giovedì, maggio 21, 2015

YOUTH - LA GIOVINEZZA

Youth - La giovinezza
di Paolo Sorrentino
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 118'
 
Possiamo affermarlo senza paura di smentita. Paolo Sorrentino è un regista senza vie di mezzo e per questo destinato a dividere le platee; Un pò come fa il suo cinema, capace in ogni scena di contenere tutto e il contrario di tutto; dal tragico al ridicolo in una continua mescolanza di cultura alta e bassa che in "Youth la giovinezza" tocca il suo apice quando immagina che tra gli ospiti del lussuoso albergo svizzero in cui si svolge la vicenda ci sia anche Diego Armando Maradona, il famoso calciatore che con la sua opulenta fisicità rappresenta il perfetto  contraltare alla dimensione artistica e intellettuale in cui si muovono i protagonisti della storia. I quali, all'interno del film, rappresentano, per le differenze della loro personalità, un altro esempio di coesistenza di opposte tendenze, con Fred (Michael Caine candidato fin da adesso a una stagione di premi) direttore d'orchestra di fama mondiale che ha rinunciato a suonare per intraprendere una vita apatica e priva di stimoli, e Mick (Harvey Keitel), regista cinemaotografico che invece è deciso a viverla fino in fondo attraverso la realizzazione del film che dovrà consacrarne la carriera. 
 
Ai due amici Sorrentino regala una vacanza da sogno e anche l'alibi per un consuntivo esistenziale che li vedrà protagonisti e insieme spettatori delle esistenze con cui condividono le comodità di quel ristoro. Senza dimenticare quello che resta di legami famigliari e colleghi di lavoro, tutti, a cominciare dalla figlia di Mick (Rachel Weisz) lasciata dal marito e in cerca di consolazione, coinvolti nel singolare rendez vouz.

Se qualcuno aveva pensato che "Youth" potesse rappresentare una pausa e forse l'antidoto alle ambizioni e al gigantismo de "La grande bellezza" è bene che si ricreda, perchè il regista napoletano non solo continua a ragionare sui massimi sistemi - in questo caso ì'amore l'amicizia messi a confronto con lo scorrere del tempo - ma spinge l'acceleratore sul piano della visione, assecondata da una mdp capace di ridefinire il senso del reale in chiave personale e soggettiva. "Youth" si separa dal mondo per ricrearlo a sua immagine e somiglianza in una porzione di territorio che diventa laboratorio di tic, manie e ossessioni che, al solito, il regista coglie attraverso un campionario umano sospeso tra armonia e deformità. Sorrentino più di altri cita se stesso e le proprie virtù. Da qui forse la sensazione di un déjà vu che rischia la maniera, seppur di gran classe, e la tendenza a un assolutismo estetico e contenutistico che a volte appesantisce l'armonia del film, rendendola frammentata e diseguale. A mettere d'accordo tutti sono invece gli intepreti e le qualità delle loro performance, sorprendenti soprattutto nei ruoli di secondo piano, con Jane Fonda, Paul Dano e Rachel Weisz bravi a ritagliarsi la loro fetta di gloria in un' opera comunque dominata dalla classe deila coppia regina.
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martedì, maggio 19, 2015

GOOD KILL

Good Kill
di Andrew Niccol
con Ethan Hawke, January Jones, Zoe Kravitz
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 105'


Non è la prima volta che Andrew Niccol si occupa di guerra. La prima volta lo aveva fatto in modo indiretto, attraverso la storia del trafficante di armi Yuri Orlov, interpretato da Nicolas Cage in “The Lord of The War”. Nella seconda invece, il tema bellico ritrova gli scenari che gli sono più consoni, collocandosi dalle parti di quel conflitto afghano che, con molte polemiche, era stato il teatro d’azione del cecchino americano raccontato da Clint Eastwood in “American Sniper”. Il paragone, evidente in superficie, si lega però a significati più profondi e in particolare alla similitudine di un punto di vista che in ambedue i casi racconta non solo le pulsioni di morte e l’abbrutimento dell’essere umano ma anche la dimensione d’isolamento e il connubio uomo macchina (già esplorato da film come “Belva di guerra” e “Lebanon”) proporzionali al livello di specializzazioni delle parti in causa. Alla pari di Kris Kyle, il militare dei Navy Seals che combatte in nemico secondo procedure che lo distinguono dagli altri commilitoni, il Tom Egan di “Good Kill” - interpretato da un monolitico Ethan Hawke - non appartiene alla schiera dei top gun che abbiamo conosciuto nei film hollywoodiani. Egan è infatti è un pilota di Droni, ovvero di quei vettori comandati da terra e impiegati in zone distanti anche migliaia di chilometri rispetto al punto di controllo. Come Kris Kyle anche Egan ha una famiglia e una moglie costretta a sopportare le conseguenze di un lavoro che rende dipendenti.


Ma le differenze con il film di Eastwood si fermano qui poichè Niccol - regista che nel tempo è riuscito a conciliare la pratica dei generi con la creatività di uno sguardo fortemente personale - occupandosi di un tema che ha diviso l’opinione pubblica – per le vittime civili provocate dallo spregiudicato utilizzo dei droni - crea le premesse di un’analisi che di fatto non riesce mai a partire. Un po’ perchè Niccol inserisce la materia del suo film all’interno di una struttura fortemente schematica e risolta nella dialettica tra gli aspetti pubblici della vicenda, quelli legati allo stress di un lavoro di per sè alienate, e quelli privati, occupati dalla crisi matrimoniale che sono la diretta conseguenza dell'incarico svolto dal protagonista. Un po’ perché tale cornice fa da sfondo a un tessuto altamente convenzionale nella definizione del personaggi; con Egan, la cui alienazione è resa azzerando qualsiasi espressività e secondo una discesa agli inferi che sa di manuale; e con sua moglie Megan, ultima di una serie di bionde mozzafiato che il cinema di Niccol non ha mancato di valorizzare e che però in questo caso viene utilizzata in maniera strumentale e didascalica, rappresentando semplicemente un espediente per far sapere allo spettatore quali siano i pensieri del laconico protagonista, conosciuti dalla spettatore attraverso le risposte che il protagonista è costretto a fornire alla donna.

Scelte che spingono fuori campo le questioni legate all' impiego dei droni e alla salvaguardia dei diritti umani, sostituite da un bignami di pro e contro, in cui le rivendicazioni dei militari fascisti e guerrafondai si contrappongono equamente alla correttezza politica dei loro oppositori. E che poi, cosa più grave, lasciano spazio a un'ambiguità di fondo rimarcata dal malessere di Egan, attribuito non alla crisi di coscienza per le morti che ha provocato quanto piuttosto al non aver potuto compiere le proprie “imprese” a bordo di un normale velivolo da caccia. Una pecca di cui si deve essere accorto anche Niccol se è vero che, nel finale, il film tenta di rimediare con una sequenza di giustizia sommaria così posticcia da aumentare il senso di irrisolutezza dell’intera operazione.
 
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sabato, maggio 16, 2015

MAD MAX: FURY ROAD

Mad Max: Fury Road
di George Miller
con Tom hardy, Charlize Theron
Australia, Usa
genere, azione, fantascienza, thriller, avventura
durata, 120'


La creazione di un universo narrativo così intrinsecamente barocco e cinematograficamente ingombrante, com'è quello di questo Mad Max, è una scelta registica tanto più lodevole quanto connotata di una voglia di distaccarsi dal precedente background post-apocalittico-distopico della saga, orientandosi verso l'estremizzazione dei tratti fantasy/steampunk che, pur integrati nei canonici topoi del Mad Max, conferiscono al film un taglio fantascientifico dal sapore fumettistico che non è affatto un cattivo modo di rivisitare/reinventare la saga.
Ma il film non si esaurisce nella caratterizzazione di questa nuova e pur affascinante estetica, e intesse una storia sufficientemente interessante da far quasi pesare la continua – a tratti morbosa – insistenza della macchina da presa sull'azione esplosiva finalizzata alla mera spettacolarizzazione dell'inseguimento.
Facendosi infatti forza della valenza quasi allegorica degli elementi narrativi – tratto che qui, fortunamente, non è solo l'alibi di una scrittura superficiale – , il film procede come un lungo inseguimento nel panorama desertico di una terra desolata dove Furiosa (Charlize Theron) scappa in cerca di redenzione accompagnata da un carismatico e tormentato Mad Max (Tom Hardy) e dalle mogli di un crudelissimo Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne, l'ex Toecutter), un autoproclamato signore della guerra e messia delle masse affamate in uno dei pochi insediamenti umani rimasti.


Il Macguffin sposta l'azione sulla strada, facendo del film un particolarissimo road movie dall'azione spropositatamente magniloquente – tanto da rendere completamente superfluo il 3d – che tuttavia riesce a coinvolgere per il delicato incastro dei rapporti umani che si viene a creare mentre l'inseguimento continua.
Ai personaggi viene infatti affidata l'anima del film, alle loro considerazioni e alla curata evoluzione delle loro personalità – tutte caratterizzate individualmente, anche quelle delle bellissime mogli-oggetto con poco spazio nel film – che, attraverso percorsi individualmente diversi e restituiti in modo capace con poche battute, riconsegnano una lettura estremamente profonda per la sua cifra quasi favolistica.
Michelangelo Franchini
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IL RACCONTO DEI RACCONTI-TALE OF THE TALES


Il racconto dei racconti
di Matteo Garrone
con Salma Hayek, Vincent Cassel, Stacy Martin, John C Reilly
Italia, Francia, Gran Bretagna, 2015
genere, fantasy
durata, 125'



Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale
 a quanto c’è noto da lungo tempo.
S. Freud

In un sistema produttivo disastroso come quello italiano, la scelta fatta da Matteo Garrone nel trasporre sullo schermo “Lo cunto de li cunti” potrebbe inizialmente apparire, al netto della sua precedente filmografia e ancor di più dei titoli nostrani,  se non azzardata, quantomeno spiazzante.

Nonostante le dichiarazioni fatte dal regista, a sua detta poco interessato al parere della critica ma concentrato sul riscontro del pubblico nelle sale, con la sua ultima opera Garrone si getta come mai aveva fatto prima nell’esplorazione del non-noto, esplorazione che, se precedentemente era legata principalmente al restituire sullo schermo gli anfratti psicologici dei personaggi, ora è legata ad ogni aspetto del film.  Pur non mancando i ponti che tendono a comunicare col passato cinematografico del nostro, con la m.d.p. mai dimentica di soffermarsi sui volti degli attori, Garrone si trova a dover adattare il proprio stile ad un genere cinematografico caratterizzato da un linguaggio sui generis. Riuscita la decodifica, l’estetica che confeziona l’opera risulta essere il perfetto contenitore di tutto il discorso autoriale che, si voglia o no, s’impone, grazie anche ai richiami fotografici di “Barry Lyndon” o a quelli pittorici di Caravaggio - la fotografia è firmata da Peter Suschitzky, storico collaboratore di un certo David Cronenberg, geniale nel bilanciare e fondere la fiaba con gli elementi dell’orrido e del grottesco, anche grazie all’ottima resa degli effetti speciali -.

L’eccezionalità dello scritto di Basile stava nell’aver saputo miscelare la novellistica colta - riferendosi in particolar modo al “Decameron” - alla favolistica di estrazione popolare/orale, eccezionalità che ha reso Garrone l’unico autore del pianeta a potersi permettere di rimandare contemporaneamente a Pasolini ed a Peter Jackson, non dimenticando che la sua fiaba è anche per bambini, e che anche nell’attività fantasmatica dei bambini sono presenti paure e angosce. 


Il perturbante diviene quindi la linea guida che lega tutti gli elementi - la nascita macchiata dalla Morte; la bellezza perduta nella vecchiaia; la rivisitazione del mito di Amore e Psiche; l’ossimorica pulce gigante; etc. -, elementi che innescano l’intero meccanismo cinematografico, retto dunque sulla dialettica eraclitea della dinamicità derivata dagli opposti - È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi. -; diventa quindi semplice respingere le accuse di chi afferma la poca empatia avvertita durante la fruizione poiché, come il Das Unheimliche Freudiano, “Il racconto dei racconti” è una visione che necessariamente è pensata per essere avvertita come estranea e familiare allo stesso tempo. Nel segmento finale, dove l’equilibrista cammina sulla fune ardente sospesa in aria, tutto torna nella matura riflessione meta-narrativa di Garrone, che lascia aperte due strade: lasciarsi incantare, con lo sguardo in su, ed assistere allo spettacolo, oppure osservare sulla propria pelle l’incombenza della Fine; la grandezza del film, probabilmente, sta nella possibilità di percorrerle contemporaneamente. 
Antonio Romagnoli
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venerdì, maggio 15, 2015

CALVARIO

Calvario
di Michael McDonagh
con Brendan Gleason, Kelly Reilly, Chris O'Dowd
UK, 2013
genere, drammatico
durata, 101'


Che ci sia continuo bisogno di far arieggiare i locali abitati dal cinema contemporaneo, di questi tempi,  è sotto gli occhi di tutti. A farsi carico di questa necessità, tra gli altri, anche se dalle nostre parti un po’ in sordina, è arrivato John Michael McDonagh - da non confondere con il fratello Martin, autore di “Sette psicopatici” -, prima con l’esuberante “The Guard” (2011), adesso con “Calvary”, che sarà nelle sale italiane a partire dal 14 maggio 2015. Il film è ambientato in un paesello sulla costa dell’Irlanda dell’Ovest e narra di James Lavelle, prete di una piccola parrocchia. La storia si apre durante la confessione di un penitente che, stuprato da un prete vent’anni prima, minaccia di uccidere Lavelle la domenica seguente.

Nonostante il drastico cambiamento di toni rispetto all’opera precedente, senza rinunciare al suo stile, McDonagh sembra essere a proprio agio nel trattare tematiche come la spiritualità individuale e l’influenza della religione nella cultura occidentale e ad inserirle senza alcuna forzatura in un’impacchettatura solo in apparenza a metà tra noir e dark comedy. Procedendo nell’arco temporale che separa la sequenza d’apertura dall’omicidio annunciato nella stessa, “Calvary” ha i suoi migliori pregi in una scrittura iper-ragionata e lenta nel proprio incedere, e nella fotografia di Larry Smith - “Eyes Wide Shut”; “Bronson”; “Only God Forgives” – che restituisce perfettamente sia le tonalità grigie e Joyceiane dell’ambientazione che il percorso psicologico/esistenziale del protagonista, paragonato, come suggerito dal titolo, alla salita affrontata da Cristo andando verso la propria crocifissione.

Ciò che rende “Calvary” definitivamente un capolavoro, oltre i motivi sopra descritti, nonché l’interpretazione di Brendon Gleeson, è l’abilità del regista nell’indagare circa un linguaggio cinematografico Nuovo - si veda la scena dell’uccisione mantenuta solenne nonostante l’utilizzo del rallenty e del jump cut - eludendo costantemente, in ogni fase, la trappola dell’Ovvio.
Antonio Romagnoli
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giovedì, maggio 14, 2015

CAFE' DE FLORE

di Jean-Marc Vallée
con Vanessa Paradis, Kevin Parent, Hélène Florent, Evelyne Brochu
Canada, Francia, 2011
genere, drammatico
durata, 122' 



Café de Flore è la storia di un uomo che non potrebbe desiderare di più e ne è cosciente, e di un ragazzino di sette anni che non ha proprio tutto per essere felice, ma fortunatamente non ha la lucidità per esserne cosciente.
Come anticipato in maniera forse un po’ didascalica dalla voce narrante, Café de Flore è un complesso tessuto narrativo costituito dalla somma di due macro-storie, di cui la prima, ambientata a Montreal ai giorni nostri vede Antoine (Kevin Parent a un magnifico debutto cinematografico), affermato dj di fama mondiale alla soglia dei quarant’anni, follemente innamorato di Rose (Evelyn Brochu) e padre di due splendide bambine avute dal precedente matrimonio con la compagna di una vita Carol (Hélène Florent); mentre la seconda ruota attorno alla più debole vicenda di Jacqueline (Vanessa Paradis), ragazza madre che negli anni sessanta a Parigi cresce il figlio down Laurent (Marin Gerrier).
Il film, diretto e scritto da Jean Marc Vallée dopo C.R.A.Z.Y e Young Victoria, è stato presentato alla Mostra internazionale d’arte cinamatografica di Venezia nel 2011, senza riuscire tuttavia a ottenere una distribuzione italiana, sebbene avesse ottenuto ben tredici candidature ai Genie Awards (gli Oscar canadesi).
A motivo del mancato plauso di pubblica e critica si può forse addurre l’innegabile complessità dell’opera, strutturata come un vero e proprio mosaico compositivo e narrativo, in cui al plot bipartito – reso unitario grazie all’espediente di Cafè de Flore, una canzone popolare in Francia negli sessanta particolarmente amata da Jaqueline e remixata da Antoine qualche decade dopo –, devono essere sommate numerose storie-nella-storia, che si aprono a matrioska in un percorso pressoché infinito di suggestioni e spunti narrativi.

Se non un accozzaglia di vicende differenti, l’opera appare talvolta un frammentato mosaico in cui ogni singolo tassello potrebbe godere di vita autonoma. Se da un lato tale varietà increspa la fluidità e la scorrevolezza narrativa, dall’altro Vallée, grazie a una forte componente onirico-trasognata e alla copresenza di numerosi piani spazio-temporali – sogni, ricordi, immaginazioni, speranze, incubi – crea un’opera ricca e stimolante per tutti i sensi: una colonna sonora – forse vera protagonista del film – che spazia dai Pink Floyd ai Sigur Rós, si accompagna una fotografia eclettica e per certi versi sperimentale.
Il plot, apparentemente scontato, nasconde interessanti incursioni nel tema della metempsicosi e della sopravvivenza dell’anima al corpo, nei cui confronti il regista si pone in maniera critica, proponendo una visione laica e non pre-orientata.
Attraverso un tema ampio e complesso come quello della reincarnazione dell’anima, vengono indagate le diverse facce dell’amore, dall’affetto coniugale fino all’amore materno, dipinto come un sentimento esclusivo dominato da una qual certa gelosia irrazionale.
Per certi versi il misticismo di Vallée ricorda quello de La doppia vita di Veronica, probabilmente omaggiato dallo stesso regista canadese nella caratterizzazione di uno dei suoi personaggi chiave, che porta lo stesso nome della protagonista del capolavoro di Krzysztof Kieślowski.
Erica Belluzzi
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mercoledì, maggio 13, 2015

PITZA E DATTERI

Pitza e Datteri
di  Fariborz Kamkari   
con  Giuseppe Battiston, Andrea Pergolesi, Mehdi Meskar
Italia, 2014
genere, commedia
durata, 92'

Il tema dell'integrazione, l'incontro-scontro fra due culture antitetiche e il delicato incastro fra i sistemi etici sono il tema portante di una commedia all'italiana che riesce a mantenersi sempre distante da quella dimensione umoristica grottesco-surreale che è più spesso un effetto collaterale che un obiettivo centrato.
Il motore dell'azione è la moschea dove la comunità musulmana di Venezia era solita pregare e che un'avvenente Zara (Maud Buquet)  – archetipo di donna emancipata all'occidentale, conscia/consapevole della propria femminilità – ha trasformato in un salone di bellezza. Per riprenderla viene chiamato un aiuto dall'Afghanistan: un imam che – dall'alto della sua saggezza – aiuti i fedeli a ritrovare un punto di raccolta. Ma nella migliore tradizione umoristica pirandelliana avviene il contrario: l'imam è un ventenne impacciato.
L'intreccio – geniale nella sua semplicità – è la fonte della vis comica, che scaturisce da una serie di gag mai eccessive basate su fraintendimenti dovuti alle differenze culturali. Ma il film non si risolve nella storia e anzi ha il proprio punto di forza nei personaggi – sostenuti da attori capaci, tra i quali spicca un meraviglioso Giuseppe Battiston -, nella loro graduale evoluzione e nella semplicità con cui raffigurano l'eterna opposizione dialettica fra oriente e occidente, il deserto e il mare, sistemi di vita opposti ma non inconciliabili.

A uscirne vincitore è proprio il confronto, che qui muove i personaggi - quasi come un blando espediente narrativo -  fino alla consapevole arrendevolezza che precede il compromesso e la sintesi hegeliana delle due opposizioni. Un risultato tutt'altro che negativo considerando che la regia riesce anche a colorare il tutto con le tonalità di una commedia ben confezionata e a risolvere, con quella stessa delicata ironia che accompagna il film così come accompagna – e nobilita – il film l'orchestra di piazza Vittorio, la questione del fondamentalismo religioso, con un espediente originale e divertente.

La necessità di ritrovare un luogo culturalmente identitario all'interno di uno spazio cittadino straniero – e in quanto tale “estraneo” e regolato da norme altre – è la semplice e riuscita metafora con cui il film si interroga sulla reale possibilità di inserimento di un Islam moderato/moderno che ha il volto – giovane, non a caso – di Mehdi Meskar (soprannominato Saladino), costretto a venire a patti con una femminilità matura e a misurarsi con un mondo multietnico – la Venezia storica del crocevia di mercanti e culture – che può accettare soltanto – questo suggerisce il film – una rispettosa convivenza pacifica in cui le differenze non siano motivo di attrito ma di arricchimento.
Michelangelo Franchini
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martedì, maggio 12, 2015

LES LYONNAIS

"Les Lyonnais/A gang story".
diO.Marchal
con, G.Lanvin, T.Karyo, D.Duval, F.Renaud, L.Astier, F.Levantin.
Francia, 2011
genere, polar
durata, 102'



Sembra uno scherzo - e se lo e', non può essere che di pessimo gusto - ma il cantilenante adagio (il quale, e' chiaro, prima o poi, si rivelerà comunque essere l'ultimo azzardo di una serie di ripugnanti automatismi) per cui si-deve-fare-tutto-ciò-che-si-può-fare, al momento di entrare in circolo col composto semplice ma spesso indigesto (perché scomodo) di cui e' fatto il noir - e il suo gemello europeo, il polar - trova un suo sinistro e affascinate ubi consistam, ossia quella formula coerente, rudemente elegante, nutraceutica e stimolante dipendenza, di un-mezzo-per-uno-scopo, al cui maliardo inganno e' difficile sottrarsi. Caso di specie e' "Les Lyonnais" - reso come "A gang story" - di Olivier Marchal ("Gangsters", 2002; "36 Quai des Orfevres", 2004; "L'ultima missione", 2008; "Braquo, serie TV dal 2009), tipo robusto dall'aria esausta ma risoluta, passato, dopo quasi vent'anni trascorsi tra la Brigade Criminelle di Versailles e l'antiterrorismo, la Surete', di Parigi, con crescente successo e considerazione, alla scrittura, prima e alla direzione, poi.

Giocato sull'incastro incalzante e deterministico tra passato e presente (il passato, in particolar modo se di natura criminale, non solo permea di se' e vincola il presente in un meccanismo perverso e non di rado letale che aggiunge senza posa anelli nuovi alle catene della colpa ma induce spesso ad illudersi, a mo' di appiglio estremo, circa la possibilità per cui gl'individui di esso impastati e da esso plasmati vi restino fedeli), "Les Lyonnais" ricostruisce, a partire dalle memorie di Edmond Vidal, detto Momon (G.Lanvin), sopravvissuto truand di origine gitana, malinconico e, in conclusione, solo senza scampo - in un rifluire continuo di cronaca e finzione utile a restituire più un paesaggio psicologico ed emotivo che un resoconto, sebbene puntuale nella sua voluta frammentarietà, di un'avventura malavitosa - le vicende sul filo del rasoio della banda che titola il film, la quale, al termine di un feroce apprendistato come forza fresca di un'organizzazione di sedicente ispirazione gaullista, si coagulo' in manipolo autonomo e imperverso', a colpi di rapine-lampo tanto con scrupolo congegnate, quanto all'occorrenza brutali - non arrestandosi appunto davanti a nulla, meno che mai di fronte al nascente mercato internazionale degli stupefacenti (che ne avrebbe, tra l'altro, minato gli equilibri interni fino alla discordia e alla dissoluzione) - nella Francia sud-orientale per circa un decennio, tra la fine degli anni '60 e per buona parte dei '70. All'interno di tali direttrici, punto di saldatura e frizione di tutte le vicissitudini, trova posto la parabola umana, personale e familiare, intessuta da Momon con Serge Suttel/T.Karyo, compagno, complice e fratello d'elezione, conosciuto in quell'età, la fanciullezza, e secondo i modi di una solidarietà tra esclusi, durante la quale e' possibile tracciare indelebilmente il sentiero di un'esistenza intera.

"Servono tre cose per diventare uomo", sussurra il padre al piccolo Edmond: "Agire con rapidità, parlare poco e non tradire i propri ideali". "Peccato che non funzioni così...", sentenzia a se stesso, una vita dopo, lo stesso Momon, quando e' ora di tentare un bilancio complessivo ed onesto della propria esperienza. Del resto, lucidità di analisi, la quasi disperata lealtà di fondo (più a se stessi e come sorta di ostinazione virile che fedeltà incrollabile ad un presunto codice che la Storia e gli adeguamenti progressivi - sempre meno esigenti - dell'animo umano ad essa hanno via via, dai rispettivi fronti, eroso, tanto da far osservare ad un altro esponente di punta del cosiddetto neo-polar come Frederic Schoendoerffer: "Il milieu e' cambiato, i codici d'onore spazzati via a immagine della nostra società che si e' degradata con le disillusioni. Questi tipi sono totalmente irresponsabili, completamente impazziti, fuori dai limiti. La violenza e' il loro linguaggio, il loro mezzo di sopravvivenza per tenere il potere". E similmente: "Una banda dura dieci o dodici anni. Dopo un'altra banda prende il potere: e' veramente come nella catena alimentare. I malavitosi lo sanno. La storia del criminale che termina la propria vita felice, in campagna, e' un mito. Questo mestiere finisce sempre male"), come anche l'accurata ricostruzione documentale delle storie, l'attenzione ossessiva ai dettagli (abbigliamento, accessori, armi, gesti, sguardi), la pignoleria nel tratteggio delle psicologie, hanno sempre caratterizzato i lavori di Marchal, peraltro intrisi di una incoercibile irrequietezza, di una irruenza a stento trattenuta, ambivalenze caratteriali, queste, che se da un lato lo hanno posto sulla scia nobile segnata dalla meticolosa compostezza, dal rigore nipponico, di un autore decisivo come Melville, dall'altro hanno contribuito ad avvicinarlo a personalità non meno complesse come, ad esempio, M.Mann e J.To, di alcuni canoni espressivi dei quali ha saputo poi, di opera in opera, giovarsi (pensiamo, per dire, alle geometrie al tempo essenziali, astratte eppure sanguigne, selvagge, delle sequenze più squisitamente militari, a diverse riprese presenti anche in "Les Lyonnais"). Elementi questi che tornano di nuovo e assemblati quasi con ferocia intorno alle figure di Momon e Serge, gangsters predestinati da una educazione alla vita violenta e randagia, il cui unico cemento, la fiducia carnale e omertosa - sottolinea Marchal - si rivela poco a poco malfido, friabile, perché inadatto a respingere le infiltrazioni di un nuovo genere di opportunismo (di evoluzione dell'adattamento ?), cieco, irriflessivo, apatico, quindi incline a lasciar campo libero all'efferatezza, abile a non svelare mai del tutto la sua amalgama di base, neppure se sottoposto al vaglio della prova del nove per eccellenza, l'avidità. In un contesto del genere, riferimenti già precari come costanza, franchezza, capacita' di concentrazione, rispetto delle gerarchie, e' facile che virino - e in fretta (sul serio stava cambiando un'epoca: al di la' del gusto e dei costumi, della politica o dell'economia, una mutazione antropologica vera e propria era in atto e cominciava a mostrare il suo vero volto a partire da uno dei laboratori sociali più sensibili, quello del crimine) - in potenziali strumenti di autodistruzione ("Una vita per una vita", si dice, a voce bassa, meccanicamente, quasi ad autoconvincersi ma già non era più così vero).

Nella luce tagliente che isola e attraversa ambienti e volti, ora come fiamma pulsante che alimenta vite vissute senza risparmio perché senza domani (ciò che costituisce il quotidiano e' già avvenuto - amori, figli, svaghi - Oggi non c'è che da guardarsi le spalle, fumare nervosamente, mangiare con le mani, cambiare spesso riparo), ora segno perspicuo, persino accecante, a volte, di un destino segnato da sempre e avaro d'indulgenze, la menzogna e il tradimento pur reiterati e intrecciati - ci si e' giunti, al fine, a fare-tutto-ciò-che-si-può-fare - non riescono più a giustificare e ad esaurire lo spazio già residuale di uno stupore muto, l'ultimo, stonatura di nessun conto nel trionfo unanime e annoiato della Morte.
TFK


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lunedì, maggio 11, 2015

FORZA MAGGIORE

Forza Maggiore
di Ruben Östlund
con Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli
Francia. Danimarca, Germania, 2014
genere, drammatico
durata122'
 


Il diritto definisce forza maggiore ogni tipo di evento o energia esterna che, impedendo a un individuo di resistervi, lo costringono ad agire.
Questo il titolo dell’ultimo lungometraggio di Ruben Östlund, stella nel firmamento del cinema nordico, che non a caso con quest’opera ha vinto ha vinto il Premio della Giura nella sezione Un certain Regard alla sessantasettesima edizione del Festival di Cannes ed è stato successivamente selezionato per rappresentare la Svezia nella categoria Miglior film Straniero ai Premi Oscar.
Gran parte della vicenda è anticipata nella prima magistrale scena, in cui un fotografo si accinge a scattare – e costruire – immagini di felicità di una famiglia in un momento di riposo su un impianto sciistico, dicendo loro come sorridere, toccarsi e porsi in relazione l’uno all’altro quel tanto che basta per dare l’idea di un nucleo sereno.
Tomas (Johannes Kuhnke) e la bella moglie Ebba (Lisa Loven Kongsli) decidono di ricavare dall’affollata routine lavorativa, una settimana bianca da trascorrere assieme ai figlioletti in un lussuoso residence nei pressi di un impianto sciistico.
La prevedibile tranquillità di una vacanza sanza ‘nfamia e sanza lodo – in cui il padre risulta estraneo alle abitudini dei figli nonchè incapace di stabilire un contatto emotivo con loro, mentre ogni compito è delegato all’occhio attento ma stanco della madre –, è presto sconvolta da una vera e propria valanga che travolge la famiglia nell’atto di consumare un pasto su una terrazza panoramica. Se Ebba si butta sui figli cercando di trarli in salvo, la prima istintiva reazione di Tomas è invece quella di scappare – avendo però a cuore di portare con sé l’i-phone e i guanti –.
La coppia, che presto si accorgerà di non essere mai stata così lontana, deciderà di scegliere una versione ufficiale della storia da raccontare agli amici e in segno di pace si stringerà la mano, quasi onorando una tacita liturgia bellica. 

Diversamente dell’allegro quadretto borghese che le azioni dei quattro parrebbero suggerire, mentre Tomas e Ebba si troveranno presto a desiderare di trascorrere l’uno del tempo senza l’altro in lunghe passeggiate solitarie sugli scii, i bambini mostreranno di non voler trascorrere tempo coi genitori.
Ecclettico e interessante è l’uso della fotografia e del colore. Mentre i vari personaggi, a dispetto delle distanze che li separano, vengono caratterizzati dalla medesima cromia – tutta la famiglia ad esempio indossa un pigiama petrolio –, talvolta un uso della luce quasi zenitale assieme all’alternanza del bianco e del nero, suggerisce la presenza di un vuoto oramai incolmabile. 

«Vedevo la valanga, è cresciuta, è diventata enorme e all’improvviso è stato chiaro che non era sotto controllo» affermerà uno dei due coniugi, e la frase non ha certo il solo valore di descrivere l’evento naturale, assumendo anzi significato in relazione allo sprofondare della relazione.
Ad aiutare i protagonisti nel lento processo di riconoscimento della noia che guida le loro giornate, guidandoli in un moto per inerzia, saranno altri ospiti del residence: una donna sposata che nonostante la famiglia e i figli ha deciso di non abdicare alla propria libertà sessuale e intellettuale e una giovane coppia appena formatasi e apparentemente stabile nella stabilità del proprio amore.
La macchina da presa, per lo più statica, riprende con fermo cinismo l’evoluzione di quella che sarebbe dovuta essere la piacevole vacanza di una famiglia perfetta, indugiando con un certo humor sulle fragilità dei protagonisti, i cui comportamenti, così per bene e così borghesi, finiscono per essere dipinti come ridicoli e grotteschi.
Erica Belluzzi

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sabato, maggio 09, 2015

MI CHIAMO MAYA

Mi chiamo Maya
di Tommaso Agnese
con Valeria Solarino, Matilda Lutz, Carlotta Natoli, Giovanni Anzaldo
genere, drammatico
Italia, 2015
durata, 90'
 
 

La vicenda narra di Niki ed Alice, due sorelle di cui la prima è adolescente mentre l’altra ha nove anni, che restano orfane di madre a seguito di un incidente stradale. Le due, non volendosi separare, scappano dall’assistente sociale che le aveva in cura e vagano per Roma tentando di nascondersi.

Come già lascia intendere la trama, il rischio di un film come “Mi chiamo Maya, diretto dall’esordiente Tommaso Agnese, è di non riuscire a raggiare le numerose insidie che si presentando nel trattare un argomento così delicato. Rischi che, ahinoi, durante la visione prendono la forma di effettivi difetti dal momento in cui l’errare delle due piccole protagoniste, angosciate da un futuro che non c’è e tormentate dall’assenza della figura materna, vanno barcamenandosi tra situazioni che, oltre ad avere indosso l’odore della caduta nello stereotipo, sono completamente sconnesse tra di loro, presentando una drammaturgia che tende a far acqua da tutte le parti. Il cercare di salvare il tutto dal punto di vista visivo, nonostante l’ottima fotografia di Davide Manca, diventa controproducente nell’andare ad evidenziare maggiormente i disgiungimenti che vanno a formare un tessuto narrativo per nulla coeso. Altra nota dolente, sulla quale è impossibile sorvolare, è il livello medio-basso della recitazione, che tende a gravare sulle spalle già esili della maggior parte dei prodotti audiovisivi nostrani - l’onnipresente Valeria Solarino, già vista di recente ne “la terra dei Santi”, continua a dimostrare di avere doti recitative tutt’altro che spiccate -.

È il caso di prendere in considerazione, dunque, la problematica che rende i temi sociali, troppo spesso nel cinema italiano contemporaneo, un pretesto per creare prodotti che alla fine non riescono né a restituire i dati del reale - laddove per reale s’intenda la dialettica circoscritta attorno al problema preso in considerazione - né ad avere ripercussioni sull’attività fantasmatica con la quale il cinema nutre sé stesso. Preso in considerazione ciò, “Mi chiamo maya”  diventa un film che si agita in maniera frenetica nelle sabbie mobili della non-forma e, inesorabilmente, viene inghiottito senza lasciar traccia.
Antonio Romagnoli
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venerdì, maggio 08, 2015

LET'S GO

Let's Go
di Antonietta De Lillo
Luca Musella, Elizabeth Cristina Almeida, Vincenzo Arvann
Italia, 2015
genere, documentario
durata, 55'

Un documentario che racconta la storia di Luca Musella, il suo scivolamento - questo è il termine che usa lui stesso – dalla sicurezza borghese di un lavoro rispettato all'incertezza economica della vita da sottoproletario, un film aggraziato che indaga una realtà tanto più grave quanto pudicamente ignorata dalla maggior parte della filmografia.
La vita e le parole di Luca assurgono a paradigma di una fetta sempre più grande di persone che si scoprono prive di certezze economiche da un giorno all'altro. L'eleganza delle riprese stride con la crudezza delle immagini così come l'Italia dell'expo e degli slogan fasciofuturisti stride con la realtà effettiva di un paese in crisi, stritolato da una classe dirigente spietatamente neoliberista impegnata a smantellare il welfare e lasciare spazio a un crudele darwinismo socioeconomico che sacrifica i più deboli sull'altare del profitto delle grandi aziende.
Ma la narrazione non mostra questo, lascia ai fatti e alle inquadrature il gravoso compito della denuncia, concentrandosi sulla figura di Luca, esponendo – attraverso testi scritti da lui stesso – le considerazioni di chi vive al confine tra un mondo borghese e agiato e quello dei sottoproletari, degli extracomunitari e dei clochard, persone senza tutele costrette a chinare la testa e scegliere tra lo sfruttamento e l'inedia.
Con ironica rassegnazione Luca ci accompagna in questo mondo di invisibili, individui incredibili aggrappati alla sopravvivenza contro ogni possibilità, persone senza difese che si destreggiano in un mondo del lavoro che non offre garanzie ma pretende tutto. La storia toccante di un uomo che ha abbracciato l'estrema libertà della vita che molti – immigrati o italiani, a quel punto non importa più – sono costretti a condurre all'ombra di una tanto decantata “stabilità” che per i più non è che un orizzonte lontano. I “vinti” dal (fittizio) progresso che tessono un'esistenza parallela negli angoli bui, ignorati dalla folla e dalla politica, accompagnati dalla delicata introspezione di un uomo che ha saputo mantenere la propria dignità e la capacità di leggere il mondo con una sensibilità che emerge dal testo-lettera – che s'intreccia con le riprese – e smuove l'animo dello spettatore fino alla commozione.
Michelangelo Franchini
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giovedì, maggio 07, 2015

THE GUNMAN

The Gunman
di Pierre Morel
con Sean Penn, Javier Bardem, Idris Elba, Jasmine Trinca
genere, thriller
Usa, 2015
durata, 115'



Dopo aver diretto il blockbuster "Taken" con Liam Neeson, che ha dato vita a una delle serie d’azione di maggior successo della storia del cinema degli ultimi anni, Pierre Morel ci riprova, e questa volta sceglie il due volte premio oscar Sean Penn (Mystic River, Milk) quale protagonista del suo ultimo action thriller: The Gunman.

Il film, co-sceneggiato dallo stesso Penn, narra la vicenda di Jim Terrier, ex militare forte di missioni in zone pericolose come agente speciale, che dopo aver portato a termine operazioni rischiose e violente che hanno condotto all’uccisione di molte vite umane, cerca di riscattarsi prodigandosi in operazioni umanitarie in paesi del terzo mondo. Ma per quanto cerchi di negare un trascorso da mercenario, il passato ricomparità, obbligandolo a tornare in azione e a sfruttare tutte le risorse fisiche e intellettuali cui è stato addestrato per sopravvivere. Tra prove di evidente possenza fisica e abilità motorie, Sean Penn, protagonista di ogni singolo fotogramma, trascorre buona parte del tempo a petto nudo, in un’evidente e –non del tutto giustificabile– sfoggio di un fisico da culturista. 

Quale male minore, il buon Terrier, tornando sulle tracce del passato reincontrerà l’amata Annie- oramai sposata con l’amico di un tempo- interpretata dall’attrice italiana Jasmine Trinca, la cui presenza in The GunMan – fortemente voluta da Penn che pare sia stato impressionato dalla performance dell’attrice in "Miele" – serve a riempire un buco di presenze femminili nel film, ma non è certo motivata dalla recitazione sfoggiata: misera per non dire inopportuna, resa ancora più imbarazzante da un inglese biascicato e da un’espressività per lo più monotona. Durante le sue spedizioni Penn-Terrier si muoverà come un torero nella corrida, attirando a sé ex compagni di lavoro e sicari imbufaliti che cercheranno solo di farlo fuori: questa analogia, elegantemente suggerita nel corso del film, verrà poi palesata nella scena finale.

Con "The Gunman" Sean Penn si esibisce in una delle intepretazioni peggiori – se non la peggiore - della sua carriera, e lo stesso si può dire per il co-protagonista –nemesi dell’eroico Terrier - Javier Barden ("Skyfall", "To The Wonder", "Biutiful").
La sceneggiatura debole, che cade talvolta nel ridicolo – come per esempio quando Annie motiva il suo matrimonio dicendo che ha dovuto pagare il debito con l’uomo che si era preso cura di lei nel momento del bisogno, oppure nella sequenza in cui il vigile del fuoco salva una vittima da un incendio –, è confuso da una plot secondario, imperniato tutto sulla sola figura di Terrier, malato e sofferente, che vediamo più volte all’ospedale o in momenti di spossatezza fisica. 

Se il tentativo era quello di fornire una caratterizzazione anche psicologica al classico macho-eroe di un action movies, il tentativo è apprezzabile ma non pienamente raggiunto.
Resta dunque da domandarsi come mai un attore del calibro di Sean Penn, che al cinema affianca un’importante attività giornalistica – si ricordino le interviste al presidente venezuelano Hugo Chavez e al presidente cubano Raul Castro – e umanitaria, abbia deciso di spendersi in un prodotto che si avvicina pericolosamente al B-movie. 
Indubbiamente una certa attrazione per il ruolo dell’eroe d’azione –pressochè assente nella precedente filmografia di Penn– può aver fatto da mordente, oltre alla volontà di sensibilizzare e preoccupare il pubblico sul lavoro delle multinazionali occidentali che sfruttano risorse naturali nel terzo mondo alla ricerca di profitto.
Erica Belluzzi


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mercoledì, maggio 06, 2015

LEVIATHAN

Leviathan
di  Andrej Zvjagincev
con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov
Russia, 2014
genere, drammatico
durata, 140'


Battuto da Ida di Paweł Pawlikowski come miglior film straniero alla 87ª edizione della cerimonia degli Oscar, Leviathan di Andrey Zvyaginstev ha suscitato al suo ritorno in patria non poche polemiche.
La pellicola è infatti stata pubblicamente osteggiata dal ministro della cultura russa Vladimir Medinsky, che lo ha definito un film anti-Russia, accusando il regista di aver ambientato in un luogo ben definito una vicenda dal respiro umano e sovra-nazionale, dando così un’idea sbagliata e fuorviante di quella che è la vita in Russia al tempo di Vladimir Putin. L’ultima fatica di Zvyaginstev non ha messo in allarme il solo Medinsky, ma persino gli attivisti della chiesa ortodossa hanno chiesto all’ormai esasperato ministro di bandire qualsiasi proiezione della pellicola, definendolo un film “del diavolo”.
Leviathan narra la triste vicenda di Kolya (Aleksey Serebyakov), un Giobbe moderno che tira avanti grazie ad un modesto lavoro di meccanico di giorno e con la vodka la sera. La vita con Lilya (Elena Lyadova), moglie di seconde nozze, è rallentata dalla crescente depressione di lei e dal difficile rapporto che questa intrattiene con Roma (Sergey Pokhodaev), figlio di primo letto di Kolya, e quindi orfano di madre.
Come l’eroe biblico, perseguitato da Satana, deve sopportare con rassegnazione e proverbiale pazienza la perdita dei suoi beni, i rimproveri degli amici e le sofferenze dovute alla malattia (Kolya ha già perso la prima moglie), anche l’eroe russo dovrà scontrarsi col Male, incarnato nella figura del primo cittadino del paese, Vadim (Roman Madianov), un politico corrotto che vuole per sé il territorio su cui Kolya e la sua famiglia hanno costruito la bella casa in cui ora vive.


Kolya, ex militare dalla tempra coriacea, accetta di farsi aiutare da un ex compagno d’armi, ora avvocato di Mosca (Vladimir Vdovichenka), che mal sopporta gli abusi che l’amico sta subendo.
Le interpretazioni simboliche e allegoriche infittiscono il film di riferimenti e citazioni a non finire. Ecco dunque che se l’eroe (o antieroe?) protagonista del film è assimilabile al vecchio saggio biblico, il Leviatano mostro mitologico che il cristianesimo ha mutuato dalla tradizione babilonese, non è più personificazione del caos vinto e distrutto dall’infinita potenza di Dio, ma è egli stesso carnefice spietato.  Sebbene di un enorme animale marino venga più volte mostrato lo scheletro, il Leviatano di cui parla Zvyaginstev stringe l’occhiolino a quello raffigurato nel frontespizio dell’omonimo capolavoro di Thomas Hobbes: un uomo coperto di squame, in cui ogni squama è un suddito, che regge in mano i simboli del potere temporale e spirituale: una spada e un bastone. Egli è cioè il capo supremo cui ciascun cittadino regala la propria libertà individuale in cambio del governo e di un efficiente funzionamento statale. Nel film questi è perfettamente incarnato da una burocrazia capillare e insormontabile, da un potere statale che controlla ogni aspetto dell’esistenza.

In questo senso l’opera non vuole essere una riflessione generale e sovratemporale sul potere statale, ma è altresì colma di riferimenti alla situazione della Russia nostra contemporanea, figlia di una storia con cui deve ancora fare i conti (agghiacciante la scena in cui i protagonisti durante un pic-nic decidono di usare come bersaglio per sparare una serie di ritratti di Brezhnev, Andropov, Trotskij e compagnia bella) e di un presente con cui si rapporta malamente (il ritratto di Putin regna nell’ufficio del sindaco corrotto, così come durante una scena la telecamere incede lentamente su un servizio in tv sulle Pussy Riot).
Moglie, figlio e amici di Kolya diventeranno catalizzatori, vittime e testimoni della sciagura che si abbatterà sul povero meccanico di provincia, solo, senza che nemmeno l’aiuto di Dio giunga a salvarlo in exstremis.
Se nella prima parte del film la narrazione, a tratti ironica, si concentra sulle abitudine del popolo russo, “barbare” agli occhi dei “civilizzati” occidentali, il passaggio nella seconda parte del film, da riprese di interni a scene di esterni rocciosi e desolati come la Waste Land di Eliot, rimanda a un universo di solitudine e sofferenza, in cui scene corali si disgregano in statici ritratti di individualità in lotta con un sistema da cui possono, solo, essere vinti.  La mancanza di alcun tipo di melodia, se non nell’ultimissima sequenza, annichilisce con la sua assenza qualunque sentimento positivo di redenzione, e fa anzi da eco alla stasi e al vuoto spirituale in cui questi poveri uomini si trovano a vivere.
Erica Belluzzi


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martedì, maggio 05, 2015

1992

1992
Serie tv in 10 puntate
Italia, 2015

“Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più-  magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni - ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.”
 (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, appunto 84)


Se è vero, come ammonisce Umberto Eco, che mentire riguardo al futuro produce la storia, si può tranquillamente affermare che “1992” -  produzione  Sky  recentemente andata in onda - ha colto nel segno.

Come suggerisce il titolo, difatti, tutto si svolge nel periodo in cui Mani Pulite, la vicenda giudiziaria altresì nota come Tangentopoli, era destinata a scoperchiare il vaso di Pandora dal quale è uscito fuori ogni sorta d’olezzo stantio appartenente alla Prima Repubblica. La menzogna cui facevamo cenno in apertura - ipotesi interpretativa ben individuata, isolata e prontamente scartata nella serie televisiva diretta da Giuseppe Gagliardi - sta nel porre le inchieste giudiziarie condotte da Di Pietro nell’ultima decade del ‘900 come sostanziale punto si svolta. Se infatti la Seconda Repubblica s’è fatta con gli scarti della prima, Mani Pulite è finita nel vicolo cieco della novità mediatica , da un lato portando la consapevolezza delle masse a sintetizzarsi nella povertà dialettica del sono-tutti-ladri, dall’altro non incidendo sullo pseudo-rinnovamento della classe politica protagonista d’una non meno triste storia odierna.

1992” s’inserisce, quindi, col giusto distacco all’interno dei meccanismi prima descritti attraverso molteplici elementi: alcuni, anche se non privi d’imperfezioni, identificabili nella matrice estetica, dove i reparti di regia e fotografia, non sempre incisivi, accompagnano una messa in scena invece abilissima nel dare tonalità retrò ai non troppo distanti anni ’90, specie grazie al contributo scenografico ed alle scelte legate alla colonna sonora; altri, invece, identificabili nelle prime fasi della scrittura che, se da un lato anch’essa non è esente da sbavature, soprattutto in alcuni sviluppi dei singoli caratteri, ha invece il pregio di utilizzare personaggi chiave per completare un affresco lucido e dettagliato di ciò che si sta raccontando - il Di Pietro illuso ed affamato di cambiamento; la ragazza che vende il proprio corpo per far carriera in televisione; il pubblicitario che più di tutti riassume e rispecchia i connotati marci, amorali e contraddittori che caratterizzano lo Stato -. Tutto questo funziona, al di là delle innegabili imperfezioni, dal momento in cui non sono i personaggi a muovere il contesto ma è il contesto a muovere i personaggi, rendendo “1992” un prodotto televisivo ancor più innovativo di “Gomorra”, che resta superiore solo dal punto di vista tecnico/visivo, e il cui successo estero, sia critico che commerciale, conferma che in Italia una televisione altra è possibile.

Mentre Mamma Rai, con la produzione dei vari “Don Matteo”, “Braccialetti rossi” etc.., si preoccupa d’inasprire l’odore delle case dei vecchi, il personaggio di Stefano Accorsi, sulla chiusura dell’ultima puntata, fa ben sperare in una seconda stagione asserendo: “Sarà un bellissimo 1993”; l’ultima parola ce l’ha la macchina da presa che chiude con l’oscuro, incombente presagio nascosto nel cartellone pubblicitario raffigurante un neonato che esclama: “Fozza Itaja!”.
Antonio Romagnoli
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