martedì, luglio 28, 2015

POINT BREAK - PUNTO DI ROTTURA

Point Break
di Kathryn Bigelow
con Keanu Reeves, Patrick Swayze, Garey Busey
Usa, 1991
genere, thriller, azione
durata, 110'
 

E' passata agli annali come la prima donna a vincere un premio Oscar alla regia, conquistato per un film come "The Hurt Looker", che per Kathryn Bigelow era stato il frutto di una produzione low budget e di una storia rubata alle cronache dei nostri giorni. Tre anomalie che, nell'evidente rottura con i suoi trascorsi artistici, aiutano a inquadrare meglio un blockbuster come "Point Break", realizzato - quasi vent'anni prima - quando ancora  l'autrice rientrava nella cerchia dei registi sponsorizzati dalle major - e da un marito come James Cameron, presente nel film in veste di produttore -, e poteva quindi disporre di cospiqui stanziamenti finanziari e di un'ampia fetta dello stardom attoriale. In fondo, con il senno del poi, è stata proprio la mancanza improvvisa di queste risorse, venute meno a causa di una serie di insuccessi commerciali (da Strange Days a K19), a stimolare i cambiamenti del nuovo corso, caratterizzato dalla necessità della Bigelow di reinventare il proprio cinema, sia in termini formali, con la creazione di un nuovo dispositivo filmico fortemente documentario, che dei contenuti, rivolti esclusivamente agli eventi della storia contemporanea, come testimoniano uno dietro l'altra i Combact Film innestati sul conflitto mediorientale e sulla lotta al terrorimo (Zero Dark Thirty). 


Ciò non toglie che Point Break, pur con i limiti di un prodotto girato all'interno del mainstream hollywoodiano dei primi anni novanta, e quindi naturalmente contaminato da quegli eccessi di edonismo che caratterizzarono le produzioni del decennio precedente, rimane pur sempre il film che ha dato alla Bigelow la possibilità di potersi dedicare a progetti più complessi e personali (ancora Strange Days) e che, nella capacità di assorbire le necessita di mercato all'interno di un discorso che si mantiene comunque coerente con il resto del sua filmografia (cosa che per esempio non  succede nel precedente Blue Steel) risulta il più efficace tra quelli girati in questa parte di carriera. A dirla tutta, buona parte dell’attenzione riscossa dal lungometraggio dipese soprattutto dalla presenza di due divi belli e famosi come Keanu Reeves - proveniente dalla commedia demenziale e su cui la Bigelow scommise come attore drammatico e d'azione - e Patrick Swayze (reduce dal successo di Ghost), garanti di un immaginario che riusciva a mettere d'accordo pubblico e addetti ai lavori. A cui, si deve aggiungere la scaltrezza di proporre il film in continuità con il mitico, Un mercoledì da leoni con cui il nostro a poco da spartire (a cominciare dalla filosofia spirituale di stampo orientale di cui è pieno il film della Bigelow) ma con il quale può almeno condividere la dislocazione ambientale, il vitalismo derivato dalla pratica del surf, e soprattutto Gary Busey, già protagonista del film di Milius e qui arruolato per il ruolo di Angelo Pappas, collega e mentore del detective Johnny Utah, impegnato a catturare i membri di una famigerata banda di rapinatori di banche.


Detto che il film figurò tra i campioni d'incasso dell'annata, è opportuno andare oltre i numeri, per ricercare quelle caratteristiche che permisero alla Bigelow di attenuare il conformismo di un prodotto altrimenti appiattito dalle premesse produttive; invadenti, tanto nell'ossessiva esibizione del corpi maschili, ad ogni occasione sbattuti in primo piano in tutta la loro compulsiva artificialità; quanto - e questo è il particolare che più stride con la possibilità di attribuire al film una qualunque valenza di classicità - nella cura maniacale riservata alla mise degli attori, pettinati, laccati e messi in posa davanti alla cinepresa, anche quando il contesto non lo renderebbe necessario, e fino al punto da far sembrare inadeguata la pur "tonica" Lory Petty, partner femminile fagocitata dalla bellezza statuaria dell'efebico protagonista. Per riuscire a raggiungere l'obiettivo senza scontentare nessuno, la Bigelow asseconda le istanze dominanti e paga dazio, obliando la realtà (parola proibita per il cinema hollywoodiano di quel periodo) con una produzione visiva ingolfata da eccedenze estetiche, e, appesantita da una sceneggiatura impregnata di dialoghi slogan, volti a enunciare un assoluto disprezzo per i valori della vita borghese. 


Per contro, l'autrice si esalta sul piano del ritmo, con accelerazioni vorticose come quella della splendida scena dell'inseguimento in macchina e poi a piedi, davvero degna del miglior Friedkin, e in generale riversando nelle immagini e sullo schermo, un'energia davvero fuori dal comune. Senza dimenticare, sul piano dei contenuti, il lavoro di logoramento operato nei confronti di quell'ottimismo reganiano, di cui il cinema americano si era fatto ambasciatore, e al quale la Bigelow contrappone una pulsione di morte che lambisce costantemente tutto il suo cinema e, che, in Point Break, diventava il mezzo per disinnescare le sicurezze di un finale a lieto fine, messe in discussione fuori tempo massimo da un epilogo che, nella doppia uscita di scena dei protagonisti, lascia aperte le porte a qualsiasi tipo di conclusione.
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IL FIDANZATO DI MIA SORELLA

 Il fidanzato di mia sorella
di Tom Vaughan
con Pierce Brosnan, Salma Hayek, Jessica Alba
Usa, 2015
genere, commedia, sentimentale
durata, 102'





Era dal 2004 che Pierce Brosnan e Salma Hayek non si incrociavano su un set cinematografico. Allora l'occasione era stata fornita da"After the Sunset", commedia con venature thriller che puntava dritto agli occhi dello spettatori nella speranza di farlo ingolosire dalla vista di un sodalizio tanto inedito quanto riuscito per quella complementarietà fisica e caratteriale che gli attori portavano in dote propri personaggi. Nonostante l'alchimia tra le due star e la presenza di un lanciatissimo Bret Ratner in cabina di regia,  il film non aveva funzionato, rispedendo al mittente le possibilità commerciali di un matrimonio artistico precocemente liquidato. Dopo più di due lustri da quella prima volta, a rendere giustizia, o per meglio dire, a fornire lo spunto per il nuovo rendez vous ci pensa, "La fidanzata di mia sorella", commedia sentimentale incentrata sulle vicissitudini di un affascinante professore di letteratura inglese che, dopo anni d'esistenza gaudente e libertina, rimane coinvolto in un menage a trois che improvvisamente lo obbliga a barcamenarsi e, in qualche modo, a dipendere dall'avvenenza di due bellezze latine del calibro di Jessica Alba, l'allieva che ha sposato e che lo ha reso padre, e appunto, di Salma Hayek, la di lei sorella, chiamata a raccogliere i resti di un matrimonio che la ragazza ha deciso di interrompere anzitempo.



Con un titolo italiano che confonde lo spettatore, alludendo, per motivi commerciali  - relativi al fatto che si tratta comunque di un prodotto per sole donzelle -  a una storia raccontata dal punto di vista femminile e che invece, come prelude l'originale How to Make Love Like an Englishman è il racconto di una redenzione tutta al maschile e del ravvedimento di un moderno dongiovanni, spaventato dallo scorrere del tempo, "Il fidanzato di mia sorella" parte discretamente, per il fatto di ambientare le proprie frivolezze nel decoro austero e magniloquente dell'università di Cambridge e nel bon ton d'altri tempi della capitale inglese. Una piacevolezza destinata però a rientrare quando, dopo qualche attimo, la vicenda si sposta nel surplus visivo e cartolinesco dell'ambiente californiano in cui la storia si trasferisce; e dalle parti dello scontro culturale, invero appena accennato, tra le abitudini disinvolte dell'aitante studioso e le convenzioni un pò bigotte dei cugini americani, riassunto nei passaggi che illustrano le complicazioni dell'iter procedurale che dovrebbe permettere al protagonista di ottenere la green card necessaria a farlo rimanere accanto all'amato pargoletto. A prendere il sopravvento sono allora una serie di tira e molla sentimentali che, nel desiderio di una vita borghese e benestante e nella ricomposizione di qualsiasi tipo di trasgressione, entra in contraddizione con il contenuto delle lezioni di vita che il professore dispensa a più riprese ai suoi apatici studenti, chiamati a vivere la vita fino in fondo, mentre il loro mentore, si impegna con tutte le forze nella realizzazione di una vera e propria  restaurazione esistenziale.


Se poi si aggiunge che l'intreccio, prevedibile e scontato, è destinato a rimanere in parte sulla carta, per il fatto di non riuscire a creare lo scarto che renda plausibile le variabili comportamentali dei vari personaggi (soprattutto quella che nel finale riguarda il personaggio di Jessica Alba, messa in pò da parte dagli sviluppi della storia) a farla da padrone rimangono la fotogenia degli attori e la disinvoltura da loro mostrata nel riuscire a sopravvivere ad un copione così improbabile. Tra i pregi del film invece registriamo in ordine d'importanza: la dimostrazione che, in termini bellezza, riescono a fare meglio le luci di una fotografia indulgente (come quella utilizzata da David Tattersal in questo film)  che il ricorso al bisturi del chirurgo, come dimostra l'eccellente stato di "conservazione" sfoggiata dalle due dive ; e poi la possibilità di sbirciare dal buco della serratura, per ammirare il miracolo gravitazionale prodotto dal fondo schiena della Hayek, quello si, all'altezza della situazione.
(pubblicato su ondacinema.it)
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lunedì, luglio 27, 2015

IL PETROLIERE

Il petroliere
di PT Anderson
con  DD Lewis, Paul Dano
Usa, 2007
durata, 158'


L'America di Anderson è da sempre un Paradiso perduto non solo per le citazioni bibbliche(le colpe dei padri ricadono sui filgi dice la voce over di Magnolia) ed i riferimenti religiosi (la dissoluzione del nucleo famigliare è il peccato originale che nega la vita)continuamente richiamati ma anche per la condizione di esilio che afflige la sua umanità. Briciole di esistenza destinate all'oblio se non intervenisse la presa di coscienza di sè e degli altri che, in una condivisione esistenziale simile a quella descritta da Leopardi nella sua Ginestra, li emancipa da cotanto dolore.In questo senso le coordinate umane e psicologiche del "Cercatore di petrolio"impersonato in maniera sciamanica da D.D.Lewis non si discostano da tali premesse; anche qui il passato familiare è all'origine di tutto ed è qualcosadi oscuro e doloroso.

Un nodo mai risolto a cui si risponde con un esistenza irrequieta e raminga fatta di pozzi di petrolio e paternità acquisite,di visioni profetiche e sguardi accecati dall'odio e la paura; un movimento sistematico ed ossessivo che è ricerca ed insieme fuga da quella risposta di amore che neanche Dio vuole soddisfare
L'incontro con il predicatore(Paul dano splendidamente ambiguo), è lo scontro tra due ossessioni (di Dio e dell'affermazione di sè)che si manifestano per antitesi visive (il petrolio è caratterizzato da un evidenza oggettiva a cui corrisponde un Dio antimaterico)e comportamentali (il predicatore è l'uomo dell'affabulazione, il petroliere del pensiero che diventa fatto)che finiscono per essere la faccia della stessa medaglia e di una sorte comune. Anderson si immerge nella Storia con precisi riferimenti temporali (siamo a cavallo tra 800 e 900)e filologici(la ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere sembrano uscire da un album fotografico dell'epoca)che filtra attraverso uno sguardo lucidamente moderno (basti pensare all'uso ancora una volta vincente dell'apparato musicale creato da Gymmy Greenwood, chitarrista dei Radiohead, un crogiuolo di suoni e rumori che sembrano provenire dall'alba dei tempi e da una dimensione mai esistita)ed allo stesso tempo antico, per la presenza degli archetipi della modernità americana(la Ferrovia, la conquista del territorio e delle anime, la Frontiera e l'Etica protestante di matrice calvinista)di cui il film si serve per cristallizzare il momento della svolta, quello in cui il potere economico e quello religioso unirono le proprie forze in un patto di mutuo soccorso e di reciproca leggittimazione.



La prosperità economica come segno evidente della Grazia di Dio, la fede come oggetto di scambio e chiave di accesso ai beni terreni sono i parametri di questa alleanza destinata a rinnovarsi nel tempo. La regia riesce a farci sentire la forza primordiale che muove il protagonista (un uomo che sembra condividere gli enigmatici silenzi dello spettacolo naturale che lo circonda)ed insieme il tormento che precede l'estasi dell'epifania petrolifera, sovrapponendoli al realismo del paesaggio che si carica di valenze simboliche ed evocative fatte di colori (magnifica fotografia di Bob Elswitt)che esplodono sullo schermo ed oggetti disposti nello spazio con una geometria di metafisica precisione. Forma e sostanza di un opera che si pone nella continuità di quel cinema della New Hollywood di cui si sentiva la mancanza. Un capolavoro.
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HOME VIDEO: NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Nessuno si salva da solo
di Sergio Castellitto
con Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Anna Galiena
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'

Un po' come accade ai film diretti da Michele Placido, ogni nuovo lavoro diretto da Sergio Castellitto e' destinato a suscitare negli addetti ai lavori reazioni che vanno oltre la questione estetica, allargandosi -come spesso capita di leggere- a considerazioni che riguardano il privato dell'autore. Come quello di rimarcare in senso negativo il suo connubio con la moglie scrittrice Margareth Mazzantini, colpevole a suo modo di condizionare la vena artistica del cinematografaro, trasformandone l'arte in un'estensione della fonte letteraria.

Senza dimenticare che fino a qualche libro fa la Mazzantini era considerata dai più come una sorta di Sibilla Cumana, ciò che ci interessa in questo caso e' sottolineare la scelta di Castellitto che utilizza una scrittura poetica ed elitaria per realizzare un prodotto che vuol essere innanzitutto accessibile e popolare. Per farlo, punta soprattutto sulla bravura e sul divismo di Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, esplorati ed esposti con un coraggio davvero raro per il cinema italiano, pudico e bacchettone quando si tratta di filmare gli aspetti più carnali dell'amore. E poi su una sceneggiatura che, nell'andamento sincopato e nel suo scabro sentenziare anticipa e insieme accompagna la gestualità istintiva e diretta dei protagonisti. 


Certo anche in questo caso non siamo di fronte a un capolavoro del nostro cinema perchè la ricerca del grande pubblico si sente soprattutto in una sintesi eccessiva della ragioni del disamore, affastellate una dietro l'altra e affidate più alla riconoscibilità delle situazioni che ad un reale approfondimento psicologico ed emotivo, così come nell'abitudine di una colonna musicale adoperata come amplificatore ridondante di quello che le immagini hanno già detto. Da parte sua Castellitto, oltre all'ottima direzione degli attori, aggiunge una messinscena nervosa e dinamica, con la macchina da presa che alterna riprese da cinema del reale, ad altre, soprattutto quelle girate all'interno del locale dove Gaetano e Delia si ritrovano a fare il consuntivo dell'amor perduto, più statiche e teatrali, a sottolineare la dirittura d'arrivo di quella storia.
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sabato, luglio 25, 2015

THE ACT OF KILLING

The act of killing
di, J.Oppenheimer
Dan/Nor/GB 2012
genere, documentario
durata,115'



Per quanto fosse uomo brillante, nemmeno William Pitt, a margine del suo intervento alla Camera dei Comuni del novembre 1783, durante il quale, tra l'altro, affermo' che "la necessita' e' il pretesto per ogni violazione della libertà umana. E' l'argomento dei tiranni e il credo degli schiavi", avrebbe potuto ipotizzare l'eventualità che il domani delle società organizzate, moderne e democratiche, avrebbe riservato ai propri contemporanei lo spettacolo di un regime - della sua ottusità valetudinaria - nel caso quello Indonesiano (aduso a parlare di se' nei termini di Repubblica Democratica Presidenziale), capace non tanto e non solo di utilizzare lo scivoloso strumento della suddetta necessita' per sbarazzarsi nell'arco di tempo di circa un anno, a cavallo tra il 1965 e il 1966, della spropositata cifra (ovviamente approssimativa) di un milione di oppositori (definiti tali o, genericamente, comunisti) avvalendosi dei servigi sia di formazioni paramilitari (a tutt'oggi una di queste, la Pancasila Youth, conta oltre tre milioni di affiliati) che di criminali comuni ("Eravamo gangsters. Non avevamo lavori veri. Avremmo fatto qualunque cosa per soldi"), quanto di compartimentarlo nelle menti e negli animi di una popolazione attraverso la sistematica e capillare trasfusione di metodi e meccanismi ideologico-mediatico-propagandistici i quali, in nome e per conto di Suharto (ai tempi succeduto di forza a Sukarno in ragione di un presunto imminente "colpo di stato comunista"), a tutela di radicati interessi economici e strategici anche occidentali, facendo artatamente leva su istanze religiose radicali, hanno nei decenni partorito l'osceno di una visione dei carnefici nella stessa misura idealizzata ed eroica, meritevole di essere tramandata nelle scuole ad edificazione delle generazioni, come ribadito, nei mezzi d'informazione (!), a chiusura del cerchio di una retorica patria unanime e condivisa ben oltre il grottesco, un'etica fittizia che s'arrabatta e riesce - all'interno del suo perimetro sigillato - a sostituire il ravvedimento e la responsabilità con una sinistra agiografia.

 
 
Il lavoro - e la sfida di Oppenheimer, sostenuta dalla produzione di W.Herzog e E.Morris e rilanciata a due anni distanza con l'altrettanto sconcertante "The look of silence", Premio Speciale della Giuria a Venezia 2014 - si organizza e si centra attorno al tutt'altro che a portata di mano obiettivo dell'equilibrio, dell'equidistanza, in modo che tale atteggiamento non nuoccia alla stringente concretezza dei fatti da narrare. Lo stesso Oppenheimer ha osservato di avere sempre tenuto presente due riferimenti: la valenza morale dei crimini commessi e l'importanza di comprendere che la mera riduzione dei responsabili a mostri sarebbe stata solo una facile rassicurazione: in altre parole, che il confronto da instaurare sarebbe sempre dovuto avvenire nell'ambito di un comportamento tenuto da esseri umani, per quanto colpevoli. Secondo siffatto presupposto, seguendo le rivelazioni di uno degli esecutori materiali - tal Anwar Congo ("Per le stragi mi mettevo i jeans. Per le stragi i pantaloni dovevano essere spessi") - nonché le sue peregrinazioni simili alle stazioni di una sorta di viaggio della memoria nell'orrore alla ricerca e al coinvolgimento nella rimembranza di alcuni sodali degli avvenimenti del '65, il regista allestisce, senza forzare troppo la mano e benché lo schema tenda a ripetersi, un reticolo di rivelazioni entro cui pian piano finiscono per assommarsi confessioni, palesi falsità, divagazioni contraddittorie, esaltazioni nostalgiche per una storica missione, attimi di puro sconcerto, tendenza a normalizzare l'accaduto a mo' di una pervicace volontà autoassolutoria ("Abbiamo troppa democrazia. E' il caos. Si stava meglio sotto la dittatura"; e "Il segreto e' trovare un modo per non sentirsi in colpa. Trovare la scusa giusta"), che confluisce in una rivisitazione del passato rivissuta dai protagonisti attraverso l'allestimento di set cinematografici sui quali, svariando tra i generi - dal western al musical; dal dramma alla commedia; dal thriller al poliziesco - (di cui tutti si dicono grandi estimatori, in specie nella declinazione a stelle e strisce) vengono riesumati scampoli di una storia per molti aspetti ancora sconosciuta, tanto e' stata divelta dalle coscienze a colpi di demagogia e retorica populista, quella e questa, a ben vedere, saldamente ancorate alla corruzione, ovvero al potere onnicomprensivo del denaro.
 

Il procedimento sviluppato da Oppenheimer, sottilmente capzioso ma efficace, alla lunga produce - esito non da poco - il risultato straniante e scomodo di far emergere dall'atto di uccidere quella sua inquietante componente ritualistica, quel sospetto mai sopito di messinscena del gesto inumano per eccellenza che, nella moltiplicazione delle varianti possibili, dei codici, dei generi, approda, da un lato e in maniera più immediata, alla trasfigurazione, ossia al reperimento di un mezzo per tentare di disinnescare il contenuto tragico delle azioni dei singoli - le loro colpe, l'illusione posticcia di una contestualizzazione tanto opportunista quanto insensata - per il tramite della magniloquenza teatrale della sua apparenza; dall'altro, riafferma, più in filigrana, la forza del Cinema d'inchiodare/esplicitare/rafforzare, a volte, la realtà ricreandola, secondo uno sforzo che si muove nella direzione opposta a quella dell'intenzione prevaricatrice (in senso lato, il Potere) che tende ad avvalersene per negarla.

Anche per questa ragione risuona ancora e con rinnovata urgenza il monito raccolto e reiterato da una figura come Carlo Rosselli, poco prima del suo assassinio nel giugno del '37: "Le dittature passano, i popoli restano", a sottolineare che lucidità e responsabilità, il loro continuo esercizio, concorrono di certo più del benessere materiale a scongiurare che un popolo rimanga vittima di se stesso.
TFK
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venerdì, luglio 24, 2015

NON E' UN PAESE PER VECCHI

 Non è un paese per vecchi
 di Joel, Ethan Coen
 con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones
 Usa, 2007
 genere, thriller, noir, drammatico, western
 durata, 122'



Per Llwelyn (Josh Brolin ancora convincente dopo il ruolo delloo sbirro corrotto di American gangster) veterano del Vietnam la guerra non è ancora finita:sposato ad una donna bambina che probabilmente ha smesso di amare, deve tornare a combattere quando un pericoloso serial killer si mette sulle sue tracce per recuperare quei soldi rubati sul luogo di un orribile carneficina provocata da un mancato scambio di droga nel deserto texano. L'occasione della vita si trasforma in un orgia di sangue che ha il suono dell'arma ad aria compressa (in realtà è una bombola piena d'aria usata per ammazzare i bambini prima della macellazione) adoperata dallo spietato assassino ed il colore del sangue dei cadaveri seminati lungo la strada. Bell (Tommy L.Jones,attore che sembra non recitare) uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione,si mette sulle loro tracce nella speranza di fermare il massacro.


Il ritratto della provincia americana diventa ancora una volta allegoria di un mondo insensato e caotico in cui la morte è l'unica certezza. Questa volta i Cohen radicalizzano il loro cinema sfrondandolo oltrechè dai manierismi dell'ultima ora, anche di quel sorriso beffardo e surreale (ove si eccettui l'impossibile taglio di capelli del carnefice) che da sempre caratterizza le loro storie. La prateria infinita e disabitata è il luogo di perdizione in cui la morte si consuma a sangue freddo, lontano dalle leggi degli uomini e dove il male incarnato dalla figura di Anton Shigur (Javier Bardem con la faccia da pugile suonato e lo sguardo che raggela) una macchina di morte che ricorderemo per un bel pezzo, agisce secondo esigenze oscure e metafisiche. Tutto il film è dominato dalla sua presenza che assume fin da subito connotati apocalittici (quello che sta arrivando non si può fermare dicono quelli che gli si oppongono) e metafisici (la sua apparizione all'inizio del film così come quella che lo vede scomparire dopo l'incidente d'auto prima dell'epilogo, come se non fosse mai esistito, porteranno con se le ragioni della sua esistenza).


A fargli da specchio c'è un umanità che non sa più stare insieme, divisa dall'odio razziale (in questo caso sono i messicani a pagare lo scotto), dall'indifferenza (di questi tempi scavare delle fosse nel giardino di casa è diventato normale dice lo sceriffo riferendosi ad una serie di omicidi commmessi con la complicità indiretta di una comunità apatica e chiusa in se stessa) e la mancanza d'amore (è il contesto e non i gesti a rivelarci l'esistenza dei legami coniugali). Come animali, ed il film non manca di sottolineare quest'analogia, gli individui si riconoscono per il marchio di sangue inferto sui loro corpi dalle atrocità della guerra (l'americanità ha i dati anagrafici di quella combattuta in Vietnam) e dall'assurdo della vita.


Travolto dagli eventi, incapace di scegliere (lo so che sto mettendomi nei guai ma ormai è così è la sola spiegazione che il protagonista riesce a trovare di fronte alla moglie spaventata dalle sue decisioni). Llwelyn ritrova se stesso ed il suo antico vitalismo nel momento in cui decide di guardare in faccia alla realtà e sceglie di affrontarla anche a rischio della propria incolumità. E' la paura della fine e le ferite del suo corpo e non la normalità dell'esistenza che lo fanno sentire vivo. I Cohen traducono queste pulsioni in un cinema lineare e pulito che procede per accumulazione e si carica di una tensione claustrofobica e disturbante quando la cinepresa abbandona gradualmente gli spazi circostanti e si concentra sui protagonisti che isola all'interno di ambienti limitati ed angusti che trovano un apoteosi di macabra ordinarietà nella scena in cui Shigur ripreso di fronte all'abitazione della sua ultima vittima mentre si pulisce le scarpe dal sangue del suo lavoro, con la telecamera che lo incornicia per sempre a quelle pareti, in un accostamento che fa della casa la tomba domestica delle nostre speranze, e dove la notte prevale sul giorno a sottolineare il progressivo svanire di qualsiasi punto di riferimento.



Tutto diventa a loro misura e lo sguardo si sofferma sulla metodicità dei loro gesti, in un continuo parallelismo di metodi e movimenti (si pensi al confronto delle posture, quello di Shigur pesante e catatonica ma anche implacabile opposta a quella sinuosa e sfuggente figura del suo avversario) e sulla natura delgi oggetti in continua mutazione, sempre differenti da quello che sembrano (i paletti della tenda che diventano un arpione,la moneta usataper il testa o croce uguale ad un vaticinio, le manette come un nodo scorsoio, il congegno di rilevamento la materializzazione di un araldo di morte), per arrivare ad una resa dei conticosì spettacolare ed antiemotiva, con il corpo sul pavimento appena inquadrato e riconoscibile solo dagli indumenti, che ribalta completamente le prospettive di chi guarda, togliendo alla vicenda il suo ruolo di primo piano per ridurla a realtà infinitesima, cellula di un organismo universale destinato ad irreversibile entropia. Una presa di coscienza che ci fa abbandonare il ruolo di semplici spettatori , rendendoci compartecipi di una sorte che è metafora della nostra essenza. Premiato con 4 premi Oscar "Non è un paese per vecchi" sembra ricalcare la formula usata da Scorsese per The Departed ma in questo caso il risultato si mantiene più vicino alle corde dei suoi autori (predilezione per la caratterizzazione di personaggi ordinariamente eccentrici e mescolanza dei generi cinematografici) e porta alla ribalta uno dei massimi scrittori statunitensi contemporanei, quel C. Mac Carthy, autore dell'omonimo libro di cui hollywood sembra decisa (è in produzione un altro film tratto dal suo romanzo "La strada")a servirsi per rivitalizzare il suo cinema
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giovedì, luglio 23, 2015

SCHEGGE DI CINEMA - LE AVVENTURE ACQUATICHE DI STEVE ZISSOU

Le avventure acquatiche di Steve Zissou
di Wes Anderson
con Bill Murray, Cate Blanchet, Angelica Houston, William Defoe, Owen Wilson
Usa, 2004
genere, avventura, commedia, drammatico
durata,  118'



In ogni cosa c'è sempre un prima e un dopo: nel cinema di Wes Anderson lo spartiacque è rappresentato da "Le avventure acquatiche di Steve Zissou", arrivato dopo un intervallo di circa tre anni dal successo de "I Tenenbaum" e, per la prima volta nella carriera di Anderson, realizzato fuori dal nuovo continente. Peculiarità che sembrano coincidere con le caratteristiche di cesura di un film che, da un lato, consolida temi e stilemi della poetica del regista, e dall'altro, sembra volersi distanziare dal passato appena trascorso con la ricerca di un esotismo che, da qui in poi, diventerà il contenitore ideale per una fantasia desiderosa di ricreare mondi a sua immagine e somiglianza. Nel viaggio organizzato da Zissou per uccidere il famigerato squalo giaguaro, gli echi del Moby Dick melvilliano trascolorano in una nuova letteratura cinematografica, tanto più teatrale quanto più surreali sono i personaggi e le situazioni che la compongono. A cominciare dal feticcio Bill Murray, splendidamente non sense; dall'inizio alla fine.
(pubblicato su ondacinema/speciale registi/I migliori film di Wes Anderson)
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KURT COBAIN-MONTAGE OF HECK

Kurt Cobain - Montage of Heck".
di Brett Morgen
Usa, 2015
genere, documentario
durata, 132'

"I feel stupid and contagious/Here we are now: entertain us". Era cominciata così, almeno sui grandi numeri. E con feroci contorsioni di stomaco da un lato del palco ("Ho subito dieci interventi diversi nelle zone gastrointestinali superiori e inferiori che hanno rivelato una brutta infiammazione. Ho consultato quindici medici diversi e ho provato una cinquantina di medicine per l'ulcera. L'unica cosa che funzionasse erano gli oppiacei pesanti... Ho provato l'eroina per la prima volta nel 1987, ad Aberdeen e l'ho usata per circa dieci volte ancora dall'87 al '90... Per un po' ha funzionato come palliativo ma poi il dolore e' tornato per cui ho lasciato perdere... Soffro di cattive abitudini nel sonno e nell'alimentazione. Soffro di aver fatto un tour di sette cazzo di mesi..." - K.Cobain, "Diari" -), con annesso ribrezzo verso un sistema ben al di sotto di ogni sospetto nella sua foga cieca per la grande-giostra-a-pagamento, e masse già abbondantemente sfessate dall'abuso del cocktail forse più velenoso in circolazione - quello a base di dosi variabili di buona fede e disperata necessita' di aggrapparsi a qualunque appiglio simbolico risarcitorio - dall'altro. E più dal primo versante si tentavano manovre, magari ingenue, di disassuefazione forzata, più dal secondo s'invocavano beveraggi sempre più massicci e di maggiore gradazione...

Se e' la vecchia trappola del successo quella a cui abbiamo per sommi capi alluso, il documento di B.Morgen, "K.Cobain - montage of Heck - il titolo del quale raccoglie un'intestazione apposta dallo stesso chitarrista/cantante di Aberdeen (Wa), località a non molti chilometri sia da Seattle che da Portland, ad una personale raccolta di temi sparsi, distorsioni, nenie macabre, s'incarica di allargare lo spettro delle considerazioni possibili avvalendosi di un corposo materiale messo a disposizione dalla famiglia naturale nonché da quella costruita nei primi anni '90 assieme a C.Love, organizzato a mo' di collage con lo scopo di ripercorrere pressoché per intero la forsennata a travagliata parabola di un tale che amava talvolta firmarsi Kur-d-t Koebane.

In quella che col solito e comodo senno di poi appare una scomposta iattazione verso il niente-di-niente punteggiata di tregue spossate e intermezzi di appartata ispirazione, il film tenta di assemblare un itinerario allo stesso tempo sentimentale e di formazione poggiandosi, pero', in prevalenza sul versante morbido e un tanto giulebboso, sul genere quanto-ci-manca-lui-e-il-suo-tormentato-talento (e forse non e' proprio un caso che all'appello semi-celebrativo manchi la versione dei fatti di Dave Grohl, l'unico  della compagnia, tra l'altro, ad essere rimasto attivo nel music show-biz), che prevede un'alternanza asincrona tra le dichiarazioni rese da alcuni co-protagonisti e comprimari e il flusso storico di una narrazione che si sforza di essere individuale e collettiva (arricchita in via ulteriore di brevi animazioni a colmare gli ovvi vuoti di un'avventura umana e artistica agli inizi, del tutto congetturale perciò nei risvolti più prosaici). Il risultato di un lavoro siffatto, che trova nella composizione di strumenti espressivi disparati - super 8 domestici, istantanee, disegni, pagine di diario, video amatoriali delle primissime esibizioni e delle fantasie private, reperti giornalistici, immagini rubate sopra e dietro il palco a deflagrazione avvenuta - la sua più evidente ragion d'essere stilistica, seppur niente affatto inedita, e' da considerarsi interessante al momento di circostanziare il paesaggio fisico e immaginativo della pre-adolescenza di Cobain, allineando dettagli - con ogni probabilità casuali, non per questo meno significativi - di quell'America profonda, provinciale, silenziosa, non di rado tetra, all'interno della quale si comincia da subito a prendere dimestichezza con il lato più esigente, cioè meno letterario, del ben noto american way of life (fatto per sua buona parte della presenza costante degli oggetti di consumo, tante volte nella loro versione di rifiuto inutilizzabile destinato ad una accumulazione marginale eppero' ineludibile, tale da impregnarsi sovente di una qual maligna carica allusiva sottolineata con veemenza, ad esempio, nel Cinema di Korine; dalla simmetrica latenza/assenza di una sincera e costante empatia intergenerazionale; di un rapporto con la wilderness che nasce e si sviluppa secondo i codici incerti di una grammatica perlopiù incapace di superare quelle dicotomie semplicisticamente radicali che separano senza possibilità di mediazione la verde desolazione residuale suburbana dal rigoglio incontaminato, di frequente avvolto nel mistero della sua irriducibilita' e un tanto sinistro, dei grandi spazi aperti), a metabolizzarlo, a subirlo, a rigettarlo, anche, fino al punto di farne persino il centro delle proprie ossessioni, dei propri incubi ricorrenti, la causa e l'effetto delle proprie apatie.

Se a ciò si aggiunge, poi, il subitaneo abbandono da parte degli affetti di riferimento - Kurt all'età di sette, otto anni, agli albori del riflusso post-Vietnam, assiste al divorzio dei genitori e a ruota comincia il mesto periplo degli affidamenti più o meno duraturi presso individui che sebbene appartenenti in vario grado alla sfera materna o paterna si rivelano poco o punto interessati al suo rovello interiore - diventa addirittura banale, per un carattere ricettivo ma introflesso, trovarsi collocato ante aetatem nei territori del risentimento e dell'alienazione, sfuggire dai quali si scopre essere assai complicato mano mano che il tempo passa, la consapevolezza del mondo si delinea e si svelano insoddisfacenti pure gli atti vandalici, l'assunzione di sostanze, il ripiegamento a volte salutare ma più spesso nevrotico in se stessi. Proprio qui, forse, galleggia quel grumo irrisolto ma fecondo di frustrazioni, di speranze, di precoci disillusioni, di sogni quasi sempre e solo infranti, che abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere nella forma di quella immediatezza riconducibile ad una manciata compatta di note, tanto in apparenza docili nel disporsi secondo architetture essenziali, quanto una per una carica di una energia primordiale - al tempo brutale, infantile e stranita - in stretto rapporto con strofe crudamente naïf in grado, tra un paradosso, uno sconforto e una strafottenza, di produrre risonanze metaforiche sconcertanti, quasi sempre in oscillazione su un'altalena spirituale che incastra il grido mezzo sguaiato alla cantilena, al mormorio monotono, alla lamentazione esausta. Nucleo enigmatico, questo (che, a pensarci, non escluderebbe neanche il rapporto di fascinazione/ripulsa nei confronti dell'ingranaggio dei media, argomento, nel caso, tutt'altro che sviscerato) che l'opera di Morgen via via smarrisce, appiattendosi su una ricapitolazione prevedibile e piuttosto consolatoria (quand'anche appesantita da insistenze e lungaggini, a corroborare perversamente un'affermazione proprio di Cobain secondo cui "credo che il problema con la nostra storia sia che non c'è roba vera e interessante per trarne un bel racconto" - K.Cobain, op. cit.) circa l'artista sensibile poco più che ventenne, catapultato nella privilegiata/scomoda ma soprattutto non richiesta posizione di icona di una generazione, quella detta X, con tutto ciò che di spropositato, pleonastico, ricattatorio, pseudo-messianico, trito e demenziale tale etichetta si porta dietro, dipendenza da qualsivoglia circostanza esterna ma dal possente impatto psicologico, inclusa: denaro, popolarità, oggetti, giudizi, rapporto con l'altro sesso, et. O sull'arte varia dei di lui eccessi e stravaganze, così in potenza anticonformisti e giocati sempre sul filo del rasoio come, di fondo, meramente autolesionisti, se non funzionali ad un meccanismo commercial-propagandistico tarato sull'antico epater le bourgeois (sempre ammesso che tale riflesso condizionato sia ancora sul serio efficace) che ripone comunque nella consolidata capacita' di assimilare ogni asprezza lo scarto decisivo del suo quinto asso, sempre sfilato al momento giusto dalla proverbiale manica e sempre, manco a dirlo, vincente.

Si potrebbe, allora, ognuno per se', insistere. Magari con "In bloom" ("We can have some more/Nature is a whore/Bruises on the fruit/Tender age in bloom"). Magari con qualcos'altro. O forse, ormai, e' davvero tardi. Troppo. Con una punta di arreso cinismo, tutto sembra essere accaduto un milione di anni fa o non aver mai smesso di accadere, milioni di volte. Inutilmente. "A denial, a denial, a denial...", non e' bastato, dunque.

Qualche giorno fa, Sawyer Sweeten, diciannovenne stella del piccolo schermo, si e' sparato un colpo in testa. Sotto un altro. There's no business like show business.
TFK
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IL RAGAZZO DELLA PORTA ACCANTO

Il ragazzo della porta accanto
di Rob Cohen
con Jennifer Lopez, Ryan Guzman
Usa, 2015
genere, thriller
durata, 91' 

 
Claire, madre che sta vivendo le prime fasi della separazione col marito, cede alle lusinghe ed al fascino di Noah, ragazzo trasferitosi da poco, come suggerisce il titolo, nella casa affianco alla sua. Noah, che del ragazzo-della-porta-accanto rappresenta lo stereotipo ideale (bello, muscoloso, educato e gentile), quando si vedrà successivamente rifiutato da Claire, inizierà a tirar fuori il proprio atteggiamento ossessivo/compulsivo che ben poco ha a che fare col personaggio presentato all'inizio.

La mano di Rob Cohen - tra gli altri, regista di "Fast 'n' Furious" - abituata a dirigere grandi blockbuster, sembra procedere anche in questo caso col pilota automatico, privando la pellicola di qualsivoglia tocco personale, ed andando ad appesantire una sceneggiatura già di per sé anchilosata, concentrata più sulle scontate dinamiche del riavvicinamento famigliare che sull'ossessione del ragazzo, lasciando in balia di sé stesso l'aspetto che avrebbe invece potuto donare tonalità interessanti all'incedere narrativo.

"Il ragazzo della porta accanto", rimasto un thriller solo nelle intenzioni, ha però come nota positiva la maturità interpretativa da parte di una Jennifer Lopez che stupisce non poco.
Antonio Romagnoli
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martedì, luglio 21, 2015

BABADOOK

Babadook 
di Jennifer Kent
con  Essie Davis, Noah Wieseman
Australia, 2014
genere, horror
durata, 89'



Opera prima dell'australiana Jennifer Kent, Babadook si presenta subito come un film tecnicamente ineccepibile. La scelta di utilizzare una costruzione narrativa “tradizionale” non solo non toglie nulla al risultato finale, ma anzi mostra ancora una volta come l'horror possa essere un filone ancora ricco quando affiancato da una corretta costruzione della tensione. La figura del Babadook, l'uomo nero, l'incarnazione stessa di quella che Lovecraft definiva “la più antica e potente emozione umana”, rimane onnipresente, sorta di rappresentazione – deliberatamente solo suggerita – di una possibile chiave di lettura metafilmica sottesa che permette all'opera di raggiungere un livello ancora ulteriore, superando forse anche horror di certo ben confezionati come quelli di Wan.
La paura non è relegata agli sporadici momenti di catarsi che accompagnano l'arrivo della creatura, ma è affidata all'atmosfera, trasmessa da un'ambientazione resa ancor più disturbante dalla spietata fotografia e dagli stessi protagonisti, non più semplici vittime ma ingranaggi stessi della costruzione del sentimento di terrore.

La vicenda ha inizio con la scoperta di un particolare libro di favole che ha al centro il Babadook, figura assimilabile all'uomo nero, che spaventa il già-particolarmente-sensibile Samuel – credibilissimo nonostante la giovane età – che coinvolge la madre in una reciproca autosuggestione che va ad annidarsi in quell'angolo buio della mente qui raffigurato allegoricamente come lo scantinato della casa, aggiungendosi al trauma per la morte del marito (avvenuta durante la corsa in ospedale per il parto) e all'esaurimento psico-fisico causato dallo stress di un figlio “difficile” da dover gestire in solitudine.



Alla progressiva e crescente “incarnazione” del Babadook si unisce il degenerare della psiche già fragile della donna, logorata da un figlio problematico che “dice sempre quello che pensa”, fino al punto in cui la casa, che da rifugio sicuro diventa presto la claustrofobica rappresentazione filmica del luogo chiuso per eccellenza – e meta-filmica della mente della donna? -, non si rivela come il mezzo stesso che conduce all'alienazione, raffigurata attraverso i dettagli: il lento deformarsi delle stanze e la comparsa degli scarafaggi, l'insetto-simbolo legato all'oscurità e al Babadook stesso.
Un horror costruito in modo impeccabile, capace di restituire non i classici spaventi occasionali ma un costante senso di ansia, comunicato con eleganti e calcolati effetti di regia che – senza dover ricorrere a biechi trucchetti – riescono a rendere significativo e disturbante anche un semplice cappotto appeso al muro.
 
Il lungo studio che precede ogni singola scelta di regia e scrittura fa sì che nulla sia sprecato o lasciato al caso – i programmi visti alla televisione dai personaggi sono raffinatissime citazioni al cinema muto, quello a cui la regista ha dichiarato di ispirarsi - , ogni scena è kubrickianamente indispensabile, e anzi si trova anche lo spazio narrativo per lasciar convivere tra loro una molteplicità di interpretazioni differenti, che lasciano lo spettatore interdetto quando si arriva all'incredibile finale.
Michelangelo Franchini

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lunedì, luglio 20, 2015

SPY

Spy
di Paul Feig
con Judd Law, Melissa McCarthy, Jason Statham
Usa, 2015
genere, commedia
durata,  122'


E' sotto gli occhi di tutti, da qualche anno a questa parte, che il rilancio della commedia americana sul grande schermo, è stato - e, fino a prova contraria, lo è ancora - assai difficoltoso. Va anche precisato, d'altra parte, che questo fenomeno  vive - per fortuna - di alcune eccezioni anche recenti. Tra le eccezioni  cui facciamo riferimento, oltre a "Ted 2", film nato dalla penna brillante di Seth McFarlane, compare anche "Spy" di Paul Feig.

Il lavoro di Feig, infatti, è da apprezzare per la forma dettagliatissima ed iper-ragionata che il prodotto assume già dalla fase di scrittura, nella quale il genere del thriller di spionaggio viene mescolato a quello comico senza mai far prevalere l'uno sull'altro aspetto, evitando da un lato il rischio della parodia e dall'altro quello di prendersi troppo sul serio. Oltre alla presenza scenica della protagonista - incarnata perfettamente dalla fisicità di una dirompente Melissa McCarthy - il personaggio di Jason Statham, che trova nello scimmiottare i caratteri di solito da lui stesso interpretati una prestazione sopra le righe, mantiene l'equilibrio fragilissimo che fa procedere la narrazione senza intoppi.

Oltre a tutte le considerazioni fatte, bisognerebbe apprezzare il tentativo di Feig se non altro perché prodotti come "Spy" sono l'unica speranza di portare il grande schermo a fare nuovamente concorrenza ad un mercato come quello televisivo che, al contrario di quello cinematografico, appare in costante ed esponenziale crescita e non intravede crisi all'orizzonte.
Antonio Romagnoli
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domenica, luglio 19, 2015

THE REACH - CACCIA ALL'UOMO

The Reach
di Jean-Baptiste Léonetti
con Michael Douglas, Jeremy Irvine
Usa, 2014
genere, thriller
durata, 90' 



Il deserto americano è uno di quei luoghi che più appartengono all'immaginario visivo dei più, essendo un'ambientazione così caratteristica da venire automaticamente associata a particolari prodotti - si veda, ad esempio, la serie tv "Breaking Bad" - o addirittura ad un intero genere cinematografico - ovvero il western -.

Al suo secondo lungometraggio, il francese Jean-Baptiste Léonetti ne sfrutta il potere visivo e scenografico inscenando un thriller con peculiarità da non sottovalutare. In generale tutte le sequenze ambientate nel deserto, che vedono un Michael Douglas squisitamente cinico e spietato, sono costruite ed amalgamate a perfezione tra loro, creando un elevato livello di tensione e, dunque, di aspettativa. Di ulteriore interesse è l'esposizione di questioni appartenenti ai palazzoni dell'alta finanza - che proprio tra quei grattacieli trovano la propria solita ambientazione - sotto al sole cocente  dei vasti spazi desertici.

Oltre ad una colonna sonora a volte troppo opprimente, il grande difetto del film risiede  nell'inserimento della storia d'amore che, se inizialmente potrebbe apparire superfluo, diventa dannoso dal momento in cui conduce verso un finale non all'altezza di quanto s'è visto nei minuti precedenti.
Antonio Romagnoli
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sabato, luglio 18, 2015

QUELLI DEL 71'



A rimorchio della suggestione contenuta nel titolo di un'opera recente, "71", appunto, (vd.rec.), e' facile riportare la mente ad un segmento della Storia del Cinema rivelatosi poi come uno di quelli che più in profondità ha segnato l'immaginario comune. Più nello specifico, l'autunno-inverno di quell'anno - e parliamo del Cinema Americano, quello che tra le prepotenti istanze della cosiddetta New Hollywood, i sommovimenti in campo produttivo e tecnologico e il respiro lunghissimo di una classicità impersonata spesso da uomini tanto irriducibili quanto inclassificabili, stava per l'ennesima volta cambiando pelle - ha concentrato in una manciata di giorni idee, punti di vista, slanci che avrebbero riverberato la propria eco nei decenni a venire.

Per dire, forse il più malmostoso e incontentabile dei good old boys made in USA, Sam Peckimpah, fa da par suo strame delle ipocrisie e dei laidi conformismi dell'individuo-massa in "Straw dogs"/"Cane di paglia", in cui lo sfogo brutale della violenza e' il riflesso naturale di repressioni inconfessabili entro cui confluiscono rabbiose rivalse e mal rimossi sadismi: sedimentazioni ineliminabili di un modo di vivere, in specie quello detto moderno, che sotto la crosta asettica di una presunta razionalità traffica e spesso s'inebria dei propri istinti più ferini. 


Così William Friedkin, che orchestra la sua "French connection" ("Il braccio violento della legge"), come un ibrido irrequieto e già disilluso a cavallo tra piglio descrittivo semi-documentaristico e sottolineatura di certi aspetti poco piacevoli di una comunità e di un patto sociale già in avanzato stato di decomposizione: sbirri dai modi spicci e dalle esistenze sigillate da una rancorosa solitudine a tenuta stagna; il commercio dei narcotici colto nella sua transizione da scrematura marginale della produzione a moltiplicatore primario globale del capitale... 


Quindi Don Siegel, che segue "Harry la carogna" - ai più noto come Ispettore Callaghan - nel frangente in cui si sbatte alla ricerca di un folle che tutti a parole vogliono eliminare ma nei fatti considerano (tipico, questo, della maggioranza silenziosa) come l'ennesima rogna da scaricare sulle spalle di uno - alle strette - sacrificabile, comprimendo via via le notazioni psicologiche e le scansioni della caccia fino ai limiti di una elaborata astrazione che conduce il protagonista in un labirinto in cui il solo binomio azione-reazione (entrambe violente) pare possibile, mentre il consesso delle persone perbene attende la sua illusoria liberazione e coloro - non molti - a cui ciò non e' mai bastato gettano nel fango gli ultimi scampoli di fiducia, come Harry il suo distintivo.

TFK
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venerdì, luglio 17, 2015

FEDELE ALLA LINEA

Fedele alla linea
di ,G.Maccioni.
con, G.L.Ferretti.
genere,documentario
Italia, 2013
durata,75'

Un cavallo che scarta e si agita al momento della ferratura; frasi brevi ma nette, del genere "Con l'adolescenza ho scoperto il mondo e la vita... Poi non ne potevo più... Scegliere tra la villetta a schiera, l'appartamento, fare un mutuo e decidere che la vita era finita", possono servire ad inquadrare con sufficiente approssimazione i contorni di una persona sfaccettata, al tempo tesa verso una qualche forma esperibile di coerenza tanto misurata negli atteggiamenti quanto venata nel profondo da una tensione quasi isterica, come Giovanni Lindo Ferretti, cantante, scrittore e non ultimo allevatore, co-autore assieme a Massimo Zamboni, ed estensore privilegiato dei testi, dei brani dei CCCP prima, dei CSI poi (a stretto contatto con figure artistiche del calibro di Giorgio Canali, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Ginevra Di Marco), fino alla costituzione (insieme a parte del nucleo dei CSI) dei PGR, primo passo in direzione di un'attività solista che negli anni recenti si e' fatta limitata nelle proposte eppure sempre più variegata nell'assimilazione delle suggestioni (recital, improvvisazioni, riproposizione di un teatro delle origini, arcaico, barbarico, nelle scelte formali e di contenuto) e nelle collaborazioni.



La storia filmata da Maccioni con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e l'apporto della Regione Toscana e della Cineteca di Bologna, si sviluppa come il resoconto scabro e lineare di una vita (per uno svolgimento essenziale tanto nella messinscena quanto nella primaria alternanza di materiale di repertorio e contrappunto della voce del protagonista), giocato pressoché sempre sul crinale, da un lato, di un puro desiderio di conoscenza, quindi di apertura al mondo, ai rapporti - umani, economici, storici, politici... - esemplificato dalle scene ritraenti la formazione collegiale e dalle istantanee che rivelano una precoce passione per la lettura; dall'altro, dal progressivo disvelamento - quasi sempre doloroso al punto da poter congetturare riguardo una somatizzazione diretta e fisica dei contrasti - di un ineliminabile grumo di frustrazione allorquando la realtà mostra a chi e' risoluto a non auto-ingannarsi benché ancora a corto di esperienze, le pieghe sovente ripugnanti delle sue contraddizioni. Coagulo che, inevitabilmente, esploderà al raggiungimento della post-adolescenza coincidente con il rigetto della rigidità familiare (soprattutto materna) e l'avvento del movimentismo, della voglia di moderno, e confluirà nella rabbia sorda e nel cadenzato disincanto delle schegge sonore e liriche prodotte durante l'esperienza con i CCCP: "Io sto bene, io sto bene/Io sto male, io sto male/Io non so, io non so come stare, dove stare.../Una questione di qualità/O una formalità/Non ricordo più bene, una formalità" ("Io sto bene"). Una sofferta preveggenza, quella di Ferretti, che si alimentava di sollecitazioni disparate (la vicinanza con Lotta Continua; il parallelo sistematico - sempre critico, se non beffardo - adottato fin dalla nomenclatura più elementare, con l'altro mondo, quello Comunista, con tutti i suoi slanci, le sue pigrizie, le sue omertà); di rilanci magari mai arresi nei confronti di uno stato-delle-cose a passi da gigante incamminato verso una sghignazzante autodistruzione ma, in ogni caso, sviliti o delusi ("Esiste una sconfitta/Pari al venire corroso/Che non ho scelto io/Ma e' dell'epoca in cui vivo.../Produci, consuma, crepa.../Sbattiti, fatti, crepa/Cotonati i capelli, riempiti di borchie, rompiti le palle, rasati i capelli/Crepa, crepa, crepa..." - "Morire" - Come pure: "E trema e vomita la terra/Si capovolge il cielo con le stelle/E non c'è modo di fuggire mai/Svegliami, svegliami, svegliami..." - "Svegliami" -). Contraccolpi che, ad un certo punto, impongono di fermarsi ("Non ne potevo più. Sembrava di stare in un ghetto. Un circolo chiuso, dove tutti la pensano come te. Da forza, questo. 
E' rassicurante. Ma non ce la facevo più") e di tornare a guardare, in sincronia con un percorso musicale che si andava vieppiù strutturando con la saldatura operata con l'arcobaleno sonoro di Canali, Magnelli e Maroccolo, il mondo che si era lasciato - l'Appennino, le valli, i silenzi, le transumanze - per riscoprirlo in una dimensione sia materiale sia spirituale che la cometa furiosa dei CCCP aveva, diciamo così, congelato e che, retrospettivamente, getta anche una luce diversa e molto meno sensazionalistica sulla cosiddetta conversione la quale, non a caso, nelle parole di coloro che hanno frequentato d'appresso l'uomo di Cerreto, in particolare Canali e Zamboni, non esiste. Nota ad esempio proprio Zamboni: "Lui e' sempre stato quello, nessuna conversione... L'immaginario di Giovanni e' quello, vive tra i monti ed e' giusto che sia così". Ed inoltre: "Ora ci conosciamo molto bene, anche se non ci frequentiamo. Prima ci conoscevamo peggio e ci frequentavamo di più".

Affinità e divergenze, come si vede, che s'incontrano e non si elidono nel cuore di un individuo a cui ancora una volta la malattia, già scongiurata al tempo di una sua ennesima tetra epifania (una gastrite degenerata in ulcera con perforazioni archiviata dopo tre interventi chirurgici e l'asportazione di una sezione dello stomaco), intima, nella foggia di un tumore al polmone "grosso come un CD", poi miracolosamente riassorbitosi, la riconsiderazione del proprio orizzonte professionale reindirizzando, di concerto, una già avanzata ricerca interiore culminata nel viaggio salvifico in Mongolia, sui sentieri di un nuovo/antico utilizzo del tempo, dei sensi, delle cose (si notino a questo proposito le ripetute inquadrature mute - spesso fisse e ravvicinate - di esterni rurali o d'interni colti in vari momenti del giorno, in cui la pratica di una disciplina fattasi col tempo devozione per lo stretto indispensabile - "La libertà e' una forma di disciplina/Somiglia all'ingenuità la saggezza" - si trasmette e assume una sua fisionomia nella ritrovata lentezza degli atti quotidiani spesi nella propria cura o in quella degli animali, come nell'ordine spontaneo ma severo degli arredamenti e degli oggetti, accolti dallo spazio nella solidità gentile del legno): incedere che non esclude la Morte, ricondotta per una volta nel suo alveo naturale, ben a riparo dall'oscena assurdità che la sua rimozione ha generato nelle presunte coscienze moderne, al fine di restituire almeno in parte quel sano senso del tragico che l'esistenza dovrebbe di per se' suggerire.

Teoria e prassi della vita che, in conclusione, finisce per abbracciare senza attrito pure il canto il quale, in quanto tale e con siffatti presupposti, non può che essere canto-del-mondo, del suo ripresentarsi ogni giorno ("La terra e' pesante, pesante da portare") nonostante - o, forse, chissà - proprio in ragione dell'asprezza avvilita che si spende per tessere attorno a lui estenuanti constatazioni senza scampo, nel gesto sempre accennato/abortito di una riconciliazione che Ferretti, uomo irreconciliato quasi per definizione, tenta innanzitutto verso gli affetti vicini (commovente e umanissimo quello al fine siglato con la madre) e lancia dal suo sguardo febbrile e dalla sua schieleriana magrezza verso di noi, verso un germoglio che si fa strada su un albero dietro casa, verso un puledro appena nato che fatica a stare in piedi e socchiude gli occhi ma solo per riprendere le forze.

TFK
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giovedì, luglio 16, 2015

LA RISPOSTA E' NELLE STELLE

La risposta è nelle stelle
di  George Tillman Jr.
con Scott Eastwood, Britt Robertson
Usa, 2015
genere, romantico, sentimentale
durata, 139'


Nel nostro paese è considerato la versione a stelle e strisce di Liala ma la definizione non rende giustizia alla componente imprenditoriale di Nicholas Sparks, scrittore di best seller e da un pò di tempo, produttore cinematografico dei film tratti da suoi romanzi. I quali, è bene dirlo, rappresentano per numero di rappresentazioni, l'ultimo baluardo di un genere - quello romantico sentimentale - ritenuto desueto, e ancor più fuori moda da un mercato intossicato di fenomenologie improntate al più assoluto pragmatismo. Niente a che vedere quindi con le pene d'amor perduto che alimentano la penna dello scrittore, e che hanno fatto la fortuna di titoli come, "Le pagine della nostra vita" e "Le parole che non ti ho detto", autentici cult di un pubblico femminile, disposto a tutto pur di lasciarsi coinvolgere dai tormenti esistenziali di quelle vicende. Certo, è giusto far notare come, rispetto agli inizi, le ultime trasposizioni abbiano perso la disponibilità degli attori più in vista, gradualmente sostituiti dall'esuberanza di virgulti in cerca di successo e quindi propensi a calarsi senza troppe domande in ruoli scontati ma popolari. Come lo sono quelli di Luke Collins e Sophia Danko, i protagonisti di "La risposta è nelle stelle", favola sentimentale incentrata sulle peripezie amorose di due coppie destinate a incontrarsi nelle lettere di Ira Levinson, arrivato al termine dei suoi giorni e intenzionato a togliere il disturbo, non prima di aver letto ai due ragazzi le lettere indirizzate all'adorata e defunta moglie.
 
Stabilendo una corrispondenza tra i ricordi del desolato coniuge e l'attualità degli irrequieti ascoltatori, posti sullo stesso piano dall'analogia degli atteggiamenti che metterano in discussione i rispettivi legami, "La risposta è nelle stelle" trova il modo di far proliferare gioie e dolori senza bisogno di forzare la mano (come aveva fatto nel precedente e troppo enfatico "Il meglio di me") ma semplicemente sfruttando le possibilità offerte dal doppio binario della struttura narrativa. 
 
 
Il tutto, condito dagli stilemi tipici dello scrittore statunitense, che ritroviamo per filo e per segno nella diversità sociale e culturale dei personaggi - qui come altrove destinati a fare i conti con le conseguenze che ne derivano - nella scelta di ambientare la vicenda in un paesaggio bucolico chiamato a rappresentare sul piani visivo il risveglio delle passioni e l'armonia della loro unione; e infine nel valore assunto dalla scrittura (presente a cominciare da "The Nootebook"), testimone ma soprattutto ordinatrice di una realtà di per sè caotica e mistificante. Scott Eastwood, figlio del grande Clint e Britt Roberton, appena vista in "Tomorrowland" ce la mettono tutta per farsi notare e di certo non sfigurano.


 

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martedì, luglio 14, 2015

IL NEMICO INVISIBILE

Il nemico invisibile
di Paul Schrader
con Nicolas Cage,Anton Yelchin, Irène Jacob
Usa,2014
genere, azione, drammatico
durata, 94'


Si può' parlare di un film rinunciando a raccontarlo nei dettagli dell'analisi filmica. Normalmente no, ma il caso a cui ha dato vita l'ultima fatica di Paul Shrader, impone a chi scrive considerazioni che stanno a latere della materia prettamente cinematografica. Basterebbe dare un'occhiata al tweet rilasciato dal regista in occasione dell'annuncio del suo prossimo lavoro, che, ricordiamo, sarà tratto dal romanzo di Edward Bunker "Dog Eat Dog" è interpretato ancora una volta da Nicolas Cage che di "Il nemico invisibile" è protagonista, per capire la voglia di ricominciare del regista americano praticamrnte defraudato del proprio lavoro dalla decisione dei produttori di rimontare il film in questione senza il beneplacito dell'autore. Un episodio non comune e però destinato a fare letteratura per l'importanza delle parti coinvolte e il contesto della vicenda, svoltasi al di fuori delle grandi Major e nell'ambito di quel cinema indipendente, di norma portato a tutelare la visione dei propri registi. 


Trattandosi di un film d'azione con venature noir intuiamo che le divergenze siano presumibilmente dipese, dal diverso rapporto di produttori e regista rispetto alle aspettative del box office, con la voglia dei primi di guadagnarsi le preferenze degli spettatori, opposta alle priorità di Schrader, interessato agli aspetti meno dinamici e più artistici della questione; ma il lavoro di chi voleva un prodotto più appetibile non ottiene l'effetto sperato: un pò, perchè il trattamento riservato dalla sceneggiatura al protagonista Evan Lake - il veterano della Cia impersonato da Cage - riduce le ossessioni del personaggio - connesse con la cattura del terrorista che tutti credono molto - all'enfasi interpretativa dell'attore americano, dimenticando di giustificarle con una plausibilità psicologica che non sia quella testimoniata dalle tante frasi di circostanza di cui la stori si riempie; un pò, perchè la caccia all'uomo scatenata da Lake viene portata avanti con un'inerzia che se ne infischia di qualsiasi nesso logico, arrivando al dunque dopo una serie di banalità narrative che azzerano la credibilità del filone principale, dedicato appunto alla detection connessa con la ricerca del pericolo avversario; un pò, perchè, nella somma delle parti di cui è costituita questa versione finale, la critica ai valori della società americana - messa in bocca a Lake - è servita da una drammaturgia assolutamente episodica, pronta a scatenarsi con filippiche anti sistema che, private della coerenza di fondo originale, assumono il sapore di una protesta di facciata. 


Evitando di soffermarsi sulle approssimazioni del girato, poco credibile nella realizzazione degli ambienti, ricostruiti in studio e con fondali  a dir poco posticci, resta comunque la curiosità di capire quali siano stati i motivi che hanno spinto un autore come Schrader a impegnarsi in un simile progetto (il regista è anche l'autore della sceneggiatura) e non solo. Perchè, con grande stupore, apprendiamo dai titoli di coda che tra gli executive de "Il nemico invisibile", figura anche il danese Winding Refn, misteriosamente coinvolto in un tale guazzabuglio.
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lunedì, luglio 13, 2015

VELENI - CONVERSAZIONE CON NADIA BALDI E ROBERTO HERLITZKA


L'inizio delle riprese di "Veleni", il nuovo lungometraggio di Nadia Baldi, è stata l'occasione per incontrare l'autrice e Roberto Herlitzka, uno degli interpreti del film. Quello che segue non è solo il resoconto di un esperienza in corso d'opera ma anche una riflessione sullo stato dell'arte del cinema italiano. 

 Per prima cosa sarebbe ideale dare un'esposizione della trama del film


N: è un film ambientato in un luogo dove sono rimaste solo donne. Tutto ruota attorno a questo universo femminile, che è lasciato solo per la guerra o per l'emigrazione e si inventa un nuovo modo di vivere e sopravvivere, ma all'interno di questa comunità ci sono due donne, Bianca e Eleonora, che hanno girato il mondo e hanno imparato l'arte del sublime, in sostanza hanno imparato a usare erbe funghi, droghe e veleni, e sono tornate al loro paese con questi stratagemmi chimici e fanno sì che il film ruoti attorno a queste cose, con una serie di avvenimenti che creano un alone di mistero attorno a ciò che loro fanno: il film inizia con un funerale del medico del paese, marito di Bianca. Nel film si capisce che oltre al suo lavoro ma anche l'uomo è un appassionato di psichiatria, al punto da intrattenere uno scambio epistolare con Jung e si comprende che l'indagine del dottore era proiettata sul femminile, da cui la gelosia delle due donne, coinvolte sentimentalmente con lui. Inoltre in questo paese esiste un collegio dove è stato lasciato il figlio di bianca quand'era piccolo perché creava noia, e dato che le due donne si volevano divertire non volevano il bambino tra i piedi. Il bambino è assennato e educato e in questo collegio cresce sotto la tutela del rettore, un personaggio particolare, con una visione drastica della disciplina, ma che riesce a far intravedere spiragli di libertà e conoscenza. Il bambino, cresciuto, diventa professore del collegio. A questo punto non credo che si sia capito nulla.
R: non si deve capire nulla.

Pynchon diceva che nulla di realmente importante può essere detto in modo semplice. Il film sarà ambientato nel liceo Albertelli, per quanto riguarda le scene del collegio, poi le riprese si sposteranno in Cilento.

N: le scene saranno girate per quattro giorni a Roma, poi andremo nel Cilento, per collocare questo paesino che ancora vive di palazzi storici, case abbandonate – e meravigliose, tra parentesi –  che danno l'idea di ciò che è stato.

La volontà sembra quella di voler racchiudere narrativamente i personaggi e le vicende in un microcosmo.
N: la loro casa, il loro palazzo nobiliare, diventa l'ambientazione di questi eventi. Che avvengono fra il paese, la casa e il collegio.

 
Avendo sempre scritto di anteprime o film già visti mi trovo in difficoltà su un set, e immagino la difficoltà del dover iniziare un lavoro così ambizioso.

N: la verità è la cosa più difficile da ottenere, spesso si rischia che tutto diventi finzione, mentre è necessario il contrario; il compito arduo non è solo di chi fa gli allestimenti – abbiamo la fortuna di lavorare con Carlo Poggioli che sta lavorando con Sorrentino e Mariangela Caggiani, che è una grandissima scenografa – ma anche degli attori, a cui spetta il ruolo più difficile. Perciò servono grandi attori, come il qui presente, il più grande di tutti.

La storia sembra volersi concentrare sulle figure femminili, quasi a voler generalizzare il punto di vista femminile e proporne la diversità come chiave di lettura per il presente e il futuro, similmente a ciò che Muraca aveva fatto con il suo film, affermando che solo le donne possono vincere la mafia.

N: è da un po' di tempo che mi dicono che faccio spettacoli con le donne, e questa cosa non l'ho mai capita dato che lavoro sempre con Roberto e ho la fortuna di poter collaborare con lui. Dal mio punto di vista è un mondo tanto enigmatico e incomprensibile da essere affascinante.
R: io ho fatto Casanova e lì c'erano molte donne. Sono però ancora relegate a una posizione subordinata. E per quanto ribelli sono ancora coperte da questa cappa

Il ruolo di Roberto Herlitzka nel film è quello di un inflessibile rettore che però rivela spiragli di umanità...

R: il mio, come ha detto la regista, è il ruolo di un rettore di un collegio ecclesiastico gesuita ed è anche il terzo prete che faccio in poco tempo, perché ho fatto un cardinale con Paolo Sorrentino, un prete con Bellocchio e adesso lo faccio qui con Baldi...quindi credo che tra poco mi daranno una laurea in teologia. È un personaggio simpatico perché apparentemente è molto rigoroso ma è sfaccettato e ha un alto comprensivo. Bisogna riuscire a fare questa scena – che non racconto –  facendo trasparire tanto la durezza quanto l'affabilità, affabilità che cercheremo di ottenere attraverso l'ironia, la nostra arma migliore.

Il sodalizio lavorativo tra i due si è tramutato in molti progetti comuni, e si conferma nell'alchimia che traspare da ogni loro opera.

R: mi piace innanzitutto perché è una donna e le donne mi piacciono, poi perché essendo una donna ha una certa sensibilità e fantasia che si avvicina a quella che dovrebbero avere gli artisti, provvisti di un lato femminile più comunicativo. Poi lei dice che io sono come Leonardo da Vinci...
N: come Mozart
R: ovviamente io devo contestare questa frase. Però tutto sommato mi trovo abbastanza bene, ma allo stesso tempo ho una responsabilità maggiore perché recitare al livello di Mozart non è cosa facile. Per ora però abbiamo funzionato e funzioneremo ancora.

 

La difficoltà di una trama intricata però non impedisce l'emergere di una sensibilità artistica che prende le mosse dal testo e si rivela nell'ispirazione.

N: io non penso mai al perché, è frutto di una serie di fattori anche intangibili, e quando mi chiedono perché ho fatto una determinata scelta, io dico che non lo so. Tutto quello che si fa nell'arte è riconducibile all'ispirazione, se di arte si può parlare.
R: parliamone, perché dire arte non è un modo per vantarsi, ma anzi per essere umili: uno fa dell'arte e sa che punta a qualcosa di estremamente difficile. Non è un mestiere, bisogna mettercisi dentro dalla testa ai piedi, mentre un mestiere comune può essere fatto con disinteresse.

Soprattutto in un paese dove l'arte per l'arte viene subordinata alla logica del profitto ed è quindi difficile fare film. Forse più che in altri paesi.

R: io credo di no perché, grazie a Dio, se gli Italiani si mettono insieme fanno un film e lo fanno da Italiani, quello che è difficile è farsi accettare dagli altri, non da quelli che lo fanno, perché sono gli altri che non lo ricevono. Lo buttano via, se il film è particolarmente bello.
N: sono d'accordo.

 
In particolare nell'ultimo periodo, complice la serialità e la scarsa attenzione alla scrittura rispetto alla magniloquenza della regia, si ha l'impressione che la mediocrità sia stata accettata come livello base.

N: come dice Ruggero Cappuccio non si fa sì che il pubblico si innalzi all'arte, ma è l'arte ad abbassarsi, questo è in sostanza ciò che è accaduto. Il pubblico viene educato alla non-arte...
R: più che alla non arte alla non cultura, perché l'arte può venir fuori spontaneamente,  la cultura ha bisogno di essere coltivata.

Cosa difficile a farsi quando la riuscita di un'opera è legata al capitale investito.

N: non sono d'accordo, sicuramente i soldi sono un problema, ma non sono tutto.
R: se non ci sono si può fare a meno, ma se li si usa bene aiutano molto.

Il problema della serializzazione del cinema, causata dalla pressione dei forti budget che esigono un ritorno, è anche il motivo che ci porta ad avere dei non-film, reimpasti di vecchi cult dal forte impatto mediatico, un processo che non accenna ad arrestarsi.

N: io personalmente, come ho detto, non so perché faccio tutto ciò ma preferisco andare avanti piuttosto che lamentarmi e subire il disagio della società,  vivo con gioia anche la difficoltà del mestiere  avvalendomi di compagni dal mio stesso entusiasmo, cosa che ci porta ad ottenere comunque grandi risultati. L'altro giorno mi hanno chiesto cosa direi a un giovane che vuole fare il regista. Per prima cosa ho detto che consiglierei di non farlo, ma se dopo tutta la negatività scoprissi che lui lo sta facendo comunque, penserei di aver individuato un vero artista. Credo che sia nella difficoltà e nella negazione che emerga il vero regista e il vero artista. Colui che vive di questo innamoramento, qualcosa che hai dentro e nessuno può fermare, ne soldi ne problemi

Un vecchio cliché del giornalismo sarebbe chiudere l'intervista con dei consigli ai giovani, ma parlando più in generale io suggerirei di soffermarsi sulle difficoltà di fare arte
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N: io dico ai miei ragazzi che ci vuole carattere e non talento, ma è sempre difficile, lo è sempre stato e sempre lo sarà.
R: io sono d'accordo, e dico che se uno vuole fare davvero l'artista è innamorato dell'arte, ma poi lo è anche di se stesso, c'è un narcisismo spietato in questo, per cui si procede malgrado tutte le difficoltà, cercando di non soccombere.
Michelangelo Franchini

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