sabato, settembre 24, 2016

LA VITA POSSIBILE


La vita possibile
di Ivano De Matteo
con Margherita Buy, Valeria Golino, Andrea Pittorino Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 100'



Anna abbandona la sua abitazione romana insieme al figlio tredicenne Valerio, per sfuggire a un marito violento che la tormenta e che non si ferma nemmeno difronte a denunce e diffide. La donna si rifugia a Torino, nel microscopico appartamento soppalcato di Carla, attrice teatrale squattrinata ma ricca di entusiasmo, assai generosa nell'accogliere a braccia aperte l'amica in difficoltà. A Torino Anna cerca lavoro e una vita sicura per sé e per suo figlio, ma Valerio patisce la lontananza dal padre e dagli amici romani e cerca di alleviare la propria solitudine unendosi a due stranieri: una prostituta dell'est che potrebbe essere sua sorella maggiore e un ristoratore francese ex calciatore e, si dice, ex carcerato.

Dopo "La bella gente", "Gli equilibristi" e "I nostri ragazzi", Ivano De Matteo torna a raccontare una famiglia italiana di oggi, scegliendo l'ambiente borghese, che conosce a fondo e che è emblematica per rappresentare la crisi economica e sociale in corso nel nostro Paese. La sua attenzione è sempre per i più fragili: in questo caso Anna, vittima di un prepotente manesco, Valerio, esposto all'isolamento e alla paura, e Carla che, pur essendo caratterialmente ottimista, si ritiene fallita nel lavoro e nella vita, poiché non ha costruito né una famiglia né una carriera. In particolare la parabola di Valerio è la ricerca di un'identità maschile della quale non doversi vergognare, passando attraverso i punti nodali del percorso di crescita di un ragazzo italiano: il calcio, il sesso, la bicicletta.

Il passo della narrazione è lento, anche se il montaggio sagace di Marco Spoletini aiuta ad eliminare tempi morti ed eccessivi sentimentalismi. Resta, però, qualcosa di inerte e di irrisolto. Quel che manca a "La vita possibile" è un forte equilibrio fra le parti dolenti e quelle che potrebbero portare alla possibilità della rinascita suggerita dal titolo, che arriva solo in extremis, dopo che i protagonisti hanno affrontato una serie continua di peripezie.


"La vita possibile" è un melodramma, ma, a tratti, anche una storia di rivalsa e di riscatto: sarebbe stato più opportuno decidere per un genere solo, portandolo fino in fondo. Contribuisce a sminuire la credibilità della pellicola il personaggio di Valerio, che, se da un lato gode di una libertà forse esagerata per un tredicenne, dall'altro mostra comportamenti e reazioni da bambino, più che da preadolescente. Questo è in parte spiegabile con il trauma che ha vissuto, in parte però sembra denotare una scarsa conoscenza del mondo dei giovanissimi di oggi, cresciuti di fronte a Internet e ai tg: ragazzi per i quali, per esempio, la concretezza del lavoro di una prostituta non sarebbe certo una sorpresa.
Molto più convincente è la descrizione della stupidità di certe leggi inadeguate, che in Italia non tutelano le donne malmenate o i loro figli. Si fa fatica, però, a credere che un padre che non ha rinunciato alla patria potestà e che si comporta verso la famiglia con atteggiamento proprietario non mobiliti la polizia per rintracciare il proprio figlio minorenne, fatto scomparire dalla madre. 
Riccardo Supino
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giovedì, settembre 22, 2016

SPIRA MIRABILIS

Spira Mirabilis
di Massimo D'Anolfi, Martina Parenti
con Marina Vlady, Leola One Feather, Shin Kubota
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 121'





Il primo film italiano in concorso alla Mostra del cinema non fa nulla per nascondere le proprie ambizioni rifacendosi fin dal titolo - "Spira Mirabilis", la spirale meravigliosa come venne definita dal matematico Jackob Bernoulli - a ideali di bellezza e di infinito che rasentano il divino. In realtà nel lavoro di Massimo D'Anolfi e Martina Parenti ogni cosa ha origine da principi concreti e diremmo quasi matematici che sono il frutto di un agire umano incessante e propositivo. In questo senso "Spira Mirabilis" lungi dall'essere una racconto avulso dalla realtà si immerge nella contemporaneità per trascenderla attraverso un'esperienza (cinematografica) che impone allo spettatore il recupero di facoltà sensoriali - e i primis della vista - impigrite dall'overdose di immagini al quale quotidianamente è sottoposto. Rieducare lo sguardo per rieducare la nostra anima: sembra questo il significato ultimo di un film come "Spira Mirabilis" che arriva nel concorso con la sua anima aliena per portarci sulle tracce di ciò che non riusciamo più a vedere. Sarà forse per questo che l'immagine più significativa del film (attraverso la quale è possibile osservare la cellula di una medusa immortale), quella utilizzata per la campagna promozionale, è il risultato di un ingrandimento effettuato al microscopio in cui siamo in grado di cogliere ciò che di solito sfugge a occhio nudo. Di certo "Spira Mirabilis" ha bisogno di un atto di fiducia da parte di chi lo guarda, al quale viene richiesto di accettarne lo forma anti narrativa per poter entrare in sintonia con il flusso di immagini e informazioni proiettate sullo schermo. Meno organico de "L'infinita fabbrica del Duomo" che a suo tempo fu girato in un unico luogo e maggiormente poliedrico per il fatto di seguire più filoni narrativi (cinque come gli elementi che formano la terra) ambientati in diversi angoli del mondo, "Spira Mirabilis" è ancora una volta la risultante di un puzzle dove il Tutto deriva dall'insieme delle singole parti, tenute insieme da un montaggio che fa ricorso ad assonanze poetiche ed a suggestioni impercettibili.

Abbiamo quindi l'inserto dedicato alla terra in cui i registi ritornano sull'episodio relativo alla fabbricazione delle statue del Duomo di Milano già documentata nel lungometraggio precedente; e poi l'acqua messa in campo per illustrare le diverse fasi che sono necessarie a uno scienziato per generare esemplari di una medusa dotata del dono dell'immortalità, l'aria, contemplata nello strumento costruito e suonato da due musicisti artigiani, il fuoco, ripreso negli esponenti di un'antichissima comunità che cerca di sopravvivere al sopravanzare della modernità e ancora l'etere, rappresentato dalla voce di Marina Vlady che riprende le parole dell' "Immortale" di Borges.



Strutturato in maniera classica con le sezioni dedicate ai diversi argomenti che si incrociano alla maniera dei film ad episodi "Spira Mirabilis" procede attraverso una coerenza che non è solo quella di sincronizzarsi su una progressione che procede per tutti nella stessa direzione cronologica e con un minutaggio assegnato in maniera equilibrata. Esiste infatti - ed è la cosa più bella del film - una corrispondenza tra la meraviglia che è propria della ricerca di assoluto di cui si rende artefice "Spira Mirabilis" e quella che invece appartiene allo sguardo dello spettatore; il quale è portato a cogliere il senso ultimo di ciò che sta vedendo in maniera tutt'altro che immediata ma attraverso una serie di disvelamenti successivi e di piccole epifanie (una su tutti quella del puntino rossastro che altri non è che la medusa capace di ringiovanire) che pur aggiungendo qualcosa alla sua conoscenza rimandano continuamente l'appuntamento con una piena comprensione delle cose. Un po' come succede nel corso della vita di cui "Spira Mirabilis" è splendido simulacro. All'anteprima della stampa avvenuta alla Mostra di Venezia sono stati molti i posti lasciati vuoti anzitempo. Il che non è sempre un segno negativo.
(pubblicato su ondacinema.it)
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VENEZIA 73: I MAGNIFICI SETTE

I magnifici sette
di Antoine Fuqua
con Denzel Washington, Ethan Hawke, Chris Pratt
Usa, 2016
genere, western
durata, 132'


Remake del western del 1960 diretto da John Sturges "I magnifici sette" di Antoine Fuqua arrivava alla Mostra dopo aver inaugurato il festival di Toronto carico di spunti che lo rendevano diversi dai semplici blockbuster. A cominciare dal modo con il quale gli autori avrebbero fatto rivivere i fasti di un classico della cinematografia e poi per verificare in che modo la scrittura metropolitana di Nic Pizzolato (True Detective) si sarebbe adattata alla mitologia e agli archetipi propri del genere western. Dal canto suo il discontinuo Fuqua ritrovava gli attori - Denzel Washington e Ethan Hawke - che avevano contribuito ad alzarne le quotazioni commerciali oltre al divo in ascesa Chris Pratt chiamato a confermare l'ascendente da eroe del cinema avventuroso. Solitamente esuberante Fuqua non riesce mai a trovare il ritmo e deve fare i conti con una sceneggiatura monocorde e poco generosa nei confronti dei personaggi che per questa ragione tendono a perdersi nella confusione generale.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)
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mercoledì, settembre 21, 2016

VENEZIA 73: FRANTZ


Frantz
di Francois Ozon
con Pierre Niney, Paula Beer
Francia, 2016
genere, drammatico
durata, 113


Preceduto dagli annunci della stampa francese che a proposito di "Frantz" aveva speso parole importanti al punto di scommettere su una sua possibile vittoria del suo rappresentante il film di Francois Ozon conferma la tendenza di una filmografia altalenante per l'incapacità del regista di mantenersi con costanza ai livelli delle sue opere migliori . Eppure, quella appena passata alla Mostra di Venezia aveva tutte le caratteristiche per ben figurare. La trama infatti, ambientata nella Germania del 1919 - quella uscita distrutta e sconfitta dal grande guerra - si avvaleva di un contesto storico che - caso più unico che raro - permetteva al cineasta di agganciarsi alla cronache più drammatiche della nostra contemporaneità, per le analogie tra le traumatiche conseguenze del conflitto bellico sulle vite dei personaggi con quelle sofferte da chi oggi si ritrova più o meno nella stessa condizione. Il film racconta dell'incontro tra una vedova di guerra e un musicista francese venuto a piangere sulla tomba del marito di lei a cui l'uomo era unito da amicizia fraterna. Assumendo che i parenti dello scomparso ignorano l'esistenza del suddetto legame, il lungometraggio mette in scena una storia d'amore che nasce e si alimenta sulla scia di un'assenza - quella di Frantz - che offre lo spunto per ragionare sul tema dell'identità, della dicotomia tra realtà e apparenza e sulla menzogna come condizione indispensabile della condizione umana che da sempre sono cari al cinema di Ozon. Questa volta però l'impeccabilità delle qualità tecniche (a cominciare dall'elegante bianco e nero della fotografia di Pascal Marti) il rigore formale e il controllo della messinscena non sono sufficienti a riscattare un film bello ma algido
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martedì, settembre 20, 2016

BLAIR WITCH

Blair Witch
di Adam Wingard 
con James Allen Mc Cune, Valorie Curry, Callie Hernandez
USA, 2016
genere, horror
durata, 89'


Quando nel 1999 Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez realizzarono "The Blair Witch Project" l'utilizzo del found footage come espediente per elevare la verosimiglianza di delle immagini e dei contenuti presenti nei lungometraggi di finzione non era diffuso come oggi. In questo modo si spiega il successo di un film girato in maniera amatoriale e con una produzione indipendente e che però riuscì a conquistare le platee per il fatto di poter contare sul fraintendimento creato ad arte dai registi; i quali attraverso un'abile strategia di marketing riuscirono a diffondere (via web) informazioni che in qualche modo convinsero una parte dell’opinione pubblica circa  l’autenticità del materiale proiettato sullo schermo.  

Non potendo più contare sull’effetto sorpresa scaturito dall’escamotage del falso documentario - diventato nel corso degli anni un must del genere horror, - Adam Wingard procede in senso opposto enfatizzando il carattere fittizio del suo “Blair Witch” a partire dall’utilizzo del colore, in questo caso preferito al bianco e nero sporco e sgranato dell’originale; e poi divertendosi a confezionare un sequel che sotto mentite spoglie altro non è che il remake del primo film di cui “Blair Witch” si limita a cambiare solo le premesse che spingono i ragazzi ad addentrarsi nella foresta infestata dalla terribile strega. 


Qui infatti la mattanza è innescata dalla convinzione di uno dei protagonisti di poter ritrovare Heather, la sorella a suo tempo scomparsa nella spedizione filmata da Miryck e Sanchez. Per il resto, ove si eccettui l’aggiornamento delle tecniche di ripresa impiegate dai ragazzi per filmare il loro reportage, con il drone che si aggiunge a cellulari e videocamere, la forma del dispositivo rimane invariata tanto nell’uso del fuori campo, a cui è devoluto il compito di provocare lo spavento celando le sembianze della malefica persecutrice, che nella predominanza di sequenze girate in soggettiva, alle quali si devono il senso di claustrofobia e la dolorosa afflizione tipiche del brand.  Operazione puramente commerciale “The Blair Witch” è destinato a rimanere lontano dagli strepitosi incassi totalizzati dal suo riferimento cinematografico. 
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lunedì, settembre 19, 2016

NOVITA HOMEVIDEO: WARCRAFT


 DISPONIBILE IN DIGITAL HD, 
BLU-RAY3D, BLU-RAY™ ,  DVD E VIDEO ON DEMAND (VOD)
IN 4K ULTRA HDTM  DAL 28 SETTEMBRE 2016 

                   CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA


Warcraft
di Duncan Jones
con Ben Forster, Paula Patton, Travis Fimmel
USA, 2016
genere, fantasy
durata, 123'




Tra le molte suggestioni messe in circolo dall'uscita di “Warcraft” ce n’erano due che risultavano più urgenti di altre. La prima, relativa al soggetto del film che come sappiamo è tratto dai personaggi di un famoso videogame, scaturiva dalla curiosità da parte di milioni di adepti di capire se la trasposizione cinematografica realizzata da Duncan Jones fosse stata in grado di cogliere lo spirito della materia che l’aveva ispirata.  La seconda invece, riguardava proprio il regista del film che, già in odore di culto per due lungometraggi (“Moon” e “Source Code”) di fantascienza realizzati con mezzi da cinema indipendente e comunque capaci di piazzarsi ai vertici delle classifiche stilate dagli appassionati del genere in questione, era chiamato a una confermare la propria fama dimostrandosi in grado di controllare la gigantesca macchina produttiva messa in piedi dalla Universal Pictures (centocinquanta milioni di dollari di costo a fronte dei 5 e dei 30 spesi dal regista per realizzare i film precedenti) assumendosi i rischi connessi con una tipologia di format – espressione del connubio tra cinema e video giochi -  che spesso e volentieri si è rivelato (“Max Payne” e “Prince of Persia ) incapace di conquistare i favori del box-office.






Detto che anche per “Warcraft” valgono le stesse considerazioni espresse in sede di giudizio per altri blockbuster, e cioè che la mancanza dei dati relativi alla tenuta commerciale del film - gli unici in grado di giustificarne l’onerosità degli investimenti - impediscono di formularne una valutazione certa e definitiva, dobbiamo dire che per quanto ci riguarda Duncan Jones si dimostra all’altezza della situazione. In primo luogo perché, pur lavorando su un materiale già codificato, “Warcraft” riesce ad emanciparsi dalla sua fonte presentandosi con le forme di un cinema tecnologico e spettacolare che si serve della sua magnificenza visiva e delle migliori possibilità della computer grahics per supplire alla mancanza di interattività tipica del prodotto da cui prende origine. E ancora più importante perché, alle prese con un genere – il fantasy – oramai inflazionato sia in termini di fantasia (“Il signore degli anelli” e “Avatar” sono ampiamente citati) che di meraviglia, Jones punta sull’empatia del fattore umano, riconducibile in parte alla scelta di facce e di corpi quasi del tutto inediti su questo tipo di palcoscenici. Sarà forse per questo che nella strenua lotta tra il bene e il male, e quindi, tra gli abitanti del regno di Azaroth e l’orda di Orchi intenzionata a conquistarlo, a rimanere nella memoria sono più le inadeguatezze dei vari protagonisti – resa con efficacia da attori scelti per l’adattabilità al ruolo e non per il divismo - che il loro straordinario coraggio. Con i personaggi di Garona (Paula Patton) e di Lothar (Travis Fimmel) destinati a mettere d'accordo l'intero spettro del pubblico pagante.
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domenica, settembre 18, 2016

L'ESTATE ADDOSSO

L'estate addosso
di Gabriele Muccino
con Brando Pacitto, Matilda Lutz
Ita, USA 2016
genere, commedia, drammatico
durata, 103'


Diceva Alberto Barbera nel consuntivo sulla Mostra di Venezia che in assenza di capolavori la selezione dei film italiani nel concorso ufficiale corrispondeva alla volontà di dare conto delle tendenze che attraversano con più forza il nostro movimento cinematografico; e quindi da una parte di premiare le caratteristiche di sperimentazione e di novità apportate alla causa del genere documentario presente con due degli esponenti più coraggiosi e innovativi (i Parenti e D’Adinolfi di “Spira Mirabilis”), dall’altra di dare manforte all’industria dell’intrattenimento con scelte (“Piuma” e “Questi Giorni”) più discutibili almeno a questo livello ma sicuramente giustificate in termini di numeri e di successo popolare. In questo ambito “L’estate addosso” di Gabriele Muccino presente alla Mostra in una sezione collaterale era chiamato a fare da sparring partner ai vari Roan Johnson e Giuseppe Piccioni con una commedia che alla pari di quelle in gara narrava - attraverso storie d’amore e d’amicizia - la difficoltà di crescere della gioventù contemporanea. Per farlo Muccino aveva deciso di tornare all’antico senza però tradire l’anima del suo ultimo cinema, e quindi di raccontare un viaggio che dall’Italia avrebbe portato i suoi ragazzi in America e in particolare in quella San Francisco in cui aveva ambientato “La ricerca della felicità”. 


La coesistenza tra vecchio e nuovo riesce però solo in parte perché la combinazione tra i dolori sentimentali di “Come te nessuno mai” riassunti dalle intermittenze sentimentali tra Marco (Brando Pacitto, arruolato anche nel film di Johnson) e Maria (la fotogenica Matilda Lutz), complice una sceneggiatura poco ispirata, faticano a coesistere con la rappresentazione dello spazio americano così come era stato filmato da Muccino negli ultimi film della sua filmografia. Ridotte a mero depliant la geografia umana e territoriale di San Francisco offre a Muccino la possibilità di un outing artistico (gli amici americani Matt e Paul sono una coppia gay) che lo segnala come autore attento al sociale senza però fargli fare un’auspicabile passo in aventi in termini di maturità registica. Al contrario “L’estate addosso” è un ibrido che non regge il confronto con gli altri film dell’autore italiano. 
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LA FOTO DELLA SETTIMANA




























"4 mesi, 3 settimane e 2 giorni" di Cristian Mungiu (Romania, 2007)
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sabato, settembre 17, 2016

IL FIUME HA SEMPRE RAGIONE

Il fiume ha sempre ragione
di Silvio Soldini 
con Alberto Casiraghy, Josef Weiss 
Italia-Svizzera, 2016 
genere, documentario 
durata, 72' 


Alberto Casiraghy e Josef Weiss non sono due artisti nel senso che comunemente intendiamo. Sono tipografi che, a dispetto dei tempi, continuano a svolgere il proprio lavoro artigianalmente. Casiraghy è un uomo di poesia, aneddoti e aforismi (uno dei quali ha dato il titolo al film). La sua casa dice molto di lui: è piena di foto, disegni, memorabilia, statuette, cimeli vari, ma soprattutto tanti libri e lettere manoscritte. Sono tutti oggetti carichi di significato, ognuno con una propria storia. Molti artisti, disegnatori e poeti si fermano nella sua bottega a Osnago e insieme a lui stampano le loro opere per mezzo del suo gioiellino, la sua reliquia sacra: una stampante meccanica a caratteri mobili. Josef è grafico e restauratore di libri. Il suo atelier a Mendrisio, in Svizzera, nel Canton Ticino, viene definito da Casiraghy, con l'acume che lo contraddistingue, un "convento laico", a sancire l'aura di sacralità che avvolge il lavoro dell'artigiano. La dedizione e la maestria con cui praticano la loro arte è ciò che accomuna queste due figure. Silvio Soldini, autore con un'esperienza consolidata nel cinema documentaristico, che ha avuto inizio nel 1986 con "Voci celate", realizza un ritratto di due figure dei nostri giorni che consapevolmente hanno deciso di non smettere di praticare la stampa e la grafica, contro le logiche moderne che allontanano sempre di più dall'apporto umano. L'arte manuale è invece viva, vissuta, autentica e, proprio per questo, talvolta anche piacevolmente fallace. I


l regista milanese osserva i due poeti della tipografia in silenzio, seguendoli nella loro quotidianità. Con la stessa cura con cui Josef piega carta e cartoncino per riaccomodare un libro, taglia e cuce le carte e rifinisce i colori per la stampa, Soldini intesse un racconto fatto di dettagli e attenzione al particolare, esaltando la poesia della manualità: ad esempio stringendo sulle mani operose di Josef. La colonna sonora è affidata ai rumori ambientali, ai fruscii dei polpastrelli che scorrono sulla carta mentre viene piegata, stesa, e dai rumori sferraglianti, ma mai troppo invasivi, della macchina a caratteri mobili. Il documentario alterna in maniera molto armonica e complementare le sequenze nelle botteghe dei due tipografi. Così il regista struttura il film come il piegarsi di un foglio di carta che man mano mostra prima un lato poi l'altro. È un film in cui la manualità e la tipografia vengono esaltate come forme d'arte, che ci riportano contemporaneamente all'essenzialità delle parole e, di conseguenza, dei pensieri. L'attenzione per il carattere, per il dettaglio ha a che fare con la formulazione del pensiero, delle massime, degli aforismi, delle poesie in cui, come è noto, la posizione delle parole, delle sillabe, così come delle lettere non è casuale, ma è alla base dell'atto artistico-creativo. In fondo, anche lo stesso racconto audiovisivo si compone di un montaggio di tanti piccoli elementi visuali e sonori: i fotogrammi che si susseguono e si organizzano dando luogo al film stesso.
Riccardo Supino
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venerdì, settembre 16, 2016

DEMOLITION - AMARE E VIVERE

Demolition - Amare e vivere
di  Jean Marc Vallèe
con Jake Gyllenhaall, Naomi Watts, Chris Cooper, Polly Draper
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 100'


Il cinema di Jean Marc Vallèe ha spesso a che fare con la perdita di qualcosa o con la morte di qualcuno. Con entrambe le cose avevano a che fare sia il Ron Woodroof di “Dallas Buyers Club” impegnato a prolungare esistenze già segnate dalla morte o la Julia di “Wild” che reagiva alla fine del matrimonio e alla scomparsa della madre attraversando il deserto in totale solitudine. In tal senso anche “Demolition”, il suo nuovo film, conferma questa tendenza perché il bancario di successo che dopo la morte della moglie inizia a fare a pezzi la propria casa e anche la sua vita (da qui il doppio significato del titolo) è parente stretto dei personaggi interpretati da Matthew McConaughey e Reese Witherspoon. Come questi ultimi infatti anche il Davis di Jake Gyllenhaall fa corrispondere la perdita delle sicurezze esistenziali con la scoperta di una realtà diversa da quella che aveva immaginato. E se nel lungometraggio del 2014 il cambiamento di Julia era segnato dal mutamento del paesaggio fisico (il deserto appunto) in “Demolition” il palesamento della verità avviene attraverso la rivelazione di dettagli - del menage matrimoniale e soprattutto dei segreti della moglie - che diventano il viatico per una presa di coscienza dolorosa ma salvifica.


Abituato a fare dei suoi personaggi il motivo portante della storia Vallèe anche stavolta tira fuori il meglio dai suoi attori e si affida alla sensibilità di Gyllenhaall per suscitare un’empatia in parte frenata da una sceneggiatura che anziché farci sentire il dolore del protagonista tenta di spiegarlo attraverso le parole che vengono messe in bocca ai personaggi. E anche la debolezza di taluni espedienti narrativi come quello della lettera di reclamo che permette a Davis di conoscere la segretaria interpretata da Naomi Watts offre la misura di come il film invece che approfondirle preferisca semplificare le zone più oscure della sua storia.

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giovedì, settembre 15, 2016

QUESTI GIORNI

Questi giorni
di Giuseppe Piccioni
con Margherita Buy, Filippo Timi, Maria Roveran, Marta Gastini
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 120'


Cantore della generazione post sessantottina che agli inizi degli Ottanta si ritrovò priva degli ideali politici e culturali che nel bene e nel male avevano segnato l'esistenza di chi l'aveva preceduta, Giuseppe Piccioni attraverso i suoi film ha contribuito ad elaborare e poi, per volte successive, a definire il coté sentimentale ed emotivo di quella terra di nessuno che è stato il periodo seguito alla conclusione dell'età del terrorismo. Figlio del proprio tempo e autore a tutto tondo Piccioni in sede critica ha pagato in negativo tali caratteristiche che sono state scambiate più come la volontà di prendere le distanze da eventuali discorsi legati alla vecchia militanza che la fotografia reale di ciò che significava essere giovane nel periodo in questione. E questo, pur in presenza di qualità cinematografiche che erano parse oltremodo evidenti in quelli che ad oggi sono i suoi film migliori ossia "Fuori dal mondo", "Luce dei miei occhi" e "La vita che vorrei". Rispetto ai titoli appena citati "Questi giorni" - presentato in concorso della Mostra di Venezia - mantiene intatti gli interessi del regista come pure il minimalismo poetico con cui egli guarda alle vite dei suoi personaggi. A cambiare è., però, l'anagrafe del materiale umano, decisamente ringiovanito rispetto alle ultime uscite e, di conseguenza, i modelli (soprattutto antropologici e sociali) a cui fare riferimento. A fare da filo conduttore della storia non è più il malinconico rimpianto del tempo che fu né la paura di crescere di quarantenni delusi e disamorati. Caterina, Liliana, Anna e Angela infatti sono ragazze comuni di cui Piccioni racconta la perdita dell'innocenza e il transito alla vita adulta attraverso i dubbi, le contraddizioni e le pene che siamo soliti ritrovare nei cosiddetti riti di passaggio.
ven
Date le premesse "Questi giorni" accetta di confrontarsi con un genere cinematografico inflazionato e stanco per le molte repliche a cui è stato sottoposto il canovaccio scelto da Piccioni. Il quale, consapevole dei rischi, decide di tradurre in immagini una sceneggiatura che riprende senza soluzione di continuità situazioni e luoghi della giovinezza che abbiamo conosciuto nelle commedie dei vari Muccino e Veronesi solo per fare due nomi - i più importanti - tra i tanti italiani che si sono esercitati sul tema. L'accelerazione necessaria a far traboccare il vaso e quindi a sollevare le problematiche che porteranno al cambiamento è, neanche a farlo apposta, una vacanza dalla vita di tutti i giorni e, perciò, il viaggio a Belgrado organizzato dalle amiche per accompagnare una di loro che ha trovato lavoro nella capitale serba. Costellato da tappe intermedie che, tra le altre cose, prevedono l'incontro con gruppo di coetanei stranieri che rischia di minare la coesione del sodalizio femminile, la frequentazione di un cinema occupato (come capitava in "Noi quattro" di Francesco Bruni), e la dolorosa scoperta della malattia che colpisce il personaggio interpretato da Maria Roveran, "Questi giorni" punta a evitare i cliché lavorando sulla forma del girato e scommettendo sulla straordinaria alchimia delle giovani attrici. La sfida è però vinta a metà perché se Marta Gastini (davvero brava) Laura Adriani, Caterina Le Caselle coadiuvate dagli ottimi Filippo Timi (nella parte del professore di cui una delle amiche è innamorata) e Margherita Buy (nel ruolo di madre e parrucchiera) riescono ad emozionare, portandoci più di una volta sulla soglia della commozione, cosi non succede alla messinscena che, specialmente nella prima parte (quella che precede il viaggio), è appesantita da estensioni temporali e scene subliminali che ottengono come risultato quello di rendere macchinosa la narrazione. E anche l'amore verso i personaggi che Piccioni lascia trasudare lungo l'interno percorso filmico non riesce a invertire la rotta di un film già visto.
(pubblicata su ondacinema.it)
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mercoledì, settembre 14, 2016

VENEZIA 73: NEVER EVER

Never Ever
di Benoit Jacquot
con Mathieu Amalric, Julia Roy
Francia, Portogallo 2016
genere, drammatico
durata, 86'


Per capire il cinema di Benoit Jacquot è importante ricordare che prima di diventare regista il nostro era tra attori più amati dal pubblico francese. Da qui si spiega una filmografia che anzitutto privilegia personaggi e interpretazioni. La produzione di "A Jamais" ne è la prova, con Jacquot disposto ad accettare la proposta di realizzare la versione filmata del romanzo di Don De Lillo "The Body Art" solo a condizione di poter contare su Mathieu Amalric, ingaggiato per il ruolo di un inquieto cineasta, e su Julia Roy (anche sceneggiatrice del film), arruolata per la parte della body artist di cui Rey si innamora. Considerato che al centro della storia d'amore tra i due protagonisti c'è la riflessione sul mistero dell'atto creativo e sulla capacità del corpo di farsi opera d'arte non stupisce che "A Jamais" viva sulle performance immersive dei suoi attori. I quali, chiusi all'interno di una casa che è l'espressione dei loro labirinti mentali mettono in scena i fantasmi della vita. Prodotto da Paulo Branco che di sfide cinematografiche se ne intende "A Jamais"sconta la sua derivazione letteraria che il cinema restituisce senza raggiungerne la medesima profondità.
(ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)
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martedì, settembre 13, 2016

L'EFFETTO ACQUATICO

L'effetto acquatico
di Solveig Anspach
con Florence Loiret Caille, Samir Guesmi
Francia, 2016
genere, commedia
durata, 86'

E se l'effetto acquatico che da il titolo al film di Solveig Anspach fosse una versione francese di serendipity, neologismo della lingua inglese coniato nel 1754 dallo scrittore Horace Walpole? Nei vocabolari si legge tra le altre cose che la serendipità è la sensazione conseguente al fatto di trovare fortunosamente una cosa o una persona che non si aspettava di trovare. Una spiegazione che potrebbe andare bene con la sorpresa provata da Samir (Samir Guesmi) e Agathe (Florence Loiret-Caille), i protagonisti della nostra storia, di fronte alle straordinarie conseguenze del loro incontro, nato in una sera di un giorno qualunque all'interno del bar dove per caso il ragazzo scorge la donna intenta a rinfacciare al fidanzato le ragioni per cui ha deciso di lasciarlo. Innamoratosi della sconosciuta Samir decide di rompere ogni indugio trovando il modo di conoscerla iscrivendosi al corso di nuoto in cui Agathe è impegnata in veste d'istruttrice. Non serve dire che sarà proprio l'elemento acquatico, presente sia nella prima parte ambientata nelle corsie della piscina dove l'irrequieto spasimante mette in pratica il suo piano, che nella seconda, collocata in Islanda n cui la vicenda si sposta per dare modo ad Agathe di partecipare ad un convegno internazionale, a fornire gli spunti e allo stesso tempo a fare da collante narrativo alle turbolenze sentimentali della strana coppia. La quale, assecondando il modello caro alla commedia sentimentale di stampo americano, ricalca ne più ne meno lo standard umorale tipico del genere, con il colpo di fulmine iniziale a fungere da apripista per una serie di stati d'animo uguali e opposti che porteranno i due innamorati a riunirsi solo al termine di una lunga scia di ritrosie e complicazioni. Più interessante è invece cercare di approfondire i motivi di un'originalità che consente a "L'effet Aquatique" di distinguersi dall'anonimato; e per esempio soffermarsi sulla perfetta corrispondenza tra l'eccentricità fisiognomica e caratteriale dei personaggi - resi tali dalla scelta d'attori che alla pari dei loro alterego sono dotati di un carisma e di una bellezza fuori dai canoni eppure altamente seducente - e l'inusualità del paesaggio umano e geografico che li accoglie, dominato dall'understatement di figure a dir poco bislacche (si pensi alla filosofia di vita della coppia che ospita Agathe durante il suo soggiorno, improntata ad un'interscambiabilità di ruoli e mansioni normalmente impensabile dalle nostre parti) e caratterizzato da ambientazioni neutre anche quando il film, abbandonando la dimensione da camera derivata dal fatto di girare esclusivamente in interni si getta a capofitto nella natura lunare del territorio islandese. 

O ancora, rilevando il lavoro effettuato dalla Anspach sul corpo degli attori, utilizzato a secondo dei casi e come cartina di tornasole delle differenze caratteriale dei personaggi, e sul piano strettamente cinematografico, come fonte primaria di divertimento. Così lo scarto visivo tra la corporatura alta e slanciata di Samir e quella minuta e nervosa di Agathe diventano il segno di un inconciliabilità che la storia enfatizza attraverso situazioni a volte paradossali (come quella davvero esilarante in cui Samir per riconquistare una riluttante Agathe si finge esperto di geopolitica organizzando un panegirico sulla tolleranza tra i popoli che finisce per riscuotere il plauso degli udenti) a volte - approfittando della fisicità sghemba e un po' gommosa di Samir - surreali, con intermezzi come quelli che ci mostrano in successione ravvicinata i progressi natatori del falso apprendista in cui la tenzone sentimentale lascia spazio alla comicità slapstick del formidabile attore. Leggero, intelligente e multiforme lo spettacolo prodotto da "L'effett Aquatique" riesce a non perdere mai di vista il cuore tratteggiando con delicata fantasia la favola di un amore contemporaneo. Accolto con successo all'ultima Quinzane des Realisateurs e grazie al fiuto di Valerio De Paolis distribuito in Italia nel corso della prossima stagione, il film costituisce il testamento artistico della sua regista, scomparsa subito dopo la fine delle riprese; "L'effet Aquatique" rende merito al suo talento come meglio non si potrebbe.
(pubblicata su ondacinema.it)
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lunedì, settembre 12, 2016

INDIPENDENCE DAY: RIGENERAZIONE

Indipendence Day: rigenerazione
di i Roland Emmerich 
con Bill Pullman, Jeff Goldblum, Liam Hemsworth
USA, 2016 
genere, fantascienza
durata, 129' 

Vent'anni dopo l'attacco massivo e distruttivo che ha falciato tre miliardi di persone sulla terra, David Levinson, specialista in telecomunicazioni, divenuto poi direttore del settore Ricerca e Sviluppo, scopre la minaccia di un'imminente invasione aliena. È Whitmore ad avvisare le nazioni in diretta mondiale e a gettarle nello sconforto. I cittadini, per fortuna, non mancheranno di arrivare coalizzati e muniti di tecnologia extraterrestre, recuperata nella precedente invasione. Contro la monumentale forza dell'avversario si schierano due piloti rivali e un ex presidente eroico, disposto a tutto pur di preservare il suo pianeta e proteggere sua figlia. Dopo "Sotto assedio - White House Down", blockbuster pirotecnico che ha come unico ambiente la Casa Bianca, già attaccata da Roland Emmerich in "Independence Day - The Day After Tomorrow" e "2012", l'autore riprende le vecchie abitudini, realizzando il seguito di "Independence Day". Vent'anni dopo l'esordio, Emmerich e il suo gruppo di alieni inscenano un ritorno al passato che non aggiunge niente, nemmeno il conforto consueto di vedere salvato il mondo. L'unico elemento progressista del film è una donna Presidente degli Stati Uniti: il personaggio, però, manca di carisma e visione strategica e si fa ammazzare al primo attacco alieno. Il Capo di stato maggiore la rimpiazza e al suo fianco combatte il pilota di Liam Hemsworth, che condivide col più celebre fratello (Thor) la discesa in picchiata sulla terra per salvare una fanciulla. Il cinema di Emmerich ha conosciuto un successo planetario. Re indiscusso del catastrofico trash portato all'eccesso con effetti speciali digitali, il regista tedesco, trapiantato a Hollywood, ha posto un quesito al quale nessuno come lui ha risposto e ha alimentato un genere a cui ha contribuito più di chiunque altro ("Godzilla", oltre, per esempio, ai già citati "The Day After Tomorrow" e "2012"). La familiarità che il pubblico intrattiene oggi con il genere è, probabilmente, la maledizione e la fortuna insieme di "Independence Day: Rigenerazione." Non restava molto da inventare e la materia per impressionare scarseggiava; il film, però, mantiene salde le aspettative degli spettatori, che non cercano più novità e incantamento ma vogliono riconoscere elementi ricorrenti. Nei film di Emmerich c'è sempre spazio per la massa, in una logica inclusiva in cui tutto il mondo trova il suo posto. Una generosità genuina trapela dai dialoghi di Jeff Goldblum, in ogni apparizione di Bill Pullman o nella relazione aerea tra Liam Hemsworth e Jessie T. Usher, che rimpiazzano con riverenza il carisma di Will Smith.
Riccardo Supino

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domenica, settembre 11, 2016

VENEZIA 73: THE WOMAN WHO LEFT

The Woman Who Left
di Lav Diaz
con Charo Santos-Concio
Filippine, 2016
genere, drammatico
durata, 226'


Per comprendere i meccanismi del cinema di Lav Diaz è importante ragionare sul primato che il regista filippino assegna alla Storia. Le sue narrazioni, infatti, non sono inserite su uno sfondo più o meno imprecisato ma si svolgono in contemporanea e per naturale conseguenza di eventi epocali nelle memoria del paese. "The Woman Who Left", per esempio, è collocato dal punto di vista cronologico verso la fine degli anni 90 (e precisamente nel 1997), tristemente ricordati per la grave crisi finanziaria che colpì il mondo asiatico e le classi meno agiate, ridotte in povertà dagli effetti della dilagante corruzione. In più la sinossi del film ci informa che la vicenda di Horacia Somorostro (Charo Santos-Concio, per l'occasione tornata a recitare), discolpata dal delitto che non aveva mai commesso e rimessa in libertà dopo trent'anni di detenzione, è ambientata a Mindoro, isola dell'arcipelago filippino che all'epoca dei fatti narrati nel film apparteneva alla regione autonoma della Cordigliera, che si era organizzata per protestare contro la legge dello stato che aveva privato i contadini di buona parte delle terre coltivabili scatenando una dura repressione da parte del governo.


La scelta di circoscrivere i fatti e di dargli un nome e un cognome non è casuale. In fondo, Diaz potrebbe farne a meno, senza precludere al suo lavoro la possibilità di identificarsi con le tribolazioni degli umiliati e offesi. Al contrario, la decisione di fissare delle coordinate spazio-temporali equivale a mettere la firma sulla presa di posizione - militante e politica - assunta dal suo lavoro che non si limita a schierarsi dalla parte dei più deboli ma che fa di diseredati e oppressi il principio e la fine di tutte le cose. Diaz delegittima il potere togliendogli ogni spazio e, dal punto di vista cinematografico, lasciando letteralmente fuori campo non solo il potere ufficiale, ridotto alla fugace presenza della direttrice del carcere che annuncia a Horacia la fine della pena, ma anche quello fuorilegge, rappresentato dal boss di quartiere ed ex marito della donna che vive recluso nella sua casa (e perciò fuori dall' obiettivo della mdp) per il timore di essere ucciso.


La militanza e il senso di appartenenza espresso da "The Woman Who Left" e, di fatto, anche il primato assunto dal regista agli occhi dello spettatore non fanno correre a Diaz il rischio di passare dalla parte del diavolo, trasformando le vittime in carnefici. Quello che conta e che in fondo costituisce la piccola rivoluzione compiuta dal cinema di Diaz non è tanto la centralità assegnata alla sacralità di Horacia e alla famiglia di reietti che incrocia il suo cammino, bensì la generosità del tempo che il regista gli concede per recuperare la propria dignità. Tolti di mezzo dalla Storia che li ha usati e poi dimenticati, i protagonisti di "The Woman Who Left" vengono risarciti dalla lunghezza estenuante dei piani sequenza (a camera fissa) con cui Diaz subordina il suo sguardo alla dispersiva anarchia di chi non ha più niente da perdere né da fare, e dal bianco e nero di una fotografia (dello stesso Diaz che ha curato anche il montaggio) che altera la realtà fino a far diventare poesia le notti insonni e disperate del venditore di Balut e del travestito a cui Horacia si rivolge e offre aiuto con la misericordia delle poesie di Leopardi e dei romanzi di Camus. Una santità, quella della protagonista che non è per tutti; come il film di Lav Diaz che scandalizza e scoraggia per la sua sconcertante bellezza. 
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)
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LOCARNO 69: JASON BOURNE

Jason Bourne
di Paul Greengrass
con Matt Damon, Alicia Wikander, Tommy Lee Jones, Julia Stiles
USA, 2016
genere, azione, thriller, spionistico, drammatico
durata, 123'



Collocato in quella che a Locarno è la sede naturale delle produzioni più costose e popolari, "Jason Bourne" nuovo capitolo dedicato alle avventure dell'omonimo personaggio rischia di restare un eccezione non solo nell'ambito dell'intera rassegna ma anche all'interno del concorso della Piazza Grande che, considerati i titoli di quest'anno  si propone alla pari delle altre sezioni con una selezione tutta da scoprire. Ad eccezione appunto del film di Paul Greengrass su cui prima della proiezione erano riposte le aspettative di quella parte di pubblico festivaliero che seppur sposato alla causa del cinema impegnato ogni tanto ha bisogno di riprendere fiato rilassandosi con visioni più scanzonate e meno militanti. A costoro, lo diciamo subito le due ore di azione serrata e ipercinetica offerta da "Jason Bourne" non può fare che bene perché pur non ambendo a scalare le classifiche di preferenza dello spettatore cinefilo il film di Greengrass, tornato a dirigere la serie dopo la parentesi di "Bourne Legacy", (capitolo che per gli amanti della saga rischia di diventare in termini apocrifi il corrispettivo dello 007 interpretato da George Lazeby ("Agente 007 -Al servizio segreto di sua maestà") aveva in cartellone una serie di nomi non del tutto estranei al cosiddetto cinema d'essai; a cominciare per l'appunto dallo stesso regista, consacrato dalla critica con un film di denuncia come "Bloody Sunday", e proseguendo con quello di Tommy Lee Jones prestato al ruolo di Robert Dowey, il capo della CIA impegnato a ostacolare il ritorno a casa di Jason Bourne e anche lui non certo estraneo alle platee festivaliere, per non dire dell'altra new entry, la sempre più lanciata Alicia Wikander fresca di Oscar grazie a un film - "The Danish Girl" - promosso da un festival - quello di Venezia- che fa dell'arte cinematografica il suo vessillo distintivo. Insomma questo per dire che seppur con le stimmati del prodotto commerciale "Jason Bourne" offriva degli spunti per stimolare una curiosità a largo raggio di età e di gusti.

Alla prova dei fatti, e quindi al termine di una visione a cui è consigliabile assistere avendo indossato le cinture di sicurezza tanto alto è il numero dei frame che compongono le numerose scene di inseguimento - a piedi e su due ruote - di questo nuovo capitolo, il lungometraggio di Greengrass non rinnega nulla della propria natura che anzi ricerca, restaurando vecchi equilibri (in primis quello tra spettacolarità e istanze narrative che in qualche modo era stato frustrato dallo strapotere del primo dei due fattori) e antiche ossessioni, come quella che spinge il protagonista a interrompere la propria latitanza nel tentativo di scoprire la verità sull'uccisione dell'amato padre, agente della CIA assassinato davanti agli occhi del figlio. Il tutto condito da un'attenzione agli avvenimenti della contemporaneità e all'importanza strategica dell'area balcanica (dov'è ambientato l'incipit) che, è giusto dirlo, non diventa mai motivo di riflessione, ma che è solamente uno dei modi del film di suscitare l'empatia del pubblico. A beneficiare di questi assestamenti è la struttura generale del racconto che, oscillando alternativamente tra due poli definiti in maniera speculare dal contrasto tra la natura raminga di Bourne, e quindi dalla sua tendenza a vivere in perenne movimento (a inseguire e a essere inseguito) e la staticità dei suoi avversari, partecipi degli avvenimenti attraverso i monitor della sala operativa, trae non poco giovamento dalla restaurazione di cui abbiamo detto. Un recupero, quello delle cose migliori del recente passato che coinvolge anche Greengrass,  di cui parla a sufficienza la lunga scena iniziale (un piano sequenza depalmiano se non fosse per gli stacchi dei punti di vista connaturati allo sguardo del regista) girata ad Atene, dove i disordini causati dalla crisi economica trasformano l'incontro con la collega Nicky Parsons (la rediviva Julia stile) in una gimcana di detour, esplosioni e salvataggi da ultimo minuto che ricordano quelli ben più politici di "Bloody Sunday". La credibilità di Matt Damon come corpo del cinema d'azione fa il resto, consentendo alla saga di rilanciare il brand in vista di nuove avventure.
(pubblicato su ondacinema.it)
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