mercoledì, luglio 01, 2015

PREDESTINATION

Predestination
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor
Australia, 2014
genere, fantascienza
durata, 97'


Ci rendiamo conto che raccontare la trama di un film come “Predestination”, interamente costruita sui paradossi temporali che derivano dalle capacità dei protagonisti di spostarsi nel tempo e nello spazio, è pressochè impossibile. Si tratterebbe infatti di snaturare una vicenda che nasce e prende forma dalla circolarità della sua natura e dal conseguente gioco di specchi tra le personalità dei protagonisti del film, uniti, con diversa consapevolezza nel tentativo di anticipare le manifestazione del male. Come succedeva in “Minority Report”, anche qui siamo di fronte a un gruppo di agenti segreti che, sotto mentite spoglie e con particolari vincoli procedurali, è in grado di precorrere le minacce dei vari malintenzionati. Ed è proprio la cattura del più famigerato tra quelli ancora in libertà, soprannominato “la madre nubile”, a costituire l’ultimo incarico dell’agente speciale interpretato da Ethan Hawke, chiamato a guadagnarsi la pensione non prima di aver impedito al metodico criminale di organizzare un attentato terroristico nella New York degli anni 70.


Detto che il film è tratto dal racconto di culto “Tutti voi zombie”, scritto da Robert A. Heinlen nel 1959, “Predestination” conferma, dopo “Daybreakers”, la tendenza degli autori a raccontare storie dominate dal segno di una diversità fisiologica – e in questo caso transgender - che impedisce di essere felici. Di certo “Predestination” nella sua appartenenza al filone fantascientifico, si preoccupa di dire la propria sul mondo che verrà, tratteggiato con quelle caratteristiche di globalizzazione, qui esasperate dalla possibilità di far convivere epoche diverse all’interno della stessa esistenza.


Ma quello che risalta maggiormente, e che costituisce il motivo della sua peculiarità è la tendenza del film a rifugiarsi in territori meno scontati e più intimi, corrispondenti al bisogno di normalità dei protagonisti, che li spinge a condividere i bisogni e le pulsioni più nascoste. Quello che ne viene fuori è quindi un prodotto a doppio passo; che affascina, quando, nell’assoluta predominanza di dialoghi e primi piani, si trasforma in un kammerspiel dalle atmosfere malinconiche e dolorose, e che invece perde colpi nel momento in cui si lancia in una visionarietà frenata non poco dalla normalità di una forma, incapace di rappresentare in termini di flusso visuale, la sfrenata fantasia dei suoi protagonisti.
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HOME VIDEO: DUEL di STEVEN SPIELBERG

Duel
di Steven Spielberg
con Dennis Weaver,
Usa, 1971
genere, thriller, road movie
durata, 90' 
Ed. Universal


Ci sono film che non hanno bisogno di presentazioni perché i loro titoli, da soli, sono evocativi di un immaginario che non si ferma a quello degli autori che li hanno realizzati ma si spingono più in là, riuscendo a contenere umori e tendenze di un'intera epoca. Se poi si tratta di “Duel” il primo film di Steven Spielberg, quello che nel 1971 lo fece conoscere al pubblico mondiale e, che, in un primo momento, era destinato a fare mostra di se nei palinsesti televisivi nazionali, allora le caratteristiche di cui abbiamo detto trascolorano in una mitologia cinematografica che l’Universal fa sua nella smagliante nitidezza delle immagini blu ray di un'edizione home video, in grado di restituire come meglio non si potrebbe la dimensione epica di questo film.  Che, nonostante il tempo trascorso dalla sua prima uscita, riesce a mantenere inalterata le proprie capacità di coinvolgimento, catapultando lo spettatore all'interno di un road movie anomalo, che richiama paesaggi e archetipi del cinema western - pensiamo a Howard Hawke eJohn Ford, citati da Spielberg nell'inserto di commento che costituisce uno degli extra allegati al film-  e utilizza la lezione di Alfred Hitchcock, sia quando si tratta di derivare la suspence dalla decisione di fare a meno dei normali punti di riferimento (per esempio la faccia del camionista assassino, celata allo spettatore) sia quando si tratta di far scaturire la paura partendo da situazioni di assoluta normalita, e da circostanze -come quella del diverbio stradale tra il commesso viaggiatore, interpretato dalla star televisiva Dennis Weaver, e il conduttore dell'autocisterna che non lo lascia passare - che sembrano interlocutorie,  e che invece, nelle mani del regista, diventano la premessa di un viaggio negli abissi della follia umana. 



Se oggi le grandezza di Spielberg è un fatto che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione, talmente tante sono state le prove della sua maestria, a maggior ragione vale la pena di tornare agli inizi della sua carriera e di dare un'occhiata al germe di quel talento, riscontrandolo nel connubbio tra un senso dello spettacolo fuori dalla norma, e che di li a poco sarebbe servito alla messa a punto di nuove forme cinematografiche (il blockbuster nasce infatti con "Lo squalo", di cui "Duel" è un sorta di prova generale ) e le capacità di una tecnica individuale davvero sopraffina, come si evince dal largo uso di campi lunghi e di inquadrature anomale che in molti casi risentono dell'influenza degli autori della nouvelle vague;  

per non dire dell'assoluto controllo del set e della mdp, determinanti per un film come "Duel", girato completamente in esterni e in soli tredici giorni. 

Se in Europa la pellicola fu apprezzata soprattutto in chiave metaforica, per i rimandi della storia al clima claustrofobico e malato prodotto dalla guerra del Vietnam e dell'assassinio dei fratelli Kennedy, "Duel" è innanzitutto un film a orologeria, mosso dalla volontà di catalizzare l'attenzione dello spettatore in un saliscendi di emozione e di frenesia che lascia senza fiato. Da vedere e rivedere.
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martedì, giugno 30, 2015

CONTAGIOUS - EPIDEMIA MORTALE

Contagious- epidemia mortale
di Heny Hobson.
con Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, JRichardso
Usa, 2015
genere, horror, drammatico
durata, 95'


Facendo ancora orecchie da mercante (mai l'abitudine) al mistero - glorioso ? Ignominioso ? - inerente la resa in Italiano delle opere provenienti dal vasto mondo (nel caso, l'originale "Maggie" diventa "Contagious", ed e' forse igienico piantarla subito qui), "Contagious - epidemia mortale", appunto, esordio alla regia di Hobson dopo l'apprendistato in pubblicità, posticipato più volte per traversie produttive, ci introduce, secondo itinerari immaginifici relativi ad un generico post-qualcosa che abbiamo imparato negli anni recenti a riconoscere come uno dei sentieri letterari privilegiati di quello spirito del tempo che, per comodità, potremmo chiamare sentimento-della-fine, nel cuore delle traversie di una famiglia qualunque dell'entroterra americano, una volta rassegnatasi a dover fronteggiare quello che le autorità hanno battezzato col nome di necrovirus, agente misterioso il quale, in un intervallo variabile a seconda delle peculiarità metaboliche del singolo, trasforma il suddetto in una specie di non-morto. Proprio il gruppo dei Vogel, protagonista della vicenda - padre, Wade/Schwarzenegger; madre, Caroline/Richardson e tre figli - affronterà l'incubo allorquando la primogenita Margaret/Maggie (A.Breslin, già bimba in "Signs" e ragazzina petulante in "Little Miss Sunshine") mostrerà chiari i segni della patologia.

 
Nella paradossale claustrofobia di un'America ritratta attraverso istantanee infette di desolazione hopperiana - cieli sbiaditi e inerti, campi silenziosi perlopiù riarsi, macerie industriali e urbane, fumi sparsi d'incendi in lontananza - da subito l'attesa per l'inevitabile progressione del morbo, oltre a prolungare lo strazio interiore, certifica una conclamata irredimibilita' nella forma di un pegno riparatore che il mondo (inteso come ordo rerum violato) intende riscuotere, alludendo, altresì, in filigrana, al sostanziale fallimento dei rapporti in ragione della loro falsità; al lasciare che questi raggiungano, nel perpetuarsi della cosiddetta normalità, una putrescente stagnazione, nei confronti della quale "la metamorfosi" finisce per apparire quasi come una variante logica, se non, addirittura, una via d'uscita.

Dramma familiare prima ancora che declinazione spossata con richiami metafisici di un genere, "Contagious", come sovente accade per quei lavori che cercano un proprio equilibrio nella oscillazione delle atmosfere all'interno di un paesaggio emotivo costante, assiste all'inesausto rimescolarsi di pregi e manchevolezze, senza che nessuno di questi prevalga. Se da un lato, infatti, risulta interessante (benché affatto inedita) la contemplazione mesta quanto stranita di un disfacimento in atto la cui origine pare allignare più nelle persone che nelle cose - per cui le cause scatenanti esterne possono benissimo essere eventi accessori di una epifania oramai non derogabile in via ulteriore - e che, cinematograficamente parlando, si nutre di una qual cura nella ricerca del dettaglio, della sfinita monotonia dei primi piani, dei livori quasi macabri di taluni particolari banali insidiati da una sgranatura, da una falsa messa a fuoco o dall'insistenza di un'angolazione irrituale; dall'altro e' pur vero che molto si sacrifica del portato simbolico e metaforico di una inquadratura, di una sequenza al momento di piegarsi/adeguarsi alla convenzionalità di certe sospensioni narrative - negl'intenti, magari, evocative: non di rado in odore di cui de sac - Stesso dicasi per, alla lunga, la compiaciuta tenacia con cui si aderisce al proprio rigore formale curato, per ciò che attiene alle luci, ai colori, da Lukas Ettlin ("The Lincoln lawyer", "World invasion", et.), o per l'irruzione qua e la' - come dovuta - dell'elemento orrorifico fino ad un attimo prima scientemente calibrato o finanche rimosso.

 
Sorprende, d'altro canto, ed entro limiti talmente ovvi da tralasciare il ribadirli, la non così scontata compostezza palesata dal vecchio Schwarzenegger, ondivago relapso della celluloide muscolare, nei panni di un padre stanco, avaro di parole, costretto a difendere moglie e prole (soprattutto Maggie) contro ogni evidenza, facendo moderato e mortificato uso di quella brutalità che altrove gli abbiamo visto distribuire persino con accenti sarcastici e/o caricaturali. Qui - restando dalle parti di un simulacro fantastico costruito pezzo per pezzo sul corpo e su una mimica impostata ad un'essenzialità tanto scarna nelle variazioni quanto d'immediato impatto (al punto da confidare alla figlia segnata, in un frangente riflessivo che e' al tempo cortocircuito impossibile dire quanto volontariamente autoironico: "Ancora mi chiedo cosa tua madre abbia trovato in me") - non e' azzardato scorgere, per dire, le fattezze del suo celebre cyborg (tra l'altro, in imminente ricaduta tra noi) stavolta debitamente abilitato al possesso di una coscienza inquieta da sottoporre al vaglio del contraddittorio agire umano e delle conseguenze da esso innescato.

Inscrivibile in un contesto a spanne piuttosto nutrito - il clima generale del film di Hobson riporta, bene o male e con le dovute precauzioni e sfumature, sia al solco scavato con lucido pessimismo da Romero, sia a quello critico-apocalittico di Carpenter - che via via ha generato prove diverse per originalità e spessore (pensiamo, per restare al passato recente e limitandoci ad una elencazione meramente cronologica, a "28 days later..."; "I am legend"; "The road"; "The book of Eli"; "Take shelter"; "World War Z"; et.), "Contagious" mutua dalle intuizioni seminali dei primi e dalle mutazioni sperimentate dai secondi il perimetro del proprio campo di applicazione, riservandosi i modi espressivi scabri e assorti di un Cinema più intimista e travagliato. Il connubio non sempre armonico di tali approcci ed esiti, pero', lo slancio partecipe sebbene non del tutto coerente, ne fanno un tentativo più curioso che riuscito.

TFK
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domenica, giugno 28, 2015

GOING CLEAR: SCIENTOLOGY E LA PRIGIONE DELLA FEDE

Going Clear: Scientology e la prigione della fede
di Alex Gibney
con Paul Haggis, Mike Binder, Marthy Rathbum
Usa, 2015
genere, documentario
durata, 120'


Quando, nel maggio del 2013 presentò al festival di Cannes il suo "Armstrong Lie", Alex Gibney era già un documentarista di fama mondiale, grazie a un paio di lungometraggi come "Taxi to the Dark Side" e "Enron: The Smartest Guy in the Room" che avevano avuto l'ardire di interrogarsi su alcune delle questioni più scabrose del nostro tempo. Pur occupandosi di fatti accaduti in ambito sportivo, la storia del campione di ciclismo più acclamato dei nostri tempi, incastrato dalla giustizia federale e costretto a confessare di aver vinto sette Tour de France grazie all'utilizzo di sostanze dopanti, era qualcosa che andava oltre il semplice ritratto di una star caduta in disgrazia; "Armstrong Lie" svelava infatti la menzogna di un uomo che era stata la speranza per milioni di persone che, sulla scia del suo esempio - ricordiamo che il ciclista all'inizio della sua carriera era stato colpito da un cancro dal quale era poi guarito - avevano creduto nella possibilità di sconfiggere dolore e malattia.

Seppur occupandosi di tutt'altro argomento, "Going Clear: Scientology e la prigione della fede" dimostra l'intenzione di Gibney di proseguire nella direzione tracciata dal penultimo lavoro, scegliendo di raccontare le vicende di un'altro falso profeta, accusato, secondo le testimonianze raccolte da Gibney, di aver carpito la buona fede di una sterminata moltitudine di credenti. In questo caso, trattandosi di Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, saremo di fronte (è bene usare il condizionale perchè allo stato dei fatti nessun reato è stato imputato ai presunti colpevoli) ad un caso ben più grave, perchè la scopo del film è quello di dimostrare non solo l'infondatezza dei dogmi professati da Hubbard ma soprattutto le nefandezze commesse dal successore David Miscavige, l'uomo della svolta, se è vero che sotto la sua guida, Scientology è diventata al tempo stesso una religione ufficiale e un potentato economico, distribuito in varie parti del globo, seppur con  un numero di affiliati in leggera decrescitai. Più che sulla biografia di Ron Hubbard, restituito attraverso una sintesi che prende in considerazione i passaggi più controversi della sua ascesa, quelli in cui le contraddizioni tra pensiero e azione diventano maggiormente evidenti - e qui non si può non citare l'ipotesi che la cosmogonia su cui si basa il credo di Hubbard non sarebbe altro che la riformulazione dei racconti di fantascienza da lui scritti negli anni 30 -, "Going Clear" concentra la sua attenzione sulle pratiche di coercizione e di violenza psicologica imposte agli adepti della chiesa, obbligati a versare ingenti cifre di denaro per raggiungere gli stadi più avanzati di consapevolezza (l'espressione Going Clear fa riferimento al processo di purificazione spirituale operato sui fedeli) e tenuti in riga dalla minaccia di rivelare al mondo i dettagli più scabrosi delle loro vite private, registrati durante le sedute terapeutiche e conservati per il momento opportuno.


Dal regista Paul Haggis, fuoriuscito da Scientology dopo più di trent'anni di frequentazione ai vari vari Marty Rathbum e Mike Binder, membri eminenti della congrega fino al giorno in cui hanno deciso di abbandonarla, a farla da padrone sono da una parte le testimonianze delle persone a conoscenza dei fatti; dall'altra, l'assoluta assenza di un contraddittorio che, seppur giustificato dal rifiuto di intervenire da parte degli esponenti di Scientology, risulta tanto più determinante nell'economia di un'opera come "Going Clear" che, per il fatto di essere un film a "tesi" avrebbe bisogno di una dialettica che invece è completamente assente. Specializzato nel documentario d'inchiesta, Gibney conferma un senso dello spettacolo capace di trasformare il resoconto del film in una sorta di investigazione privata, il cui rigore è spesso contaminato da artifici che appartengono al puro intrattenimento: presenti, sia nell'uso di inserti recitati ad hoc, che, alla maniera di un episodio della serie di "X- Files", ( visto il tema in questione, il riferimento non è poi così azzardato) traducono in immagini il racconto dei protagonisti; sia, nell'effetto deformante operato su alcuni dei personaggi più noti tirati in ballo dal film e in particolare di Tom Cruise che, privato del suo cotè cinematografico, e restituito attraverso inserti d'archivio che lo ritraggono nel ruolo di gran cerimoniere nei raduni organizzati da Scientology, appare stranamente sinistro e lontano dalla sua immagine hollywoodiana.
 
E qui torniamo al punto di partenza e al paragone con "Armstrong Lie": perché se è vero che "Going Clear" è altrettanto dirompente nell'esposizione delle mistificazioni connesse con l'operato di Scientology, è pur vero che rispetto al lavoro precedente il nuovo film di Gibney si "limita" a mettere in scena una verità - reale o presunta che sia - già acclarata e conosciuta, per il fatto di essere tratta dall'omonimo libro di Lawrence Wright, giornalista e scrittore premio Pulitzer che ha iniziato a interessarsi a Scientology con un articolo apparso sul New Yorker. Più che a un  working progress (com'era stato il film su Armstrong) o un' inchiesta sul campo, "Going Clear" ci mette di fronte alla messinscena di una sceneggiatura già pronta e alla necessità di presentare sotto altra forma le parole di un libro già letto. Insomma, più cinema che documentario, o se vogliamo, un documentario, costruito con la metodologia dei film di finzione. Ed è forse questa la ragione di un'operazione che colpisce fino a un certo punto, e di un titolo, che in qualche modo non riesce ad aggiungere molto a ciò che conoscevamo.
(pubblicato su ondacinema.it)
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sabato, giugno 27, 2015

NESSUNO SIAMO PERFETTI

Nessuno siamo perfetti
di Giancarlo Soldi
con Tiziano Sclavi, Dario Argento, Mauro Marcheselli, Thony
Italia, 2014
genere, documentario
durata,  71'


Dopo essere stato presentato alla 32 edizione del Torino Film Festival, anche gli schermi della cineteca di Milano si sono accesi con Nessuno Siamo Perfetti, documentario che Giancarlo Soldi ha dedicato alla figura, artistica e umana, di Tiziano Sclavi, sceneggiatore del suo precedente Nero (1992), nonché padre e ideatore del celebre fumetto che ha riempito l’immaginario di molti italiani, Dylan Dog.
Nessuno siamo perfetti adotta un linguaggio e una struttura narrativa perfettamente conformi all’immagine che del suo protagonista possiamo trarre dalle abbondanti interviste che egli rilasciò al regista. Come la fotografia del sempre eccellente Bigazzi alterna momenti di pura visionarietà in cui galeoni e balene si librano leggere fra i grattacieli milanesi, così, i viaggi interiori di Sclavi cadono spesso nell’onirico e nel fantastico, in un turbinio incessante di fantasia e immaginazione. Il pudore dell’autore di Dylan Dog, schivo e misterioso, viene reso con delicatezza e rispetto dalle domande delicate che Soldi gli pose per ben dodici anni, in una sorta di lungo diario intimo. Quasi si stesso confrontando con un confidente, Sclavi affronta vari momenti importanti della sua vita, dal rapporto tormentato con la madre – che pare fosse solita bruciargli i fumetti che egli da ragazzo collezionava -, ai problemi di alcolismo, dall’esordio nel mondo del fumetto fino al successo e al riconoscimento della maturità.

L’opera fornisce un ritratto complesso e variegato dell’autore anche grazie alle preziose parole che molti ammiratori o conoscenti spesero su di lui: da Dario Argento a Bianca Pitzorno, da Grazia Nidasio a Sergio Castellitto, solo per citarne alcuni. 


La narrazione segue con delicatezza le inquietudini e le ossessioni di quel ragazzino smilzo che, dalla piccola Pavia giunse pieno di angoscia nella grande inospitale Milano, in cerca di una tranquillità che nemmeno il successo fu in grado di regalargli. Attraverso una fotografia satura e colori innaturali, quasi disturbanti, Nessuno siamo perfetti insegue con eleganza quel flirtare con la morte che più volte è stato attribuito a Sclavi, quel rapporto di amore e odio con l’altro da sé che l’autore esorcizzò nella creazione di un alter-ego, Dylan Dog, forte di tutte quelle caratteristiche di cui egli invece mancava.


L’eterogeneità delle fonti e degli stili narrativi –interviste, animazioni di fumetti, immagini oniriche-, è impreziosita anche da qualche inserto – non sempre giustificato- di Nero, pellicola cui Sclavi e Soldi collaborarono, l’uno alla sceneggiatura, l’altro alla regia.

L’opera procede con discreto rigore alla scoperta dell’uomo Sclavi prima ancora che dell’artista, lasciando celati alcuni aspetti fondamentali della sua persona, come quella fede nuziale all’anulare destro su cui la telecamera si pone insistentemente. Nel complesso Nessuno siamo perfetti è un esempio ben riuscito di documentario all’italiana, perfettamente fruibile anche da un pubblico che non abbia dimestichezza con l’intricato mondo di Dylan Dog. 
Erica Belluzzi
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venerdì, giugno 26, 2015

VULCANO - IXACANUL

Ixacanul
di Jayro Bustamante
con María Mercedes Croy, María Telón, Marvin Coroy, Justo Lorenzo
Francia, Guatemala, 2015
genere, drammatico
durata, 100'
Mai come in questo periodo le periferie del mondo sono state così vicine all'appassionato di cinema che in un sol colpo si è visto recapitare due cartoline dall'inferno firmate rispettivamente dal nostro Roberto Minervini, di cui abbiamo ampiamente parlato nella recensione dedicata al suo "Louisiana", e poi dal regista guatemalteco Jayro Bustamante, regista che esordisce alla regia con una film "Ixacanul - vulcano" che, alla pari di quello del collega italiano nasce dalla volontà di raccontare la realtà, spogliandola il più possible degli artifici di cui il cinema si serve quando la deve mostrare sullo schermo di una sala.


Nel caso di "Ixacanul" la sospensione di incredulità esiste comunque, perchè la storia, nel suo perfetto svolgimento e nell'assenza di tempi morti, presuppone appunto l'esistenza di un copione già scritto e di una direzione artistica che sa come utilizzare gli attori sociali chiamati a "interpretarlo". Ma è altrettanto vero che la vicenda di una famiglia di poveri contadini di origine Maya e di Maria, costretta a sposarsi per ragioni di denaro, è di quelle che si sottraggono agli standard drammaturgici comuni. In "Ixacanul" infatti il coinvolgimento nasce non tanto dalla nobiltà del tema che, partendo dalla denuncia delle condizioni di sfruttamento della classi indigenti arriva a dimostrare la collusione del Sistema nell'esercizio del misfatto; quanto piuttosto dall’assoluta adesione del regista al paesaggio, naturale e antropologico, in cui si svolge la vicenda. 


La semplicità che Bustamante impone alla materia cinematografica diventa quindi il modo per liberarla da ogni retorica e per favorire la percezione di un'afflizione trasmessa attraverso la somma dei singoli frammenti narrativi. In questo modo, mentre seguiamo le varie fasi del calvario esistenziale di Maria, che ad un certo punto rimane incinta dell’uomo “sbagliato” e deve affrontare le conseguenze di un parto destinato a sconvolgere ogni progetto,  “Ixacanul” ci informa sull’iniquità delle condizioni lavorative, sull’assenza di mutuo soccorso tra chi dovrebbe averne e sui problemi di alcolismo delle generazioni più giovani.

Senza dimenticare la presenza di uno sguardo sul sostrato di costumi e di credenze che, se da una parte costituiscono il motivo d’identità di un popolo altrimenti destinato a scomparire, dall’altra contribuiscono, con il loro carico di pregiudizi – sintetizzati nelle ragioni che spingono Maria a camminare  in un campo pieno di serpenti  –, alla mancanza d' emancipazione di quella parte della popolazione. Vincitore dell'Orso d'argento all’ultima edizione del festival di Berlino “Ixacanul” commuove e fa riflettere.
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giovedì, giugno 25, 2015

TED 2

Ted 2
di Seth McFarlane
con Mark Whalberg, Amanda Seyfred, Lian Neeson
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 108'


Bisognerebbe sempre specificare, quando l'argomento in questione è la commedia, che ne esistono due tipi: una universale, nel caso in cui il film in questione sia somministrabile, nella propria interezza, ad un fruitore di ogni provenienza culturale; un'altra, invece, che nutrendosi del proprio impianto culturale non risulta accessibile alla totalità del pubblico che col suddetto impianto ha poco a che fare. Sotto questo punto di vista, e non solo, il primo  "Ted" aveva tentato di trovare un compromesso per rendersi vendibile su scala internazionale, rendendo il risultato finale non così entusiasmante come ci si attendeva.

Vedendo "Ted 2" - nella quale l'orsacchiotto, una volta sposatosi, dovrà lottare per vedere riconosciuti i propri diritti civili -  sembra che Seth MacFarlane abbia preso coscienza di queste considerazioni, regalando al secondo capitolo tutti gli elementi che mancavano al primo. Se molto è dovuto all'attingere continuamente dai modi - e dai toni - della fortunata serie tv animata "I Griffin" - ovvero la verve dei dialoghi, i flashback surreali e le sequenze no sense - il rendere "Ted 2" definitivamente convincente è la scelta di renderla una commedia prettamente americana, dall'estetica pop e pregna di critiche velenose alla stessa cultura dalla quale attinge - vivendo dunque della meravigliosa e sempiterna contraddizione dell'american dream -. Tutto questo amalgamato da una sceneggiatura che vive di  una ritmica tanto riuscita quanto esasperata - quest'ultima sì accorta alle esigenze di un pubblico internazionale - e da un cast in forma e ben diretto.


Preso atto di questi elementi, si possono tranquillamente affermare, dunque, due cose: la prima è che "Ted 2" è uno di quei rari casi nella storia del cinema in cui il sequel diventa un prodotto nettamente migliore rispetto al proprio predecessore; la seconda, non di certo per importanza, è che una commedia così ben fatta raramente si vede sugli schermi.
(Antonio Romagnoli)
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mercoledì, giugno 24, 2015

BIG GAME

Big Game
di Jalmari Helander
con Samuel L. Jackson, Ray Stevenson,  Onni Tomilla, Jim Broadbent
Usa, 2014
genere, azione 
durata, 90'



Al cinema destinato ad andare in scena nel periodo più caldo dell’anno non si può chiedere più di tanto e anche lo spettatore più distratto conosce in anticipo ciò che lo aspetta al momento di entrare in sala. Pur con qualche eccezione, i titoli a disposizione del pubblico sono esuberi di magazzino, programmati nel circuito allo scopo di legittimare la successiva distribuzione home video. Strategie di mercato di cui la Eagle ha sicuramente tenuto conto quando ha deciso di distribuire un film d’azione come “Big Game – caccia al presidente”, che appare fin da subito un’ imitazione delle grandi pellicole blockbuster. Nel caso del lungometraggio diretto dal finlandese Jalmari Helander, il modello è quello derivato da “Air force One” di Wolfgang Petersen, action movie che vedeva il presidente americano trasformarsi in una sorta di Rambo per sbarazzarsi dei dirottatori che lo tenevano in ostaggio. In questo caso però la variante di "Big Game" è quella di presentarci un inquilino della Casa Bianca (Samuel Lee Jackson in versione Barak Obama) distante anni luce da quello intraprendente e pugnace interpretato da Harrison Ford e di affidarne le sorti - queste si altrettanto funeste - al piccolo Oskari, il tredicenne che lo aiuterà a salvarsi da chi lo vuole morto.


Detto che il film, nella linearità della storia e nel totale disimpegno dei contenuti, rispecchia in pieno le caratteristiche del cosiddetto “cinema balneare”, "Big Game" è un racconto di formazione a doppio binario, perchè le conseguenze delle vicende a cui assistiamo saranno motivo di crescita sia per il coraggioso bambino, sia per il simpatico presidente, la cui figura, affabile e carismatica, è del tutto allineata alla correttezza politica con cui il cinema mainstream si rivolge al più importante cittadino americano. Così, volendo, i motivi d’interesse non vanno ricercati nella vorticosa successione degli avvenimenti ne tantomeno nell’esibita consistenza del nemico, depauperata da una serie di motivazioni che la frettolosa sceneggiatura non riesce mai a spiegare. A farsi preferire sono piuttosto l’originalità dello “strano” sodalizio, reso credibile dall’alchimia tra i due interpreti e la scelta di un punto di vista che, nel privilegiare lo stupore fanciullesco di Oskari, giustifica, almeno in parte, l’ingenuità della messinscena allestita dal regista.
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martedì, giugno 23, 2015

RUTH E ALEX

Ruth e Alex
di Richard Loncrane
con Diane Keaton, Morgan Freeman
Usa, 2014
genere, commedia
durata, 92'


Parlando della superficialità e del vuoto narrativo che affliggono gran parte dell’odierna cinematografia, non si potrà fare a meno di citare Ruth e Alex, ultima “fatica” di Richard Loncraine.
Presentato alla trentanovesima edizione del Toronto Film Festival, l’opera annovera quale sua – unica – ragion d’essere la prima collaborazione tra due grandissimi attori del panorama americano, Morgan Freeman e Diane Keaton, la cui presenza è sfruttata e abusata fin dal titolo – traduzione dell’originale Five Flights Up.

Reduce da un percorso registico estremamente ecclettico e a tratti schizofrenico – in cui al Riccardo III si alterna l’interpretazione di Harrison Ford in Firewall –, Loncraine è incapace di creare un’opera dal respiro unitario e olistico.
La sceneggiatura di Charlie Peters, basata sulla novella di Jill Ciment, Heroic Measurs, vede susseguirsi senza linea di continuità o filo logico un’accozzaglia di subplots e vicende totalmente aliene l’una dall’altra. Pur contribuendo a rendere la pellicola sconnessa e frammentaria, le varie storie-nella-storia fanno da sottofondo ai due veri centri propulsivi dell’azione, posti sotto forma di domande: riusciranno i nostri eroi a ottenere 950.000 $ dalla vendita del loro bell’appartamento a Brooklyn per potersi spostare in un altrettanto costoso nido d’amore a Manhattan? E ancora, riuscirà Dorothy, l’anziana cagnetta dei due, a camminare dopo un intervento chirurgico da 10.000 $?
Sebbene a questi due interrogativi si sarebbe potuto esaurientemente rispondere in un paio di scene, Loncraine ha scelto di far muovere ogni singolo attimo dei novanta minuti della sua pellicola attorno alle due inessenziali questioni.


Così l’anziana coppia, che per quarant’anni di matrimonio ha vissuto sempre nel medesimo enorme appartamento, dovrà far fronte con il perfido mercato dell’immobiliare e con le sue ansiogene dinamiche. Ad aiutarli sarà la nipote di Ruth, Lily (Cynthia Nixon), forse l’unico personaggio ben riuscito e adeguatamente caratterizzato.
Dei vari  plot secondari nessuno è immune da una certa gratuita superficialità. Dal contesto sociale e politico che circonda i due e influenza i moti del mercato immobiliare – un pericoloso terrorista si aggira per la città –, alle ragioni che li spingono a voler cambiare casa, ogni sfaccettatura della vicenda viene fugacemente mostrata, senza alcuna credibilità o coerenza narrativa. A temi grandi e importanti – uno su tutti: l’infertilità della donna – viene relegata una battuta o due, scelta che contribuisce a fomentare il senso di spaesamento e l’irritazione dello spettatore.


Sebbene l’uso di vari flashback tenti di dare tridimensionalità ai due e al loro trascorso, le interazioni della coppia appaiono fredde e distaccate, certo non consone a un rapporto coniugale lungo quasi mezzo secolo.
Oltre all’utilizzo di prevedibili e banali immagini della primavera delle loro vite, un'altra goffaggine narrativa che contribuisce a peggiorare un quadro di per sé già problematico, è l’utilizzo del voice-over di Morgan Freeman – clichè sulla cui banalità non c’è bisogno di spendersi oltre.
Ruth e Alex è nel complesso una pellicola lenta, noiosa, fruibile solo quale perfetto esempio della decadenza del cinema d’oggi.
Erica Belluzzi
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lunedì, giugno 22, 2015

MON ROI

Mon Roi
di Maewenn
con Emanuelle Bercot,Vincent Cassel
Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 128'


Indipendentemente dai suoi risvolti, la contemporaneità raccontata dal cinema presenta delle costanti che ne fanno una specie di cartina di tornasole degli usi e dei costumi del nostro tempo. In tale scenario i sentimenti occupano da sempre una posizione di rilievo, per il senso d'identificazione   che scaturisce dalla visione di un campionario di emozioni corrispondente, almeno in parte, a quello sperimentato nella vita, dalla gente seduta in sala. Ed è forse questo a spiegare, da un lato, la decisione di Thierry Frémaux, il direttore del festival di Cannes, di inserire un film "popolare" come "Mon roi" nel concorso principale; e, dall'altra, a giustificare l'attitudine del pubblico, pronto a lasciarsi coinvolgere dalle vicende di Tony (Emanuelle Bercot) e Georgio (Vincent Cassel), i protagonisti del film, chiamati a rappresentare, con il loro con l'amour fou, le mille contraddizioni che attraversano i rapporti di coppia. La storia, scritta e girata da Maiwenn, regista messasi in luce nel 2011 grazie alla conquista del gran premio della giuria del festival francese ottenuto con "Polisse, segue per filo e per segno la struttura narrativa utilizzata per questo genere di film, raccontando le tappe di una parabola amorosa pronta a rovesciarsi sugli sciagurati personaggi non prima di averli illusi sull'eternità delle passioni umane. Anche qui, ad innescare la tenzone, ci pensa il più classico dei colpi di fulmine e, di pari passo, l'attrazione sessuale tra due opposti (lei è un avvocato arrivato ai quaranta con molto lavoro e pochi divertimenti, lui un ristoratore narciso e volubile) destinati a soccombere sotto i colpi delle incongruenze caratteriali; e nonostante la presenza di un neonato che dovrebbe funzionare come deterrente e che invece diventa il pretesto per continuare a "darsele" - in senso figurato - di santa ragione.


Raccontato dal punto di vista femminile e secondo il modello sociologico imposto da saggi come quello di Barbara Norwood, terapista americana che in "Donne che amano troppo", aveva esplorato la casistica di donne che si innamorano dell'uomo sbagliato, "Mon roi" sconta in qualche modo lo squilibrio che deriva dal contrasto tra la straordinaria naturalità degli attori - in grado di azzerare la finzione a favore di un sorprendendo realismo interpretativo - e la scontata convenzionalità della messinscena; quest'ultima, evidente soprattutto nell'espediente narrativo che fa coincidere, grazie a al montaggio alternato di passato e presente,  il risveglio emotivo di Tony, progressivamente cosciente dell'impossibilità del proprio menage coniugale, alla complessa e dolorosa guarigione del suo ginocchio, lesionato durante un incidente sciistico e preso in cura dall'istituto specializzato in cui la donna è ricoverata. Con la necessità di dipanare a dismisura i dettagli del ciclo terapico allo scopo di fornire il contraltare metaforico su cui innestare i flashback che illustrano la schizofrenico rapporto tra Georgio e Tony. I quali, non volendo, finiscono per  diventare i rappresentanti di quella borghesia parigina, benestante e autolesionistica, che Michel Houllebecq ha preso più volte in prestito per raccontare la decadenza del mondo occidentale.


Certo "Mon roi", con il suo appeal dichiaratamente edonistico (i corpi tonificati dall'esercizio fisico e generosamente esposti ne sono una dimostrazione), è lontano dall'infelicità senza speranza raccontata dallo scrittore francese; ma quando, verso la metà della storia, iniziamo ad assistere all'impari confronto tra il vitalismo dei ragazzi arabi, che condividono il percorso terapeutico di Tony, e la dispersione priva di costrutto del suo egocentrico partner, non si può fare a meno di pensare all'autore di "Estensione del dominio della lotta" e al tentativo di Maewenn di conferire spessore al soggetto del film, con una morale che risulta evidentemente programmatica. Per la sua interpretazione, Emanuelle Bercot si è aggiudicata il premio ex equo come miglior attrice del festival, legittimando i motivi di una partecipazione che l'aveva vista anche regista del film d'apertura. Per lei un'edizione sicuramente da incorniciare.
(pubblicato su ondacinema.it)
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domenica, giugno 21, 2015

WOLF CREEK 2

Wolf Creek 2
di Greg Mc Lean
con Mick Taylor, Paul Hammersmith, Katarina Schmidt
Australia, 2015
genere, horror
durata, 106'


Lungometraggio ispirato a fatti realmente accaduti, "Wolf Creek 2" narra di due turisti tedeschi che sul proprio cammino incontrano un cacciatore di maiali - Mick Taylor -, che in realtà si rivela essere uno spietato omicida seriale nella cui espressione violenta s'evincono ripensamenti storici/culturali, riflessioni non proprio positiviste sulla natura umana e una certa predisposizione al macabro.

Al netto di una trama e di uno sviluppo assai abusati nella storia del cinema - la presentazione dell'antagonista inserita nella sequenza d'apertura, a sua volta scollegata dal successivo impianto narrativo; la coppia di giovani che s'avventura in luoghi remoti imbattendosi poi nel serial killer -, il regista riesce a divincolarsi tra i numerosi tranelli che tutto ciò comporta in due modi: in primis evitando gli scontati tempi drammatici e sviluppi narrativi, eludendo costantemente il rischio del "cliché"; secondariamente, il fondere la natura con i personaggi non solo ha un impatto visivo notevole - la sequenza d'apertura cui prima si faceva cenno è grande cinema -, ma il paesaggio mistico del cratere e del circostante deserto  - "secco come la fica di una suora", asserisce Mick Tayler - danno un contributo consistente alla seduzione prima ed alla violenza poi della quale restano vittime i protagonisti come i fruitori.

Grazie anche alla splendida caratterizzazione del "villain" di turno, "Wolf Creek 2" diventa ancor più affascinante attraverso la solerzia con la quale l'elemento della speranza viene costantemente escluso da ogni possibile dinamica.
Antonio Romagnol
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venerdì, giugno 19, 2015

TENERAMENTE FOLLE

Teneramente folle
di Maya Forbes
con Mark Ruffalo, Zoë Saldana, Imogene Wolodarsky, Ashley Aufderheide
Usa, 2014
genere,  commedia
durata, 90'
 
"Negli anni '60 era normale". Così viene giustificato, da parte della moglie, l'iniziale non prendere sul serio la bipolarita'maniaco/depressiva di Cameron, personaggio eccentrico protagonista della storia. E la smitizzazione dei favolosi anni '60 è solo uno dei tanti tratti che colora una commedia intelligente e scritta come più spesso dovrebbero essere scritti film di questo genere.
Accompagnata da una regia accorta a non dissacrarne i ritmi, "Infinitely polar bear" - titolo dato da uno svarione lessicale di una delle due figlie sul disturbo del padre - è un'opera di raro fascino che, senza far avvertire bruschi cambi, a tratti fa ridere di gusto, a volte assume toni semi-drammatici, a volte quasi commuove. Ma la peculiarità fondamentale - quindi vera riuscita del film - è che lascia in volto, ogni secondo, un sorriso che ne riassume ogni sfumatura.
Antonio Romagnoli
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giovedì, giugno 18, 2015

FUGA IN TACCHI A SPILLO

Fuga in tacchi a spillo
di Anne Fletcher
con Reese Witherspoon, Sofia Vergara
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 87'

 
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Dotata di una versatilità che poche attrici possono vantare, Reese Witherspoon continua a frequentare ruoli e generi tra i più disparati. Così, dopo essere stata  in fuga da un doloroso passato nello struggente “Wild”, non stupisce di rivederla più vivace che mai in una commedia come “Fuga in tacchi a spillo” dove l’attrice americana si diverte - è il caso di dirlo per il tono farsesco della sua rappresentazione - a interpretare l’agente Roose Cooper, poliziotta tanto diligente quanto imbranata nell’applicazione dei regolamenti che, dopo un drammatico agguato che è costata la vita al suo collega, si ritrova in fuga con la testimone di un processo contro un pericoloso boss del narcotraffico. Una situazione a dir poco turbolenta, che però, nella mani della regista Anne Fletcher diventa l’occasione per imbastire un buddy movie al femminile, caratterizzato, come vuole il genere, dall’ incontro scontro tra due personalità agli antipodi; con la femminilità prorompente del personaggio interpretato dalla vistosa Sofia Vergara accostata a quella del tutto inesistente della meticolosa compagna di viaggio. Ovviamente ne succederanno di tutti i colori e la convivenza tra le due donne diventerà presto il motivo principale del film, con gli inseguimenti e le sparatorie a far da corollario alle schermaglie e ai sotterfugi messi in campo dalle due donne per volgere la situazione a proprio vantaggio. 


Com’era prevedibile il film lavora sia sul piano filmico, accentuando le differenze caratteriali dei due personaggi, sia sul piano dell’immaginario collettivo, legato al corpo delle due attrici – longilineo e asessuato quello della Witherspoon, prorompente ed erotico quello della Vergara – chiamate a confermare tutti gli stereotipi legati ai rispettivi modelli femminili. Quindi abbiamo da una parte la goffaggine di Roose, imbranata con gli uomini e iper attiva dal punto di vista lavorativo, al contrario della signora Riva, impegnata esclusivamente a portare a spasso il suo corpo statuario. Il connubio funzionerebbe anche, se non fosse che il copione è davvero povero di idee e costringe le attrici a situazioni forzate e a gag di una demenzialità poco divertente. Un paradosso per la regista Anne Fletcher, già sceneggiatrice di un classico come “Il diavolo veste Prada”, e qui invece artefice di un plot che non riesce a valorizzare il patrimonio messogli a disposizione da Reese Witherspoon, coinvolta anche in qualità di produttrice.
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KILL THE MESSENGER

Kill the Messanger
di Michel Cuesta
con Jeremy Renner, Rosemarie DeWitt, Ray Liotta
genere, drammatico, thriller
Usa, 2014
durata, 114'


I paradossi del cinema. "Kill the Messenger" di Michael Questa inizia con le immagini d'archivio di alcuni presidenti della casa bianca impegnati a testimoniare l'impegno del governo nella lotta contro la droga. A seguire invece, i fotogrammi di finzione che raccontano la vicenda del giornalista Gary Weeb e degli articoli che rivelarono il coinvolgimento della Cia nel traffico di stupefacenti necessario a finanziare i Contras nicaragueni. Michael Cuesta gioca con le convenzioni cinematografiche, utilizzando il surplus di verità insita negli inserti di repertorio per enfatizzare la bugia di quelle dichiarazioni e assegnando a cio che è normalmente un simulacro, il compito di raccontare la verità. L'alternanza di vero e falso non è solo una questione formale ma costituisce il nocciolo stesso dell'incredibile vicenda, con il reporter chiamato a difendersi dalla macchina del fango messa in moto dai servizi segreti per screditare la credibilità della sua indagine. Per raccontarlo al pubblico Michael Cuesta mette a frutto l'esperienza accumulata nel lungo apprendistato televisivo (ricordiamo la direzione di episodi tratti dalle serie di "Six Feet Under", "True Blood" e "Homeland") realizzando un prodotto che riesce ad essere popolare senza perdere la complessità di una parabola umana che ad un certo punto si trasforma in una sorta di assedio del forte apache, con il protagonista solo contro tutti, disposto a tutto pur di affermare i principi di indipendenza e verità del proprio mestiere. 


Interpretato da un grande Jeremy Renner nel ruolo del protagonista "Kill the Messenger" è un thriller low budget che si mantiene sempre in tensione e riesce pure ad appassionare per la presenza di un afflato civile che almeno negli intenti avvicina il film a nobili predecessori  come "Tutti gli uomini del presidente" e" I tre giorni del condor". Ancora in attesa di una distribuzione italiana "Kill the Messanger" è stato pressochè ignorato in patria. Forse perchè la storia di Gary Webb, con la sua vis polemica nei confronti del sistema americano, paga il fatto di rappresentare sul piano filmico il contraltare ideologico a un blockbuster di successo come "American Sniper". Una posizione, quella del film di Cuesta, in totale controtendenza e quindi commercialmente inaccettabile. 
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mercoledì, giugno 17, 2015

UNFRIENDED

Unfriended
di Levan Gabriadze
con Shelley Hennig, Renee Olstead, Will Peltz, Courtney Halverson.
Usa, 2014
genere, horror
durata, 84'


L'idea di ambientare un film intero davanti allo schermo del pc di un'adolescente – sorta di ipermoderno mockumentary (e sua naturale evoluzione?) – ben si sposa con le tematiche che vanno sviscerandosi nel corso della narrazione, che avviene tutta su skype.
Protagonisti sono cinque ragazzi che si videochiamano insieme a un ospite sconosciuto. La forza del film è tutta nei dialoghi, che vanno a costituire un impietoso ritratto della moderna società americana.
L'antefatto è il tragico – e tristemente verosimile – suicidio di una studentessa, Laura Barns, oppressa dai pettegolezzi, vittima della distruzione della propria integrità pubblica in quel meccanismo che ricrea nel microcosmo liceale una sorta di degenerata “cultura della vergogna”, sistema di valori che emula quello del mondo adulto da cui proviene, e dunque vede al proprio vertice i capisaldi della cultura americana liberista: la realizzazione personale individuale – in tutte le sue declinazioni – e la difesa della propria reputazione pubblica, incastonata in un claustrofobico conformismo dei costumi che per le donne rivela un sostrato di matrice religiosa, imponendo una non-ben-definita “morigeratezza sessuale”.

Durante l'anniversario della morte della loro amica, i protagonisti si trovano a dover fare i conti con un misterioso ospite, che pretende di essere lo spirito della ragazza ed è intenzionato a operare un sadico contrappasso verso i cinque, colpevoli di aver ceduto alla logica del branco e di essere stati quindi complici degli aguzzini, in quella “dittatura della maggioranza” che evidentemente non si applica solo al contesto politico.


Alla graduale escalation di tensione si unisce il progressivo disfacimento della cortina di ipocrisia che avvolge i ragazzi in quel contesto sociale intessuto di contraddizioni che è la scuola, dimensione collettiva che si perpetua attraverso la piazza virtuale, dove la privacy non esiste e l'ineluttabilità del raffronto con la propria immagine pubblica porta a conseguenze tremende.

Un film interessante che unisce una narrazione coinvolgente a un sapiente utilizzo degli strumenti multimediali in chiave horror, trattando tematiche che, forse, sarebbe stato meglio avessero la preminenza rispetto all'ingombrante elemento soprannaturale.
Michelangelo Franchini
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