giovedì, febbraio 02, 2012

Film in sala dal 3 febbraio 2012

Hesher è stato qui
(Hesher)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Spencer Susser

Hugo Cabret
(Hugo)
GENERE: Avventura, Fantastico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Martin Scorsese

I Muppet
(The Muppets)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: James Bobin

Millennium - Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David Fincher

Polisse
(Polisse)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Maiwenn Le Besco

Sulla strada di casa
(Sulla strada di casa)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Emiliano Corapi

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mercoledì, febbraio 01, 2012

ACAB


L'inizio è una lunga sequenza dove con un montaggio incrociato ci vengono presentati i protagonisti della storia. Cobra, Mazinga, Negro sono i nomi di battaglia dei tre poliziotti del reparto celere riassunti in quelle scene rubate ad un frammento delle loro rispettive esistenze. Il primo insegue e malmena il pirata della strada che stava fuggendo dopo averlo investito; il secondo blocca uno spacciatore mentre è a fare la spesa con la figlioletta; il terzo si ritrova in questura per riportare a casa il figlio che è stato fermato dalle forze dell'ordine. Le loro sono ancora vite senza nome, facce che pretendono rispetto senza alcun biglietto da visita; la notte a dipingergli nel volto un abisso che di lì a poco impareremo a conoscere fino in fondo. Per il momento la cosa più importante è assistere a quello che vediamo: un privato che non riesce a svestire l'uniforme.

Teso, violento, sincopato, abituato a farsi strada tra le maglie di una metropoli trasformata in un campo di battaglia, il prototipo umano al centro della storia è abituato ragionare sulle opportunità che gli assicurano la sopravvivenza, in un confronto esistenziale raramente alla pari, consumato tra le gradinate di uno stadio popolato da belve inferocite, oppure in una terra di nessuno, dove lo stato si fa vivo solamente quando c'è un conto da saldare. Il film di Stefano Sollima si sviluppa proprio da questo punto di partenza, assunto come dogma inconfutabile, in cui l'impossibilità di ritornare ad essere normali dopo l'esercizio delle proprie funzioni viene fissata nel sistematico alternarsi di scene e situazioni caratterizzate da scelte comportamentali che non distinguono tra lavoro e tempo libero. Da quel momento l'evolversi dell'intera vicenda, nella mancanza di confine tra un ordinanza di sgombero da eseguire riducendo al massimo il rischio di effetti collaterali, e la vendetta contro un gruppo di immigrati eseguito per conto terzi, finirà per rendere impossibile ogni tentativo di distinzione.

Quello che conta, al di là della strumentalizzazione in chiave politica e sociale (non a caso il senso di frustrazione nei confronti di un sistema che non tutela i cittadini è accennato, e per di più delegato a chi ormai non fa più parte del sodalizio) è un senso di appartenenza continuamente ribadito. In questa direzione è chiaro il messaggio che il Cobra impartisce al neo assegnato con fare perentorio: il collega è un fratello, il gruppo una famiglia da salvaguardare in ogni occasione, anche a costo, come capiterà negli scampoli conclusivi della vicenda, di tradire quegli interessi, dei cittadini e della nazione, poco prima legittimati dal rischio dell'incolumità personale al quale gli stessi agenti si sottopongono ogni volta che lasciano la caserma. In un quadro simile, e con la storia che gradatamente si concentra sulla pista seguita dal Cobra per catturare il colpevole del ferimento del suo comandante (Mazinga), il film ci mostra le conseguenze di un'etica che riduce le possibilità di condividere affettività d'altro tipo, con famiglie mai formate, quella del Cobra è un sorso di birra consumato in solitudine, oppure complicate dall'assenza di chi dovrebbe governarle con la propria presenza

Al suo esordio sul grande schermo Sollima doveva affrontare molte sfide: innanzitutto quella di confermare nel passaggio dal piccolo al grande schermo quanto di buono era stato detto di lui a proposito della trasposizione televisiva di "Romanzo criminale" (2005). Poi, forse la cosa più importante, quella di evitare la retorica e l'ideologia che spesso accompagna la rappresentazione del potere nelle sue diverse manifestazioni. Ed infine la possibilità di realizzare un prodotto in grado di far pensare evitando di mortificare le necessità dell'intrattenimento.

A conti fatti il tabellino fa segnare il pieno dalla parte del segno più perché il film, pur ricalcando nel paradigma del poliziotto consumato dal male del suo lavoro modelli e personaggi di tanto cinema americano, così come, nella rappresentazione di una comunità tribù, riconosciuta nella condivisione degli spazi - lo schieramento dell'assetto antisommossa, l'abitacolo del furgone che ogni volta li riporta sul luogo del delitto, gli spogliatoi del posto di lavoro - e dei rituali - la partita di rugby, la birra con gli amici, l'iniziazione dei nuovi arrivati - gli esempi forniti da alcuni campioni del genere come "Tropa de elite" (2007) e "Ha Shoter", premio speciale della giuria all'ultimo festival di Locarno, "ACAB" riesce a crearsi un segno distintivo. Non solo nel referto di un malessere che nel ritratto di un istituzione costretta a creare dal di dentro le motivazioni per tirare avanti, riesce a parlare di una crisi spirituale e sociale che a raggiunto livelli allarmanti, ma anche nella capacità di raccontare utilizzando una dialettica che, anteponendo la fluidità della cinepresa alla densità delle interpretazioni, riesce a restituire l'agonismo tormentato dei suoi protagonisti.

A suo agio tanto nelle inquadrature d'insieme, quando la telecamera allarga il suo sguardo al mondo circostante che in quelle ravvicinate, dove l'indagine si sofferma su un battito di ciglia, Sollima si avvale di una fotografia dai colori lividi, desaturati quanto basta per raffreddare una materia di per sé incandescente, e di un dp che, nell'alternare lo stile modaiolo della musica da classifica a quella acida e distorta realizzata dai Mokadelic sottolinea di volta in volta la successione emotiva. Un plauso speciale lo merita però la direzione attoriale e le performance che da Favino a Giallini, passando per Domenico Diele e Filippo Nigro sono il punto di forza di un'opera che non ha paura di essere quello che è: un prodotto di genere, senza infingimenti e con molto mestiere.

(pubblicata su ondacinema.it)


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domenica, gennaio 29, 2012

Mission: Impossible - Protocollo Fantasma


L'impresa rasentava veramente l'impossibile, perchè la saga dell'agente Hunt appariva arenata sul volto sbiadito del suo protagonista da tempo alle prese con un ridimensionamento che in molti avevano immaginato come il segno di un possibile declino. In più il moltiplicarsi dei cloni di quel personaggio, (dal Bourne di Matt Damon alla Salt di Angelina Jolie) sembravano aver spostato in altre direzioni l'interesse degli spettatori. Ed invece ancora una volta hanno avuto ragione loro, i produttori americani, e Tom Cruise, che il film non lo solo lo interpreta ma anche lo produce, seppur con il grosso aiuto della major. La strategia è chiara. Il cambiamento operato punta su due diverse direzioni: da una parte coadiuvare il protagonista con una serie di altri personaggi capaci di reggerne il confronto, sia sul piano della performance che su quelle del carisma. dall'altra innestare un humor leggero ma sofisticato, adatto a smorzare i toni di una saga che rischiava di prendersi troppo sul serio, e contingente alle necessità di allontanarsi da un presente già carico di problemi. Il restyling realizzato con l'introduzione di un team di agenti variegato, per determinatezza (Paula Patton e Jeremy Renner) ed umorismo (Simon Pegg), ma più di tutti, sullo sguardo di un regista,Brad Bird, proveniente dai cartoons ("Gli incredibili" e "Ratatouille") e qui all'esordio nel cinema dal vivo. A lui era affidato il compito di amalgamare i nuovi ingredienti con un canovaccio rimasto inalterato ( i cattivi sono sempre spietati e giramondo inducendo l'invicibile armata ad un lavoro da globe trotter). Il risultato è un film di una forma smagliante che sa mischiare il comico e l'avventura all'interno dello stesso contesto come nella scena in cui i personaggi di Cruise e Pegg tentano di forzare uno sbarramento con un ologramma che li rende invisibili all'occhio umano trasformandoli in una coppia che potrebbe assomigliare a quella di Gianni e Pinotto. Questo senza dimenticare la sua natura adrenalinica con sequenze che tolgono di mezzo leggi di gravità e sopportazione fisica (ad un certo punto l'agente Hunt corre sulle pareti di un grattacielo come un duecento metri olimpico) oppure di sorprendente dinamicità - tutto il prologo interpretato dal Sawyer di "Lost" (Josh Holloway, una scoperta nei panni di un enigmatico 007) congegnato all'insegna di un tempismo calcolato al millimetro ed insieme capace di delineare in pochi minuti una microstoria che da sola, lei ed il personaggio che vi sta dentro, potrebbero essere materia per un altro film. Una scommessa non scontata quella di mescolare riso e pathos anche alla luce del precedente "Innocenti bugie" in cui Cruise aveva già tentato senza successo di riciclare il personaggio dell'agente segreto in un contesto vicino alla commedia. Tutti vincitori quindi, per un divertimento messo al riparo dall'esubero di effetti speciali, che pur presenti sanno mimetizzarsi come si conviene ai film di quelli che li sanno fare. I risultati al botteghino autorizzano a pensare che la saga è ancora lungi dall'essere conclusa.
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sabato, gennaio 28, 2012

BENVENUTI AL NORD

BENVENUTI AL NORD

Il brianzolo Alberto Colombo (Claudio Bisio), dopo aver ottenuto il trasferimento a Milano "aiuta" l'amico meridionale Mattia (Luca Siani) a raggiungerlo.

Il matrimonio tra Mattia e Maria (Valentina Lodovini) sta naufragando a causa di un mutuo sempre procrastinato e per la presunta poca voglia di lavorare di lui ma, giunto a Milano, Mattia si lascia contagiare dall'operosità milanese finendo per fare carriera all'ombra della Madunina.

Alberto, intanto, promosso direttore e sempre occupato, trascura la moglie (Angela Finocchiaro) che finirà per lasciarlo.

Obbligatorio sequel di Benvenuti al sud (che a sua volta era un copia-incolla del francese Bienvenue chez les ch’tis, uscito in Italia con il titolo di Giù al nord), il film di Miniero ha una sola qualità: quella riguardante la buona direzione degli attori, che in una commedia italiana non è sempre cosa scontata, cosa comunque non difficilissima avendo a disposizione un cast di vecchie volpi che in gioventù si sono fatte le ossa sugli improvvisati palcoscenici delle cantine cabaret (Bisio-Finocchiaro-Rossi) oppure piazze e teatri di seconda fascia (Rizzo-Paone).

Per il resto il nulla più assoluto: una sceneggiatura messa in piedi velocemente per "cogliere l'attimo" e riportare gli spettatori in sala prima che si dimenticassero del film precedente; battute telefonate e moscie; una sequenza ripresa pari pari da Cado dalle Nubi (2010) con Checco Zalone, un paio di richiami a Totò e Peppino De Filippo e un finale che dura venti minuti anche se i nodi vengono al pettine con estrema facilità così come erano sopraggiunti.

Benvenuti al nord è una corazzata che spara a salve, è una minestra riscaldata senza originalità e cattiveria; un paio di gag riuscite e la Lodovini dalla scollatura sempre generosa (a casa, per strada, alle poste, alla stazione, alla convention, d'estate al sud e alla festa degli alpini al gelo del nord) non bastano a far dimenticare il nulla che è passato sullo schermo.

Naturalmente grande successo di pubblico e seria candidatura ad essere il film con il miglior incasso della stagione.
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giovedì, gennaio 26, 2012

Film in sala dal 27 gennaio 2011

A.C.A.B.
(A.C.A.B.)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Stefano Sollima

Il sentiero
(Na putu)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Austria, Germania, Croazia, Bosnia-Erzegovina
REGIA: Jasmila Zbanic

L'arte di vincere
(Moneyball)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bennett Miller

Mission Impossible - Protocollo fantasma
(Mission: Impossible - Ghost Protocol)
GENERE: Azione, Thriller, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brad Bird

The Iron Lady
(The Iron Lady)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Phyllida Lloyd

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mercoledì, gennaio 25, 2012

E ora dove andiamo?



Schema che vince non si cambia. Sarà una coincidenza, oppure la necessità di adeguarsi alle possibilità economiche di chi lavora fuori dai grandi circuiti, fatto sta che Nadine Labaki al suo secondo film replica se stessa nella descrizione di un microcosmo che aspira a diventare immagine del mondo, almeno di quello libanese e mediorientale.
Al posto del salone di bellezza questa volta c'è un anonimo villaggio dove cristiani e musulmani sperimentano la difficoltà di convivenza che da sempre va in scena in quei paesi dove la religione diventa unico metro di giudizio.

Una bomba ad orologeria a cui si oppongono le donne della comunità decise a scongiurare con ogni mezzo il pericoloso escalation, anche a costo di affittare una banda di giovani prostitute chiamate a convogliare in altro modo l'ardire bellicoso dei loro uomini.
Partendo da una situazione reale, il Libano è un paese costruito anche politicamente sugli equilibri tra le diverse confessioni religiose, Labaki prende fin da subito le distanze dal film verità - in apertura la processione funeraria trasformata in un balletto ed a seguire i dialoghi che ad un certo diventano duetti musicali - ridisegnando la cronaca con i registri di una commedia multiforme e variopinta, capace di parlare della tragedia di un popolo con i modi surreali, drammatici ed anche farseschi delle situazioni proposte, e dei personaggi che ne fanno parte.

Un concentrato di tradizione popolare - pur prendendola in giro, i riti sociali e le credenze di quella cultura rimangono comunque importanti -, e voglia di cambiamento - ristrutturare, riparare, recuperare sono le immagini di una manualità costretta a confrontarsi con una quotidianità che cade a pezzi - che la regista anche questa volta propone dal punto di vista delle donne.
Anteposta ai limiti della controparte maschile, l'altra metà del cielo è un cuore pulsante di passione e di buon senso, il vero ed unico motore di una collettività altrimenti votata all'autodistruzione.

Accompagnato da un successo che è arrivato anche in America, "E ora dove andiamo" ha nelle caratteristiche omnicomprensive il suo pregio ed insieme il suo difetto.
Nella necessità di condensare la complessità della materia ( in realtà la geopolitica libanese è molto piu frazionata di quello che viene mostrato, anche all'interno della stessa confessione religiosa) Labaki finisce per semplificare troppo, riducendo gli aspetti della vita quotidiana ad una serie di stereotipi che fanno anche sorridere ma restituiscono solo in parte la natura di quell'ambiente.
E' vero che le donne sono il salvagente morale nelle situazioni più difficili ma dopo un pò, vedere il resto dell'umanità ridotta ad un ectoplasma finisce per fare uno sgarbo anche a loro, per il riflesso negativo di un accostamento improponibile e, dal punto di vista squisitamente cinematografico, un pò troppo ripetitivo.


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martedì, gennaio 24, 2012

La talpa

LA TALPA

Un regista scandinavo al servizio di sua maestà. Un connubio singolare se non altro per la scarsa frequenza con cui i registi del nord Europa hanno frequentato i modi e la cultura del popolo anglossassone.
Un esplorazione rischiosa per la difficoltà degli indigeni ad aprirsi allo straniero, ad entrare in empatia con ciò che non gli appartiene.
Eppure Tomas Alfredson, di professione regista del cult movie "Lasciami entrare", in realtà già attivo con opere di scarsa visibilità almeno al di fuori della propria madrepatria, riesce a compiere il miracolo.

Alle prese con la trasposizione filmica di un classico della letteratura britannica, "La Talpa" di John le Carrè, il regista svedese sembra essersi interessato soprattuto a cogliere l'essenza di quel carattere e, secondariamente a farlo vivere in relazione al periodo storico, l'Europa a cavallo dei anni 60/70, in cui si svolge la vicenda. Lo scenario è quello di un mondo diviso in due blocchi: da una parte la Russia, dall'altra gli Stati Uniti. In mezzo un ideologia, il comunismo, intesa a secondo dei casi come il meglio ed il peggio del pensiero umano.
Un sistema di vita da affermare o da combattere a secondo dei casi. In questo realtà si muovono i protagonisti del film, un gruppo di agenti dei servizi segreti britannici impegnati a scovare la talpa che rischia di mettere in crisi l'organizzazione passando informazioni al moloch sovietico. In un clima di sospetti reciproci l'agente Smiley viene incaricato di occuparsi della faccenda con un indagine che dovrà portare alla luce il colpevole.

Trattando la materia con il rispetto che si deve ad un illustre genitore, Tomasson trasporta nella terra d'albione tempi e modi che sono consoni al cinema da cui proviene.
Facendo a meno del glamour ed anche della cinetica di cui ci sembra non poter fare a meno quando si parla di spionaggio ed agenti segreti, il regista costruisce un film burocratico che si sofferma negli anfratti più anodini del potere: a partire dall'anonimato del suo protagonista, interpretato da un Gary Oldman clamorosamente lontano dalla nervosa fisicità degli anni giovanili, e continuando con tutto ciò che lo circonda, i suoi colleghi dimenticabili come gli ambienti in cui il film si sofferma ( la storia è girata quasi interamente in interni spogli ed angusti) , "La talpa" non dà mai un segno di vitalità.
Neanche quando, dopo una serie di interrogatori che Smiley porta avanti con la metodicità di un esattore delle tasse, e che permettono alla vicenda di frequentare il passato attraverso i ricordi degli interrogati, il film arriva finalmente al nocciolo della questione con il mascheramento del colpevole.
Una mancanza di climax che getta una luce sinistra su tutto quello che abbiamo appena visto.
Le virtù di un film compassato, fieramente deciso ad apporsi alle frenesie del cinema moderno, appaiono improvvisamente come una mancanza di carattere.
Lo profondità dello scrutare sorprendentemente monocorde. Certamente resta la performance del protagonista ed anche la capacità filologica di chi l'ha realizzato, ma il resto appare troppo sacrificato, a cominciare dal cast, in alcuni casi (Colin Firth) ridotto ad una visibilità che se non ne ha il minutaggio assomiglia però nell'economia generale ad un ruolo cameo. La promozione finale si accompagna alla sensazione di un film a cui manca qualcosa.

(pubblicata su roma giorno e notte.it)


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domenica, gennaio 22, 2012

Shame: un film da vedere



Cronaca di uno scandalo annunciato.
Era quello di "Shame" un debutto molto atteso non solo per una distribuzione italiana che fin qui aveva ignorato il regista britannico, autore di un opera prima, "Hunger", incentrata sulla morte dell'attivista nordirlandese Bobby Sands, che aveva fatto gridare al capolavoro, ma anche per l'esposizione di varie e continuate nudità, che almeno nel caso di Michael Fassbender, uno degli attori più hot del momento, comprendevano anche un full frontal di cui molto si vociferava.

E se, come era prevedibile, "Shame" non sposta in avanti neanche di un millimetro l'immaginario erotico del nuovo millennio - le performance dell'insaziabile sciupafemmine rischiano di far sorridere per ovvietà, anche visiva, i normali frequentatori delle sale - così non si può dire sul piano dei contenuti, che sulla scia del reportage esistenziale di una vita obbligata a fare i conti con una compulsività sessuale al di fuori del normale - uomo di successo, Brandon riesce a trovare un parziale appagamento solamente nel soddisfacimento delle proprie pulsioni sessuali soddisfate lontano da qualsiasi legame affettivo - ripropongono in chiave moderna l'incomunicabilità e la solitudine dell'uomo moderno.

Un'urgenza che il film traduce prendendo le distanze da qualsiasi considerazione morale o sociologica ma limitandosi a registrare la progressione, alienante e distruttiva, con cui Brandon arriverà al punto di rottura, quello in cui dopo una notte da incubo, sarà costretto a fare i conti con se stesso e con le cause di quel comportamento.

Se "Shame" è un film di un uomo che non riesce a guardasi dentro, che rinuncia alla propria interiorità per una vita vissuta sulla superficie delle cose, che nasconde la propria vergogna sotto l'eleganza degli abiti firmati allora l'accuratezza visiva e la sobria eleganza con cui McQueen filma le imprese del suo protagonista sono sul piano filmico la risposta più coerente che il regista possa dare alle premesse della sua opera.

Gli occhi diventano quindi un barometro emotivo a cui affidare l'unica possibilità di comprensione. Ad aiutarli i riferimenti cromatici, lividi e poco luminosi, ad indicare l'ineluttabile senso di morte che pervade tutto il film e lo sguardo affascinante ed ambiguo del suo protagonista.
E' da li che il film inizia e finisce. Da quell'espressione ogni volta uguale eppure nuova per le variegate conseguenze indotte sull'oggetto della loro seduzione.

E' inutile mettersi in ascolto, "Shame" è un film da vedere.

(pubblicata su "Roma giorno e notte.it")



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sabato, gennaio 21, 2012

I tre giorni del condor

I TRE GIORNI DEL CONDOR

Quando iniziano a girare “I tre giorni del condor” (1975) Robert Redford e Sidney Pollack si trovano probabilmente nel momento migliore delle loro rispettive carriere perché agli onori di un successo ottenuto con comunità d’intenti, da "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" del 1972 a "Il grande Gatsby" del 1974, uniscono la visione di un cinema capace di mettere in discussione gli uomini e le loro storie, utilizzando gli strumenti dell’intrattenimento e dell’impegno.

Una formula collaudata quindi, adatta allo script ricavato dall’omonimo libro di James Grady, incentrato sulle vicenda di Joseph Turner (Robert Redford), nome in codice Condor, impiegato della CIA con l’incarico di decriptare eventuali informazioni contenute nelle pagine dei libri e dei giornali, casualmente sopravvissuto alla morte dei suoi colleghi sterminati di un fantomatico commando.

Dalle conseguenze di un incipit crudele e spiazzante, Pollack mette in scena le paure di un America che non riesce più a credere in se stessa, lacerata da guerre senza causa, quella del Vietnam si è appena conclusa, e tradita da chi la dovrebbe guidare, Nixon è appena stato costretto alle dimissioni per lo scandalo watergate. Uno smarrimento riprodotto in maniera paradigmatica dal protagonista, prototipo dell'uomo qualunque travolto da un bigger than life che lo porterà a smascherare il grande fratello nascosto all’interno della Cia.

Pollack parafrasa quel momento costruendo un congegno prelevato dalle istanze di genere spionistico riprese in una detection, di Turner per scoprire chi lo vuole morto ma anche dell’Agenzia disposta a farlo rientrare nei ranghi, che si sviluppa con l'andamento di una partita a scacchi giocata sul filo della ragione e dell’intuito; scandita da tempi dilatati quanto basta per aspettare l'inevitabile errore dell'avversario. Ma anche nel gioco di specchi che impedisce fino all'ultimo la comprensione dei caratteri, quello di Jobert ( uno splendido Max von Sydow) killer enigmatico e malinconico al soldo del miglior offerente, e del vicedirettore Higgins (Cliff Robertson), sospeso tra ragion di stato e la genuina ammirazione per le doti del fuggiasco, e per finire nell’accurata ricostruzione del metodo investigativo, non solo tecnologico, ma anche improvvisato secondo gli esempi forniti dai libri che Turner deve leggere.

Pollack è bravo a far convivere le parti arricchendole di pathos – l'amore impossibile tra il fuggiasco e la donna che finirà per aiutarlo – e di continua tensione.

In bilico tra l'autorialità de "La conversazione" (1974) ed il realismo di "Tutti gli uomini del presidente" (1976), questo film ancora oggi non ha perso neppure un grammo del suo appeal.
Decisamente un prodotto d’altri tempi.






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giovedì, gennaio 19, 2012

Sex: la nuova frontiera del cinema americano

..caotiche e confuse, molto confuse le mie giornate.
...le cose più semplici non riescono.
...anche scrivere un biglietto d'auguri diventa un impresa titanica...

...leggevo un intervento di Goffredo Fofi sul Messaggero di ieri, interessante, scritto bene, senza le circollocuzioni che spesso accompagnano gli scritti di chi tenta di fare analisi cinematografica.
Si parlava di "JEdgard" e "Le idi di Marzo" evidenziando che al di là delle loro qualità artistiche entrambi film spiegavano i personaggi e la loro vicenda umana secondo una prospettiva esclusivamente sessuale; il puritanesimo di quel paese, continuava Fofi, aveva portato due registi come Eastwood e Clooney, a costruire una complessità, della Storia americana e dei due protagonisti, uno vero, Edgard Hoover, l'altro, il governatore Mike Morris, di finzione ma attagliato perfettamente al recente passato della politica statunitense, risolta esclusivamente alla luce delle rispettive preferenze sessuali.

Tralasciando per esempio i risvolti economici e politici che invece furono parte in causa delle azioni poste in essere da Hoover durante la sua tirannia.
Una tesi che almeno dal punto della forma potrebbe essere riferita anche a "Shame", il film di McQueen che tanto clamore ha destato per i continui richiami alla pratica sessuale.

Una considerazione nata spontaneamente nella mente di chi scrive perchè anche questo film, in fondo, rientra a pieno titolo nella morale di un paese in cui l'unione dei corpi è praticabile, e quindi accettata (sullo schermo) solamente se priva di vero godimento, avendo il censore puritano una specie di avversione per i risvolti piacevoli di quelle pratiche.

Una restrizione al contrario generata dalla paura di fare proseliti tra i cittadini spettatori. Un modo di essere che nel nuovo millennio non smette di far sentire i suoi effetti, e che in Europa appare persino ingenuo tanto nelle implicazioni quanto nella sua rappresentazione (anche in "Shame", in cui lo scandalo semmai è la rimozione dei motivi del malessere).

Insomma forse aveva ragione Fofi, la frontiera del cinema d'oltreoceano rischia di arenarsi nelle sabbie di ciò che ci aspetta per natura: il diritto del nostro corpo. Speriamo solo che sia il cinema a sbagliarsi, mostrandoci una realtà che esiste solamente nella mente degli artisti che ne hanno parlato.
Io però non ne sarei così sicuro.

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Film in sala dal 20 gennaio

Benvenuti al Nord
(Benvenuti al Nord)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luca Miniero

E ora dove andiamo?
(Et maintenant on va où?)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia, Libano
REGIA: Nadine Labaki

Il sentiero
(Na putu)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Austria, Germania, Croazia, Bosnia-Erzegovina
REGIA: Jasmila Zbanic

L'ora nera
(The Darkest Hour)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Chris Gorak

The Help
(The Help)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tate Taylor

Underworld: Il risveglio
(Underworld: Awakening)
GENERE: Azione, Fantascienza
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Måns Mårlind, Björn Stein

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martedì, gennaio 17, 2012

Shame

SHAME
regia di Steve McQueen

(il commento della direttora)


Il secondo lungometraggio del 42enne inglese Steve Mcqueen, SHAME, è una delle più interessanti pellicole dell'anno appena iniziato.
McQueen, regista di talento, innovativo e provocatorio, che si è imposto sulla scena artistica britannica con video installazioni di "rottura", con questa seconda prova cinematografica sembra convincere ed accordare gli appassionati di Arte Contemporanea ed i cinefili.

In SHAME, McQueen mette in scena la storia di Brandon (Fassbender), un uomo bianco di trent'anni che vive a New York e che è afflitto da dipendenza sessuale (sex addicted).

(Attenzione: La recensione contiene spoiler)

Brandon vive solo, in un appartamento raffinato e arredato in stile minmale; lavora come dirigente in una prestigiosa azienda e le sue giornate sono scandite da continui incontri con prostitute, adescamenti in bar, visione di video hard su internet, chat erotiche, riviste pornografiche, incontri promiscui e molto autoerotismo, nella spasmodica necessità di ottenere un appagamento interiore che sembra essere irraggiungibile.
La dipendenza sessuale e le sue afflizioni interiori dominano la sua vita procurandogli continuamente sensi di colpa e profonda vergogna per se stesso.

Brandon è un uomo schivo, di bell'aspetto, raffinato, che saltuariamente esce con i colleghi di lavoro, ad es. il proprio capo, in uscite serali alla ricerca di incontri facili da consumare ma che per la maggior parte del tempo è solo, barricato nel suo silenzio in cui nascondere e zittire i mostri interiori che lo tormentano e dilaniano.
La scena iniziale è eloquente introduzione alla sua realtà. Disteso nudo sul proprio letto, avvolto pigramente tra raffinate lenzuola blu, fissa il soffitto con sguardo vacuo e perso, solo con i propri fantasmi interiori, mentre fuori dalle finestre il mondo procede senza accorgersi di lui.

L'arrivo di sua sorella minore Sissy (Carey Mulligan), ribelle e fragile, cantante di night club, un po' sexy e un po' "sgualdrina", depressa, incapace di badare a se stessa e a controllarsi, lo mette in crisi. Ella si impone nella sua vita, mettendo in pericolo il suo già precario equilibrio.
La loro vicinanza, il loro ritrovarsi, fa riemergere in Brandon rabbia, ricordi e angosce dal passato. Non ci è dato sapere che famiglia abbiano avuto, quali traumi abbiano dovuto attraversare e seppellire dentro di loro, ma lo possiamo intuire leggendo i loro corpi, le ferite reali che si sono inflitti (Sissy da adolescente si tagliuzzava le braccia) e quelle, diciamo, metaforiche (Brandon vive in uno stato di distacco emotivo, impedendosi di percepire sentimenti profondi).
La rabbia crescente in Brandon farà tutt'uno con la propria disperazione portandolo alla deriva di se stesso e facendogli toccare il fondo del barile dal quale solo arrendendosi alla propria disperazione è possibile trovare una vita di salvezza.

"Non siamo brutte persone - gli dirà sua sorella - è solo che proveniamo dal posto sbagliato", quel "luogo famgilia" che è madre di tutti i dolori profondi.

La scenggiatura è ottimamente scritta, senza punti ridondanti nè esacerbazioni. Delinea con precisione e profondità i profili dei due fratelli. La regia compie il resto del lavoro, dando "voce" alle immagini, accompagnate da una efficace e appropriata colonna sonora firmata da Harry Escott.
Molti i piani sequenza lunghissimi, per consentire allo spettatore di vivere il presente del personaggio. Il film non rappresenta più "un tempo altro" ma il tempo reale condiviso dallo spettatore coi protagonisti.
Ad esempio il lungo primo piano sulla commovente Carey Mulligan che canta interamente "New York New York" piangendo, oppure la lunga e rabbiosa corsa notturna di Brandon, che attraversa diversi quartieri della città per scaricare la propria furia interiore e calmare quel grido incessante che lo abita.

Brandon non riesce a unire il bisogno di amare sessualmente una donna con il proprio istinto sessuale.
Il vuoto interiore che continuamente percepisce in sè e che diventa sempre più grande ed insopportabile, non può essere riempito con niente.
Nessuna esperienza sessuale riesce a colmare quel vuoto, quella mancanza di amore che si trascina dall'infanzia. Nessuna donna riesce a donargli quel calore perchè è lui stesso a non aprirsi ad esso. Nella sua vita perciò non c'è amore, egli guarda da lontano quel sentimento, di nascosto, lo brama più di quanto brami un corpo di donna, lo spia senza farsi toccare da esso.
Il terrore di soccombere ad esso è più grande. Il terrore paralizzante di essere disintegrati e schiacciati dalla potenza del sentimento è più forte di tutto. E così la brama profonda di amore diviene fame sessuale insaziabile in cui illudersi di trovare appagamento, in cui stordirsi e abbuffarsi senza purtroppo percepire alcun sapore, con un senso crescente di smarrimento, rabbia e vergogna.

Sissy è come lui alla ricerca di un antidoto al proprio vuoto interiore e al proprio dolore autodristuttivo. Nella sua incapacità di prendersi cura di se stessa e di camminare sulle proprie gambe cerca uomini che la accudiscano; li prega, li implora di prenderla con loro, è disposta a qualunque umiliazione pur di ricevere un briciolo di amore, anche se di amore non si tratta. Elemosina amore per calmare il proprio pianto interiore.

Avulso dalla realtà, Brandon vive in un corpo che non gli dà accesso alle vie del cuore. Ogni tentativo fatto per unire sentimenti ed istinto sessuale finisce inesorabilmente per fallire. La mancanza di contatto coi propri sentimenti non gli permette di percepire l'emozione sessuale. E' una castrazione emotiva profonda e paralizzante.
E così quando tenta di fare l'amore con una collega che davvero gli piace e dalla quale forse spera di farsi "salvare" dal proprio inferno, non ci riesce, e con estrema vergogna e delusione si scopre impotente di vivere a pieno la propria vita.

Il diritto di amare sessualmente potrebbe essere l'argomento di questo racconto, in cui le deviazioni sessuali ci arrivano come ciò che realmente sono, ovvero un disperato tentativo di riunire l'emozione profonda alla sessualità del corpo.
Il popolo dei sex addicted è fatto di anime ferite e sole che cercano una via di fuga dalle proprie terribili angosce, dalle proprie ferite emozionali.

McQueen realizza una pellicola piena di partecipazione per il dramma personale dei protagonisti, senza giudizio e senza morale. Offre allo spettatore la possibilità di elaborare una personale opinione e di scegliere se condividere coi protagonisti il loro viaggio catartico.

Da ogni inferno è possibile uscire solo rompendo il proprio guscio.
Brandon raggiunge l'apice della propria esperienza quando tocca con tutto se stesso la propria disperazione e si concede ad essa. Non serve più a niente ignorare l'assenza di amore patito, combattere contro di essa. Il pianto, come resa e rilassamento del corpo, è la porta principale per aprire il proprio cuore al sentimento, alla prioria vita affettiva.

Ed è questa lettura a dare una speranza di cambiamento.
Il Nostro non è abbandonato ad un presente immutabile ma pronto per affrontare la propria rinascita.

Nonstante l'ambientazione americanam, il film è totalmente inglese ed inizialmente doveva essere ambientato a Londra, non estranea al problema della dipendenza sessuale.
La sceneggiatura è nata quasi per caso. McQueen e la co-sceneggiatrice Abi Morgan si incontrarono un pomeriggio in un bar per condividere alcune idee. Nel parlare a ruota libera finirono per affrontare il tema della pornografia. Dai loro discorsi e confronti nacque l'idea di Shame.
Nella necessità di incontrate esperti del settore delle dipendenze sessuali e per parlare con più persone possibile afflitte da quel problema, sono finiti a New York; una volta lì non solo hanno potuto parlare con moltissime persone ma hanno pensato di girare l'intero film nella città che non dorme mai, che diventa essa stessa un personaggio vero e proprio del film, con le sue notti estranianti, misteriose, e con i suoi quartieri in cui anche in mezzo a migliaia di persone è facile sentirsi soli e separati da tutto, e dove il tempo ha un ritmo proprio, frenetico di giorno e dilatato di notte. New York come luogo di tutti i luoghi e come paradossale non luogo.

Assolutamente da non perdere.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Michael Fassbender al festival del cinema di Venezia 2011.


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giovedì, gennaio 12, 2012

Film in sala dal 13 gennaio 2012

La chiave di Sara
(Elle s'appelait Sarah)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Gilles Paquet-Brenner

La Talpa
(Tinker, Tailor, Soldier, Spy)
GENERE: Spionaggio
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Tomas Alfredson

L'incredibile storia di Winter il delfino
(Dolphin Tale)
GENERE: Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Charles Martin Smith

L'Industriale
(L'Industriale)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giuliano Montaldo

Non avere paura del buio
(Don't Be Afraid of the Dark)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Troy Nixey

Shame
(Shame)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Steve Mcqueen (II)

Succhiami
(Breaking Wind)
GENERE: Commedia, Parodia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Craig Moss

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lunedì, gennaio 09, 2012

J. EDGAR

J. EDGAR
regia di C. Eastwood


Il commento della direttora

J. Edgar Hoover è stato un personaggio controverso e cruciale degli Stati Uniti d'America del '900, che ha segnato la politica americana e che ha alimentato l'immaginario americano. Fondatore dell'FBI ha partecipato ai giochi di potere nel periodo di otto presidenti. Eroe, vampiro, servitore indefesso della Patria, assetato di fama. Molte le descrizioni che gli si potrebbero appiccicare addosso, tutte accomunate da un aspetto che in questo mio commento vorrei affrontare.

La vita pubblica di ogni personaggio è indissolubilmente legata a quella privata. Apprendere la natura del personaggio consente di capire i comportamenti adottati sulla scena pubblica.
In "J.Edgar" Eastwood, sulla base del grosso lavoro di scrittura dello sceneggiatore Dustin Lance Black (Milk), ha messo in scena non solo la parte pubblica ma soprattutto quella porzione di realtà privata che è prodromica alla vita pubblica del protagonista e lo ha fatto scegliendo alcuni momenti particolari.

Fin dai primi flash back apprendiamo che Edgar vivrà tutta la propria esistenza all'ombra della imponente figura materna (una ecellente Judi Dench, equamente anafettiva e sessualmente magnetica).
Il piccolo Edgar è destinato a sollevare le sorti della famglia: lui e non il fratello avrà l'ònere di eseguire ciò che il padre non è riuscito, portare in gloria la famiglia, dandole fama e onore per la sua carriera.
Il piccolo Edgar guarda la madre con sguardo innamorato e spaurito, in un miscuglio di cieca fede e tremore interiore. Sarà destinato a divenire il piccolo principe azzurro che potrà sosturire la figura del proprio padre nel cuore della madre e che da essa sarà sapientemente manipolato e risucchiato.
Ben presto quindi si crea la ferita narcisistica che il Nostro si porterà dentro per tutta la vita e che lo condurrà ai successi pubblici ed alle sconfitte private.

Distaccandosi dal proprio sentire interiore, ovvero rinnegando il proprio Sè, Edgar riuscirà a reprimere i propri sentimenti con metodo e chirurgica precisione, lasciando tuttavia vivo in sè il bambino impaurito e dipendente dalla madre.
La propria omosessualità non potrà essere vissuta nè tanto meno espressa perchè da lui stesso per primo temuta, essendo una grave minaccia di perdita dell'amore materno ("preferisco un figlio morto ad una mammoletta" gli confiderà la madre con sguardo severo); essa troverà espressione nell'estetismo, nel piacere della bella vita (non a caso seleziona gli agenti per il loro aspetto fisico, per la cura del loro corpo e degli abiti ed amerà per tutta la vita vestirsi con classe e curare il proprio corpo) e della buona compagnia maschile (sviluppa una spiccata insofferenza verso la minaccia femminile, verso le donne che lo avvicinano, sessualmente attratte, mentre l'afettuosa amicizia con la segretaria sarà la massima espressione di empatia verso le donne), e sarà sublimata nella esteriorità.

Edgar non cederà il passo ai propri sentimenti, nemmeno a costo di perdere ciò che ama ("perchè uccido tutto ciò che amo?"..) proprio perchè incapace di viverli appieno dentro di sè (proverà sentimentalismi, mai davvero una passione struggente e profonda) ed incapace di affrontare il terrore infantile che essi celano.
Assumersi il rischio di essere se stesso, di toccare la propria rabbia e il proprio amore, andando contro le aspettative materne, resteranno per lui il più grande scoglio da superare e il più importante insuccesso della vita.

L'immagine in cui si identificherà come un Narciso che si specchia nell'acqua (spostamento della libido dal Sè all'Io) sarà quella di un uomo di potere determinato e assetato di successo (disposto a tutto persino ad assegnarsi falsi arresti autorevoli, mentendo spudoratamente, pur di crearsi una fama unica ed eccezionale... ecco la strada in cui sarà saziata la propria ferita narcisistica..)

Il mondo senza scrupoli in cui opera ogni giorno e dal quale non riesce a distaccarsi nemmeno per un attimo rappresenterà per lui l'immagine in cui calarsi per sopravvivere a se stesso ed ai propri fantasmi interiori, al sicuro dal dolore antico famigliare.
Edgar mai si lascerà andare al proprio "soma", al porprio Sè, se non dopo la morte (unico momento in cui Clyde può abbracciarlo toccando la sua vera natura).
E siccome non esiste nulla di più folle che rinnegare se stessi, il vampirizzare le persone che ama diviene l'atto disumanizzante che lo condanna ad una vita di follia privata e di scalate al successo nel territorio pubblico.

Eastwood scegli un Di Caprio che, nonsotante il non sempre adeguato trucco, fa un ottimo lavoro di interpretazione muovendosi in un terreno per nulla semplice.
Forte del precedente "Aviator", che tuttavia è molto diverso da Hoover per le sue compulsioni e manie, Di Caprio è riuscito a tratteggiare la figura di un uomo perennemente in conflitto tra ciò che ha dimenticato di sè e ciò che lo tiene appeso alla realtà, in una lotta senza soluzione di continuità.

Personalmente ho trovato vincente la modalità di scrittura e la messa in scena di Eastwood, pur con tutte le imprecisioni notabili del caso.

Il trucco lascia molto a desiderare, rendendo l'anzianio Clyde piuttosto goffo e grottesco.

Per il resto il dibattito è aperto e attendo vostri commenti!

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venerdì, gennaio 06, 2012

L’anno che verrà. Il cinema del 2012 (1 parte)

Tanto vale affidarsi all’emozione del momento, lasciandosi prendere in contropiede da qualche sorpresa nella certezza che l’aspettativa è spesso foriera di grande delusione.

Per questa ragione chi scrive punterà molto sulle produzioni di cui si sa poco o nulla, sulle opere che dovranno farsi largo grazie al tam tam dello spettatore appassionato; sul cinema di genere, su quello indipendente, se ancora esiste e su quello italiano, anche quest’anno e per diverse ragioni, destinato a far parlare di sé.

Ma la concretezza ancora una volta si impone ed una traccia è d’uopo.

Chi vuole come sempre potrà dirci la sua.


Film 2012 (1 parte)

Shame di Steve McQueen, con Michael Fassbender, Carey Mulligan

La talpa di Tomas Alfredson, con Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy

Il Primo Uomo di Gianni Amelio, con Jacques Gamblin, Denis Podalydes

Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio.

Big House di Matteo Garrone, con Claudia Gerini

Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek con Elio Germano, Margherita Buy, Vittoria Piccini

Killer Joe di William Friedkin, con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church

Intouchables di Eric Toledano e Oliver Nakache, con Francois Cluzet, Omer Sy

Pollo alle prugne di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi, con Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Mathieu Amalric

Polisse di Maïwenn, con Karin Viard

Man on a Ledge di Asger Leth, con Sam Worthington, Elizabeth Banks

Prometheus di Ridley Scott, con Noomi Rapace, Michael Fassbender, Guy Pearce


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giovedì, gennaio 05, 2012

Film in sala dal 6 gennaio 2012

Alvin Superstar 3 - si salvi chi può
(Alvin and the Chipmunks: Chip-Wrecked)
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mike Mitchell

Finalmente maggiorenni

(The Inbetweeners Movie)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Ben Palmer

Immaturi - Il viaggio
(Immaturi - Il viaggio)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

J. Edgar
(J. Edgar)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Clint Eastwood

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lunedì, gennaio 02, 2012

Le idi di marzo



LE IDI DI MARZO
regi di G. Clooney


La natura della politica ha sempre la pulizia di un volto spendibile nell’arena del consenso.
E’ un erma bifronte cresciuta nella consapevolezza del successo ottenuto con l’abilità di saper mostrare il profilo migliore. George Clooney questo lo sa per esperienza, essendo riuscito lui per primo a costruirsi un immagine di elegante sciupafemmine, oltre ché di artista a tutto tondo, che neanche i gossip più piccanti sono riusciti a scalfire.
Un’analogia, almeno nel meccanismo in cui questo immaginario si produce e viene recepito dalla pubblica opinione, che il regista rende in quest'ultima uscita alla maniera di Moretti con il suo “Caimano”, ovvero sottraendo il più possibile dalla scena l'icona del film, il senatore Morris candidato alla presidenza del partito democratico, facendola poi rivivere nel teatro messo in scena da chi quella candidatura la rende credibile agli occhi dfella gente.

Un leading role, quello del politico interpretato da Clooney, vissuto dalla pellicola per interposta persona, attraverso lo spin doctor che ne cura l'immagine, e riassunto in maniera efficace nelle due scene che aprono e chiudono il film in cui Stephen (Ryan Gosling) è impegnato fino all’immedesimazione – con la telecamera che soffermandosi sul viso celato dall’ombra di uno studio appena illuminato cristallizza questo transfert – a sostituire il candidato nelle prove tecniche che precedono la sua entrata in scena.
Se questo è vero, quello che vediamo è la rappresentazione di una scalata al potere capace di mostrare le regole del gioco attraverso la metamorfosi dell’uomo che di quell’ascesa è il più accanito sostenitore.
Stephen rappresenta infatti l'ideale progressista sconfessato dal tornaconto personale, da chi come lui vuole a tutti i costi rimanere al comando della campagna elettorale dal quale è stato estromesso. Una parabola incominciata con il sorriso smagliante e l’abbigliamento elegantemente informale, e poi proseguita in un gioco al massacro di chi per sopravvivere è costretto a calpestare chi gli sta accanto. A fargli da contorno un branco di squali in attesa del banchetto. Dall’ecatombe non si salva nessuno perché ogni cosa è l’emanazione del principio machiavelliano in cui il fine giustifica i mezzi.

Se Clooney non rivela niente di più quello che già non si sapesse, bisogna registrare invece un innalzamento dei toni nella direzione di un pessimismo che per essere il più amaro possibile sceglie di affondare quella parte della politica solitamente ritratta in maniera più benevola – il senatore ed il suo staff appartengono alla sinistra cresciuta sulla scia del mito Kennediano – e che invece qui rappresenta da sola la faccia oscura dell’America. Isolando i suoi uomini all’interno di un fortino rappresentato dagli uffici dove si svolge la campagna e nelle stanze, comprese quelle dell’albergo in cui la stagista perderà la propria vita, (c’è anche la panchina all’ombra del campidoglio ormai il simbolo di tutte le cospirazioni), Clooney ci dice che ciò che avviene è una partita vissuta lontano dagli interessi della gente, chiusa all'interno di un manipolo di soldati destinati al sacrificio.
Un'affermazione che si deduce dal modo in cui il regista ci mostra i protagonisti: avvolti da una fotografia autunnale, rigorosamente ingessati dentro i loro ruoli - le scene di vita privata sono pressochè assenti, ed anche quando ci sarebbero i presupposti la parte pubblica continua a prevalere - , sempre pronti a salvaguardare lo scopo dai cortocircuiti della vita - la reazione del personaggio interpretato da Seymour Hoffmann che reagisce allo sconforto di una vita umana appena andata con il cinismo di un prossimo lavoro non all'altezza delle sue aspirazioni ma comunque altamente remunerativo - spesso nascosti agli occhi dello spettatore, come accade in uno dei momenti clou del film, quando Morris svela la sua vera natura.
Clooney lo fa in una scena in cui il politico, sul punto di tradire il suo uomo più fidato per non mettere a rischio la carriera, è celato dall'abitacolo in cui avverrà la discussione.
E come se il regista, in quella ripresa frontale, con lo spettatore incapace di vedere ed anche di sentire ciò che i due si stanno dicendo, affermasse l'impossibilità di conoscere gli abissi di una lotta primigenia.
Un limite oltre il quale è meglio immaginare per non perdere del tutto la speranza. Nel far questo Clooney si riappropria di una sobrietà che gli era mancata nella precedente uscita.

Conscio di un cinema che non può fare sfracelli perchè ancora in formazione (ma l'esempio di Eastwood lascia ben sperare sugli sviluppi futuri), il divo esegue il compito in maniera diligente. Si affida alla bravura degli attori, alla solidità di una sceneggiatura collaudata, alla sua capacità di rimanere equilibrato. Forse anche a rischio di passare un pò in sordina. Di non alzare il tono della voce alle frequenze del cinema contemporaneo. In questo "Le idi di marzo" è un film sicuramente fuori moda.


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sabato, dicembre 31, 2011

I film del 2011

Come ogni anno anche I cinemaniaci si concedono il gusto di un consuntivo la cui finalità non è quella di indicare i migliori film dell'annata ma quelli che per qualche ragione sono rimasti impigliati nella rete insondabile del nostro immaginario...pubblicando la propria chi scrive spera di suscitare una voglia di condivisione di cui tutti noi saremo certamente lieti...Buon Anno e soprattutto buon cinema a tutti.

  1. Biutiful (Alejandro Gonzàles Inàrritu)
  2. The Artist (Michel Hazanavicius)
  3. Il debito (John Madden)
  4. X - Men: L'inizio (Matthew Vaughn)
  5. Una separazione (Asghar Farhadi)
  6. Il cigno nero (Darren Aronofsky
  7. Source Code (Duncan Jones)
  8. L'ultimo terrestre (Gian Alfonso Pacinotti)
  9. I guardiani del destino (Geoge Nolfi)
  10. Corpo Celeste (Alice Rohrwacher)
Miglior regia:

Asghar Farhadi ("Una separazione")

Miglior attore:

Kim Rossi Stuart ("Vallanzasca")

Miglior attrice:
Carey Mulligan (“Non lasciarmi”)

Miglior attore non protagonista:

Michael Fassbender ("X-Men: L'inizio")

Miglior attrice non protagonista:

Jessica Chastain ("Il debito")

Miglior fotografia:
Emanuel Luzbecki ("The Tree Of Life")

Cult personale:

Tournée (Mathieu Amalric)


(nickoftime)




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giovedì, dicembre 29, 2011

Film in sala dal 30 dicembre 2011

Aguasaltas.com
(Aguasaltas.com)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Portogallo
REGIA: Luís Galvão Teles
CAST: João Tempera, María Adánez, Isabel Abreu, Marco Delgado, Margarida Carpinteiro, José Eduardo
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mercoledì, dicembre 28, 2011

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)
dai piedi del Monte Bianco il resoconto del Courmayeur Noir Festival 2011 dal nostro (congelato) inviato Fabrizio Luperto.

La giuria internazionale per il cinema, del Courmayeur Noir Fest 2011 composta da Lawrence Block (presidente, Stati Uniti), Carolina Crescentini (attrice, Italia), François Guérif (editore, Francia), Vinicio Marchioni (attore, Italia) e Antonello Grimaldi (regista, Italia), ha attribuito i seguenti premi:

LEONE NERO PER IL MIGLIOR FILM
Hodejegerne - Headhunters di Morten Tyldum (Norvegia, Danimarca, Germania)

PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE
Jean-Pierre Darroussin in De Bon Matin - Early One Morning di Jean-Marc Moutout (Francia, Belgio)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
Hashoter - Policeman di Nadav Lapid (Israele)

RECENSIONI

Hodejegerne - Headhunters (miglior film) di Morten Tyldum

Roger è il cacciatore di teste più famoso e ben pagato di Norvegia.
All'apparenza ha tutto ciò che potrebbe desiderare.
Vive in una casa lussuosa, è sposato con la stupenda gallerista Diana, che ricopre di costosissimi regali.
In realtà conduce un tenore di vita che non potrebbe permettersi e per questo motivo ruba e contrabbanda opere d'arte.
Durante un vernissage, la moglie Diana presenta al marito un alto dirigente di una multinazionale dell'elettronica, tale Clas Greve, che si scopre essere possessore di un prezioso quadro.
Con il pretesto di offrigli un lavoro, Roger avvicina Clas, scopre dettagli importanti della sua vita e organizza il furto.
Ma niente è come sembra e quando Roger entrerà nella casa di Clas per rubare il prezioso dipinto scoprirà qualcosa di inaspettato che cambierà la sua vita.
Il vincitore del Leone Nero 2011 è un film che lascia senza fiato per tutti i 100 minuti della durata.
Un classico film di genere che però lascia spazio anche a sprazzi di comicità (voluta).
La trama è interessante e ben scritta, gli interpreti convincenti e contribuiscono con la loro interpretazione a tenere alta la suspence.
L'ambientazione nord europea, siamo nella gelida Norvegia, con i suoi laghi e i boschi infiniti conferisce al tutto un ulteriore apprezzabilissima atmosfera misteriosa.
Sia chiaro, niente di nuovissimo (altrimenti non sarebbe un film di genere) una lotta cacciatore-preda dove chi perde muore, ma con una prima parte avvincente e ben orchestrata che stuzzica la curiosità dello spettatore.
Unico neo, un finale poco credibile, non nel risultato ma nella messa in atto, alquanto complicata e realizzata a tempo di record.
Adattamento del romanzo omonimo di Jo Nesbo.
Secondo quanto annunciato durante la cerimonia di premiazione, dovrebbe essere distribuito in Italia dalla
Mediterranea Productions.
Previsione personale: Un belloccio, una diva hollywoodiana, un paio di botti, un'ambientazione metropolitana e Hodejegerme sarà uno dei prossimi remake americani.


De Bon Matin - Early One Morning (miglior interpretazione) di Jean-Marc Moutout

Come tutte le mattine Paul, cinquantenne funzionario di banca, si reca sul suo posto di lavoro presso la Banca Internazionale del Commercio e della Finanza.
Una volta entrato in banca estrae una pistola e uccide due suoi superiori.
In attesa che arrivi la polizia, Paul ripercorre gli eventi che lo hanno spinto ad uccidere.
Iniziamo subito col dire che il protagonista di questo film, vincitore del premio come miglior interprete è Jean-Pierre Darroussin, ovvero l'interprete del famigerato commissario Monet in Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, in questi giorni sugli schermi italiani.
De Bon Matin è un film che gioca tutte le sue carte sul tempo sospeso, ovvero il lasso di tempo che intercorre tra l'omicidio e l'arrivo della polizia.
Tempo che il protagonista utilizza per mettere insieme frammenti della sua esistenza, che porteranno lo spettatore a capire il perchè di tanta violenza.
Scopriremo pian piano che vita famigliare conduce il protagonista, chi è veramente, cosa è successo sul posto di lavoro, i rapporti con colleghi e superiori.
Noir di buona fattura, come nella miglior tradizione francese, forse troppo lento nella parte centrale, ma che ha il merito di evidenziare paure e stati d'animo degli individui in questo preciso momento storico, segnato dalla grande crisi economica.


*************

Le proiezioni pomeridiane del festival erano dedicate alla sezione Mini Noir, film rivolti ad un pubblico giovane.
Tra i titoli più importanti spiccavano Arthur e la guerra dei due mondi di Luc Besson (uscita italiana 23 dicembre) e L'incredibile storia di Winter il delfino di Charles Martin Smith.
Le proiezioni hanno avuto un discreto successo, con buona partecipazione di giovani e scolaresche.
Queste proiezioni, per ovvii motivi anagrafici, non sono state frequentate dal sottoscritto, che dedicava le ore pomeridiane alla sezione letteratura o alla auto-somministrazione di bevande calde o dall'elevato tasso alcolico per sopperire alla temperatura rigida.
Venerdi 9 dicembre, nell'attesa dell'incontro con lo scrittore Antonio Scurati che avrebbe commentato la sua ultima fatica letteraria, La Seconda Mezzanotte, venivo irresistibilmente attratto dal mini noir in programma nel primo pomeriggio.
Il film in questione era LA VILLA DI LATO (IL FILM) diretto e interpretato dall'abruzzese Maccio Capatonda, nome d'arte di Marcello Macchia, che in passato ha realizzato dei trailer surreali per i programmi televisivi della Gialappa's.
Nella villa-hotel "quasi" maledetta gestita dalla famiglia Di Lato, i defunti non risorgono e le maledizioni non avvengono.
Questo perché la villa, per errore dell'architetto, è stata costruita "di lato" e non sopra al vecchio cimitero bulgaro-indiano che avrebbe garantito un tasso di maledizione più elevato.
LA VILLA DI LATO (IL FILM) è forse una delle più belle sorprese di questo festival.
Una produzione poco più che artigianale, con un' unica location, nata come web series che conduce a 60 minuti di risate frutto di trovate esilaranti e idee geniali, con Capatonda mattatore assoluto circondato da comprimari ben assortiti.
Unico appunto, cosa ci faceva nella sezione dedicata ai bambinanti?


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lunedì, dicembre 26, 2011

Il principe del deserto

IL PRINCIPE DEL DESERTO
regia di Jean-Jacques Annaud


Autore di un cinema d'esportazione nel senso più lato del termine per aver ambientato tutti i suoi film lontano dai luoghi natii, Jean-Jacques Annaud si è spesso confrontato con il mistero di civiltà sideralmente lontane sia dal punto di vista antropologico ("La guerra del fuoco", 1981) che culturale ("Sette anni in Tibet",1997).
E pur nell'ambito di queste scelte in cui il contesto realistico è rimasto sempre il paramentro fondamentale delle sue costruzioni cinematografiche, Annaud ha portato le sue storie a cavalcare le praterie di una fantasia esplicata soprattutto nel gusto del racconto tout court, quello capace di trasportare lo spettatore in un altrove dove i punti di riferimento comuni vengono ridisegnati alla luce di nuove forme di linguaggio ("Two Brothers", 2004), e di prospettive ("l'Orso",1988).

Caratteristiche che in parte ritroviamo anche nel suo nuovo film, ambientato nell'Arabia degli inizi del novecento, con il petrolio sul punto di scatenare una nuova corsa all'oro da parte del mondo occidentale, disposto a qualsiasi cosa pur di assicurarsi la disponibilità della nuova ricchezza.

Un punto di non ritorno osteggiato da Amar, sultano di Salmaah, poco incline nei confronti di una ricchezza corruttrice ed estranea alla tradizione del suo popolo, e Nesib (Antonio Banderas), emiro di Hobelka, favorevole ad un' apertura modernista e commerciale. Situati in una specie di terra di mezzo che divide i due emirati, i giacimenti petroliferi diventeranno oggetto di una guerra cruenta e sanguinosa di cui il principe Auda, figlio di Amar, sarà ago della bilancia per la capacità di catalizzare le ragioni di una moltitudine troppo spesso umiliata ed offesa dalle ragioni del potere.

Girato più che altro in esterni, sugli sfondi di un paesaggio desertico che Annaud riesce a restituire in una magnificenza non alterata, "Il principe del deserto" è una produzione figlia di molti padri e per questo complicata dai tentativi di far quadrare i conti. Prodotto da Tarik Ben Ammar, un mecenate del cinema internazionale ma anche dalla Doha Film Insitute, il film pur privilegiando gli aspetti avventurosi e romanzeschi, concentrati soprattutto nella progressione psicologica e nelle azioni del giovane protagonista, inizialmente sottovalutato per il suo carattere mansueto e per la dedizione agli aspetti intellettuali della vita, e poi costretto, anche per l'uccisione del fratello destinato al trono, a diventare arbitro della storia, non può fare a meno di rimarcare le caratteristiche meticcie della sua natura: da una parte volendo esprimere un punto di vista che vuole essere fortemente interno alla cultura di cui sta parlando e che per questo esclude quasi del tutto la presenza e il peso di ciò che è esterno ad essa - i pionieri venuti dall'America restano figure sulle sfondo e senza alcuna voce in capitolo -, dall'altra evocandolo alla maniera delle produzioni che si rivolgono ad un mercato globale, e che per questo hanno bisogno di una riconoscibilità diretta e popolare.

Così, piuttosto che trovare soluzioni autoctone più adatte alla credibilità della storia, il film preferisce affidarsi al glamour poco realista di un cast internazionale che, a parte Tahar Rahim ("Il profeta", 2009) fisiognomicamente adatto alla figura di Auda, prevede tra gli altri Banderas, qui al suo secondo ruolo "orientale" dopo quello da lui interpretato ne "Il 13° guerriero" (1999), e Freida Pinto, ancora una volta nei panni di una donna, la promessa sposa del principe, sottomessa alla volontà maschile.

Un'ambiguità che sembra riversarsi anche sulla figura del protagonista, chiamato soprattutto nella parte centrale, quella in cui il desiderio di riscatto verrà messo a dura prova da una spedizione ai limiti della sopravvivenza, a recitare il ruolo dell'eroe ma che poi, alla luce di una storia di fatto indecisa sulla via da seguire (tradizione o modernità), sembra lasciarsi prendere da una mancanza di carattere che nuoce ad un film bisognoso invece di una figura in grado di fargli prendere definitivamente quota.

Alla fine la sensazione è quella di un prodotto in cui il committente conta più dell'esecutore: Annaud da parte sua ci mette un mestiere che riesce a fare a meno del computer. Il resto è strategia di marketing.

(pubblicata su ondacinema.it)

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sabato, dicembre 24, 2011

Auguri di Buon Natale e di Buon 2012!

Tanti auguri da tutta la redazione de "I cinemaniaci" per un S. Natale sereno ed uno strepitoso 2012 pieno di buon cinema!!

Buone Feste





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venerdì, dicembre 23, 2011

Sherlock Holmes: gioco di ombre

Sherlock Holmes: gioco di ombre
regia di Guy Ritchie


Kiarostami ne teorizzò l'importanza per ovviare ad una messinscena altrimenti immota. Stava girando "Dieci" ed il film aveva come unico motivo di interesse le conversazioni di una decina di personaggi alternativamente all’interno di una macchina che procedeva lungo le strade di Teheran.
Il veicolo, con il suo moto era lo stratagemma per movimentare un quadro altrimenti paralizzato da quei dialoghi.

Anche lui, certamente non un cultore del cinema dinamico si poneva il problema di adeguare la fruizione del suo film ad un pubblico immerso ogni giorno in una realtà in continuo divenire e quindi poco propenso ad un disegno che si presentasse sempre uguale a se stesso. In quel caso si trattava di dare forma ad una sostanza che era pregnante, densa, ma a basso contenuto cinetico, renderlo insomma vicino all’idea di un cinema commercializzabile.

Al contrario Guy Ritchie è un tipo che non si è mai fatto pregare in quanto a movimento e da quando siamo stati abituati a frequentarlo non c’è mai stato un momento in cui non abbia infarcito le sue torte con ritmi scoppiettanti ed accelerazioni al fulmicotone, sia in senso temporale, quando era necessario riportare in luce dettagli utili alla comprensione della trama, che spaziale, con l’intento di sciorinare le qualità balistiche ed acrobatiche dei suoi antieroi, oppure ad arrovellarla ancor di più, con l'aggiunta di particolari sempre nuovi, un accumulo di dati che riproducevano una modernità in overdose di messaggi.

Erano i tempi di "Lock e Stock", ma anche di "Snatch". L'artista era ancora affamato di successo a di quattrini che cercava di rincorrere con un pulp adeguato alla ruvida guasconeria di un proletariato inglese emancipato dalle depressioni dei vari Loach e Leigh ed intento ad esorcizzare le proprie sventure con lo sberleffo di una risata un po’ sguaiata.

Poi c'è stata Madonna, qualche film improbabile, ed infine un ritorno da figliol prodigo con il restyling di Sherlock Holmes e delle sue avventure; a lui il compito di mantenere la materia all’interno della tradizione, rinnovandola con lo stile consumistico del mangiatore di pop corn, abituato a non mettere mai in dubbio la giustezza e l’invincibilità del suo eroe.

Sherlok e Watson diventano come Batman e Robin: una coppia di eroi in marsina e doppio petto, talmente affiatati e così poco propensi alla compagnia femminile da far sorgere il sospetto di un inciucio che va oltre l’amicizia.

Una scommessa riuscita al primo colpo più per la sorpresa della confezione - Holmes impegnato in combattimenti alla "Matrix" è certamente cosa fuori dall'ordinario - che per la novità della proposta, in pratica ricalcata sulla miriade di film d'avventura e di supereroi dell'ultimo decennio.
Un gran uso del digitale e l'impiego di attori normalmente abituati a cose ben più serie.

Ci si poteva accontentare se Hollywood non fosse prima di tutto una macchina pensata per far soldi e quindi poco propensa a non replicare un prodotto che funzioni.
Anche quando le idee stanno a zero e l'unica cosa si cui contare è la presenza di un cast all star, almeno per quanto riguarda i personaggi principali.

E Guy Ritchie, ovviamente, l’uomo giusto al posto giusto se si tratta di confondere l’inconsistenza della sostanza con la ginnastica delle immagini.

Robert Downey quindi, seppur indurito nei tratti dagli anni e dalla dieta e sempre meno capace di fare a meno del suo sguardo spiritato, e Jude law, eternamente impettito a ribardire le stimmati della terra d'albione.
Loro e sempre al centro della scena e tutt'intorno un gran bailame di rumori, esplosioni e cambiamenti di location a ricreare di volta in volta un nuovo scenario, dalla Francia alla Svizzera, dalla città alla natura più selvaggia, per ricominciare sempre da capo, perennemente alla ricerca di qualcosa che è sfuggito per un pelo.

La caccia ad un avversario la cui organizzazione ricorda quella di Al Qaeida per il continuo ricorso ad un terrorismo senza volto ed organizzato su scala internazionale con intenti di sconvolgimento geopolitico (questa volta si rischia addirittura la guerra che di lì a poco sarebbe stata quella della prima guerra mondiale) diventa un film ad episodi, ognuno dei quali ricalcato su quello precedente, dove nulla succede se non quello esibito in sede di regia dal buon Ritchie.

E' la sua continua ricerca di stordimento, quel non concedere neanche un minuto alla riflessione dello spettatore accompagnandolo per filo e per segno lungo la corsa agli ostacoli con decostruzioni che non ci fanno mai dimenticare l’intelligenza e la paziente fedeltà del suo assistente, ad essere il vero motivo d'attrazione.
Virtù che una volta potevano anche stupire perchè messe in scena con le magie del digitale, ma che ora qualunque tecnico sarebbe in grado di riprodurre.

Per l'avventura quella vera forse bisognerà aspettare ancora del tempo, forse la nascita di un nuovo Spielberg, chissà. Intanto il pubblico dimostra di gradire almeno leggendo i responsi del botteghino.

Ad Hollywood hanno avuto ragione un'altra volta. Una nuova trilogia è molto probabile.

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giovedì, dicembre 22, 2011

Film in sala dal 23 dicembre 2011

Il magico Natale di Rupert
(Il magico Natale di Rupert)
GENERE: Fantasy
ANNO: 2004
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Flavio Moretti

Arthur e la Guerra dei Due Mondi
(Arthur 3 La guerre des deux mondes)
GENERE: Animazione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Luc Besson

Capodanno a New York
(New Year's Eve)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Garry Marshall

Emotivi anonimi
(Les émotifs anonymes)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Jean-Pierre Améris

Il figlio di Babbo Natale

GENERE: Animazione
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Sarah Smith

Il principe del deserto
(Black Gold)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Jean-Jacques Annaud

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venerdì, dicembre 16, 2011

29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen







2° parte






Film in concorso



50/50 (Usa 2011)

Regia: Jonathan Levine

ad un giovane ragazzo (J.G.Levitt) viene diagnosticata una rara forma di cancro, affronterà la terapia con il sostegno del suo migliore amico (Seth Rogen) della mamma apprensiva (Angelica Houston) e della psicologa (Anna Kendrick).

Terzo lungometraggio del 35enne newyorkese Levine - dopo All the boys love Mandy Lane e The Wackness - nonostante il tema drammatico il film ha i toni della commedia con momenti molto toccanti e altri molto divertenti, Seth Rogen vulcanico e lungimirante si conferma un

bravo attore e soprattutto un acuto produttore. Il film - che ha ricevuto il premio del pubblico - è già doppiato e pronto per la distribuzione nei circuiti commerciali (peccato per la voce italiana di Seth Rogen che non restituisce il vocione originale del simpatico attore).

Jonathan Levine al termine della proiezione racconta come sono andate le cose riguardo alla storia e alla produzione:

si tratta di un momento autobiografico dell’autore dello script, Will Reiser, che si ammalò di cancro all’età di 20 anni, a quel

tempo il suo miglior amico era proprio Seth Rogen il quale in seguito incoraggiò lo stesso Reiser a scrivere della sua esperienza. Grazie alla presenza di Seth Rogen nel progetto relativamente low budget è stato più facile trovare i soldi e fare il film.

Sul film:

il regista afferma che non è stato poi così difficile come poteva sembrare trovare un equilibrio tra l’aspetto drammatico e quello più leggero, perché è qualcosa che rispecchia comunque la vita reale. Negli states c’è un po’ la tendenza a realizzare o un film triste o una commedia, a Levine invece è piaciuto combinare questi due elementi, affrontare un tema drammatico e parlare di cose tristi in modo divertente. Nello script inoltre era già presente l’equilibrio tra dramma e aspetti comici e c’è stato un incontro di affinità tra lui, Seth Rogen e Will Reiser con i quali all’inizio del progetto hanno discusso dei film di Hal Ashby, Cameron Crowe e James Brooks che avevano già affrontato e realizzato ottimamente le stesse idee.

Sulla location:

Il film ambientato a Seattle è stato in realtà girato a Vancouver per ragioni economiche. La scelta iniziale di ambientare la storia a L.A. - l’idea era quella di creare un forte contrasto tra la condizione di profonda tristezza del protagonista e una città luminosa e calda in cui splende sempre il sole - è stata abbandonata per evitare confronti con“Funny people”di Judd Appatow, un film il cui soggetto è simile a 50/50 e in cui Seth Rogen è di nuovo co-protagonista. Inoltre hanno optato per Seattle perché c’è un interessante fermento culturale e lavorativo giovanile che creava senso con la storia.

Su Angelica Houston:

la adora da sempre e in particolare per il suo lavoro con Wes Anderson - i Tenenbaum e The Life Aquatic - in questo ha portato molto di se stessa a causa del suo recente lutto - suo marito è morto sei mesi prima dell’inizio delle riprese - come regista è stato straordinario averla sul set per il contributo che ha dato al film sia dal punto di vista umano che professionale, per le emozioni che ha saputo esprimere e per gli aneddoti su suo padre (John Houston) che spesso raccontava.

Parsec

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GANJEUNG (Corea del Sud 2010)

Regia: Park Su-min

Un ex poliziotto è ossessionato dal suo passato di torturatore di comunisti.

Per trovare conforto, grazie all'aiuto di una donna, cerca di avvicinarsi alla fede. Tutti i suoi sforzi si riveleranno inutili, specie quando la sua amica verrà assassinata dal giovane nipote.

Sofferenza interiore, voglia di riappacificazione, desiderio di pace.

Il regista sa bilanciare con maestria momenti delicati e passaggi ruvidi e violenti come nella migliore tradizione coreana.

A Park Su-min non importa riflettere sull’esistenza di Dio, o sulla sua assenza, che poi è il messaggio che trasmette questa pellicola, ma piuttosto riflettere su chi e soprattutto come, si riesca a raggiungere la pace interiore grazie all'incontro con Dio e superare la vergogna per aver commesso violenze e torture.

Un film dove vince il rimorso e l'incomunicabilità perché Dio non può dare giustizia, la violenza si.

Fabrizio L.

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...a seguire terza parte


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29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen

1° parte


Nove giorni di immersione nel cinema-cinema, quello del TFF che come da tradizione lascia pochissimo spazio a star e starlette per concentrarsi sui film e le esigenze dell'affezionato pubblico che di anno in anno rinnova e decreta il successo della manifestazione diretta da Gianni Amelio.

Un programma ricchissimo che oltre al concorso proponeva la retrospettiva su Altman, omaggiava Sion Sono e la biondissima Dorian Gray, recentemente scomparsa.

Ricco anche il panorama delle anteprime con Mientras Duermes di Balaguerò, l'horror di Fresnadillo The Intruders, il nuovo di Woody Allen e la biografia rock di George Harrison di Martin Scorsese.

Direttamente dal 29° Torino Film Festival il report degli inviati sul campo de I Cinemaniaci

Premi

Miglior Film: A Annan Veg/Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (Islanda 2011)

Premio Speciale della Giuria: Ex aequo 17 Filles/17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin (Francia 2011) e Tayeb, khalas, yalla/Ok, enough, goodbye di Rania Attieh e Daniel Garcia (Emirati Arabi Uniti/Libano 2011).

Miglior Attore: Martin Compston per Ghosted di Craig Viveiros (Regno Unito 2011).

Miglior Attrice: Renate Krossner per Vergiss dein ende/Way home di Andreas Kannengiesser (Germania 2011).

Giuria

Jerry Schatzberg (Presidente, USA), Michael Fitzgerald (USA), Valeria Golino (Italia), Brillante Mendoza (Filippine) e Hubert Niogret (Francia).

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Film in concorso

WIN WIN - MOSSE VINCENTI (Usa 2011)

Regia: Tom McCarty

Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.

Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy Ryan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.

Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).

Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.

Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.

Mosse Vincenti è forse l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili.

Il regista è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.

Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.

Fabrizio L.

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LE VENDEUR (Canada 2011)

Regia: Sèbastien Pilote

Michel, è un vedovo vicino alla pensione che vive in Quebec e lavora con successo presso una concessionaria di automobili.

Il lavoro lo assorbe quasi completamente, unici momenti di svago, sono quelli che trascorre con la figlia e il nipotino.

Vite piatte, senza alcuno slancio, sguardi che si incrociano ma che non si incontrano, conoscenti ma non amici e tanti dettagli a raccontare una comunità che non può dirsi veramente tale.

Solitudine, rabbia, impotenza, la discesa all'inferno di una intera comunità raccontata con una certa grazia, ma infarcita da una inutile ruffianeria in fase di scrittura.

Fabrizio L.


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VERGISS DEIN ENDE (Germania 2011)

Regia: Andreas Kannengiesser

Hannelore, cura amorevolmente il marito gravemente malato.

In un momento di disperazione abbandona il marito e segue il misterioso vicino di casa sino ad una sperduta casa che si trova sul Mar Baltico.

Ad occuparsi del marito resta il figlio della coppia, ovviamente impreparato ad affrontare la situazione.

Stati d'animo che si sovrappongono per una storia cupa raccontata con mano delicata.

Il regista pur non privandoci di alcune scene piuttosto forti, non affonda i colpi, quasi a voler rispettare il dolore dei protagonisti.

Grande prova della protagonista Renate Krossner, giustamente premiata dalla giuria.

Fabrizio L.

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....segue seconda parte


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