martedì, giugno 28, 2022

IL NIDO (EL NIDO)

Il Nido

di Mattia Temponi

con Blu Yoshimi, Luciano Càceres

Italia, Argentina, 2021

genere: horror, drammatico

durata: 90’

Un titolo che dovrebbe accogliere e far pensare a qualcosa di caldo, familiare e piacevole.

Invece “Il Nido”, a discapito delle apparenze, è tutt’altro che un film accogliente. Anche se si svolge interamente all’interno di uno stesso luogo con gli stessi personaggi.

Di un’attualità disarmante, dal momento che il film è ambientato durante una pandemia, ne “Il Nido”, a differenza di quella da covid19, siamo di fronte a una pandemia che trasforma le persone privando chiunque della razionalità e parallelamente aumentando l’aggressività.

I due protagonisti sono Sara, una ragazza di buona famiglia, ma con alcuni problemi personali, e Ivan, un uomo solo apparentemente anonimo, ma che in realtà nasconde un passato oscuro.

La ragazza, a causa dell’infezione che la sta trasformando in un mostro, viene “rinchiusa” nel Nido, in quella che dovrebbe essere una sorta di isolamento forzato, per capire come si svilupperà la malattia. Qui, invece di essere uccisa, viene “aiutata” proprio da Ivan che, provando compassione per lei e conoscendola meglio, decide di risparmiarla e provare a curarla. Tra i due, quindi, si instaura un importante legame che va a scavare anche nel passato di entrambi.

In tutto questo non bisogna dimenticare che, mentre loro sembrano, almeno fino a un certo punto, “carcerata e carceriere” di questo assurdo nido, fuori incombe il delirio più totale. Non ci è dato sapere niente e non vengono mostrate immagini da fuori, ma sappiamo per certo che il nido rappresenta, nel bene o nel male, un luogo isolato in grado di proteggere dal mondo esterno.

Ed ecco, infatti, il primo punto a favore di questo thriller/horror che segna il debutto al lungometraggio per Mattia Temponi. Non è la paura del virus e le eventuali trasformazioni che esso può portare nella singola persona. A fare veramente paura è il rapporto tra le persone. Al centro del film di Mattia Temponi c’è, infatti, la tossicità dei rapporti, quei rapporti che si deteriorano con l’andare avanti del tempo proprio a causa del virus.

Altro elemento importante ne “Il Nido” è il dualismo. A Temponi sembra non interessare, a ragione, la dinamicità dell’azione e, proprio a questa, predilige un rapporto uno a uno. Un dualismo ricco anche di metafore che il regista lascia alla libera interpretazione dello spettatore. Dal “classico” dualismo uomo-donna a quello di infetto-non infetto, passando anche per vittima e carnefice o oppresso e oppressore. Giocando sul fatto di essere ancorato a un solo luogo buio, tetro, chiuso, a tratti claustrofobico, il regista conferisce comunque, in qualche modo, azione alla vicenda e preoccupazione, paura e terrore allo spettatore che non sa cosa aspettarsi e pensa che da un momento all’altro possa succedere qualcosa di irrimediabile.

Un’impeccabile fotografia immortala qualcosa che solo all’apparenza è fantascientifico e utopistico. In realtà dietro questo thriller a tinte horror si nasconde molta più verità di quanto possiamo immaginare. Una spaventosa realtà che fa riflettere su chi sia davvero la vittima e chi il carnefice anche nel mondo di oggi. È davvero il virus il nemico numero 1 da sconfiggere? O forse siamo noi esseri umani i nemici di noi stessi?

Ad aiutare a rispondere ci pensano i due protagonisti. Da una parte Sara e dall’altra Ivan. La prima è interpretata da Blu Yoshimi, la giovane e promettente protagonista del “Piuma” di Roan Johnson che recita qui interamente in spagnolo, facendolo suo, quasi come madrelingua. L’altro personaggio, invece, ha il volto di Luciano Càceres che conferisce quell’alone di mistero a un Ivan che nasconde molto più di quanto si possa immaginare e che, non a caso, fa Romero di cognome, richiamando immediatamente l’attenzione su uno dei grandi maestri del genere al quale, con molta probabilità, lo stesso Temponi si è ispirato.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 31, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 1

Stranger Things

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

L’avevano anticipato: “la stagione 4 sarà la più dark”. E così è stato. Il volume 1, che corrisponde alla prima parte, della quarta stagione della serie di successo Netflix “Stranger Things” è effettivamente molto più dark, a tinte scure, tendenti all’horror.

Se tutto era iniziato con una prima stagione adatta a grandi e piccoli, riecheggiando gli anni ’80, con riferimenti, più o meno marcati, a grandi cult dell’epoca, i nuovissimi episodi, disponibili su Netflix sembrano continuare in quella direzione, ma con qualche cambiamento.

Ritroviamo naturalmente gli stessi protagonisti, (molto) cresciuti, che continuano comunque ad avere a che fare con creature strane, come dalla prima stagione.

La differenza sostanziale è nella “divisione” che viene operata: i registi hanno deciso, infatti, di optare per una separazione dei personaggi. Ognuno è coinvolto in un luogo e in un momento diverso. Ed ecco che si creano diversi gruppi e diverse dinamiche. Da una parte abbiamo la protagonista indiscussa, Undici, interpretata dalla talentuosissima Millie Bobby Brown, che deve cercare di riacquistare, oltre ai suoi poteri, anche la fiducia in sé stessa, vittima di bullismo a scuola, “dimenticata” da molti e rimasta orfana dopo la presunta morte di Hopper, che, invece, nei minuti finali della stagione precedente viene mostrato vivo. È, infatti, sopravvissuto e si trova in una sorta di carcere in Alaska, alle dipendenze del presunto governo russo. Qui tenta, con alcuni aiuti non del tutto riusciti, a fuggire. Tra gli aiuti in questione ci sono quelli di Joyce, la madre per eccellenza della serie tv, e il divertente Murray, mai da prendere veramente sul serio. Riusciranno i tre a sopravvivere alle gelide temperature e a superare gli ostacoli che si pareranno loro di fronte?

Ma i gruppi non sono finiti. Ce n’è uno formato da colui dal quale tutto è iniziato, Will, il famigerato bambino scomparso a Hawkins e costretto a vivere per un certo periodo nel Sottosopra. In questa prima parte della stagione Will è in California insieme all’amico del cuore Mike, al fratello Jonathan e a un amico, new entry della stagione. Lontano da loro, a Hawkins, c’è il resto della “comitiva”. Il fulcro principale di questa quarta stagione e probabilmente il gruppo meglio assortito e più riuscito. Dustin, Lucas, Max, Steve, Robin, Nancy, la piccola Erica e la super apprezzata new entry Eddie cercheranno in tutti i modi di conoscere qualcosa di più sul nuovo mostro della stagione, il temibile Vecna che si nutre dei turbamenti delle persone per ucciderli in maniera macabra e disgustosa.

I Duffer Brothers continuano a non deludere e portare sulla piattaforma un prodotto di notevole qualità, forse di durata superiore alle aspettative, ma che comunque ha la capacità di incollare allo schermo lo spettatore. Non c’è mai un attimo di tregua, non si può mai stare tranquilli perché il nemico è sempre dietro l’angolo e pronto ad attaccare. Chiunque. Anche i propri beniamini, perché nessuno è immune al potere del male. Un episodio più “contorto” dell’altro dove le linee da seguire sono molteplici, ma tutte portano allo stesso risultato e alle stesse domande.

Da rivedere probabilmente la scelta, non del tutto efficace e condivisibile, di dividere i protagonisti, dando uno spazio maggiore ad alcuni a discapito di altri che avrebbero potuto sicuramente dire di più. Ma c’è sempre una seconda parte pronta a sorprendere il pubblico e a smentire quanto appena affermato.

A funzionare molto bene sono le scelte stilistiche e di sceneggiatura con l’inserimento di dialoghi pungenti e divertenti, sempre al momento giusto. E con una caratterizzazione interessante di ogni personaggio, anche di quelli che apparentemente sembrano essere più marginali. Ognuno ha un passato e ognuno ha qualcosa da raccontare. Solo il tempo dirà quando e come. Dalle vecchie conoscenze alle nuove, alcune già nel cuore dei fan, ogni personaggio risulta credibile e con spessore. Anche (e soprattutto) i cattivi. E ogni tassello riesce sempre a congiungersi con un altro, in maniera perfetta. Un cliffhanger finale degno dei migliori maestri sta facendo sudare freddo chiunque, in attesa del 2 luglio quando (forse) arriveranno alcune risposte con gli ultimi due episodi di questa stagione.


Veronica Ranocchi

domenica, aprile 17, 2022

Un Eroe

Un Eroe

di Asghar Farhadi

con Amir Jadidi, Sarina Farhadi

Francia, 2022

genere, drammatico

durata, 127'


Costruito sul gioco di punti di vista, ogni volta in grado di rimettere in discussione il divenire dei fatti, quello di Asghar Farhadi è per antonomasia un cinema spiazzante, il cui pregio non sta solo nel documentare la realtà del proprio paese ma di interpretarla chiamando in causa quella dello spettatore. Scarnificando il paesaggio dagli alibi della sovrastruttura, non solo i personaggi ma anche chi guarda è costretto a compiere una scelta (ideale), decidendo da che parte stare in base al proprio sistema di valori. Se il film d’autore contemporaneo - per esempio Sundown, l’ultimo film di Michel Franco - ne racconta la mancanza e il caos che ne consegue, Farhadi è uno dei pochi che opera in senso opposto, mettendo in scena un mondo capace di reagire al cupio dissolvi attraverso il codice etico e morale a cui si appellano le coscienze per sopravvivere a torti e ingiustizie. Guardare Un eroe vuol dire riprendere in mano i fondamentali della propria esistenza e capire chi siamo diventati. Forse anche per questo non ha avuto la stima che meritava.

Carlo Cerofolini

giovedì, aprile 14, 2022

Spencer

Spencer

di Pablo Larrain

con Kristen Stewart

Germania, Cile, Regno Unito, 2022

genere, drammatico 

durata 117


 “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". I versi danteschi ben si addicono alle prime immagini di Spencer in cui Lady Diana si accinge a varcare la soglia di quella che di li a poco diventerà la sua prigione. Abbandonata dai vivi e costretta ai fantasmi delle proprie paure, la Principessa si muove in un limbo di anime esangui e paesaggi desolati messi in scena da Pablo Larrain come elementi di una moderna Divina Commedia. A suggellare la dimensione ultraterrena della storia le immagini finali, di tenore opposto rispetto a quelle della cronaca, con l’ultima corsa (in macchina) di Lady Diana destinata a lasciarsi indietro le ombre per diventare il viatico di un percorso di luce e dunque di un ritorno alla vita. Come Daniel Day Lewis in Lincoln, Kristen Stewart costruisce la magistrale interpretazione a partire dall’uso dello strumento vocale, qui scandito dalla matrice regale della dizione inglese.

Carlo Cerofolini




mercoledì, aprile 13, 2022

Una vita in fuga

Una vita in fuga

di Sean Penn

con Sean Penn, Dylan Penn

USA, 2022

genere, drammatico

durata, 107'


Il cinema di Sean Penn dichiara da sempre la sua appartenenza all’anima più vera e profonda del paesaggio americano, quella dei grandi spazi e della wilderness nella quale sono destinate a perdersi la coscienze dei suoi protagonisti. Una vita in fuga (Flag Day) non fa eccezione spingendo il piede sull’elemento autobiografico, anche questa volta ripreso senza vie di mezzo, attraverso una messinscena epica e febbricitante come la personalità dell’autore, il quale, dirigendo se stesso si produce in uno stream of consciousness privo di freni inibitori. Eccessivo e perdente come i losers bukowskiani, Penn non risparmia nulla prima di tutto a se stesso e poi agli altri. Con il passare del tempo è sempre più chiaro come i suoi film siano prima di tutto una sorta di confessionale in cui il regista si adopera per mettere a punto la propria penitenza. Anche se oggi appare fuori moda la sua voce merita ancora di essere ascoltata.

Carlo Cerofolini

mercoledì, marzo 02, 2022

BELFAST

Belfast

di Kenneth Branagh

con Jude Hill, Judi Dench, Jamie Dornan

UK, 2021

genere: drammatico, biografico, storico

durata: 97’

Incetta di candidature in vista dei prossimi premi Oscar per il nuovo film di Kenneth Branagh "Belfast".

Il titolo deriva dalla città natale dell'autore che, con questo lungometraggio, ha voluto portare sullo schermo la propria infanzia, raccontandosi (e raccontando anche un determinato momento storico) agli spettatori.

Protagonista è una famiglia protestante appartenente alla classe operaia e tutto è raccontato (e mostrato) dal punto di vista di Buddy, il piccolo di casa, di 9 anni. Lui vive con il fratello più grande Will e la madre, ma si reca quotidianamente dai nonni che vivono a pochi passi da casa sua e con i quali ha un rapporto molto stretto, soprattutto col nonno con il quale adora confidarsi. Tutti loro vivono, appunto, a Belfast. Il padre, invece, è lontano dalla famiglia dal momento che lavora in Inghilterra e torna a casa solo saltuariamente.

Durante le rivolte dell'agosto 1969, un gruppo di lealisti protestanti attacca improvvisamente le case e le attività dei cattolici nella strada dove vive Buddy. Viene, quindi, deciso di allestire una sorta di barricata per prevenire ulteriori conflitti e il padre del protagonista torna a casa per stare vicino alla famiglia. Da qui iniziano tutta una serie di dinamiche che coinvolgeranno Buddy in prima persona e, di conseguenza, anche la sua famiglia.

Senza entrare nello specifico e nel merito delle vicende storiche e dei conflitti il film di Kenneth Branagh tenta di inserirsi nel filone dei biopic, trattandosi della propria vita. Ma tenta solamente. Oltre al fatto che non si può considerare un biopic a tutti gli effetti, "Belfast", pur partendo dall'interessante spunto del bianco e nero, non va oltre una buona tecnica e una buona regia. Sembra (ed è) facile empatizzare con Buddy e con la sua visione, naturalmente infantile, del mondo. Ma bisogna fare attenzione alle relazioni umane che instaura e al suo modo di comportarsi. Niente è lasciato al caso nel film di Branagh: dal rapporto che ha con la sua compagna di classe della quale è innamorato e che, a differenza sua, è cattolica, agli insegnamenti del nonno. Tutto senza mai dimenticare le figure genitoriali. Nonostante la frequente assenza del padre, anche lui è una figura chiave nell'educazione e soprattutto nella crescita di Buddy. E, infatti, non a caso la sua assenza lo condiziona continuamente, così come condiziona la moglie che deve assumersi varie responsabilità. Crescere due figli da sola nella Belfast di quegli anni appare tutt'altro che semplice.

Le scelte apparentemente “sbagliate” di Buddy, come, per esempio, quella di voler seguire l'amica Moira, in realtà sono dettate da una mancanza. Anche se fin troppo piccolo e, ancora, non in grado di comprendere completamente, il protagonista pensa di doversi caricare sulle spalle la propria famiglia. Le sue responsabilità sono al pari di quelle degli altri membri della famiglia.

Una strizzata d'occhio, neanche troppo velata, al Neorealismo, soprattutto con la scelta di omettere l'uso del colore. Ma una strizzata d'occhio che rimane tale e non va mai oltre.

Quello di Branagh è un film che vorrebbe dire, osare, mostrare e raccontare, ma che, alla fine, resta più che altro in superficie. Non fosse per il giovanissimo protagonista e per Ciaran Hinds e Judi Dench, nei ruoli dei nonni che sembrano quasi rubare la scena agli altri interpreti e personaggi, aiutati anche da un'attenzione registica maggiore con inquadrature sempre ben calibrate e strutturate. Niente è lasciato al caso quando ci sono loro due davanti alla macchina da presa. Nei dialoghi che hanno con il nipote sono sempre presenti entrambi, ma uno sullo sfondo come a "origliare" le conversazioni.

Oltre ai personaggi non sufficientemente delineati in modo tale da comprenderne le scelte, a far storcere il naso è anche l'eccessiva ricerca di una "morale" così come il dover rendere obbligatoriamente tutto già "impostato" in un certo modo.

Chissà, però, se anche l’Academy la penserà così vista la pioggia di candidature…


Veronica Ranocchi

martedì, marzo 01, 2022

ASSASSINIO SUL NILO

Assassinio sul Nilo

di Kenneth Branagh

con Kenneth Branagh, Gal Gadot, Armie Hammer

USA, 2022

genere: giallo, drammatico, thriller

durata: 127’

Erroneamente definito da molti come il sequel di "Assassinio sull’Orient Express" il nuovo film con, al centro della vicenda, Hercule Poirot mette nuovamente alla prova lo spettatore, ma in maniera chiaramente diversa dalla precedente.

Con "Assassinio sul Nilo" ritroviamo Kenneth Branagh dietro e davanti la macchina da presa. 

Gli imponenti baffi, che ormai caratterizzano il personaggio nato dalla penna di Agatha Christie e riportato sul piccolo e grande schermo in più versioni, sono l'elemento che contraddistingue il detective francese nella trasposizione di Branagh rispetto a quello finora più noto della serie televisiva. E in questo "secondo capitolo" arriviamo anche a capire il motivo che ha spinto Poirot a lasciarseli crescere. Un inizio più che attuale, purtroppo, con una sequenza in bianco e nero che fa da prologo non tanto alla storia in sé, quanto alla storia del protagonista. Un momento che permette allo spettatore di conoscerlo di più e di capire, almeno in parte, alcuni suoi atteggiamenti. Soprattutto considerando che lui riesce a indagare e scoprire sempre i lati più nascosti delle persone con le quali ha a che fare, senza mai "scoprirsi". Un'interessante occasione, quindi, e un diverso punto di vista. La guerra, affrontata dal protagonista in prima persona, con l’astuzia che lo contraddistingue rappresenta il vero punto di inizio, non della storia, ma della vita dello stesso Poirot.

Peccato, però, che successivamente la storia prenda un'altra direzione. Veniamo catapultati in un club nel quale Hercule Poirot ha modo di conoscere i primi  personaggi che saranno poi, inevitabilmente, protagonisti degli eventi successivi. Inizia a farsi un'idea di chi ha di fronte ed è testimone di un intenso ballo tra una coppia di giovani fidanzati: Simon Doyle e Jacqueline de Bellefort. Quest'ultima presenta il fidanzato all'amica d'infanzia Linnet Ridgeway che, però, nel giro di poco tempo "ruba" l'uomo alla giovane per sposarlo. Sei mesi dopo, infatti, mentre Poirot è in vacanza in Egitto e ha modo di incontrare il suo vecchio amico Bouc, rientra, in qualche modo, tra gli ospiti della luna di miele successiva al matrimonio tra Simon e Linnet. Insieme a lui e Bouc ci sono anche altri ospiti, dall'ex fidanzato di lei, alla sua cameriera di camera, passando per le madrine, l'infermiera e il cugino e chi più ne ha più ne metta. Insomma tanti sospettati come vuole il giallo per eccellenza.

Ma non bastano per rendere la storia davvero riuscita. A mancare, infatti, sono la suspense e il vero e proprio colpo di scena perché tutto, o almeno in gran parte, purtroppo, risulta abbastanza intuibile fin dai primi minuti. A emergere sono indubbiamente le interpretazioni di un cast sempre preciso e ben assortito. Tutti a proprio agio, dagli interpreti più rodati a quelli con meno impegni alle spalle. Una regia efficace che, però, fa, in determinati frangenti, fin troppo affidamento su una CGI palesemente esagerata che vuole mostrare più di quanto sia effettivamente in grado di fare. Tutti i tasselli, come in ogni giallo che si rispetti, vengono messi al loro posto, ma in maniera fin troppo semplice.

Se dopo la prima sequenza lo spettatore è portato a pensare che la storia si evolverà in un certo modo, la prima parte della storia lo spinge inevitabilmente in un’altra direzione, ancora una volta diversa da quella della seconda e ultima parte del lungometraggio. Una fin troppo prolissa introduzione ai personaggi, nel tentativo di comprenderli ed empatizzare, cercando di sviare i sospetti sia dalla vittima che dal colpevole, che si conclude con una risoluzione forse “telefonata”. E da Hercule Poirot, ma soprattutto da Kenneth Branagh ci si aspetta ben altro. 


Veronica Ranocchi

lunedì, febbraio 28, 2022

DRIVE MY CAR

Drive my car

di Ryūsuke Hamaguchi

con Hidetoshi Nishijima, Tôko Miura, Masaki Okada

Giappone, 2021

genere: drammatico

durata: 179’

Una vera e propria perla cinematografica quella di “Drive my car”, film diretto dal giapponese Ryūsuke Hamaguchi e da molti definito, a ragione, come il film dell’anno.

Tre ore di completa e totale immersione in un altro mondo. “Drive my car” riesce nell’impresa che la settima arte si è da sempre prefissata e continua a prefissarsi: far evadere lo spettatore dalla realtà che lo circonda per la durata della proiezione. Caratterizzato da un silenzio quasi assordante che percorre l’intera storia, sia nel “prologo” che nel presente, il film di Hamaguchi ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella mente degli appassionati (e non solo) per molto tempo. Al centro della storia c’è Yusuke, regista teatrale che, a seguito di importanti perdite che segnano inevitabilmente la sua vita, decide di recarsi a Hiroshima per mettere in scena lo “Zio Vanja”. Qui entrerà in contatto con una giovane e silenziosa autista che avrà il compito, tutt’altro che semplice di accompagnarlo sia fisicamente che metaforicamente tra le strade di Hiroshima e tra i ricordi, compresi quelli più “bui”. Analizzare un film del genere è tutt’altro che semplice.

A colpire, oltre al continuo silenzio delle scene, dei personaggi e del protagonista, spesso “solitario”, è anche l’ambientazione che si collega proprio a questo e a una sensazione di solitudine che deve portare e porta a una profonda riflessione.

I paesaggi sembrano spenti, privi di “accessori in più”, quasi anonimi, come se volessero, in qualche modo, omologarsi al protagonista stesso del quale, invece, l’unico elemento a emergere è la macchina rossa, coprotagonista a tutti gli effetti della narrazione e dell’evoluzione stessa di Yusuke. La macchina è l’unico luogo in cui lui si apre veramente mostrandosi per quello che è senza veli o maschere. È grazie alla macchina che riesce ad accettare e superare paure per lui insormontabili. Ed è in macchina che entra in relazione con la giovane e riservata autista. Attraverso il mezzo i due si conoscono e instaurano una sorta di “relazione” che permetterà loro di conoscersi a vicenda e di conoscere se stessi.

Emblematico è poi il ricorso continuo al bianco. Da una parte simbolo che tutto quello che circonda i personaggi è “anonimo” e che si annulla praticamente con il colore più neutro per eccellenza; dall’altra simbolo di candore, a sottolineare lo stile di vita che conduce il protagonista a seguito delle importanti perdite della sua vita. In netta contrapposizione soprattutto con la lunga sequenza iniziale che sembra orientare lo spettatore in una direzione, ma che invece rompe, in qualche modo gli schemi, portandolo da tutt’altra parte. Ed è una sequenza nera, scura, cupa che nasconde i personaggi, perennemente in ombra.

Tornando al discorso relativo al silenzio, è necessario sottolineare quanto, però, in realtà questo specifico silenzio sia un modo che ha lo stesso Ryūsuke Hamaguchi per parlare e per far parlare. E poi si avvale, in maniera astuta, del testo teatrale. In realtà fa parlare i personaggi dell’opera e le battute dello “Zio Vanja” vengono utilizzate per comunicare più di quanto sembri.

Un film dentro il film, dove la recitazione e la preparazione di un’opera teatrale rappresentano, invece, una buona parte della sceneggiatura e vengono utilizzate per “affermarsi”. La recitazione non è solo quella degli attori interpreti dei personaggi del film, ma c’è un’ulteriore recitazione, quella dei personaggi che ne interpretano altri a loro volta.

E il verbo recitare va di pari passo con altri tre: parlare, ascoltare e guidare. Che sono i verbi che lo spettatore deve seguire per guardare e gustarsi al meglio questo film.


Veronica Ranocchi

martedì, febbraio 15, 2022

GLI OCCHI DI TAMMY FAYE

Gli occhi di Tammy Faye

di Michael Showalter

con Jessica Chastain, Andrew Garfield, Cherry Jones

USA, Canada, 2021

genere: biografico, drammatico

durata: 126’

La vera storia della telepredicatrice Tammy Faye e del suo ruolo nell’America degli anni 70/80 a fianco del marito Jim Bakker è al centro del film di Michael Showalter “Gli occhi di Tammy Faye”.

La donna in questione viene presentata fin dall’infanzia non troppo semplice in una numerosa famiglia allargata a seguito del secondo matrimonio della madre. Tammy è l’unica figlia nata dal primo matrimonio e deve continuamente “combattere” con questa situazione. Addirittura non può nemmeno entrare in chiesa, a detta della madre, perché ricorderebbe ai fedeli e ai presenti in generale, il “cattivo passato” della donna. Ma questo non ferma Tammy che, da sempre determinata, decide di sfidare tutto e tutti e di entrare in un luogo sacro nel quale riceve una sorta di vocazione (resa come un attacco di panico). Da quel momento la vita della giovane sembra essere segnata. Durante gli studi universitari la giovane conosce Jim che decide di sposare immediatamente, abbandonando gli studi e tornando a vivere a casa con i genitori.

I due, nonostante la non convinzione della madre di lei, iniziano a muoversi attraverso gli States per predicare e ispirare le comunità cristiane. Nello specifico, mentre Jim si occupa della predicazione, Tammy intrattiene il pubblico, soprattutto quello più giovane con dei giochi e dei simpatici siparietti usando dei pupazzi. Non passa molto tempo che i due sono notati dal Christian Broadcasting Network (CBN) di Pat Robertson. Nel giro di pochissimo la coppia diventa presentatrice di un popolare spettacolo per bambini: Jim e Tammy. Ma da quel momento qualcosa si incrina, sia nel loro rapporto che nel loro pensiero e nel loro modo di fare e di porsi nei confronti degli altri e del proprio pubblico.

“Gli occhi di Tammy Faye”, come suggerisce il titolo, è un film che va visto percorrendo due binari: quello narrativo e quello visivo. Gli occhi di Tammy Faye sono sia quelli che guardano la propria storia e, quindi, la relazione con Jim, la nascita dei figli, l’evolversi del proprio credo e la diffusione delle proprie idee attraverso il mezzo televisivo, ma sono anche gli occhi “critici” dello spettatore che è come se entrasse in quelli della protagonista. Appropriandosi del senso principale della donna, che basa gran parte della propria esistenza sull’apparenza, il pubblico ha la reale percezione di quello che sta accadendo e sa come reagire e come comportarsi. Ecco che il personaggio della madre, seppur talvolta in maniera esagerata, contrastando la figlia in tutto e per tutto, è quello più facilmente comprensibile e quello con il quale empatizzare fin dall’inizio.

Occhi che non sono solo protagonisti come mezzo attraverso il quale osservare la “scena”, ma sono anche elemento portante della vicenda. Essi sono, infatti, sia costante che evoluzione della storia.  Sono la costante perché rimangono impressi come caratteristica propria del personaggio, ma sono, al tempo stesso, anche l’evoluzione perché continuamente trasformati e mutevoli, arricchiti da un trucco spesso eccessivo che li mette in mostra. Come a sottolinearne l’autenticità. Nonostante tutte le vicissitudini, realmente e cinematograficamente accadute, Tammy Faye risulta, a conti fatti, il personaggio deciso e autentico mostrato fin dalla prima scena. Forse l’unico che non nasconde segreti, se non quello di non essere mai abbastanza apprezzata e valorizzata.

Al di là, però, di questa considerazione, il film di Showalter non scava a fondo. Si ferma in superficie, puntando tutto sull’interpretazione davvero ottima di Jessica Chastain che veste i panni della protagonista e che, soprattutto grazie a un trucco incredibile, sembra talvolta irriconoscibile. Molto nella parte, anche se non in maniera impeccabile. Accompagnata da un Andrew Garfield nel complesso convincente. Una coppia, quella di Faye e Bakker, che ha e avrebbe molto da dire, ma il cui potenziale non è stato sfruttato a sufficienza. Manca l’approfondimento vero e reale dei personaggi. Lo spettatore deve intuire, deve dedurre e non viene spinto troppo oltre. Deve immaginare un po’ tutto, anche i personaggi stessi che arrivano quasi a scomparire, come i figli.

Sicuramente un make up degno di nota e di riconoscimenti, vero elemento degno di rimanere in mente al termine della visione.


Veronica Ranocchi

giovedì, gennaio 27, 2022

IL POTERE DEL CANE

Il potere del cane

di Jane Campion

con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee

Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, 2021

genere: drammatico, western, thriller

durata: 126’

Vincitore del leone d’argento alla miglior regia alla Mostra del cinema di Venezia e ben tre Golden Globes, tra cui anche quello di miglior film drammatico. Sono questi, per il momento, i premi che è riuscito a portare a casa “Il potere del cane”, il film di Jane Campion, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage.

Un western, disponibile su Netflix, che, nonostante faccia riferimento a un romanzo del 1967, è più attuale di quanto possa sembrare, portando sullo schermo tematiche, personaggi e situazioni che, oltre a essere contemporanei, strizzano l’occhio ad altri titoli della settima arte.

Sarebbe, però, riduttivo definire “Il potere del cane” solo come un film western. Il film di Jane Campion è, infatti, anche altro. Un film d’amore e un thriller.

La storia è ambientata nel 1925 in Montana e vede protagonisti i due fratelli Phil e George Burbank, ricchi proprietari di un ranch. La loro, apparentemente monotona, vita cambia nel momento in cui George si innamora della vedova locandiera Rose Gordon. La donna ha un figlio, Peter, che la aiuta nella locanda e che viene subito preso di mira da Phil, urtato dagli interessi, a detta sua, troppo femminili del giovane.

Quando Rose e George decidono di sposarsi all’insaputa di Phil, questi si trova costretto a convivere con la donna e, durante l’estate, anche con Peter che torna al ranch per le vacanze dal college nel quale studia medicina e chirurgia. Con questi, dopo un primo momento, inizia a instaurare un rapporto, ma non tutto è come sembra e le “sorprese” sono sempre in agguato.

Il film della Campion, più che una storia con degli eventi che si susseguono, cerca di raccontare la storia dei vari personaggi. Seppur non tutti pienamente tratteggiati, la regista si sofferma sull’evoluzione e sul cambiamento, reale o presunto, dei quattro personaggi centrali. Nonostante Kirsten Dunst e Jesse Plemons siano una coppia anche nella vita reale, e non solo davanti alla macchina da presa della Campion, non riescono a fare emergere quella chimica necessaria per far apprezzare completamente i loro personaggi e far scaturire l’intrinseca bontà degli stessi. A salire alla ribalta sono indubbiamente Benedict Cumberbatch, nel complesso e tormentato ruolo di Phil, alle prese con un’accettazione di sé, del mondo e degli altri, e Kodi Smit-McPhee, interprete di Peter, non a caso vincitore del Golden Globe come miglior attore non protagonista.

La voce narrante e il vero protagonista della storia è Peter, anche se rimane nascosto al pubblico, alla narrazione e agli altri personaggi per gran parte del lungometraggio. Ma è proprio questo suo agire nell’ombra che ha ripercussioni sulla storia e sulle scelte dei personaggi.

A tutto questo va aggiunta una regia impeccabile che, accompagnata da una maestosa fotografia con campi lunghi che mostrano lande desolate e associano gli spazi alle tribolazioni dei personaggi, fa da cornice a una storia che poteva dire ancora di più. Se il comparto tecnico raggiunge praticamente un livello di perfezione (apprezzabile ancora di più sul grande schermo), non si può dire altrettanto di una sceneggiatura che, forse complice la scelta di dare più risalto ad alcuni aspetti, non colpisce visibilmente. Tralasciando qualche intuizione e qualche apparente colpo di scena, “Il potere del cane” non ha il guizzo che ci si potrebbe aspettare da un film del genere.

Forse a differenza del film di Ang Lee, “I segreti di Brokeback Mountain”, quello della Campion ha la possibilità di sfruttare l’elemento del thriller e dell’indagine, non solo psicologica, che coinvolge sia lo spettatore che i personaggi stessi. E che funziona, con richiami al vero e proprio western, anche se in chiave diversa: un esempio, a tal proposito, è la sfida a suon di musica tra Phil e Rose. La sfida, elemento e momento onnipresente nel genere, è qui mostrato in una chiave diversa, ma pur sempre reale.

Insomma un film indubbiamente pronto a dire la sua anche alle prossime kermesse.


Veronica Ranocchi

lunedì, gennaio 17, 2022

AMERICA LATINA

America Latina

dei fratelli D’Innocenzo

con Elio Germano, Maurizio Lastrico, Sara Ciocca

Italia, Francia, 2021

genere: thriller

durata: 90’

Presentato a Venezia, “America Latina” è il più recente film dei fratelli D’Innocenzo. Si tratta di un film che segue la scia dei precedenti lavori dei gemelli che danno, qui, l’ennesima dimostrazione di saper tenere al cinema e soprattutto al proprio cinema.

“America Latina” è la storia di un dentista, Massimo (un Elio Germano sul quale poggia l’intera narrazione), che sembra condurre una vita apparentemente tranquilla e “monotona” con una moglie e due figlie in una bella casa un po’ isolata. La sua routine è, però, sconvolta improvvisamente dal ritrovamento di una ragazzina nascosta nella sua cantina. A quel punto la domanda sorge spontanea: chi è? E come mai si trova lì? Ma soprattutto la domanda principale che attanaglia lo spettatore e il protagonista stesso è: chi è davvero Massimo?

Ecco che iniziano i dubbi e le domande ed ecco che la storia comincia ad andare in una determinata direzione (che poi è la stessa direzione intrapresa dai registi nella loro filmografia).

Ogni scena e ogni inquadratura nasconde qualcosa e pone le basi per un disvelamento finale, in parte “scontato” e in parte inaspettato.

Sulla scia dei precedenti film, i due fratelli decidono di restringere la propria attenzione a un microcosmo, quello di un’abitazione, perché, fatta eccezione per alcune brevi sequenze, tutta l’azione si svolge all’interno della grande e, in parte, dispersiva, villa di Massimo. Ma, al tempo stesso, non è solo il microcosmo dell’abitazione a essere protagonista, ma è il microcosmo della persona di Massimo e, più precisamente, della mente di quest’ultimo. “America Latina” è, infatti, un viaggio. Un viaggio che il protagonista (e lo spettatore con lui) compie nella propria vita e nella propria esistenza. Tanti i segnali che preannunciano il finale, ma ognuno calibrato nel giusto modo e concesso allo spettatore a piccole dosi, per metterlo davanti a quella che risulta, alla fine dei conti e a prescindere da tutto, una realtà distorta. Ed è distorta nella scelta dei colori, nella partecipazione di pochi, pochissimi personaggi e soprattutto nelle inquadrature, sempre attente a mostrarci la storia da un certo punto di vista e in un certo modo. Dal carrello iniziale con mancata messa a fuoco alla scena “verde” di Massimo sotto la doccia che sembra appartenere a un altro mondo.

Un’altra caratteristica importante e centrale nel film dei fratelli D’Innocenzo è anche l’insistenza sui primi piani che cercano di scavare dentro lo sguardo e la mente dei personaggi e, al contempo, sembrano seguirli pedissequamente, impossessandosi quasi dei loro esseri.

Un Elio Germano imponente nella creazione di un personaggio dilaniato dai dubbi che, con il tempo, viene letteralmente mangiato dalla propria paura e insicurezza.

Molto più in linea con il precedente “Favolacce”, con “America Latina” i fratelli D’Innocenzo iniziano a rendere più visibile la strada e il percorso che hanno cominciato a tracciare già con il primissimo lavoro. Continuerà questa direzione che ormai li contraddistingue? Per il momento sicuramente continuano a dare vita alla loro idea personale di cinema, riuscendo nell’intento.


Veronica Ranocchi

giovedì, gennaio 13, 2022

Una famiglia vincente - King Richard

 Una famiglia vincente - King Richard

di Reinaldo Marcus Green

con Will Smith

USA, 2022

genere, drammatico, sportivo


Ai film costruiti per fare incetta di nomination, quelli capaci di cavalcare l’onda senza farsene accorgere, se ne accompagna una tipologia meno conosciuta ma altrettanto efficace, costruita con l’unico obiettivo di far risaltare il personaggio principale e chi lo interpreta.
Da una parte dunque film come “Il potere del cane”, capaci di spalmare la vena autoriale sulle diverse componenti del loro dispositivo, dagli attori alla fotografia, dai costumi alla sceneggiatura e più di tutti a chi ne è “padrone”, dall’altra, prodotti quali “Una famiglia vincente”, in cui tutto sembra ordinato e giustapposto in funzione del mattatore di turno. Nel caso specifico Will Smith, chiamato a interpretare il (famoso) padre delle sorelle più vincenti del tennis, capaci di sommare qualcosa come 123 tornei, Grande Slam compresi.
Imitando la realtà ma neanche troppo (alcuni degli aspetti più controversi della questione vengono lasciati fuori, oppure come si conviene a un film mainstream, accennati in maniera addolcita, King Richard (questo il titolo originale, ndr) ha un unico obiettivo, quello di mettere in risalto non tanto le imprese tennistiche delle sorelle Williams, quanto l’onnipotenza del loro genitore, un vero e proprio desposta quando si tratta di programmare il futuro tennistico ma anche esistenziale delle campionesse in nuce.
Contando sulla planetaria notorietà dell’argomento e sulla gesta di Venus e Serena, ancora attive sui campi da tennis di tutto il mondo, e dunque potendo lasciare ai margini del racconto le immagini del repertorio sportivo senza il rischio di attenuarne la straordinarietà, “Una famiglia vincente” diventa il racconto esistenziale di un sogno americano molto simile a quello con cui Smith aveva sfiorato la vittoria dell’Oscar. Una ricerca della felicità, quella di Richard Williams che appassiona non solo per la caparbietà di portare avanti una scommessa impossibile con metodi di cui lo stesso è rimasto unico antesignano, ma soprattutto per il fatto di trascinarsi dietro l’empatia che da sempre accompagna il riscatto degli umiliati e offesi a cui il nostro apparteneva di diritto.
Per farlo il regista Reinaldo Marcus Green apparecchia uno spettacolo in cui linearità narrativa e montaggio invisibile sono le armi per non togliere il protagonista dalla centralità del quadro, esaltandone le caratteristiche di eccezionalità.
Edificante ed edulcorato quanto basta per non interrompere il feeling con lo spettatore “Una famiglia vincente” ci accompagna senza sussulti ma con grande scioltezza al traguardo finale, non prima di aver fatto fare un figurone al suo primo interprete, artefice di una recitazione manierata ma puntuale nel restituire l’immagine di un uomo controverso ma vincente, almeno per quanto riguarda l’apprendistato della sue bambine. Il film è godibile ma dimenticabile. A parte Will Smith che ricorderemo per aver vinto il suo primo Oscar come migliore attore protagonista. Non è sicuro ma molto probabile.
Carlo Cerofolini

WEST SIDE STORY

West Side Story

di Steven Spielberg

con Rachel Zegler, Ansel Elgort, Ariana DeBose

USA, 2021

genere: musicale, drammatico, sentimentale

durata: 156’

Non era facile riportare sullo schermo uno dei caposaldi del genere musical. Ma lo diventa nel momento in cui alla regia viene scelto un nome come quello di Steven Spielberg, dal quale difficilmente si rimane delusi. E infatti il pluripremiato regista riesce, ancora una volta, a realizzare un’opera degna di rimanere impressa nell’immaginario collettivo.

Il film è tratto dall'omonimo musical di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Arthur Laurents.

La storia è ambientata nella New York degli anni ’50 e, più precisamente, nel quartiere West Side di Manhattan. Il luogo, però, è conteso da due gang rivali: i Jets, immigrati europei di seconda generazione, e gli Sharks, una banda di immigrati portoricani. Ognuna delle due parti vuole avere il sopravvento sull’altra, nel senso che vorrebbe essere considerata la padrona incontrastata del luogo. Ma alcuni imprevisti si mettono in mezzo, come per esempio l’arrivo da Porto Rico di Maria, la sorella di Bernardo, leader degli Sharks. Il fratello vorrebbe far mettere insieme la giovane insieme al timido Chino e pensa di sfruttare il ballo per farli conoscere di più. Lo stesso ballo, però, vuole essere sfruttato dai Jets per innescare una vera e propria rissa con la gang rivale in modo da imporsi in maniera definitiva. Questo anche perché contano sull’aiuto e l’intervento di Tony, ex fondatore dei Jets, uscito dal carcere dove era stato rinchiuso per aver quasi ucciso un ragazzo in una rissa. Tony, però, sembra aver messo la testa a posto, lavorando da Doc’s e vivendo da Valentina, che gestisce il negozio e che ha dato al giovane una seconda possibilità di vita. Il ragazzo non vuole avere a che fare con gang e risse e cerca di tirarsene fuori. Ciononostante si reca al ballo dove incontra Maria e se ne innamora perdutamente venendo ricambiato. Questo legame, però, non piace a nessuno perché andrebbe a unire le due gang invece di dividerle. Come verrà, quindi, risolta la questione?

Nonostante l’opera originaria fosse già stata riadattata in passato e nonostante quindi, ci fosse il timore di incappare in errori, Spielberg confeziona un’opera più che riuscita, in grado di rendere omaggio e, al tempo stesso, attualizzare e modernizzare il titolo di partenza.

“West Side Story” è l’eterno confronto tra due mondi che sono stati contrapposti in passato e che lo sono anche oggi. Un passato che torna a influenzare il presente e un presente che si specchia in un passato non troppo lontano.

A colpire davvero, però, nel musical di Spielberg sono due aspetti centrali e protagonisti. Il primo è, inevitabilmente, quello della musica, delle canzoni, del ballo, usato come evasione. O meglio Spielberg sembra quasi dirci che la musica, il canto e il ballo sono gli unici elementi in grado di creare un legame e di trovare un punto di incontro tra due realtà così distanti tra loro e incapaci di unirsi. È attraverso il canto che i personaggi si esprimono veramente, si pongono domande, si danno risposte e cercano di comunicare con chi sono impossibilitati a farlo a cose normali. Le più grandi e importanti rivelazioni e comunicazioni del film avvengono, non a caso, attraverso questo “espediente”.

L’altro aspetto è, invece, quello della scenografia. L’ambientazione che circonda i personaggi è un’ambientazione distrutta. Tutto sembra essere ridotto in macerie perché in macerie è il rapporto tra i personaggi. E questo potrebbe anche voler strizzare l’occhio all’attualità e alla situazione americana odierna. Se da una parte il canto unisce, dall’altra le scale da salire e scendere, i cancelli e tutti questi elementi, che ritornano costantemente, dividono e ostacolano i due innamorati, costretti sempre a rincorrersi. Forse uno dei film più politici di Spielberg in assoluto. Ma, al contempo, anche una dedica enorme all’amore e alla forza che un sentimento del genere ha nel cuore e nell’animo di chiunque, nel bene e nel male. Un amore marcato da quel “To Dad” nei titoli di coda, in ricordo del film che sua madre amava e che lui decide di dedicare al padre, quasi raccontandosi al suo pubblico e spiegando loro come quella rottura e quella separazione avvenuta in passato tra i suoi genitori lo abbia, in qualche modo, segnato e continui a farlo ancora oggi.

Un film dove i legami e i rapporti, soprattutto familiari, sono al centro di tutto e rappresentano il vero focus del musical in questione.

Interpreti più che azzeccati, tra i quali spicca in particolare l’esordiente Rachel Zegler che ha già portato a casa un Golden Globe come miglior attrice protagonista e chissà che non possa ampliare ancora di più la propria personale bacheca di premi.


Veronica Ranocchi

mercoledì, gennaio 12, 2022

HOUSE OF GUCCI

House of Gucci

di Ridley Scott

con Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino

USA, Italia, 2021

genere: drammatico, biografico, giallo

durata: 157’

C’era indubbiamente grande attesa dietro l’ultimo film di Ridley Scott. Il regista, già premio Oscar, è riuscito a realizzare nel 2021 ben due titoli importanti e imponenti, seppur per aspetti diversi.

Se da una parte “The Last Duel” aveva rievocato alcuni dei grandi titoli del regista, un po’ per le ambientazioni e un po’ per gli intenti, non si può dire la stessa cosa del tanto chiacchierato “House of Gucci”. La storia vera, tratta dall’omonimo romanzo, dell’assassinio di Maurizio Gucci a opera della moglie Patrizia Reggiani è al centro del film di due ore e mezzo con protagonisti Lady Gaga e Adam Driver.

Tutto ha inizio nel momento in cui i due giovani si conoscono e si innamorano. La loro storia fa sì che si intreccino inevitabilmente anche le vicende delle rispettive famiglie e soprattutto quella di Gucci, già all’epoca un nome importante nel panorama nazionale e non solo. Ma la Patrizia Reggiani interpretata da Lady Gaga sembra, fin da subito, ambire a qualcosa di più rispetto alla semplice unione nel vincolo del matrimonio con il consorte. Ed ecco che le dinamiche si fanno più fitte e intense, tra vacanze, figli in arrivo e genitori che vengono meno, in cambio di responsabilità sempre più grandi.

Insomma una storia di cronaca che tutti conoscono e che Ridley Scott tenta di riportare sullo schermo in maniera oggettiva e pulita. E forse anche fin troppo. Perché l’oggettività è superiore a tutto il resto. Sembra quasi che il coinvolgimento dello spettatore nei confronti dei personaggi sia secondario.

La sensazione che emerge dopo aver visto “House of Gucci” è di non essere mai davvero dentro la storia e la psicologia dei personaggi. Oltre alla mancanza di informazioni ben definite che possano aiutare il pubblico a comprendere determinate scelte fatte da Maurizio da una parte e da Patrizia dall’altra, c’è una vera e propria mancanza di reale empatia. Un rischio, in parte, prevedibile considerati i nomi “schierati” dal regista che si avvale di un cast d’eccezione, solo parzialmente sfruttato. I nomi sono di richiamo e cercano di fare il possibile per far emergere l’intero titolo. Ed è così, quindi, che Al Pacino diventa il perfetto Aldo Gucci, ma non è in grado di uscire fuori dal ruolo assegnatogli e portato a compimento in maniera quasi perfetta. Allo stesso modo anche il trasformista Jared Leto e il padre di famiglia Jeremy Irons. E si potrebbe andare avanti citando anche tutti gli altri nomi.

L’unica pedina con la quale Scott decide di giocare la propria partita è Lady Gaga. Regina incontrastata della storia, dello schermo e della scena. Seppur con un accento che di italiano ha ben poco, la star concede al suo pubblico una performance degna di stare al passo con quelle dei suoi colleghi ben più rodati. Certo, il personaggio ben si presta a questo e, anzi, risulta fin troppo buono e malleabile impersonato dalla cantante. Cattura e ipnotizza la sua Patrizia Reggiani, sfoggiando abiti e mise sempre nuovi, sempre all’avanguardia e sempre “pieni di sé” come lei stessa. Ma non bastano per definire “House of Gucci” un film degno di altri splendidi prodotti venuti fuori dalla brillante mente di Ridley Scott.

Impeccabile la scelta dei costumi, veri protagonisti, e una riuscita Lady Gaga che continua a dare prova del suo forte carattere, ma che dovrà lottare con le unghie e con i denti per rubare la scena a tante altre sue “rivali” sullo schermo.


Veronica Ranocchi