giovedì, marzo 05, 2015

FOCUS-NIENTE E' COME SEMBRA

Focus-niente è come sembra
di Glenn Ficarra, John Requa
con Will Smith, Margot Robbie, Rodrigo Santoro, Gerald Mc Raney
Usa, 2015
genere, commedia
durata,


Nella carriera di un attore ci sono film che valgono più di altri. Lo abbiamo detto più di una volta ma nel caso di "Focus- niente è come sembra" vale la pena di ripetersi, perchè il suo protagonista Will Smith, una delle star più amate e pagate del firmamento Hollywoodiano, veniva da un paio di film ("Seven Souls" e "After Earth") che almeno al botteghino ne avevano offuscato la fama di Asso pigliatutto. Non deve quindi stupire che il divo americano  per rilanciare le sue credenziali abbia scelto un genere come quello della commedia - sentimentale e action- che lo aveva reso famoso con titoli come "Bad Boys" e "Hitch", capaci di esaltarne la versatilità comica e la prestanza fisica. In tal senso "Focus" rappresentava il giusto mix perchè la storia di Nicky (Smith) maestro dell'inganno e di Jess, la sua avvenente recluta (Margot Robbie) impegnati a derubare il prossimo con inganni degni del mago Sylvan e di David Copperfield, consentivano a Smith di allontanarsi da dubbi esistenziali e dalle durezze degli ultimi film per riprendersi la fiducia e il senso di autostima che gli avevano permesso di farsi un nome interpretando personaggi simili a quello di Nicky, furfante dal cuore d'oro capace di mantenere il senso dello humour anche in situazioni da ultimo minuto. Come lo è quella che ad un certo punto del film vedrà i due amanti, seduti e legati uno di fronte all'altra, in attesa di sapere cosa gli riserverà la vendetta del cattivo di turno. Ovviamente trattandosi di cinema mainstream tutto finirà per il meglio ma ciò non toglie che "Focus", strizzando l'occhio a film come "Ocean's Eleven" (anche qui c’è un lavoro di squadra) e i "Maghi del crimine" (per l'esibizionismo dei "trucchi" del mestiere) è capace di un’empatia che deriva, tanto dagli affari di cuore tra Nicky e Jess, quanto dagli intrighi malandrini della loro attività.



Da parte loro, gli indipendenti Glenn Ficarra e John Requa costruiscono un giocattolo attento a non perdere colpi in termini di ritmo e di colpi di scena, alternando le schermaglie amorose dei due protagonisti a momenti di pura tensione, quest'ultima determinata dal continuo rialzo della posta in gioco, rappresentata dalla veromiglianza della frode messa in atto dai simpatici lestofanti. Ed è proprio questa voglia di sbalordire a tutti i costi, con ciò che ne consegue in termini di ripetizione del meccanismo di infingimento messo in atto dai due registi a costituire l'unico neo di un prodotto completamente in linea con le aspettative di leggerezza e di intrattenimento  richieste dal pubblico.
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mercoledì, marzo 04, 2015

MARAVIGLIOSO BOCCACCIO

Maraviglioso Boccaccio
di Paolo e Vittorio Taviani
con Riccardo Scamarcio, Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca
Italia, 2015
durata, 120'




Non ci faremmo irretire dalla solita domanda ma certo la curiosità è tanta intorno alla scelta del fratelli Taviani di proporre oggi, una rivisitazione delle novelle di Giovanni Boccaccio. E' noto che il progetto costituiva da tempo uno dei sogni nel cassetto dei due registi, così come sappiamo della predilezione dei nostri per i film in costume e per le storie tratte dai grandi della letteratura. Ciò non toglie che alla luce di quello che propone il tempo presente in termini di crisi e di sconvolgimenti, la favola dei ragazzi che si chiudono al mondo per sfuggire alla peste che nel 300 colpisce Firenze e i suoi cittadini fa pensare non solo a un voluto cortocircuito tra il passato e il presente della nostra nazione ma anche a una via d'uscita dai mali contemporanei, che i Taviani sembrano individuare in un ritorno alle nostre radici culturali e a una bellezza che la campagna toscana, con le sue nobili dimore, di certo rappresenta. Ovviamente, essendo il Boccaccio un'umanista, nel film dei Taviani lo spazio riservato alle figure in movimento conta eccome, e anzi, lo stuolo di attori, soprattutto giovani e giovanissimi, accorsi alla corte dei maestri non sfigura affatto. 


A loro e ai loro volti, i maestri dedicano primi piani che danno mistero a fisiognomiche ampiamente risapute e nello stesso tempo riescono a tratteggiare di una bellezza senza tempo la modernità di quelli appena arrivati. Ma il fascino e allo stesso tempo il difetto di un film come "Maraviglioso Boccaccio" consiste nel fatto di nutrirsi della propria dimensione artistica, svincolato com'è da logiche commerciali che appaiono evidenti nella scelta di portare sullo schermo un modo di raccontare che al contrario di precedenti versioni evita ogni tipo di licenziosità sessuale, lasciando all'immaginazione quello che altri hanno "regalato" alla vista. 


La bravura di Taviani è quella di far si che la tensione pittorica e la plasticità delle immagini pur presente non prenda mai il sopravvento sulla materia narrata. L'equilibrio che ne deriva rende il film un oggetto prezioso, e certe sequenze, come quelle potenti e drammatiche che aprono il film raccontando la paura e la morte provocata dalla terribile pandemia restano impresse e mettono a disagio.
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martedì, marzo 03, 2015

A PROPOSITO DI: VIZIO DI FORMA


Circa il fatto che il caos non sia proditorio ma quintessenza da arginare e di cui eventualmente sorridere (magari aiutandosi un po'), Doc Sportello ne riceve ulteriore conferma dalla pervicacia con cui un'assortita fauna sapiens insiste a commissionargli indagini della cui plausibilità di fondo e' la prima a fregarsene e dalle cui ricadute farebbe bene a stare alla larga. Il dato iperreale - nel senso di più-reale-del-reale, quindi sul serio tragico - di uno scherzo come "Inherent vice" (con "vizio di forma" che e'/sembra essere tutto ciò che non si può prevedere eppero' nemmeno trascurare) e' l'accelerazione di un girare a vuoto di denaro, di oggetti, di sentimenti, di animali umani, di ideali, di parole - chiacchiere su chiacchiere che s'accumulano e sempre meno dicono - in vista di una perfezione ipotetica che i tempi, i nostri, si sono poi incaricati - con alacrità notevole, bisogna dirlo - di realizzare e statuire come moto perpetuo: l'unica, vera forma di un vizio, quello di non vivere, e senza che ci sia, oramai, neanche più tanto da ridere.
TFK


L’elaborazione più arguta da fare, quando si tratta di maneggiare il testo di uno come Thomas Pynchon, è lasciare l’opera originale intatta. È esattamente ciò che fa P.T. Anderson nel portare sullo schermo la decostruzione - forse meglio identificabile come disordine preordinato, vista la sistematicità e la consapevolezza con la quale (non) incede lo sviluppo della storia - che avviene in una narrazione solo in apparenza scomposta. La confusione del protagonista, dunque, lungi dall’avere una risoluzione - anzi procedendo in direzione beffardamente opposta - va di pari passo con quella del fruitore, al quale non rimane altro che “non chiedere” - “Don’t ask” è una delle prime frasi che sente dirsi “Doc” Sportello da Shasta agli albori della propria indagine -. Se l’intento di Pynchon è quello di adattare la fantascienza americana al palco dell’Opera, quello di Anderson - qui riuscito con una maturità definitivamente raggiunta - è di adattarla allo schermo cinematografico.
Antonio Romagnoli


L'analogia è scontata ma non si può fare a meno di notarla, perché la natura sentimentale del rapporto tra il detective Doc Sportello e Shasta, la donna che lo ha appena mollato, rappresenta il motore di tutto il cinema Andersoniano, da sempre innescato da una richiesta d'amore che appartiene a tutti i personaggi del suo cinema. "Ineherent Vice" non ne è immune, anzi, a ben guardare l'indagine del detective cinematografico più naif che si ricordi riesce a declinare questa caratteristica radunando intorno a se i topos più ricorrenti del regista americano. Ecco allora farsi avanti un tessuto emotivo che ha a che fare con la ricerca di un paradiso perduto e, di pari passo, con il tentativo di ricreare quello stato di grazia che permette di essere felici. A farla da padrone è quindi la famiglia, che nel cinema di Anderson rappresenta l'orizzonte imprescidibile a cui bisogna rifarsi per capire l'essenza dei personaggi; da un lato (negativo) quella biologica, artefice del trauma originale, dall'altro (positivo) la sua versione putativa e "allargata". Gli esempi si sprecano ma basterà ricordare quella "cinematografica" in cui trova asilo e poi si forma l'Eddie Adams di "Boogie Nights", simile per stravaganza e irriverenza a quella della comunità hippie in cui vive lo stranulato investigatore, oppure riandare ai fotogrammi iniziali di "Punch Drunk Love" (il film più lisergico di Anderson), quelli in cui il protagonista oppresso da madre e sorelle sfoga che la sua frustrazione distruggendo ogni cosa. E poi, come dicevamo l'elemento affettivo che, nei film di Anderson, con l'eccezione di quello interpretato da Adam Sandler, è inadeguato e causa di ulteriore dolore, sia che riguardi surrogati genitoriali ("The Master" ma anche ne "Il petroliere") che campionesse di sensualità come lo sono a loro modo Amber Wess, la porno diva interpretata da Julian Moore in "Boogie Nights, e, ultima arrivata, la ragazza della porta accanto che fa perdere la testa a Doc Sportello.
nickoftime
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LE LEGGI DEL DESIDERIO

Le leggi del desiderio
di Silvio Muccino
con Silvio Muccino, Nicole Grimaudo, Carla Signoris
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 105'

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Il cinema di Silvio Muccino ha una caratteristica ben precisa, e cioè quello di essere concepito con quella Bigger Than Life con cui normalmente negli States si identifica ciò che è fuori dall'ordinario. Certo la materia amorosa di cui parla Muccino è di per se foriera di grandi slanci , ma il regista romano la racconta utlizzando delle iperboli che risultano controproducenti se raffrontate alla normalità della scrittura che poi la mette in scena. "Le leggi del desiderio" conferma questo trend, imbastendo una storia che parte a mille, con il protagonista, Giovanni Canton (Muccino), che alla maniera del Tom Cruise di "Magnolia" guarda dritto negli occhi dello spettatore proponendogli la posizione della felicità, e alla fine dei giochi si rivela un tapino come gli altri, irretito dagli stesse complicazioni - amorose, sentimentali e motivazionali - da cui prometteva di renderci immuni. Una parabola sintomatica, quella raccontata dal regista  e da Carla Vangelista, di un cinema che non riesce mai ad essere all'altezza delle proprie premesse. In questo caso infatti la figura del life coach introdotta attraverso il personaggio di Canton e le tecniche da lui adottate, invece di creare un alternativa alla routine narrativa in cui si muove buona parte del cinema italiano d'intrattenimento, si rivela un semplice espediente per ripiombare nei soliti malesseri ombelicali di un'umanità che non riesce ad andare oltre necessità da spot pubblicitario. A poco valgono la cura della confezione, la precisione del dettaglio scenico, i movimenti di macchina ad ampio respiro e, perchè no, la bravura degli attori, e soprattutto di una Nicole Grimaudo in versione Bridget Jones. A rimanere in mente è la sensazione di insicurezza e confusione che i modi smargiassi e sicuri di Giovanni Canton, nella loro enfatica esibizione certificano a pieno titolo.
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sabato, febbraio 28, 2015

IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

Il segreto del suo volto
di Christian Petzold
con Nina Hoss, Ronald Zerhfeld
Germania, 2014
genere, drammatico
durata, 98' 



Per coloro che avevano avuto modo di vedere "La scelta di Barbara" di Christian Petzold, non deve essere stata una sorpresa. Eppure anche di fronte alla conferma di un talento emerso dopo anni di gavetta si rimane comunque stupiti. Perchè "Il segreto del suo volto", il nuovo film del regista tedesco, doveva confrontarsi con un tema, quello dell'olocausto che per forza di cose lo metteva a rischio di una certa dose di retorica intellettuale ed emotiva. La storia, ambientata nella berlino che si apprestava a rinascere dalle ceneri della seconda guerra mondiale aveva per protagonista, Lenny, ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento e costretta a cambiare volto per ripare ai danni lasciateli da quella terribile esperienza. Sorvolando sul valore simbolico innescato dal gioco di rimandi provocato dalle caratteristiche di un cambiamento fisiognomico che mette in scena il dramma di un popolo costretto a nascondere la propria identità, "Il segreto del suo volto" sfugge alle convenzioni del genere inscenando una sorta di thriller hitckockiano, allorchè la donna sotto mentite spoglie si ritrova a impersonare se stessa per conto dell'ignaro marito che attraverso la "resurrezione" della moglie creduta morta, spera di impossessarsi della di lei eredità.

Siamo dalle parti de "La donna che visse due volte", con la brava Nina Hoss nella parte di Kim Novak, a impersonare il doppio ruolo di vittima e carnefice del mondo che l'ha tradita e che ora pretende di far finta di nulla. E non solo, perchè il paesaggio ambientale e sopratutto emotivo, con il martirio psicologico di Lenny, pronta a sacrificare se stessa pur di ritrovare il proprio amore, ricorda un modello femminile molto vicino a quello raccontato da Rainer Werner Fassbinder.


Senonchè "Il segreto del suo volto", sulla scia del film che lo aveva preceduto, opera un salto netto rispetto alla maggior parte delle storie d'amore oggi in circolazione, proponendosi nella forma di un melò raffreddato che risulta tanto più coinvolgente quanto più risultano implosi i sentimenti che lo attraversano. Petzold ci riesce, oltrechè per la bravura degli attori (la Hoss come pure Ronald Zerhfeld era stati protagonisti di "La Scelta di Barbara"), grazie ad un montaggio fatto di stacchi netti, che rimandano ad oltranza il momento della catarsi, e ad un uso della messinscena che nell'iperrealismo dei colori e nell'uso espressionistico delle ombre, riesce a far parlare gli stati d'animo dei protagonisti. Con in più il gioiello della scena finale, una delle più belle tra quelle che possiamo ricordare, in cui le note e le parole di "Speak Low" di Kurt Weill cantata da Nelly sublimano in maniera perfetta la tragedia della Shoah e insieme costituiscono un inno all'amor perduto destinato a rimanere nel cuore del fortunato spettatore. Presentato in anteprima al festival di Toronto e, fuori concorso, all'ultima edizione del festival di Roma, "Il segreto del suo volto" è un film da non lasciarsi sfuggire.
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venerdì, febbraio 27, 2015

PATRIA

Patria
di Felice Farina
con Francesco Pannofino, Roberto Citran
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 87'


Miscelare poesia ed analisi sociale, specie col mezzo cinematografico, è un'operazione assai complessa e rischiosa. Impresa tentata, e solo in piccola parte riuscita, nel "Patria" di Felice Farina.

Protagonista è Salvo, operaio - a sua detta di destra/"berlusconiano" - che, alla notizia della chiusura della fabbrica, s'arrampica in cima ad una torretta per iniziare la sua protesta assieme al collega rappresentante sindacale/acerrimo nemico comunista.

Interessante notare come il montaggio, andando a ricercare un po' i modi dell' "Hiroshima mon amour" di Resnais, costruisca minuziosamente, attraverso un'alternanza d'immagini di repertorio solo in apparenza casuale, la storia disastrosa/-ata della prima e della seconda Repubblica. A ridimensionare questo pregevole lavoro di stampo poetico/documentaristico c'è, però, la storia di finzione, che regge poco sul piano della sceneggiatura, aggiungendo pressoché nulla all'interessante dialettica cui facevamo cenno in precedenza, perdendosi anzi in una retorica melensa e prolissa.

Nonostante nel film di Farina in larga parte, bisogna dirlo, il cinema non assolva al proprio compito, "Patria" ha il pregio di mostrare come gli eventi della storia italiana, dal secondo dopoguerra in poi - e questo è un aspetto che getta una luce tutt'altro che positiva sull'avvenire - siano il naturale e fluido susseguirsi di un dramma che, gettando un occhio lucido sull' hic et nunc della nostra italietta, sembra non avere fine: la Storia non insegna, ritorna.
Antonio Romagnoli
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KILL THE MESSENGER

Kill the Messanger
di Michel Cuesta
con Jeremy Renner, Rosemarie DeWitt, Ray Liotta
genere, drammatico, thriller
Usa, 2014
durata, 114'


I paradossi del cinema. "Kill the Messenger" di Michael Questa inizia con le immagini d'archivio di alcuni presidenti della casa bianca impegnati a testimoniare l'impegno del governo nella lotta contro la droga. A seguire invece, i fotogrammi di finzione che raccontano la vicenda del giornalista Gary Weeb e degli articoli che rivelarono il coinvolgimento della Cia nel traffico di stupefacenti necessario a finanziare i Contras nicaragueni. Michael Cuesta gioca con le convenzioni cinematografiche, utilizzando il surplus di verità insita negli inserti di repertorio per enfatizzare la bugia di quelle dichiarazioni e assegnando a cio che è normalmente un simulacro, il compito di raccontare la verità. L'alternanza di vero e falso non è solo una questione formale ma costituisce il nocciolo stesso dell'incredibile vicenda, con il reporter chiamato a difendersi dalla macchina del fango messa in moto dai servizi segreti per screditare la credibilità della sua indagine. Per raccontarlo al pubblico Michael Cuesta mette a frutto l'esperienza accumulata nel lungo apprendistato televisivo (ricordiamo la direzione di episodi tratti dalle serie di "Six Feet Under", "True Blood" e "Homeland") realizzando un prodotto che riesce ad essere popolare senza perdere la complessità di una parabola umana che ad un certo punto si trasforma in una sorta di assedio del forte apache, con il protagonista solo contro tutti, disposto a tutto pur di affermare i principi di indipendenza e verità del proprio mestiere. 


Interpretato da un grande Jeremy Renner nel ruolo del protagonista "Kill the Messenger" è un thriller low budget che si mantiene sempre in tensione e riesce pure ad appassionare per la presenza di un afflato civile che almeno negli intenti avvicina il film a nobili predecessori  come "Tutti gli uomini del presidente" e" I tre giorni del condor". Ancora in attesa di una distribuzione italiana "Kill the Messanger" è stato pressochè ignorato in patria. Forse perchè la storia di Gary Webb, con la sua vis polemica nei confronti del sistema americano, paga il fatto di rappresentare sul piano filmico il contraltare ideologico a un blockbuster di successo come "American Sniper". Una posizione, quella del film di Cuesta, in totale controtendenza e quindi commercialmente inaccettabile. 
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giovedì, febbraio 26, 2015

VIZIO DI FORMA

Vizio di forma
di PT Anderson
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Jena Malone, Owen Wilson
Usa, 2014
genere, giallo, commedia, drammatico, grottesco
durata, 148' 

 
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Seppur paradossale, un buon inizio per parlare onestamente di “Vizio di Forma” (Inherent Vice), è tenere a mente quale propria guida e traguardo, ciò che disse Rainer Maria Rilke, e cioè che le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica.Vizio di forma è il settimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson e il primo adattamento cinematografico del testo di uno dei novellisti più interessanti e complessi
dello scorso secolo, Thomas Phynchon. Quando Shasta (Katherine Waterstone) si palesa in casa dell'ex fidanzato Larry Sportello, soprannominato "Doc" (Joaquin Phoenix, e si è già detto tutto), un investigatore privato hippie tossicodipendente, supplicandolo di aiutarla ad uscire dai pasticci, siamo catapultati in un turbinio di situazioni paradossali e allucinatorie senza capo nè coda. Il rischio di perdersi nei meandri della trama e delle vicende in cui Doc
deve infilarsi cautamente, o in cui si trova più spesso invischiato, è altissimo, ma forse questa volta dobbiamo rassegnarci e, per dirla sofisticamente, riconoscere che è più furbo chi si lascia ingannare. Voler dare una spiegazione all'Odissea del protagonista è praticamente impossibile nonché inutile e fuorviante, considerando che sin dalla prima scena ci troviamo in un labirinto in cui la Fortuna e il Caso —spesse volte anche il Caos— muovono la trama e gli avvenimenti assurdi in cui Doc si trova coinvolto.  La vicenda, del tutto incidentale, procede a matrioska. Se inizialmente Shasta vuole semplicemente l'aiuto dell'ex per evitare che l'uomo con cui si frequenta —un imprenditore edilizio egomaniacale "tecnicamente ebreo ma che vuole essere nazista"— venga internato in un ospedale psichiatrico dalla moglie e dall'amante di lei, ben presto Doc, si troverà a dover fare i conti, uno dopo l'altro, con la scomparsa di Shasta, con un'ex eroinomane (Jena Malone) il cui marito sassofonista (Owen Wilson) è scomparso in misteriose circostanze, e con molti altri eventi misteriosi. 



L'atmosfera che avvolge questo incessante susseguirsi di avvenimenti è nebulosa e psichedelica, certamente debitrice di The Long GoodBye —non sarà un caso se la pellicola ha vinto l'Altman Award—, di cui Robert Elswit alla fotografia e Anderson alla regia hanno evocato l'immagine squisitamente ingenua e granulata —resa grazie al 35 mm—, e il sottofondo noir e surreale. Come nel film di Altman, il protagonista è un disadattato, eroe con tutte le caratteristiche dell'antieroe, che assiste alla collisione dei valori e delle culture che hanno delineato il passaggio dagli anni '60 agli anni '70 in America. La vicenda è ambientata nel 1970 a Gordita Bech, che fisicamente si trova a
Manhattan Beach  (Los Angeles), sebbene la funzione principale che svolge nell'economia del film sia quella di porsi quale sito spartiacque tra le battaglie, gli ideali e le grandi speranze del '68 e gli scompensi autoritari che vennero poi. Seguendo la vicenda attraverso gli occhi di Doc scopriamo assieme a lui che nulla è come sembra:  la politica è complottistica, i funzionari corrotti, gli ideali, ridicolizzati. 


Lo scenario che Anderson va dipingendo è, ancora una volta, tristissimo, perfetta fotografia di quello che per Pynchon sarebbe stato il mondo nuovo, mentre per noi è, ahimè, assodata realtà. Se con “The Master”, aveva dipinto l'alienazione post seconda guerra mondiale e la nascita di settereligiose, e con “There Will Be Blood” la nascita di una nazione, ora con Inherent Vice, abbiamo la consapevolezza che ogni ideale puro o romantico é svanito del tutto, e che questo film altro non è che un amaro ritratto di un piccolo mondo antico.
Erica Belluzzi  [ LEGGI TUTTO ... ]

martedì, febbraio 24, 2015

IO STO CON LA SPOSA

Io sto con la sposa
di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry
Italia, Palestina
genere, docu-fiction
durata, 89'
 

Negli scorsi mesi si è fatto un gran parlare di "Io sto con la sposa", film indipendente realizzato da un gruppo di attivisti in lotta per i diritti di migranti e i richiedenti asilo politico.
Peccato che, scemata l'onda dell'entusiasmo radical-alternativo per il film, l'argomento sia praticamente già caduto nel dimenticatoio, e fra cento anni i nostri figli leggeranno sui libri di storia che migliaia di persone sono morte nella speranza di riuscire ad attraversare un mare che è di tutti.
Il 20 ottobre 2013 alla stazione Garibaldi di Milano tre amici al bar, Gabriele del Grande —giornalista e scrittore—,  Khaled Soliman Al Nassiry —poeta ed editore— e Tareq Al Jabr —poeta e traduttore—, furono avvicinati da un ragazzo palestinese che chiese loro da quale binario partisse il treno per la Svezia.  Dopo avergli risposto che non era previsto alcun treno con quella destinazione, lo interrogarono sulla sua storia, scoprendo così che Abdallah era uno dei pochi superstiti del naufragio di Lampedusa dell'11 ottobre, durante il quale 250 migranti persero la vita o furono dispersi in mare. Lentamente prese forma nei tre amici l'idea di inscenare un matrimonio —d'altronde, chi fermerebbe mai un corte nuziale?— e condurre così Abdallah e altri quattro palestinesi e siriani scampati a Lampedusa, in Svezia, paese che rappresenta un'eccezione europea per quanto concerne la concessione di diritto d'asilo a rifugiati politici.


Trovata la sposa, Tasmin Fared, un'attivista politica amica dei tre registi-i errori del piano, in meno di due settimane crearono una vera e propria troupe cinematografica. È estremamente difficile volere definire "Io sto con la sposa" entro i confini di un qualche genere preciso. Guardando il diario di bordo di questa strana accozzaglia di uomini e donne elegantemente vestiti che attraversano l'Europa in quattro giorni, dal 14 al 18 novembre 2013 col sogno di raggiungere la terra non promessa ma tanto desiderata, abbiamo la sensazione di avere di fronte un documentario, qualcosa di talmente vero che parlarne in germini cinematografici sembra possa macchiarne la veracità. Eppure di questo si tratta: un documentario su un esperimento antropologico, una missione di salvezza, un audace viaggio della speranza che è al contempo una messinscena, un finto corteo matrimoniale utilizzato come mezzo per raggiungere il fine sperato.


A metà strada fra il Road movie e la fiaba sociale, la realizzazione di "Io sto con la sposa" è stata possibile grazie a un capillare  processo di donazione da parte di più di centomila sostenitori autonomi che sono venuti a conoscenza del progetto tramite un crowdfunding di Indiegogo.
Certo il film non spicca per brio o scioltezza narrativa, i momenti di stasi sono molti, ma considerando che questo prodotto è unico, che alcuni "attori" recitavano una parte ma al contempo rischiavano la prigione se fossero stati scoperti, che altri tecnici hanno seguito la troupe per tutta Europa, e che siamo di fronte a un prodotto inedito, è una fortuna che possiamo condividere insieme ai suoi protagonisti, questo viaggio sentimentale e di speranza verso una vita migliore.
Erica Belluzzi

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WORDS WITH GODS

Words with Gods
di Artisti vari
Messico, Usa 2014
genere, drammatico
durata, 129' 


Cosa spinge un regista di successo a disfarsi della proprie abitudini cinematografiche per tornare a frequentare quelle forme di linguaggio utilizzate negli anni degli esordi. Nel caso dei lungometraggi realizzati per il progetto di “Words with Gods” il motivo emerge in maniera netta dal filo rosso che attraversa le tante storie raccontate nel film, incentrate sul rapporto tra l'uomo e il divino. Il tentativo di individuare il legame che unisce l'esistenza delle persone con le forme di religiosità che normalmente le appartengono, costituisce di per sé una sfida alle regole del gusto e del commercio, che un autore ambizioso non si lascia sfuggire.

 
Aiutati e insieme costretti dalle limitazioni del minutaggio, i nove registi che firmano l'opera non si sono fatti pregare ne in termini di fantasia che di poetica, allestendo uno spettacolo che in ogni singolo frammento si mantiene coerente all’assunto di partenza. A far la differenza in questo caso non sono i contenuti del soggetto, ne i dettagli di un rapporto con il divino caratterizzato da sentimenti di inadeguatezza e di smarrimento, descritti così efficacemente dalla pioggia di sangue che conclude il segmento diretto da Guillermo Arriaga; oppure condensati nella disperazione di un uomo che cerca di comprendere il perchè di una tragedia che gli ha portato via moglie e figli, nel passaggio che Hideo Nakata dedica alle vittime dello tsunami del 2004. Perché “Words of Gods” è soprattutto un confronto di realtà geografiche e sociali diverse e di punti di vista spesso agli antipodi: si pensi al grottesco contrappasso della commedia degli equivoci proposta da Alex de la Iglesia, in cui un killer in fuga si ritrova sul letto di morte di un vecchio moribondo per impartirgli l’estrema unzione, accostato alla messinscena teatrale e solenne di Amos Gitai, con la declamazione di brani tratti dall'antico testamento utilizzati per commentare scene di ordinaria belligeranza che rimandano al conflitto israelo palestinese.

Come spesso accade nei film realizzati a più mani, anche "Words with Gods" mostra i suoi difetti quando si tratta di trasformare le peculiarità che lo contraddistinguono in un unicum organico e compatto. Il risultato è necessariamente altalenante e subordinato al desiderio dello spettatore di non perdersi il pezzo di bravura del proprio beniamino. Tra quelli qui presenti (ricordiamo tra gli altri Mira Nair, Warwick Torton, Hector Babenco, Jose Padilha) ritroviamo con piacere Emir Kusturica, corpo massiccio e spirito indomito, prestato alla cinepresa per il percorso d’ascesi del sacerdote ortodosso da lui stesso interpretato. Il tormento gratuito di quella via crucis e l’estasi che ne consegue, è solo uno dei molti percorsi che il film ci propone, ma in eguale misura concorre alla definizione di un’anima che “Words with Gods” dimostra comunque di possedere.
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venerdì, febbraio 20, 2015

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL'ESISTENZA

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
di Roy Andersson
con Nils Westblom, Holger Andersson
Norvegia, 2014
durata, 110'


Ci sono pellicole, tanto colte quanto raffinate, di norma molto apprezzate negli ambienti festivalieri, delle quali i pregi esaltati da un pubblico di nicchia diventano paradossalmente difetti agli occhi di fruitori più commerciali.

E' questo il caso di "Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza" - vincitore della settantunesima edizione del festival di Venezia -, tragicommedia suddivisa in trentanove "quadri", che narra di due venditori di maschere e denti da vampiro.

Andersson, regista che dimostra di possedere un intelletto fine, miscela il solito gusto nonsense scandinavo ad innovazioni linguistico/immaginifiche permesse da un'abile e ragionata decodifica dello strumento digitale.

L'errare quasi strascicato dei protagonisti - i quali potrebbero essere benissimo personaggi creati dalla penna di Beckett - conduce a soffermarsi, in maniera neppure troppo seria - e la poca seriosità è stranamente l'elemento più inquietante -, sul martirio che l'uomo infligge a sé stesso nell'invenzione e nella reiterazione del quotidiano e, quindi, sull'impossibilita di trarne godimento. 

"Un piccione seduto su un ramo..." nasconde dietro vari elementi - farsa/dramma; apatia/agonia; morte/marketing -  la fine annunciata e/o già avvenuta della nostra presunta contemporaneità. La stasi, dunque attesa, diventa illusione del divenire, dunque ricerca - ricerca che, quindi, è destinata a fallire -, andando a determinare la condizione attuale-eterna-senza scampo dell'umanità:

En cherchant Godot.
Antonio Romagnoli
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giovedì, febbraio 19, 2015

CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO

50 sfumature di grigio
di Sam Taylor Johnson
con Dakota Johnson, Jamie Dorman
Usa 2105
genere, drammatico
durata, 125'

Se, come crediamo, l'intenzione dei produttori era quella di creare un macchina acchiappa soldi, possiamo dire che l'intento sia stato raggiunto e che "50 sfumature di grigio" è fin da adesso uno dei film più importanti della stagione. Aggiungiamo per onesta di cronaca che il compito non era dei più difficili, trattandosi di tradurre in immagini uno dei libri più letti del pianeta e sapendo in anticipo che il sesso sopratutto se torbido come quello descritto dalla scrittrice inglese E L James costituisce l'elemento che più di altri spinge lo spettatore medio alla visione di un film. 


Appurato che gli inserti dedicati ai torridi accoppiamenti tra Anastasia Steele (Dakota Johnson)  e Christian Grey (Jamie Dornan) almeno sullo schermo non mostrano niente di più che non possa essere visto su un qualsiasi canale televisivo, insomma roba da educande o poco più, quello che rimane da rilevare si trova soprattutto nelle caratteristiche dell'innamoramento tra i due personaggi, che ripropone per somme linee la favola di Cenerentola e del principe azzurro rimodellata su principi di un edonismo estetico esasperato e vuoto. Se poi aggiugiamo la presenza di una sottotrama che, nel tentativo di Anastasia di convertire il suo amante a più salutari principi, mette in scena quelle caratteristiche femminili di martirio e di redenzione che la ragazza incarna quando sceglie di sottomettersi alla personalità dominante del suo partner, allora c'è ne abbastanza per affermare che "50 sfumature di grigio" altro non è che il remake di una vicenda che appartiene alla storia del genere umano, e in particolare all'eterno dualismo tra ragione e sentimento.  Al di là di ogni giudizio, il film potrebbe diventare il reperto di una civiltà in declino per mancanza di idee.
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SELMA


Selma
di Ava Duverany
con David Oyelowo, Tom Wilkinson, Cuba Gooding Jr.
Usa, 2014
genere, biografico
durata, 127'

Nell'epoca di Obama, presidente degli Stati Uniti d'America, il colore della pelle può diventare un business molto remunerativo, sia in termine di soldi che di considerazione. Evitando di ripetere in questa sede le implicazioni sociologiche e politiche connesse con il desiderio di ricompattare un paese lacerato dalla strage dell'11 settembre, rilanciando un sentimento di unità nazionale capace di coinvolgere le cosiddette minoranze storiche, è impossibile non rilevare come il vento del cambiamento abbia influenzato la produzione cinematografica statunitense. E non è forse un caso che a beneficiarne sia stata proprio la comunità afroamericana promossa al ruolo di protagonista da una serie di film (da "12 anni schiavo" a "The Butler") che ne rivisitano le tappe più importanti e drammatiche della sua emancipazione. Va in questa direzione anche il nuovo lavoro di Ava DuVerany, appena nominata agli Oscar per la regia di "Selma", ricostruzione degli eventi che nel 1965  videro Martin Luther King alla testa di una marcia organizzata per protestare contro la violazione del diritto di voto dei cittadini di colore da parte del governatore dello stato dell'Alabama George Wallace. 
 
 
Perfettamente in linea con quel tipo di cinebiografia che fa di tutto per rendere commestibile (e quindi commerciale) l'eccezionalità dei suoi protagonisti, "Selma" ha dalla sua il fatto di raccontare il passato senza isolarlo dal tempo presente ma anzi di metterlo in comunicazione con la nostra contemporaneità, identificabile negli scenari di intolleranza e di disuguaglianza sociale come pure negli echi di una guerra sporca e lontana  (in Vietnam) che sembrano parenti stretti della "crisi" che attraversa le nostre vite. Ecco che allora, pur nella consapevolezza di un resoconto che mette in secondo piano le contraddizioni dell'uomo (incostante sul piano dei rapporti coniugali)  per esaltare il carisma del "predicatore", non si può fare a meno di partecipare alla vicende raccontate sullo schermo con una partecipazione più coinvolta ed emozionata del solito. Se poi aggiungiamo che "Selma" rompe anche un tabu cinematografico, facendo di Ava DuVerany la prima regista afroamericana nominata agli Oscar allora il dado è tratto e il film inevitabilmente promosso.
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lunedì, febbraio 16, 2015

BYZANTIUM

"Byzantium".


di: N.Jordan.
con: S.Ronan, G.Arterton, S.Riley, D.Mays, C.Landry Jones, J.Lee Miller.

- Irl, GB 2012 -
117'



"Io ricordo tutto. Questo e' il mio fardello", commenta a voce bassa, assorta, quasi tra se', Eleanor/Ronan di fronte al suo giovane interlocutore, Frank/Landry Jones, che tenta di aprire timide brecce in un riserbo che appare inscalfibile, protetto com'è da un segreto secolare sconvolgente. E proprio il ricordo, malinconico, a volte struggente, assieme ad una delle sue architravi maggiori - la nostalgia - e in parallelo ai furori del desidero e alle incognite del tempo, percorre, al modo delle pagine di diario redatte con febbrile mestizia dalla stessa Eleanor, "Byzantium", ultimo lavoro di Neil Jordan - datato 2012 - dopo l'incursione nella tradizione gaelica di "Ondine" (2009).

Se, come ha notato anche Houellebecq, "la nostalgia non e' un sentimento estetico, e non e' neanche legata al ricordo di una felicita'. Si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male", e' pensabile, una volta operata accorta torsione del contesto - nel caso, fantastico-horrorifico, imperniato sulle vicende di due donne vampiro, essendo l'altra Clara/Arterton - ipotizzare un'ulteriore sfumatura drammatica di questo concetto legata al destino privilegiato ma crudele dei cosiddetti non-morti, inchiodati qui in una sorta d'infinita adolescenza e prima giovinezza, inerente lo smacco di una nostalgia per terre mai viste, per esistenze alternative, proprio per questo in teoria in grado di spezzare i vincoli di un'eternità esuberante ma coatta: Bisanzio, appunto, ipotesi evocativa quant'altre mai di un'idea di approdo ove consumarsi in via definitiva o rinascere, provvisoriamente materializzata nelle architetture fatiscenti di un omonimo Hotel affacciato su un mare più cupo del cielo che lo sovrasta.

La parabola viziosa di Eleanor e Clara, vincolata nel cerchio di istanti che sembrano trascorrere ma in realtà si limitano ad allungare gli estremi di una decrepitezza i cui tratti esteriori restano sempre e comunque gentili e floridi, si nutre, per un verso, dei canoni e delle convenzioni tipiche del genere che, come si sa, ha precedenti letterari e cinematografici - addentellati inclusi - sterminati, arricchita, qua e la', di un gusto ematico-sessuale diretto, pressoché innocente, nella sua prorompente inesorabilità: ingordo e impetuoso quello di Clara, al passo con l'uso di un corpo sodo e desiderabile, espediente infallibile e fonte inesauribile di sostentamento; più tormentato, sul cammino appena abbozzato di una impossibile sublimazione, come punteggiato da alterni sensi di colpa o dubbiose ritrosie, quello di Eleanor; per l'altro, si astiene, pressoché del tutto, da una raffigurazione saccente o trionfante del personaggio-vampiro, optando per un intimismo di fondo spossato, quasi sine nobilitate, in ogni caso privo di echi "dandy" o della tetra grandeur spesso consustanziale a questo spicchio d'immaginario e da Jordan stesso raccontata oltre vent'anni fa in "Intervista col vampiro". Clara ed Eleanor - tanto la Arterton e' a suo agio nel disporre, grazie ad un erotismo intraprendente, delle miserie umane, al punto da eliminarle quando si frappongono sulla via dell'autoconservazione; tanto la Ronan, occhicerulea, di continuo in bilico tra incredulità, flebile fiducia e afflizione, tratteggia Eleanor come una creatura scissa tra un metabolismo dannato che pretende l'appetito famelico del sangue e un animo che invoca la quiete o, quantomeno, la condivisione di un destino impietoso - attraversano insieme lo spazio e i giorni fissando dimora dove capita (in genere fra i resti degradati di una modernità la cui desolazione e' pari solo alla sua presunta - in ogni caso, gelida - funzionalità), litigando, nutrendosi, forzando la fatale indole entro i contorni di una fragile stabilita', sfuggendo le insidie di persecuzioni arcane e remote, divise tra determinazione a resistere e anelito ad una tregua, mentre attorno a loro si svolge l'ennesima versione di un mondo inospitale tante volte già incontrato, giunto oggi ad accomunare nell'eterno presente - sebbene su piani diversi, eppure, paradossalmente, non così distanti - vampiri e uomini, entrambi ormai, forse, del tutto impossibilitati a fare tesoro delle parole già disincantate di Yeats: "Appena libero dalla natura/mai più assumerò la mia forma corporea da una qualsiasi cosa naturale/Ma piuttosto una forma come quella che gli orefici traggono dall'oro.../A cantare ai signori e alle dame di Bisanzio/Di ciò che e' passato, di ciò che sta passando o che verra'".

Tratto da un testo teatrale, "A vampire story", di M.Buffini, "Byzantium" e' stato presentato nel 2012 al Toronto Film Festival. Non e' mai arrivato nelle sale italiane.

TFK
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sabato, febbraio 14, 2015

"DOVE SIETE FINITI TUTTI?"- ATTORNO A "CHELSEA ON THE ROCKS" DI ABEL FERRARA

Chelsea on the Rocks
di Abel Ferrara
Usa, 2008
genere , documentario
durata, 88'


L’Hotel Chelsea, illustre alloggio di svariate celebrità - da Mark Twain a Jimi Hendrix; da Dylan Thomas a Stanley Kubrick; da Frida Kahlo  a Jack Kerouac che, peraltro, lì scrisse “On the road”, dai più riconosciuto come testamento della beat generation -, situato la seven e l’eight avenue di Manhattan, viene ripreso dall’occhio dissacrante e dissacrato di Abel Ferrara.

Barcamenandosi tra testimonianze e racconti - laddove la realtà è più bizzarra di qualsiasi edulcorata e fittizia immaginazione - di chi è stato al Chelsea, senza mostrare didascalie che identifichino gli intervistati e, soprattutto, mescolando scene ricostruite a perle di repertorio - tutto nel tentativo, sublime e raffinato, di ricreare in chi guarda un’atmosfera simile a quella respirata da chi l’ha vissuto -, Ferrara immagina, a ragione, le camere di quell’albergo come un crocevia della morte dal quale sono passati, necessariamente, tutti coloro che hanno rappresentato il definitivo crepuscolo degl’idoli.

Tutto quello che succede nel Mondo succede a New York, tutto quello che succede a New York succede al Chelsea”.


Luogo di culto, vero e proprio templio di artisti e bohémien - o presunti tali -, gestito da Stanley Bard - più un mecenate che un gestore d’albergo -, il Chelsea era effettivamente un microcosmo che viveva il/del costante frantumarsi del sogno americano - e che, sempre grottescamente al passo coi tempi, ancora vive, vista la nuova gestione che ne ha cancellato il passato, per quanto controverso, dedicandosi alla più bieca speculazione -. Parimenti Ferrara, che da attento osservatore ed analista non si ferma alla mera fascinazione estetica dei trascorsi all’interno di quelle stanze - più che altro i classici cliché, scontati quanto inevitabili, ricamati attorno al “sex, drug and rock ‘n’ roll: in particolare qui si ricalcano le figure trasandate e controverse di Sid Vicious e di Janis Joplin -, affianca le immagini, accompagnando la parabola del Chelsea parallelamente alla storia americana contemporanea, del Vietnam e dell’attentato alle Twin Towers: il primo avvenimento che va di pari passo con gli anni della contestazione, delle lotte per i diritti civili, del fermento culturale ed artistico - tra i tanti, Arthur C. Clark lì scrisse “2001-Odissea nello spazio” -; il secondo invece, definitivamente, per forza di cose, rappresenta il crollo del castello di carte/termine dell’illusione - come dicevamo sopra, la nuova gestione è mirata in ottica esclusivamente speculativa, difatti gli abitanti storici che ancora risiedevano al Chelsea sono stati tutti sfrattati; in precedenza l’Hotel, e Bard in particolar modo, seppur con tutte le contraddizioni del caso, faceva del dare una mano agli artisti il proprio unico intento -.

La frase scelta come titolo di quest’articolo - che, per inciso, Ferrara pone al termine del documentario, messa in bocca ad una Joplin che la urla camminando spaesata tra i corridoi ormai vuoti dell’albergo - sembra sancire, quindi, la fine di un’epoca o, più semplicemente, la fine:

Dove sono finiti tutti?
Antonio Romagnoli




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venerdì, febbraio 13, 2015

SEI MAI STATA SULLA LUNA?

Sei mai stata sulla Luna?
di Paolo Genovese
con Roul Bova, Liz Solari, Sergio Rubini, Emilio Solfrizzi
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 90'
 
 
 
 
Che la commedia italiana rappresenti l'anima più commerciale del nostro cinema è un fatto acclarato. A dirlo sono prima di tutto i numeri che riguardano non solo l'ingente quantità di biglietti staccati al botteghino ma anche la grande mole di capitali investiti nello specifico settore. Una tendenza questa, che non può essere disgiunta dal valore intrinseco dei singoli film ma che anzi deve essere tenuta in considerazione in sede di analisi per cercare di valutare al meglio il lavoro di un autore sulla cresta dell'onda come Paolo Genovese, e di un film, "Sei mai stata sulla Luna?", che è paradigmatico dei pregi e dei difetti della sua categoria.
Proveniendo dal mondo della pubblicità, Genovese è un uomo di mestiere nel senso più stretto del termine, per il fatto di concepire il suo lavoro in funzione del pubblico e di pensare in termini di immagini. Nel cinema questa attitudine si è tradotta in una capacità di sintesi e in una chiarezza di linguaggio che deve molto alla cura del comparto visuale, e in particolare alla ricchezza di informazioni contenute all'interno della cornice filmica. "Sei mai stata sulla luna" se ne giova quando si tratta di caratterizzare un universo fatto di antipodi, con il lusso freddo e sfarzoso della grande metropoli opposto al colori naif dello strapaese meridionale e pugliese, come pure nell'enfatizzare le distanze tra l'attivismo presenzialista e nevrotico di Guia (Liz Solari), la manager di moda protagonista della storia, e lo spontaneismo ruspante e un pò gaglioffo di Tony (Raoul Bova), il fattore della masseria che la donna ha deciso di mettere in vendita. 
 
 
Diversamente, nel momento in cui la storia prende piede, e la favola della "bisbetica domata" si trasforma in una sorta di apologo delle vita agreste e delle virtù contadine, con la bellona convertita al pragmatismo cafone ma sincero del suo aitante pretendente, il film mostra la sua debolezza, non riuscendo mai a rispondere in termini di contenuti alla precisione dell'allestimento scenico. Stereotipi e prevedibilità abbondano in un film che comunque riesce a intrattenere grazue alla solidità degli attori (Da Sergio Rubini a Emilio Solfrizzi) chiamati a dar manforte alla fotogenia delle due primedonne.
 
 
Ma il punto non è questo, perchè qui non si tratta di mettere alla gogna un film che nelle sue premesse popolari e generaliste si porta a casa comunque il risultato, quanto di fare il punto sull'omologazione di un genere come quello della commedia, costretto a svendersi per tenere testa all'inesauribile sete di un mercato schizzofrenico e monotematico. Se poi aggiugiamo che, sempre più spesso, i campioni d'incasso sono proprio quei film che sacrificano la confezione all'anarchia (A parte il fenomeno Zalone ricordiamo gli exploit di Francesco Mandelli e Maccio Capotonda) allora è evidente che il mercato è saturo e il cambiamento, necessario.
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giovedì, febbraio 12, 2015

LA SCOMPARSA DI ELEANOR RIGBY

La scomparsa di Eleanor Rigby
di Ned Benson
con Jessica Chastain, James McAvoy, William Hurt, Isabelle Huppert
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 123'

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore. Se lo chiedeva Raymond Carver in uno dei suoi racconti meglio conosciuti e citati ("Birdman" di AG Inarritu si apre proprio con una frase tratta da quest'ultimo). Amare ed essere amati rimane ancora oggi una delle condizioni fondamentali dell'esistenza umana, eppure almeno nel cinema attuale il tentativo di scavare e comprendere questa dimensione emotiva non gode di grande considerazione. A meno che non si tratti di un nume tutelare - pensiamo a Truffaut ma anche a Eric Rohmer, tanto per restare in Francia - i film che ci hanno provato sono stati snobbati sia dalla critica, quasi sempre a disagio quando si tratta di scrivere di una materia che per forza di cose la mette in gioco sul piano più intimo e personale, che dal pubblico, ingolfato di feuilleton televisivi e perciò ansioso di scrollarsi di dosso il surplus ansiogeno prodotto da quel genere di storie, privilegiando i sorrisi e le risate delle nostre cinecommedie. 
Solo così si può spiegare l'insuccesso di un film come "La scomparsa di Eleanor Rigby", melodramma sentimentale che viviseziona le cause di un matrimonio ormai finito, ragionando sui motivi di una separazione, quella tra Eleanor e Connor, analizzata secondo i punti di vista, distinti e separati, delle parti in causa. Se il progetto originale prevedeva due diversi lungometraggi (regolarmente presentati al festival di Cannes 67), ognuno dei quali dedicato all'esperienza del singolo personaggio, il film che il pubblico avrà modo di guardare altro non è che una combinazione di entrambi i segmenti, sintetizzati e messi insieme per favorire la distribuzione nelle sale cinematografiche. 


Seppur stravolto nel suo intento originale, il film diretto da Ned Benson non manca certo di coinvolgimento, catapultandoci senza troppo tergiversare nel mezzo di un dramma già conclamato, e poi ribadito dal tentato suicidio di Eleanor, salvata per "caso" dal suo istinto di morte e quindi ricoverata presso la casa degli spaventati genitori. In attesa che il destino faccia il suo corso, il film racconta il tentativo di aggrapparsi al ricordo di un amore distrutto dalla perdità di un figlio ma soprattutto descrive "la scomparsa" di quello stato di grazia che aveva accompagnato i momenti più belli di quella relazione. 
 

Una dimensione interiore che il debuttante Ned Benson traduce con una scrittura classica, fatta di riferimenti cinematografici espliciti ("Un uomo e una donna" di Claude Lelouch) di situazioni raccontate in modo minimale (si pensi alla scena, splendida, del tentato suicidio, gestita in un contesto di assoluta quotidianità) e di una disperazione dignitosa e muta. Di certo non possono sfuggire allo spettatore più avvezzo le conseguenze in negativo di un editing così sostanzioso (circa 60' in meno della versione originale) , come lo è per esempio il divario di spessore psicologico tra i due protagonisti e le figure familiari, la cui importanza nell'economia del film è più intuita che dimostrata. Una riduzione che non riesce a scalfiggere la cristallina interpretazione di Jessica Chastain, empatica senza enfasi nel suo ruolo di donna tradita dalla vita. A lei e al suo personaggio va il nostro cuore, e pensiamo, quello delle spettatrici.
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TAKEN 3- L'ORA DELLA VERITA'

Taken 3- l'ora della verità
di Oliviere Megaton
con Liam Neeson, Forest Whitaker, Maggie Grace, Famke Janssen
Francia, 2015
genere. azione
durata, 112'
Giunta al suo terzo capitolo la saga di Bryan Mills, ex agente della CIA costretto a tornare in azione per difendere la sua famiglia non mostra segni di stanchezza, rilanciando le avventure del suo protagonista all'interno di un panorama perfettamente integrato  con luoghi  e iconografie  dell'action movie americano. Una metamorfosi non casuale quella di "Taken", e in totale sintonia con la carriera del "produttore" Luc Besson, il tycoon francese capace di venire a patti con le radici della sua cultura, liofilizzata negli aspetti più nobili e successivamente espansa attraverso una grandeur rintracciabile non solo nella fiducia di poter competere - dal punto di vista commerciale - con le major hollywoodiane, sfidate e più di una volta surclassate sul loro stesso terreno (gli stratosferici incassi di "Io vi troverò" e di "Lucy" ne sono un esempio) ma di poterlo fare con una mimesi estetica che ha pochi precedenti.


"Taken" nasceva come tipico prodotto di rincalzo, pensato e realizzato come "copia conforme" dell'originale americano: era infatti un action movie che mutava le caratteristiche di genere, applicandole però ad un contesto prettamente imitativo. Besson e chi per lui ( ieri Pierre Morel, oggi Oliviere Megaton) immaginarono una Parigi losangelina, trapiantandovi una storia la storia di un giiustiziere americano costretto a volare in Europa per salvare moglie e figlia rapite da una banda di manigoldi.  A parlare inglese era il ritmo incalzante delle sparatorie e degli inseguimenti come pure il protagonista Liam Neeson, attore allora in ribasso ma abbastanza yankee per essere annoverato nella categoria del bad cop cinematografico. Oggi invece, e qui arriviamo a "Taken 3 - L'ora della verità", la sensazione è quella di trovarsi di fronte al classico film d'azione americano: non solo perchè dopo una serie di avventure ambientate totalmente o in parte nel vecchio continente, gli Stati Uniti ritornano a essere il naturale far west della storia, e neanche per il fatto che Neeson, rivitalizzato dall'entusiasmo degli spettatori ha nel frattempo acquistato l'dentità necessaria a imporre il suo personaggio senza bisogno di ricorrere ad "aiuti" esterni. La ragione più intima e forse più banale risiede invece nella trama di una sceneggiatura che rispettando il trend in vigore (da "Tovarek" a "The Equalizer") scegli i cattivi di turno tra i figli della nuova Russia. Un omologazione non da poco per un prodotto scontato ma comunque godibile. Gli spettatori applaudono divertiti e questo basta a Besson per continuare ad andare avanti senza troppi cambiamenti.
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