sabato, settembre 13, 2014

SI ALZA IL VENTO


"Kaze tachinu"
di: Miyazaki Hayao
Gia/Ger/Fra/Ita - Animazione
2013 - 120 min



Provare a vivere. Sembra essere per lo più questo - e a ricordarlo sta anche una delle tante suggestioni che sostiene il passo interiore dell'opera, diverse volte ripresa dai protagonisti, ossia il verso di Valery (da "Le cimitiere marin"), "Le vent se lève!... il faut tenter de vivre" - il monito/lascito accluso a margine del (sul serio autentico ?) epilogo dell'avventura artistica di una personalità dell'importanza di Miyazaki Hayao, da Tokyo, classe 1941. Nella parabola esistenziale di Horikoshi Jiro, narrata all'interno di questo (ultimo ?) film, "Si alza il vento" - sceneggiato e realizzato da Miyazaki a partire da un omonimo romanzo di Hori Tatsuo e in uscita limitata nelle sale dal 13 settembre e fino al 16 - intessuta a partire dagli anni '20 del secolo scorso, e' possibile leggere non solo il destino di un singolo individuo (e, in controluce, aspetti di quello del regista stesso) - Jiro, innamorato del volo, aspirante pilota tradito dalla miopia, risoluto abbastanza pero' da materializzare in parte la sua chimera personale votandosi alla progettazione e alla costruzione di aerei, fra cui i leggendari "Zero" - o quello di una Nazione - il Giappone Imperiale, sconfitto e umiliato al termine della Seconda Guerra Mondiale, nonché immolato sull'altare della nascente ossessione nucleare - quanto una lucida riflessione, che ha tutto il sapore aspro delle agnizioni severe ma istruttive, circa la condizione umana, in particolare su ciò che si e' disposti (o fatalmente ingiunti) a sacrificare per alimentare il desiderio legato ad una visione (la miopia che sfoca i contorni delle cose e' già metafora/grimaldello dell'irruzione del sogno nella realtà). Così come sull'impossibilita' di protrarre nel tempo la magia fisica ed emotiva di un ristretto numero di circostanze e d'istanti: sulla malia del rimpianto e della malinconia, a volte struggente - e a cui si deve imparare ad opporre il verbo del carattere affinché essa non viri in languore e paralisi - che scaturisce dalla consapevolezza per cui niente dura, unita all'accettazione, tutt'altro che indolore, che inscrive proprio nel mutamento continuo l'orizzonte che rende possibile, pur nella fragilità e nella contraddizione, la bellezza, il tormento, lo slancio, il rancore, et...

Come si vede, temi e ragionamenti, questi, tipici del percorso filosofico e figurativo dell'autore giapponese. Assunti simili che ritroviamo pure, da un lato, nell'apprendistato tecnico-scientifico del protagonista (sostenuto dal "patrocinio onirico" di un pioniere del volo come G.B.Caproni), espediente privilegiato utilizzato come mezzo per forzare l'ambizione entro le angustie della consuetudine "costringendola" a farsi campo di applicazione totale nella speranza/illusione che non presenti mai il conto (cosa che, puntualmente e implacabilmente, avverrà: il terremoto del '23 che devasto' Tokyo; l'approssimarsi di un'altra guerra mondiale; lo spezzarsi di netto di una passione sul nascere e, via via, il retaggio di solitudine e angustia conseguente a tutto ciò che non si e' riusciti a cogliere appieno o e' andato perduto); e, dall'altro, il breve interludio amoroso con (Satomi) Naoko - quintessenza delle eroine miyazakiane, tanto risolute quanto capaci di abnegazione - minato dalla tubercolosi di lei e dai rovelli dell'ingegno, che poco spazio lasciano ad altro, di lui. Senza dimenticare la vibrazione sotterranea che attraversa l'intero film relativa a quello sconcerto muto - non per questo meno radicale e contundente - che emerge con gradualità nel constatare come la ricerca, sempre difficile, a volte persino disperata, dell'armonia, della grazia, della perfezione, non di rado s'incarna e agisce per il tramite di sofisticatissime Tecniche - e quindi oggetti - di morte.

Di qui, la particolare atmosfera che permea la storia perennemente contrassegnata dal soffiare del vento del titolo (vento, d'altronde, presenza costante nei mondi di Miyazaki: nel caso, protagonista al pari delle figure in "in carne e ossa"): una sorta di frenesia crepuscolare la quale - nella prevalenza delle luci morbide, delle sfumature pastello, se non, addirittura, dei soli "tratteggi" sonori di Hisaishi - alterna lo studio e le applicazioni sperimentali di Jiro con le fasi della sua mutilata educazione sentimentale, nel tentativo - destinato al fallimento - di comporre le istanze della fantasia e della creazione con le prerogative del quotidiano e dei rapporti. Lavoro intriso di una non comune mestizia e di un esplicito disincanto; appoggiato a numerosi riferimenti autobiografici (l'infermità della madre di Hayao ai tempi della di lui infanzia; i contrasti interiori, forse mai del tutto risolti, inerenti un conflitto solo lambito in virtù di un contesto familiare in grado di garantirne la relativa confortevole distanza; la vocazione artistica che molto ha preteso - e ottenuto - dal Miyazaki uomo), come ad un ritmo ampio ma quasi provato dall'amarezza delle considerazioni che mano mano va maturando, "Si alza il vento", con grande fermezza, finisce per accogliere il peso dei suoi slanci compiuti o frustrati e dei suoi vicoli ciechi, senza esitazioni, riaffermando che "si deve provare a vivere", comunque, non foss'altro - come sottolinea Whitman - perché "tu sei qui, e la vita esiste".

TFK
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martedì, settembre 09, 2014

THE ROVER

 The Rover
di David Michod
con Guy Pearce, Robert Pattison
Australia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'
 


Frutto di una cinematografia che sembra sempre sul punto di diventare una succursale, anche produttiva, della mecca hollywoodiana, pronta a trasformarne il paesaggio in un estensione del suo vorace immaginario, “The Rover” appartiene invece a quella categoria di film che ambiscono a consolidare l’identità del cinema australiano. In primo luogo perché il regista, David Michod, dopo il successo di “Animal Kingdoom” continua a rimanere radicato alle proprie origini, immaginando storie e personaggi che sembrano nascere direttamente dalle viscere dell’outskirt continentale. E poi, non meno importante, per la scelta di ambientare la vicenda del film in quello stesso desertoche ha ispirato i lavori di due colleghi come Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock), e soprattutto del George Miller di "Mad Max", di cui “The Rover” riprende non solo ambientazione e straniamento ma anche lo scarto temporale, collocando la sua vicenda in un futuro se non post nucleare, sicuramente apocalittico.

Siamo quindi in un tempo imprecisato e all’interno di una civiltà che sembra essersi sfaldata sotto i colpi di un’oscura malattia. Vite ridotte all’osso e parole che escono a stento. E' più o meno così che si presentano Eric, vagabondo senza arte ne parte interpretato da uno straordinario Guy Pearce, lesto a scatenarsi all’inseguimento dei balordi che gli hanno rubato la macchina, e  Reynolds, impersonato da uno stralunato Robert Pattison, pronto a dargli manforte nonostante i vincoli famigliari che lo legano ai fuggitivi. Il film è tutto qui, nel senso che la caccia all’uomo non manca di colpi di scena, inseguimenti e sparatorie da ultimo ibrida western e road movie. Ma quello che conta si trova soprattutto nella rappresentazione di un afflizione che non risparmia nessuno e nelle dinamiche relazionali che ne scaturiscono Se la famiglia, o quello che ne rimane, è la causa principale di un disfacimento morale che rende gli uomini simili agli animali – e in questo senso l’ultima scena la dice lunga su chi, tra questi, preferisca il regista-  “The Rover” sfida le regole del genere perché a dispetto del suo incipit rinuncia a qualsiasi progressione psicologica, arrivando alla fine senza di fatto aver operato uno scarto rispetto alle condizioni di partenza. A guadagnarci è sicuramente il fascino dei personaggi, avvolti da un alone di mistero che riguarda soprattutto le motivazioni che li hanno portati a tale disperazione, come pure la potenza  del paesaggio, chiamato a sostituire quella reticenza con una desolazione che rimanda all’interiorità dei protagonisti. Al contrario della storia che, privata di ogni possibile aggancio che non riguardi lo sviluppo del piano criminale, diventa schematica e perde in parte le caratteristiche mitiche ed evocative messe in mostra negli scampoli iniziali.
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domenica, settembre 07, 2014

I MERCENARI 3 - THE EXPENDABLES

I mercenari 3 - The Expendables
di Sylvester Stallone
con Sylvester Stallone, Mel Gibson, Jason Statham, Wesley Snipes, Antonio Banderas
Usa, 2014
genere, azione
durata, 126'


Che Sylvester Stallone sia un uomo generoso lo dimostra la galleria di personaggi che ha interpretato nel corso della sua carriera, tutti, in un modo o nell’altro pronti a sacrificarsi per un bene superiore. Ma questa volta l’attore americano ha davvero esagerato perchè alle prese con il terzo episodio della produzione cinematografica che lo ha riportato in vita dal punto di vista commerciale, stiamo parlando appunto di “The Expendables”, il nostro ha trovato il modo di andare oitre a qualsiasi previsione, non solo continuando a reclutare colleghi e amici che per anni gli hanno conteso il ruolo d star del cinema d’azione, e che qui si prestano a indossare la maschera dei buoni o dei cattivi per soddisfare le pretese di un cartellone che certamente può vantare numeri da record in termini di guest stars assoldate (questa volta oltre ai soliti noti si aggiungono tra gli alri Antonio Banderas, Wesley Snipes e udite udite Mel Gibson) ma anche prevedendo nel corso della vicenda il reclutamento di un nuovo gruppo di mercenari, giovani e aitanti, che, nella intenzioni di Barney Ross (Stallone), deve sostituire quello vetusto e logoro formato dai compagni di sempre. 
 

Avvisando lo spettatore che ad un certo punto della storia gli Expendables vecchi e nuovi entreranno contemporaneamente in azione, facendo a cazzotti dentro e fuori lo schermo per cercare di rimanere all’interno del campo filmico, questo terzo episodio consuma le sue novità in questo scontro generazionale, delegando ad alcune concidenze tra vita e arte (il personaggio di Snipes, che viene fatto evadere dalla galera in cui è detenuto e Mel Gibson ingaggiato per interpretare la parte del cattivo) il compito di far sorridere lo spettatore più smaliziato. Il resto è invece il solito sciorinamento di machismo e piroette d’artificio che neanche la simpatia degli attori riesce a risollevare da una routine piuttosto scontata.
(pubblicato su dreamingcinema.it)

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TUTTA COLPA DELLE STELLE

Tutta colpa delle stelle
di Josh Bone
con Shailene Woodley, Ansel Elgort
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 125

Da "Love Story" in poi la malattia e' diventato uno dei modo più utilizzati da Hollywood per declinare scenari da amore perituro e universale. E' come se, defraudato dalle fatiche dell'ordinaria quotidianità, la potenza di quel sentimento ritrovasse attraverso la peggiore delle condizioni, quella che fa da premessa al sonno eterno, la forza che in parte gli è negata in condizioni di normalità. Un eccezionalità che ben si addice alle premesse di un operazione costruita su caratteristiche  che non lasciano spazio all'ordinario.

Hazel e Augustus sono infatti due adolescenti segnati da una malattia incurabile che si incontrano per caso e si innamorano nonostante l'inesorabilità dei rispettivi destini. Una fatalità che non scoraggia la coppia che, anzi, fa di tutto per dimenticare la propria condizione, esorcizzandola con esuberante vitalismo, e con un viaggio ad Amsterdam che però segnererà l'inizio della fine. Da quel momento infatti nulla sarà come prima, neanche il fazzoletto dello spettatore più sensibile, bagnato dalle lacrime che immancabilmente scaturiscono dall'approssimarsi della atto finale.

 


Se l'impatto emozionale e' congegnato in modo da lasciare uno spicciolo di speranza alle cose umane e al loro significato, con i personaggi, capaci di tirar fuori una morale positiva anche di fronte all'ingiustizia del loro percorso esistenziale, quello che davvero conta in questo film è l'interpretazione di Shanley Woodley, attrice di talento che qui conferma la definitiva promozione alla categoria maggiore.
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FRANCES HA

Frances Ha
di Noah Baumbach
con Greta Gerwig, Adam Driver
Usa, 2012
genere, commedia
durata, 86'  

Se non fosse cinema potrebbe essere la striscia di un fumetto. Gli indizzi ci sono tutti, a cominciare dal bianco e nero stilizzato e demodè della fotografia, alla costruzione narrativa che procede secondo i capitoli di un libro immaginario, con indirizzo e numero civico che aggiornano lo spettatore sulle dislocazioni metropolitane della protagonista, alla dimensione, colloquiale e solipsistica che rasenta lo straniamento del consumatore di comics. "Frances Ha" è, nei fatti, un immersione totale nelle idiosincrasie  e nella stravaganze di un personaggio, la coreografa e aspirante ballerina Frances Ha, impegnato a trovare il proprio posto nel mondo, fronteggiando una serie di vicissitudini di ordine pratico e morale, che iniziano con la ricerca di un alloggio adeguato alle scarse possibilità finanziarie, e continuano nel tormentato rapporto con l'amica del cuore, da cui si sente tradita dopo la decisione di lei di andare a vivere con il proprio fidanzato. Ma il film è anche l'atto d'amore nei confronti di una città, New York, privilegiata nella visibilità di sequenze effettuate preferibilmente in campo lungo, e del suo stile di vita, rappresentato dalle usanze di una borghesia intellettuale  e radical chic che utilizza il verbo, e le sue derivazioni, come feticcio per esorcizzare il male di vivere.


Diretto da Noah Baumbach, sceneggiatore della storia insieme a Greta Gerwig protagonista del film in veste di attrice principale, "Frances Ha" ripropone in larga parte le caratteristiche di un cinema che si affida alla brillantezza dei dialoghi e alle psicologia delle sue caratterizzazioni, per analizzare tematiche riferite alla complessità di rapporti che, quasi sempre, entrano in conflitto con la crescita personale del protagonista. Da questo punto di vista la contaggiosa empatia della ragazza, pronta a lanciarsi in improvvisati balletti, e in continua peregrinazione per i quartieri della città, rappresenta uno scarto rispetto al resto della filmografia del regista. Fraces infatti, a differenza di altre figure disfunzionali create da Baumbach, agisce senza nessun filtro, trasformando le proprie nevrosi nel manifesto di una liberazione che le permette di far collimare aspirazioni e necessità di ordine pratico. Ma il film è anche l'omaggio a Greta Gerwig, e a un personaggio che, nell'affermazione di alterità rispetto a una vita sentimentale conforme alla norma ("infidanzabile" come Frances si definisce più volte), e nel velato femminismo lasciato intravedere dalla lealtà all'amica di sempre, si propone come la Annie Hall del nuovo millennio.
(icinemaniaci.blogspot.com)
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venerdì, settembre 05, 2014

Il Signore degli Anelli - sottostesti e chiavi di lettura


di Antonio Romagnoli


In un intreccio sterminato di sottotesti e chiavi di lettura, è ovvio che un’opera come “The lord of the rings” presenti difficoltà notevoli nell’ essere decifrata, tanto quanto ne presenti nella fruizione dell’analisi stessa. In questa sede tenteremo di tracciare alcune delle interpretazioni estrapolabili dalla visione del colossal diretto da Peter Jackson.

IL LAVORO FILOLOGICO DA TOLKIEN A PETER JACKSON

Per prepararsi alla decodifica del film è impensabile non far riferimento al passaggio, faticoso e per nulla scontato, fatto dall’opera letteraria a quella cinematografica. In primo luogo, ovviamente, è fondamentale sottolineare la scrematura del romanzo fatta dagli sceneggiatori (pienamente riuscita col montaggio delle “extended version”, meno con le versioni uscite in sala) senza che, tuttavia, faccia perdere sullo schermo la densità simbolica dell’opera a cui si ispira. Altra nota importante è la decisione di dividere tutto in tre film, decisione presa – fortunatamente – dopo l’idea, un po’ campata per aria, di dividere l’originale trilogia in soltanto due lungometraggi. Bisogna altresì notare come il passaggio filologico, in tal caso, vada a combinarsi con un’operazione produttiva tanto rischiosa quanto riuscitissima, che vedeva alla regia tale Peter Jackson- che fino ad allora aveva diretto solo alcuni film splatter low budget (eccezion fatta per “Creature del cielo” ed il mocumentary “Forgotten silver”) -; oltre ad intraprendere la saggia scelta di girare e montare le tre parti contemporaneamente, Jackson dimostrò non solo di essere all’altezza del progetto ma, grazie alle innovazioni tecnologiche portate avanti dalla sua casa di produzione, che i tempi erano maturi per compiere un’operazione così complicata, non solo tecnicamente.

CRITICHE AL MONDO OCCIDENTALE ED AL MONDO ORIENTALE

Bisogna dire – come accennavamo in apertura – che “The lord of the rings” nasconde, dietro l’apparenza di magnificente saga fantasy, dei lucidissimi ragionamenti , in primis su quelli che potremmo definire “i due mondi”. Dapprima alle forze del male (nel caso specifico incarnate dalla figura di Saruman) vengono attribuite due “colpe”: l’invenzione della polvere da sparo (artificio proveniente dalla Cina) in occasione della preparazione, da parte di Isengard, alla battaglia al fosso di Helm; secondariamente, durante la battaglia in questione, l’utilizzo della polvere stessa (utilizzata per aprire una breccia nelle mura) tramite un attacco kamikaze, la cui figura nasce durante la seconda guerra mondiale tra gli aeronauti del “Sol levante”, per poi estendersi come pratica usuale tra i fondamentalisti islamici. Se la critica al mondo orientale è dunque ben evidente in questi due esempi, quella al mondo occidentale è più celata e al contempo più costante. Innanzitutto il parallelo uomo – potere, che è anche il principale movente pre -storico della narrazione (ci riferiamo ovviamente alla figura di Isildur, che non distrugge l’anello quando ne ha occasione). In Tolkien – e irrimediabilmente in Jackson – la figura dell’uomo saggio non può ammettere né può identificarsi nel potere, e ce ne dà prova tramite il “gran rifiuto” a cui è costretto Gandalf nel momento in cui Frodo vorrebbe affidargli “l’unico”. Altra sfumatura è innegabilmente rintracciabile nella critica ai totalitarismi occidentali: portiamo l’esempio di Gandalf che tuona a Saruman le seguenti parole: “Esiste un solo signore dell’anello. Solo uno può piegarlo alla sua volontà. Ed egli non divide il potere”. La medesima critica è riscontrabile nello stesso Saruman, che con focosità retorica spinge alcuni campagnoli a fare il suo gioco; puntando lo stregone sulla rabbia di quest’ultimi, notiamo come sia inevitabile fare un parallelo con le modalità d’azione e di propaganda dei primi fasci di combattimento (e, in un’eccezionale eccesso di bontà, facciamo finta che il paragone con i cosiddetti “grillini” sia forzato e fuori contesto). Ultimo attacco all’occidente – e, non a caso, all’Inghilterra in particolare – viene portato avanti in rifermento alle rivoluzioni industriali e, con lungimiranza al limite della chiaroveggenza, alla rivoluzione tecnocratica tutt’ora in piena evoluzione dinamica; ancora una volta è Saruman ad esserne portavoce: “ Il vecchio mondo brucerà tra le fiamme dell’industria. Le foreste cadranno. Un nuovo ordine sorgerà. Guideremo la macchina della guerra con la spada, la lancia e il pugno di ferro degli orchi. Dobbiamo solo rimuovere coloro che si oppongono a noi”. In pratica ci troviamo di fronte al grande paradosso del ‘900 – che ancora fatichiamo a scrollarci di dosso – dove l’uomo va avanti, inesorabilmente, senza se stesso.

PAGANESIMO E CRISTIANESIMO

L'indiscutibilmente preziosa conoscenza, da parte dello scrittore, del mondo celtico/pagano – su cui Tolkien ha inventato e costruito l’intero immaginario che gravita dentro ed attorno a “The lord of the rings” – nella costruzione filmica va a modellare l’intera messa in scena, contrastando – ancor più che nel romanzo – con l’intero sottotesto cristiano che l’autore aveva abilmente e fittamente intessuto all’interno della propria opera. Andando per ordine, gli esempi che avallano questa considerazione sono innumerevoli; il primo -escludendo la simbologia numerica degli anelli donati ad elfi, nani ed uomini – è il dialogo che avviene tra Gandalf e Frodo all’interno delle miniere di Moria:

“F: ..C’è qualcosa laggiù!

G: E’ Gollum.

F: Gollum?

G: Sono tre giorni che ci segue.

F: E’ fuggito dai sotterranei di Barad-dur?

G: Fuggito, o lasciato andare. Lui odia e ama l’anello, proprio come odia e ama se stesso, non si libererà mai del bisogno di averlo.

F: Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

G: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

F: Vorrei che l’anello non fosse mai venuto da me. Vorrei che non fosse accaduto nulla.

G: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi ma non spetta a loro decidere. Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. Ci sono altre forze che agiscono in questo mondo Frodo apparte la volontà del male. Bilbo era destinato a trovare l’anello. Nel qual caso anche tu eri destinato ad averlo, e questo è un pensiero Incoraggiante..”.
Va notato, in questo dialogo, come il sentimento di “pietas” cristiana vada ad integrarsi perfettamente col pensiero, in letteratura tipicamente manzoniano, della Provvidenza, che pervade dunque l’intera opera. Successivamente Gandalf incarnerà il sacrificio e quindi la resurrezione, tornando sotto le vesti di Gandalf il bianco. Altro scambio di battute, anch’esso d’ispirazione cristiana, avviene tra Gandalf e Pipino, durante la battaglia di Minas Tirith:

“PIPINO: Non credevo sarebbe finita così.

GANDALF: Finita? No, il viaggio non finisce qui. La morte é soltanto un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi lo vedi.

PIPINO: Cosa, Gandalf? Vedi cosa?

GANDALF: Bianche sponde, e al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora.

PIPINO: Beh, non é così male.

GANDALF: No. No, non lo è”.


Ovviamente in tal caso si allude all’al di là, ed alla vita terrena come fase di passaggio. Ma lo stampo cristiano dell’opera prende un risvolto interessante anche nelle forze del male che, in quanto dotate di parola e quindi di coscienza – ed il concetto è definitivamente esplicato nella scena della bocca di Sauron, inspiegabilmente presente soltanto nella versione estesa de “The return of the king” – sono intese non come male assoluto ed inestinguibile, ma male fondato su una scelta morale, proprio in quanto dotato della facoltà di parola. A rifinire, deliziosamente, l’interpretazione cristiana di “The lord of the ring”, c’è un certo citazionismo dantesco, a partire dalla struttura in tre film (come quella del romanzo), per poi arrivare ad Arwen, la donna (in realtà appartenente alla razza degli elfi) angelicata – nel film interpretata dalla splendida Liv Tyler – che rinuncia all’immortalità del corpo per avere la possibilità di amare, unica via, quindi, per l’immortalità dell’anima-.

Abbiamo visto come in “The lord of the rings” le interpretazioni siano molteplici e mutevoli, e come lo scontro tra bene e male si vada arzigogolando in analisi storiche, sociali e filosofiche, per terminare con una sintesi – d’ottimismo poetico leopardiano – in cui il bene, in maniera squisitamente platonica, si fonde e si confonde nella bellezza.

Antonio Romagnoli
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lunedì, settembre 01, 2014

EL SICARIO-ROOM 164

 El Sicario Room 164
di Gianfranco Rosi
Italia, Francia, 2010
genere, documentario
 

 

Con un titolo da film dell'orrore il festival di Locarno rispolvera il Gianfranco Rosi meno famoso, quello che prima di Venezia si era fatto conoscere per film che andavano a cercare lo loro verità lontano dall'Italia. "El Sicario, Room 164" ci porta oltre oceano, e precisamente a Jerez, cittadina messicana a ridosso della frontiera americana dove avviene l'incontro con il sicario del titolo, organizzato da Rosi attraverso la mediazione del giornalista Christian Bowden, autore dell'articolo apparso su Harper's Bazar che ha ispirato il regista. Vestito di nero, e con un retina dello stesso colore a coprirgli la faccia, il protagonista del film si muove nella camera d'albergo evocando sinistri presagi. L'argomento d'altronde non è dei più invitanti, considerando che la conversazione con l'inquietante interlocutore entra nei dettagli di un lavoro tanto cruento quanto fuori dal comune. Ingaggiato dai cartelli del narcotraffico, l'uomo senza nome si presta al gioco interpretando la parte di chi è abituato a prendere di petto le situazioni. Per lo più seduto, al centro della stanza, e con in mano una biro utilizzata per fermare sul blocknotes i passaggi più importanti del suo discorso, il sicario non si lascia pregare; fornisce dettagli, illustra metodologie di lavoro, e soprattutto disegna organigrammi da cui a emergere è il patto di mutuo soccorso tra i mercanti della morte e i burocrati del potere, allineati in uno scambio di reciproche cortesie, finalizzate ad alimentare una ricchezza dai confini illimitati.

 

Apprendiamo quindi del reclutamento all'interno dell'accademia di polizia, dove, al termine di ogni corso, almeno cinquanta elementi entrano a far parte dell'organizzazione malavitosa con compiti diversificati e ritagliati sulle qualità dei singoli individui. Oppure dei rapimenti organizzati con la collaborazione delle forze dell'ordine, impegnate a rendere sicura l'area nella quale, successivamente, verrà compiuto il sequestro di persona, e anche il funzionamento di struttura verticista, assicurato dalla totale dedizione degli anelli più bassi della catena, disposti a tutto - per esempio a vivere in clandestinità, rinunciando per anni a qualsiasi contatto con i propri familiari- pur di soddisfare i desideri del Boss di turno. Ma la cosa più sorprendente accade quando il protagonista, forse spinto dal retaggio che individua nell'iperattivismo l'antidoto per i rimorsi di coscienza (ma sesso droga e alcool sono i palliativi più comuni per mettere a tacere i sensi di colpa), si alza in piedi, e inizia a mimare i gesti della violenza, quelli che, attraverso le sevizie di indicibili torture (praticate indistintamente a uomini e donne, e' bene dirlo) gli permettevano l'assolvimento del compito. Un esibizione di macabra efficacia, con la scena del delitto riportata in scena dalla seduta spiritica organizzata, fuori campo, dall'ineffabile regista.

 

In un film del genere il compito più difficile era quello di rimanere imparziali e di raccontare le nefandezze del protagonista senza permettere al giudizio di spezzare l'incantesimo di un'immediatezza che riempie lo schermo di energia e sensazioni. Rosi ci riesce, grazie a un dispositivo semplice ma studiato nei minimi particolari, che lavora dentro e fuori lo schermo. Nell'inquadratura, spogliando le immagini di qualsiasi appeal estetico, ma anzi, facendo emergere una dimensione di quotidiano - derivato dall'anonimato della camera d'albergo - che associata alla drammatica eccezionalità del racconto produce il conseguente straniamento. Fuori dallo schermo, e nei riguardi dello spettatore, organizzando il racconto orale come un vero e proprio soliloquio, con le domande del regista eliminate dal montaggio, e la voce del sicario a rappresentare l'unico elemento di "umanità" presente all'interno del film. Prodotto sui generis nella filmografia dell'autore, "El Sicario Room 164" è arrivato in dvd (e in tv) senza prima passare per il grande schermo. 
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Locarno)
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ONE ON ONE

One on One
di Kim ki Duk
con Dong-seok Ma, Young-min Kim, Yi-Kyeong Lee, Dong-in Jo
Corea del Sud
anno, 2014
genere, drammatico
durata, 122'

Dopo la pausa coincisa con una lunga crisi creativa ed esistenziale, Kim ki Duk sembra tornato quello di sempre. Dalla  vittoria del leone d'oro (Pietà) infatti, il regista coreano ha ripreso a girare con i ritmi che gli sono piu congeniali,  realizzando  tre film in altrettanti anni.  Una vitalità che ha preso in contropiede i nostri distributori, capaci di reagire con un'uscita casuale e frettolosa, organizzata proprio a ridosso di quel festival che aveva rilanciato le ambizioni del regista. Certo “One On One”, come tutte le opere di questa nuova fase del cineasta coreano è, per i tempi che corrono, un film “impresentabile”, non tanto per la durezza dei suoi contenuti, ne per il fatto di presentarsi senza l’appeal di una star cinematografica.

Il peccato originale di Duk è quello di attenersi a un copione in cui il sangue e la violenza non sono esibiti ma solo necessari. Nel suo ultimo lavoro, a scatenare il caos è l’uccisione, senza apparente motivo, di una giovane ragazza. A contendersi la partita gli assassini della donna, agenti di un agenzia governativa, e il gruppo paramilitare che si assume il compito di restituire il maltolto, obbligando i criminali a confessare il delitto tra torture d’ogni genere.

Coerente con le caratteristiche di un cinema cha ha perso sensualità e afflato mistico in favore di una rappresentazione materialistica e metropolitana, Duk chiude ogni possibilità di fuga ai suoi personaggi, con riprese che sembrano imprigionarli dentro il campo filmico, e con immagini che, escludendo qualsiasi apertura ad alternative paesaggistiche che non siano quelle degli interni in cui si svolge la vicenda,  soffocano qualsiasi illusione di felicità . Di fronte a un’ esistenza aberrante (la morte della ragazza rimarrà senza un perchè) e a una società ingiusta, il pessimismo di Duk da vita a un teatro dell’assurdo dove gli uomini sono ridotti a fantasmi ( tutti i personaggi vivono sotto mentite spoglie) e in cui,  paradossalmente - per la peculiarità di “Moebius” che invece era praticamente muto- l’unica parvenza di umanità è lasciata alla parola, e al grido di sofferenza di cui essa si fa paladina. Tra percosse fisiche e verbali, il nichilismo di “One On One” ha un solo difetto: quello di farsi irretire dalla sua stessa negatività, con la brutalità attraverso cui si rapportano i personaggi  che finisce per saturare ogni altra possibilità di variazione narrativa . La drammaturgia del film ne risente. Ripetitività e manierismo sono dietro la porta.






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venerdì, agosto 29, 2014

DOGTOWN AND Z-BOYS (II)


di: Stacy Peralta
USA - Documentario
2001 - 90 min


Seconda Parte

Quello di Jay Adams, ad esempio. Tredicenne super biondo ed esile, sguardo corrucciato quanto beffardo; interprete personalissimo di un modello imprevedibile e sorprendente, in grado di portare al limite estremo piroette eternamente sul filo di concludersi nello smacco della caduta: mini 'silver surfer' metropolitano, in maglietta, calzonacci e scarpe di gomma. Leggero, silenzioso, preciso e indifeso, come può esserlo l'epitome persino ovvia di quel portento talmente naturale da essere quasi involontario ma del tutto inerme una volta enucleato dal suo elemento naturale (Adams e' l'unico dei Z- boys a non avere con calcolo "messo a frutto" le proprie doti, allontanandosi pian piano dai riflettori e apponendo nome e cognome in esergo al già corposo cast della grande-tragedia-americana a suggello di una parabola spezzatasi troppo in fretta per via di abusi di alcool e droghe a fatica arginati). Non a caso, le sequenze relative ai suoi azzardi anti-gravitazionali sono di preferenza contrappuntate dalla chitarra e dalla voce di Hendrix: "There goes ezy, ezy rider/ riding down the highway of desire/He says the free wind takes him higher/Tryin' to find his heaven above/But he's dyin' to be loved" ("Ezy rider"). E: "You know, you're a cute little heartbreaker/Foxy/You know, you're a sweet little lovemaker..." ("Foxy Lady"). O, di contro, quello di Tony Alva - alto, longilineo ma piuttosto prestante, testa castana riccioluta e piglio strafottente - caratterizzato da una non comune combinazione di potenza di spinta, perfetta distribuzione del peso e insospettabile scioltezza muscolare e tempestività di riflessi. E, più o meno in uno slargo intermedio fra i due, quello dello stesso Peralta - californiano 'doc', complessione regolare, incarnato chiaro, lineamenti efebici, capelli giallo-ananas lisci, lunghi, tronchi sulle spalle, da ragazzina petulante: occhi chiari abbastanza da confermare un'altra mezza dozzina di stereotipi, eppure di difficile decifrazione a causa di uno sguardo assai vispo cui sembra non sfuggire nulla - composto, sempre disinvolto, agile pure negli snodi più complicati. Meno energico di Alva e meno estroso di Adams ma puntuale ed elegante, a rendere palpabile l'ipotesi di una specie di "classicità" innata, predisposta pero' ad evolversi e a rimodularsi man mano che si esprime.


L'affermarsi di un canone inedito, l'imporsi di qualunque "sentiero nuovo", e' spesso il frutto inaspettato e magico della concatenazìone di avvenimenti indipendenti da un esplicito atto volontario, la cui eventuale tenacia nel perseguirlo, pero', e' come se, alla lunga, brigasse a predisporre gli eventi su una certa linea. Chiaro che non si parla di una regola scolpita su chissà quale marmo nobile; d'altra parte, se e' vero che non sempre e non tutto va a finire in malora, diventa sensato affermare che un'estate particolarmente siccitosa - oltre a far serpeggiare il panico nelle carni molli dei pezzi grossi di un sostanzioso spicchio di California e aver fatto fibrillare un po' le statistiche circa la microcriminalità e il vandalismo - porto' con se' anche il secondo grande rivolgimento all'interno del piccolo universo dello 'skate', ulteriore crinale fra un prima e un dopo, che vide di nuovo lo Z-Team ballare al centro del palcoscenico. Tra le non poche fissazioni ascrivibili all'"amico americano" (non solo abbiente), c'è di sicuro quella che stagna nel cortile di casa perfettamente pareggiato dal tagliaerba almeno fino a quando non s'aggruma attorno al progetto di costruzione di una piscina privata. In piena arsura e con l'acqua razionata, i-buchi-a-mattonelle-celesti della California del Sud, in quell'estate dei Settanta, si svuotarono ben presto, lasciando il posto a strani reperti di archeologia para-industriale nella foggia di discariche domestiche a cielo aperto. Il nesso era evidente, se non altro all'occhio ricettivo di uno 'skater': la buona novella era li' che andava messa alla prova. Comincia così il tour (illegale: pur sempre di violazione di domicilio, si trattava) delle vasche abbandonate delle zone nei dintorni di Venice e, con ogni probabilità, l'inserto più intimo e più affascinante dell'intero lavoro di Peralta. Sulle prime, non sembra accadere granché: ragazzini mezzi nudi e abbronzati fanno su e giù, avanti e indietro, sul lastricato di una piscina preventivamente ripulita e asciugata. Qualcosa, pero', a guardar bene, si nota. Rannicchiati o in piedi sulla tavola, i gesti si sono ridotti all'osso; si sono fatti essenziali, fin quasi all'astrazione, come già pronti per un''affiche' pubblicitaria o un dipinto. Scorrevolezza assoluta, cioè; pressoché nessuna frizione o forzatura: filamenti inerziali invisibili a rincorrersi, ad intrecciarsi nell'aria, e poco altro. Tutto che appare morbido, intimamente collegato da un'energia profonda e calma, tanto presente e viva quanto indifferente alla necessita' di manifestarsi, come se, ad un certo punto, un pugno di adolescenti fosse "semplicemente" entrato nella dimensione di un peculiare moto perpetuo ("Senza pensieri, senza pena" - A.Rimbaud -). Anche in questa breve reiterazione e' il commento musicale che viene in soccorso al tentativo sincero ma nulla esclude fallace di dare concretezza e forma razionale a qualcosa in bilico tra rivelazione e suggestione. In altri termini: se le parole possono essere inadeguate, mai chiave interpretativa fu più "logica" ed efficace del "liquido sonoro" di "Us and Them" dei Pink Floyd a scivolare fra una geometria e l'altra: "Up and down.../And in the end it's only round and round and round...". Da questo istante, creare "scherzi" mai visti diventa sul serio un gioco. Alva, per dire, prende prima ad insinuarsi poco al di sopra di un faretto d'illuminazione (sul fianco di una vasca piuttosto larga) e un tanto al di sotto del bordo, di li' a poco imitato dagli altri. Quindi - col resto del gruppo ad incrementare il medesimo slancio - comincia a rasentare il bordo vero e proprio, staccando in aria due ruote dal profilo. Al giro successivo, ecco che ne sospende tre, lasciando lo 'skate' in equilibrio su una sola ruota. Infine, abbandona del tutto i limiti fisici della piscina, piegato a fisarmonica sulla tavola, le mani aggrappate al centro dell'attrezzo: assistiamo, nel caso, all'ideazione - o, come ha sottolineato lo stesso Alva, alla reinterpretazione - dell'"aerial trick".


Il 1975 e' l'anno in cui si compie il disastro in Vietnam, mentre ancora non e' stato nemmeno pre-digerito il grosso boccone del Watergate, con annesso contorno di un Presidente caldamente invitato a togliersi dai piedi. Buttando un occhio al Cinema, escono, tra gli altri, "Barry Lyndon", "Lo squalo", "Killer élite", "Nashville", "Qualcuno volo' sul nido del cuculo". Eppero' e' anche, nel suo piccolo, l'anno in cui lo Zephir Team si presenta al Campionato di Skate di Del Mar (Ca) e sconvolge il mondo della tavola-a-ruote. Riviste e telecamere cominciano a riportare sempre più di frequente notizie riguardanti una combriccola di giovanissimi che maneggia/padroneggia lo 'skate' come nessun altro. E' il momento dell'onore delle cronache e dell'emergere netto di ciò che la compattezza dell'insieme celava nell'indistinto: le sfumature dei caratteri, le inclinazioni della personalità, le ambizioni, le ritrosie. Alva e Peralta si dimostrano da subito più pronti degli altri a farsi gestori in prima persona di quella che adesso chiameremmo "immagine". Irruente il primo, accorto e dotato di una qual sollecita dimestichezza organizzativa, il secondo, i due prendono, attraverso un programma serrato di esibizioni, interviste, promozioni di accessori e lancio di proprie linee di abbigliamento e attrezzatura, a scalare i vertici di uno sport di nicchia ma, in quel frangente, riproiettato verso l'espansione, quindi suscettibile di rivalutazione in campo industriale prima, in quello finanziario poi. E' il successo, come si dice in questi casi. Ed e' - come non fa che ripetersi in altrettanti - la fine. Lo Z-Team tende sempre di più a diventare un marchio. Fatalmente le strade dei singoli, un po' alla volta, si separano. Ci si vede meno e quasi senza scampo in occasioni ufficiali. A fianco di coloro che paiono in grado di valutare e (sempre in apparenza) controllare il "nuovo corso", ci sono quelli (Adams) che non sanno o non vogliono mettersi li' ad imparare la "piega" imposta dai domatori del circo di massa. Altri ancora che, banalmente, restano ai margini perché poco coinvolti o poco interessati. E' un po' l'eterno scontro fra il "principio di piacere" e quello "di realtà" che pure il lavoro di Peralta, a tratti, tradisce, raccontando questo strappo decisivo per manciate d'immagini molto convenzionali, al limite della didascalia da rotocalco sportivo, quasi che la smagliante successione di quinte sempre diverse - gare, trofei, pose per foto, conferenze stampa, 'happening' promozionali et. - rimontata e riordinata bastasse a scongiurare e - a posteriori - a rimuovere, l'esiziale carico di dispersione che tale concorso di circostanze aveva innescato. Cionondimeno, le cose non erano più le stesse ("Quando i sentimenti non c'entrano più tanto, si da al denaro molta più importanza" - E.Hemingway -). E non lo ridiventeranno. Alva e Peralta proseguiranno le loro carriere assecondando - tra ovvi alti e bassi - la buona inerzia inaugurata a Del Mar. Alva crea una propria etichetta di 'skate' e abbigliamento personalizzato: ad oggi figura per consenso unanime tra i migliori 'skaters' di tutti i tempi. Peralta assembla una squadra, partecipa a diversi film sullo 'skateboard'; si fa notare anche nella serie "Charlie's Angels", finendo poi col dedicarsi alla sceneggiatura e alla regia. Molti cambieranno casa e lavoro; qualcuno continuera' a costruire tavole. C'è chi proverà a tirare avanti, chi se la passera' male e chi - senza clamore - farà altro. Magari, forse, e' anche per questo che rivedere Jay Adams - appena scomparso ("I've been first and last/Look how the times goes past/But I'm all alone at last" - N.Young, "Old man" -) - sfrecciare chino sul suo 'skate', mentre lentamente attorno a lui oggetti e corpi via via assumono le tonalità acide di una serigrafia di Warhol, somiglia molto da vicino non all'eventualità di assistere alla sospirata realizzazione di un'utopia negletta - ne sono state fraintese fin troppe, di utopie - quanto alla sottile e rara impertinenza di un proposito che ha trovato il modo di spogliarsi dei suoi orpelli più triti e consolatori e, depositandosi poco a poco, di punteggiare in maniera persistente di variopinti e flessuosi e inconsueti brandelli di se' ("Love lost, such a cost/Give me thing that don't get lost..." - N.Young, id. -) quel bizzarro e misterioso punto interrogativo che chiamiamo realtà. "Life is (really) better in the sun".

TFK

Fine
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giovedì, agosto 28, 2014

STILL THE WATER

Still the Water
di Naomi Kawase
con Makiko Watanabe, Hideo Sakaki, Jun Murakami
Giappone, 2013
genere, drammatico
durata, 110'

Nel ciclo naturale della vita ogni cosa ha inizio e fine. “Still the Water” si nutre di questa consapevolezza, accostando la morte di uno sconosciuto all'eterno ritorno delle onde marine che  restituiscono quel cadavere. il film è appena cominciato, eppure da quel momento la telecamera di Naomi Kawase non mancherà di sottolineare i passaggi più importanti  della storia, mettendoli a confronto con la bellezza dello scenario in cui i protagonisti della storia, cercano di lenire il dolore che li affligge. Per motivi diversi infatti, i due innamorati sono costretti a sperimentare le conseguenze di una perdita che, se nel caso di Kaito assume le forme "istituzionali" dell’avvenuto divorzio dei propri genitori, con il relativo trasferimento da Tokio a una delle isole dell’arcipelago giapponese, per Kyoto si colora di tragedia con la notizia dell’imminente morte della madre, colpita da un male che non le lascia speranza.


Partendo dalla certezza del dato fisico e materiale, concretizzato dall’importanza dell’elemento naturale costituito dalle acque dell’oceano in cui Kyoto usa immergersi ancora vestita – a testimonianza della totale integrazione del mare con il resto contesto – la Kawase procede in opposte direzioni: da un lato accentua gli aspetti drammatici della vicenda attraverso un climax emotivo che sembra sempre sul punto di scaturire in qualcosa di più grande; dall’altro mette in moto un meccanismo di sospensione emotiva in cui gli eventi decisivi manifestano significati che superano l’umana comprensione, e in cui la poesia del quotidiano si sposa con l’accettazione della finitezza della natura umana. In questo modo il film a poco a poco transita su un piano che si potrebbe definire ancestrale (la figura del vecchio saggio scelto come testimone esterno agli avvenimenti raccontati è emblematica), con il senso del mondo che sembra rivelarsi all'interno di immagini in bilico tra sogno e realtà.


Poetico e filosofico, “Still the Water”, nonostante la profondità dei suoi significati non smette mai di raccontare, assumendo la fisionomia di un romanzo di formazione che diventa anche altro quando, attraverso la ritrovata armonia con l'ambiente circostante, rilanciata dalle immagini in cui Kaito e Kyoto nuotano finalmente insieme nella profondità del mare, si trasforma in un messaggio di speranza per un paese ancora in lutto per i fatti di Fukushima. 
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mercoledì, agosto 27, 2014

Film in sala da Giovedì 28 Agosto 2014


MUD
di Jeff Nichols
con Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Michael Shannon, Sam Shepard
2012 USA - Drammatico- 130 min

IL FUOCO DELLA VENDETTA
Out of the Furnace
di Nicholas Stoller
con Christian Bale, Zoe Saldana, Woody Harrelson, Casey Affleck,
Willem Dafoe, Forest Whitaker, Sam Shepard
2013 GB/USA - Thriller - 116 min

UNDER THE SKIN
di Jonathan Glazer
con Scarlett Johansson, Paul Brannigan, Robert J. Goodwin, Krystof Hadek
2013 GB - Fantascienza- 107 min

ONE ON ONE
Il-dae-il
di Kim Ki-duk
con Don Lee
2014 Corea del Sud - Drammatico - 122 min

PAZZA IDEA - XENIA
Xenia
di Panos H. Koutras
con Kostas Nikouli, Nikos Gelia, Aggelos Papadimitriou
2014 BEL/FRA/GRE - Drammatico- 128 min

LA RAGAZZA DEL DIPINTO
Belle
di Amma Asante
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson, Miranda Richardson, Penelope Wilton,
Matthew Goode, Emily Watson
2013 GB - Drammatico - 105 min

INTO THE STORM
di Steven Quale
con Richard Armitage, Sarah Wayne Callies, Jeremy Sumpter
2014 USA - Thriller - 89 min

PLANES 2 - Missione Antincendio
Planes: Fire and Rescue
di Roberts Gannaway
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson, Miranda Richardson, Penelope Wilton,
Matthew Goode, Emily Watson
2014 USA - Animazione - 83 min

QUEL MOMENTO IMBARAZZANTE
That Awkward Moment
di Tom Gormican
con Zac Efron, Imogen Poots, Miles Teller, Michael B. Jordan
2014 USA - Commedia - 94 min

THE STAG - SE SOPRAVVIVO MI SPOSO
The Stag
di John Butler
con Andrew Scott, Hugh O'Conor, Peter McDonald, Brian Gleeson, Michael Legge
2013 IRLANDA - Commedia - 94 min
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MUD


”Mud"

di: J.Nichols

con: M.McConaughey, T.Sheridan, J.Lofland, R.McKinnon,
S.Shepard, R.Whiterspoon, M.Shannon, J.D.Baker

Drammatico - USA 2012 - 135’


"Goditi il fiume, figliolo. Goditelo finche' puoi. Il nostro modo di vivere non e' più di questo mondo", sussurra il padre - abiti logori, come disegnati addosso, barba trascurata, dolci occhi stanchi e un'inquietudine senza più parole a strisciare nel cervello - al figlio sullo spartiacque dell'età difficile. Vivere il fiume per tentare di aprirsi ad un più ampio respiro; allontanare il peso greve di esistenze che sembrano perpetuarsi per reiterare gli stessi malanimi, fornire nerbo agli stessi torvi abbandoni e sottrarlo agli affetti, alla comprensione. Con in più il fango ("mud") delle menzogne, mota che insudicia da sempre i giorni ma che a quattordici anni può perfino fare di peggio: renderli insopportabili, come una trappola, nell'illusione - magari inerme, magari sfrontata, non per questo meno stupida - che possano guarire la solitudine tipo una qualunque infezìone o un morso di serpente (qui, un 'mocassino acquatico') scongiurato (poi) in extremis, o il dono interessato di una 45.

Anche in questa sua terza opera, gli occhi di Nichols si soffermano partecipi ma lo stesso ben intenzionati a restare vigili sull'azione delle forze che muovono e spesso sconvolgono nuclei familiari appartenenti a quello sterminato campionario umano che agita la cosiddetta "America profonda" o "altra America". Come già in "Shotgun stories" (2007) e nel successivo "Take shelter" (2011), infatti, e pur con risvolti diversi, l'interazione contrastata che si sviluppa all'interno di microcosmi caratterizzati sempre dalla presenza di giovane o giovanissima prole, e' il punto di contatto e di propagazione di una corrente metamorfica in grado di riverberarsi sulla realtà circostante: un luogo sospeso, questo (le cui risonanze, in un gioco dialettico di reciprocità, si ripercuotono sui destini individuali) fatto perlopiu' di pianure immense e silenziose; di cieli turchesi, all'apparenza imperturbabili (i leggendari "big skies") ma che in un niente possono diventare latori indifferenti di catastrofi simili a quelle che vibrano sottopelle, come se gli uni e le altre fossero da sempre nell'aria e avessero, a ben guardare, una natura comune e un comune punto di rottura. E d'interstatali che, meramente ripartendo ai lati della carreggiata - senza criterio, senza storia, senza futuro - inurbazioni anonime, vasti riquadri di asfalto adibiti a parcheggio per l'eterno consumo avventato e la gioia autistica del capitale e delle merci, 'terrain vague' residuale dove si accumula l'algore dissipativo e detritico della "modernità", più che a vere proprie vie di comunicazione, più che ad arterie che convogliano l'ossigeno del mondo, somigliano a canali privilegiati per la diffusione di un contagio tanto pervasivo quanto oramai sfinito dalla sua stessa bulimica persistenza.

In diretta contrapposizione a tutto questo, guidati dall'istinto selvatico dei loro pochi anni, forti di sguardi aguzzi, esigue parole e pensosi silenzi - armamentario che fa del suo meglio per ovviare alle membra esili per calzoni troppo larghi e magliette bisunte - Ellis/ un più che convincente Tye Sheridan, già incisivo in "The tree of life" di Malick e "Joe" di Gordon Green e Neck (bone)/Lofland, il compagno di sempre (anche lui con la sua brava famiglia a brandelli) scelgono il fiume, il Mississippi (come già la "giovane America" di Tom Sawyer e Huck Finn nell'immaginazione picaresca di Twain) che restituisce loro il suo "limo" migliore, Mud, appunto, (Matthew McConaughey, che pare avere accantonato i ruoli di eterno fidanzato/scapolo riottoso alle lusinghe/incognite della "stabilita'" e quelli dell'avventuriero un po' romantico, un po' spaccone, per concentrarsi sulle vicissitudini di personaggi ambigui e/o tormentati), figura eponima principe dell'"individualismo americano", taciturno e solitario, bugiardo e spavaldo, non estraneo alla violenza ma ligio ad un codice personale - elusivo ma insinuante come il suo accento del Sud -: intimo della "wilderness" quanto diffidente verso le (sovra) strutture che ne mediano il rapporto. Proverbialmente braccato, nel caso per le conseguenze di un amore nato sotto una cattiva stella (Juniper/Whiterspoon) e vissuto - ma e' stato davvero un attimo - sul crinale sdrucciolevole che impasta tenerezza e crudeltà e non esclude tra i suoi effetti collaterali l'omicidio, e in temporaneo esilio su un isolotto a largo del grande fiume, da qualche parte in Arkansas...

Il percorso verso la crescita di Ellis viene ritmato da Nichols sulle tappe - spesso tristi e scoraggianti eppure sempre intrise di una qual impertinenza vitalistica, unico controvalore degno della tentazione impossibile dell'innocenza - delle sue esperienze, delle sue precoci disillusioni, in un abbecedario dell'iniziazione alla vita che assegna a Mud il compito di estensore di una "pedagogia negativa", torbida, spesso adusa alla doppiezza come strumento di sopravvivenza e antidoto alle amarezze, quanto - paradossalmente ma nemmeno tanto - nei fatti più formativa di quella somministrata ad Ellis dalla famiglia, sorta di melma (ennesimo "mud") intrisa di silenzi senza scampo, di rabbie represse, di chiusure illusorie nell'angustia di piccoli mondi interiori inclini all'autocommiserazione, di cui già l'occhio lungo di uno come Blake aveva ammonito di diffidare: "Aspettati veleno dalle acque immobili". D'altro canto, proprio l'atteggiamento ribelle ma leale di Ellis costringe Mud a riavvicinarsi a quella parte di se' adolescente - incostante ma prodiga di slanci - che una quotidianità randagia, la pratica dell'espediente e del cinismo aveva seppellita chissà dove e quasi del tutto soffocata. L'itinerario esistenziale descritto nel film diventa così, in filigrana - saziati i debiti di sangue, recisi o allentati i legami che impacciano - il riempimento di uno spartito per due voci, ognuna delle quali assorbe dall'altra timbri e sfumature preziose, fino a modulare la stessa nota, la più adatta a fare da sottofondo all'ipotesi di un altro futuro: un sorriso.


TFK
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martedì, agosto 26, 2014

UNDER THE SKIN

Under the Skin
di Jonathan Glazer
con Scarlett Johansson, Antonia Campbell-Hughes, Paul Brannigan
Gran Bretagna,Usa 2013
genere, fantascienza
durata, 108'

 
Se non ci fosse la notorietà di Scarlett Johansson siamo sicuri che “Under the Skin" avrebbe trovato una distribuzione italiana?. Chi scrive pensa di no, e la ragione è presto detta. Il film di Jonathan Glazer infatti, pur con una forma che è quella tipica dei film sulle invasioni aliene, con la protagonista caduta sulla terra per far man bassa di vite umane, si sofferma sui topos che hanno reso famoso il genere quel tanto che basta per organizzare lunghi detour sensoriali ma anche geografici, che cercano di rendere dal di dentro le percezioni della malintenzionata visitatrice. E come spesso succede con la materia dell’ inconscio, i tempi si dilatano e le stranezze abbondano.


Se poi contiamo che il regista compie un'operazione di feticismo attoriale, esplorando il corpo dell'attrice con uno sguardo che la prosciuga di qualsiasi emotività a favore di una pura esposizione fisica – con la Johansson che si offre generosamente agli occhi della macchina da presa- allora il gioco è pressochè fatto. Questo non vuol dire che “Under the Skin" sia un film disprezzabile, tutt'altro, perché suggestioni e atmosfere sono di primo livello, soprattutto nella prima parte della vicenda, quando il mistero intorno alla protagonista è ancora fitto, e a parlare per lei sono le invenzioni psichedeliche di un regista che da il meglio di se nella composizione dell’immagine filmica. A mancare è lo spettacolo in senso lato, quello che ci si aspetterebbe dall'etichetta di genere che il film su porta appresso. In questo senso lo spettatore è avvertito.
(pubblicato su dreamingcinema.it)



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lunedì, agosto 25, 2014

LIBERACI DAL MALE

Liberaci dal male
di Scott Derrickson
con Eric Bana, Edgar Ramirez, Olivia Munn
genere, thriller, horror
Usa, 2014
durata, 118' 


Doveva essere una via di mezzo tra "Il braccio violento della legge" e "L'esorcista". Figlio di un progetto ambizioso ancorchè a basso budget, "Deliver Us From Evil" rimanda fin da subito ad atmosfere sinistre e poco illumminate, con figure umane ritratte in movenze animalesce, e habitat che a malapena riescono a mantenere una parvenza di civiltà. 

Quello che colpisce in un film che parte come un thriller e poi diventa un horror, è il supposto ideologico che fa della marginalità e della mancanza di mezzi di susssistenza le caratteristiche di cui il Male si serve per incarnarsi e prendere forma. Sono tutti reitetti, o quasi, gli indemoniati in cui si imbattono Ralph Sarchie (Eric Bana) e il prete sui generis Joe Mendoza (Edgard Ramirez), compagni di sventura catapultati in un caso di possessione demoniaca che rischia di diventare epidemico. Non se la passano meglio i due protagonisti, se è vero che l'uomo di Dio a un certo punto confessa allo sbirro - problematico e violento - di non essere uno stinco di Santo, avendo condiviso il letto e lo sballo con una delle vittime di quella strana faccenda. 



Un pessimismo cosmico a cui, però, come vuole tradizione e anche Hollywood, il regista lascia qualche barlume di speranza nello sciogliersi della diffidenza che inizialmente separa il sergente Sarchie dal suo futuro compagno. Un sodalizio, quello tra Sarchie e Mendoza che avrebbe dovuto essere, e invece non lo è, il fiore all'occhiello di un film dove i ruoli e le interpretazioni sono fondamentali. 


 
Girato in spazi angusti e spesso privi di luce, "Liberaci dal male" viene meno proprio nella costruzione dei personaggi, tratteggiati in modo troppo leggero, con i clichè tipici del genere - qui legati al maledettismo di entrambi i personaggi-  che occupano lo spazio dell'approfondimento psicologico e delle sfumature dei caratteri. Derrickson conferma la sua capacità di restare in bilico tra verità e fantasia con uno stile che mischia realismo documentaristico (gli slum newyorkesi ritratti in un tutta la loro crudezza) e finzione da cinema blockbuster. E ancora, nella sostanziale mancanza di effetti speciali, la bravura di lavorare sugli ambienti e sul fuori campo, per ricavarne la necessaria dose di inquietudine. Questa volta però il risultato è lontano da eccellenze come "L'esorcismo di Emily Rose" e "Sinister".
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venerdì, agosto 22, 2014

CATTIVI VICINI

Cattivi vicini
di Nicholas Stoller
con Seth Rogen, Zac Efron, Rose Byrne
Usa, 2014
genere, commedia
durata,

Sarà perchè è un caposaldo della cultura americana, o più probabilmente per la metafora offerta dalla possibilità di ricomporre in scala ridotta la dimensione psicologica e sociale di un paese altrimenti inafferrabile, sta di fatto che il focolare familiare è stato spesso abitato da storie che ne hanno messo in crisi gli equilibri se non la sopravvivenza. Gli esempi che vengono in mente potrebbero occupare pagine di fogli protocollo ma quello più calzante potrebbe essere offerto da "I vicini di casa" - in americano "Neighbours"- ultimo film di un attore, John Belushi, di cui Seth Rogen, protagonista di questo "Cattivi Vicini" cerca di seguire le orme almeno per quanto concerne la tipologia umana messa in mostra nelle sue interpretazioni. Nel film diretto da Nicholas Stoller, il nostro insieme alla "moglie" Rose Byrne e alla loro figlioletta sono i componenti di una famiglia felice che vede andare in frantumi la propria tranquillità a causa di vicini a dir poco esuberanti. Zac Efron e i suoi amici sono infatti i membri di un sodalizio rumoroso e festante  che sconvolge il vicinato con uno stile di vita all'insegna del motto "sex, drug and rock and roll", costringedo la coppia ad adottare soluzioni drastiche nel tentativo di farli desistere.

Costruito sul modello di commedia demenziale imposta da Jud Appatow, (scuderia da cui Stoller proviene) "Cattivi Vicini" punta le sue fiche  sulla comicità politicamente scorretta del suo protagonista, e sull'effetto straniante prodotto dalla presenza di Efron e della Byrne, normalmente lontani, dal punto di vista dell'immaginario cinematografico, dall'"out of control" di cui Rogen si fa portatore. La sorpresa però ha breve durata, perchè dopo essere stati messi sullo stesso piano del loro debordante collega, ed aver dato prova di sapersi adattare al nonsense in cui questo si  muove, le due reclute  non riescono a salvare il film dalla routine di una storia che si limita a ripropone i cliche propri del genere, con party alla Animal House e virilità da bamboccioni, condite come sempre dalla solita dose di cattiverie politicamente scorrette. La morale sarebbe quella di dimostrare che nessuno è perfetto, non distinguendo più tra buoni e cattivi, ma alla fine la mancanza di dialettica tra i contendenti e una sceneggiatura tutt'altro che memorabile ha come unico risultato l'assoluto anonimato dell'operazione. Anche come aperitivo della stagione cinematografica che sta per riaprire i battenti, "Cattivi vicini" non si dimostra all'altezza del compito.

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DOGTOWN AND Z-BOYS (I)


di: Stacy Peralta
USA - Documentario
2001 - 90 min


- A Jay Adams (03. 02. 1961 / 14. 08. 2014) -

"America calls,
I must go.
Oprah saviour,
I feel that low".

- Porcupine Tree -


E' difficile non riconoscere che parecchi dei modi in cui ci figuriamo l'America - al di la' del quanto e del come l'abbiamo frequentata - sono influenzati dal concetto (e dalle immagini che esso si porta dietro) di abbondanza, nel senso delle opportunità più varie che da quella terra sembrano scaturire come da una miracolosa sorgente sotterranea e che, corroborando le donne e gli uomini che la abitano - le loro ambizioni, i sogni e, perché no ?, le loro paure, gl'incubi più inconfessabili - mettono in fila idee, bizzarre ossessioni, producono oggetti, mode. In generale, reiterano scarti antropologici - quindi culturali - dando una mano non da poco alle prospettive di sopravvivenza del Sogno Americano.

In realtà, se ciò e' vero, lo e' in parte. E forse nemmeno, a ben vedere, per la parte più rilevante. A dire che la vitalità sociale americana, la sua in apparenza inesauribile capacita'/ostinazione di reinventare ogni volta se stessa - i propri simboli, i propri traguardi, le proprie manie/debolezze - dipende in maniera decisiva da una forza che lavora lontana dalla grande ribalta della Storia, nutrendosi di suggestioni, di slanci, d'ingenuità di primo acchito inconsistenti, vaghi o irrilevanti - se non addirittura velleitari o autolesionistici - ma che a volte riesce a coagularsi al punto da esprimersi compiutamente, andando ad incidere sul presunto "corso principale degli eventi" e, soprattutto, a rimanervi impressa, a durare davvero. E ciò in virtù di una sorta di "orgoglio minoritario" coltivato spesso ad un passo dalla dissoluzione sociale e dall'abbandono morale; di una emarginazione intransigente, in cui la voglia di riscatto non può mai essere del tutto disgiunta da una quasi feroce fedeltà a se stessi, alle proprie radici (reali o presunte, il risultato non cambia), a ostinazioni grandi o piccole purtuttavia tenaci - l'amicizia, di fondo, ma pure la precisione e la bellezza del gesto fine a se stesso, la spregiudicatezza e l'azzardo come gioco che non viene a noia, la febbre di esperienze e la frenesia dissipatoria della giovinezza.


Questo, per sommi capi, l'universo umano-fisico, psicologico, immaginifico, emulsionato da un documento come "Dogtown and Z(ephir) boys" del californiano Stacy Peralta, centrato sulle vite di un gruppetto di ragazzini (Peralta incluso) che nel cuore degli anni Settanta ha trasformato quell'affascinante, misticheggiante, americanissima stranezza che e' lo 'skateboard' in una delle più riuscite sintesi della cultura giovanile di massa. "Life's better in the sun" sembra sussurrarti dietro alla testa ogni fotogramma di quest'opera premiata più volte al Sundance, come uno dei tanti adagio buttato li' per scherzo magari su una spiaggia o arrivato da chissà dove al tavolo di un 'diner' tra una montagna di patatine e un frappe' al cioccolato. O, ancora, scivolato sopra un soffice praticello di college - e, certo, forse con la stessa estemporaneità destinato a finire tra le capaci mascelle di qualche mastodonte del marketing - eppure testardo abbastanza per trasformarsi ciononostante da ritornello dispettoso a piccola scheggia di "sottocultura", a dire nell'altra faccia - termometro sotterraneo, paradigma inconscio, immancabile compagno di strada - di quell'infatuazione/ossessione tanto americana che e' il "talento". La lingua e' quella di certe giornate di mezzo Maggio in cui tutto - sul serio e più ancora se hai dodici, quindici, sedici anni ("oh, sweet sixteen !") e sei un tipo curioso - pare a portata di mano, con la luce a diffondersi sulle cose striata di un'indulgenza ancora non sospetta, di dorate trasparenze seducenti appunto perché ingannevoli. Il cielo chiaro, come fatto di bruscoli turchese, che ha l'aria svagata di uno che si diverte perché ha appena scoperto che non e' poi così male essere sfaccendato (pari pari quella che ti sei ritrovato addosso dopo l'ultima "piega" - una bella curva larga che non finiva mai - il mondo zitto e calmo a srotolartisi dietro le spalle): ogni respiro più semplice e più morbido del vento tiepido che sfiora le palme altezzose dei boulevard e il "sentimento del deserto" un'espressione senza senso in bocca ad uno che probabilmente ha solo dormito male. Tutto ciò tenendo sempre ben presente che stiamo parlando di un particolare tipo di universo umano stratificato e in perenne convulsione quale e' quello americano in cui possono convivere, spesso gomito a gomito e quasi come se niente fosse, schegge di realtà in apparenza inconciliabili, tipo l'aderenza quasi inconscia ad un quotidiano sagomato a misura di un materialismo tanto ossessivo quanto istituzionalizzato e lo slancio, altrettanto ancorato al profondo, di sfuggirvi attraverso - ad esempio - una multiforme, imprevedibile, sovente pittoresca, ricerca della spiritualità. Stesso discorso per il denaro, "divinità" idolatrata pressoché acriticamente, nessuna più di lei implacabile, capricciosa ed esigente - vite forgiate, indirizzate, "spese", alla sua ricerca e (ovviamente effimero) possesso - autorita' prima, motore-delle-cose da far, comunque, in qualche modo, entrare in relazione con le giravolte, le contorsioni dei sentimenti personali e degli affetti, e così via...


N ella seconda meta' degli anni Sessanta il surf si era avviato con decisione oltre i limiti che circoscrivono i gesti e l'attitudine mentale di una disciplina sportiva, intraprendendo la codificazione - per il tramite di un fitto intreccio di rimandi simbolici, disparate suggestioni "filosofiche" e formali, istanze di fondo da sempre tentate da atteggiamenti anticonformisti e anti-sistema - di una vera e propria "religione laica" ["We will be conscious of our sanctity/That ripens as we develop.../Of our roots,/Beautiful roots/Because they are under the surface/Of our charm"//("Saremo coscienti della nostra santità/Che matura mentre sviluppiamo.../Delle nostre radici, /Radici stupende/Perché nascoste sotto la corteccia/Del nostro charme") - D. Thomas -], con i suoi riti (cavalcare/domare ma "sentire"/compenetrarsi con il Mare/Natura nella forma delle sue onde più alte e più lunghe); i suoi luoghi "consacrati" (un certo numero di particolari spiagge in giro per il mondo); le sue figure di riferimento nel ruolo di officianti speciali di un culto iniziatico precluso ai "normali" (i campioni - di varie nazionalità - in gamba al punto da distinguersi sia per la dedizione verso ciò che assurge a rango di vera e propria regola interiore, sia per la capacita' di innovare, magari impercettibilmente ma sistematicamente, i dettagli più minuti di uno stile che, come scopo ultimo, deve tendere alla fusione perfetta di forza e leggerezza, spavalderia e fluidità, competizione col rischio/preservazione dell'incolumità e suprema grazia). In parallelo - e su una scala solo quantitativamente inferiore - lo 'skateboard', cugino prepubere, diciamo così, del surf, condivide con il più vistoso parente lo stesso spirito di sfida agli elementi (ecco qui riaffiorare uno dei tratti distintivi dell'"homo americanus"); l'identica "presunzione" di protrarre in una serie d'"infiniti minimi" l'illusione della giovinezza in guisa di bolle di tempo perfettamente autosufficienti perché separate dal corso monotono dell'ordinarieta', sfoggiando, in aggiunta, una sorta d'ingenuità involontaria che in parte riassorbe la componente atletica per trasfigurarla in una dimensione ideale, quasi favolistica (miriadi di Peter Pan che "volano" su una tavola a rotelle...).


P eralta, esponente di punta dello Zephir-Team - assieme a Craig Stecyk, ennesimo rappresentante atipico di una certa fauna a stelle-e-strisce, a meta' fra acuto osservatore di tendenze della più spicciola quotidianità a prima vista insignificanti e narratore idealista di comportamenti insoliti o marginali (suoi gli articoli specialistici che agli albori dei Settanta intorno al nuovo evoluire dei Z-boys richiamano all'attenzione generale lo 'skate', semi-morto e semi-sepolto da poco meno di un decennio); assemblatore frenetico di conglomerati linguistici ed estetici eterogenei in potenza atti a produrre una sintesi coerente ed originale (tipo un'inedita grammatica, anima gemella di un'iconografia aggressiva, i contorni di entrambe le quali imbevute di arte povera, di graffitismo, di slogan e micromitologie nate e cresciute in ristrette comunità suburbane, come che sia sempre e comunque immediatamente riconoscibili, in modo da solleticare il volubile gusto giovanile) - racconta il suo partecipato "soul mining" e quello dei compagni di avventura con una punta di comprensibile autoindulgenza nostalgica ma pure col sincero trasporto di chi vuole trasmettere - anche se "solo" per immagini - l'entusiasmo spontaneo e, per quel suo semplice bastare a se stesso, a momenti sprezzante, di una parentesi irripetibile, sorta di "primavera sacra" che segna, da un lato, il precoce passaggio alla maturità di un pugno di ragazzini pressoché tutti provenienti da famiglie proletarie e "difficili"; dall'altro, l'invenzione e il successivo affinamento di movenze agonistiche che prima non esistevano e che avrebbero posto le premesse per la posteriore ridefinizione in chiave "moderna" del surf-a-rotelle. Peralta fa questo attraverso l'utilizzo di molti materiali di repertorio e di (presumibilmente) un corposo archivio privato - fotografico e filmico - con sagacia montato secondo il ritmo nervoso di un'alternanza di dichiarazioni 'ad hoc' rilasciate da alcuni componenti del gruppo originario - Tony Alva, Jay Adams, Peralta stesso, Bob Biniak, Jim Muir, Shogo Kubo, Wentzle Ruml, Peggy Oki et, nonché dai "fratelli maggiori", istruttori, consiglieri spirituali, costruttori di tavole, coordinatori della banda, Skip Engblom e Jeff Ho - impegnati a ricollegare i fili sparsi delle proprie origini e della propria passione, e istantanee in movimento, persino al limite del fotogramma-per-fotogramma, delle discese, delle curve, dei piegamenti, dei salti, delle giravolte, dei "surfisti sull'asfalto" (per intendersi, l'insieme dei cosiddetti "tricks", alla lettera "trucchi" intesi come "giochi di abilita'", ma pure, e sembra davvero su misura, "scherzi"): il tutto che congiura abilmente per dare vita ad un interessante connubio tra gli esperimenti fotografici sulla cinesia umana di Muybridge e le variazioni cromatiche e spaziali legate alla velocità dei Futuristi.


N ato nei tardi Cinquanta come trastullo forzoso per surfisti orfani del proprio 'ubi consistam' d'elezione (sul settore di costa californiano teatro della vicenda di Peralta e co., le onde migliori scemano dopo le dieci del mattino. Era quindi giocoforza diventato impellente, per mantenere alto il livello di adrenalina e divertimento, "inventarsi" qualcosa o reinventarlo), lo 'skate' macina i suoi primi chilometri a mo' di miniaturizzazione diretta dell'attività madre. "Surf a rotelle", allora, s'e detto, da praticare più o meno ovunque, a qualunque ora del giorno, nei vicoli e nelle strade asfaltate, preferibilmente disegnate come piani inclinati. Stringendo il campo, alla congiunzione fra Santa Monica Sud, Venice e Pacific Ocean Park (detto POP), sorge la Dogtown del titolo, sobborgo, ai tempi della nostra storia in avanzato degrado, che aveva conosciuto, una manciata di anni prima, un effimero periodo di gloria quando la contagiosa bizzarria e il senso del bislacco dell'indole americana s'erano ripromessi di metter mano all'area meridionale di Venice con l'intento di cavarne una via di mezzo tra il luogo di villeggiatura e il parco giochi ("Il fulgido, aurato spettacolo della California.../Terre bagnate d'un'aria più dolce e preziosa, più sana, vallate e picchi montani.../Una razza formicolante, operosa, che si stabilisce e si organizza ovunque.../Popolose città, le più recenti invenzioni, i vapori dei fiumi, le ferrovie, le molte fattorie rigogliose, le macchine/E legno e grano e uve, e i terreni auriferi" - W.Whitman -). Qui i futuri Z-boys, amici da sempre, masticano poco i libri scolastici. Più che altro fanno surf e lo fanno molto bene. Logico, di conseguenza, che integrando gli sforzi su un altro "tavolo da gioco" in breve affiori un'idea tanto semplice quanto spericolata - perseguita, tra l'altro, di puro istinto e per cocciute sperimentazioni sul campo - : trasferire "di peso" l'armamentario dinamico del surf (postura, equilibrio, spinta del baricentro) - in specie il bagaglio tecnico del fuoriclasse hawaiano Larry Bertlemann - dall'oceano alla strada, ossia sullo 'skate'. Operazione a prima vista banale, se non fosse che fino a quel momento la pratica corrente s'era limitata ad un numero esiguo di combinazioni che non andavano molto al di la' dello slalom tra ostacoli posti ad una determinata distanza e di una risicata cerchia di manovre; e che la natura stessa delle soluzioni possibili in piedi su una tavola a mollo tra le onde, non poteva prescindere - al momento di spostarsi sulla terraferma - da un totale cambio d'impostazione da parte di colui che intendeva completare quello spostamento, virando la teoria in prassi. In altre parole: 'surfers' e 'skaters', come accennato, di certo erano parenti e sovente indossavano uno i panni dell'altro ma non erano chiamati a fare esattamente la stessa cosa. A conforto dei secondi e di una specialità - e' bene ribadirlo - il cui esercizio dalla meta' degli anni Sessanta era andato via via riducendosi fin quasi a sparire, interviene un cambiamento che ha tutti i crismi della rivoluzione e che, come spesso accade nelle rivoluzioni, ha a che fare con la materia e i suoi manufatti: cominciati i Settanta (1972) un surfista della costa Est, Frank Nasworthy, escogita ruote composte di Uretano - un derivato del petrolio - a sostituzione di quelle in commercio fatte di pasta argillosa, in perenne conflitto con le asperità e le trappole dell'asfalto. E' la luce ["The waves grew sleepy - breath - did not/The winds - like children - lulled/Then sunrise kissed my chrysalis -/And I stood up - and lived -"//("Le onde si assopirono - il respiro - no -/I venti - come bambini - si quietarono - /Poi l'alba bacio' la mia crisalide -/E io mi alzai - e vissi -") - E. Dickinson]. Si guadagna subito in velocità, in aderenza, in stabilita'. Cominciano ad essere praticabili fantasie e angolazioni un attimo prima confinate all'iperbole. Si riduce drasticamente la distanza che separa lo scorrimento continuo nell'acqua da quello vincolato dall'attrito sulla terra: per lo Z-team, in particolare, l'avvento delle ruote in Uretano (modello Cadillac) e' paragonabile alla leggendaria leva con cui sollevare il mondo. Peralta, a sottolineare lo scarto, incalza l'occhio con una serie di rapidissimi frammenti colorati o in b/n in cui si susseguono e non di rado si sovrappongono le traiettorie di Adams, Muir, Biniak, Alva e soci, ognuna di esse caratterizzata - al netto delle singole "interpretazioni" - dalla tendenza a stare molto bassi e compatti sulla tavola e a conservare ad ogni passaggio, ad ogni inversione, il massimo di fluidità possibile nella realizzazione della sequenza. Nascono gli "Z-boys". E' nato uno stile.

TFK

- parte prima -
(tra una settimana la seconda parte)
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