domenica, marzo 24, 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard (Belgio, Francia 2012)

INVISIBILI: BOKEH


Bokeh
di, Geoffrey Orthswein, Andrew Sullivan
con, Matt O’Leary, Maika Monroe, Arnar Jónsson
USA 2017 
genere, drammatico, fantascienza
durata, 93’




The sun shines out our behinds
No, it’s not like any other love
This one is different because it’s us
- The Smiths -


Se, oggi come oggi, il punto non è - come ci è stato accortamente suggerito - cosa possiamo fare noi con la Tecnica, bensì cosa la Tecnica può fare di noi - dove si arriverebbe, allargando in via ulteriore i confini di questo assunto già radicale, qualora dovessimo prendere in considerazione l’ipotesi di interrogarci circa il nostro stesso destino su un pianeta che ci vede unici esponenti del genere sapiens ? E’ l’esatto dilemma che in parte provano a sciogliere Riley/O’Leary e Jenai/(la Monroe di “The 5th wave” e “It follows”) al momento di fare la sconcertante scoperta di essere letteralmente e irrimediabilmente soli al mondo. 

Giunti a suo tempo in Islanda per una settimana di vacanza, i due dapprima si dedicano alla routine turistica che accomuna qualunque coppia di giovani innamorati. A dire: visitano cittadine, partecipano a escursioni, saggiano le celebri piscine alimentate da sorgenti calde, osservano stupefatti le meraviglie naturali di lande ancora in grado di emettere una vibrazione primordiale, cenano in ristoranti caratteristici, fanno acquisti, scattano molte fotografie (Riley è un professionista del ramo, uno di quelli che preferisce utilizzare apparecchi pre-digitali)… Sennonché alle 03,24 di una notte che l’estate artica fa somigliare a un eterno pomeriggio Jenai si sveglia, sbircia dalla finestra e per qualche secondo vede un muto bagliore stendersi all’orizzonte. Perplessa, più che turbata, torna a dormire. Il giorno seguente, insieme a un Riley che pare ignaro dell’accaduto, è pronta per un nuovo giro di giostra ma, in città, non c’è anima viva. L’iniziale apprensione diventa ansia e quindi angoscia quando i notiziari spariscono dai palinsesti per oscurarsi assieme agli altri programmi, nessuno risponde alle chiamate via telefono, dalla Rete rimbalzano immagini di luoghi silenziosi e deserti. 

In un contesto che, almeno all’inizio, l’inerzia tecnologica mantiene in funzione come una sorta di gigantesco motore al minimo, cosa fare, allora ? Riley possibilista e più incline ad adattarsi via via volge l’ovvio smarrimento in un ingenuo seppur cauto ottimismo, l’intento quello di cercare il modo più indolore per ricominciare, bene o male, a vivere. Jenai, combattuta tra ambivalenti spinte interiori e non rassegnandosi mai del tutto all’impossibilità di fare ritorno a casa, prende a dare sfogo a crucci spirituali inerenti la volontà divina la quale, e nello specifico attraverso il sovvertimento di ogni parametro esistenziale, avrebbe sottoposto lei e il suo compagno a una fatidica prova. In mezzo, la desolazione, talmente totale, unanime e onnicomprensiva da fornire presto il destro all’unica euforia concessa all’animale umano moderno, quella da esercitare sugli oggetti, meglio ancora se in forma gratuita e indiscriminata. Ecco, allora, spoliazioni sfrenate nei supermercati e nei centri commerciali; abiti indossati e rubati solo per il brivido di poterlo fare impunemente; colazioni e pasti consumati in esercizi di cui si sa essere gli unici avventori; automobili a disposizione ai lati di ogni strada; appartamenti da visitare (e abitare) assecondando l’estro del momento, all’interno di scorci urbani mai così incongrui e indifesi, et… a sovrapporre la trepidazione deferente e la sudditanza irriflessa della contemporaneità verso il moloch delle Merci a una reminiscenza giocosamente ludico-dissipativa tipica, per dire, delle teen comedy anni ’80. Aspetto in quanto tale di scarso rilievo, il predetto, se non risaltasse, per contrasto e non isolatamente, entro un tessuto drammaturgico per lo più improntato - nonostante le sottolineature e le diversioni imposte da una colonna sonora tanto insinuante quanto, a volte, fin troppo evocativa - alla registrazione, sovente puntuale (in particolare quando è affidata all’amarezza disarmata di uno sguardo o a un gesto accolto o frainteso), del disgregarsi progressivo del legame tra Riley e Jenai, della difficoltà destinata a farsi insormontabile e a stagnare poi nel disgusto e nel rimpianto, di rimettere a fuoco (il bokeh del titolo allude appunto alle sezioni fuori fuoco di un’immagine fotografica) le coordinate fisiche ed emotive di un rapporto le cui risonanze esulano dai rispettivi universi personali proprio in ragione del fatto di abbracciare per intero, date le circostanze, i presupposti fondamentali e l’eventuale nuovo senso da cementare intorno a vite che, private di qualunque termine di paragone compatibile, necessitano di una vera e propria riformulazione ontologica (non viene mostrato a integrazione della fugace visione iniziale di Jenai alcun elemento tale da inquadrare la corrente fine-dei-tempi in un ambito razionale, scientifico o metafisico), in un sistematico ribaltamento delle prospettive per cui, quando a prevalere - ossia, di nuovo, a stare a fuoco - è, mettiamo, la fiducia quasi adolescenziale di Riley o la sempre più cupa nostalgia di Jenai o, anche, l’attrito come somma difettosa dell’incontro fra tali opposte istanze, il paesaggio materiale (teniamo a mente che parliamo dell’Islanda, terra eternamente vergine appunto perché scrigno di forze originarie che ne rimodellano senza posa la fisionomia) retrocede a fondale occasionale, se non a quinta cartolinesca; parimenti, quando la magnificenza della Natura s’impone allo sguardo, davvero l’impressione è quella di spiare un pianeta appena stabilizzato in cui la presenza umana non è contemplata e probabilmente nemmeno necessaria, a testimonianza di un equilibrio tra Uomo e Mondo che con umiltà e dedizione deve essere ricostruito da zero, se lo scopo è quello di ritagliarsi una possibilità autentica di sopravvivenza.

Il tentativo della coppia Orthswein e Sullivan si concentra quindi - a partire da un canovaccio narrativo assai frequentato, tanto da costituire oramai quasi un genere a sé - nello sforzo di imprimere al film un respiro sia meditativo che vagamente trascendentale (impronta, questa, che funziona meno all’interno di una struttura di suo già piuttosto caratterizzata, come vieppiù appesantita dalla liminare e sporadica apparizione di un terzo interlocutore - Nils/Jónsson - incaricato di diluire la malinconia inquieta del racconto con scampoli di sentenzioso fatalismo), un passo a tratti cerebrale e anti-spettacolare che dia conto tanto dei mai pacificati fantasmi millenaristici a spasso nello sfinito subconscio di massa, quanto dei confini comuni a ogni sentimento passionale che presume di tarare solo sulla propria esclusività la fondatezza di una adesione armonica alla realtà. L’esito è, come accennato, un insieme di suggestioni (forse) fatalmente contraddittorie, eppure talora felici e non di rado invitanti dal punto di vista strettamente visuale, in specie quando a muoverle è l’impazienza dei corpi - la parziale o totale nudità come liberazione estrema ma, ahimè, tardiva - che sembra scalfire la millenaria indifferenza dell’azzurro e delle pietre; o l’abbandono nervoso che il vento esige e a cui la malìa sovrumana dei rari fiori invita, per accordarsi al “battito cardiaco del mondo”, prima che il solito, velenoso impasto di irresolutezza e recriminazioni trasformi la magia di istanti promettenti nel rammarico per un futuro passato.
TFK

RICORDI?


Ricordi?
di Valerio Mieli
con Luca Marinelli, Linda Caridi, Giovanni Anzaldo
Italia, Francia 2019
genere, drammatico
durata, 106'



Il tempo è l'elemento portante del cinema di Valerio Mieli. Lo si vede innanzitutto dalla cadenza delle sue produzioni, distanziate una ("Dieci inverni", 2009) dall'altra ("Ricordi?", 2018) di circa nove anni. E poi dalle caratteristiche delle storie narrate: la prima, nella quale la possibilità di essere una coppia da parte di Camilla e Silvestro viene testata con cadenza stagionale secondo le indicazioni del titolo, l'altra, anch'essa relativa alle difficoltà sentimentali di una giovane coppia, costruita a specchio della precedente, con la rilettura a ritroso di esperienze richiamate alla memoria da chi ne è stato protagonista. 

Simile per umori, contesto e presenza umana "Ricordi?", a differenza del film d'esordio, non è articolato su una progressione narrativa riconoscibile e lineare, ma costruisce la propria specificità su una logica che risponde esclusivamente al tempo interiore dei personaggi, convinti che nella rievocazione dei loro trascorsi sia possibile trovare risposta ai problemi del presente. Se una cosa del genere è tutt'altro che nuova nel nostro cinema, e basterebbe ricordare "Un amore" di Gianluca Maria Tavarelli per non avere esitazioni nello scriverne, è però vero che nella regia di Mieli il testo subisce una trasfigurazione che lo fa essere altro: sullo schermo a manifestarsi non è la vita reale della coppia, ma piuttosto quella (ideale) derivata dal collage di immagini che Mieli raccoglie, unificando i vari piani temporali e procedendo nella direzione suggerita dal mood dei protagonisti. Se, in altri casi, soluzioni di questo tipo consentivano comunque allo spettatore di ordinare gli eventi, in "Ricordi?", specialmente nella prima parte, Mieli sottrae a chi guarda ogni riferimento esterno alla coppia, costringendo lo spettatore a lasciarsi andare e, dunque, a perdersi all'interno del flusso di coscienza. 


In realtà ciò che interessa in un film come questo non è tanto la concatenazione dei fatti, ridotti al minimo indispensabile e comunque non così articolati per impedire alla trama di trasformarsi nel diario intimo della coppia, quanto piuttosto la presenza del pathos necessario a farci vivere l'esperienza dei personaggi. Per raggiungere lo scopo Mieli lavora sulla forma del film, in special modo su quella delle immagini: da una parte, facendo degli amanti l'unico punto di riferimento dell'intreccio, ricettori o emissari dell'intera gamma sentimentale, e per questo cartina di tornasole per capire la direzione che sta prendendo la storia; dall'altra, sfoderando un linguaggio complesso, nel quale i primi piani ravvicinati non escludono aperture e profondità di campo ottenute con un posizionamento della mdp - dall'alto, dal basso e sott'acqua - che spezzano l'unità del paesaggio naturale, rimandandoci a quello mentale dei protagonisti. Senza considerare inoltre le contaminazioni con il cinema di maestri come Bergman (ripreso quando si tratta di mostrare nella medesima scena il personaggio di Marinelli che osserva se stesso bambino) e del Malick di "The Tree of Life" (si pensi all'espediente di non far sentire l'audio delle conversazioni e per l'accavallamento di suoni appartenenti ad altra scena) presenti in alcune sequenze di ambientazione famigliare dove sembra farsi largo il tema del Paradiso perduto, e cioè dell'attimo in cui il seme della discordia spezza l'armonia del sodalizio familiare, condannandolo ad eterna infelicità. 

Ma le ambizioni del film non si fermano qui poiché ad alzare la posta in palio è la corrispondenza tra il sottotesto narrativo volto a teorizzare le possibili funzioni svolte dai ricordi ("Il ricordo mente - dice lui - abbellisce le cose che così come sono sarebbero insostenibili per un essere umano"; mentre per lei: "Sono già belle da sole e non hanno bisogno di alcun intervento da parte della memoria") e la disponibilità dei personaggi a verificare sul campo la validità o meno delle varie ipotesi. Inserito nelle Giornate degli autori, "Ricordi?" si avvale delle belle interpretazioni di Luca Marinelli, ancora una volta nel ruolo di bello e tormentato, e soprattutto di Linda Caridi, disinvolta quanto basta per affrontare un personaggio sospeso tra cielo e terra.
Carlo C

Il tempo è l'elemento portante del cinema di Valerio Mieli. Lo si vede innanzitutto dalla cadenza delle sue produzioni, distanziate una ("Dieci inverni", 2009) dall'altra ("Ricordi?", 2018) di circa nove anni. E poi dalle caratteristiche delle storie narrate: la prima, nella quale la possibilità di essere una coppia da parte di Camilla e Silvestro viene testata con cadenza stagionale secondo le indicazioni del titolo, l'altra, anch'essa relativa alle difficoltà sentimentali di una giovane coppia, costruita a specchio della precedente, con la rilettura a ritroso di esperienze richiamate alla memoria da chi ne è stato protagonista. 

Simile per umori, contesto e presenza umana "Ricordi?", a differenza del film d'esordio, non è articolato su una progressione narrativa riconoscibile e lineare, ma costruisce la propria specificità su una logica che risponde esclusivamente al tempo interiore dei personaggi, convinti che nella rievocazione dei loro trascorsi sia possibile trovare risposta ai problemi del presente. Se una cosa del genere è tutt'altro che nuova nel nostro cinema, e basterebbe ricordare "Un amore" di Gianluca Maria Tavarelli per non avere esitazioni nello scriverne, è però vero che nella regia di Mieli il testo subisce una trasfigurazione che lo fa essere altro: sullo schermo a manifestarsi non è la vita reale della coppia, ma piuttosto quella (ideale) derivata dal collage di immagini che Mieli raccoglie, unificando i vari piani temporali e procedendo nella direzione suggerita dal mood dei protagonisti. Se, in altri casi, soluzioni di questo tipo consentivano comunque allo spettatore di ordinare gli eventi, in "Ricordi?", specialmente nella prima parte, Mieli sottrae a chi guarda ogni riferimento esterno alla coppia, costringendo lo spettatore a lasciarsi andare e, dunque, a perdersi all'interno del flusso di coscienza. 

In realtà ciò che interessa in un film come questo non è tanto la concatenazione dei fatti, ridotti al minimo indispensabile e comunque non così articolati per impedire alla trama di trasformarsi nel diario intimo della coppia, quanto piuttosto la presenza del pathos necessario a farci vivere l'esperienza dei personaggi. Per raggiungere lo scopo Mieli lavora sulla forma del film, in special modo su quella delle immagini: da una parte, facendo degli amanti l'unico punto di riferimento dell'intreccio, ricettori o emissari dell'intera gamma sentimentale, e per questo cartina di tornasole per capire la direzione che sta prendendo la storia; dall'altra, sfoderando un linguaggio complesso, nel quale i primi piani ravvicinati non escludono aperture e profondità di campo ottenute con un posizionamento della mdp - dall'alto, dal basso e sott'acqua - che spezzano l'unità del paesaggio naturale, rimandandoci a quello mentale dei protagonisti. Senza considerare inoltre le contaminazioni con il cinema di maestri come Bergman (ripreso quando si tratta di mostrare nella medesima scena il personaggio di Marinelli che osserva se stesso bambino) e del Malick di "The Tree of Life" (si pensi all'espediente di non far sentire l'audio delle conversazioni e per l'accavallamento di suoni appartenenti ad altra scena) presenti in alcune sequenze di ambientazione famigliare dove sembra farsi largo il tema del Paradiso perduto, e cioè dell'attimo in cui il seme della discordia spezza l'armonia del sodalizio familiare, condannandolo ad eterna infelicità. 

Ma le ambizioni del film non si fermano qui poiché ad alzare la posta in palio è la corrispondenza tra il sottotesto narrativo volto a teorizzare le possibili funzioni svolte dai ricordi ("Il ricordo mente - dice lui - abbellisce le cose che così come sono sarebbero insostenibili per un essere umano"; mentre per lei: "Sono già belle da sole e non hanno bisogno di alcun intervento da parte della memoria") e la disponibilità dei personaggi a verificare sul campo la validità o meno delle varie ipotesi. Inserito nelle Giornate degli autori, "Ricordi?" si avvale delle belle interpretazioni di Luca Marinelli, ancora una volta nel ruolo di bello e tormentato, e soprattutto di Linda Caridi, disinvolta quanto basta per affrontare un personaggio sospeso tra cielo e terra.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, marzo 21, 2019

SOFIA

Sofia
di Meryem Benm’Barek
con Maha Alemi, Sarah Perles, Lubna Azabal
Francia, Qatar, Belgio, 2019
genere: drammatico
durata, 85’



Sofia è una ragazza marocchina di vent’anni che vive a Casablanca. Purtroppo (o per fortuna) rappresenta la pecora nera della famiglia benestante nella quale è nata, cresciuta e continua a vivere. A differenza della madre e della zia, signore eleganti della società, e della cugina, dai lineamenti più delicati e dai modi di vivere completamente diversi, Sofia è solamente ricca. Non ha nessun tratto che la possa distinguere o mettere particolarmente in luce in maniera positiva. Questo finché non arriva sotto i riflettori a seguito di una gravidanza della quale nessuno era al corrente. Durante un pranzo, Sofia è costretta a farsi visitare dalla cugina Lena, che studia medicina, perché avverte un forte dolore. Questa percepisce subito qualcosa che diventa più che evidente nel momento in cui a Sofia si rompono le acque. Le due, senza proferire parola con i rispettivi genitori, si dirigono in ospedale dove la protagonista riesce a partorire una bambina. A causa, però, delle rigide leggi marocchine che prevedono condanne fino ad un anno di carcere per relazioni sessuali fuori dal matrimonio, le ragazze sono costrette a rintracciare il padre, un tale Omar, che vive in un quartiere popolare. L’unica soluzione, a questo punto, sembra essere un matrimonio tra i due che permetta una riparazione di quanto avvenuto e che rappresenta anche un matrimonio di convenienza perché permetterebbe a Sofia e alla sua famiglia di salvare l’onore e a Omar e alla sua famiglia di riscattarsi 
socialmente.


Si tratta indubbiamente di un film molto intenso, premiato al Festival di Cannes, che mostra una realtà a noi distante, ma che, nonostante ciò, fa riflettere su molti aspetti. A livello di tematiche, infatti, la regista Meryem Benm’Barek porta davanti allo spettatore la realtà nuda e cruda nella quale determinate persone sono costrette a vivere quotidianamente. Ciò che emerge è una visione del mondo nella quale la donna, nonostante si possa considerare, per certi versi, l’anello debole, è, in realtà, colei che possiede la forza per ribellarsi ad un sistema troppo stretto e rappresenta, quindi, un futuro, neanche troppo lontano, nel quale potersi, forse un giorno, rifugiare. Non a caso le figure maschili della vicenda appaiono sporadicamente e il loro ruolo sembra essere di gran lunga inferiore a quello delle rispettive mogli, madri o figlie.
A rendere perfettamente la sofferenza e il continuo contrasto tra ciò che Sofia realmente prova e ciò che fa finta di sentire per compiacere gli altri ci pensa l’attrice Maha Alemi, perfettamente calata nei panni della giovane protagonista che, solamente con uno sguardo, riesce a far trapelare ogni sensazione (emblematico, a tal proposito, lo sguardo in continuo mutamento nella scena finale).
Come già accennato, uno dei punti di forza della storia è anche il susseguirsi continuo di contrasti, tra gli sguardi, tra le luci e tra i personaggi stessi: quello più evidente è sicuramente il rapporto tra le cugine, una all’opposto dell’altra.
Non esiste un equilibrio tra modernità e tradizione, tra vita privata e vita pubblica in “Sofia” ed è proprio su questo che punta il dito Benm’Barek.
Veronica Ranocchi

mercoledì, marzo 20, 2019

DAFNE


Dafne
di Federico Bondi
con Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli
Italia, 2019
genere, drammatico
durata, 94'



Pur nella sua semplicità, il secondo lungometraggio di Federico Bondi è un progetto di cinema complesso e allo stesso tempo necessario. Nel far coincidere le caratteristiche fisiche della sua interprete con quelle della protagonista, entrambe portatrici di sindrome di Down, il regista si ritrova tra le mani un personaggio già fatto, nel senso che dalle prime immagini si capisce come la vitale simpatia e l’esperienza personale di Carolina Raspanti travasino quasi per intero, nella gestualità e nell’energia messe in campo dalla neo attrice per dare vita a Dafne, il ruolo da cui il film prende il titolo. Una peculiarità, questa, che Biondi valorizza con una trama minimale in cui, fatta eccezione per il drammatico avvenimento con cui si apre la storia, ovvero la morte improvvisa della madre di Dafne, abbiamo a che fare con una successione di sequenze la cui urgenza consiste nel definire l’esistenza della protagonista attraverso il rapporto con gli altri e, quindi, di mettere Dafne nella condizione di partecipare alla vita mediante un continuo scambio di idee e modi di essere. Ad andare in scena, dunque, è una quotidianità priva di eventi che non siano quelli legati all’integrazione della protagonista con il mondo circostante e con le persone che ne fanno parte.

In questo modo, il film esce dall’univocità della sua natura cinematografica, costruendosi una seconda via in cui l’affermazione identitaria della protagonista rispetto alla problematicità del reale diventa una dichiarazioni d’intenti alla quale chiunque – e lo spettatore prima di altri – si può riconoscere e persino  appellare. In apparenza a-problematico per l’ottimismo che la protagonista infonde nelle varie situazioni del film, Dafne, al contrario, non si nasconde dietro facili semplificazioni e, anzi, si dimostra consapevole delle difficoltà implicite nella condizione della protagonista, così come in quelle del suo genitore, presentandole al pubblico, nella seconda parte della storia, quella occupata quasi interamente dal viaggio on the road compiuto da padre e figlia nella campagna toscana. Una cognizione della gioia e del dolore destinata a diventare una riflessione (a tratti anche drammatica) che non si limita a lavorare all’interno dell’inquadratura nella (sua) funzione di tema cardine del film, ma che coinvolge cittadini e società in una considerazione più amplia del problema, partendo dalle toccanti e sofferte scene poste a conclusione della vicenda. Di fronte a un simile messaggio è un peccato che la mancanza di retorica con cui Bondi porta avanti la sua regia non sia accompagnata da una struttura narrativa capace di giustificare l’eccezionalità della protagonista e di ciò che essa racconta, affidandone le gesta a un’aneddotica non sempre all’altezza del presupposto tematico.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

domenica, marzo 17, 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA



Soldati a cavallo"/"The horse soldiers", di John Ford - USA 1959 

BOY ERASED - VITE CANCELLATE


Boy erased
di Joel Edgerton
con Nicole Kidman, Lucas Hedges, e Russell Crowe,
USA, 2018
drammatico, biografico
durata, 114’


Jared Eamons è un ragazzo qualunque, uno dei tanti.
Lo siamo stati un po’ tutti Jared Eamons a dir la verità, almeno una volta: noi che tenevamo il braccio fuori dal finestrino in autostrada per giocare con il vento - anche se la mamma ce lo vietava – o che non vedevamo l’ora di prendere la macchina di papà per andare a festeggiare con gli amici una vittoria appena ottenuta con la propria squadra.
Quello che contraddistingue però veramente Jared – che in fin dei conti sarà il vero discriminante della storia – è la sua colpa di essere figlio del reverendo Eamons (Russel Crowe).

Basato su spezzoni di vita reali, “Boy erased” allora è proprio questo: il conflitto fra il mondo del padre - la cui vita è scandita dai dogmi delle fede - e le voglia di libertà del figlio…ma non solo: è la storia di un adolescente che scopre di essere omossessuale, che in una famiglia del genere diventa come una sorta di maledizione inviata dal diavolo in persona.
Costretto dal padre (ma senza presa di posizione reale della madre, Nicole Kidman, che per gran parte del film è solo una bellissima sparring partner) ad entrare una specie di clinica riabilitativa dal nome inquietante “L’amore in azione”, Jared è qui vittima di un percorso il cui unico obiettivo è curare questa sua “malattia mentale” davanti agli occhi di Dio e della propria famiglia.
La vita nell’istituto è molto simile a quella in una caserma militare: tutto catalogato e sequestrato, regole per qualsiasi cosa e contatti umani rigorosamente limitati ad una stretta di mano (breve istante che nell’arco della giornata ricorda loro di essere ancora esseri umani). A far compagnia a Jared però ci sono i suoi compagni di percorso, i quali avranno un ruolo fondamentale nella sua evoluzione.

L’attore protagonista (Lucas Hedges) firma così un altro importante film, dopo l’ottima prestazione in “Manchester by the sea” che gli è valsa la candidatura come migliore attore non protagonista nel 2016. 
Il regista inoltre, Joel Edgerton (regista di “Regali da uno sconosciuto” e attore in numerose è occasioni), è presente anch’egli nella pellicola interpretando il difficile ruolo di Victor Sykes, responsabile e “carismatico” educatore del centro di riabilitazione. Esperimento riuscito a pieni voti.

Non sarà sicuramente un film che entrerà negli annali del cinema, ma è comunque sia un’opera ben organizzata e ben strutturata, realizzato mettendo insieme un bel mix di attori esperti e dove le storyline di tutti i personaggi sono curate e portate avanti fino alla fine. Una pellicola di denuncia sempre attuale che butta benzina sul fuoco del dialogo (soprattutto statunitense) circa il diritto ad esistere di questi rifugi per la gestione dei “disturbi sessuali”.
Lorenzo Governatori

giovedì, marzo 14, 2019

INVISIBILI: BLUE MY MIND

Blue my mind
di, Lisa Brühlmann
con, Luna Wedler, Zoë Pastelle Holthuizen, Regula Grauwiller, Georg Sharegg, Lou Haltinner, Yael Meier.
Svizzera, 2017
genere, drammatico
durata, 95’


Sibili di morte e cerchi di musica sorda
fanno salire, allargarsi e tremare come
uno spettro questo corpo adorato; ferite
scarlatte e nere spiccano sulle carni superbe
- A.Rimbaud -



La solitudine, la rabbia, l’orrore dei volti e degli oggetti, la precoce stanchezza del mondo sono solo alcuni degli stati d’animo in cui s’avvoltola l’adolescenza, crinale durante il quale si rincorrono favolose iniziazioni e atroci disinganni. Gradino dell’esistenza, il predetto che, però, ancora e nonostante tutto, recalcitra di fronte alla sorte che da sempre le squaderna innanzi la regina delle nostre doglianze - Sua Maestà la Modernità - a dire la docile rassegnazione implicita nelle fogge allettanti ma tossiche di ennesima categoria merceologica.

Ne sa qualcosa Mia/Wedler, abbiente liceale da poco trasferitasi in un’anonima riserva residenziale nei sobborghi di Zurigo. Inquieta e riottosa - le chiome lunghe e biondo-ramate, chiari gli occhi, efelidi sparse e incarnato madreperlaceo - stenta a integrarsi nell’ignoto ma solito milieu farcito di coetanei altrettanto se non più agiatamente disadattati. Ciò che più di ogni altra cosa preme, in verità - tra assunzioni massicce di alcool e droghe, scopate occasionali, estemporanei esercizi di taccheggio nei centri commerciali e lunghi istanti di attonita riflessione al caldo torpido di un’estate incipiente - è un ribollire metabolico che non si esaurisce nei previsti scompensi ormonali dell’età ma, piano piano, assume le forme di una vera e propria mutazione. D’altro canto, se le giornate sembrano succedersi tutte uguali - a mollo nella vacuità all’apparenza organizzata dell’istituzione scolastica; nell’inettitudine decorosa ma ipocrita della famiglia pronta, dopo un rimbrotto (“Ma non ti manca nulla, maledizione !”, apostrofa il padre) o uno stupore ottuso, a riproporre il trito schema a base di bastone - regole e ammonimenti, peraltro di continuo infranti - e carota - la nota irresistibilità presunta della douce vie de merde - contrappasso/trappola di tanta borghesia affluente; nell’innocuo ribellismo di una gioventù messa a pascolare negli sgargianti recinti del conformismo consumistico non appena sgravati dai rispettivi lombi materni - è solo da quando il corpo (e questa dimensione prettamente biologica fornisce all’esordio della Brühlmann uno dei suoi punti di forza, di caratura e valenza affine a quello di un’altra opera prima, pressoché coeva - 2016 - “Raw”, della Ducournau, in cui la giovane aspirante veterinaria Justine affronta il nodo della propria autentica natura rivelata dalla brama insopprimibile di carne umana) prende a parlare una lingua inaspettata (la lingua blu dello smarrimento e della rivolta - blu è il tono prevalente del film, nella doppia accezione cromatico/emotiva che irradia di luce contrastata gl’interni o punteggia di piaghe le gambe di Mia; che regola il suo termometro intimo o rievoca ancestrali trascorsi marini, et. -), che, in perfetta corrispondenza, l’incalzare del tempo e il retaggio organico finiscono per modulare la stessa voce che schiude un panorama parimenti sinistro e gravido di conseguenze. Mia, in altre parole, s’avvede, tra tante e varie avvisaglie (tipo, assecondando una furia improvvisa, sgranocchiare qualche pesce direttamente dall’acquario di casa per vomitarlo subito dopo), che due dita di un piede sono fuse l’una nell’altra. Pensare alla sindattilia - quella di tipo 1, detta anche Zigodattilia - è il passo più logico e rassicurante, buono per mettere d’accordo tanto la Medicina che il Senso Comune. Non fosse che il fenomeno futuro non si circoscrive e non si cura. Anzi: presto comincia a coinvolgere gli arti inferiori per intero, desquamandoli, nonché conferendo loro una vivida sfumatura pervinca. Davanti a tale oltraggio che, tra l’altro, come spesso accade, attira e repelle il prossimo (chi sta intorno a Mia, infatti, da consumato perbenista, resta tanto intrigato dalla volubilità dei suoi comportamenti che spesso la inducono a gesti brutali e/o lascivi, da strano ma desiderabile animale, quanto si scopre disgustato dalle stazioni successive che subiscono le sue fattezze), non si pone che l’alternativa della morte o l’estremo ardire nietzschiano di diventare sé stessi, per davvero, anche se ciò comporta assumere le sembianze di una… sirena.

Ciò che in prima battuta potrebbe sembrare la descrizione - per quanto fantasiosa - di un calvario personale, si rivela altresì, in questo che, tutto sommato, può definirsi un apologo (per quanto minimale anche negli effetti, mai prevaricatori rispetto al dramma centrale, con i piani di ripresa spesso e volentieri stretti sulla protagonista), come un perentorio percorso di rivelazione interiore se non, persino e volendo, la risposta allergica all’idiozia soddisfatta/tetra dell’ambiente circostante entro cui, falliti gli ordinari apporti del cosiddetto consorzio umano (del tutto assenti o pietosamente irrilevanti quelli del comparto adulto; burocratico/finto-permissivi/indifferenti quelli del sistema), la variabile mostruosa diventa null’altro che l’ulteriore dimensione di una realtà tutta da costruire. Di fatto, è così che Mia, spinta da un nuovo corpo che pulsa di inediti appetiti e soprattutto allude a un diverso (metaforico) mondo, abbandona una consuetudine che, via via, scopre non appartenerle. Non le appartiene in primis la famiglia d’origine, reticente a fornirle informazioni precise sulla sua non comune provenienza. Non si ritrova, poi, nel gruppo di Erinni tascabili che la distraggono ma più che altro la usano: Gianna/Holthuizen, Vivi/Meier e Nelly/Haltinner non possono offrirle, a ben vedere, che un solidarismo sororale utilitaristico. E tantomeno si sente attratta dalla schiatta maschile che, quando non ne approfitta, la umilia. Naturale, allora, che da un’iniziale incertezza venata di ribrezzo (l’evidenza della propria sopraggiunta deformità), la creatura approdi a una coraggiosa e promettente maturità (“Non hai paura ?”, interroga Gianna, prima dell’inevitabile separazione. “No. Non ho paura”, risponde calma Mia), per dire che è sano, è giusto, è vitale quantomeno andare via da questo Continente in cui razzola la follia.

Ah, sparire meravigliosamente !
TFK

C’È TEMPO



C’è tempo
di Walter Veltroni
con Stefano Fresi, Simona Molinari, Giovanni Fuoco
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 107’


Walter Veltroni esordisce alla regia di un film di finzione, dopo una serie di documentari, e lo fa con un film fin troppo “buono”. “C’è tempo” è la storia di Stefano, un osservatore di arcobaleni quarantenne che sembra vivere una vita a lui troppo stretta. Oltre all’osservazione degli arcobaleni, è anche il guardiano di uno specchio che riflette i raggi solari illuminando il paesino di Viganella che, altrimenti, sarebbe perennemente al buio, dove lui vive insieme alla moglie. Ma tutto è destinato a cambiare dopo l’incontro con un notaio che lo mette al corrente dell’esistenza di Giovanni, tredicenne figlio del padre di Stefano, quest’ultimo morto in un incidente insieme alla nuova moglie. L’osservatore di arcobaleni, “allergico” ai bambini, si troverà, quindi, a vestire i panni del fratello maggiore e, proprio grazie a Giovanni, capirà che quella che ha vissuto fino a quel momento non era la vita che avrebbe voluto. Sono tante le avventure che i due fratelli compiono insieme, tra un battibecco e un altro (perché non andranno subito d’accordo), ma sarà soprattutto l’incontro con Simona, una cantante in tour, e con la figlia tredicenne di quest’ultima, che aiuterà i due protagonisti a legare ancora di più.

Nonostante le premesse il film non riesce, però, a decollare completamente perché sembra quasi “perdersi” al suo interno. Fin da subito si capisce chiaramente dove si andrà a parare e quali saranno le sorti dei vari personaggi. Anche perché le rare volte nelle quali il film sembra uscire dai binari viene bruscamente ricollocato nella sua posizione originaria: quando la situazione sembra andare in una direzione diversa da quella che ci si aspetterebbe la narrazione subisce una brusca frenata per permettere di rientrare in carreggiata e proseguire seguendo il filone “buonista”. Molto grande è l’interesse di Veltroni per il cinema che ben si percepisce nella sua opera e che vuol cercare di trasmettere anche allo spettatore con continue (e fin troppo presenti) citazioni. Da apprezzare il parallelismo con “I quattrocento colpi” di Truffaut, anche se poteva essere più “velato” (da applausi il cameo di Jean-Pierre Léaud).

Nel complesso il film risulta un buon prodotto con una fotografia interessante e con un valido attore protagonista. Purtroppo, però, al di là del fin troppo ostentato citazionismo, ci sono anche delle scelte non così apprezzabili, come, ad esempio, il balletto sul tavolo di Simona (Molinari) il cui intento rimane ignoto o l’incontro con i carabinieri e il dialogo immediatamente successivo, forse fin troppo stereotipato. Si potrebbe considerare quasi un road movie, dal momento che, di fatto, i due fratelli compiono un lungo viaggio tra l’Emilia Romagna e la Toscana a bordo della mitica Spider di Stefano. Forse un po’ troppo “pilotato”, “C’è tempo” sembra voler strizzare l’occhio a uno spettatore che non va al di là della semplice narrazione fine a se stessa.
Veronica Ranocchia


martedì, marzo 12, 2019

ALEXANDER MCQUEEN - IL GENIO DELLA MODA


Alexander Mc Queen
di Ian Bonhôte
con Alexander McQueen
Gran Bretagna, 2018
genere: documentario
durata, 111’


L'universo di Alexander McQueen è complesso. Ogni sua collezione è un evento, ogni sua sfilata è uno spettacolo di referenze, letterarie e cinematografiche, come il suo omaggio ad Alfred Hitchcock nel 2005 (collezione autunno-inverno "Vertigo"). Creatore fuori norma, a cominciare dal suo destino, figlio di un tassista londinese divenuto stella dell'alta moda da Givenchy e poi sovrano della propria maison, McQueen ha ridefinito la moda e i suoi codici attraverso le problematiche contemporanee. Ian Bonhôte e Peter Ettedgui ritornano sulla carriera folgorante dell'artista, dai suoi debutti alla Saint Martin's School di Londra fino alla leggendaria sfilata Plato's Atlantis, che riguarda addirittura la science-fiction, offrendo una griglia di lettura a un sistema di pensiero esuberante e a un'immaginazione smisurata, tanto lucida quanto opaca.
Intercalando immagini d'archivio e testimonianze del suo entourage, McQueen introduce lo spettatore nel vivo del suo soggetto, del suo lavoro e delle sue trascendenze. Stilista britannico, bad boy della moda e critico fragoroso dell'establishment, Alexander McQueen crea una bellezza selvaggia e senza concessioni.
Le sue creazioni esprimono una dicotomia permanente: genialità e malessere. La tecnica vertiginosa serve la poetica allucinata: la natura divorata e minacciata dalle nuove tecnologie, la carne in faccia alla morte o all'amore, la Storia di fronte al presente o al futuro, la nefandezza che sfida la speranza e la grazia. La bellezza che McQueen ha inventato ha tutto quello che è necessario a resistere alla prova del tempo, niente nella sua opera è démodé. 

Potente e ambigua resiste anche alla morte del suo creatore, avvenuta tragicamente nel febbraio del 2010. Profondamente colpito dal suicidio di Isabella Blow, editrice britannica, migliore amica e mentore, e dalla sparizione di sua madre, Alexander McQueen si toglie la vita. A quarant'anni si congeda dal mondo l'uomo e lo stilista senza dubbio più dotato della sua generazione. Tutto era permesso da lui, non c'erano limiti, nemmeno la morte, protagonista capricciosa ed energia crudele delle sue creazioni, sbattute in faccia ai giornalisti della moda. 
Il documentario 'cuce' un ritratto con le parole dei familiari e quelle degli amici dell'artista, risalendo il tempo fino a scovare un ragazzo dell'East End affascinato dal pop e la new wave. Cresciuto in una famiglia modesta, McQueen non ha mai rinnegato le sue radici, facendone addirittura un marchio di fabbrica e imponendole nelle grandi maison de couture francesi. In barba alle tradizioni très chic parigine e allo sguardo accigliato della critica specializzata, disegna collezioni e monta sfilate, animato dal desiderio furioso di rivoltare o di esaltare.

McQueen fa vivere le sue creazioni, la trasgressione delle regole diventa il suo modus operandi, l'obiettivo principale è esorcizzare i fantasmi, qualcosa che cova dentro di lui. I traumi dell'infanzia, un'infanzia abusata, alimentano le pulsioni artistiche fino all'ultimo respiro. Declinato in cinque dossier, “McQueen” si interroga sulla specificità del "caso McQueen", scompone e ricompone un artista estremo, troppo appassionato, consumato dal suo genio e costretto a rincorrere una pace interiore che non troverà mai. Michael Nyman accompagna con le note le immagini di archivio raccolte da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, che chiudono sull'esposizione del Metropolitan Museum of Art di New York, consacrata ad Alexander McQueen nel 2011 e rinnovata quattro anni dopo dal Victoria and Albert Museum. Una mostra che sposta il peso sulla performance, perché McQueen era decisamente portato per la spettacolarizzazione. 
Riccardo Supino

I VILLEGGIANTI


I villeggianti
di Valeria Bruni Tedeschi
con Valeria Bruni Tedeschi, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Pierre Arditi
Francia, Italia, 2018
genere, drammatico
durata, 125'


Era solo la scorsa primavera quando nel corso di una masterclass da lei tenuta nell’ambito del Festival del nuovo cinema francese, Valeria Bruni Tedeschi annunciava di aver appena finito la sua quarta regia di un film di finzione. Reticente sullo svolgersi della trama aveva però detto che si trattava ancora una volta di un progetto in cui era riuscita a riunire sullo stesso set parenti, amici e colleghi di lavoro. Con lo charme di chi sembra essere capitata quasi per caso davanti al microfono e che dopo tanti anni continua a meravigliarsi  di essere in qualche modo al centro dell'attenzione la Bruni Tedeschi pur con tutta la modestia del caso ebbe modo di dichiarare la sua ammirazione nei confronti di Woody Allen al cui cinema asserì di aver sempre guardato nel momento in cui si è trattato di passare dietro alla macchina da presa.

Abbiamo ricordato questo episodio perché ci pare indicativo per risalire alla radice di un lavoro come quello effettuato dalla regista per "I villeggianti" interamente basato sul cortocircuito tra realtà e finzione. Per rendervi la misura di questa affermazione ci viene in soccorso la sequenza del film in cui in cui la Bruni Tedeschi nella parte di se stessa confessa alla sorella (Carla), interpretata da Valeria Golino, di essere stata lasciata dal compagno nel frattempo innamoratosi di una donna più giovane di lei. Ora, considerando che le due donne si riferiscono a Louis Garrel, per molti anni compagno della regista e padre della figlia adottiva anche facente parte del cast, e che lo stesso è interpretato da Riccardo Scamarcio, ex della Golino, capite bene quante e quali implicazioni, alcune reali, altre di fantasia, porti con sé una sequenza di questo tipo. Detto che il film è pieno di sequenze di pari tenore, ciò che interessa è mettere in evidenza uno dei punti centrali della poetica della Bruni Tedeschi, probabilmente quello da cui parte e su cui si regge tutto il resto. Stiamo parlando della scoperta coincidenza tra la propria biografia e quelle dei personaggi che partecipano alle sue storie, le quali, come avviene anche in questo caso, fanno riferimento ad avvenimenti appena successi. Così, se nel precedente "Un castello in Italia", datato 2013, a essere romanzata era la parabola esistenziale del fratello Ludovico, questa volta al centro della questione ci sono le vicissitudini e le discussioni relative alla realizzazione di quel film, "congestionata" come si conviene dai tanti micro filoni narrativi che ci permettono di conoscere un po' più da vicino le esistenze dei personaggi che ruotano attorno alla nevrotica protagonista.

Monotematica nell’argomentazione, la commedia umana di Valeria Bruni Tedeschi, pur con risultati complessivamente piacevoli, aveva già mostrato degli scricchiolii soprattuto per il bisogno di trovare qualche espediente narrativo capace di variare la scontentezza del copione. La regista deve essere stata la prima ad essersene accorta se è vero che "I villeggianti" si dimostra per certi versi il più ambizioso tra i lavori della regista perché, accanto ai motivi della vita privata costituita dal rapporto d'odio e amore tra i vari componenti della famiglia, la pellicola presenta una serie di intermezzi in cui i personaggi, cantando e ballando, trovano il modo di salire sul palco ed esibirsi davanti alla mdp. E, ancora, trovano il modo di dare sfogo all'eccentricità dei propri caratteri combinandone di tutti i colori. Non essendo Allen ma volendolo imitare la regista mescola toni (tragicomici ma anche surreali), inanella citazioni (Ingmar Bergman su tutti), accentua l'antinaturalismo della recitazione dando l’impressione che il passare dei minuti le faccia perdere il controllo delle singole parti e, quindi, di non trovare più l’equilibrio necessario a frenare l'istrionismo dei personaggi. Il risultato trasforma l'iniziale spontaneità  del gruppo in un'artificialità che suona spesso ripetitiva, superflua ai fini della definizione della storia. Passato fuori concorso alla 72esima Mostra del cinema di Venezia "I villeggianti" arriva nelle nostre sale con aspettative tutte da verificare.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.t)

CAPTAIN MARVEL


Captain Marvel
di Anna Boden e Ryan Fleck
con Brie Larson, Samuel L Jackson, Barry Mendhelson
USA, 2019
genere, fantascienza, avventura, drammatico
durata, 124'



Tra molte conferme e qualche novità la Marvel prova a mantenersi attaccata all’attualità senza perdere il fiuto per gli affari. Da una parte, dunque, la capacità di cogliere lo spirito del tempo e di farne la sostanza delle proprie storie, dall’altra quella di corrispondere a una legge di mercato che traduce il rischio degli investimenti nella sicurezza del prodotto omologato a modelli di consumo sperimentati e vincenti. In “Captain Marvel” ripetizione e discontinuità convivono nel primo dei film dei Marvel Studios ad avere per protagonista un’eroina femminile, nella fattispecie Carol Danvers, ex pilota della U.S. Air Force destinata ad essere l’ago della bilancia nella lotta tra Kree e Skrull, razze aliene interessate ad usufruire degli straordinari poteri della ragazza per sconfiggere le fazioni nemiche. All’inedito narrativo appena menzionato, “Captain Marvel” ne fa coincidere un altro di tipo produttivo costituito dalle new entry della coppia  formata da Anna Boden e Ryan Fleck, piazzata in cabina di regia e della bionda Brie Larson, chiamata a destreggiarsi e a piroettare davanti alla mdp. Scelte significative non solo per essere inserite in un panorama ampiamente riconoscibile, a partire dall’ubiqua presenza di Samuel L. Jackson/Nick Fury, anche qui sparring partner dell’eroe di turno e soprattutto trait d'union dei tanti filoni messi in circolo dal Marvel Cinematic Universe, ma perché fautrici di quello spirito indipendente che alleggiava sulla riuscita della “Wonder Woman” di Patty Jenkins e che ora si spera di travasare nella regia di Boden e Fleck, così come in quella di Chloe Zhao (“The Riders", in estate sugli schermi italiani), autrice indie, fresca dell’incarico ricevuto per portare sullo schermo la saga cosmica dedicata agli Eterni (“The Eternals”). 

Da questo punto di vista “Captain Marvel” offre se non delle sorprese - impossibili o quasi in un film obbligato a rispettare forme di cinema prestabilite - quantomeno uno scarto rispetto alle premesse di universalità collegate alle origini del personaggio, soprattutto per quanto riguarda la messinscena dello spazio fisico e virtuale. Visivamente concentrati rispetto alle caratteristiche di infinito insite nella sua matrice interstellare, i luoghi frequentati da Captain Marvel sono destinati ad assumere una valenza più interiore che materiale, soprattutto quando si tratta di far corrispondere sul piano delle immagini la scissione della personalità (frutto di una manipolazione operata da un nemico invisibile) e della natura della protagonista (per metà umana e per metà extraterrestre) attraverso la contrapposizione tra cielo e terra e ancor più tra il buio della cosmogonia celeste, dove l’eroina viene addestrata per diventare un’ invincibile macchina da guerra, e la luce accecante della prateria americana, vera e propria frontiera dell’affettività e dell’amicizia ritrovata. In questo senso la sequenza destinata a ristabilire la verità, svelando allo spettatore (come pure alla protagonista) dove finisce la vita di Carol Denvers e inizia quella del suo formidabile alter ego, appare significativa non solo nei contenuti ma pure nella forma per l’arditezza di un montaggio (frenetico ma ragionato) capace di arrivare al nocciolo della questione mantenendo intatta l’ambiguità di cui fin lì si è nutrita l’affabulazione della sceneggiatura.

A contropartita di tanta eccezionalità “Captain Marvel” punta su una narrazione costruita -  nella prima sezione - intorno a uno dei temi cardine del cinema del nuovo millennio, rappresentato dalle caratteristiche di una memoria fallace e da uno stato di amnesia intesa come perenne stato di allucinazione, al quale va ricollegata la messa in discussione dello status del personaggio di matrice classica,  la cui centralità è depotenziata da una linearità d’azione e una chiarezza di pensiero meno evidente di quanto dovrebbe essere, in questo accogliendo (almeno fino alla parte conclusiva, destinata a rientrare nei binari della normalità) echi di certo cinema indie, da sempre votato alla trattazione di protagonisti svuotati delle accezioni che li rendevano i depositari del senso del film. A risultare consuetudinaria è invece la materia relativa al casus belli che mette in moto la vicenda, con l’oppressione dell’impero Kree nei confronti dei Krull a metaforizzare la fobia americana per l’invasione nemica del proprio territorio, senza dimenticare i rimandi alle tragedie della Storia e in particolare a genocidi e diaspore più o meno note riprese nella vicenda dei Krull, sterminati dai loro nemici e costretti a vagare nel cosmo senza fissa dimora. Se poi si avesse voglia di soffermarsi sulle scene d’azione, apparirebbe lampante in più di un caso le citazioni provenienti da Star Wars, ripreso a mani basse nell’inseguimento di astronavi all’interno del canyon terrestre. Con ciò, la decisione di non esasperare l’uso della CG (nonostante il ringiovanimento artificiale di Fury/Jackson, come già detto in altri casi, preparatorio alla sostituzione degli attori originali con la loro versione sintetica), e l’utilizzo di un'attrice “normale” come Brie Larson conferiscono alla storia un surplus di umanità in grado di riscaldare l’asettica perfezione esibita dall’immancabile coreografia di effetti speciali.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)