giovedì, gennaio 24, 2019

IO - SOLO SULLA TERRA


Io – Sola sulla terra
di Jonathan Helpert
con Margaret Qualley e Anthony Mackie
USA, 2019
Fantascienza, Distopico
durata, 96’


Immaginate una terra desolata, aspra di vita e arida di emozioni, governata da tempeste nocive per l’uomo e da città-fantasma ricoperte da rampicanti. Un futuro (forse neanche troppo lontano fra l’altro) dove il riscaldamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte dell’uomo abbia preso una piega irreversibile da troppo tempo. Un mondo che mette l’umanità in quarantena come un virus da eliminare nel più breve tempo possibile.
Immaginate ora uno scienziato e sua figlia Sam, fra i pochi rimasti sulla terra a cercare di trovare un rimedio mentre tutto il genere umano migra in un’unica soluzione verso nuovi pianeti e verso nuove opportunità.

Questo è “Io – Sola sulla terra”, il nuovo film distopico della piattaforma Netflix diretto da Jonathan Helpert (regista 36enne Parigino per la seconda volta dietro una cinepresa di un lungometraggio).

La prima impressione che si ha visionando il film è quella di essere alle prese con una rivisitazione del film di animazione “WALL-E”: in questo caso non ci sono robot a scandagliare la terra in cerca di vita, ma soltanto l’intelletto e la perseveranza di una giovane scienziata innamorata del proprio lavoro e del suo pianeta da cui non riesce a separarsi.


La spedizione Exodus è lì che la aspetta da tempo: porterà lei e le sue convinzioni al sicuro su una delle lune di Giove chiamata “Io”, un pianeta gemello della terra dove il genere umano ha deciso di ricominciare da 0.
Fra Sam e la nuova colonia però si intromette Micah (Anthony Mackie, il supereroe “Falcon” della Marvel), uno sconosciuto che piomba – letteralmente – sull’area di ricerca della giovane scienziata e che finirà per condividere con lei i momenti finali della sua ricerca.

La pellicola è abbastanza piacevole, lenta al punto giusto ma sicuramente troppo scontata: si ha sempre l’impressione infatti di sapere con esattezza dove il film andrà a parare. E se la scena finale sembra aprire ad un qualche tipo di interpretazione, lasciando lo spettatore in bilico fra sogno e realtà, “Io – Sola sulla terra” nel complesso però non aggiunge nulla di nuovo a questo genere, rimanendo nel limbo dei tanti film distopici low-budget adatti (per gli amanti del genere) a passare una serata tranquilla e forse a nulla più.
Lorenzo Governatori


mercoledì, gennaio 23, 2019

PIXAR. 30 ANNI DI ANIMAZIONE




Si è da poco conclusa, presso il Palazzo delle Esposizioni, a Roma, la mostra dedicata all’universo creativo della Pixar e alla celebrazione dei suoi 30 anni di animazione.

Grazie alla raccolta del materiale conservato da registi e creatori delle storie prodotte dalla Factory americana i curatori dell’edizione italiana Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei hanno realizzato una mostra molto interessante, non solo per gli appassionati.

La prima sezione che si incontra è quella dedicata ai cortometraggi, a testimonianza dello spirito innovatore e innovativo della Pixar. Essi rappresentano i primi passi mossi dalla casa di produzione nel vasto mondo del cinema e incarnano pienamente il puro stile dell’animazione, riuscendo a sintetizzare i concetti di “personaggio”, “storia” e “mondo” che, nel corso del tempo, si sono evoluti (grazie anche, e soprattutto, all’avanzamento tecnologico, del quale la Pixar fa ampio uso). Oltre alla possibilità di vedere un cortometraggio, nella medesima sala sono presenti anche le bozze che hanno portato alla creazione di personaggi e storie come, ad esempio, quelle di “Le avventure di André & Wally B.” e modellini dei personaggi principali, uno su tutti la lampada Luxo Junior, cioè quello che oggi tutti conoscono come il logo della casa di produzione.


Nella sala adiacente, poi, è possibile capire come viene costruito un film d’animazione, quali sono i passi da seguire  e come si arriva al prodotto finito. Ogni singolo elemento che compone un film della Pixar è analizzato e studiato nei minimi particolari. Tutto ciò che lo compone si unisce per formare quello che sarà un prodotto talmente preciso da far quasi dimenticare che si tratta di un film d’animazione. Quando si parla di “ogni elemento che compone un determinato personaggio, oggetto, etc” ci si riferisce veramente ad ogni singolo aspetto, a partire dalla musica, sulla quale lavora un compositore che scrive una colonna sonora strettamente connessa con quelli che sono i temi musicali e i livelli emotivi del film, per poi passare agli effetti sonori, che devono essere interamente creati da un sound designer, il quale realizza effetti sonori per qualsiasi cosa sia possibile udire, dai passi al vento, da un fischio ad un cigolio per poi missare il tutto insieme, tenendo sempre presente l’emozione di quella data sequenza. Accanto alla musica c’è, poi, anche la creazione dei personaggi da parte del regista e del production designer, al quale fa seguito il “blueprint”, cioè il progetto che i modellatori digitali prendono come riferimento per creare i modelli dei personaggi al computer. Parallelamente viene realizzata anche una maquette, cioè un modello tridimensionale in argilla del personaggio in questione, per permetterne una visualizzazione da tutte le angolazioni. Altro elemento non di poco conto sono i dialoghi e la loro registrazione che occorre fare prima che gli animatori inizino a lavorare sul film, dal momento che, proprio in base alle parole e al tono di voce, verranno sincronizzati i movimenti e le varie espressioni.


Oltre, poi, alle varie sezioni dedicate interamente ai vari film d’animazione che hanno fatto la storia della Pixar, da “Ratatouille” a “Up”, da “Gli Incredibili” a “Inside Out”, solo per citarne alcuni, con relative bozze, maquette e progetti, all’interno della mostra italiana è presente un’esperienza cinematografica particolare: l’Artscape. Attraverso ciò lo spettatore è completamente immerso in questo universo e riesce a vedere e comprendere cosa significa realizzare un film Pixar con i disegni che si animano allo stesso modo in cui si sono animati in passato per i creatori dei lungometraggi.

Da sottolineare poi anche la sezione dedicata allo zootropio, una forma di intrattenimento molto popolare alla fine del XIX secolo, grazie alla quale, facendo ruotare velocemente una sequenza di immagini dentro un cilindro si poteva ottenere l’effetto del movimento e, quindi, la base dell’animazione. All’interno della mostra si può vedere, in una versione moderna rispetto a quella del dispositivo originario, questo movimento attraverso i personaggi di “Toy Story” e “Toy Story 2”.

Al termine di quello che è, letteralmente e fisicamente, un tuffo nel mondo Pixar si comprende che non si può definire un film d’animazione come una semplice sequenza di immagini in movimento, ma come qualcosa in più. Infatti la creazione di una storia è un processo lungo e complesso, al quale lavora, per molto tempo, un team specializzato e attento a curare ogni minimo particolare. Ed è come se la mostra fosse parte integrante di questo bellissimo processo creativo.
Veronica Ranocchi

GLASS

Glass
di M. Night Shyamalan
con Bruce Willis, James McAvoy, Samuel Lee Jackson, Sarah Paulson
USA, 2019
genere, drammatico, fantascienza
durata, 129'



La realizzazione di un progetto come quello di Glass non era quella di offrire al regista la possibilità di tornare alla qualità dei suoi primi film. La posta in palio stava nel riuscire a competere con i film della Marvel e della DC Comics pur investendo cifre notevolmente inferiori. Gareggiando nell'ambito di un cinema che penalizza le sfumature - facendo della confezione la sua arma vincente - , Shyamalan realizza un hero movie per adulti, in cui quest’ultimo vocabolo segnala non tanto la profondità dei contenuti - accattivanti si ma piuttosto scontati e risaputi - quanto l’assenza dell’estetica digitale in cui oramai si riconosce la maggior parte del pubblico giovane e che invece non appartiene a quella dei loro genitori.

Tenendo conto delle caratteristiche del regista, capace di dare il meglio di se quando si è trattato di lavorare sul fuori campo (Signs, Unbreakable, The Village) e invece fallimentare laddove è stato necessario fare il contrario, sciorinando budget ed effetti speciali (L’ultimo dominatore dell’aria, After Heart), Glass non può, e forse non vuole (la risposta la sa solo Jason Blum) dare in pasto allo spettatore una messa in scena virtuale come quella utilizzata dagli artefici di Acquaman, pronti a tutto pur di confermare l’immaginario sensoriale in cui sono quotidianamente immersi i maggiori fruitori di questo tipo di prodotti. Nel film di Shyamalan non ve n’è traccia ed è proprio sulle conseguenze di tale assenza che Glass si gioca la scommessa della propria riuscita al botteghino.
Carlo Cerofolini

domenica, gennaio 20, 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (Italia, 1965)

LA DOULEUR


La Douleur
di Emmanuel Finkiel
con Melanie Thierry. Benoit Magimel
Francia, 2019
genere, drammatico
durata, 127'


La scommessa di Emmanuel Finkiel, regista di La Douleur, non era cosa di poco conto. Va bene che dietro il dolore della protagonista si cela quello vissuto da un monumento della cultura francese come Marguerite Duras, trasposto nel romanzo da cui il film prende il nome e passi pure il fatto che la storia, ambientata nella Parigi della resistenza all’occupazione nazista e le deportazioni nei campi di sterminio offrono di per sé una materia drammaturgia e affabulatoria già consolidata e capace di non lasciare indifferenti anche chi non è propenso a mettere a nudo i propri sentimenti. I quesiti sulla riuscita di La Douleur stavano altrove, e per esempio nell’intrattabilità di una scrittura come quella della Duras, per nulla disposta a farsi irretire da strutture  narrative classiche, e perciò abituata a fare a meno dei normali riferimenti spazio temporali, nella pagina come sullo schermo, sostituiti da flussi di coscienza in cui nel caso specifico ad andare in scena non è solo l’afflizione di Marguerite per l’assenza del marito ma anche il senso di colpa per un destino più fortunato di altri. 

Nel cercare un compromesso tra il dentro e il fuori e quindi tra la cronaca dei fatti, sviluppati attorno al tentativo di Marguerite di salvare il marito con l’aiuto di un membro del partito collaborazionista (Benoit Magimel) innamorato di lei - inserto che occupa la prima parte del film, la più canonica anche nel dare visibilità  alla messa in scena del periodo storico - e il labirinto psicologico che fa da contraltare all’attesa del responso sul destino del coniuge, coincidente con la sezione più introspettiva del lungometraggio, Finkiel riesce a raffreddare l’elemento emotivo (amplificato dai riferimenti alla concomitante tragedia dell’olocausto) attraverso l’utilizzo della voce fuori campo. 

Così, se da una parte questo espediente riesce a penetrare la maschera di dolore di Marguerite, immergendo lo spettatore nell’abisso interiore in cui precipita la donna, dall’altra il fatto di filtrare la realtà attraverso  l’intelletto permette al regista di prendere le distanze dal dramma contingente, collocandolo in una prospettiva di razionalità che in qualche modo consente alla donna di ritagliarsi attimi di tregua rispetto al dolore che l’attanaglia, al film di evitare le accuse di strumentalizzare l’emotività dei suoi contenuti. La Douleur non lo fa anche per le asperità - nella sua usufruizione - derivate dal fare delle immagini il punto d’incontro tra lo sguardo dello spettatore e l’anima della protagonista, quest’ultima segnalata da sequenze fuori fuoco e visioni extracorporee di matrice psicoanalitica. A dare volto e corpo ai pensieri dalla scrittrice francese l’intensità raccolta di una bravissima Melanie Thierry.
Carlo Cerofolini


sabato, gennaio 19, 2019

L'AGENZIA DEI BUGIARDI


L’Agenzia dei bugiardi
di Volfango De Biasi
con Giampaolo Morelli, Massimo Ghini, Alessandra Mastronardi, Paolo Ruffini, Carla Signoris, Herbert Ballerina, Diana Del Bufalo, Paolo Calabresi
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 90’



“L'Agenzia dei Bugiardi”, film di Volfango De Biasi, ha come protagonisti il seduttivo Fred (Giampaolo Morelli), l'informatico Diego (Herbert Ballerina) e lo stagista narcolettico Paolo (Paolo Ruffini). La SOS Alibi è un’agenzia che fornisce alibi ai propri clienti secondo un refrain che recita "Meglio una bella bugia che una brutta verità." Ma le bugie hanno le gambe corte: per contrappasso Fred si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), estrema sostenitrice della sincerità e la situazione precipita quando Fred scopre che il padre di Clio (Massimo Ghini) è un suo cliente, che vuole nascondere alla moglie, Irene (Carla Signoris), il suo tradimento con Cinzia (Diana Del Bufalo). Proprio in una vacanza in cui si incontreranno tutti i protagonisti reggerà un alibi “perfetto” per ricomporre tutti i frammenti del puzzle caduti a terra?

Remake di un film francese campione di incassi nel 2017 titolato “Alibi.com”, L'Agenzia dei Bugiardi” ripropone il tema dei tradimenti e delle bugie per coprire gli stessi. A colpi di pochade si snoda la storia, tra gag e equivoci che strappano sorrisi nello spettatore. In linea con lo stile dei cinepanettoni, assistiamo a infedeltà multiple, stanze di hotel e andirivieni da una stanza all’altra con gente nascosta negli armadi e coincidenze mostruose. La piacioneria di Giampaolo Morelli e l’esperienza di Massimo Ghini, ci catapultano nel mondo della commedia all’italiana. Tentando di farci riflettere sui rapporti personali e la loro vera o presunta serietà. Peccato che nel finale tutto si concluda col solito classico cliché:  le “vittime” sono sempre le donne, mogli o fidanzate, mentre gli uomini sono i soliti traditori bugiardi, Peter Pan e stupidi. Ma che improvvisamente si pentono e  - non si sa come – si rinnamorano del loro partner. Un film che desidera solo collocarsi sui binari di un’ora e mezza di spensierata visione. Forse un po’ troppo semplicistica della realtà.
Michela Montanari

venerdì, gennaio 18, 2019

ATTENTI AL GORILLA


Attenti al gorilla
di Luca Miniero
con Frank Matano, Cristiana Capotondi, Claudio Bisio
Italia, 2018
genere: commedia
durata, 93’


Lorenzo è un avvocato matrimonialista che, dopo la separazione dalla moglie Emma, ha perso tutto: la custodia dei tre figli, la bella casa sulla Costiera amalfitana e lo studio prestigioso; perciò ora pratica nel retrobottega dell'estetista Concita. Dopo una gita allo zoo, l'avvocato decide di difendere i diritti di un gorilla che soffre le costrizioni della sua gabbia e il giudice, riconoscendogli lo status di "persona non umana", concede al primate il trasferimento in Africa. Tale trasferimento però dovrebbe essere a spese del difensore, e dunque lo squattrinato Lorenzo decide di tenersi il gorilla in casa, di nascosto dalle autorità e dalla ex moglie, nell'appartamento che condivide con l'amico mammone Jimmy.
Se questa premessa appare molto complicata e poco credibile, il resto di “Attenti al gorilla” non è da meno: anzi, aggiunge incessantemente implausibilità a frenetiche svolte narrative.
Da un lato la scarsa attinenza con la realtà dell'insieme è la parte positiva di questa commedia. Ma il troppo stroppia, e il cumulo di assurdità impilate senza sosta, porta a un finale che più che un crescendo comico diventa un guazzabuglio narrativo.
Tra i più adatti alla progressione lunare degli eventi sono i personaggi di Lillo Petrolo e Diana Del Bufalo, mentre ottimi attori come Francesco Scianna e Cristiana Capotondi rimangono incastrati nell’incoerenza dei loro personaggi. Frank Matano si muove all'interno di questo caos con caratteristica impermeabilità, mentre a Claudio Bisio, che dà la voce al gorilla protagonista, non viene concessa l'occasione di fare vera satira sul paragone fra uomini e animali: non basta infatti qualche timido accenno allo ius soli e all'accoglienza agli immigrati nel nostro Paese, per non parlare delle molestie sessuali, cui si fa riferimento in una battuta di pessimo gusto, per portare avanti una linea narrativa polemica davvero divertente.

I dialoghi restano così sempre al di qua della comicità tour court, come se ne avessero paura, e il risultato è che l’occasione offerta di raccontare gli umani attraverso lo sguardo critico e ironico di un primate che rappresenta un grado più avanzato nella scala evolutiva viene sprecata in funzione di un bisogno di compiacere un pubblico che, forse, si immagina troppo pigro per cogliere riferimenti alti.
Riccardo Supino

giovedì, gennaio 17, 2019

CITY OF LIES - L'ORA DELLA VERITÀ


City of Lies - L'ora della verità
di Brad Furman
con Johnny Depp e Forest Whitaker 
USA, 2018
poliziesco, biografico
durata, 112’


“Tupac Shakur e Notorious B.I.G. sono tornati!”.
È questo che si potrebbe pensare in principio dal trailer e dalle anticipazioni di “City of Lies”, il nuovo film del regista Brad Furman (l’ultima volta al cinema con il film “The Infiltrator” nel 2016) con Johnny Depp e Forest Whitaker.
Quello che si scopre però, una volta seduti sulle comode poltrone della propria sala preferita, è che la storia dei due rapper in realtà è solo la cornice: il quadro è un bel ritratto del detective Russel Pole (Johnny Depp…serve aggiungere altro?) – ovvero il poliziotto che seguì l’assassinio di Notorius – dipinto dalle “mediocri” mani del giornalista Darius Jackson (Forest Whitaker, vincitore dell’oscar come miglior attore nel 2006 con “L’ultimo re di Scozia”) alle prese con un’inchiesta giornalista da terminare.

Va detto subito che non bisogna considerare in maniera negativa la quasi marginalità lasciata a Tupac e Biggie Smalls nel racconto, anzi…la pellicola in realtà è la trasposizione cinematografica del libro “LAbyrinth” scritto da Randall Sullivan ed incentrato proprio sulla storia del detective in pensione ossessionato dal caso di Christopher Wallace che non è riuscito a concludere.
Mettendo per un secondo da parte quindi l’eterna faida da East Coast e West Coast e le accuse reciproche di cui si è parlato molto negli anni riguardo presunti tradimenti e complotti, il film è la ricostruzione degli ultimi mesi di vita del poliziotto Russel Pole. Partendo dalla visita inaspettata di un giornalista, il quale riaccende come una scintilla pazza l’ossessione di Pole, la storia viene sviluppata attraverso un racconto e diversi flashback: da un lato infatti c’è lui, il vero protagonista della storia che ripercorre i dubbi e le teorie sviluppati durante gli anni di indagini che hanno portato però (o hanno dovuto portare, il passo è breve) ad un nulla di fatto; dall’altro invece c’è Jackson, giornalista desideroso di scoprire la verità e di rifarsi dopo aver seguito una pista sbagliata per un suo pezzo riguardante proprio l’assassinio di B.I.G..

Caratterialmente i due sembrano somigliarsi molto: tenaci, testardi ed un po’ borderline con le regole e gli ordini dei propri superiori. Il detective è un fuoco di fascine che brucia avidamente consumando lentamente tutto l’ossigeno attorno; a volte sembra perdersi nel labirinto delle sue ossessioni, prima di mostrare la verità (o presunta tale) allo spettatore e di rivelarsi per il bravo investigatore che è stato.

Se da un lato però è da apprezzare il lasciar fuori tutta la teoria della faida fra coste, la pellicola è comunque forse troppo ricca di eventi e di rimandi ai due rapper, e quindi non proprio facilmente “digeribile” per un neofita della storia. Difficile poi valutare in maniera positiva la prova di Johnny Depp, il quale dà continuamente l’impressione di non essere a suo agio con la parte (è nota a tutti inoltre la denuncia ai suoi danni per aggressioni sul set che ha bloccato l'uscita in America per qualche settimana).
Un film comunque consigliato a tutti i nostalgici delle due leggende rap che possono così esaminare anche un altro punto di vista che forse prima non avevano mai considerato: quella della polizia.
Lorenzo Governatori


lunedì, gennaio 14, 2019

BENVENUTI A MARWEN

Benvenuti a Marwen
di RobRobert Zemeckis
con Steve Carell, Leslie Mann. 
USA, 2018
genere, biografico
durata, 116'


Tratto da una storia vera, il nuovo film di Robert Zemeckis, “Benvenuti a Marwen”, racconta la vita dell’artista e fotografo Mark Hogancamp, il quale, nel 2000, è stato aggredito da un gruppo di uomini che lo hanno sentito pronunciare, da ubriaco, che gli piaceva indossare delle scarpe da donna. Il pestaggio è stato così violento da ridurre Hogancamp in coma per più giorni, facendogli perdere la memoria, la capacità di camminare e anche di disegnare. Per far fronte a ciò, di cui non ha memoria, Mark si rifugia in una sorta di realtà parallela, creata attraverso delle bambole, alle quali fa vivere delle vere e proprie avventure che richiamano i fatti che gli sono realmente accaduti. Questa “realtà” si chiama Marwen, un villaggio fittizio nel quale si svolgono le varie avventure e disavventure di Hogie (alter ego dell’artista) insieme a delle donne, che altri non sono che le donne reali che ruotano intorno al protagonista, avendolo aiutato durante la terapia e che continuano, in qualche modo, ad aiutare. Marwen si rivela, però, essere bersaglio di vari nazisti che sembrano intenzionati a far fuori Hogie e chiunque gli sia particolarmente vicino.

La storia, un continuo alternarsi tra realtà e finzione, è rappresentata in maniera originale e sperimentale: Zemeckis ricorre, infatti, a performance capture e CGI (computer-generated imagery) per mostrare al pubblico tutto ciò che succede (più o meno realmente) a Marwen. Non è solo la mente dell’artista che crea le varie dinamiche tra i personaggi, ma anche lo spettatore si ritrova completamente immerso in questo viaggio straordinario, all’interno di quella che ha tutte le carte in regola per essere considerata una realtà parallela.

Ciò che emerge dal film di un regista che ha già optato per queste tecniche particolari e al quale piace mescolare caratteri, generi e quant’altro di sperimentale a tutti gli effetti (basti pensare a Forrest Gump, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Polar Express, etc) è un omaggio e una lode alla figura femminile. E’ la donna la vera eroina della storia, anzi di entrambe le storie. Nella vita reale, per trovare la forza di rialzarsi (non solo fisicamente), Mark ha bisogno di varie donne; allo stesso modo anche Hogie, senza il supporto delle sue donne, non potrebbe sopravvivere a Marwen.
Forse un po’ troppo pretenziosa l’idea di realizzare un film del genere facendo ricorso a questo tipo di sperimentazione che poteva essere omesso per concentrarsi solo ed esclusivamente sulle dinamiche che vedono coinvolto un bravo Steve Carell, nel ruolo di Hogancamp, e gli altri personaggi.
Nonostante ciò il risultato è più che soddisfacente perché pone il pubblico su due livelli diversi di visione e, quindi, su due modi uguali, ma distanti di guardare uno stesso soggetto.
Veronica Ranocchi

NON CI RESTA CHE IL CRIMINE


Non ci resta che il crimine
di Massimiliano Bruno
con Alessandro Gassmann, Gianmarco Tognazzi, Marco Giallini, Ilenia Pastorelli
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 102'


Ci deve essere puzza di bruciato nella commedia nostrana se capita sempre più spesso di assistere a viaggi nel tempo come quello proposto dal nuovo lungometraggio di Massimiliano Bruno. Così, dopo quello settecentesco organizzato da Genovesi per il ritorno dei “suoi” moschettieri a resuscitare dall'oblio sono la famigerata banda della Magliana e soprattutto i mitici anni ottanta, quelli che oltre alle scorribande da western metropolitano dei suddetti malavitosi furono teatro dell’inaspettato trionfo degli uomini di Enzo Bearzot ai mondiali di calcio spagnoli. A dare fuoco alle polveri è lo scontento di tre buoni a nulla - Sebastiano, Moreno e Giuseppe (Alessandro Gassmann, Marco Giallini e Gianmarco Tognazzi) -, il cui tentativo di dare una scossa alla mediocrità delle loro vite si traduce nel salto temporale capace di catapultarli nel bel mezzo dell’estate dell’ottantadue, quella delle bandiere tricolore sventolate nelle strade della capitale per festeggiare le vittorie della nostra nazionale (succedeva lo stesso pure negli anni 90 di “Notte magiche”) come pure della costituzione da parte di Enrico De Pedis e dei suoi soci del fantomatico tesoro nascosto nella cripta di una delle chiese più famose di Roma e frutto delle loro tragiche imprese. Sono questi elementi a costruire la griglia entro cui si muove la sceneggiatura, pronta a intrecciare le vicissitudine dei poveri diavoli - pronti a trarre vantaggio dalla situazione scommettendo sui risultati delle partite in corso di svolgimento - con quelle di Renatino e soci, a proprio modo cultori delle vicende calcistiche e dunque intenzionati a ricavare qualcosa dalla visione televisiva dei vari match. Tanto basta infatti a Bruno per innescare una sorta di commedia noir in cui tra una puntata e l’altra i nostri rimangono invischiati nella balorda esistenza dei manigoldi e in quella della pupa del boss,sciantosa e tarantiniana dark lady a cui presta volto e figura un’efficace Ilenia Pastorelli.


Detto dei riferimenti presenti fin dal titolo al “Non ci resta che piangere” dei benamati Troisi e Benigni, a cui il film fa riferimento nell’’escamotage del cortocircuito spazio temporale e nelle conseguenze dei suoi paradossi così come nei toni farseschi della tragedia di “uomini ridicoli”, “Non ci resta che il crimine” risolve da par suo i costi e la complessità della ricostruzione ambientale, lasciata più all’insieme dei dettagli (costumi, taglio di capelli, jubox di hit musicali dell’epoca) che alla grandeur visiva (sostituita dalla prevalenza di scene girate in interno e da una buona dose di scene notturne), concentrandosi soprattutto su dialoghi e personaggi. Nel primo caso cercando di far convivere tic e battute con la volontà di riscrivere la storia di quegli anni e dunque di farne il vettore di leggerezza e buon umore senza rinunciare a raccontare a proprio modo una stagione della nostra Storia, nell’altro, scommettendo sulla possibilità di utilizzare in chiave comica un soggetto reale e drammatico come quello rappresentato da una delle figure più  importanti della criminalità capitolina, facendo di De Pedis (Edoardo Leo) e company dei corpi tutti da ridere. Un progetto ambizioso (come d’altronde lo erano quelli di Virzi e Genovesi) e comunque delicato poiché alla pari di serie come “Gomorra” che nel filmare le gesta dei loro villain finiscono per accentuarne i tratti più romantici e romanzeschi (con quello che ne consegue in termini di emulazione) “Non ci resta che il crimine” doveva riuscire a farli brillare mantenendone inalterata la valenza negativa. In questo Bruno e i suoi sceneggiatori sono bravi, mettendoli alla berlina anche quando (Tarantino docet) si tratta di impugnare una pistola e sparare a bruciapelo al malcapitato di turno.

Parte della riuscita del film deriva dal paesaggio caricaturale e dalle maschere che fanno da sfondo alla vicenda, le cui espressioni deformate e grottesche riescono a essere il giusto contraltare all’innocua goffagine dei tre amici. Qualche dubbio invece è dato dalla consistenza dell’impianto generale poiché nell’intento (ipotetico) di riuscire a fare ciò che non era riuscito con “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ovvero di trasformare il film nella puntata pilota di una saga dedicata alle avventure Guaglianone e Menotti - autori del soggetto e pure della sceneggiatura insieme a Bruno e Andrea Bassi - sembrano più interessati a mettere le basi di un possibile futuro narrativo piuttosto che adeguare i contenuti ai tempi di una storia auto conclusiva. In quella di “Non ci resta che il crimine” tutto sembra essere rimandato alla prossima puntata (elusiva in questo senso è la sequenza finale), anche le idee, che nel film in questione vengono sempre meno tanto più ci si allontana dall’espediente iniziale.
(ondacinema.it)
Carlo Cerofolini 

giovedì, gennaio 10, 2019

VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITÀ


Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità


di Julian Schnabel
con Willem Dafoe, Oscar Isaac e Mads Mikkelsen
USA, Francia, 2019
genere, biografico, drammatico
durata, 110'


Quando un regista decide di portare sullo schermo il ritratto di un'artista non è raro che ad andare in scena sia il transfert consumatosi nella sovrapposizione tra la propria vita e quella altrui. In questo senso l'inizio di "At Enernity's Gate" sembra confermare questa ipotesi. Al centro del film, infatti, c'è lo smarrimento di Vincent Van Gogh di fronte agli esiti della propria opera e la stasi del dubbio che precede la grande "fioritura". Le prime immagini non a caso ci presentano il pittore lontano dai pennelli e ancora ignaro degli strabilianti risultati che ammiriamo nei musei di tutto il mondo. Sostenuto economicamente dal fratello Theo, che gli permette di supplire alla perenne mancanza di denaro, il protagonista è un uomo estraneo al proprio habitat e a un'epoca incapace di apprezzare la rivoluzione insita nella sua opera. Attraversato da una tensione che la spinge a un costante rapporto con il paesaggio naturale, l'arte di Van Gogh trova nella campagna provenzale la condizioni per il compimento di un viaggio che coinvolge spirito e sensi, portando il pittore, dopo molti tormenti e non poche esitazioni, a trovare soluzione alle proprie domande. 

Da questo punto di vista "At Eternity's Gate" è un biopic anomalo in quanto a dispetto dei codici di genere il film di Schnabel non è per nulla propenso a raccontare il personaggio attraverso gli eventi più salienti della propria biografia. Approfittando della fama del pittore, di cui è pressoché impossibile non essere a conoscenza di vita e opere, e nella consapevolezza di confrontarsi con un soggetto iper frequentato (solo lo scorso anno sono usciti due lungometraggi ad esso dedicati), il regista riduce al minimo indicazioni di tipo cronologico o toponomastico, evitando di cadere nella tentazione - altrove molto frequente - di ricostruire sotto il profilo storico e del costume l'epoca a cui Van Gogh è appartenuto, ove si eccettuino le sequenze dedicate alla tormentata amicizia con Paul Gauguin (a cui presta il volto Oscar Isaac). Attagliata al carattere di un personaggio estraneo ai rituali dell'esperienza mondana e propenso a circoscrivere l'universo materiale all'interno di un cerchio ristretto di uomini e cose, tale scelta non solo ne rispecchia l'attitudine, ma permette al regista di non disperdere le forze, per concentrarsi esclusivamente sulla personalità e sul modo di sentire del pittore. 

Detto che il percorso del protagonista potrebbe essere stato simile a quello effettuato dal regista per ritrovare il proprio cinema, "At Eternity's Gate" ce lo restituisce nella sua versione migliore, riprendendo il discorso che il tonfo di "Miral" - uscito nel 2009 - aveva bruscamente interrotto. Così, se "Lo scafandro e la farfalla", girato nel 2007, aveva rappresentato una svolta nella carriera del regista, quella che gli aveva fatto vincere svariati premi, permettedogli di sdoganarsi da uno stile fin troppo compassato e didascalico per rendere merito all'anticonformismo della sua persona (la spropositata dimensione dei lavori realizzati nel campo dell'arte ne sono uno dei tanti esempi) a quella forma si rifà il regista per rendere l'universo di Van Gogh. Alla pari di Jean-Dominique Bauby - paralizzato da un incidente che gli ha lasciato solo il movimento della palpebra per comunicare - anche Vincent trova nello sguardo e nei sensi la maniera per sfuggire alla prigione del corpo, e come nel film del 2007, anche quello di oggi è destinato a trasformare lo schermo in un caleidoscopio di sensazioni e sentimenti ottenuti con un approccio impressionista e fenomenologico.

Dal suo canto, Schnabel ne approfitta per liberarsi da convenzioni e filologia, facendo un ritratto così personale dell'artista olandese, al punto da farlo parlare per la maggior parte in inglese (anche se sappiamo che il nostro conosceva il francese, l'inglese e il tedesco) e di affidarne l'interpretazione a un attore (Willem Defoe, alla pari del suo alter ego, un artista del proprio campo e in questo frangente favorito per la vittoria del premio di categoria) anagraficamente più vecchio (Van Gogh morì a 37 anni mentre Defoe supera i sessanta). Ma la misura della verosimiglianza è data dal modo in cui "At Eternity's Gate" riesce a rendere l'arte del geniale artista che invece di mostrarla nella maniera più convenzionale, ovvero riprodotta sulla tela dei quadri, ci viene raccontata nel magmatico miscuglio di sensazioni reali e immaginarie che occupano la mente del protagonista. In questa maniera i soggetti delle sue composizioni, cosi come le caratteristiche cromatiche e figurative tipiche del suo disegno, ritornano nella palette dei colori e nella luce utilizzata dalla fotografia di Benoit Delhomme, e ancora nella facce che compaiono di fronte allo sguardo (in soggettiva) del pittore. Meritati gli applausi alla fine della proiezione.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

martedì, gennaio 08, 2019

VICE - L'UOMO NELL'OMBRA

Vice – L’uomo nell’ombra
di Adam McKay
con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell
USA, Gran Bretagna, Spagna, Emirati Arabi, 2018
genere, biografico, drammatico
durata, 132'

Scelta interessante, particolare e tutt’altro che semplice quella compiuta da Adam McKay con il suo ultimo film “Vice – L’uomo nell’ombra”.
La decisione di mostrare la vita e le controverse scelte di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti d’America durante l’amministrazione di George W. Bush, non è sicuramente da sottovalutare. Soprattutto se, per impersonare l’uomo in questione, il regista si affida al camaleontico Christian Bale che riesce, con successo, a indossarne i panni.
Il film inizia negli anni Settanta con un Cheney universitario che riesce ad essere ammesso in un luogo del genere solamente grazie alla brillante fidanzata Lynne. Questo finché, a causa di un comportamento non propriamente idoneo, viene espulso. Se a ciò si somma anche l’arresto a seguito di guida in stato di ebrezza si può ben comprendere l’ultimatum datogli dalla ragazza: o Dick Cheney diventa l’uomo di potere che è in grado di diventare se guidato e istruito costantemente dalla donna o la loro storia può terminare seduta stante. Il giovane opterà, come ben sappiamo, per la prima opzione e i due futuri coniugi diventeranno una vera e propria “power couple” americana.

Naturalmente non filerà tutto liscio fin da subito, i due dovranno tentare di superare diversi ostacoli che si frapporranno ai loro obiettivi, ma ai quali l’astuto Cheney riuscirà a far fronte. Accettare la carica di vicepresidente non era sicuramente qualcosa di ambito, ma lui approfitta del momento, della situazione e della mancanza di capacità del presidente Bush per iniziare ad operare nell’ombra in maniera, molto spesso, più influente del presidente stesso. La sua caratteristica principale è stata, infatti, quella di essere calmo, silenzioso e di non emergere.

Al di là della storia in sé, molto interessante e controversa, ci sono anche una serie di elementi da considerare e citare che contribuiscono a rendere il film un’opera assolutamente da vedere. In primis il ritmo e il montaggio. L’intera narrazione è affidata a una voce over con lo scopo di far trapelare l’idea che a parlare sia un comune americano che, come un qualsiasi spettatore, è costretto a “subire” le decisioni del protagonista. Questo escamotage, così come quello di inserire i titoli di coda a metà, facendoli coincidere con il momento più negativo della carriera di Cheney che sembra quasi portare al suo fallimento, rappresentano alcuni degli elementi più interessanti di un’opera  che mescola finzione e documentario, con il tipico tono da commedia grottesca di McKay.
Il tutto condito dalla brillante interpretazione (attestata dal conferimento del globo d’oro come miglior attore in un film commedia) di un Christian Bale più che credibile, che, per certi aspetti, sembra richiamare il Churchill di Gary Oldman. Che sia di buon auspicio in vista della tanto ambita statuetta?
Veronica Ranocchi

domenica, gennaio 06, 2019

LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI 2018







1.Roma/Alfonso Cuaron

2. Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

3. La forma dell’acqua/Guillermo del Toro

4. Dogman/Matteo Garrone

5. BlaKkKlansman/Spike Lee

6. 3 manifesti a Ebbing, Missouri/Martin McDonagh

7. Hostiles/Scott Cooper

8. L’isola dei cani/Wes Anderson)/Un affare di famiglia/Kore-eda Hirokazu

9. L’uomo che uccise Don Chisciotte/Terry Gilliam

10. A Quiet Passion/Terence Davies



Le classifiche dei redattori



Nickoftime

1.   Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

2.   Mektoub, My Love: Canto Uno/Abdellatif Kechiche

3.   Un affare di famiglia/Kore’eda Hirokazu

4.   Un sogno chiamato Florida/Sean Backer

5.   Lazzaro felice/Alice Rohrwacher

6.   Hostile/Scott Cooper 

7.  Corpo e anima/Ildikò Enyedi

8.  Roma/Alfonso Cuaron

9.  Tre manifesti a Ebbing, Missouri/Martin McDonagh

10. BlacKkKlansman/Spike Lee


Premi

Miglior regia: Alfonso Cuaron (Roma)

Miglior attore: Christian Bale (Hostile)

Miglior attrice: Sakura Andō (Un affare di famiglia)

Miglior sceneggiatura: Alice Rohrwacher (Lazzaro felice)

Miglior fotografia: Alexis Zabe (Un sogno chiamato Florida)

Miglior montaggio: Károly Szalai (Corpo e anima)

Miglior colonna sonora: Jonny Greenwood (Il filo nascosto)

Miglior film italiano: Lazzaro Felice (Alice Rohrwacher)

Miglior opera prima italiana: Zen - Sul Ghiaccio Sottile (Margherita Ferri)

Miglior inedito

Sunset  (László Nemes), Sibel (Guillaume Giovanetti, Cagla Zencirci)

Migliore serie tv: Killing Eve 



Riccardo Supino


1.Dogman/Matteo Garrone

2. La forma dell’acqua/ Guillermo Del Toro Gomez 

3. Lady Bird/Greta Gerwig

4. L’uomo che uccise don Chisciotte/Terry Gilliam

5. The post/Steven Spielberg

6. Hotel Gagarin/Simone Spada

7. Black Panther/Ryan Coogler

8. Chiamami col tuo nome/Luca Guadagnino

9. I, Tonya/Creig Gillespie

10. Tre manifesti a Ebbing, Missouri/ Martin McDonagh


Premi

Miglior regista: Greta Gerwig (Lady Bird)

Miglior attore: Daniel Day Lewis (Il filo nascosto)

Miglior attrice: Sally Hawkins (La forma dell’acqua)

Migliore sceneggiatura: Guillermo del toro Gomez (La forma dell’acqua)

Migliore fotografia: Dan Laustsen, (La forma dell’acqua) 

Migliore colonna sonora: Kendrick Lamar (Black Panther)

Miglior film italiano: Dogman (Matteo Garrone)

Miglior opera prima: The Reunion (Anna Odell)

Miglior opera prima italiana: Hotel Gagarin (Simone Spada) 

Migliore serie tv: Westworld (Jonathan Nolan)



TFK

1. A quiet passion/Terence Davies

2 . First reformed/Paul Schrader

3. L'isola dei cani/Wes Anderson

4. Hostiles/Scott Cooper

5. Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

6.Leave no trace/Debra Granik

7.Un sogno chiamato Florida/Sean Baker

8.La forma dell'acqua/Guillermo del Toro

9. La stanza delle meraviglie/Todd Haynes

10. Avengers: Infinity War/Anthony e Joe Russo


Premi


Miglior regia: Paul Schrader (First reformed);

Miglior  attore: Christian Bale (Hostiles); Daniel Day-Lewis (Il filo nascosto)

Migliore attrice: Cynthia Nixon (A quiet passion); Thomasin McKenzie (Leave no trace)

Migliore sceneggiatura: Sebastian Lelio e Rebecca Lenkiewicz (Disobedience); Aaron Sorkin (Molly’s game)

Migliore fotografia: Janusz Kaminsky (Ready player one); Jakob Ihre (Thelma)

Migliore colonna sonora: Carter Burrell (La stanza delle meraviglie)

Migliore inedito: "Le jeune fille sans mains", di Sebastien Laudenbach; "Hagazussa", di Lukas Feigelfeld; Beast (Michael Pearce); 99 cell block, (S. Craig Zahler)

Migliore  opera prima: Hagazussa (Lukas Feigelfeld)

Migliore  serie TV: Legion



Veronica Ranocchi

  1. Tre manifesti a Ebbing, Missouri/Martin McDonagh
2. Roma/Alfonso Cuaron

3. Bohemian Rhapsody/Bryan Singer

4. Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

5. L'isola dei cani/Wes Anderson

6. Tonya/Craig Gillespie

7. La forma dell’acqua/Guillermo Del Toro

8. The post/Steven Spielberg

9. The party/Sally Potter

10. L'ora più buia/Joe Wright


Premi


Miglior regia: Alfonso Cuaron (Roma)

Migliore attore: Rami Malek (Bohemian Rapsody)

Miglior attrice: Frances McDormand (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)
Miglior sceneggiatura: Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)

Miglior Fotografia: Alfonso Cuaron (Roma)

Miglior colonna sonora: Sufjan Stevens (Chiamami col tuo nome)

Miglior film italiano: Dogman (Matteo Garrone)

Miglior inedito: La favorita (Yorgos Lanthimos)

Migliore serie tv: I Medici: The Magnificent / Skam italia



Antonio Pettierre



Roma /Alfonso Cuarón

2.  La forma dell’acqua/Guillermo Del Toro

3.  BlackKklansman/Spike Lee

4.  L’uomo che uccise Don Chisciotte/Terry Gilliam

5.  Un affare di famiglia/Hirokazu Kore’eda

6.  Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

7.  I segreti di Wind River/Taylor Sheridan

8.  Hostiles/Scott Cooper

9.  Dogman/Matteo Garrone

10.Corpo e anima/Ildikó Enyedi


Premi


Miglior regia: Alfonso Cuaron (Roma)

Miglior attore: Christian Bale (Hostiles)

Miglior attrice: Sally Hawkins (La forma dell’acqua)

Migliore sceneggiatura: Guillermo del Toro, Vanessa Taylor (La forma dell’acqua); Hirokazu Kore’eda (Un affare di famiglia)

Migliore fotografia: Alfonso Cuaron (Roma)

Miglior film inedito: November (Rainer Sarnet)

Migliore colonna sonora: Terence Blanchard (BlacKkKlansman)

Miglior film italiano: Dogman (Matteo Garrone)

Miglior opera prima: They (Anahita Ghazvinizadeh)



Lorenzo Governatori



1) Roma/Alfonso Cuaron

2) BlacKkKlansman/Spike Lee

3) Dogman/Matteo Garrone

4) Don't Worry/Gus van Sant

5) Sulla mia pelle/Alessio Cremonini

6) Il filo nascosto/Paul Thomas Anderson

7) Senza lasciare traccia/Debra Granik

8) Hereditary/Ari Aster

9) First man/Damien Chazelle

10) Chiamami con il tuo nome/Luca Guadagnino


Premi


Miglior regia: Alfonso Cuaron (Roma)

Miglior attore: Christian Bale (Hostile) 

Miglior attrice: Toni Colette (Hereditary)

Migliore sceneggiatura: Spike Lee (BlaKkKlansman)

Migliore fotografia: Pawel Pogorzelski (Hereditary)

Migliore colonna sonora: Justin Hurwitz (First Man)

Miglior film italiano: Dogman (Matteo Garrone)

Miglior opera prima: Hereditary (Ari Aster)

Miglior opera prima italiana: Ride (Valerio Mastandrea)

Migliore serie tv, titolo serie: Black Mirror - Bandersnatch