenda del film in quello stesso desertoche ha ispirato i lavori di due colleghi come Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock), e soprattutto del George Miller di "Mad Max", di cui “The Rover” riprende non solo ambientazione e straniamento ma anche lo scarto temporale, collocando la sua vicenda in un futuro se non post nucleare, sicuramente apocalittico.

Siamo quindi in un tempo imprecisato e all’interno di una civiltà che sembra essersi sfaldata sotto i colpi di un’oscura malattia. Vite ridotte all’osso e parole che escono a stento. E' più o meno così che si presentano Eric, vagabondo senza arte ne parte interpretato da uno straordinario Guy Pearce, lesto a scatenarsi all’inseguimento dei balordi che gli hanno rubato la macchina, e  Reynolds, impersonato da uno stralunato Robert Pattison, pronto a dargli manforte nonostante i vincoli famigliari che lo legano ai fuggitivi. Il film è tutto qui, nel senso che la caccia all’uomo non manca di colpi di scena, inseguimenti e sparatorie da ultimo ibrida western e road movie. Ma quello che conta si trova soprattutto nella rappresentazione di un afflizione che non risparmia nessuno e nelle dinamiche relazionali che ne scaturiscono Se la famiglia, o quello che ne rimane, è la causa principale di un disfacimento morale che rende gli uomini simili agli animali – e in questo senso l’ultima scena la dice lunga su chi, tra questi, preferisca il regista-  “The Rover” sfida le regole del genere perché a dispetto del suo incipit rinuncia a qualsiasi progressione psicologica, arrivando alla fine senza di fatto aver operato uno scarto rispetto alle condizioni di partenza. A guadagnarci è sicuramente il fascino dei personaggi, avvolti da un alone di mistero che riguarda soprattutto le motivazioni che li hanno portati a tale disperazione, come pure la potenza  del paesaggio, chiamato a sostituire quella reticenza con una desolazione che rimanda all’interiorità dei protagonisti. Al contrario della storia che, privata di ogni possibile aggancio che non riguardi lo sviluppo del piano criminale, diventa schematica e perde in parte le caratteristiche mitiche ed evocative messe in mostra negli scampoli iniziali.
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Film in sala da Giovedì 4 Dicembre 2014

THE ROVER
di David Michôd
con Guy Pearce, Robert Pattinson, Scoot McNairy, Anthony Hayes, David Field
2014 AUS/USA - Drammatico - 100 min

MAGIC IN THE MOONLIGHT
di Woody Allen
con Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater
2014 USA - Commedia - 98 min

SCEMO E PIU' SCEMO 2
Dumb and Dumber To
di Bobby Farrelly e Peter Farrelly
con Jim Carrey, Jeff Daniels, Laurie Holden, Kathleen Turner
2014 USA - Commedia - 109 min

MOMMY
di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
2014 FRA/CAN - Drammatico - 140 min

L'IMMAGINE MANCANTE
L'image manquante
di Rithy Panh
2014 FRA/Cambogia - Documentario - 92 min

NARUTO - LA VIA DEI NINJA
Road to Ninja: Naruto the Movie
di Hayato Date
2012 GIA - Animazione - 109 min

IL CACCIATORE DI ANATRE
di Egidio Veronesi
con Federico Mazzoli, Francesca Botti, Giorgio Paltrinieri
2011 ITA - Drammatico - 90 min

AMBO
di Pierluigi Di Lallo
con Serena Autieri, Adriano Giannini, Maurizio Mattioli
2014 ITA - Commedia - 86 min

UN AMICO MOLTO SPECIALE
Le père Noel
di Alexandre Coffre
con Tahar Rahim, Victor Cabal
2014 FRA - Commedia - 81 min

LA METAMORFODI DEL MALE
Wer
di William Brent Bell
con A.J. Cook, Sebastian Roché, Vik Sahay, Stephanie Lemelin
2013 USA - Horror/Thriller - 89 min

THE PERFECT HUSBAND
di Lucas Pavetto
con Gabriella Wright, Bret Roberts, Tania Bambaci, Philippe Reinhardt
2014 ITA - Horror/Thriller - 85 min
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martedì, dicembre 02, 2014

BEFORE I GO TO SLEEP

Before I Go to Sleep
di  Rowan Joffe
con Nicole Kidman, Colin Firth, Mark Strong
UK, 2014
Mystery, Thriller
durata, 91'

Immaginatevi una versione drammatica di "50 volte il primo bacio", contaminata niente di meno che da un film come "Memento" che, a tutt'oggi rimane uno dei film più belli di Christopher Nolan. insomma, una bomba esplosiva almeno sulle pagine e nelle parole del copione di "After You Go to Sleep", l'ultimo film di Nicole Kidman e Colin Firth. Caratteristiche che, tutte insieme, avrebbero dovuto rendere lo stesso, se non un campione d'incassi, almeno un lungometraggio degno di considerazione, e non, come invece è successo, un inedito, con scarse possibilità  di arrivare dalle nostre parti.
Proviamo a capire le ragioni della debacle iniziando ad esaminare le caratteristiche di una storia che si offre al pubblico senza alcuna premessa, immergendolo fin da subito in un'atmosfera d'incertezza, causata dalla totale mancanza di riferimenti riguardanti la protagonista del film. Christine infatti, soffre di una perdita di memoria che le impedisce di ricordare gli avvenimenti del giorno precedente ed è costretta ad affidarsi  alle verità delle uniche persone in grado di aiutarla: il marito (Firth), fedele ad oltranza nonostante il sentimento di estraneità che lo separa dall'amata consorte e il terapista, che, in segreto, la aiuta a recuperare ciò che ha perso.

Ovviamente nulla è ciò che sembra, e al film, così come ai personaggi, toccherà ricostruire a ritroso gli eventi di una vicenda che volge al nero quando, in un escalation di mezze verità, frammenti di memoria incominceranno a tormentare la mente della donna.


Ed è proprio nel tentativo di mettere insieme i pezzi del periglioso puzzle che il film perde quota,  assestandosi dalle parti di un giallo del sabato sera, per via di forzature e di leggerezze che privilegiano la matematica narrativa a discapito della credibilità del testo.
Con una tensione ridotta al minimo sindacale, l'appassionato e' costretto ad accontentarsi delle briciole: la messinscena, sufficientemente rarefatta per rendere il paesaggio mentale della protagonista, e il duetto da Oscar rappresentato da Nicole Kidman e Colin Firth. La prima a rivendire un fasto per il momento scomparso, il secondo, a sfruttare quello da poco ottenuto. Routine, o poco più.
(icinemaniaci.blogspot.com)

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I RAID LETALI DI G.EVANS


Gareth Evans e' un simpatico giovanotto (classe 1980) - robusto, occhi vispi e barbetta rada - che un giorno ha preso armi e bagagli, mollato il natio Galles e fatto il salto al contrario, ossia percorso la distanza che lo separava dalle brughiere all'Est del mondo. Nello specifico, l'Indonesia, dove, tra l'altro, oltre a prendere moglie, ha perfezionato lo studio di un'antica arte di combattimento locale, il Silat, arrivando col tempo a coniugarlo con un'altra passione, quella del Cinema.

Dopo "Merantau" (2009), colorato romanzo di formazione e iniziazione marziale, interpretato da colui che sarebbe diventato la sua proiezione cinematografica - Iko Uwais - ecco che Evans, tra il 2011 e il 2014 scrive, produce e dirige il distico (ad oggi) di "The raid": "The raid/redemption" e "The raid II/berandal", centrati sulla figura del poliziotto Rama (Uwais, appunto) chiamato ad opporsi, in gran parte grazie alle sue eccezionali capacita' atletiche, alle insidie di un mondo cupo, violento, all'apparenza senza vie d'uscita - assediato da livide luci grigie, ocra, bluastre - in cui il crimine la fa da padrone e la corruzione alligna pressoché indisturbata tra le file delle forze dell'ordine.

Caratteristica primaria di "The raid" I e II e' la strepitosa matrice dinamico-estetica degli scontri secondo le figure e i ritmi - a volte parossistici - del Silat (e di altre specialità ad esso frammiste: dal Judo alla Lotta Libera, al Taekwondo, et.), tecnica che prevede l'utilizzo armonico e in sequenze rapide di pugni, gomiti, ginocchia e piedi in relazione alla loro efficacia, non di rado micidiale, su giunture e tendini.

Adagiati su intrecci convenzionali - più lineare quello di "The raid/redemption", che prevede l'irruzione di una simil SWAT in un caseggiato fatiscente al cui ultimo piano dimora e dispensa ordini Tama (Ray Sahetapy, perfettamente a suo agio nel calibrare il pendolo emotivo tra gli estremi del distacco e della crudeltà), boss dai modi tanto felpati quanto feroce negli scatti d'ira, secondo una logica a meta' strada tra l'assedio carpenteriano di "Distretto 13" (sebbene a parti invertite) e l'esasperazione della partitura classica di un videogame action, condizione di partenza/eliminazione degli ostacoli/livello successivo (ben esplicitata dalla necessita' di passare da un piano all'altro dell'edificio/fortezza); più costruito e un tanto farraginoso quello di "The raid II/berandal", azzardo d'incastri in cui Rama/Uwais si barcamena (e lotta) sul filo di una pericolosa missione sotto copertura nei gangli delle organizzazioni criminali, allo scopo di sgretolarle dall'interno - i due film di Evans hanno il pregio di giocare pressoché da subito a carte scoperte, ossia disponendosi in modo che le trame non disturbino troppo - o vadano ad integrarsi col minimo attrito, e' un fatto di punti di vista - gli scatenati combattimenti, sorta di controllatissima girandola a base di frenesie cinetiche, applicazione, riflessi e resistenza (innumerevoli i ciak relativi agli schemi dei duelli uno-contro-uno o di gruppo, nel tentativo di trasformare progressivamente la frizione degli urti nella fluidità quasi astratta di una coreografia), applicata ad un tappeto narrativo di brutale evidenza, fulmineo ed imprevedibile nelle singole circostanze, sebbene all'interno di un meccanismo che si avvale di stereotipi ampiamente collaudati.

Evans - appassionato di eroi storici del Cinema orientale, da Bruce Lee a Jackie Chan, a Jet Li, e di autori come John Woo (ma alcune soluzioni drastiche evocano Park Chan-wook e la sua "trilogia della vendetta") che hanno contribuito alla codificazione di stili e di modelli ad alto tasso adrenalinico via via entrati a far parte dell'immaginario comune - non nasconde le sue predilezioni (costruzione serrata del ritmo; messinscena essenziale; attenzione pignola ai dettagli delle mosse e delle acrobazie; rappresentazione della forza-al-lavoro ma in ragione di una prassi talmente fulminea e paradossale da sopire sul nascere fraintendimenti circa la cosiddetta "estetica della violenza") e i suoi debiti (l'eroe e' per antonomasia solitario, inviso alle alte sfere, scarsamente loquace, con il punto debole rappresentato dal nucleo familiare esposto alle ritorsioni conseguenti alla sua integrità professionale; il Male e' incistato talmente a fondo nella struttura sociale e nel cuore dell'uomo da formare un tutt'uno per cui diventa quasi impossibile distinguere chi se ne serve da chi afferma di contrastarlo; la realtà e', per lo più, un groviglio di pulsioni distorte e di finalità inconfessabili, chiusa su se stessa, piena di chiaroscuri e d'inganni, la cui prospettiva di redenzione si allontana ogni giorno di più, et.). Asseconda le prime, in sostanza, e prova a trar frutti dai secondi. "The raid" I e II dicono che e' riuscito a venire incontro ad entrambi.

TFK

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lunedì, dicembre 01, 2014

KIJIJI WEBSITE AWARDS 2014: 35MM




MIGLIOR BLOG CINEMATOGRAFICO 2014: ICINEMANIACI.BLOGSPOT.COM


I premi non sono mai scontati, ancor più quando sono il risultato di una scelta che prende in considerazione una realtà come quella dei blog cinematografici,
difficilmente intercettabile per la miriade di offerte che la rete riesce ad offrire ai suoi utilizzatori. Per questo motivo siamo lieti di annunciarvi che icinemaniaci. blogspot.com è stato scelto come miglior blog cinematografico del 2014 sul blog ufficiale di KiJiJi. Ringraziando chi ha ritenuto questo spazio all'altezza di un titolo così importante, ci impegniamo con rinnovato entusiasmo a proseguire il nostro viaggio sentimentale nel mondo della settima arte. 
icinemaniaci


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domenica, novembre 30, 2014

32TFF-MERCURIALES

Mercuriales
di Virgil Vernier
Francia, 2014
durata, 104'

Simbolo del boom economico anni '70 e totem decadenti della ferocia capitalistica e dei suoi danni collaterali, le due torri gemelle del Mercuriale dominano la banlieu sud di Parigi, sfigurata da un’urbanistica scellerata distante dal cuore delle persone che ci vivono.
Qui, con un’affascinate narrazione frammentata, dai ritmi di un diario personale fatto di monologhi interiori e deliri onirici, si dischiudono i tentativi di adattamento di Zouzou, addetto alla sicurezza delle torri, le speranze di Liza, giovane moldava appena arrivata a Parigi con un carico di fiducia, e di Joanne, ventenne parigina con velleità artistiche; una ricerca della felicità in fretta scoraggiata dalle regole di sopravvivenza imposte a forza dal moloch senza tempo dell’economia globalizzata che alla conquista della trasversalità uniforma gli standard dell’esistenza schiacciandoli sempre di più verso il basso.

Girato in 16mm e accompagnato da una musica elettronica che ricorda le atmosfere horror anni 80, Virgil Vernier al suo primo lungometraggio prodotto con la collaborazione del Torino FilmLAB, ritorna nei luoghi in cui è cresciuto e confeziona un film che ha l’effetto estraniante di un viaggio all’indietro nel tempo, rimanendo però nel qui e ora raccontando lo scenario di spaesamento intimo dei protagonisti, sovrapposto allo scenario di degrado comune a tutti gli hinterland del mondo, e lo fa essenzialmente discostandosi dal modo superficiale in cui i media riportano la cronaca di guerra delle periferie parigine, per parlare invece dell’altra violenza che le caratterizza, quella più sotterranea del degrado stesso che entra in vibrazione con l’anima degli esseri umani, verso una desertificazione delle speranze ed una cemetificazione dei sentimenti.

Durante un sogno notturno, con una sequenza di immagini di devastazione urbana, Liza ripete che tutto questo non è vero, che è solo un brutto sogno, è solo un incubo.
Ma alla fine, le sue paure si realizzano e prendono forma in un mostro meccanico dalle terribili fauci che divora nottetempo le case dove le ragazze cullavano sogni di felicità.
Parsec
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sabato, novembre 29, 2014

32 TFF-THE DROP


The drop" 
regia di Michael R. Roska
Usa, 2014
genere, crime story
durata,107'




Bob è il barista di un locale - gestito dalla mafia cecena - che è solito essere deposito momentaneo di soldi sporchi delle gang locali.

Tra storie che vanno incrociandosi alla perfezione creando un ritmo assai serrato, "The drop" è un noir metropolitano dall'innegabile fascino costituito dai vari strati che lo costituiscono. In primis, come già accennavamo, quello che riguarda prettamente l'intrattenimento; in secondo luogo fondamentale è l'estetica di cui l'opera si fregia, con una fotografia abile a ritrarre situazioni e personaggi in tutte le proprie sfumature; come ultima osservazione - che, in definitiva, è il motivo per cui il film potrebbe essere più considerato rispetto ai cugini di genere - è l'apporto contenutistico, che si inoltra in riflessioni sulla natura umana di non poco conto.

Sarebbe tutto perfetto - anzi, verrebbe  quasi da dire al limite del capolavoro - se non fosse per gli ultimi dieci minuti che, dovendo giudicare il film nella sua interezza, abbassano, e di parecchio, il livello.
Antonio Romagnoli
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32 TFF-WHAT WE DO IN THE SHADOWS

What we do in the shadows
di Jemaine Clement e Taika Waititi
New Zeland, 2014
durata, 85 min

Risate fragorose e applausi a scena aperta per il film più divertente di questa edizione del 32esimo TFF,
l’ironico mocumentary neozelandese sulla convivenza di quattro vampiri seguiti giorno e notte da una troupe televisiva,
alle prese con la suddivisione delle faccende domestiche e le piccole e grandi ambasce della vita quotidiana.
Un excursus di tutti i luoghi comuni sui vampiri, rivisti in chiave parodistica trattandone gli aspetti più prosaici che il cinema romantico più di moda sul genere non mostra mai,
una presa in giro del mito che ricondotto ad un contesto realistico si presta facilmente ad essere ridicolizzato con ritmo incalzante ed un susseguirsi di gag esilaranti che conducono ad un epilogo pacioso. Si continua a ridere anche alla fine dei titoli di coda, grazie ad un commiato in perfetto vampire style.
Parsec
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THE HOMESMAN

The Homesman
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Hilary Swank
Usa, 2014
genere, western
durata, 122'
Se il Western è un genere passato allo storia allora esiste un'unica soluzione per continuare ad occuparsene, e cioè realizzarlo come se fosse un'altra cosa. Una strada che certamente ha percorso Tommy Lee Jones, giunto alla sua seconda regia con un film, "The Homesman",
che alla pari del precendente ha avuto l'onore di partecipare, in concorso, all'ultima edizione del festival di  Cannes, dove fino all'ultimo è stato pronosticato come possibile vincitore. Sappiamo tutti com'è andata a finire, con il film uscito a mani vuote nonostante le belle interpretazioni dello stesso Jones e di Hilary Swank, ancora una volta al fianco di un mostro sacro del cinema americano.
Dettagli di contorno che nulla tolgono o aggiungono a "The Homesman", storia di confine incentrata sul viaggio di una strana coppia - la zitella Mary Bee Cuddye George Beegs, l'uomo che lei ha salvato da morte sicura - incaricata di trasportare tre donne malate di mente da chi se ne prenderà cura, attraversando lo spazio sconfinato e selvaggio dell'America del xix secolo. Un impresa non da poco, considerato che durante il  cammino saranno costretti ad affrontare situazioni paradigmatiche tipiche del genere, con indiani, fuorilegge e tutori della legge pronti ad imporsi nella storia del film più per il carisma iconografico ereditato dalla tradizione letteraria e cinematografica che per doti contingenti, letteralmente consumate dall'entropia di un mondo alla deriva. Figure del paesaggio che, nella mancanza di peso specifico, e nella tangibile violazione delle regole - con l'elemento maschile in completo disarmo toccherà a Mary Bee caricarsi di ogni responsabilità - appaiono la certificazione del malessere di un genere filmico che vive nel costante prolungamento della sua agonia. La regia di Jones leggittima queste considerazioni, trasformando la frontiera americana in uno spazio claustofobico che separa chi vi sta dentro dal resto del mondo. Come dimostra l'escalation di morti e di disgrazie che si moltiplicano quanto più la carovana si avvicina alla cosiddetta civiltà. Quasi a dire che il western, con i tipi umani e le tradizioni che lo contraddistinguono, è un luogo geografico e mentale "irriproducibile". Destinato a scomparire senza lasciare alcuna eredità.
Ancora una volta on the road, (anche "Tre sepolture" era costruito su un viaggio "riparatore") il regista Tommy Lee Jones  affronta il suo film nell'unico modo possibile, e cioè decostruendolo ai limiti del farsesco. Scelta che l'attore iscrive nel suo viso, deformato in una maschera da fool, e nella voce modulata su toni striduli e grotteschi. Ma che ricorre anche nella sceltà di un incipit - la follia delle donne trasportate- di cui nessuno - come piu volte viene affermato - vuole parlare. Un tabù che, nella sua indicibilità sembra contaggiare l'anima del film, la cui urgenza rimane indefinita, simile allo sguardo delle donne che Mary e George si portano dietro.
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32 TFF- INFINITELY POLAR BEAR


"Infinitely polar bear"
di Maya Forbes
con Mark Ruffalo, Zoe Saldana
USA 2014
durata, 88'
 
 

"Negli anni '60 era normale". Così viene giustificato, da parte della moglie, l'iniziale non prendere sul serio la bipolarita' maniaco/depressiva di Cameron, personaggio eccentrico protagonista della storia. E la smitizzazione dei favolosi anni '60 è solo uno dei tanti tratti che colora una commedia intelligente e scritta come più spesso dovrebbero essere scritti film di questo genere.
Accompagnata da una regia accorta a non dissacrarne i ritmi, "Infinitely polar bear" - titolo dato da uno svarione lessicale di una delle due figlie sul disturbo del padre - è un'opera di raro fascino che, senza far avvertire bruschi cambi, a tratti fa ridere di gusto, a volte assume toni semi-drammatici, a volte quasi commuove. Ma la peculiarità fondamentale - quindi vera riuscita del film - è che lascia in volto, ogni secondo, un sorriso che ne riassume ogni sfumatura.
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