sabato, ottobre 19, 2019

WEATHERING WITH YOU

Weathering with you
di Makoto Shinkai
genere. animazione
Giappone, 2019
durata, 114'




Nuovo film di Makoto Shinkai che in patria ha riscosso un enorme successo, tanto da essere il film più visto del 2019. Dopo il trionfo di “Your name”, il regista giapponese torna ad affrontare la tematica del legame in generale e, attraverso esso, anche quello dell’amore.
Hodaka è uno studente liceale di 16 anni che, fuggito di casa, tenta la fortuna a Tokyo. Qui, dopo aver vissuto per un po’ in strada senza cibo, né un conforto, decide di rivolgersi ad un uomo che lo aveva aiutato durante il tragitto. Questi decide di assumerlo come stagista, fornendogli anche vitto e alloggio in cambio dell’ottenimento di particolari notizie, come, ad esempio, quelle che riguardano le cosiddette “portatrici di sereno”. Ed è proprio una portatrice di sereno quella che Hodaka incontra un giorno: la giovane Hina che vive sola con suo fratello Nagi e che ha il potere di fermare le piogge, sempre più frequenti a Tokyo, e portare il bel tempo.
Oltre all’onnipresente tema del legame (e se si vuole anche del destino), l’altro interessante aspetto affrontato da Shinkai è quello del clima. In un momento storico nel quale le problematiche legate al riscaldamento globale e le proteste per permettere un miglioramento delle condizioni sono sempre più frequenti e sentite, “Weathering with you” cerca di inserirsi e dire la sua. La Tokyo sempre più piovosa che i due protagonisti vivono è destinata, proprio a causa di questo evento meteorologico, a modificarsi nel tempo. Chiaramente il regista giapponese dà una motivazione legata alla sua storia e più “fantasiosa” rispetto a quella effettivamente reale, ma riesce comunque a rendere attuale una storia che non ha una collocazione temporale precisa.
Tornando, invece, al tema del destino esso è ben radicato fin dai primi minuti del film, quando Hodaka esce ad ammirare un temporale tutt’altro che “naturale” che, in qualche modo, lo lega inevitabilmente a Hina.


Più che riuscita la decisione di inserire, all’interno della narrazione, chiari ed evidenti riferimenti all’opera precedente di Makoto Shinkai, “Your name”, della quale si possono comunque riconoscere in primis le ambientazioni, ma anche, ovviamente, i tratti. L’aver, però, inserito proprio i due protagonisti della pellicola precedente che mantengono i loro nomi è il vero colpo di genio. Addirittura i due si trovano ad interloquire con il nuovo protagonista in situazioni che sembrano richiamare il successo dello scorso film: Taki che si prende cura della nonna e dà consigli a Hodaka su come comportarsi, così come li avrebbe voluti lui, e Mitsuha che, invece, aiuta il giovane nell’acquisto di un regalo, parlando del destino e della vita in generale.
L’aspetto fantasy della storia, sicuramente ben più evidente rispetto al passato, permette, in maniera paradossale, di dare spiegazioni più plausibili a ciò che viene mostrato proprio perché la soluzione è da ricercarsi nell’assurdo. Un fantasy che comunque, seppur in minima parte, era presente anche nel precedente lavoro del regista, ma in modo più sottile, e che qui rischia di sortire l’effetto contrario, fornendo fin troppe spiegazioni e troppe risposte allo spettatore abituato ad essere sorpreso dal visionario regista giapponese. Qui il pubblico, a parte forse i primi minuti, riesce a comprendere e seguire tutti i drammi che si susseguono e che colpiscono (o hanno colpito) tutti i personaggi coinvolti, nessuno escluso, senza porsi troppi interrogativi. E forse vuole essere proprio questa la caratteristica principale dell’opera: essere più immediata e lineare anche e soprattutto per un pubblico occidentale.
Veronica Ranocchi

IL PICCOLO YETI

Il piccolo yeti
di Jill Culton e Todd Wilderman
Stati Uniti, 2019
genere: animazione
durata,: 97’


Nuovo film d’animazione della Dreamworks, “Il piccolo yeti” è la storia del viaggio di Yi e del suo nuovo e improvviso amico che ribattezza Everest. La giovanissima, costantemente impegnata in qualsiasi tipo di attività, sia per guadagnare denaro sia per non pensare alla recente perdita del padre, si ritrova una sera con uno yeti sul tetto della propria  casa, fuggito, all’inizio del film, da un laboratorio. Yi decide fin da subito di aiutarlo e riportarlo a casa sul monte Everest. Ad accompagnarla in questo viaggio e nelle mille peripezie che naturalmente ne seguiranno ci sono, involontariamente, anche l’amico di sempre Jin e il cugino di quest’ultimo, Peng che abitano nella stessa palazzina della protagonista. I tre ragazzini vivranno una serie di avventure insieme al loro nuovo e improbabile amico, ai limiti dell’assurdo scoprendo doti particolari dello yeti, ma anche mostrandosi finalmente per quello che sono realmente.
Mai arrendersi e mai perdersi d’animo sembra suggerirci la pellicola, con una protagonista che anche nelle situazioni più disperate non si arrende, ma si rialza sempre guardando avanti.
Lo yeti è, in realtà, la metafora della piccola Yi che deve cercare di ritrovare la sua famiglia, ricucendo i rapporti, che si stanno deteriorando, con la madre e la nonna, a seguito del grave lutto subito in famiglia. La giovane si è chiusa in se stessa, non trascorre molto tempo in casa e mente costantemente ai suoi cari. Allo stesso modo anche lo yeti deve ritrovare la sua famiglia che lo aspetta sulla cima dell’Everest dove è giusto che viva, lontano dalla civiltà che può solo nuocergli.
La storia, di per sé già vista, ha comunque una propria originalità nel modo in cui viene mostrata e presentata. Tante le citazioni, più o meno volute, che si possono cogliere soprattutto dall’universo dell’animazione, ma non solo.
E interessante anche l’aspetto dell’antagonista, ben celato all’interno della storia e pronto a uscire allo scoperto nel momento più inaspettato.
La vera protagonista della storia è, però, la natura e la sua capacità di aiutare chi si affida a lei. I vasti paesaggi che ci vengono mostrati non fanno solamente da cornice all’intera vicenda, ma ne costituiscono un elemento fondamentale.
Veronica Ranocchi

martedì, ottobre 15, 2019

AT THE MATINEE. CONVERSAZIONE CON GIANGIACOMO DE STEFANO



Con At the matinée di Giangiacomo De Stefano torniamo ai tempi del CBGB, celebre ritrovo sulla Bowery snodo cruciale della scena hardcore di New York a metà degli anni Ottanta, crocevia dei fermenti musicali, delle aspirazioni e dei progetti che animavano il mondo giovanile del periodo




E’ uno dei rari luoghi comuni non così stucchevoli quello in base al quale la musica abbatte le barriere. Nel tuo lavoro tale assunto emerge inquadratura dopo inquadratura. E a maggior ragione, verrebbe da dire, l’energia indomabile della scena hardcore che hai deciso di descrivere - quella della New York di metà anni ’80 - ribadisce e rivendica quella che potremmo definire una schietta indole proletaria, peculiarità già vista, tra le altre, in un’opera come About the young idea di Smeaton, circa la parabola dei britannici Jam. Cosa ne pensi ?

Sono d’accordo. L’hardcore di New York è uno di quei pochi filoni di questo genere che ha avuto una genesi prevalentemente proletaria. Ci sono state eccezioni come per i membri dei Beastie Boys, ma non si può non sottolineare come la maggior parte dei componenti della prima scena newyorkese provenga decisamente dalla strada. Nelle vicine Washington o Boston le cose sono andate in modo diverso: i ragazzi qui provenivano da ambienti dell’alta borghesia. Questo peccato originale l’hardcore di New York se lo è portato addosso sempre. Anche nel periodo d’oro dei matinée, dove ai concerti andavano persone di ogni ceto sociale, in buona parte provenienti dal Queens, le stigmate poco rassicuranti di chi ha dato vita a quella scena sono state un marchio di fabbrica indelebile.


Il CBGB (Country Blues Grass Blues), sulla Bowery nel Lower East Side, è il locale centro catalizzatore di questa - soprattutto se ricordiamo i tempi - non marginale epopea artistica dal basso. Con pochi soldi e un po’ di idee, cioè, era possibile esprimersi pressoché senza filtri ma più di tutto incontrarsi, scambiarsi suggestioni e propositi.

Il CBGB è stato un luogo unico. Probabilmente il più famoso rock club al mondo. In At the matinée abbiamo sfruttato e fatto nostra questa fama e il valore iconico del club, ma allo stesso tempo credo che si debba essere onesti quando si afferma che non tutto quello che è passato al suo interno ha avuto la stessa rilevanza del punk degli anni 70 o della scena hardcore. Quando nel ’93 andai per la prima volta al CBGB, vidi un gruppo abbastanza anonimo chiamato Falafel Mafia suonare di fronte a, forse, una decina di persone. Insomma, non certo una serata interessante. Nonostante questo mio approccio decisamente dissacratorio, penso che il CBGB abbia incarnato la creatività malata del rock che è stato generato a New York per quasi due decadi. La sua sporcizia, pericolosità ed energia, ha svelato e dato spazio a grandissime forme di arte e musica.


Una della osservazioni a mio avviso dirimenti contenute nel film riporta: “Era (la scena musicale) una affermazione disfunzionale della vita”. Sei d’accordo e, nel dettaglio, come valuti questo pensiero ?

Questa frase di Craig Setari dei Sick of it all spiega benissimo, per chi non ne ha fatto parte, l’essenza dell’hardcore di New York. Un mondo parallelo nel quale crei la tua forma espressiva, la veicoli con i tuo mezzi e alla fine riesci a riconoscerti in una comunità trovando persone che come te sono a loro modo disfunzionali rispetto al mondo che li circonda. Non male se ci pensi.

Tra i riferimenti presenti nel documento troviamo la figura di Walter Schreifels (Youth of TodayGorilla Biscuits), musicista e autore che ha vissuto in prima persona i diversi stadi evolutivi della scena e qui narratore e testimone vivente. Posso chiederti cosa vi ha avvicinato e in base a quale logica avete deciso di collaborare ?

Walter è un musicista di talento che ha avuto e ha ancora un suo percorso anche fuori del punk. Quando la sua esperienza nella scena hardcore si è conclusa all’alba dei ’90, ha continuato a calcare palchi anche più importanti di quelli del CBGB. In tempi relativamente recenti ha scritto un paio di brani sui matinée hardcore e sui suoi protagonisti. Questa visone mi è piaciuta e allora ho chiesto se poteva aiutarmi in questa avventura. Nonostante tutte le difficoltà produttive ce l’abbiamo fatta. Non posso che ringraziarlo ancora.

Mi piacerebbe conoscere il tuo personale rapporto con questo particolare genere musicale: preferenze, idiosincrasie, perplessità, oggi come oggi, volendo, persino nostalgie.

L’hardcore è stato fondamentale per me. Per attitudine e anche dal punto di vista sonoro, lo sento ancora come ciò che mi rappresenta di più musicalmente, nonostante abbia sempre ascoltato tantissimi altri generi. At the matinée è il mio primo lavoro dove davvero racconto una cosa che amo e che è mia sotto molteplici punti di vista. Questo per dire che per quanto mi riguarda c’è stata molta attenzione nel cercare di non scadere nell’autoreferenzialità di chi affronta un lavoro del genere. Spero di esserci riuscito.

Tornando al film, dopo la descrizione di alcune stagioni notevoli per entusiasmo e creatività - teniamo a mente che per il CBGB passano band decisive per la codificazione di uno stile preciso per ciò che attiene l’hardcore, e non solo della costa Est: dai già citati Youth of Today e Gorilla Biscuits, agli Agnostic Front, con il loro fondamentale Victim in pain da te prontamente sottolineato, passando per i Cro-Mags, i Warzone, i Murphy’s Law, solo per citarne alcune - notiamo nello svolgersi delle sequenze che qualcosa comincia a deperire, a incattivirsi, addirittura. Cambiano i tempi, cambia New York. Le immagini da te proposte sembrano adombrare una sorta di combinato disposto tra un progressivo imporsi della cosiddetta gentrificazione (termine che avvilisce solo a pronunciarlo) dei luoghi e una spinta verso un generico ristabilimento dell’ordine perseguito dalle autorità già a partire dall’era Koch, via via fino a Bloomberg. Ce ne vuoi parlare ?

In realtà, ragionandoci con attenzione, la scena si incattivisce quando arrivano altri protagonisti a renderla numericamente più grande. Elementi di scene non strettamente legate al punk che portano nell’hardcore una mentalità diversa e che di fatto scardina da dentro l’equilibrio della scena newyorkese. Nello stesso tempo il terreno sul quale si era poggiata questa scena (una New York pericolosa, ma anche accessibile dal basso) incomincia a mutare: la riqualificazione del Lower East Side e quindi la progressiva cacciata di ciò che non è allineato al nuovo che avanza.

Da un punto di vista strettamente cinematografico At the matinée consta di una mole notevole di materiali disparati: squarci intimi della New York più quotidiana; riprese amatoriali; foto di scena rubate alle esibizioni; gli strepitosi flyers; brevi animazioni, racconti in prima persona tra ricordo e asciutta celebrazione della giovinezza, tutto amalgamato secondo uno spirito prevalentemente orientato alla restituzione di un momento privilegiato, a suo modo irripetibile. Come hai, in concreto, affrontato e quindi sezionato/riorganizzato il problema di costruire le linee guida di una storia dai punti di vista potenzialmente infiniti ?

At the matinée è un documentario che, come regista, mi rappresenta al 100%, ma lasciami dire che con altri mezzi sarebbe stato diverso, Non nei temi, ma sicuramente in ciò che si vede sullo schermo. Questa capacità di sperimentare e inventare con quello che si ha a disposizione però, credo faccia parte dell’essere autore di documentari. Voglio dire: rammendiamo elementi diversi e costruiamo trame narrative attraverso questi. At the matinée racconta una scena musicale, le ragioni della sua ascesa e della sua caduta. Quello che desidero è che piaccia a un pubblico eterogeneo di non appassionati di hardcore.

Ray Barbieri (Warzone), nei suoi non isolati scambi dal palco con il pubblico, ripeteva spesso: “Non è importante perché sei qui. Sei qui”. Cosa resta, oggi, di questo invito alla condivisione, ossia della possibilità di incanalare l’energia vitale in un consapevole e non distruttivo discorso anti-sistema ?

Nel suo caso penso fosse un approccio assolutamente spontaneo. Raybeez è stato un personaggio contraddittorio e da alcuni non molto amato. Quello che dici è comunque vero: quando l’ho conosciuto, all’inizio degli anni ’90 a New York, a me e ai miei amici ci ha quasi adottato e invitato a concerti, indicato posti dove mangiare e presentato la sua crew. La cosa più divertente fu che prima ancora di dirci qualcosa, ci mostrò la sua Bibbia. Il primo approccio con lui fu un po’ strano…
TFK


mercoledì, ottobre 09, 2019

Uscite settimanali: At The Matinée di Giangiacomo De Stefano


Premio del pubblico al Biografilm di Bologna, At The Matinée di Giangiacomo De Stefano sarà in sala per un tour di proiezioni a partire da mercoledì 9 ottobre.

Nel 2006, il CBGB di New York, il più famoso rock club al mondo, chiude le sue porte per
sempre. Tutti lo conoscono per Blondie, The Ramones e Talking Heads, ma nessuno ricorda che ciò che lo rese grande furono i matinée punk hardcore degli anni '80.



Prodotto da La Sarraz Pictures, società di produzione cinematografica nata a Torino nel2004, il tour di At The Matinée nelle sale italiane partirà mercoledì 9 ottobre dal Cinema Boldini di Ferrara, per poi toccare Torino, Roma, Bologna e tante altre città.



Le prime date:



• 09/10/2019 | Cinema Boldini, Ferrara | ore 21.00



alla presenza del regista e di Marco Pecorari (Rumore)



• 12/10/2019 | Cinema Massimo Torino | ore 21.00



alla presenza del regista e Tino Paratore (DNE, C.O.V., Havoc...), in collaborazione con



Seeyousound e Sottodiciotto Film Festival.






IO, LEONARDO


Io, Leonardo
di Jesus Garces Lambert, 
con Luca Argentero, Angela Fontana, Francesco Pannofino
Italia 2019
genere, biografico
durata, 90'


Pensare di fare un film incentrato sulla vita, le opere e la personalità di una figura come Leonardo Da Vinci fa parte di una progettualità che di solito ha più a che vedere con gli aspetti celebrativi e della divulgazione che con quelli afferenti al cinema. Dunque, la scommessa di un’operazione come quella messa in piedi da Sky Arte, con la collaborazione di Lucky Red, si sostanziava nel tentativo di coniugare la realtà dei fatti e la loro esaltazione senza prescindere dalla capacità propria del cinema di reinventare la realtà per arrivare a raccontarla nel modo più veritiero possibile.

In tal senso, il paradosso di un film come Io, Leonardo consiste nel fare della fattualità storica un’opera di fantasia che, senza tradire la biografia del grande personaggio, è in grado di far vedere ciò che è impossibile mostrare. E non parliamo delle opere replicate attraverso immagini che fanno da sfondo a molti attimi della nostra esistenza ma, per esempio, di Leonardo stesso (interpretato da un inedito quanto efficace Luca Argentero), di cui non conosciamo le fattezze se non attraverso un ulteriore mediazione artistica (ritratti, disegni) e, soprattutto, della sua mente, esplorata dalla regia di Jesus Garces Lambert nella vertigine e negli abissi che ne ispirarono l’insaziabile e ossessiva curiosità verso ogni aspetto del creato.

Così, se come dice la voce narrante, per Leonardo le opere d’arte, a iniziare dalla pittura, non erano cosa morta ma respiro e movimento, allo stesso modo il film, con l’ausilio di mezzi tecnici e curati effetti speciali, non si limita a riprodurre filologicamente il percorso creativo e le sue suggestioni bensì le proietta in una dimensione, quella della mente di Leonardo, che in quanto tale permette allo spettatore di condividerne allo stesso tempo l’epifania e la realizzazione, in un trionfo di visioni che fanno della tridimensionalità del frutto dell’ingegno lo specchio più fedele del punto di vista dell’autore. Da qui discende pure la scelta di mantenere eternamente giovani le fattezze del protagonista, essendo ciò che vediamo non un resoconto fenomenologico del personaggio ma la manifestazione della sua essenza, destinata per sua natura a non subire le ingiurie del tempo.

Dedicato alla figura di Leonardo nel cinquecentenario della sua morte, Io, Leonardo non evidenzia solo un notevole impegno produttivo ma anche un ricercato gusto dell’estro per la presenza, nel cast tecnico, di alcuni dei migliori esponenti di quell’artigianato artistico nostrano – unico al mondo – di cui il grande toscano è stato allo stesso tempo precursore e interprete: parliamo di Daniele Ciprì, già direttore, tra l’altro, della fotografia di Marco Bellocchio e, non ultimo, de Il primo Re di Matteo Rovere, qui incaricato di restituire luci e ombre dell’universo leonardesco e, infine, dei pluripremiati Francesco Frigeri (scenografia) e Maurizio Millenotti ai costumi.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

sabato, ottobre 05, 2019

JOKER


Joker
di Todd Philips
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beats
USA, 2019
genere, drammatico, thriller
durata, 123'



Nei dibattiti relativi allo stato di salute della Settima arte capita sempre più spesso di leggere articoli in cui le parti in causa tirano in ballo i supereroi e il filone cinematografico ad essi dedicato come segno della perdita di interesse da parte dei mogul hollywoodiani nei confronti della complessità del reale. Predisposti al raggiungimento della massima performance economica e perciò cablati sulla capacità di raggiungere il maggior numero di persone attraverso il livellamento di qualsivoglia diversità, i lungometraggi in questione sono stati messi all’indice dalle frange più ortodosse per aver tolto (indirettamente) spazio al cinema delle idee. Detto che l’ultimo a esprimersi in tal senso è stato nientemeno che David Cronenberg, giunto al Lido per la presentazione della versione restaurata di “Crash” e pronto a lanciare la bomba profetizzando l'occupazione assoluta delle sale da parte di Marvel e DC Comics e la migrazione degli "altri" nelle sempre più in voga piattaforme, c’è da chiedersi in che modo l’uscita di "Joker" riuscirà a spostare i giudizi delle parti in causa.

Certo è che Barbera, anticipando i tempi secondo chi scrive, vedendo ancora una volta lungo, la sua risposta l’ha data, piazzando il lungometraggio di Todd Phillips al fianco dei vari Larrain e Polanski, nella speranza di ripetere lo scalpore mediatico e i titoloni sui giornali suscitati dalla vittoria del Leone d’oro da parte del "reprobo" Guillermo del Toro e del suo "La forma dell’acqua". "Joker", infatti, è quanto di più lontano si possa immaginare dal tipico film di supereroi, perché a mancare è la materia stessa del contendere, ovvero gli effetti speciali, esclusi o quasi in ragione del venire meno - e qui è l’altra novità - di quei super-poteri ai quali la CG dà la possibilità di potersi manifestare sul grande schermo.
Prima di acquisire la sua nuova identità e anche dopo, Arthur Fleck è e rimane un uomo vittima della propria schizofrenia, per caso - almeno secondo la versione che ne dà Todd Phillipps -  eletto a emblema della rivolta sociale scoppiata sul finire del film lungo le strade di Gotham City, quando, perso qualsiasi contatto con la realtà e macchiatosi di un omicidio diventato virale per essere stato ripreso in diretta televisiva, il nostro diventa il simbolo della protesta. Una casualità che nulla toglie al fatto che mai prima di "Joker" la componente eversiva nei confronti dell’ordine costituito era stata teorizzata e si era poi espressa con la precisione di intenti e soprattutto con la rabbia esternata dal film di Phillips, la cui caccia all’untore vede nell’eliminazione delle classi più ricche (urlata per le strade dalla popolazione insorta) il primo gradino della rinnovata palingenesi.

Sul piano della forma, il regista fa della rappresentazione del mondo il riflesso della personalità schizofrenica del suo antieroe, e quindi delle componenti drammatiche e grottesche insite da una parte, nelle conseguenze psicologiche  degli abusi familiari subìti dal protagonista e riversati sui malcapitati di turno dall’altra, nella frustrazione di cui si nutre il sogno del protagonista di diventare un stand-up comedian di successo, infranto in diretta nazionale nel corso del talk-show presentato  da un Robert De Niro qui nella parte opposta a quella che gli era toccata in "Re per una notte". Che poi, a ben vedere, quella di Gotham City sia la quintessenza della società dello spettacolo ce lo dice la scrittura del film, ancora una volta imperniata dal narcisismo esibizionistico di Joker, sempre intento a pensare in grande, immaginandosi una star televisiva, oppure lesto a trasformare strade e scalinate nel palcoscenico su cui ballare le note degli adorati musical (genere al quale di certo "Joker" guarda e si rifà).

Ma il film è soprattutto il one man show di Joaquin Phoenix, incontenibile, versatile e strabiliante con o senza la maschera grottesca che gli incornicia il viso in un ghigno di crudele follia. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a un campione di una compagine sportiva lasciato libero di esprimersi a suo piacere a patto che porti a casa il risultato anche per gli altri. Joaquin di certo lo fa, perché accanto a lui a fare un figurone sono il regista e gli altri attori, davvero di contorno (anche Robert De Niro) rispetto agli assoli di Phoenix.
Comunque la si pensi, siamo di fronte a un modello di recitazione degna del miglior Actor's Studio, dunque a quell’immersione totale nel personaggio che ha come contropartita gli eccessi legati al surplus di enfasi dovuto al fatto di recitare a briglie sciolte. In realtà, considerata la natura a dir poco sopra le righe del protagonista, certi surplus di ego ci possono pure stare. Certo, siamo lontani dalla rigorosa sobrietà di Jean Dujiardin (anche lui candidato a vincere un premio come migliore attore) e non c’è dubbio che quando si muove a passo di danza, oppure mentre si rivolge all’interlocutore con dei primi piani degni del Perkins di "Psyco", la performance del nostro diventa davvero irresistibile.

A parte Phoenix,  Phillips ci mette anche del suo firmando la sceneggiatura e poi inventandosi una specie di Kammerspiel in cui dolby e panoramiche sono quasi sempre esclusi nell’intenzione di enfatizzare la dimensione psichica della rappresentazione. Il risultato è un falso blockbuster (non solo dal punto di vista estetico ma anche in termini produttivi) sempre in bilico tra realtà e allucinazione. In attesa di sapere gli esiti del palmarès veneziano in cui "Joker" è dato (non da noi) tra i favoriti per la vittoria finale, aspettiamo di vedere l’accoglienza del film da parte del pubblico pagante per aggiungere ulteriori considerazioni. In ogni caso promozione a pieni voti per Phoenix e soci.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

VOX LUX

Vox Lux
di Brady Corbet
con Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin
Usa, 2019
genere, drammatico
durata, 110'



In concorso al Festival del cinema di Venezia del 2018, ma uscito nelle sale solamente adesso, “Vox Lux” è il secondo film del giovane regista Brady Corbet.
La storia mostra la vita e l’ascesa al successo di Celeste, una ragazzina miracolosamente sopravvissuta a una tragedia avvenuta nella sua scuola, nella quale hanno perso la vita l’insegnante e i compagni di classe. In occasione della commemorazione di tutte le vittime, Celeste, insieme a sua sorella, Eleanor “Ellie”, compone una canzone, partendo proprio da questa grande tragedia da lei vissuta in prima persona, e si esibisce di fronte a tutti. La canzone ha subito un grandissimo successo, tanto da far diventare le due sorelle delle celebrità. Per questo scelgono di essere accompagnate da un manager che possa indirizzarle verso le scelte più giuste. Tutto sembra andare per il verso giusto finché Celeste, prima si allontana dalla sorella, e poi, all’età di 31 anni, si trova di fronte ad un altro grande atto di violenza che dovrà fronteggiare con i mezzi che ha a disposizione.
A dare il volto alla tormentata cantante ci pensa, nella prima parte del film, Raffey Cassidy (con un doppio ruolo nella pellicola) che riesce a dare delle sfumature a Celeste che permetteranno allo spettatore di comprendere alcuni atteggiamenti e alcune scelte che la protagonista farà, poi, in futuro. Nella seconda parte del film alla giovane subentra Natalie Portman che interpreta una Celeste adulta con una figlia e che, oltre a lunghi dialoghi densi e complessi, si cimenta anche nel canto e, in minor parte, anche nella danza con eccentrici costumi di scena che rispecchiano alla perfezione la complessità del personaggio. Jude Law è, invece, il manager che, una volta compreso il potenziale di Celeste, cerca di “vivere di rendita” approfittando di ogni situazione.


Altro membro del cast da non dimenticare è Willem Dafoe, profonda voce narrante che introduce lo spettatore all’interno della storia, raccontando aneddoti passati, cercando di descrivere gli stati d’animo dei personaggi e provando a dare sempre una spiegazione ai vari comportamenti.
Scelte registiche azzardate, ma nel complesso riuscite. Una su tutte la sequenza della strage scolastica che il pubblico inizialmente percepisce solamente e vive insieme alle vittime, pur essendo dalla parte “fisica” (della telecamera) dell’attentatore, ma che non si aspetterebbe mai.
Un altro elemento degno di nota è la scelta di porre i titoli di testa come fossero titoli di coda, con tanto di colonna sonora, mentre sullo sfondo appaiono immagini che, a primo impatto, possono sembrare prive di significato o fini a se stesse, ma che, con il procedere della narrazione, appaiono più chiare.
Non il classico film sulla storia di una cantante e su come riesce ad ottenere fama e notorietà, ma forse più un film psicologico che analizza il carattere dei personaggi, scavando a fondo nella psiche di ognuno. E un film di denuncia a tutta la società che appare nella storia, una società corrotta, disposta a tutto pur di ottenere qualcosa. Insomma un film che fa riflettere.
Veronica Ranocchi

INVISIBILI: BRAGUINO


Braguino
di, Clément Cogitore
genere, documentario
Francia 2017
durata, 47’


If it keeps on rainin', levee's goin' to break
If it keeps on rainin', levee's goin' to break
When the levee breaks I'll have no place to stay

- Led Zeppelin -


Magari l’avvenire e la sorte si incaricheranno di pronunciare una parola definitiva - felix culpa - circa la possibilità di immaginare un sistema di vita alternativo a quello basato sullo sviluppo e l’accumulazione recuperando, quantomeno e prima che sia troppo tardi (prima, mettiamo, della nostra riduzione a mere macchine biologiche o a destinatari del Voigt-Kampff) un rapporto stretto con l’ambiente e i suoi cicli, ossia, alla fine, vanificando davvero, del predetto sistema, asprezze, limbi vegetativi e liquami. Nel frattempo, frammenti sparsi di una sorta di istintiva resistenza provano a farsi largo punteggiando il pianeta di focolai di appartata ma coriacea opposizione. Una di queste anacronistiche sacche avulse dalla rincorsa verso l’ammasso mentale d’Occidente è di certo quella individuata da Cogitore in un angolo di taiga siberiana (per i romantici e i curiosi: ci troviamo a Lat. 062 51.04 Nord e Long. 082 01.14 Est) e costituito in via esclusiva da due clan familiari - i Braguine, posti in evidenza poiché è dal loro punto di vista che conosciamo i ritmi e i riti di una manciata di esistenze così lontane da ogni parametro abitudinario, e i Kiline - di per sé già poco espansivi e per sovrappiù anche rivali, tanto da avere eretto una staccionata di legno a separare con nettezza le rispettive proprietà. Nel caso le condizioni di sussistenza non fossero abbastanza estreme, visti gli imperativi irriducibili a cui devono soggiacere - il clima, l’isolamento, la penuria di cibo (proveniente per lo più dai frutti di stente coltivazioni e dalla caccia: l’uccisione di un orso, per dire, un vecchio esemplare, non prevede sprechi di sorta. Persino le sue zampe posteriori vengono utilizzate come base per un paio di scarpe pesanti. In più, non si mancherà di allestire una cerimonia durante la quale, attraverso preghiere, canti e danze, si darà commiato alla sua anima) - ecco che il paradosso, compagno quintessenziale dell’avventura umana, con dispettosa lungimiranza prende a brigare in modo da provare a unire ciò che la consuetudine alimentata dalla diffidenza e dal pregiudizio separa: là, su un isolotto sabbioso emerso in corrispondenza dell’ampia ansa di un fiume - il Sin - dove i bambini di entrambe le comunità hanno deciso di stabilire il palcoscenico dei loro giochi. Parliamo di nuove generazioni in genere biondissime e dall’incarnato latteo, comprese in un’età che va dalla fine dell’infanzia all’adolescenza, i volti di quando in quando attraversati da mezzi sorrisi di precoce ma insopprimibile mestizia eppure, nonostante l’egestà prevalente, curiosi e stupiti come i colori dei giorni - al mattino tenui e sfumati, al crepuscolo lividi - di un’incantata estate sub-artica, correlativo oggettivo di quell’impulso che, in barba a ogni divieto, sembra spingerli irresistibilmente gli uni verso gli altri.

La breve esplorazione del regista francese, in forma di diario etnografico integrato dai segni contati di una elementare messinscena, all’interno di un singolare e spontaneo esperimento sociale en plein air a corroborare di notazioni ulteriori l’utopia delle cosiddette piccole patrie, può tornare tra l’altro utile al momento di soffermarsi sulla distanza (oramai incolmabile ?) che ci separa - noi moderni - prima di tutto intellettualmente, cioè culturalmente, dalla prospettiva di ritenere parte del bagaglio umano sistemi sociali altri (in realtà antichissimi e di patrimonio comune ma di fatto rimossi da una cecità collettiva che assegna solo al futuro il ruolo di figura guida), al fine di una autentica riappropriazione del tempo individuale in risposta al tritatutto della produzione e del consumo. Tra le maglie fitte tessute dalla rete di sguardi su cui il film fonda il suo fascino immediato e il suo specifico linguistico (in opposto contrappasso al precedente “Ni le Ciel, ni la Terre”, in cui i militari protagonisti sullo scacchiere afghano sono impossibilitati a vedere ciò che innanzitutto sono incapaci di comprendere), sguardi ora meravigliati ora guardinghi che scrutano l’imprevedibile e sconfinata astrattezza del paesaggio siberiano, soppesano e ricalibrano un giorno via l’altro la rilevanza di vecchi rancori e inedite, teoriche tregue (e che non risparmiano la stessa troupe giunta al seguito di un grosso elicottero da trasporto e guatata con l’animo sospeso di chi sta decidendo se ciò che ha davanti agli occhi è uno strano portento o solo un altro, pericoloso importuno), si coglie, così, in trasparenza, la misura esatta di un equilibrio primigenio esposto a un rischio enorme, vale a dire la tante volte ribadita fragilità del legame che assicura il nostro destino alla terra, ora ridotto a puntiglio da emarginati o, velenosa tristezza, a patetica scimmiottatura. Il passo stesso del lavoro di Cogitore, del resto, indugia tra la curiosità meditabonda di chi annota gesti e parole desueti quantunque prossimi (i Braguine al completo riuniti per i pasti alla luce di sparute candele riflettono ad alta voce, crucciati e schivi, sul loro destino incerto) e chi trattiene a stento la premura febbrile di documentare, a futura memoria, i prodromi di una ennesima estinzione (“Nella taiga la cosa più pericolosa è l’uomo. Io non mi fido più di nessuno”, osserva il capo famiglia all’indirizzo dell’anziano padre arrivato ai tempi in quelle lande remote “per sfuggire alla civilizzazione” e negli anni passato attraverso le incomprensioni con i Kiline, gli appetiti dei bracconieri e le periodiche rivendicazioni di diritti di possesso da parte delle autorità statali: “Io ho i documenti di questa terra. Ho i documenti !”, gli sentiamo ripetere dopo l’ultima ingiunzione a scendere a più miti consigli).
“Il cielo grida… ora. Grandi cose stanno per accadere”.

[Dobbiamo limitare anche il potere delle grandi aziende che causano dipendenze patologiche, che siano oppioidi o fast food, bevande zuccherate ma pure i social media - tipo Facebook - che concorrono a diffondere frustrazione e depressione. Soprattutto dobbiamo proteggere il nostro ambiente, per la nostra salvezza, il nostro benessere e la nostra pace mentale - Jeffrey Sachs, economista. Docente di Sviluppo sostenibile, Politica e Gestione della Salute, nonché Direttore dell’Earth Institute, presso la Columbia University -].
TFK

venerdì, ottobre 04, 2019

LOU VON SALOME'


Lou von Salomè
di Cordula Kablitz-Post
con Katharina Lorenz, Nicole Heesters, Liv Lisa Fries
Germania, Austria, 2016
genere, biografico
durata, 103’


Ispirato alla donna che ha “aiutato” le teorie di Friedrich Nietzsche, il film di Cordula Kablitz-Post sembra forse romanzare un po’ troppo e cadere spesso in citazioni filosofiche piuttosto che proseguire nella narrazione vera e propria.
La storia della celebre scrittrice, filosofa e psicanalista viene raccontata da lei stessa, attraverso un dettato che lei fornisce ad un giovane germanista in crisi che si rivolge alla donna.
Siamo nel 1933. I libri sono stati bruciati in piazza e la psicanalisi è considerata una scienza ebraica illecita, tanto da costringere la donna a chiudersi in casa per paura di eventuali ripercussioni. Quello che fa è, quindi, un combattimento mentale, data l’immobilità e la quasi totale cecità, dovuta al diabete. Grazie all’arrivo di Ernst Pfeiffer, questo giovane germanista, la scrittrice si lascerà andare raccontando al sua vita e quello che l’ha portata ad essere la donna che è.
Attraverso dei lunghi flashback, introdotti da un’immagine apparentemente statica dove vengono proiettati dei personaggi bidimensionali, ma all’interno della quale la protagonista riesce sempre e comunque a muoversi, lo spettatore può ripercorrere le tappe fondamentali della sua esistenza. Insieme alla donna si potrà entrare in contatto con personaggi storici di rilievo, quali Nietszche, Rilke, ma anche Freud.
Nonostante le sue idee e la sua ferma posizione su determinati aspetti e principi (che porterà avanti per gran parte della propria vita), Lou von Salomé è purtroppo caduta nel dimenticatoio. Ha contribuito in larga parte alla formulazione delle teorie degli illustri nomi di filosofi che si sono ispirati a lei e si sono lasciati trasportare proprio dal suo fascino, rimanendo, però, in un certo senso, relegata a semplice “musa ispiratrice”.
Quello che viene costruito e presentato è uno spaccato della vita della donna che le rende giustizia (soprattutto grazie alla riuscita interpretazione dell’attrice protagonista, Katharina Lorenz), ma che rischia di rimanere nel limbo senza riuscire ad emergere.
L’assenza di narrazione e di tensione drammatica sembra essere il tratto principale al quale difficilmente si riesce a sopperire dal momento che manca anche una vera e propria introspezione dei personaggi, considerando l’ambito nel quale studiano e agiscono.
Elemento interessante è quello, appunto, dell’immagine statica, quasi una cartolina, spesso in bianco e nero, nella quale vengono posizionate delle figure immobili e bidimensionali, al contrario di Lou che, invece, si muove divertendosi.
Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 03, 2019

RIDE: QUANDO LA COLONNA SONORA DIVENTA PERSONAGGIO. INTERVISTA AD ANDREA BONINI E MASSIMILIANO MARGAGLIO



Uno dei film più sorprendenti del 2018 è stato sicuramente Ride diretto da Jacopo Rondinelli  e scritto e supervisionato dal duo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, già registi e autori dell’ottimo Mine del 2016. Ride si presenta come un’opera estremamente innovativa nel panorama cinematografico italiano, girato interamente con delle go pro, seguendo la tecnica del found footage, mette in scena, tra dinamiche action ed estetica da videogioco, il travagliato rapporto tra l’uomo e la tecnologia, muovendosi allo stesso tempo all’interno di un territorio naturale che moltiplica dicotomie e domande. L’intero film è accompagnato dalle musiche di Andrea Bonini  e di Massimiliano Margaglio, che proprio per la loro indole elettronica finiscono per abbandonare il ruolo di semplice contrappunto alle immagini assumendo estrema rilevanza, alla stregua di un personaggio della narrazione, ed inserendosi perfettamente nelle tematiche trattate in RIDE. Proprio con i due autori ho avuto modo di intraprendere una piacevolissima chiacchierata…


Volevo sapere prima di tutto come è nata la vostra collaborazione?

Andrea Bonini: Io venivo da Mine e avevo già capito che ci sarebbe stata una mole di lavoro assurda da portare a termine, sia come colonna sonora che come musica diegetica. Infatti nel film ci sono un sacco di musiche che escono dagli altoparlanti, dai monoliti, dai caschi per esempio;  E in più c’era un lavoro da fare sul“sound-branding” della Black Babylon, come  i pulsanti, i jingle dei personaggi. Quindi ho detto “mi faccio affiancare” e Massimiliano avrebbe sicuramente potuto darmi una mano.



Massimiliano Margaglio: Io e Andrea ci siamo conosciuti in università, studiavamo allo stesso corso, scienze e tecnologie della comunicazione musicale, un corso della statale di Milano, circa dieci anni fa. All’inizio eravamo conoscenti poi dopo aver fatto Mine lui mi ha contattato per una consulenza per fare un suo sito internet. Da lì riscoprendoci entrambi appassionati di musica elettronica  ci siamo mandati un po’ di roba trovando immediatamente dei legami e delle idee comuni, così abbiamo deciso di fare un progetto electro pop, slegato dall’idea delle colonne sonore. Dopo poco Andrea mi ha detto che lo avevano contatto Fabio&Fabio, i registi di Mine e che avevano bisogno musiche elettroniche, 8 bit per un nuovo film e che a lui ero venuto in mente io. Abbiamo deciso di fargli sentire qualcosa e di mandargli un po’ di materiale electro, chiptune e loro si sono gasati e da lì è partita la collaborazione anche per la colonna sonora del film.  

 In Ride viene trattato il rapporto tra l’uomo e la tecnologia che lo circonda, e in tal senso la vostra musica  si inserisce perfettamente in tale tematica, visto il vostro stile.  Volevo sapere se in qualche modo tutto questo ha influenzato la realizzazione dei vostri brani o il tutto è stato concepito in maniera separata

AB: È stato un ibrido, nel senso che avevamo degli input precisi, e dovevamo un po’ andare dietro a tutto l’immaginario che stavano costruendo, quindi a questa commistione tra look da videogioco, un po’ anni 90 con tratti anni 80 e suonini 8bit. Un mix di tutti questi elementi ha portato al risultato finale. Fabio e Fabio supervisionano molto la realizzazione delle colonne sonore, eravamo  liberi di spaziare e proporre le nostre idee ma l’ultima parola aspettava a loro.  Liberi di muoverci nel recinto che avevano costruito.

MM: C’è stato un lavoro di integrazione massima fin da subito. Non c’è nulla di svincolato tra musica, concetti del film, scene etc. Per questo poi tutto funziona,  perché è tutto un amalgama  sia come sincro tra suoni e immagini, che come concept delle scene. C’è stata tutta una parte di lavoro sul sound design, volto a caratterizzare il suono del monolite ma anche quello di quando vincono e perdono. Suoni tutti ideati in modo calcolato. La musica diventa personaggio sia perché ha temi ricorrenti che identificano momenti più adrenalinici, di paura, e parti più thriller ma anche perché c’è la creazione del personaggio monolite che avviene un po’ attraverso il suo suono, quasi ci fosse un’ operazione di sound branding sulla Black Babylon. L’organizzazione massonica ha una sua identità che è stata studiata a tavolino come se fosse un’azienda che chiede sound branding appunto, quindi ha un logo sonoro che la identifica per tutto l’arco del film.

Legandomi alla domanda precedente, un’altra cosa che  ho notato è la forte amalgama che si è creata tra immagini e suoni nel corso dell’intero film.  Il perfetto incastro tra il montaggio frenetico e serrato e il ritmo sostenuto della maggior parte dei brani, fin da quello iniziale che accompagna l’apertura della pellicola. Questa simbiosi è stata frutto di una richiesta nei vostri confronti da parte del regista o avete lavorato in totale autonomia, e  si è creata quindi a posteriori solamente in fase di montaggio?

AB: Tutte e due i casi.  A volte montavano su musiche che gli avevamo dato noi, mentre altre eravamo noi a dover seguire il girato. Il fatto che questa amalgama tra musica e montaggio si evidenzi più nella prima parte è dovuto al fatto che questa è quella più sportiva, in cui il rapporto tra immagine e suono si avvicina maggiormente all’estetica da videoclip, poi a mano a mano che abbandonano le bici e si scatena il delirio nel bosco il tutto vira più verso una colonna sonora classica.

MM: Diciamo che c’è stata una prima fase del lavoro in cui c’erano poche immagini e tanta fantasia. Si discuteva molto e si andava di immaginazione per cui  parte dei brani sono stati fatti prima di capire su cosa andavano effettivamente montati. C’è stato quindi più un lavoro dei montatori sulle musiche. In una seconda parte invece avevamo scene addirittura con il montaggio finale e abbiamo lavorato noi sulle immagini, componendo perfettamente in sincro anche come bpm. Quindi accadono un po’ entrambe le cose.

Una domanda per Andrea. Tu hai lavorato alla realizzazione anche delle musiche di Mine, il precedente film di Guaglione e Resinaro, che rispetto a Ride è un film decisamente più “statico” svolgendosi per quasi tutta la sua durata in un solo luogo. Come è stato lavorare alle musiche di due film, da questo punto di vista diametralmente opposti? E quali differenze hai riscontrato?

AB: Lavorarci è stato proprio l’opposto. Mine essendo un film statico bisognava “tenerlo su” con un commento tra virgolette emozionale, quindi con un appalto di archi e pianoforti, quasi melò, molto melodrammatico come accompagnamento, tutto molto classico . Ride è tutto l’opposto, è un film più “punk”, tutto cinetico, con meno emozione e più adrenalina, quindi ha richiesto una musica maggiormente dinamica e diretta. 

Volevo sapere come cambia il vostro approccio nella creazione della vostra musica in base all’utilizzo a cui sarà successivamente destinata,  e se in tal senso il fatto  che essa sia utilizzata in ambito cinematografico vi porta a lavorare in maniera differente sui brani.

AB: Sicuramente una musica che deve stare in piedi da sola richiede attenzioni in alcuni punti della struttura, per esempio nelle melodie. Paradossalmente applicando la musica sulle immagini invece ti accorgi che a volte devi andare di sottrazione, perché l’immagine è talmente forte che basta poco per sostenerla. Questa è una grossa differenza. Inoltre lavorando ad una colonna sonora devi tener conto che quello che stai facendo deve andar bene anche per il regista, il produttore e che deve essere coerente e commentare per tutto il film. È un impegno superiore anche a livello di tempo.

MM: Cambia tutto, nel senso che per quello che riguarda la musica su commissione molto dipende da chi la chiede, in questo caso Fabio Guaglione ha seguito la parte di direzione artistica anche per le musiche , quindi è stato abbastanza presente dando delle informazioni molto precise su quello che volevano. Quindi abbiamo seguito una modalità di composizione atta a sfornare quello che volevano il regista (Jacopo Rondinelli) e i produttori  artistici. C’erano quindi delle indicazioni abbastanza precise. Comporre musica invece senza indicazioni mirate, non legata quindi all’ambito cinematografico, se vuoi è un po’ più complicato da un certo punto di vista perché non hai un soggetto a cui ispirarti, parti da zero. Comporre per un film invece ti permette tramite le immagini di avere già una base , pur essendo per certi versi un impegno superiore.

Come nasce uno dei vostri brani? In qualche modo seguite un modus operandi ben preciso dividendovi dei compiti o vi lasciate andare più all’estro del momento? 

AB: Ognuno ha portato le sue caratteristiche ma  ovviamente alla fine la parola d’ordine era “ibridiamo tutto”. Ci sono pezzi fatti completamente da uno o dall’altro ma la maggior parte sono fatti a quattro mani scambiandoci i file e rielaborandoli insieme.  

MM: Inizialmente  si lavorava in modo indipendente e ognuno proponeva delle idee,  poi queste venivano manipolate da entrambi in fase successiva. Magari c’era un seme iniziale che poteva essere un riff su cui poi sviluppavamo il resto del brano. Chi faceva un pezzo mandava all’altro gli stems  in audio o in midi e dall’altra parte avvenivano degli accorgimenti. Comunque uno scambio assiduo di parti fino a quando trovavamo una quadra. Avevamo comunque due ruoli definiti:  Andrea è un compositore, un arrangiatore;  io più sound designer, pop elettronico e magari rifacevo il sound design di giri che aveva creato lui,o piuttosto lui lavorava sull’arrangiamento di mie idee.  È stato un po’ un mix di queste cose.

In Babylon rave e  in Welcome to Phase Three  c’è una forte commistione tra cori rituali e musica elettronica, come sono nati questi brani?

AB: Abbiamo seguito un po’ il discorso che i produttori e il regista stavano portando avanti. Il loro intento era di partire con i riders ipertecnologici e ma man mano che il film si sviluppa ritornare invece ad un immaginario più antico con i rituali e le maschere. Noi con i pezzi finali abbiamo cercato di unire le due anime: voci “massoniche” un po’ alla Eyes Wide Shut, con sotto una base un po’ più industrial per dare voce appunto a tutte le varie sfaccettature del film, l’antico e il tecnologico.

MM: L’idea era di creare un qualcosa simile alla musica di un rave però in cui c’è un rituale, la prima versione era senza voci ma con dei pad. Il concept comunque era di fare un qualcosa di abbastanza inquietante 

Resident green room è il brano che probabilmente si distanzia maggiormente da tutti gli altri. Potete parlarmi della sua realizzazione?

AB: È un brano di musica diegetica che esce dagli altoparlanti del bunker in cui si ritrovano i personaggi, in questa stanza un po’ anni 70. E lì è stata proprio una richiesta del produttore Fabio Guaglione di realizzare una musica tranquilla ispirata alle musiche di Resident Evil, da cui anche il nome del brano, in particolare a quelle  delle schermate di salvataggio.  Musiche stranianti e al tempo stesso concilianti, come se i personaggi nel bunker entrassero in una schermata di salvataggio di un videogioco.

MM: In quel punto è come se ci fosse una pausa anche nel film, infatti i personaggi sono “fuori” dalla gara in quel momento. Il riferimento alla musica di Resident Evil è ben congeniato e si inserisce all’interno di una serie di rimandi che hanno proprio il videogioco come punto focale. 

Avete in mente di proseguire la vostra collaborazione? E se sì , siete già al lavoro su progetti futuri?
AB e MM. CI siamo trovati bene a lavorare insieme, e a scambiarci idee. Sicuramente c’è l’idea di continuare questa collaborazione e di sviluppare una produzione che vada oltre il progetto della colonna sonora di Ride, sia legata al mondo del cinema che non. 
Andrea Ravasi