sabato, luglio 22, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Taipei Story di Edward Yang (Taiwan, 1984)

OPERAZIONE CHROMITE

Operazione Chromite
di John H. Lee
con Lee Jung-Jae Liam Neeson, 
Corea del Sud
genere, azione, drammatico, storico, guerra
durata, 111'


Una volta li chiamavano film di propaganda per definire quelle pellicole che più di altre si schieravano a favore delle scelte politiche dei governi di una determinata nazione. Dal punto di vista numerico a garantirsi la nomea sono stati soprattutto i film appartenenti al filone bellico, i quali, da Berretti verdi del 1968 a Once Were Warriors girato da Lee Tamahori nel 1994, hanno utilizzato il pathos suscitato dalla morte sul campo di battaglia per costruire discorsi apologetici a favore di questa o quella nazione, giustificate nella loro opera di aggressione o di difesa dalle gesta eroiche dei vari protagonisti. A questo genere di contesto appartiene di diritto il film di John H. Lee Operazione Chromite, ricostruzione dell’operazione che nel 1951 permise alla coalizione delle Nazioni Unite guidata dal generale Douglas Mac Arthur (un Liam Neeson al minimo sindacale) di sbarcare nella baia di Incheon, impedendo all’allora esercito della repubblica democratica di Corea di completare l’invasione di quella parte di territorio – a  sud della penisola  – che oggi è sotto la sovranità della controparte filo occidentale, denominata appunto Repubblica di Corea.



Nel suo essere strumento di consenso mediatico prima ancora che un prodotto di intrattenimento popolare Operazione Chromite ha dalla sua il fatto di sovrapporsi agli avvenimenti della cronaca contemporanea, ripresa quando si tratta di costruire le psicologie del cattivo – Lim, Gye-jin, il comandante dell’avamposto nord coreano – sulla falsariga del dittatore, a cui non a caso rimanda anche l’ovale dell’attore utilizzato per la parte. Giocoforza, al di là di ogni normale considerazione sulle ragioni degli uni e degli altri, si capisce come diventi impossibile con tali premesse non parteggiare per la squadra di valorosi (l’unità segreta “X-RAY”) che, agendo sotto copertura, si infiltra oltre le linee nemiche per sottrarre informazioni utili ad agevolare lo sbarco degli alleati. In questo senso Lee non si fa pregare, costruendo la vicenda attraverso una serie infinita di scene madri e mediante il confronto di personaggi speculari, con i buoni  – sud coreani –  belli, virtuosi e disposti al sacrificio al contrario degli avversari, il più delle volte colti in atteggiamenti capaci di superare per spietatezza ogni umana comprensione. Che fossimo lontani dalle riflessioni filosofiche di opere quali La sottile linea rossa e Lettere da Iwo Jima era quasi scontato, ma ritrovarci di fronte a una tale partigianeria sembra quasi un auto goal per gli autori, se non fosse che in patria il film si è rivelato un ottimo successo commerciale, giustificando quindi le strategie dei produttori.


Sotto il profilo cinematografico è invece apprezzabile il pragmatismo degli autori, i quali, concentrando lo spazio dell’azione agli ambienti (ricostruiti in studio) in cui opera il team in avanscoperta, e lasciando fuori campo il grosso degli eserciti, dà vita a un falso kolossal, in cui la grandeur tipica di questi prodotti è risolta da qualche passaggio infarcito di effetti digitali, quel tanto che basta per dare l’idea – ma solo quella – delle possibilità militari messe a disposizione di Mac Arthur.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

venerdì, luglio 21, 2017

PRIMA DI DOMANI

Prima di domani
di Ry Russo-Young
con Zoey Dutch, Halston Sage, Jennifer Beals
USA, 2017
genere, drammatico
durata, 99' 


C’è stato un tempo in cui Hollywood faceva di tutto per preservare le sue  produzioni dai dettagli più cruenti del reale, i quali, laddove presenti,  si limitavano a funzionare come pretesto per “conversioni” benefiche e consolatorie. Oggi, invece, pur non potendo ascrivere il fenomeno a una  vera e propria inversione di tendenza, accade sempre più spesso il cinema mainstream  (seppure nel nostro caso prodotto con soldi indipendenti) si apra a forme di realismo che pur lasciando qualche spazio alla speranza, vengono segnate dalle conseguenze di un destino drammatico e ineluttabile. “Prima di Domani” della regista americana Ry Russo-Young risponde in tutto e per tutto al quadro appena espresso, raccontando l’esperienza di una ragazza costretta a rivivere continuamente l’ultimo giorno della sua vita, quello in cui, rientrando a casa da un party studentesco viene investita mortalmente da un camion che sopraggiunge in senso opposto. Se in altri casi - a cominciare dal seminale “Ricomincio da capo” di Ivan Reitman - il paradosso temporale, di per sé  inquietante, diventava per lo spettatore motivo di svago e di divertimento, in questo caso a rimanere inalterata è certamente la morale che sottende all’intera questione, come sempre racchiusa nella possibilità di modificare il senso della propria esistenza attraverso la possibilità di riparare agli errori commessi. In questo senso “Prima di domani” si ammanta di una serie di principi classici della filosofia new age (per esempio quello di vivere ogni attimo come fosse l’ultimo) che nei film di questo tipo costituisce oramai una “nuova religione”, capace di sostituire quelle istituzionali con una versione ammorbidita di precetti ampiamente conosciuti come il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” che di fatto ispira  l’azione “salvifica” di Samantha.



Così facendo “Prima di domani”, pur mantenendosi nell’alveo del suo genere di riferimento - il teen movie di ambientazione scolastica -  e facendo leva sul corpo “divistico” della bella e brava Zoey Dutch (Tutti vogliono qualcosa), si differenzia per l’importanza della matrice spirituale, la quale, alla pari di quanto succedeva in “Colpa della stelle”, sottende a un percorso di emancipazione dalle cose mondane nel quale rientra a pieno diritto l’anomalia del lieto fine, che è tale solo se lo considera alla luce di una prospettiva anti materialistica e ultra terrena. In un quadro del genere non può essere sottovalutata la scelta di inserire la trama in un contesto extraurbano dominato da un clima plumbeo e invernale e dal sublime del paesaggio naturale, decisivi nel creare “un mondo che non c’è”, in cui tutto o quasi diventa possibile.
(pubblicata su taxidrivers.it)

mercoledì, luglio 19, 2017

TO THE BONE

To the Bone
di Martin Noxon
con Lily Collins, Keanu Reeves
USA, 2017
genere, drammatico
durata, 107'


Sul rapporto che c’è tra Netflix e il cinema si è parlato molto, perdendo di vista che la piattaforma in questione rimane uno strumento a disposizione di chi alla sala cinematografica preferisce la comodità della visione casalinga, dispositivo a misura di un pubblico poco attratto dai riti collettivi e meno pretenzioso dei cosiddetti cinefili rispetto al cotè autoriale offerto dai palinsesti dell’azienda californiana. Così, se film come “War Machine” e “Okja” hanno in parte deluso le aspettative di quanti si aspettavano di ritrovare sul piccolo schermo lo stesso fulgore che aveva attraversato le opere  precedenti di Michod e Bong Joon-ho al contrario può giovare all’abbonato seriale dare uno sguardo a quei titoli cosiddetti “normali”, nati per essere consumati sul piccolo schermo e privi delle responsabilità collegate al culto del loro regista.

Di quest’ultima categoria fa parte “To The Bone” firmato da un’autrice che fin qui si era distinta come regista, sceneggiatrice e produttrice  di serie televisive  (Buffy) e che per il suo esordio nel lungometraggio ha deciso di cambiare registro, affrontando il tema dell’anoressia attraverso il dramma di Ellen (Lily Collins in un interpretazione da Actor Studio) e dei giovani ospiti della casa dove il dottor Dr. William Beckham (Keanu Reeves) si prende cura dei suoi pazienti attraverso una metodologia alternativa fatta di convivialità quotidiana e regole comuni che diventano il viatico per la possibile guarigione. 



Senza la pretesa di diventare documento ma senza sfuggire gli aspetti più forti e crudi della patologia - riportati in qualità di testimonianza ma senza l’enfasi e il patetismo di certo cinema hollywoodiano - “To The Bone” ha il pregio di trovare un equilibrio tra gli aspetti legati all’intrattenimento - collegati ai rapporti affettivi e sentimentali che si instaurano tra i protagonisti - e quelli che invece prendono in considerazione gli aspetti clinici della questione, mediati dalla presenza di Reeves il cui immaginario di eroe cinematografico ben si sposa con la figura del Dr. Beckham,  chiamato con il suo carisma e la sua forza d’animo a istillare fiducia sulla bontà della cura nei confronti di chi stenta a credere a qualcosa. Senza dimenticare che il film, facendo proprio l’approccio dell’estroso dottore, evita di impantanarsi sull’approfondimento dei traumi che hanno prodotto il disturbo, quasi sempre forieri di facili sensazionalismi, per soffermarsi con spirito costruttivo sul modo di liberarsene una volta per tutte. Senza dare soluzioni preconfezionate “To the Bone” infonde fiducia e lascia qualche speranza. 

martedì, luglio 18, 2017

OKJA

Okja
di Bong Joon-ho
con Ahn Seo-hyun, Tilda Swinton, Paul Dano
USA, 2017 
genere, avventura
durata: 121’ 


“Okja” racconta la storia di una profonda amicizia tra un animale creato in laboratorio da una spregiudicata multinazionale e una giovane ragazza di nome Mija. Lei e il nonno, dieci anni fa, vennero selezionati per allevare alcuni supermaiali modificati geneticamente, in attesa che i tempi per poterli vendere sul mercato fossero maturi. Oggi, la fame nel mondo e le scarse risorse alimentari rendono attuabile il commercio di questa carne. Okja è grande come un ippopotamo e viene scelto dalla Mirando Corporation come migliore tra tutti i suoi simili. Ne vogliono fare la star di un reality, in una campagna di marketing per preparare il volgo ad accettare questo tipo di cibo OGM. Ma non hanno fatto i conti sulla forza del legame tra la piccola protagonista e l’introverso animale. Questa storia potrebbe sembrare, a prima vista, una favola di quelle agrodolci di Hayao Miyazaki, sia per l’ambientazione che per il tipo di racconto fumettistico, naif ed intrinsecamente asiatico. Non è così, affatto. La rivoluzione di questo film vive su più piani di lettura. Potrebbe essere una favoletta per ragazzi ma è anche la possibilità di raccontare sottovoce una critica al mondo delle multinazionali, al mondo degli animalisti e anche al mondo dei carnivori. La Mirando Corporation, con in testa il suo spietato CEO portato sulla scena da una sempre sublime Tilda Swindon, piega stati nazionali e può disporre a suo piacimento di forze speciali e uomini della polizia. Gli attivisti dell’Animal Liberation Front hanno il cuore grande ma non sembrano proprio dei geni, mentre le scene del mattatoio fanno riflettere. Non serve andare troppo in là con la fantasia per capire come il mangiare carne sia moralmente sbagliato, come l’allevamento intensivo degli animali sia una crudeltà spesso superflua alla nostra esistenza. 


Questa pellicola è spietata anche nella sua critica alla società americana, così falsa e di facciata, così semplice e così ignorante, così in balia dei voleri delle corporations che possono decidere per lei e per i suoi gusti. Il film è girato con maestria, in un tripudio di colori e di scene avvincenti. Dietro la macchina da presa troviamo l’asso coreano Bong Joon-ho, già autore di un capolavoro di nicchia come Snowpiercer. In pochi visionari sarebbero stati a loro agio nel portare in scena una storia del genere. Gli attori bravi sono molti, dalla già citata Tilda Swinton a un Jake Gyllenhaal alle prese con un personaggio diverso dal solito, al Giancarlo Esposito di “Breaking Bad” finalmente sul grande schermo. Tutti riescono a dare il massimo, rimanendo però nell’ombra. I personaggi sono quasi tutti di contorno, le loro sotto-trame rimangono in secondo piano rispetto alla grande avventura principale. Un ottimo film che apre le frontiere di una produzione cinematografica innovativa.
Riccardo Supino

lunedì, luglio 17, 2017

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

The War - Il pianeta delle scimmie
di Matt Reeves
con Andy Serkis, Woody Harrelson
USA, 2017
genere, azione, fantascienza, avventura, drammatico
durata, 143'




Forzando un po' il ragionamento si potrebbe dire che la 20th Century Fox il suo plusvalore se l'è assicurato ancora prima di girare, quando ha decido di confermare Matt Reeves al centro del progetto dedicato alla saga de Il pianeta delle scimmie. Accade infatti che, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte dei blockbuster (peraltro monopolizzati dal brand super eroistico) dove le major fanno a gara nel lanciare allo sbaraglio registi per lo più sconosciuti o, alle prime armi, nel genere in questione i produttori di "The War - Il pianeta delle scimmie" riescono a confermare nel proprio team un regista che nel frattempo (dal secondo capitolo della serie da lui diretto) ha visto lievitare le proprie quotazioni al punto di essere stato scelto per sostituire Ben Affleck nel prossimo film dedicato alle avventure dell'uomo pipistrello. Insomma, non siamo dalle parti di Zack Snyder ma il percorso artistico del nostro sembra avviato a ricalcare le orme dell'onnipresente collega.

Venendo al dunque, qui si trattava di concludere senza troppi strafalcioni una storia suddivisa in tre capitoli, tanti quanto sono i film messi in cantiere dalla Fox, e nata come reebot del modello originale, vecchio di anni ("Il pianeta delle scimmie" di Franklin J. Schaffner è del 1968) rispetto a quello di Rupert Wyatt - "L'alba del pianeta delle scimmie", 2001 - che aveva aperto il nuovo ciclo di avventure tratte dai romanzi di Pierre Boulle. Nello scenario, apocalittico e bucolico come può esserlo un mondo dove gli esseri umani sono stati decimati da un virus che ha trasformato le scimmie nell'anello più forte della catena biologica, più adatte a sopravvivere in un universo ridotto a uno stato primordiale e selvaggio, ciò che emerge in maniera più evidente è il consolidamento della figura di Cesare, il leader dei primati che in questo film assurge a un ruolo che va oltre a quello del semplice protagonista. Destinata a spartire coni i campioni della controparte umana la centralità delle storie, la figura di Cesare si è progressivamente innalzata al di sopra delle altre, relegando avversari e alleati ad apparizioni da semplici comprimari. 


Dicevamo però che "The War" fa segnare un ulteriore salto in avanti perché il personaggio interpretato da Andy Serkis nel suo percorso di vendetta nei confronti di chi - lo spietato colonnello a cui Woody Harrelson regala la sua vena di follia - gli ha ucciso moglie e figlio viene sottoposto a una vera e propria trasfigurazione. Accade infatti che Cesare, impegnato in una lotta interiore tra bene e male - con il lato oscuro, inizialmente predominante, e poi destinato a lasciare il posto al buon senso e alla ragione - dia vita ad una serie di azioni, ognuna delle quali concorre a costruirgli addosso un aurea mitologica. La perdita di se stesso, con la decisione di abdicare alla guida del suo popolo, il viaggio all'inferno per giungere al cospetto del proprio carnefice, l'accettazione cristologica del proprio destino e il sacrificio personale che da essa ne deriva, fino alla palingenesi finale su cui non ci soffermiamo per non svelarne le sorprese, sono le tappe di una metamorfosi che non lascia dubbi sull'eccezionalità del personaggio.


Funzionale sul piano drammaturgico, il titanismo del protagonista aveva però una controindicazione, e cioè quella di trovare un contraltare, morale era anche narrativo, all'altezza di cotanto carisma. In questo senso la scelta di un attore dalla personalità debordante come quella di Harrelson non era sbagliata se non fosse che la sceneggiatura di Reeves gli costruisce addosso un personaggio che è la fotocopia con meno chili del colonnello Kurtz di "Apocalypse Now. Una citazione , quella del film di Coppola che "The War" spinge fino alle estreme conseguenze, parafrasando concetti e comportamenti che erano stati del personaggio di Brando, e che in bocca a quello di Harrelson trasportano la vicenda in una sfera di prevedibilità alla quale nuoce non poco la lunghezza di un minutaggio - 143' - troppo esteso per le cose che il film aveva da dire. Diretto con lo sfarzo visivo che ci si aspetta da un blockbuster estivo, "The War - il pianeta delle scimmie" è destinato a soddisfare gli amanti della serialità televisiva e gli appassionati della saga; al contrario, potrebbe lasciare indifferente lo spettatore occasionale, emotivamente estraneo ai personaggi e alle situazioni raccontate nelle puntate precedenti.


(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, luglio 16, 2017

sabato, luglio 15, 2017

MISSION: IMPOSSIBLE

Mission: Impossible
di Brian De Palma
con Tom Cruise, Emannuelle Beart, Jean Reno
USA, 1996
genere, azione, spionaggio, thriller
durata, 106'


Prima di dirigere Mission: Impossible (id, 1996) Brian De Palma si trova in una situazione che già conosce: abituato a gestirsi all'interno dei meccanismi imposti dai grandi studios, il regista  è consapevole del debito accumulato nei confronti dei suoi produttori, per nulla soddisfatti degli incassi dei suoi ultimi tre film, deficitarii al botteghino, anche in presenza di una matrice più industriale che personale (Il falò delle vanitàCarlito's Way). L'infatuazione di Tom Cruise, deciso a tutti i costi ad assoldare De Palma per dirigere Mission: Impossible, è quindi un'occasione da non perdere per il grande rilancio. Alla pari de Gli intoccabili, il nuovo film è tratto da una serie televisiva e De Palma sembra la soluzione capace di aggiornare il prodotto senza dimenticare la tradizione. Allo stesso modo il regista si trova di fronte un cast all stars che, a parte il divo Cruise, annovera  attori europei molto popolari come Emanuelle Béart e Jean Reno.



Favorito dai motivi di una trama che sembra la versione americana delle avventure di 007, e che quindi propone una serie infinita di realtà a doppio fondo, De Palma cambia strategia, confezionando un mainstream con un'impronta autoriale più marcata rispetto alle precedenti esperienze. Fatte salve le concessioni dovute al prodotto di genere, che hanno il loro clou nella sequenza del furto di informazioni dal database della Cia e poi nella rocambolesca caccia all'uomo, risolta sul tetto di un treno che sfreccia a trecento chilometri all'ora, l'anima di Mission: Impossible è quella di un film di Brian De Palma. Le avventure dell'agente Ethan Hunt e della sua squadra sono avvolte in una forma mutevole e stratificata. Dapprima teatrale, quando, all'inizio del film, la scena di un interrogatorio diventa la quinta che si apre su un retroscena, dove il protagonista si toglie la maschera e fa vedere per la prima volta il suo volto. Successivamente thriller, con la disfatta della missione a Praga e l'uccisione dei compagni di Ethan da parte di un misterioso assassino, declinata secondo i dettami di un giallo classico, in cui il killer diventa un'ombra nascosta nel buio e pronta a colpire; complottista, quando l'agente speciale illuminato dalla Dea ragione ricostruisce i passaggi della strage e individua l'identità del colpevole; tecnologica, con un dispiego di congegni speciali e apparecchiature altamente sofisticate, che consentono a chi li usa di guadagnare la partita; e infine sentimentale, quando l'amore di Hunt per una donna bella e pericolosa rischia di mettere a rischio missione e incolumità fisica. Infinite variazioni del medesimo universo che De Palma, in questo frangente, riesce a ricollocare senza perdere nulla in termini d'identità e fantasia. Mission: Impossible spacca i botteghini, diventando il miglior incasso di sempre tra i film del regista. Un primato mai più superato.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su http://www.ondacinema.it/monografie/scheda/brian_de_palma.html)

venerdì, luglio 14, 2017

CANE MANGIA CANE

Cane mangia cane
di Paul Schrader
con Nicolas Cage, Willeim Dafoe, 
USA, 2017
genere, azione, drammatico, thriller
durata, 93'



Ogni volta che esce un film di Paul Schrader è quasi impossibile non rammentare il curriculum dell’autore che oltre ai saggi sul cinema e a diverse regie annovera alcune tra le sceneggiature più importanti del nuovo cinema americano a cominciare da quella da cui Martin Scorsese ha ricavato un capolavoro come “Taxi Driver”. Allo stesso modo non si può fare a meno di annotare l’influenza che ha avuto sulle biografie dei suoi personaggi una visione del mondo che il regista ha mutuato dai dogmi della calvinista, trovando in quest’ultima lo spunto per storie segnate da un pessimismo di fondo destinato a sfociare in destini  drammatici e ineluttabili, nei quali anche i comportamenti più abominevoli altro non sono che il prodotto di quel senso dell’umano rintracciabile nei testi di Schrader. 

“Cane mangia cane” si inserisce all’interno di tale tendenza non solo per le sue  caratteristiche di opera noir incentrata sul colpo organizzato da tre ex detenuti desiderosi di rifarsi una vita con il ricavato di un’ultima rapina, quanto per essere la versione filmata dell’omonimo romanzo di Edward Bunker, scrittore tra i più duri e intransigenti della letteratura criminale contemporanea. Una miscela ad alto tasso di violenza che Schrader - qui solo regista - mette in scena con una forma che va in senso opposto a quella della sua fonte letteraria. Tanto , il romanzo di Bunker si distingueva per il realismo delle descrizioni, tanto la trasposizione di Schrader se ne distacca per la scelta di un espressionismo di stampo pulp, vicino a quello molto in voga dopo il successo del modello tarantiniano. 





Così facendo “Cane mangia cane” inizia quando il libro di Bunker è arrivato a un terzo della sua lunghezza, tagliando soprattutto sull’introduzione dei personaggi e sull’origine delle loro personalità, le cui “distorsioni” Schrader riassume - ed è forse questa l’intuizione migliore del film - attraverso il surplus visivo delle immagini, sovraccariche come non mai di colori psichedelici, inquadrature sghembe e prive di profondità, a riassumere la follia caratteriale dei tre outsiders. Come già aveva fatto in “Autofocus” Schrader affronta il dramma dei suoi personaggi utilizzando un registro surreale, a tratti grottesco (su tutti la sequenza d’apertura con il trip lisergico di Mad Dog/William Dafoe) in cui quello che emerge è un esistenzialismo che si esprime soprattutto attraverso la contemporanea alienazione di Troy (un Nicolas Cage tenuto a bada dal regista) Diesel e Mad Dog, sorpassati nel lavoro dalla spietatezza delle nuove leve e incapaci di rapportarsi con il prossimo: come accade a Troy e Diesel, scansati dalle escort da cui vorrebbero affetto e un po' di comprensione. A corto di soldi Schrader riesce a supplire alle mancanze produttive con una narrazione che sembra scaturire dalla testa dei personaggi, e che per questo riesce a fare a meno della (costosa) ricostruzione del milieu malavitoso all’interno del quale si svolge la vicenda, inglobato nella “teatralità” dell’impostazione scenica e recitativa. Limiti che appartengono anche alla sceneggiatura, troppo frettolosa quando, nella seconda parte, si tratta di raccontare l’epilogo della storia, e che però non impediscono al film di portare a casa il risultato. 

GIOVANE E BELLA

Giovane e bella
di Francois Ozon
con Marine Vacth, Geraldine Pailhas, Frederic Pierrot
Francia, 2013
genere, drammatico
durata, 94'


La fortuna aiuta gli audaci. Deciso ad affrontare una trama pruriginosa ed a rischio di fraintendimento Francoise Ozon si ritrova aiutato nel lancio della sua pellicola dalle cronache italiane che raccontano casi analoghi a quello della protagonista di "Giovane e bella", una ragazza minorenne che di prostituisce senza averne la necessità. Un tema quello dell prostituzione giovanile che il cinema francese aveva già affrontato attraverso il  piglio sociologico di un film come Elle", uscito nelle nostre sale con scarso successo nonostante la presenza della diva Binoche. In questo caso invece l'occasione dello scandalo e' fornito dai turbamenti della giovane e bella Isabelle  in conflitto con i genitori ed insoddisfatta dei propri coetanei dopo una prima volta consumata in una splendida cornice balneare. Iniziati per caso Isabelle inizia ad apprezzare i brividi  e la novita' di quegli incontri,  a cui la ragazza si dedicata con insospettabile  piacere. Una ronda che diventerebbe autentica professione se la morte di un cliente non mettesse in moto le indagini della polizia e la conseguente scoperta dei genitori dell'attività della figlia.




Dopo "Nella casa" Ozon ritorna al tema dell'adolescenza considerato attraverso le attrattive del corpo femminile, ma questa volta la paura ed il desiderio connesso  con le pratiche  di Isabelle sono inserite in un contesto poco credibile a causa della scarsa verosimiglianza con cui il regista disegna le dinamiche innestate dal comportamento di Isabelle all' interno della famiglia. In questo modo lo scandalo provocato dalla scoperta del misfatto viene reso in una maniera che sembra contraddire le parole dei genitori, apparentemente scioccati dalla notizia ma nel contempo pronti a metabolizzare la faccenda  in men che non si dica con l'aiuto di una sceneggiatura oltremodo  frettolosa. Ed anche il personaggio di Isabelle, nell'interpretazione fredda e distaccata di Marine Vacth contribuisce a non sciogliere i dubbi sui reali motivi che la spingono a trasgredire,  celati da una presunta confusione esistenziale. Invece di lavorare sull'introspezione e sul background del personaggio Ozon preferisce far sfilare la sua eroina (fotomodella prima che attrice) espandendo oltremisura le scene di raccordo, e dando vita a sequenze didascaliche, come quella che risolve il confronto tra Isabelle ed i suoi coetanei con una passarella  in solitaria  che vorrebbe  evidenziare la diversità della ragazza e la sua eccezionalità all'interno di quel contesto, oppure enfatizzando una salita di scale per segnalare  la rinascita del personaggio, assurta a nuove consapevolezze dopo un periodo di grande incertezza che coincide (finalmente) con il fidanzamento tra Isabelle ed un suo compagno di scuola. Se il  personaggio della ragazza arricchisce una galleria di caratteri al di sopra del bene e del male "Giovane e bella" si colloca invece tra i film meno riusciti di una cinematografia ancora una volta all'insegna della discontinuità.

IL NEMICO INVISIBILE

Il nemico invisibile
di Paul Schrader
con Nicolas Cage,Anton Yelchin, Irène Jacob
Usa,2014
genere, azione, drammatico
durata, 94'


Si può' parlare di un film rinunciando a raccontarlo nei dettagli dell'analisi filmica. Normalmente no, ma il caso a cui ha dato vita l'ultima fatica di Paul Shrader, impone a chi scrive considerazioni che stanno a latere della materia prettamente cinematografica. Basterebbe dare un'occhiata al tweet rilasciato dal regista in occasione dell'annuncio del suo prossimo lavoro, che, ricordiamo, sarà tratto dal romanzo di Edward Bunker "Dog Eat Dog" è interpretato ancora una volta da Nicolas Cage che di "Il nemico invisibile" è protagonista, per capire la voglia di ricominciare del regista americano praticamrnte defraudato del proprio lavoro dalla decisione dei produttori di rimontare il film in questione senza il beneplacito dell'autore. Un episodio non comune e però destinato a fare letteratura per l'importanza delle parti coinvolte e il contesto della vicenda, svoltasi al di fuori delle grandi Major e nell'ambito di quel cinema indipendente, di norma portato a tutelare la visione dei propri registi. 


Trattandosi di un film d'azione con venature noir intuiamo che le divergenze siano presumibilmente dipese, dal diverso rapporto di produttori e regista rispetto alle aspettative del box office, con la voglia dei primi di guadagnarsi le preferenze degli spettatori, opposta alle priorità di Schrader, interessato agli aspetti meno dinamici e più artistici della questione; ma il lavoro di chi voleva un prodotto più appetibile non ottiene l'effetto sperato: un pò, perchè il trattamento riservato dalla sceneggiatura al protagonista Evan Lake - il veterano della Cia impersonato da Cage - riduce le ossessioni del personaggio - connesse con la cattura del terrorista che tutti credono molto - all'enfasi interpretativa dell'attore americano, dimenticando di giustificarle con una plausibilità psicologica che non sia quella testimoniata dalle tante frasi di circostanza di cui la stori si riempie; un pò, perchè la caccia all'uomo scatenata da Lake viene portata avanti con un'inerzia che se ne infischia di qualsiasi nesso logico, arrivando al dunque dopo una serie di banalità narrative che azzerano la credibilità del filone principale, dedicato appunto alla detection connessa con la ricerca del pericolo avversario; un pò, perchè, nella somma delle parti di cui è costituita questa versione finale, la critica ai valori della società americana - messa in bocca a Lake - è servita da una drammaturgia assolutamente episodica, pronta a scatenarsi con filippiche anti sistema che, private della coerenza di fondo originale, assumono il sapore di una protesta di facciata. 


Evitando di soffermarsi sulle approssimazioni del girato, poco credibile nella realizzazione degli ambienti, ricostruiti in studio e con fondali  a dir poco posticci, resta comunque la curiosità di capire quali siano stati i motivi che hanno spinto un autore come Schrader a impegnarsi in un simile progetto (il regista è anche l'autore della sceneggiatura) e non solo. Perchè, con grande stupore, apprendiamo dai titoli di coda che tra gli executive de "Il nemico invisibile", figura anche il danese Winding Refn, misteriosamente coinvolto in un tale guazzabuglio.

giovedì, luglio 13, 2017

LOST: UN VIAGGIO SENTIMENTALE


When will I find the strenght to bring me release ?"
- J.Buckley, "Eternal life" -

Any where out of the world ! L'estenuato grido dell'animo baudelairiano riecheggia di continuo nel flusso - sistematicamente in bilico su un presente imperscrutabile e ipotetico quanto sulla giostra sospesa tra un passato e un futuro, al contrario, sempre possibili/probabili - delle immagini sognanti o premonitrici, romantiche o inconsolabili, avventurose o tragiche, di una delle serie Tv più seguite e amate degli ultimi anni, ovverosia Lost. Sei stagioni (la quarta, tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, funestata dallo sciopero degli sceneggiatori americani che permise di ultimare solo otto episodi ai quali, in un secondo tempo e salvando comunque la continuità, ne vennero aggiunti altri cinque) e altrettanti anni di programmazione (dal 2004 al 2010). Centoquattordici puntate della durata di una quarantina di minuti ciascuno, l’ambientazione esotica (le Hawaii, perlopiù l'isola di Oahu), i costi enormi, un seguito che a distanza di tempo continua a produrre discussioni e siti specializzati, Lost è l'ennesima creatura scaturita da quel crogiolo d'intuizioni che è il talento enciclopedico e mercantile di J.J.Abrams (al suo attivo, per restare al piccolo schermo, anche la saga dell'eroina Sydney Bristow di Alias, quella avvinta attorno alla rappresentazione degli universi paralleli di Fringe, nonché diverse altre idee di partenza ricompensate con alterne fortune). Sin da subito, però, ciò di cui stiamo parlando si differenzia dalla media delle produzioni similari per essere qualcosa d'altro e di diverso dalla narrazione delle traversie affrontate su una generica isola sperduta in mezzo al Pacifico da un gruppo di superstiti di un disastro aereo - qui, il volo Oceanic 815, sigla che torna spesso e volentieri nell'opera, alla stregua di molti altri involucri simbolici e broccardi fantasiosi di matrice cabalistica, cripto-linguistica, crittografica, capaci di generare in giro per il mondo una massa enorme di congetture, dietrologie, attese per rivelazioni di misteri eternamente latenti, e almeno altrettante cantonate (è sufficiente, per tutti, ricordare la serie numerica 4, 8, 15, 16, 23, 42, che spunta qui e là tra le pieghe degli eventi, fantomatica base di un'equazione altrettanto fantomatica, lascito di un ancor più fantomatico matematico italiano, Enzo Valenzetti, e senza contare le implicazioni più ovvie e programmaticamente alte di tanti patronimici utilizzati: Locke, Rousseau, Faraday, Hume, Burke, Austen…) - Lost è, cioè, e prima di tutto, un contenitore, in cui far confluire l'intero spettro dell'esperienza umana - la vita, la morte, la nascita, la resurrezione persino: e l'orrore, l'abnegazione, l'amicizia, il tradimento, la solitudine, l’amore, l’odio - e poi (forse) la piattaforma d'accesso verso un (altro) inizio. In virtù dei suoi recessi labirintici e potenzialmente senza fine, infatti, a mezzo di aperture che conducono a rifugi, magazzini, silos, laboratori, collegati fra loro dalla misteriosa necessità del progetto DHARMA (utopia realizzata dell'uomo nuovo ? Aspirazione a una società ideale ? Uno dei più sofisticati esempi di ammaestramento e manipolazione ?), l’isola, che da questo momento sarà, più correttamente, l’Isola, è un universo a sé stante, letteralmente in grado di spostarsi avanti e indietro nel tempo, dall'apparente calma assicurata da una Natura primordiale, rigogliosa e trionfante, eppure sempre attraversato da forze appartenenti a una sorta di Caos remoto e capriccioso che senza posa sollecita quello latente/rimosso/represso all'interno di ogni singolo personaggio.


A me sembra che starei sempre bene là dove non sono, annotava ancora Baudelaire. E della stessa irrequietezza si nutrono i personaggi immaginati da Abrams, spinti, sul filo teso ma la cui consistenza è tutta da dimostrare, tra un dove/stato mentale lussureggiante e insidioso - l'Isola - e il tornare-a-casa - quella di sempre o quella del desiderio, purché sia fuori da questo mondo - Del resto, se pare sia sempre e solo un'altra la vita che vogliamo e persino Jacob, il custode degli enigmi e ilfumo nero non aspirano che ad andarsene, allora l'erranza del gruppo di sopravvissuti del volo 815 oltre che ininterrotta diventa spia in miniatura di un disagio più vasto e profondo il quale, distribuito su un ulteriore scala (quella dell'intero Occidente) evidenzia una dicotomia che nella lunga transizione che stiamo attraversando, nel crepuscolo minaccioso di un progresso più subito che indirizzato, non lascia indifferenti, perché contribuisce a marcare il discrimine che separa quello che siamo stati da quello che potremmo essere. Una dicotomia riconducibile, ad esempio, al senso comune di celebri espressioni (usate qui come mero pretesto, lo stesso assai evocative): da un lato, ilfa' di te stesso un'isola (D'Annunzio), come affermazione inequivocabile dell'individuo, del suo primato; dall'altro, inversa polarità, il nessun uomo è un'isola (Donne), a ribadire, invece, e a ridefinire in prospettiva, il progetto di comunità come pietra angolare di qualunque forma di armonia, che l'Occidente proprio su un'isola - l'Isola - tenta di comporre come estremo tentativo di debellare la nausea (o lo spleen di Baudelaire, il risultato non cambia), ovvero il non poterne più, a conti fatti, proprio di sé stesso. Dell'aver declinato, per dire, il concetto di equilibrio come sommatoria di oggetti - e persone - da controllare/possedere (il dispotico magnate Widmore/Dale). Di essersi di conseguenza inchinato e mai rialzato al cospetto di Sua Maestà il Denaro e del suo onnipotente Gran Consigliere/Tuttofare, la Tecnica. Della venerazione per il lavoro purchessia: oltre l'alienazione, l'incolumità fisica e psicologica, lo spauracchio per niente aleatorio della schiavitù, l'oscena eterogenesi dei fini tra produzione e consumo (pensiamo ai mestieri senza storia di Locke/O'Quinn e dell'Hurley/Garcia pre-lotteria, prestando orecchio alle considerazioni di un uomo come Adam Smith, tirato sovente per la giacchetta da un liberismo mai tanto vanitoso nel proclamarsi allergico a ogni limite: L'uomo che passa la vita a compiere un numero limitato di operazioni semplici, non ha modo di esercitare la propria intelligenza e le sue facoltà inventive. Egli si abitua a questo esercizio e generalmente incretinisce - A.Smith, La ricchezza delle Nazioni, 1776 -). E delle agonie privilegiate, delle comode inerzie e delle sfavillanti scipitezze (le anodine routine borghesi di Jack/Fox, Sun/Kim e dei fratellastri Boone/Somerhalder e Shannon/Grace). Delle bassezze e delle ipocrisie spacciate per cul-de-sac esistenziali. Come, alla fin fine, dei tanti, troppi sentimenti inconfessabili e dell'incapacità quasi pacifica, oramai, a provarne di sinceri. Ed è proprio attorno a queste voragini, a questi incontrollabili campi elettromagnetici della vita che uno a uno collassano, a questi fumi neri che dilagano per poi di nuovo addensarsi, che vortica l'uomo moderno, volta per volta rivelato dall'incrollabile dirittura morale venata di sensi di colpa e di ubbie circa la propria inadeguatezza di Jack. Dalla dolcezza guardinga e dall'indipendenza fragile di Kate/Lilly. Dalla sfacciataggine ribalda ma difensiva di Sawyer/Holloway. Dalla logica inesorabile ma imperfetta di Locke. E ancora, dalla sublime perfidia alimentata da un dolore mai rimarginato di Benjamin Linus/Emerson. Dalla determinazione disincantata di Sayid/Andrews. Dalla febbrile irruenza e dalla fedeltà a un patto del viaggiatore del tempo Desmond/Cusick. Dal sarcasmo malinconico e onnicomprensivo ("Ehi, coso") di Hugo detto Hurley. Dalla dedizione reciproca più forte di ogni contraddizione di Sun e Jin/Kim. Dalla desolazione inerme in cerca di affettuoso riparo ma capace di sacrificio del rockettaro Charlie/Monaghan e così via…


Su questa linea si può provare, cosi, a inquadrare anche il caleidoscopio spiazzante dei vari flashbackflashforward (ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere; mettere le mani sul passato per guarire il presente e ricominciare a confidare nel domani), nonché l'incedere elegiaco e misticheggiante del finale, consequenziale e furbastro, magari pure prevedibile e deludente (questo accade spesso) o allusivo (nel senso che si ha la netta sensazione che la faccenda sia tutt'altro che finita: e questo accade già più di rado): persino eventuale, se vogliamo, (tutto il mondo di Lost è racchiuso in due battiti di ciglia del suo leader Jack Shephard, guida, detrattore e poi martire che sopra ogni altra cosa non si rassegna al buio, all'impossibilita di vedere, come vuole una modernità per cui tutto deve essere manifesto, a portata di mano, facile da usare, cioè, in sostanza, passibile di superamento delle sue ambiguità). In ogni caso, latore di un'inquietudine e d’una insofferenza che scomodano certezze tali solo in superficie e che nei fatti continuano a ribattere su rimpianti inconsolabili, slanci inappagati, occasioni più o meno stupidamente mancate, ansie e timori tutt'altro che superati (sul serio ancora da dimostrare se e quanto sia balzano il sospetto per cui l'uomo costretto a essere moderno cominci piuttosto ad averne abbastanza della prospettiva sempre alle porte di un futurosic et simpliciter artificiale, tecnologico, prevedibile, in ogni suo aspetto pacificato, dilemma già digerito e stigmatizzato a suo tempo da Barthes: Di colpo non mi fa più né caldo né freddo non essere moderno). Come a dire che, tutto sommato, è sempre lo stesso il punto all'infinito al quale istintivamente - come esseri umani - si tende, ossia quello giunti di fronte al quale ritrovarsi insieme, davvero, pronti, unicamente, semplicemente, ad amare.
TFK

lunedì, luglio 10, 2017

SPIDER- MAN: HOMECOMING

Spiderman: homecoming 
di Jon Watts
con Tom Holland, Marisa Tomei, Zendaya Coleman
USA, 2017 
genere, fantastico
durata: 133’ 

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso la forte emozione provata nella sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto". L'entusiasmo di Peter Parker per il suo ruolo da Spider-Man è contagioso grazie al trasporto di Tom Holland e al contrasto tra la sua vita in costume e la routine scolastica, ma la smania di crescere porta spesso a commettere degli errori. Una morale semplice, che ha il pregio di riportare con i piedi per terra il Marvel Cinematic Universe dove tra dei, re, androidi e avventurieri dello spazio si scivola di film in film nel più puro escapismo. Jon Watts, regista e sceneggiatore, guarda dichiaratamente alle commedie liceali anni 80 di John Hughes: l'Homecoming è infatti una festa americana che, nella sua declinazione scolastica, celebra il ritorno, per esempio, da una trasferta sportiva. In questo caso si tratta di un decathlon culturale, cui partecipa una squadra della scuola di Peter, che dal Queens viaggia fino a Washington. 



Al calendario scolastico, con feste, lezioni e gite, si alternano e a volte si sovrappongono le sue avventure da Spider-Man, che prendono una piega pericolosa quando il giovane eroe si imbatte in alcuni ladri dotati di tecnologia aliena. Cercando di risalire alla fonte e fermare il problema finisce dritto tra gli artigli dell'Avvoltoio, interpretato da Michael Keaton. Un cattivo tra i più riusciti visti finora nei film Marvel, anche se non arriva alla grandezza del Dr. Octopus di Spider-Man 2, perché la trama deve coprire troppe situazioni e scene d'azione e non gli dà modo di essere approfondito a dovere. Ciò nonostante è facile simpatizzare con le ragioni per cui si è dato al crimine e lo stesso vale per i suoi aiutanti, solo abbozzati nella personalità ma che si sono trovati ingiustamente disoccupati da un giorno all'altro. Watts ha fatto l'impossibile per mettere Spider-Man in situazioni in cui non l'abbiamo mai visto, evitando categoricamente i grattacieli di Manhattan e facendolo correre tra i parchi e le villette dei sobborghi, oppure costringendolo a scalare una struttura solitaria come l'obelisco di Washington, o ancora facendolo combattere su un grande traghetto in mezzo al mare o addirittura ad alta quota, su un aereo. 



Soprattutto però “Spider-Man: Homecoming”, come tipico dei titoli Marvel-Disney, è un film di scrittura, che all'azione fonde, e spesso preferisce, la commedia: anche qui Watts fa un ottimo lavoro sui tempi comici e la direzione dei giovani attori. Oltre a Tom Holland, abbiamo Jacob Batalon nei panni di Ned, l'amico nerd, Laura Harrier in quelli di Liz e Zendaya nelle vesti trasandate dell'eccentrica e intelligente Michelle, che ha alcune delle battute più divertenti. Ovviamente poi Robert Downey Jr. è assoluto mattatore, con l'istrionismo e l'energia che hanno fatto di Tony Stark uno dei personaggi cinematografici più amati dell'ultimo decennio. Un po' sacrificata, invece, Marisa Tomei nei panni di Zia May, ma il finale promette di darle un ruolo più attivo nei prossimi film. Tutto questo fa di “Spider-Man: Homecoming” un film indubbiamente riuscito, divertente e capace di dare un senso al terzo rilancio del personaggio, in cui l'unica nota che lascia un retrogusto spiacevole è il legame con il resto del Marvel Universe. Per quanto sia bene integrata, la fascinazione per gli Avengers finisce per sembrare una sorta di spot per gli altri film Marvel. Inoltre, dare a Spider-Man un costume con tanto di intelligenza artificiale e infiniti gadget è, da un canto, un modo per rinfrescare il personaggio, dall'altro, però, porta via tempo prezioso, che avrebbe potuto valorizzare il cuore umano della vicenda. Il finale evita uno dei difetti di molti Marvel movies e la scena dopo i titoli di coda, sulla musica dei Ramones, gioca di autoironia, strappando un'ultima risata prima che si accendano le luci. 
Riccardo Supino

domenica, luglio 09, 2017

SEVEN

SEVEN
di David Fincher
con Brad Pitt, Morgan Freeman, Gwyneth Paltrow
Usa, 1995
genere, thriller
durata 127'

A fronte di un'autorialità ormai riconosciuta, le considerazioni su David Fincher hanno subito nel corso del tempo oscillazioni di segno contrario equamente divise tra chi, soprattutto all'inizio della carriera, lo ha considerato come la quintessenza dell'industria hollywoodiana, abile manipolatore d'immagini ed eccellente esecutore, e quelli che invece hanno visto nelle sue qualità tecniche il punto di partenza di un progetto capace di esprimere una riflessione sulla nostra contemporaneità. A pagare dazio è stato dapprima un pedigree più commerciale che artistico, derivato dalla direzione di videoclip musicali per cantanti del calibro di Madonna, Sting, Rolling Stones o di spot televisivi per la Nike e la Coca Cola. In seconda istanza la tendenza a rappresentare la violenza, uno dei temi più ricorrenti del suo cinema, attraverso un divismo e una bellezza estetica capace di esaltare, a detta dei suoi detrattori, una spettacolarità ambigua ed imitativa. Due attributi riveduti e corretti ma a suo tempo sufficienti a far entrare in circolo il sospetto di un cinema fatuo ed utilitaristico che, alla pari di quello di Clint Eastwood (la violenza) e Ridley Scott (estetica da videoclip), ha goduto inizialmente di scarsa fama nei salotti che contano, salvo poi, è il caso di Fincher, riguadagnare posizioni grazie alla legittimazione ottenuta attraverso il web, dove i suoi film vengono accolti e giudicati con le precauzione e i parametri solitamente applicati alle personalità del cinema contemporaneo, a cui di fatto il regista di Denver in questo momento appartiene. Ecco che allora un film come "Seven", opera seconda realizzata nel 1995, appare più di altre adatta a rappresentare le dichiarazioni di intenti e le traiettorie interne a un sistema di riferimento che ha nel cinema di genere, in questo caso la crime story declinata in tutte le sue possibilità (il poliziesco, il thriller, il mystery), una struttura all'interno della quale trovano posto temi e stilemi del cinema fincheriano.

Ma andiamo con ordine e soffermiamoci sulla forma del thriller noir a cui "Seven" aderisce nel rispetto delle convenzioni, raccontando di una corsa contro il tempo per impedire ad un serial killer, John Doe (Kevin Spacey), di portare avanti il suo piano omicida. A dargli la caccia sono una coppia di detective, William Somerset (Morgan Freeman) e David Mills (Brad Pitt), differenti nei caratteri quanto nei metodi investigativi: il primo prossimo alla pensione è disilluso ma riflessivo, pronto ad affidarsi alla ragione che nutre con lo studio e la conoscenza, il secondo, giovane e spaccone, è impulsivo, e affida le sue possibilità di successo all'azione e all'irruenza fisica. Ad unirli è l'indagine portata avanti per scovare l'autore delle uccisioni rituali ispirate ai sette vizi capitali, da cui il titolo, e poi un attaccamento al dovere quasi ascetico, che in qualche modo li differenzia dal resto dei colleghi, superficiali e inetti, come emerge dal distacco di Somerset, rassegnato all'incomprensione che lo circonda, e dalle parole di Mills - "È così che lavorate qui?"- che non perde tempo ad etichettare i colleghi come buoni a nulla.

Se la detection è il volano che fa progredire la vicenda, con rapporti di causa effetto strettissimi - ad ogni omicidio corrisponde un ulteriore tassello del mosaico psicologico dell'avversario - e con la presenza del tempo scandita dalla suddivisione della vicenda in capitoli (ad ogni giorno della settimana corrisponde un vizio capitale e il contrappasso mortale attuato dal killer), "Seven" propone una serie di temi e stilemi ricorrenti nella prima parte della carriera di Fincher, quella che parte da "Alien 3" (1992), esordio all'insegna del cinema seriale e poi si sviluppa dopo il film in argomento, con i successivi "The Game" (1997), terzo elemento di una possibile trilogia "dolorosa", e "Fight Club" (1999), la pellicola che conclude il periodo dell'apprendistato e dell'innocenza, con il regista da lì in poi completamente padrone dei mezzi di produzione e dei meccanismi del successo. Se le prime quattro opere hanno alternato successo misurato e veri e propri flop commerciali, le pellicole seguenti saranno quasi sempre fortunate anche in termini di incassi. In prima fila tra i leitmotiv si segnala una visione apocalittica della vita e della società, corrotta dall'egoismo e dal vizio, e per questo condannata a morte con le sue stesse mani - il finale del film è in questo caso simbolico, con John Doe in versione kamikaze pronto a morire per completare la sua missione di palingesi morale - e poi a cascata le naturali conseguenze: la violenza come ribellione e cambiamento allo stato delle cose (tema sviluppato in "Fight Club"), mancanza di senso, isolamento, colpa e soprattutto un dolore atavico, fisico e psicologico, che non abbandona neanche per un momento i personaggi, anche quando si tratta di annunciare la nascita di un figlio, quello di Tracy (Gwyneth Paltrow), la moglie di Mills, accolto dalla ragazza con un pianto che non lascia ben sperare sul futuro che attende il nascituro, e sottolineato da Somerset con una frase - "come potrei avere un figlio dopo tutto quello che vedo" - alquanto significativa. 


Ad interiorizzare una dimensione emotiva in via di disfacimento concorre un sottotesto ricco di materiali psichici, con la pioggia costantemente scrosciante ad enfatizzare la dimensione di purificazione a cui è improntato l'operato di John Doe, e sostitutiva sulla scena di un carattere quasi sempre fuori campo, con i ruoli di Somerset e di Mills a riproporre l'archetipo di un rapporto padre/figlio, presente con le opportune varianti nei primi tre film del regista, e quello di Tracy, sottratto a qualsiasi tipo di carnalità e fortemente materno, a costituire nella sua purezza, l'unica ancora di salvezza per un'umanità - in disarmo - che i due uomini, loro malgrado, sono chiamati a rappresentare nell'arco della storia.


Una dimensione individuale e solipsistica, quella di "Seven", che però non esclude il tempo presente ma anzi lo rispecchia nel cambiamento di prospettive provocato dal crollo del muro di Berlino e dalla fine della Guerra Fredda, quando la mancanza di un nemico (esterno) da combattere costringe la nazione a guardarsi allo specchio e a fare i conti con se stessa. Fincher registra il cambiamento e poi presenta il conto attraverso la figura di John Doe, il nuovo incubo, servito sotto le spoglie dell'uomo qualunque; avversario senza identità (Doe si taglia i polpastrelli per sparire dai database) che attraversa l'esistenza dei due detective mischiandosi tra la gente comune, con i costumi (il fotografo in cerca di scoop) di un quotidiano apparentemente innocuo e invece letale. Ma "Seven" non si ferma qui e mina alla base l'essenza stessa della cultura americana facendo crollare il sistema sotto i colpi di un "predicatore" che riporta alla luce la religione dei padri fondatori ribaltandone gli effetti con un'azione di segno contrario.
Attraverso John Doe, il sermone che aveva fatto da collante nella fase "costituente" diventa lo strumento che toglie la speranza e cancella qualsiasi ipotesi di futuro, spingendo il film verso un finale nerissimo, consumato nell'agghiacciante sequenza finale a suggellare la catastrofe.


Ed è proprio questa catarsi al contrario, con il trionfo del male sul bene, a sconfessare le convenzioni del thriller americano, rivelandoci i prodromi di un'arte che nasce come sintesi tra il cinema americano degli anni 70 e quello mainstream del decennio successivo. Dal primo, "Seven" mutua la capacità di lavorare all'interno del sistema, portando a galla un discorso personale ed artistico che non penalizza la fruibilità, ed in secondo luogo un'essenzialità che riesce a comunicare senza sprecare un metro di pellicola, basti pensare all'utilizzo dello spazio devoluto ai titoli di testa, più che cartellone un vero e proprio rompicapo che rimanda direttamente alla mente ed al corpo dell'assassino, rivelandoci fin da subito informazioni decisive per il rebus che la storia cercherà di risolvere; dal secondo, l'importanza degli aspetti visuali e di composizione dell'immagine, oltre alla costanza della progressione narrativa.
Spuntano così gli immancabili riferimenti: ad Alan J. Pakula ed al suo "Klute"(1971), illuminato dal mitico Gordon Willis, punto di riferimento del direttore di fotografia Darius Khondji per la creazione dei contrasti tra luce e ombra che caratterizzano gli ambienti, e quello esplicito a "Blade Runner" (1982), citato sia attraverso l'inseguimento in cui Mills alle calcagne di Doe si apre la strada saltando da una macchina all'altra, che nel ritratto della città di Los Angeles, mefitica ed astratta come quella di Scott. Emerge infine uno stile strettamente consequenziale allo sviluppo narrativo, con un trionfo di campi medi e piani americani che la dicono lunga sulla voglia di raccontare l'uomo e il suo habitat, e al contempo il desiderio di tracciare le coordinate di un'esistenza senza punti di fuga, immersa negli intestini di una città-prigione come testimonia la quasi totale assenza di panoramiche da e verso il cielo. Una claustrofobia emotiva e materica dal quale si può evadere accentando le conseguenze di un'apertura, - sottolineata dal campo lunghissimo che mostra per la prima volta uno spazio immenso e disabitato - che retrocede gli uomini ad uno stato primordiale.

La chiosa finale, con la voce fuori campo di Somerset che commenta da par suo l'accaduto  dicendo "Hemingway ha detto che il mondo è un bel posto e che vale la pena lottare per esso, io condivido solo la seconda parte", restituisce perfettamente il significato di una visione cinematografica che fa pensare e non lascia indifferenti.
(pubblicato su ondacinema.it/pietre miliari)