giovedì, ottobre 23, 2014

ANNIE PARKER

Annie Parker
di Steven Bernestein
con Samantha Morton, Helen Hunt, Aaron Paul
Usa, 2013
durata, 91'
 
 
Nel cinema il tema della malattia è stato quasi sempre e per ovvi motivi il pretesto per imbastire melodrammi ad alto tasso di coinvolgimento. Ma accanto alle storie strappalacrime sul tipo di quella che da "Love Story" in poi ha creato una serie di emulatori più o meno all'altezza del capostipite, il filone si è arricchito di varianti e sfumature che partendo dal caso clinico e dalle sue conseguenze, si sono sforzate di offrire un motivo di speranza allo spettatore scorato dalla visione di cotanta afflizione. Da "L'olio di Lorenzo" a "Con il fiato sospeso" della nostra Costanza Quatriglio, il genere in questione ha visto fiorire una serie di pellicole che accanto al dramma della sorte avversa presentano il tentativo di ribellarsi al destino già scritto attraverso l'individuazione di una possibile cura.  
 
 
 
In questo senso "Annie Parker", diretto dallo sconosciuto Steven Bernestein, è paradigmatico nel ricalcare per filo e per segno un canovaccio che, dopo il contraccolpo della terriibile scoperta, vede la protagonista affrontare il calvario di una risalita dolorosa e solitaria, in un'alternanza di speranza e delusione fatto apposta per sottolineare lo spirito indomito della donna, determinata a capire le ragioni di un destino che la unisce alla madre e alla sorella, già morte per il medesimo motivo. Accanto a lei ma impegnata sul fronte della ricerca  la dottoressa Marie Claire King condizionata dalla mancanza dei fondi necessari a portare avanti lasua battaglia.


Trattandosi di personaggi realmente esistiti ma adattati per lo schermo da sceneggiatori hollywoodiani (uno di questi è lo stesso regista) Annie e Marie risentono di quelle tipizzazioni che vanno a nozze con i  personaggi esemplari, privi cioè di quelle linee d'ombra che di solito appartengono alla vita ma che al cinema deprimono e spaventano Ad essere esaltate sono così le doti di perseveranza delle due donne e la loro ostinata fede nelle rispettive possibilità, così come la misericordia di un paesaggio umano votato al sostegno incondizionato delle nostre beniamine. La santificazione è dietro l'angolo ma ad impedirlo ci pensano le intepretazioni di Samanta Morton e Helen Hunt (dopo The Sessions in un altra parte "terapeutica"), brave nell'evitare i tranelli di ruoli che spingono l'acceleratore del pathos e dell'empatia. Nel dare vita ai fantasmi delle rispettive solitudini - Annie per via di un marito troppo fragile che non riesce più ad accettarla, Marie a causa dello scetticismo di chi potrebbe finanziargli le ricerche- si affidano ad una recitazione che non concede nulla di più di quanto necessario. A dar loro manforte, Aaron Paul, in un ruolo da "maledetto" che si allinea a quelli con cui abbiamo imparato a conoscerlo.
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mercoledì, ottobre 22, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TUSK

 Festival del cinema di Roma-7 giornata
Tusk
di  Kevin SmithUSA 2014 
Usa, 2014
durata, 102'
 



Wallace Bryton/Justin Long e Teddy Craft/un dilatato H.J.Osment si sono inventati un loro podcast (trasmissione radio via internet) specializzato sulle figure appartenenti a quella particolare fauna umana che tra goliardia e cretinismo gira in maniera amatoriale video demenziali o strambi e poi riversa il frutto delle proprie prodezze in rete. La coppia di amici campa discretamente sull'idiozia di massa, fin quando Wallace si mette in testa di conoscere uno dei semi-svitati di persona e va a cercarlo al suo luogo di origine, una cittadina canadese, ove, giunto, scopre che familiari e amici ne stanno celebrando il funerale. Infastidito per aver macinato tanti chilometri a vuoto e comunque intenzionato a spremere qualcosa di sostanzioso per la sua attività, nel gabinetto di un bar del posto, appeso di fronte alla latrina, Wallace crede di aver trovato ciò che fa per lui: tra pubblicità, annunci di ogni genere e altre amenità, scova una lettera scritta su carta di pregio, con calligrafia ordinata e senza errori o cancellature, nella quale si promette - a chi sarà interessato e si farà vivo - ristoro e una confortevole permanenza a base di storie e mirabolanti avventure narrate dalla viva voce di chi ne e' stato protagonista. Wallace, intrigato, s'appropria della lettera e comincia le sue ricerche. Contattato per telefono il tizio autore della missiva - un tale che dice di chiamarsi Howard Howe/M.Parks - chiede lumi circa la località da raggiungere e vi si reca. La', nell'atmosfera ovattata e tetra di una grande casa isolata nei boschi del grande nord, colma di cimeli e quadri, dagli interni in legno, adornata di enormi tappeti, con pareti rosso scuro, tra una tazza di te', resoconti di viaggi e complicate peripezie, citazioni da Coleridge e Tennyson, il nostro eroe verra' sequestrato e, con perizia certosina, degna del più accorto macellaio come di un altrettanto meticoloso chirurgo, trasformato in un... tricheco ! Più precisamente nel Mr.Tusk che da titolo al film ('tusk' in originale sta, appunto, per 'zanna'), secondo le stazioni della personalissima e aberrante teoria psicopatico-nichilista di Howe, volta alla dimostrazione materiale del fondo orribile e disumano che motiva ogni azione.

Con "Tusk" Smith guarda alla fabula gotica con venature horror il cui collante stavolta solo in parte e' rappresentato dalla rivelazione grottesca del mondo delle circostanze e dei fatti o di quello psicologico-emotivo, spesso sgangherato o non al passo coi tempi, come dal divagare su aspetti minimi della cultura popolare americana o dal trastullarsi in non di rado spassosi nonsense: ad un livello più profondo e in altre parole, in "Tusk", si snoda piano piano - pur tra parentesi che non disdegnano, in ogni caso, lo sberleffo e lo sghignazzo di antica memoria - il filo di una riflessione non accomodante riguardo l'interessata ambiguità del singolo contemporaneo - Wallace, abile nella loquela, disinvolto e puntuto, con i suoi atteggiamenti da eterno ragazzo scanzonato, manipola chi gli sta attorno: Teddy che gli tiene bordone più per ammirazione che per paritario legame di amicizia; Ally/Genesis Rodriguez, la fidanzata, che dice di amare ma tradisce sistematicamente (e da cui proprio con Teddy viene a sua volta tradito, e come se nulla fosse); gli stessi mostri di cui va a caccia, mero strumento, per lui, di arricchimento personale - l'avanzato stato di una malattia dai risvolti feroci e per tanti versi imprevedibile che assedia l'uomo comune d'inizio millennio - Howe, benché in la' con gli anni, racconta il suo gesto mentre si compie alla stregua di un orripilato rifiuto della società moderna, gretta, individualista nel senso più abbietto del termine, falsamente civilizzata, poco al di sotto della quale pulsano desideri e smanie tanto ancestrali quanto sanguinarie - l'anestetizzata passività con cui si assiste (e si contribuisce) alla disintegrazione dei rapporti umani - la liaison fra Teddy e Ally e' data per scontata e solo in parte e' motivata dalla frustrazione della ragazza per il comportamento irresponsabile di Wallace - il piacere sadico-puerile (a dire quasi del tutto incosciente) con cui s'infligge il dolore - l'impassibilità distante mostrata da Howe nel portare a compimento la sua opera vivente; i resoconti truci e dettagliatissimi cadenzati dal detective LaPointe/J.Depp in un misto di ebetudine, frenesia alimentare e sonnolenza - et,.

"Tusk" risulta, così, un film più cupo e stranito di quello che la sua superficie sarcastica e disimpegnata - qua e la' - lascia intravedere. Qualche perplessità emerge per il finale, che appare paradossalmente più consolatorio, nella sua prevedibilità, dell'intenzione che lo ispira, si presume, quest'ultima, beffarda.

TFK
(voto: ***1/2)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: I GUARDIANI DELLA GALASSIA

Festival del cinema di Roma
I guardiani della galassia
di John Gunn
con Chris Pratt, Zoe Saldana, Vin Diesel
genere, fantasy
Usa, 2014
durata, 121'

Parlare de “I guardiani della galassia” è un po’ come tirare fuori la vecchia storia delle uova al tegame: chi le vuole ben cotte, chi meno ma, al dunque sempre di quello si tratta, di uova. L’ultimo parto dei Marvel studios (distribuzione Disney) si muove, infatti, in equilibrio su un grado di cottura – per continuare ad usare la metafora alimentare – che rasenta una buona frittata, buona perché ha più o meno il sapore di sempre.
La storia della combriccola dei Guardiani – Peter Quill, ragazzone scapestrato ma dal cuore d’oro, Indiana Jones con meno titoli accademici ma con sempre al seguito un walkman, ultimo regalo della madre scomparsa; Gamora, guerriera dalla pelle verde in cerca di riscatto da un passato burrascoso; Drax, galeotto iper-palestrato animato dall’unico desiderio di vendicare lo sterminio della propria famiglia; Rocket, procione parlante frutto di strane alchimie biologico-cibernetiche, ingegnere tuttofare, mercenario petulante e sarcastico e Groot, albero antropomorfo che si esprime ripetendo all’infinito l’asserzione che indica il suo nome – è quella tipica dei buddy movies, in cui all’inizio si sta sempre sul punto di staccarsi la testa vicendevolmente e alla fine si diventa amiconi inseparabili. Nel caso, a porsi di mezzo, è il tira e molla intrapreso fra due razze opposte e ostili, una delle quali briga senza esclusione di colpi per impossessarsi di una sfera prodigiosa –Orb – contenente il potere immenso della commistione degli elementi che hanno formato l’universo, al fine di sterminare gli avversari, da un lato e porre la propria decisa candidatura al comando del medesimo, dall’altro.

Ciò che è interessante notare, però, è che dove il film funziona meglio – e sembra un paradosso – per i suoi 121′ (che filano via, in ogni caso, con una certa agilità) è quando si affida ai siparietti farsesco-goliardici modello slapstick comedy, più che alle sequenza d’azione, le quali, nella ripetitività di schemi e soluzioni formali abbondantemente usurate, dicono poco anche al più integralista dei sostenitori. A riparo della propria noncurante superfluità, “I Guardiani della galassia” si apprestano a sbarcare/sbancare anche da noi (sono annunciate per l’uscita del 22/10 ben 600 copie) e a non abbandonarci per un bel pezzo. L’ultima immagine del film, difatti, è una sovrimpressione che recita: “I guardiani della galassia torneranno ancora”. Se lo dicono loro…
(Il 3D, nel caso, non aggiunge sale alle uova).
TFK (Voto **1/2)
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martedì, ottobre 21, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: ROMA TERMINI

Festival del cinema di Roma-7 giornata
Roma Termini
di Bartolomeo Pampaloni
Italia 2014
durata, 79′

Il documentario, in Italia, da qualche anno a questa parte sembra avere un fascino, oltre che un discreto successo – si vedano le premiazioni di “Sacro G.R.A.” e “Tir”, rispettivamente alle edizioni 2013 dei festival di Venezia e Roma – al quale sempre più registi nostrani cedono, riuscendo però ad innovarne i modi ed i linguaggi. Tra questi autori s’aggiunge anche Bartolomeo Pampaloni che, con “Roma Termini”, narra, attraverso la drammaturgia documentaristica, la vita dei barboni – altresì, come direbbero i politicamente corretti, i senzatetto – che bazzicano la stazione Termini.
Argomento, quello degli homless, già trattato, durante il festival, in maniera diversamente efficace da Moverman con “Time out of mind”. Usiamo l’epiteto diversamente efficace poiché qui, trattandosi di documentario, s’affronta la tematica con un approccio ed un linguaggio, del tutto differente. Linguaggio che, però, ha le sue innovazioni e peculiarità, specie nel manierismo delle riprese, sgranate e quasi sempre sfocate, che vanno a richiamare la diegeticamente  vita sbiadita dei protagonisti che vivono nel caos, quasi atavico, della stazione centrale della città capitolina. Film che trova i suoi lievi difetti – difetti che, del resto, avevamo riscontrato già nel sopracitato “Time out of mind”- nell’eccessiva prolissi del proprio giungere a conclusione.
La solitudine diventa un’arma a doppio taglio nell’essere, da una parte, fonte di disperazione, dall’altra, nella presa di coscienza d’un eccesso di lucidità, quasi una salvezza.
“Ti sei mai innamorato in vita tua?”
“No”.
Antonio Romagnoli (voto ***1/2)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TIME OUT OF MIND

Festival del cinema di Roma-6 giornata
Time out of mind
di O.Moverman.
Usa 2014
durat, 



Una delle prime cose che viene in mente riflettendo su un film come "Time out of mind" di Oren Moverman, e' che la sola, autentica, libertà rimasta all'individuo occidentale e' quella di sparire. Non si spiegherebbe altrimenti il calvario materiale e morale vissuto ogni giorno da George/Gere, uomo che ha perso il lavoro, non ha mezzi, famiglia (se non una figlia che non frequenta più ma spia di tanto in tanto dall'esterno della vetrina del bar in cui lavora), amici, e del quale il mondo - il mondo delle opportunità e del benessere, il mondo in cui ogni desiderio ha un nome e un'etichetta col prezzo sopra - semplicemente non ne vuole sapere.

Spesso il cinema di Moverman si e' mosso entro i meandri scomodi del dolore e della perdita: pensiamo all'esordio alla sceneggiatura per "Jesus' son" (1999), sui racconti di Denis Johnson; ai reduci spostati di "The messenger" (2009), o al poliziotto disadattato di "Rampart" (2012). In "Time out of mind" il passo rallenta e si concentra sulla vita minuta di un uomo-massa solo e confuso (un Gere controllato e convincente nell'esprimere lo smarrimento, l'incredulità e il disinganno che ha portato via al personaggio, lentamente ma senza scampo, persino il tempo, quello del titolo, cancellandone le tracce dall'esperienza comune, al punto da forzarlo ad esclamare con allibito scoramento: "Io... non esisto"); sui tentativi spesso patetici - se non fossero tragici - di racimolare un pasto o un letto; sui peripli insensati all'interno di un organismo burocratico deputato in linea teorica alla sua salvezza e  auspicabile reinserimento che, al contrario, lo umilia e lo esaspera con la richiesta, per dire, della copia di un documento inesistente al fine di avere accesso all'assistenza o con la sistematica ingiunzione di rispondere a questionari la cui mancanza di qualunque sensibilità tipica delle regole e dei protocolli, alla fine, non fa che rimestare oscenamente nelle pieghe di sofferenze tutt'altro che superate o anche solo rimarginate.

Ciò che può in via erronea sembrare una sorta di spaccato sociologico descrittivo ed anodino ed invece rappresenta il quotidiano di un numero sempre maggiore di uomini e donne, si avvale di una messinscena sobria - attenta ai dettagli, ai mutismi imbarazzati, ai piccoli gesti trattenuti o abortiti - come intrisa di una qual mesta eleganza e sostenuta dalle meravigliose luci della fotografia espansa di Bobby Bukowski, livida e splendente sulle cose e sui volti durante i giorni freddi di una primavera che tarda ad arrivare; morbida e densa negli interni desolati, nelle sale d'aspetto degli ospedali o nei locali pubblici ove si consuma il teatrino sfinito di una cordialità che oramai stenta a passare persino nelle formule convenzionali di un linguaggio che non interroga mai, davvero, l'umano ma si limita a gestirne le circostanze esteriori. Meno convincente e' la scelta di dilatare alcune scene oltre la loro naturale conclusione: il ritmo interno dell'opera, via via, ne risente, non aggiungendo di fatto nulla allo spessore emotivo dei protagonisti o alla tensione narrativa della storia. Come che sia, Moverman, pur alludendo nel finale ad una possibilità di rinascita - l'unica sensata, l'unica degna - compone l'ennesimo ritratto avvilente e scoraggiante di questa nostra presunta modernità, di un altro nuovo secolo ottimista e sorridente per contratto, quanto crudele e oppressivo per quel poco che resta nel cuore dell'uomo.

TFK (voto: ***1/2)
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Film in sala da Martedì 21 a Mercoledì 22 Ottobre 2014

Soul Boys of the Western World: SPANDAU BALLET
di George Hencken
2014 GB - Documentario/Musicale- 112 min


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lunedì, ottobre 20, 2014

WHITE BIRD IN A BLIZZARD

White Bird in a Blizzard
di Gregg Araki
con Shailene Woodley, Eva Green, Chistopher Meloni
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 91' 

Del filone cinematografico dedicato alle tematiche omossesuali Greeg Araki è non da oggi uno degli esponenti più accreditati ma soprattutto di maggiore visibilità. A lui si deve la rappresentazione più colorita ed eccentrica di una sessualità che altri registi americani a cavallo degli anni 80/90 avevano già esplorato - dal Gus Vant Sant de "Mala Noche" al Jonathan Demme di "Philadelphia"-  senza però raggiungere gli estremi che nel bene e nel male appartengono alla poetica del cineasta losangelino, da sempre cultore di antipodi che nel continuo  saliscedi di esaltazione e depressione individuano le contraddizioni dell' American Style of Life. Una schizzofrenia che almeno nei suoi primi film, quelli che lo hanno reso famoso ("Doom Generation" e "Exstasy Generation") sembrava nascere dalla reazione alla paura rappresentata dalla diffusione del virus dell'aids che proprio in quegli anni faceva segnare il picco della sua drammatica espansione. Sul piano cinematografico ne risultava un cinema quasi sperimentale, con narrazioni sincopate e messinscene surreali e finanche grottesche, incentrate quasi esclusivamente su storie di giovani senza arte ne parte. Vero e proprio contraltare ai laccati teen movie hollywoodiani, il cinema di Greeg Araki, passata la tempesta, si è progressivamente normalizzato, mantenendo inalterati i contenuti ma rinunciando dal punto di vista formale agli aspetti più radicali.


"White Bird in a Blizzard" il suo ultimo film è in questo senso una conferma, collocandosi in termini produttivi nei pressi di quel cinema indie che ha perso da tempo la sua forza propulsiva ma che ancora riesce a combinare e tenere insieme fattori apparentemente inconciliabili. Nel film in questione infatti il motivo dominante è rappresentato dal vedere in azione, in uno scenario assolutamente diverso da quelli in cui siamo stati abituati ad ammirarla, Shailene Woodley, una delle nuove star del firmamento hollywoodiano grazie film come "The Divergent" e "Tutta colpa delle stelle " che sono la quintessenza di una normalità che "White Blizzard" invece fa di tutto per scrollarsi di dosso.

A cominciare dalla struttura della trama che dapprima ci lascia pregustare una protagonista femminile del calibro di Eva Green, qui nei panni di Eve, desperate housewife alle prese con un matrimonio fallito e in competizione con la figlia adolescente, e poi, improvvisamente, e dopo poche scene, ce la sottrae  a causa di una misteriosa sparizione che  diventa il motivo scatenante di una serie di situazioni (scabrose) lontane dal conformismo tipico del cinema mainstream. Per continuare con la spiazzanti caratteristiche di una modernità che si esprime attraverso l'atipicità delle figure di contorno - non solo gli amici di Cat, vistosi e estroversi ai limiti del kitsch ma anche il poliziotto senza mezzi termini interpretato da Thomas Jane -  e mediante un tono parzialmente raggelato, e che però si nutre degli elementi più classici del melò hollywoodiano alla Douglas Sirk (incarnato soprattutto dalla nevros di Eve e dal clima claustrofobico in cui è immersa la vicenda), con il perbenismo americano (le tradizioni famigliari e il decoro sociale) progressivamente svuotato dei suoi valori  dall'escursione emotiva e dalle pulsioni "ormonali" di Kat, ragazza della porta accanto che si trasforma in una lolita seducente e complicata.

Stratificazioni che Araki riesce a fondere in un dispositivo semplice ma denso, in cui la linearità della progressione narrativa e la sostanziale sobrietà della macchina da presa corrispondono perfettamente alla manifestazione d'impotenza da parte dei personaggi, tutti, in un modo o nell'altro, spettatori passivi delle proprie esistenze. Una compostenza che non impedisce al regista di riprendere le tematiche che gli sono più care, e che, soprattutto nel personaggio di Kat, gli permettono di esplorare le contraddizioni di un'irrequietezza esistenziale esorcizzata dall'esuberante appettito sessuale che da sempre contraddistingue il mondo giovanile raccontato da Araki.Tra qualche giorno sugli schermi americani.

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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: LA PROCHAINE FOIS JE VISERAI LE COEUR

Festival del cinema di Roma-5 giornata

La prochaine fois je viserai le cœur
di  Cédric Anger
Francia 2014
durata, 111′

“Nelle case si soffoca”. Al limite del lapidario l’affermazione del protagonista che, in apparenza gendarme, è in realtà un assassino seriale.

I fatti, ispirati a reali notizie di cronaca, sono ambientati in una Francia grigia e quasi asettica, come asettiche sembrano essere le dinamiche emozionali del protagonista. Evaso il tentativo thriller, ci si concentra sul dramma interiore di un uomo che vive, nell’ancor più paradossale vestire la divisa, una contraddizione logorante. Si tratta, dunque, di una messa in scena ben ragionata e che si rafforza con la regia sapiente e poco invadente di Anger. A convincere poco è l’epilogo finale, che risulta prolisso e quasi confusionario nel proprio svolgersi narrativo. Molto suggestive restano le scene oniriche dei vermi che, chiara metafora della morte, rappresentano l’unico destino possibile (per non dire un’invidiabile via di fuga).

Interessante il punto di vista misantropico che, nelle fasi iniziali, caratterizza il personaggio principale come uno Übermensch odierno, spostando la sottile linea che delimita la sanità mentale dalla psicopatia, che comunemente s’associa al profilo di un serial killer. Purtroppo, o per non tradire troppo il genere, o per non esulare troppo dai fatti di cronaca o, lo diciamo con un pizzico di malizia, per un probabile risentimento etico/morale del regista, le premesse vengono in parte tradite nell’andare a conclusione, ridimensionando le pretese e la riuscita di un film che, in ogni caso, rimane un ottimo prodotto. Certo è che dar la colpa, in maniera più volte evidente, alla mistificazione e al fraintendimento del cristianesimo, andando a minare le basi della nostra cultura (sempre in riferimento al precedente discorso sanità mentale/psicopatia), è un tocco di gran classe.

Antonio Romagnoli (voto ***1/2)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: GONE GIRL


Festival del cinema di Roma - 5 giornata
Gone Girl
di David Fincher
Usa, 2014
durata, 145′

L’Occidente, visto dagli occhi di David Fincher, altro non è che un grattacielo fatiscente costruito su fondamenta fatte d’illusione e di menzogna.
Protagonisti della storia sono Nick Dunne e la moglie Amy che, a dispetto di un matrimonio apparentemente idilliaco, scompare in circostanze misteriose il giorno del quinto anniversario di matrimonio.
Un mescolamento di generi, quello adoperato da Fincher, che spazia dalla commedia al thriller (si citano, tra gli altri, “La guerra dei Roses” e “Basic Instinct”), scivolando in una ritmica narrativa che non perde mai colpi – 145 minuti volano via come se nulla fosse -. La scelta di utilizzare Ben Affleck, che col suo fare perennemente inebetito incarna a perfezione il personaggio, risulta non solo azzeccata ma addirittura oculatamente premeditata (un’operazione simile venne fatta da Cronenberg scegliendo Robert Pattinson per “Cosmpolis”). A finire di confezionare il tutto, una fotografia sincronizzata con una regia definitivamente matura e dal tocco più che riconoscibile.
L’illusione e la menzogna, cui facevamo cenno in apertura, trovano riscontro, su una base più superficiale, nella pochezza grottesca del mezzo mediatico. Andando a scavare, poco più a fondo, nel microcosmo dettagliato descritto in “Gone girl”, l’amara conclusione che Fincher trae, e di cui tutti, ci piaccia o no, dovremmo convincerci, è la seguente: non è natura dell’uomo vivere con gli altri.
Abbiamo fallito.
Antonio Romagnoli (voto *****)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: SOUL BOYS OF THE WESTERN WORLD

Festival internazionale del film di Roma -5 giornata
Soul Boys of the Western World
di, G.Hencken
durata, 112′


Forse non aveva proprio tutti i torti Faulkner quando annotava che “il passato non e’ mai davvero del tutto passato”. E, parimenti, è improbabile che una osservazione di uguale tenore ma meno perentoria possa trovare maggiore applicazione in una società come quella odierna – la società dei consumi e dell’ obsolescenza programmata dei prodotti – uno dei pilastri fondativi della quale è proprio la riproposizione ciclica d’interi segmenti della sua storia, in una sorta di “inesorabile ritorno dell’uguale” che – si potrebbe persino calcolarlo – non risparmia (praticamente) nulla.
Se, poi, si restringe questo principio ad un particolare settore del vivere associato, a dire quello del generico intrattenimento/spettacolo, ecco che si nota come la tendenza alla replicazione si approssimi al cento per cento. All’interno di una reiterazione così serrata, non hanno mai smesso di saltare fuori, prima o poi, i cosiddetti “anni ’80”, di cui, a fasi alterne, si continua a dire tutto e il contrario, contribuendo, in via ulteriore, alla loro perpetuazione. A pensarci – per quanto su una scala limitata -la sensazione/condanna di vivere in un eterno presente, deriva anche in parte da questo: da una sistematica riesumazione/riproposizione/riciclo di tendenze, di modelli (con tutto il loro strascico di atteggiamenti più o meno esteriori, veri o presunti cambi di mentalità, piccole manie, et.) che finiscono per rallentare il tempo in una specie di onnicomprensiva contemporaneità.
Non stupisce più di tanto, allora, ritrovarsi “fra le mani”, oggi, movimenti artistici e relativi protagonisti – sulla cui idea di definitivo tramonto i meno inclini alla nostalgia o i pragmatici duri e puri almeno una volta si sono baloccati – perché è un po’ come se non se ne fossero mai andati. Testimonianza di quanto accennato può essere questo “Soul boys of the Western world” del britannico George Hencken, documento incentrato sulla storia del gruppo pop degli Spandau Ballet, cresciuto su ciò che restava del movimento punk di fine anni ’70 e – mutati gusti e costumi – capaci di afferrare un successo planetario che ha visto il suo apogeo al momento dell’uscita dell’album “True” (1982), per scemare piano piano lungo il decennio, fino allo scioglimento, alle controversie legali, alla malattia (superata) di uno dei membri. Prendendo le mosse dalle origini proletarie omiddle class dei cinque ragazzi, Hencken si avvia da subito sul sentiero ben tracciato delle “biografie in musica”, ossia in una sorta di diligente lavoro di repertazione che, intervallando cinegiornali d’epoca, programmi televisivi che contestualizzano i fatti, fotografie e filmini dell’archivio privato dei musicisti, offre un quadro d’assieme in cui si sovrappongono le tinte contrastate del desiderio di riscatto, quelle del genuino amore per la musica, come un certo gusto per lo sberleffo unito ad un altrettanto puntuale scaltrezza nella gestione degli affari, la cui sostanziale prevedibilità, però, alla lunga, non viene intaccata neanche dal montaggio nervoso.
Si rincorrono così, accanto alle hit più famose della band (la quale, si stenterà a crederlo, ha emesso i primi vagiti su sonorità punk), “True”, “Highly strung”, “Through the barricades”, “Gold”, “I’ll fly for you”, e assieme a tutto il corollario di mise improbabili, pettinature vaporose, limousine e migliaia di adolescenti in delirio, immagini che giustappongono la scena dei locali londinesi di inizio anni ’80, il ritorno ad una musica più ballabile, l’avvento del decennio della Thatcher, “Top of the Pops”, MTV, Live-Aid, perché impossibilitate ad offrire una qualunque prospettiva che non sia la loro semplice riproposta in un moto circolare che preclude all’analisi l’utilizzo di uno dei suoi strumenti più efficaci: la vera distanza. Nel lavoro di Huncken tale distanza non può darsi dal momento che pressoché tutto ciò che è mostrato è ancora presente – magari mutato ma nemmeno tanto – e continua a tornare e a passare, come un lieve detergente su una superficie senza asperità (gli Spandau saranno di nuovo in tour a partire dal 2015). Amen.
TFK (voto **)



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domenica, ottobre 19, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT

Festival internazionale del film di Roma -4 giornata
A girl walks home alone at night”
di Ana Lily Amirpour
USA 2014
durata, 99′

Non v’è alcun dubbio che, adesso come nel passato, fare film di genere “vampiresco” sia un’operazione estremamente complessa. C’era riuscito recentente Jarmoush col suo “Only lovers left alive”, risposta d’autore a “Twilight” e spazzatura simile. Il tentativo di Ana Lily Amirpour è quello di ambientare la storia di una vampira in una cittadina iraniana.
Se a risultare assai interessanti sono messa in scena e un’elegantissima fotografia in bianco e nero, la sceneggiatura appare debole e pretenziosa. La narrazione, non andando, di per sé, a parare da nessuna parte, appare ancor più confusionaria nell’impiastro citazionistico  privo di qualsiasi consequenzialità: si parte dall’iconografia alla James Dean per passare alla nauvelle vague, mettendo in mezzo Sergio Leone e cinema underground europeo. I troppi silenzi, nel tentativo di dare un’aura ancor più misteriosa alla pellicola, finiscono per negare ogni possibilità d’evoluzione o quantomeno di comprensione dei personaggi. Infine l’amore/odio tra la cultura mediorentale e quella americana viene fuori in maniera esageratamente melensa, con la vampira che, iconograficamente e metaforicamente, veste i panni della donna islamica.
Sicuramente è mirabile, quanto inusuale, il tentativo d’ambientazione di un genere che sembra avere poche vie di fuga. Meno esaltante, e di parecchio, è l’esecuzione.
Antonio Romagnoli (voto **)

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IL GIOVANE FAVOLOSO

Il giovane favoloso
di Mario Martone
con Elio Germano, Michele Riondino, Isabella Aragonese
Italia, 2014
genere, biografico
durata, 137'

Un brillante futuro dietro le spalle per la prima volta di Leopardi al grande schermo.

Il giovane favoloso, applauditissimo alla settantunesima edizione del festival di Venezia, è arrivato nelle sale da poco, monopolizzando il panorama cinematografico italiano. Mario Martone, forte di una recente messa in scena delle Operette Morali (2011), nonché della vittoria del premio leopardiano La Ginestra, dirige Elio Germano in un biopic che incarna alla perfezione tutti gli stereotipi e i miti che ingiustamente accompagnano la figura del filosofo, poeta e filologo di Recanati.

La vicenda procede lentamente e indugiando sull'inessenziale, dalla fanciullezza del conte Giacomo trascorsa nella natia casa—in cui sono peraltro state girate molte scene— fino alla morte, esplorandone gli amori folli, lo studio matto, la rabbia giovane e inesplosa. La verve istrionica di Germano, esaltata dal difficile confronto con Massimo Popolizio nel ruolo dell'austero padre —come già accadde in Mio fratello è figlio unico di Luchetti—, e ravvivata dalla presenza di Michele Riondino nei panni dell'amorevole amico Antonio Ranieri, scivola spesso nell'eccesso, quasi fosse uno dei protagonisti di Freaks.


Splendida la fotografia capace di rendere la magnificenza di una natura di cui Giacomo avverte l'ineluttabile superiorità, tale persino da ricordare alcune tele paesaggistiche di Friedrich. Peccato per una scelta musicale schizofrenica —si passa da Rossini all'elettronica con grande nonchalance— che non contribuisce alla caratterizzazione del personaggio, spesso lasciata alla semplice lettura dell'intensa corrispondenza che Leopardi intrattenne con Pietro Giordani, suo mentore e guida spirituale. Il giovane favoloso è stato descritto da Martone come un "Kurt Cobain dell'Ottocento ". Lettura degli eventi "originale", dettata forse da un certo desiderio di rendere appetibile ai più
uno spirito complesso come Leopardi. Ma ormai non ci stupiamo più di nulla e con questa definizione il regista, lungi dall'avvicinare il poeta alla nostra sensibilità di moderni, finisce per stringere l'occhiolino a Schopenhauer e alla sua concezione del Mondo come nostra personale rappresentazione.

L'unica cosa che — con un pizzico di fantasia e grande generosità— potrebbe avvicinare Germano al celebre cantante è solo una colonna sonora tendente al groove, non certo quella malinconiaincapace di evolvere in ribellione che attanaglia il Leopardi secondo Martone a una a stasi che
tradisce la vivacità intellettuale del filosofo. Non a caso del suo mondo interiore —nella realtà variegato, nella pellicola racchiuso quasi unicamente dal vocabolo "malinconico"— viene proposta una ricostruzione visionaria, resa attraverso allusive occhiati omosessuali, abbuffate di gelato, frequentazioni di postriboli, il tutto sul continuo tintinnio della stessa lagna. È apprezzabile il tentativo di mostrare lo iato che divide l'animo del giovane filosofo tra ciò che vorrebbe fare e ciò cui invece si vede costretto da cause di forza maggiore —ora il padre, ora la malattia—. Ma quante domande e continue ricerche accompagnarono l'opera di Leopardi, qui invece immobile, quasi la macchietta del depresso nella sua stalattica posizione di gobbo infelice, seguace passivo delle idee rivoluzionarie dell'amico Ranieri!

Talvolta il silenzio sa essere più ribelle di mille grida —l'apparente quiete del poeta questo ci insegna—, ed è un vero peccato che anche il buon Leopardi sia stato così infelicemente tradito.
Erica Belluzzi
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sabato, ottobre 18, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: AS THE GODS WILL

Festival internazionale del film di Roma -3 giornata
As the gods will
di Miike Takashi.
Giappone, 2014
120'



Miike Takashi e' un autore eclettico, controverso, quindi alterno, comunque sempre ben disposto a non tirarsi indietro di fronte agli argomenti spinosi, come alla possibilità di trarre conseguenze poco in linea con l'acquiescenza corrente. Si prenda ad esempio questo "As the gods will" e il suo modo di mettersi di traverso - alla solita maniera che coniuga sarcasmo ai limiti dell'irrisione, crudeltà beffarda, spietatezze assortite, isolate tregue in cui a fatica si fa largo la riflessione stranita o scampoli di un desiderio di vicinanza autentica, in genere negletta se non, persino, inesistente - rispetto a quella che potremmo definire con scarsa fantasia "lo stato dell'arte della modernità" ai tempi della sistematica disgregazione dei rapporti e dell'imporsi in sua vece di una condizione (post-qualcosa, meta-qualcosa, chi sa più dirlo con certezza ?) sempre più mediata (di fatto, di continuo ri-generata) dalla onnipresenza tecnologica e dai suoi più possenti bracci armati: il denaro e le merci (intese come consumo nel senso più generico del termine).

Da decenni l'Occidente si gingilla col concetto di pulsione di morte, finendo con l'averlo interiorizzato nei modi di una resa psicologica ed etica al dato-di-fatto, la superficie inerte del quale viene talvolta increspata da esplosioni di violenza pressoché immediatamente rimosse (o mal interpretate o nemmeno analizzate) nell'illusione che il mastice a base di solvibilità e oggetti  richiuda la crepa e soprattutto regga. Ebbene, Miike prova a fermarsi un istante, a guardare più da vicino il tessuto di questa realtà in apparenza dai colori vividi e subito riconoscibili quanto instancabile nel garantire che domani non sarà altro che l'ennesimo oggi, e addentrandosi nelle vite di coloro - che già solo fisicamente rappresentano il futuro - su cui quella realtà punta per imporsi una volta per tutte: un gruppo di giovani uomini e donne. Nel caso, liceali.

Alla luce di ciò, se l'esistenza di gran parte della gioventù odierna e' ritmata in maniera serrata e monotona sul progressivo allontanamento dalla pratica quotidiana dei fatti (per quanto scoraggianti, insensati, banali essi siano: pensiamo alla piaga sociale degli otaku, qui ritratti tra l'ironico e il patetico) a favore di una reiterazione fondata sull'utilizzo passivo dei manufatti tecnologici, sull'assenza o limitazione degli stimoli, sul restringimento conseguente degli orizzonti ad un qui-e-ora di primo acchito eternamente promettente ma via via inflessibile, fino al momento di mostrarsi al dunque di una scelta col suo vero volto - un ghigno severo ed esigente - diventa allora sensato scaraventarne un esemplare - Takahama Shun, Takeru Amaya e Akimoto Ichiko ne incarnano nel film l'epitome più rappresentativa - all'interno di un contesto (un gigantesco cubo bianco opaco che staziona/veleggia nei cieli, subito ribattezzato dai media accorsi golosi, "il cubo di Hokkaido") tarato su misura della logica stringente di un videogioco ad eliminazione graduale dei suoi partecipanti.

Shun - annoiato e depresso quanto sensibile e di fondo disgustato di una vita già senza vie d'uscita -; Amaya - egoista e violento, prevaricatore e cinico, votato alla conservazione di se stesso come eletto di una stirpe superiore che ha il dovere morale di eliminare i più deboli -; Ichiko - dai capelli decolorati e dall'animo in bilico tra una frivola spensieratezza, una indefinita attrazione per Shun e un grumo più intimo fatto di solitudine e frustrazione - insieme ad altri appartenenti alla loro sfera comune, assurgono così a rango di protagonisti di un gioco (la vita-agli-albori-del-terzo-millennio) in cui si prende teoricamente parte a tutto e alla fine si muore spesso per niente, ossia o per capriccio o per caso.

Miike concentra la sua attenzione sul carnevale folle ma, letteralmente, iperrealista che coinvolge/usa i ragazzi; sui loro volti stravolti dal terrore, dall'incredulità, come da una sorta di serafica apatia, costruendo una messinscena al solito pulsante nei colori vistosi (il sangue, le luci della città, i tramonti al limite dell'oleografia) e veemente nelle scansioni (a cui non poco contribuisce anche il tipico piglio assertivo nipponico) ma controllata e inflessibile nell'aderenza ad una programmatica inerzia fondata sul legame di causa-effetto. Ciò che si perde, fatalmente, nel meccanismo del "passaggio al livello successivo", si recupera nella coerenza di un pessimismo che non ammette infingimenti o scorciatoie. Perché se il Male alla fine non muore, il Bene non trionfa e la sopravvivenza e' mera questione di fortuna, non d'intelligenza, non di abilita', non di forza: se, in altre parole e a conti fatti, e' questa " la volontà di Dio", sembra lecito e addirittura  morale sentenziare alla maniera di Shun: "Se Dio ha creato tutto questo, che si fotta !".


TFK (voto: ****)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: STILL ALICE

Still Alice
Festival internazionale del film di Roma - 3 giornata 
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
Usa, 2014
durata, 99′


Il termine “americanata” è un neologismo circa il quale neppure tre pagine di dizionario basterebbero a descriverne tutte le declinazioni in maniera esaustiva. “Still Alice”, film di Richard Glatzer e Wash Westmoreland – che narra di una madre di famiglia ammalatasi di una rara forma di Alzheimer precoce – ne assume tutti i connotati peggiori.
Postulato che è doveroso fare un minuto di silenzio per la sceneggiatura, che ai mielosi tratti drammatici ne alterna alcuni comici iper-calcolati, rendendo la riuscita finale assiduamente artificiosa e pre-frabbricata, Still Alice racconta di quanto il dramma più grande di un essere umano sia la distruzione della felicità (?) di una famiglia borghese da parte di una malattia rara. Lasciato, quindi, completamente da parte il lato umano della vicenda, tutto si concentra su come la tragedia vada a modificare gli equilibri inter-familiari, annullando di fatto qualsiasi dinamismo nell’evoluzione (o involuzione) dei personaggi e rendendo la visione noiosa – per non usare epiteti peggiori-. Non ci vengono risparmiati neppure i flashback girati in super-8, né il discorso commovente (?) al termine del quale tutta la platea si alza in piedi lacrimando. La regia, a tratti apatica e a tratti antipatica, trova i momenti di maggiore esaltazione nel fare continua pubblicità al marchio “Apple”, rimarcando in malo modo il concetto con la battutaccia affidata ad Hunter Parrish circa la superiorità della tecnologia sull’uomo. La bravura del cast, ovviamente, non basta a risollevare le sorti di un prodotto di così basso livello.
Lo spunto di partenza di “Still Alice” è tanto ottimo quanto pessimo ne è lo svolgimento. La mela di Steve Jobs, a quanto pare, vale più di quella di Isaac Newton.
Antonio Romagnoli (voto *)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: X+Y

Festival internazionale del film di Roma - 2 giornata- 
X+Y di Morgan Matthews
United Kingdom, 2014


Attraverso il fenomeno del sogno ogni uomo diviene artista, attraverso il fenomeno dell’ebbrezza ogni uomo diviene opera d’arte. Scomodiamo, in questa sede, l’Apollo ed il Dioniso di Nietzsche poiché “X + Y”, già nella sintesi stessa del titolo, raccoglie l’intera dialettica - destinata a non avere risoluzione -  riguardante l’elemento razionale ed il proprio prodotto opposto, laddove i segni da una parte rimandano alla passione per la matematica, dall’altra fanno riferimento ai cromosomi eterosomi.

La storia di Nathan è quella di un ragazzo al contempo autistico e genio della matematica, con tutti i problemi, specie  nelle relazioni sociali e personali, che ciò comporta.

Lungi dall’essere la classica ascesa “all’americana”, nella quale il protagonista disadattato e malvoluto è solito prendere la rivalsa finale su tutti, “X+Y” è un fitto e pregiato tessuto tirato fuori dalle psicologie estremamente complesse di tutti i personaggi (in particolare della madre e del professor Humphreys, mentore del ragazzo, interpretato genialmente da Rafe Spall), perfettamente tarati nel dare una precisa linea drammaturgica al film, e le psicosi del protagonista, riportate con grande naturalezza dall’interprete Asa Butterfield (che ricorda vagamente Elijah Wood nei suoi momenti migliori).

L’innamoramento con la sua compagna Zhang innescherà il processo dialettico di cui parlavamo qualche riga fa, dando dunque dinamismo alle emozioni del giovane protagonista che, chiuso nella sfera cinica/matematica, fino ad allora unico pianeta a lui noto ed accessibile, tenterà addirittura di capire, invano, l’amore attraverso una formula:

“Ed ecco che Apollo non poteva vivere senza Dioniso”.
Antonio Romagnoli (voto****)
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venerdì, ottobre 17, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T.S.SPIVET

Festival internazionale del film di Roma - 2 giornata
Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet
di J Pierre Jeunet

T.S.Spivet (Tecumseh Sparrow) ha dieci anni, un certo numero di lentiggini intorno a grandi occhi curiosi, ed e' una sorta di precocissimo genio, intrigato nientemeno che dall'idea di dare concretezza duratura al moto perpetuo. Vive in una piccola fattoria del Montana assieme al padre (cow-boy tutto d'un pezzo - un po' Gary Cooper, un po' Sam Shepard - che si esprime per stereotipi western del tipo: "Quel ruscello e' più asciutto del sarcofago di una mummia"); alla madre (- H. B-Carter - entomologa apprensiva e pasticciona); alla sorella più grande Gracie (certa che uno dei modi più sicuri per evadere dall'isolamento e dalla monotonia della vita campestre sia quello di partecipare alle selezioni per Miss America); al gemello Leyton (oltreché sua stessa copia, replica in sedicesimo del padre che in lui vede la prosecuzione perfetta di se stesso) e al cane di casa, uso a rosicchiare il ferro quando aumentano le tensioni interne al microcosmo familiare.

Ben deciso a "rimaner sempre fedele alla scienza", T.S. percorre in solitaria le tappe di un viaggio fisico e simbolico attraverso il continente americano e il tumulto interiore dei suoi pochi anni, che lo condurrà alla riscoperta delle gioie delle sfide intellettuali, come alla grama consapevolezza che nulla e' sul serio ciò che appare e che - spesso e volentieri - vanità, menzogna, senso di colpa e doppiezza, hanno quasi uno stesso spiacevole sapore.

Il Cinema stilizzato e coloratissimo di Jeunet affronta, stavolta da un punto di vista più classico (l'altro era stato l'azzardo produttivo eccentrico di "Alien 4/La clonazione"), a dire quello del romanzo di formazione, l'universo-America, declinando il suo vocabolario di variazioni sincretiche quanto fondamentalmente derivative in un insieme che riesce ad accostare, senza fastidiose frizioni, panoramiche da prototipo dei film-di-frontiera al gusto più moderno per il dialogo arguto e brillante, sempre in bilico tra disinvolta saccenza e malcelato cinismo: giù giù fino a dettagli in apparenza incongrui ma deliziosamente funzionali all'esaltazione di uno slancio avventuroso, di una sorta d'imprevista magia che occhieggia tra minute imprecisioni e calibratissimi anacronismi. Entro lo spazio di una partitura fitta di suggestioni che non si fa mancare nemmeno il fraseggio a base di steel guitar, armonica e violino, ecco palesarsi, allora, come espressione di una capacita' inventiva vitale e coerente, secchi della spazzatura in alluminio di ultima generazione e salotti foderati di un unica membrana fatta di mobilio e suppellettili dall'identico color cuoio; ecco scarponcini tecnici in gore-tex e frullatori e tostapane dall'inconfondibile design anni '50 et., nell'estremizzazione paradossale e intrigante di riferimenti culturali e metaforici che sul piano strettamente figurativo richiamano modelli cinematografici (Ford, Hawks, Capra, per dirne alcuni) e pittorici (Hopper, Wyeth, Rockwell) passati al tritatutto di un'estetica edificante e laccata.

Nonostante una voce narrante sempre sul punto d'impossessarsi in via definitiva degli snodi cruciali della vicenda, la figura del piccolo T.S. - al pari degli altri co-protagonisti, ognuno con un suo cruccio nascosto, un personale non-detto - si colora sovente di toni malinconici e d'improvvise apprensioni che sembrano preludere ad un sostanziale destino di solitudine (abbastanza consueto tra i grandi ingegni) e allo stesso tempo concorrono a irrobustire gli argini sguarniti di un mondo in cui - tutto sommato - i contrasti si appianano e i rimorsi e le sofferenze trovano consolazione, riportando la fiaba di una fanciullezza speciale ma travagliata sul sentiero comune della ricerca di quell'incanto che fa percorrere alle gocce d'acqua sempre "la traiettoria di minima resistenza".

TFK
(voto: ***1/2)
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giovedì, ottobre 16, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: MY ITALIAN SECRET. THE FORGOTTEN HEROES


 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA - 1 GIORNATA
 "My italian secret. The forgotten heroes".

di: O.Jacoby.

- USA 2013 -

92'


Tra i modi per rintracciare - nella grande matassa della Storia - uno dei suoi bandoli fondamentali, la Memoria, c'è quello utilizzato da Oren Jacoby nel suo documento "My italian secret...", centrato sulle vicissitudini di coloro i quali durante il Fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e l'occupazione nazista in Italia, si adoperarono - spesso a rischio della vita propria e di quella dei relativi congiunti - nel salvataggio di donne, uomini e bambini di religione ebraica, come sui ricordi di chi e' sopravvissuto grazie a loro.

A fungere da leva di trazione e scioglimento dei possibili fili di una vicenda così vasta e dolorosa e' nientemeno che Gino Bartali (le cui parole sono rese dalla voce roca e profonda di Roberto Loggia), singolare tipo di campione, anti-personaggio, uomo di poche parole, di comprovata fede, fermo nelle proprie convinzioni al punto da rigettare al mittente l'onda pateticamente adulatoria con cui il regime Fascista, fingendo di lodarne le virtù sportive, tentava di annettersi simbolicamente il suo trionfo al Tour de France del 1938, mentre - ed e' una prima pagina dell'epoca a ricordarcelo - promulgava le leggi razziali. Bartali - che, tra l'altro, fatto non così usuale, vinse ancora al Tour nel '48 - maturo' presto l'intendimento (la guerra era ormai alle porte) di prodigarsi per quanto gli fosse stato possibile allo scopo di arginare un orrore che - avremmo scoperto qualche tempo dopo - superava di gran lunga le peggiori aspettative. Conscio che la sua condizione di atleta celebre e assai amato gli concedeva ancora - seppur nelle ristrettezze e nei controlli imposti dalla dittatura - un certo margine di manovra, comincio', con la scusa d'impegnative sessioni di allenamento in giro per una grossa fetta del centro Italia, a fare da corriere speciale per il recapito di documenti d'identità falsi che promettevano almeno la possibilità per gli ebrei ancora rimasti sul suolo nazionale e non ancora rastrellati, di nascondersi, prima, e di tentare la carta dell'espatrio, poi.

Ne emerge, in filigrana, il ritratto di un individuo schivo quanto deciso a non arrendersi ad una evidenza terribile e in apparenza senza via di scampo. Se a ciò aggiungiamo che egli per oltre mezzo secolo poco parlo' e malvolentieri del suo ruolo negli anni più difficili - quelli successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943, al rastrellamento, ad esempio, nel ghetto ebraico di Roma nell'ottobre di quello stesso anno, e, in generale, quelli dell'occupazione nazista in Italia - ecco che arriviamo al cuore del lavoro di Jacoby il quale, partendo appunto da Bartali, ricostruisce tutta una serie di circostanze analoghe che hanno avuto per protagonisti un numero imprecisato eppure notevole di persone comuni che non hanno esitato a giocarsi la vita per salvarne delle altre (qui il "segreto" del titolo di cui "The forgotten heroes" intende rendere testimonianza).

Il passo di una narrazione basata sull'alternanza di documenti d'epoca e resoconti di uomini e donne che hanno superato attimi atroci ma non li hanno mai dimenticati, e' reso più vivido da brevi inserti di ricostruzione di finzione che illuminano di una concretezza più plateale frammenti di eventi rievocati dalle voci di chi li ha vissuti, in un misto ancora non risolto di orrore e meraviglia, in parte mitigato dalla rassicurazione di una prossimità umana ancora possibile. E' per tale motivo, forse, che l'erede di uno di coloro che si spese per la salvezza di decine d'inermi, allo slancio di una scampata che lo definisce "eroe", risponde: "No. E' un uomo".
TFK
(voto: ***1/2)

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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: WE ARE YOUNG, WE ARE STRONG

FESTIVAL DEL FILM DI ROMA-1 GIORNATA We are young, we are strong 
di Burhan Qurbani

Germania 2014

durara, 123’’

Opera seconda del regista Burhan Qurbani, la pellicola si presenta da subito interessante, sia per manifattura che per argomento. La trama narra degli scontri, di matrice xenofoba, avvenuti a Rostock nel 1992, dove alcuni naziskin hanno assaltato un edificio che ospitava numerosi vietnamiti.

Il film è narrato sia dal punto di vista delle controparti - ovvero skinhead ed immigrati -, sia dal punto di vista, in maniera tanto realistica quanto avvilente,  della politica  doppiogiochista e/o impotente. La prima parte, interamente in bianco e nero, delinea in maniera dettagliata la psicologia dei personaggi attraverso i quali è filtrata la vicenda – anche se si perde, forse, un po’ troppo nel dettagliare le vicissitudini adolescenziali, che rubano la scena al resto-. Il film diventa a colori quando la prefazione, tirata un po’ troppo per le lunghe, passa al fatto di cronaca in sé. Tutto diventa crudo ed in balia di una violenza verace che trova il suo specchio nell’incendio, nonostante la cronaca sia reale quasi onirico, che distrugge ogni speranza.

Quello dell’immigrazione, specie nella fase che sta attraversando l’europa, è un argomento oltremodo delicato, e lo è ancor di più ambientato in un teatro come la Germania. Il razzismo - come il film, seppur in tutti i suoi difetti, ci fa cogliere - non è mai una ragazzata o lo scherzo di una bambina: il razzismo è un cancro in metastasi frutto di  una cultura, quella occidentale europea, che fatica a levare le macchie di sangue dai propri panni ormai putridi e maleodoranti. La pietra scagliata, sul finale, dal bambino alla vietnamita, è denuncia ad cultura che s’identifica nel peccato originale dei secoli trascorsi e di quelli a venire.
Antonio Romagnoli
(Voto ***)
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9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: GUIDA TASCABILE PER LA FELICITA'

Festival del film di Roma-1 giornata
Guida tascabile per la felicità
di R Mayer
Usa, 2014
durata, 



Nel contesto verdissimo del mid-east USA, David Portnoy - per gli amici "Dave" - e' un adolescente educato e sulle sue che passa buona parte del tempo tra il liceo, sessioni ludiche declamate in latino e una grande passione ereditata dalla madre (prematuramente scomparsa e origine di una lacerazione interiore che stenta a rimarginarsi): il birdwatching, portato avanti, tra l'altro, con dedizione e competenza tali da mettere alla prova anche le gerarchie accademiche.

Nell'imminenza del nuovo matrimonio del padre (un J.LeGros barbuto e un po' imbolsito), con Giuliana, infermiera che aveva accudito sua madre negli ultimi giorni, Dave s'imbatte in un esemplare - considerato a tutti gli effetti estinto - di "Anatra del Labrador", il quale, al momento di essere immortalato nella foto che ne rivelerebbe l'esistenza, si dilegua, ponendo le basi per una mobilitazione collettiva a scopo ricerca nei boschi che coinvolge gli amici del cuore (membri fondatori e unici aderenti al club ornitologico che hanno fondato), Ellen, ragazzina fotografa provetta poi non così insensibile al fascino svagato ma inquieto di Dave, e un professore, erudito delle specie volatili, interpretato da Ben Kingsley (in uno dei suoi ritratti di uomo pedante ma dall'indole, di fondo, saggia e comprensiva).

Sul crinale che separa teen comedy e breve glossario per l'apprendistato di una corretta educazione sentimentale, l'opera di Meyer scivola lieve e discreta nella sua prevedibilità giocandosi la carta migliore coi volti gentili e puliti dei suoi giovani protagonisti, campioni di una ennesima America - quella, nel caso, della middle-class bianca che insiste-sul-dialogo, si sforza di essere introspettiva, bada a ciò che mangia, schiva le droghe, respinge le scene truci dei film - a suo modo marginale e un tanto fuori dal tempo, portata com'è ad interiorizzare il dolore, a discuterne (limitando al minimo il ricorso al turpiloquio o all'enfasi emotiva) e cercando nel rapporto più stretto con l'ambiente naturale un itinerario (e un senso) alternativo all'apparente eternità dell'iper-materialismo odierno.

Tascabile anche nella durata, "Guida..." ha il pregio di non pretendere di essere di più di quello che e': un garbato omaggio all'autenticità dei sentimenti e allo splendore nervoso della giovinezza. (Colonna sonora indie di prammatica).


TFK
(voto: ***)





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