venerdì, agosto 02, 2019

MIDSOMMAR - IL VILLAGGIO DEI DANNATI



Midsommar - il villaggio dei dannati
regia di Ari Aster
con Florence Pugh, Jack Reynor, William Jackson Harper, Will Poulter, 
USA, 2019,
genere drammatico, horror, thriller
durata 140 minuti





Non è da oggi che il cinema indie – e non solo, si pensi a certo cinema del nord Europa o a un come  – si è preso la briga di restituire al genere horror la sua vocazione e cioè di mettere a disagio lo spettatore, portando sullo schermo le sue paure più recondite. Alla pari dei vari David Robert Mitchell e Robert Eggers, quello di Ari Aster è un cinema che mette in scena inquietudini ancestrali radicate nella natura stessa della nazione americana e nella fede indefessa nell’istituzione famigliare, spesso al centro, e non a caso, di attacchi e di critiche da parte di quel cinema non allineato che, diversamente dal modello hollywoodiano, propongono gli autori in questione. Nello specifico Midsommar – il villaggio dei dannati comincia laddove era finito Hereditary e cioè dalla disintegrazione del  nucleo famigliare e dall’inversione di segno dello spazio casalingo, destinato di lì a poco a perdere le prerogative abituali per diventare – nel corso della vicenda – ricettacolo delle peggiori insidie. Un preludio importante, questo, non solo per stabilire il clima del film, immerso in un’atmosfera di dissoluzione e di perdita, ma anche per indirizzare il sottotesto della narrazione, sviluppato come estensione del desiderio di Dani (Florence Pugh), unica superstite dell’eccidio, di recuperare il tempo perduto e, dunque, di trovare il surrogato umano capace di colmare la recente perdita. In questo senso, l’idea della protagonista di seguire gioco forza il fidanzato in un viaggio studio in Svezia, soggiornando nel villaggio di cui è originario uno degli amici del ragazzo, diventa con il passare dei minuti il presupposto per riprendere il discorso interrotto, facendo dei membri della comunità il corrispettivo fraterno e amicale in grado di sostituire l’esemplare mancante.

Segnato da una circolarità che lo induce a ritornare su se stesso, il cinema di Aster più che raccontare i fatti ne prefigura l’abisso che portano in seno. Spesso le scene dei suoi film, e dunque anche questo, costruiscono quadri in cui l’armonia generale della composizione – favorita dai rituali che scandiscono la socialità di quel paese –  deve fare i conti con una messinscena che, nel far percepire la sua perfezione, suggerisce l’artificialità di ciò che si sta guardando. La teatralità delle inquadrature, l’assenza dei rumori naturali, la fissità della figure umane e soprattutto il continuo andirivieni tra sonno e veglia o, se si vuole, tra conscio e inconscio – segnalato dalle carrellate che dall’interno degli edifici conducono allo spazio esterno e viceversa -, sono le forme utilizzate dal regista per annunciare la venuta del male. Che poi Midsommar – il villaggio dei dannati, nel raccontare la costituzione di una nuova civiltà (o le storture di quella “vecchia”), si rifaccia alle ossessioni e ai paradigmi tipici della caccia alle streghe, frutto dell’esasperata ortodossia dei padri fondatori, è cosa meno rilevante. A contare è il come attraverso cui Aster racconta la storia. Appartiene a questo l’attenzione alla performance degli attori e, in particolare, a quella della Pugh che, nei panni di Dani, si propone come una delle interpreti più brave viste in questa stagione. Il piano sequenza iniziale con cui il regista ne riprende il pianto sul punto di sgorgarle dagli occhi è l’evidenza di una prova difficile da trovare a queste latitudini. Raro caso di opera seconda riuscita meglio della prima, il film di Aster è di quelli destinati a vivere nell’immaginazione dello spettatore.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)


giovedì, agosto 01, 2019

CITIES OF LAST THINGS

Regia di Wi Ding Ho
con Lu Huang, Louise Grinberg, Kuo-Chu Chang, Lee Hong-Chi
Taiwan, Francia, 2018
Genere Drammatico
durata 107 minuti.


Prodotto da Netflix, il nuovo film di Wi Ding Ho, “Cities of last things” è una sorta di viaggio, metaforico e non, nella vita di una persona, l’ex poliziotto Lao Zhang. In un tempo distopico l’uomo cammina a ritroso nella sua vita (e lo spettatore con lui) e, attraversando vari momenti e varie situazioni, decide di vendicarsi dei torti subiti e saldare i conti in sospeso.
Il protagonista ripercorre, in un certo senso, le tappe fondamentali della propria vita attraverso le persone che, per un motivo o per un altro, in positivo o in negativo, lo hanno portato a compiere determinate scelte. Per questo motivo lo vediamo, inizialmente, adulto mentre cerca conforto in ragazze più giovani, e poi, pian piano, sempre più giovane e incosciente.
Sicuramente un film complesso, che innesca un meccanismo particolare nel pubblico che lo segue, è anche una sorta di mescolanza di più generi. L’ambientazione, distopica e fantascientifica che sembra rimandare a “Blade Runner”, si interseca alla perfezione con il thriller che fa da sfondo alla storia. Anche un pizzico di denuncia sociale si può riscontrare nei toni dark utilizzati dal regista, ma non solo. Le motivazioni che portano Lao Zhang a compiere determinati gesti e, soprattutto, a meditare vendetta sono indubbiamente legate a una società che sembra essere uscita dai propri binari.
Diversi i riferimenti cinematografici e non che Wi Ding Ho riprende, uno su tutti il regista Wong Kar Wai e il suo “In the mood for love”, attraverso varie scelte stilistiche.
In ogni caso, tornando alla composizione e alla struttura della pellicola, la decisione di andare indietro temporalmente permette allo spettatore di conoscere meglio il personaggio che vede sullo schermo perché non deve preoccuparsi di sapere cosa succederà in futuro o temere per il suo destino. L’unica cosa che deve fare è limitarsi a capire il motivo di determinate scelte che lo hanno portato ad essere quello che è. Paradossalmente, quindi, si è più vicini a un personaggio del genere se la storia che lo vede coinvolto è così costruita.

Peccato, però, che il collegamento fra i vari segmenti temporali non sia così ben congegnato, ma anzi porti a pensare che il protagonista non sia più una sola e unica persona. Soltanto alla fine si comprende a pieno ciò che il regista voleva dire perché la conclusione sembra praticamente la chiusura di un cerchio e l’elaborazione di quanto avvenuto nel corso della vita della stessa persona.
Nessuno può sfuggire al proprio destino. Ed è questo che Wi Ding Ho cerca di dire allo spettatore ogni volta che, apparentemente, si chiude una storia. Le “sequenze” che vive il protagonista sono collegate tra loro non perché lo vedano partecipe o perché siano legate temporalmente, ma perché in ognuna sembra ripetersi, per certi aspetti, lo stesso iter.
Veronica Ranocchi

sabato, luglio 27, 2019

INVISIBILI: THE LURE


The lure/Córki dancigu
di, Agnieszka Smoczyńska
con, Marta Mazurek, Michalina Olszańska, Kinga Preis, Jakub Gierszał, Andrzej Konopka, Zygmunt Malanowicz 
Polonia, 2015
genere, musicale, drammatico
durata, 92’


E se dicessi - non aspetterò !
E se spalancassi i cancelli di carne -
Li oltrepassassi per evadere - verso di te !
- E. Dickinson -


Da sempre uno dei caratteri davvero sorprendenti riscontrabili nell’universo cinematografico popolato da creature favolose - a loro volta origine, custodi e testimoni di un folklore che con silenziosa caparbietà continua a opporsi alla cancrena a-decorso-indefinito del materialismo - è la sua abilità di insinuarsi nelle pieghe dell’ordinario nella forma di una promessa, allo stesso tempo perentoria, invitante e, non di rado, insidiosa. Dettaglio, il predetto, tutt’altro che marginale se si prova a pensare quanto il tragitto opposto - a dire, quello che mira a elevare il dato di realtà a un grado tale di trasfigurazione da forzarne i limiti oltre i suoi confini consueti - sia spesso impervio se non, semplicemente, impraticabile. Tale sproporzione assume poi toni paradossali - ma, per fortuna, anche divertenti - se ci si sofferma sulla varietà di sfumature che il mondo alternativo del fantastico è in grado di declinare una volta venuto a contatto col prosaico dell’esperienza umana. Testimonianza, tra le disparate, ne è il lavoro di esordio della regista di Wroclaw Agnieszka Smoczyńska, abile a convogliare la tradizione e la classicità legate a una figura oramai impressa nell’immaginario collettivo, quale quella della Sirena, in virtù della fiaba anderseniana e delle successive incarnazioni animate e di celluloide, in un precipitato dinamico, acrilico e insinuante, in agile sintonia con la favola nera, il romanzo di formazione, languori adolescenziali, scampoli horror e di sensibilità camp, secondo il ritmo e gli umori del musical.

Date siffatte premesse, è persino scontato che le protagoniste di questa storia, Silver-Srebna/Mazurek e Golden-Zlota/Olszańska (tra l’altro, capricciosamente restie alla riconoscibilità che attribuirebbe loro una intuitiva fisionomia a partire dalla semplice suggestione dei patronimici: a dire che qui Golden identifica la bruna, mentre Silver connota la bionda), sirene ragazzine dal canto melodioso e metà corpo a misura di pesce (nel caso, di murena, con tanto di ostio vaginale ispezionato al momento di dare sfogo alla curiosità umana che mescola morboso, repulsione e meraviglia affidando al responso tattile il superamento della diffidenza che sempre avvolge il diverso), appena emerse dalle acque prossime a un night/strip-club, siano ingaggiate come attrazione, pronuba l’intercessione del trio musicale di punta del locale medesimo - Krysia/Preis, Mietek/Gierszał e Perkusista/Konopka - dal suo rattuso gestore, Kierownik sali/Malanowicz, in un tripudio di dance elettronica tardi anni ’70 (non manca, per dire, un’interpretazione di I feel love di Summer/Moroder da parte del volenteroso terzetto), ammicchi loliteschi, lepidezze (“Dove avete imparato il polacco ?” Risposta: “In Bulgaria”), voyeurismo impotente, pruriti soft-core, costumi improbabili, balletti in odore di Pro loco, testi dei brani musicali al contrario sovente in felice equilibrio tra spleen esistenziale, svenevolezze e caricatura beffarda di un sistema di vita, quello capitalistico, intravisto ma già in sospetto di rappresentare, con il suo denaro, le sue merci, la sua spensieratezza cretina, null’altro che la maschera terminale del vuoto, ossia l’ennesimo sollazzo per la Morte: tutto a mollo nella versione sgargiante e acidula di quella mestizia obituariale a un passo dalla catastrofe tipica dell’est Europa.


Dapprima acconce di buon grado al ruolo ascrittole di discinte guastatrici, Silver e Golden non tardano a calibrare la propria attitudine seduttiva ad appetiti ben più cogenti e atavici, quelli che la Smoczyńska conserva e attualizza dal mito (le ragazze, una volta sulla terraferma e assunto aspetto umano, riguadagnano la status ibrido previa aspersione degli arti inferiori; contestualmente riemerge la loro indole predatrice, nel caso esemplificata da una fitta dentatura aguzza della quale fanno le spese malcapitati troppo intraprendenti; in caso di innamoramento e mancata reciprocità di affetti il rischio è quello di dissolversi in spuma marina; la trasformazione definitiva da inquilino degli abissi a bipede sapiens è possibile ma può essere irreversibile, et.), irrobustendoli con una componente allusiva tanto urgente nella sua concretezza materica quanto straniante nei modi della sua rappresentazione. Si rincorrono, cioè, nell’eclettismo e nell’inventiva della messinscena, nella rutilanza di norma scientemente a un passo dalla parodia e dal sentimentalismo stucchevole, come nell’erotismo posticcio dei numeri musicali - gli uni e gli altri ad attenuare in parte l’andamento ondivago e frammentario della narrazione - echi, suggestioni e modelli di una visione squisitamente femminile del mondo - le volubilità, gli abbandoni e le ripulse nei suoi confronti - all’interno della quale entrano in gioco la scoperta del corpo, i di lui mutamenti nel passaggio dalla fanciullezza alla pubertà, così come lo slancio ambivalente tra il piacere di sentirsi desiderati e il rifiuto al pensiero di ridursi a mero trastullo di questo slancio, e quindi l’insoddisfazione e il disgusto verso una consuetudine maschile avvinta nei suoi piccoli cabotaggi, tante volte soddisfatta della propria imbecillità e miseria morale, vissuta come ostacolo al libero dispiegarsi dell’estro vitale e dell’immaginazione di cui Silver e Golden nello specifico, e la figura della sirena in generale, incarnano alla lettera i presupposti e gli estremi. Del resto, la stessa recente ricorsività di questa creatura di confine in opere che indagano il disagio della crescita, l’affacciarsi del corpo su un amalgama di reazioni chimico-fisiche che non risponde unicamente agli ukase biologici della sopravvivenza, le antinomie psicologiche generate da un contesto sociale che prescrive ancora, sotto mentite spoglie egualitarie, comportamenti gregari, sta a testimoniarne al contempo la malleabilità letteraria e la propensione a risuonare nella modernità in ragione di uno spettro di varianti tanto ampio quanto articolato. Se infatti, e solo per fare un esempio a portata di mano, per la Mia di “Blue my mind” della Brühlmann (vd.), la progressiva scoperta della propria vera natura va a confliggere con un travagliato percorso di accettazione e affermazione di sé, per la coppia tratteggiata dall’autrice polacca le pulsioni e le ambiguità insite in un essere vivente in bilico tra due specie (Silver e Golden sono, alternativamente epperò in sapida contraddizione, arrendevoli e manipolatrici, maliarde e aggressive, soavi e ferine, altruiste e crudeli) fungono da carica esplosiva piazzata al centro di un microcosmo - metonimia in sedicesimo dell’edificio sociale tutto - tarato sul grigiore e sulla menzogna (il rapporto sfinito tra Krysia e Perkusista), sull’avidità (Kierownik sali, padre-padrone del locale) e sull’inganno (Mietek lusinga, disprezza apertamente e infine tradisce Silver-Srebna), in relazione alla quale il sostrato ridanciano, déraciné e glitterato non è che la miccia che, alla fine, qualcuno si prende la briga di accendere.


Anche per tale motivo “The lure” convince di più quando si arrischia e indulge sull’equilibrio precario che separa provocazione e sberleffo, quando ostenta la fascinazione per certi versi ingenua per il proprio edonismo ruspante, quell’infantile e gioiosa capacità di sublimare il presente irridendolo, prima che i rapporti di forza quantitativi, le trappole della passione e financo i sottotesti edificanti della fabula pretendano il ristabilimento di un ordine purchessia.
TFK

ROY BATTY




Non è la prima volta che muore una persona. Non è la prima volta che muore un attore. Ma forse è la prima volta che muore qualcuno che era già morto trentasette anni prima. Ed era morto pure male. Di certo è la prima volta che muore per la seconda volta un tale che morendo per la prima volta, pronuncia una delle frasi più celebri di tutta la storia del cinema e del junghiano “immaginario collettivo”. 
Una frase che non potrà, che non dovrà essere più ripetuta, per mesi, anni, finché il cuore non trovi quiete, senza apparire blasfemia contro ciò che di più sacro umani e androidi possiedono: la capacità di sognare pecore elettriche. 
Quelle parole, quella frase, quella poesia, sono state pronunciate per decenni, e mai, mai, hanno subito il logorio del tempo, l’inflazione della stolidità con cui venivano ripetute, scritte su tazze o magliette, gadget e portachiavi. Troppa potenza in quelle parole perché anche il postmodernismo liquido le sciogliesse, disperdendole come nafta nelle pozzanghere. 
Ma ora è il tempo del silenzio, di impacchettare il sole, di dare un osso ai cani per non farli abbaiare, di chiudere la luna in una scatola, di fermare gli orologi. 
Ora è il momento in cui quella lurida assassina, quell’infame e immorale mostruosità che chiamiamo “realtà”, è venuta a infilarsi nel ventre della pecora elettrica, come un punteruolo affilato. Come fa sempre, come ogni maledetto giorno della sua esistenza. 
Il prestigio è svelato, oggi vediamo una fila di vasche piene di Angier annegati. 
Abracadabra. 

Roy Batty – data di termine 2019

Lidia Zitara

venerdì, luglio 26, 2019

CONFERENZA STAMPA VENEZIA 76



Tanti i grandi nomi quest’anno a Venezia. E tanta l’attesa.
La presentazione ufficiale, avvenuta giovedì 25 luglio al Cinema Moderno di Roma, ha visto la presenza di tutti gli addetti ai lavori che hanno seguito attentamente le parole del presidente Baratta e del direttore Barbera.
Dopo una breve introduzione da parte del primo, la parola è passata al secondo che ha elencato tutti i film che saranno presenti al Festival, dalla sezione Biennale College Cinema a quella “Venice VR”, da “Venezia Classici Documentari” all’evento speciale che vedrà la proiezione della pellicola “Bu San (Goodbye, Dragon Inn) del regista Tsai Ming-Liang, uscita nel 2003. Sono stati, poi, presentati i film della sezione “Sconfini”, quelli della sezione “Orizzonti”, sia corto che lungometraggi, quelli fuori concorso e, infine, quelli in concorso per il Leone d’Oro. Questi, nell’ordine, saranno “La vérité” di Kore-Eda Hirokazu che sarà il film d’apertura della mostra, “The perfect candidate” di Haifaa Al-Mansour che torna a raccontare la condizione femminile attraverso un film, “Om Det Oändliga” (About Endlessness) di Roy Andersson, “Wasp Network” di Olivier Assayas, “”Marriage Story” di Noah Baumbach, “Guest of Honour” di Atom Egoyan che ritorna sul tema dei sensi di colpa e dei rapporti tra genitori e figli, “Ad Astra” di James Gray, uno dei film più attesi e la prima volta che il regista si cimenta con un film di genere di fantascienza, “A Herdade” di Tiago Guedes, la storia di una grande famiglia patriarcale sullo sfondo della storia del Portogallo che rimanda a “Novecento” di Bertolucci, “Gloria Mundi” di Robert Guédiguian, “Waiting for the Barbarians” di Ciro Guerra, “Ema” di Pablo Larraín, altro ritratto femminile dopo “Jackie”, “Lan Xin Da Ju Yuan” (Saturday fiction) di Lou Ye per la prima volta a Venezia, “Martin Eden” di Pietro Marcello, la trasposizione di un capolavoro letterario “reinventato” giocando con luogo e tempo, “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, indagine antropologica sulla Sicilia e su Palermo, “The painted bird” di Václav Marhoul, la storia di un ragazzino con genitori ebrei che cercano di salvarlo in qualche modo, “Il sindaco del rione sanità” di Mario Martone, “Babyteeth” di Shannon Murphy al suo esordio, “Joker” di Todd Phillips che sulla carta è uno spin off dei film di “Batman”, ma più dark, “J’accuse” di Roman Polanski sul caso Dreyfus, “The laundromat” di Steven Soderbergh e, infine, il film d’animazione “Ji Yuan Tai Qi Hao” (No. 7 cherry lane) di Yonfan.
Da segnalare tra i titoli fuori concorso “Irréversible – Inversion Intégrale” di Gaspar Noé con Monica Bellucci e Vincent Cassel e la presentazione di due serie tv, “Zerozerozero” di Stefano Sollima e il ritorno in laguna di Paolo Sorrentino con “The New Pope”. Tra gli altri titoli “The King” di David Mchôd, con Timothée Chalamet nel ruolo di Enrico V, ma anche alcuni registi italiani, tra i quali Salvatores, Capotondi e Archibugi.
Non resta, quindi, che gustarsi tutti questi film e questa 76esima edizione.
Vronica Ranocchi

mercoledì, luglio 24, 2019

CULT: VIDEODROME


Videodrome
di David Cronenberg
con James Woods, Deborah Harry, Sonja Smits
Canada 1983
genere, orrore, fantascienza
durata, 87’

Film dalla gestazione difficile, tanto che Cronenberg iniziò a lavorarci già nella prima metà degli anni Settanta quando scrisse una prima bozza dal titolo Network of Blood, Videodrome è probabilmente l’opera manifesto del cineasta canadese che qui porta all’estremo la riflessione sul corpo ma soprattutto sul cinema, sui mass-media e i loro effetti. Allucinatorio, labirintico ma allo stesso tempo lucido e metodico Videodrome porta con se mille riferimenti, dal Burroughs de La Rivolizione Elettronica, a Debord, a Macluhan,  con  accenni anche ad alcune teorie riguardanti il potere delle comunicazioni, come per esempio quella dell’ agenda setting. Cronenberg narra la storia di Max Renn, presidente della piccola emittente televisiva Canale 83, che alla ricerca di nuovi programmi per la propria piattaforma si imbatte in un segnale clandestino che trasmette immagini di torture e sevizie, rimanendone completamente soggiogato. Inizia così un viaggio alla ricerca della fonte di questa trasmissione che lo porterà in uno stato di completa incertezza in cui è impossibile percepire cosa sia reale e cosa no, perché, citando il Professor O’Blivion, uno dei personaggi del film, “Lo schermo televisivo è ormai il vero unico occhio dell’uomo … La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione”. 

Cronenberg costruisce un’opera riguardante il consumo delle immagini, indagando a fondo sul ruolo che lo spettatore assume di fronte ad esse. Quest’ultimo è portato a rinascere in una “nuova carne” ibridandosi con lo schermo televisivo, capace di modificarne lo stato percettivo. Perfetta in tal senso ed estremamente rappresentativa è la scena in cui James Wood, alias Max, viene completamente assorbito dalla tv in una specie di amplesso elettronico dal fortissimo significato. L’incertezza su cosa sia reale e cosa no aleggia comunque per tutta la durata del film ed è magistralmente costruita grazie alle magnifiche scelte registiche dell’autore che continua a variare i punti di vista della narrazione, quasi a voler applicare questa indeterminatezza anche al linguaggio cinematografico in una sorta di danza macabra che porta lo spettatore ora a dubitare ora ad accettare ciò che vede a seconda dello sguardo proposto. Non sempre siamo di fronte ad una narrazione onnisciente e non è un caso che film si apra con un Max mezzo addormentato svegliato proprio dalla tv, quasi a suggerire che il tutto sia in realtà frutto della sua fantasia, un lunghissimo sogno o un’allucinazione che lo vede come protagonista. Anche il finale, ancor più surreale, in cui James Wood decide di “rinascere” suicidandosi dopo aver visto se stesso farlo alla televisione suggerirebbe una tale lettura, oltre a porci il dubbio su che tipo di attori ci trasformiamo di fronte al bombardamento di immagini. Siamo attivi o passivi?  Tutto questo però non scalfisce la forza dell’indagine del regista, pronto a riflettere sul rapporto ambivalente di repulsione e fascinazione che il corpo dello spettatore prova di fronte a ciò che viene riprodotto davanti a lui. In definitiva Cronenberg ci suggerisce di rinascere proprio come consumatori di immagini, perché ormai di fronte ad esse non possiamo più sapere se queste siano reali o meno. “lunga vita alla nuova carne!!”.
Andrea Ravasi


martedì, luglio 23, 2019

SERENITY

Serenity – L’isola dell’inganno
di Steven Knight
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Djimon Hounsou
USA, 2019
genere, drammatico, thriller
durata, 106’

Matthew McConaughey e Anne Hathaway sono i protagonisti del nuovo film di Steven Knight, anche se, in realtà, il vero protagonista è un altro personaggio.

Baker Dill è un uomo che si è trasferito su un’isola al largo della Florida e si dedica quotidianamente alla pesca. Molto spesso, durante i suoi continui viaggi con l’amico Duke, si presenta la sua ossessione: catturare un tonno gigante che, puntualmente, gli sfugge. Tutto sembra andare sempre allo stesso modo, finché non arriva sull’isola la ex moglie di John, Karen, che gli farà una proposta importante, dalla quale dipenderà la sorte non solo del protagonista, ma anche di tutti gli altri personaggi.

Etichettato come thriller, il film è un grande gioco e una grande trappola nella quale lo spettatore è costretto a cadere e rimanere intrappolato. Sembra, in un certo modo, voler strizzare l’occhio ad altri film, uno su tutti “The Truman Show”, ma lo fa in maniera diversa, talvolta riuscita, altre volte meno.I personaggi, forse fin troppo stereotipati, non riescono del tutto a emergere e creare grande aspettativa nel pubblico. Tutto sembra già scritto e prevedibile, a partire dal personaggio più ambiguo, il venditore che segue ossessivamente il protagonista per potergli parlare.

Nonostante questo c’è un tentativo da parte del regista di mostrare un film diverso dal solito che metta in luce caratteristiche ed elementi particolari che, però, sono fin troppo evidenti e non permettono che si crei l’effetto sorpresa. Lo spettatore, infatti, sa benissimo cosa aspettarsi fin dal primo istante, ma segue con attenzione e interesse la storia perché riesce a mescolare ed amalgamare situazioni diverse, soprattutto dal punto di vista temporale. L’ambientazione e i colori sembrano alludere a un passato, non troppo lontano, ma comunque passato, ma alcuni riferimenti catapultano nuovamente il pubblico nel presente. Allo stesso modo vengono mescolate realtà e finzione in un vero e proprio gioco del quale anche lo spettatore stesso è una pedina.
Veronica Ranocchi

venerdì, luglio 19, 2019

RUBEN BRANDT COLLECTOR

Ruben Brandt, Collector
di Milorad Krstic
Ungheria, 2018
genere, animazione
durata, 96’


Molto particolare e diverso dal solito, soprattutto dal classico film di animazione, “Ruben Brandt, Collector” si presenta fin da subito con degli strani disegni, quasi disturbanti per certi versi.
La storia è quella di Ruben Brandt, uno psicoterapista che deve “combattere” contro dei veri e propri incubi, come ci viene mostrata fin dalla prima sequenza. Inizialmente, infatti, si ha la sensazione di essere catapultati in qualcosa di completamente assurdo e impensabile. Solo in un secondo momento capiamo come stanno veramente le cose.
L’unico modo che Ruben ha a disposizione per impedire a questi brutti sogni di avere il sopravvento è quello di rubare 25 tra i dipinti più famosi al mondo. E lo fa insieme alla sua banda che si reca nelle grandi città con i musei che possiedono tali opere.
Il problema nasce nel momento in cui diventano i criminali più ricercati al mondo e il detective privato Mike Kowalski si mette sulle loro tracce per stanarli e aggiudicarsi la taglia sulle loro teste.
Al di là dei continui riferimenti, inevitabili, all’arte, ci sono da segnalare anche le musiche, molto intense che accompagnano ogni momento del film.
E’ indubbiamente un film che rende omaggio alla pittura e all’arte con le proprie personali rappresentazioni e visioni dei vari quadri, ma, al tempo stesso, è come se commentasse e provasse ad entrare dentro l’opera e, per quanto possibile, dentro l’artista che l’ha realizzata.
Mentre il regista cerca di dare la propria valutazione alle opere cercando di non distrarre troppo lo spettatore, grazie alla sua rappresentazione dei personaggi ai limiti dell’assurdo, si prende, in qualche modo, gioco della psicanalisi e di tutto ciò che ne deriva. Attraverso il protagonista e le sue scelte, sembra quasi che voglia sminuire e ironizzare una materia e una scienza che, invece, dovrebbe avere la stessa valenza delle arti.
Veronica Ranocchi

martedì, luglio 16, 2019

L'ULTIMA ORA


L'ultima ora
di Sébastien Marnier
con Laurent Lafitte, Emmanuelle Bercot
Francia, 2019
genere, drammatico
durata, 104'




Il cinema francese non ha mai avuto paura di affrontare le questioni del nostro tempo e se mai ce ne fosse bisogno "L'ultima ora" di Sébastien Marnier ne conferma non solo l'attitudine ma anche le modalità. Per parlare di temi che sono di grande attualità in Francia come nel resto del mondo e che vanno dalla salvaguardia del pianeta al destino delle nuove generazione, come pure all'eterno conflitto tra genitori e figli, il lungometraggio in questione non rinuncia alle propria identità, manifestandola attraverso la volontà di collocare la vicenda all'interno di un prestigioso collegio francese dove, a fare da sfondo agli inquietanti fatti che seguono il suicidio di un docente, gettatosi dalla finestra di un'aula per imperscrutabili motivi, sono versi e citazioni di poesia e letteratura autoctone. Ma non basta, perché a localizzare ancora di più la vicenda - e come avremo modo di vedere, a renderla in egual modo sospesa in uno spazio-tempo non meglio precisato - ci pensano le scelte del regista che fa di tutto per circoscrivere lo sguardo all'interno del paesaggio che circonda l'istituto, le cui amenità sono rese anguste dal fatto di non potervi sfuggire nemmeno con la vista, l'orizzonte della quale è continuamente limitato dalla presenza ingombrante di architetture e vegetazione.

La dimensione claustrofobica e il disagio che ne deriva non è solo la maniera con cui il film trasmette lo strisciante malessere che accompagna il rapporto tra Pierre Hoffman (l'ottimo Laurent Lafitte), il supplente chiamato a sostituire lo sfortunato collega e la classe di studenti superdotati, alieni a qualsiasi tipo di normalità e riottosi a forme di socialità che non sia quella garantita dall'esclusività del loro sodalizio. Succede infatti che il fuori campo materializzato dall'universo che si cela oltre l'abitato frequentato dai personaggi e nel quale sono riposte buona parte delle ragioni da cui nasce il male della storia, sia al tempo stesso la metafora della condizione esistenziale del protagonista e dello spettatore (che con lui si identifica), avvinti da ciò che si nasconde dietro l'apparenza delle cose e per questo intenzionati a scoprire quale siano le intenzioni della straordinaria, quanto inquietante progenie.

La capacità di saper parlare attraverso le immagini però non si ferma qui: facendo corrispondere la routine quotidiana dei personaggi, scandita dagli appuntamenti dell'orario scolastico e dalle vicissitudini più elementari della vita privata, allo stile classico della messinscena, ed assegnando all'eterogeneità delle immagini (per esempio, quelle riprese dal cellulare o restituite da internet quando si tratta di testimoniare le conseguenze dello scempio ambientale) e alla discontinuità del montaggio (chiamato di tanto in tanto a mischiare i livelli di percezione della realtà) la funzione di destabilizzare il dispositivo cinematografico e, con esso, le garanzie di certezza che di norma dovrebbe assicurare, il regista parigino evita la retorica ed alimenta i dubbi sull'effettivo svolgimento dei fatti.

Da questo punto di vista è impossibile non pensare a certo cinema di Haneke, ricalcato nell'amoralità dei suoi personaggi, in una certa freddezza emotiva e nella presenza di accadimenti destinati a restare senza spiegazione, come pure nella mancanza di senso dell'esistenza (la sequenza finale e lo sguardo dei protagonisti ne sono la certificazione), la cui oscillazione tra bene e male restano purtroppo, o per fortuna, insondabili. Non avendo la stesso apparato teorico del celebre collega, Marnier interroga la realtà con le forme del thriller esistenziale già sperimentate nell'ottimo e purtroppo sottovalutato "Irréprochable". Rispetto all'esordio i meccanismi di genere devono vedersela con espedienti formali tipici del cinema d'autore, laddove l'azione dei personaggi non è mai fine a se stessa ma foriera di un altrove colmo di significati e di valenze. L'incontro non è sempre perfetto ma di sicuro affascinante.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)


SPIDER-MAN: FAR FROM HOME


Spider-Man: Far from Home
di Jon Watts
con Tom Holland, Samuel Lee Jackson, 
Usa, 2019
genere, avventura, fantascienza, azione  
durata, 129'




Guai a sottovalutare il cinema mainstream perché di solito è quello che più di altri somatizza le problematiche del proprio tempo. Chi lo fa tende a relativizzare i contenuti di questi film, da una parte evidenziandone la superficialità dell'esposizione, portata avanti con argomentazioni che di rado entrano in contrasto con l'opinione dominante, dall'altra per la tendenza a essere subordinate e spesso in funzione della componente spettacolare del prodotto. Cosa per lo più vera se non fosse che l'aspetto più interessante del modello in questione non è mai da ricercare in un'eventuale poetica del regista, destinato nella maggior parte dei casi a fare da sparring partner ai protagonisti della storia o nella presenza (consapevole) di un punto di partenza tematico da sviluppare all'interno della narrazione. Nei film della Marvel che da tempo rappresentano il campione per eccellenza della categoria, di fatto, l'urgenza non è mai sotterranea o ancor più nascosta ma risale alla necessità di dare continuità e coerenza ai tasselli di un universo cinematografico sempre più interconnesso e perciò bisognoso di ritrovare ogni volta la sue logiche.


"Spider-Man: Far from Home" non poteva costituire un'eccezione, con il suo essere anche in termini emotivi una sorta di antidoto alle funeste avventure dei "Coraggiosi"  - prima gli Avengers di "The Endgame" e poi gli X-Men di "Dark Phoenix" - che lo avevano preceduto. Nella sua versione più giovanilistica di sempre lo Spider-Man di Jon Watts - già autore del precedente "Spider-Man: Homecoming" - alleggerisce l'atmosfera con una sorta di situation comedy in cui ad andare "in onda" sono i problemi più tipici di adolescenti alle prese con affari di cuore che riguardano innanzitutto Peter Parker, innamorato della compagna di liceo (la mitica Gwen, qui in versione riveduta e corretta a iniziare dal colore dei capelli, non più biondi ma castani) e per questo intenzionato a dichiararsi nel corso della gita scolastica nella vecchia Europa, verso la quale a inizio film vediamo partire il protagonista insieme a professori e al resto della classe. Un progetto, quello di Peter e soci, destinato a convivere con l'ennesima chiamata alle armi da parte dell'immarcescibile Nick Fury, intenzionato a schierare il tessiragnatele al fianco della new entry Mysterio/Gyllenhaal per combattere i nemici di turno.

Se la casistica appena descritta è parte integrante di un meccanismo oramai oliato, soprattutto laddove per raggiungere un pubblico più trasversale possibile è necessario alternare le sequenze d'azione con inserti sempre più melodrammatici, indispensabili per empatizzare con la parte di pubblico femminile, "Spiderman: Far From Home" è perfetto nel mantenere le premesse da teen movie divertente e leggero, facendole convivere con la sua natura più violenta e distruttiva che ancora una volta non manca di seminare paura e morte. Nell’economia del risultato a pesare è anche il comparto visivo perché, alla routine degli scontri corpo a corpo, Watts ci riserva sorprese quando si tratta di mettere in scena il potere illusionistico di Mysterio in una serie di sequenze da far girare la testa allo spettatore, per il gioco di specchi in cui la realtà fa a gara a smentire se stessa manco ci trovassimo nella sequenza finale de "La signora di Shangai" di Orson Welles.

Altro discorso è invece quello che riguarda i messaggi subliminali chiamati a fare da cartina di tornasole delle vicende contemporanee. Anche qui la Marvel non si smentisce,  offrendoceli in confezione patriottica e super egocentrica  nel momento in cui per salvare l'Europa dai suoi aggressori (chiara allusione agli attentati terroristici che hanno scosso il Vecchio Continente) non esiste alternativa se non quella di ricorrere all'aiuto degli Stati Uniti,  salvatori del mondo e - sarà contento Donald Trump - sempre più decisori delle sorti dell'intero pianeta. Se poi questo non bastasse, il film trova il modo di ritornare - attraverso i fantasmagorici poteri di Mysterio - su problematiche che da sempre appartengono all'universo Marvel: lo è il discorso sulla fallacia ontologica della percezione umana, sempre più incapace di decifrare la realtà (tema, questo, tra i più dibattuti dal cinema del nuovo millennio); a maggior ragione, fa parte del pacchetto il discorso relativo al dualismo identitario insito nella necessità degli eroi di differenziarsi dal proprio alter ego fino a dare corso a una vera e propria dissociazione schizofrenica. In questo senso "Spiderman: Far From Home" legittima il bisogno di riconciliarsi con la propria natura, facendo cadere le maschere che separano i super-eroi dai propri cari, nella consapevolezza di non poter nulla di fronte all'invasiva ubiquità del grande fratello orwelliano (occhio alla sequenza finale, quella che chiude il film dopo i sottotitoli). A parte il divertimento che procura, "Spiderman: Far From Home" è bravo a far emergere questi argomenti come parte di un subconscio collettivo che da sempre il brand creato da Stan Lee tiene in grande considerazione. Pensando alle eventuali ricadute al botteghino, anche questa volta si può parlare di missione compiuta, dentro e fuori lo schermo.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, luglio 12, 2019

THE ELEVATOR


The Elevato
di  Massimo Coglitore
con Caroline Goodall, James Parks, Burt Young

Italia, 2013
genere thriller
durata, 93’


“The Elevator” ovvero la storia di una donna, che seguendo un piano preparato nei minimi dettagli, blocca dentro un ascensore un famoso showman americano che lei è sicura sia responsabile di un crimine. Il film è una bella opera prima del regista siciliano Massimo Coglitore che ha debuttato al cinema il 20 giugno, distribuito da Europictures. “The Elevator” è una coraggiosa produzione di Riccardo Neri con la Lupin Film. “The Elevator” è racchiuso nei due personaggi che si trovano a dover spartire silenzi, paure e angosce dentro la cabina metallica di un ascensore. Grande prova recitativa dei due protagonisti Caroline Goodall che trasmette al pubblico la stessa paura che emana al malcapitato uomo e un bravissimo James Parks, che interpreta la parte con notevoli cambi di direzione. E’ un thriller psicologico oppressivo, raro evento per il cinema italiano, che toglie l’aria senza essere claustrofobico, che vive sull’enigmaticità di vittima e carnefice. Una battaglia sullo sfinimento dell’altro, accusandosi e negando ciò che per l’altro è realtà. E’ difficile distinguere la vera natura dei personaggi per lo spettatore, continuamente rimbalzati fra il ruolo di accusatore e accusato, di ricattatore e ricattato. Un film dentro un unico ambiente, escludendo ogni via d’uscita dalla schiacciante situazione che permette al pubblico di seguire i dialoghi, le espressioni del volto e le movenze, come stessimo assistendo a una pièce teatrale, come se fossimo una giura popolare, come ha detto lo stesso regista. Non esiste infatti la maliziosa complicità nel conoscere in anticipo la verità, bensì viviamo la storia come personaggi interni all’ambiente, ma estranei ai fatti. Ciò che viene posto davanti ai nostri occhi è una serie di violenze psicologiche, più che fisiche, e questo dà molta eleganza al film, al fine di ottenere una confessione, una verità atroce. Nel fare questo però lo spettatore è ignaro della verità e non può fare altro che affidarsi al racconto folle e “violento” di lei, oppure al continuo proclamarsi innocente dell’accusato. 

“The Elevator” fa subito venire in mente film come “La Morte e la fanciulla” di Roman Polanski. Al fianco dei già citati bravissimi e inquieti Caroline Goodall e James Parks, recita anche Burt Young, perfetto nella parte dello stordito custode del condomino. I movimenti di camera sono costanti, lunghi, penetranti, ed arrivano letteralmente dove solo l’aria è in grado di arrivare, ed in questo bisogna dar merito al regista di aver lavorato con notevole forte sforzo immaginativo per ottenere così tanti movimenti in una situazione come un ascensore. La sceneggiatura è scorrevole, anche se a volte macchinosa. La fotografia è livida come il dolore della donna e la tragedia che si sta consumando. “The Elevator” non decreta vincitori o vinti, lascia tutti col fiato sospeso fino alla fine e con tanta amarezza di fondo sul genere umano sulle note di un bellissimo brano di musica lirica. Un film che ti resta dentro e che tutto sembra tranne che un opera prima.
Giulia Torrisi


giovedì, luglio 11, 2019

DUE AMICI

Due amici
di Louis Garrel
con Louis Garrel, Golshifteh Farahani, Vincent Macaigne
Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 100’



Louis Garrel torna alla regia (anche se sarebbe più corretto dire “esordisce alla regia” in quanto si tratta del suo primo film del 2015) con “Due amici”, la storia, appunto, di due amici, il primo, Abel (come nell’altra sua opera “L’uomo fedele”) impersonato dallo stesso regista e l’altro Clément. Uno contrapposto all’altro per una serie di motivi, i due troveranno, però, pane per i loro denti con la bella Mona, donna in semilibertà della quale Clément è perdutamente (e ossessivamente) innamorato, tanto da asfissiarla ogni giorno a lavoro, ad un chiosco della Gare du Nord. E’ per questo che Abel scende in campo, pensando di riuscire ad aiutare l’amico, cosa che, in realtà, non fa, ma anzi peggiora ancora di più la situazione. Sarà Mona a cercare di evitare ulteriori problematiche tra i due, ma allo stesso tempo fungendo da perno dell’intera vicenda.

Un’introspezione psicologica è quella che Garrel mostra al pubblico, descrivendo i vari personaggi che altri non sono che persone comuni. Invece di andare a scavare (e scovare) lontano e nel profondo qualcosa di assurdo, particolare o sensazionale da raccontare, il regista si ferma a riflettere sul quotidiano, su ciò che gli ruota attorno. Grazie a questo può dipingere il fragile Clément, impegnato ogni giorno a fare la comparsa in diversi film. Oppure il più sicuro Abel, anche se in realtà è forse ancora più insicuro, che fa il benzinaio, ma si diletta nello scrivere poesie. Ma anche la bella Mona, giovane in semilibertà della quale il pubblico sa poco o niente, quasi come gli altri personaggi.

Questa diversa sfaccettatura dei personaggi permette una connessione ancora maggiore, dovuta anche al fatto che nessuno dei tre emerge rispetto agli altri, anzi tutti rimangono ugualmente in disparte rispetto all’azione, al dramma, alle varie immagini. Quasi come se dovesse essere lo spettatore a pilotarli all’interno della narrazione e quasi come se nemmeno loro si conoscessero a sufficienza.
Il frequente uso del ralenti (caratteristica presente nei film di Garrel) dà una nota di tragicità in più alla storia, ma, al tempo stesso, sembra ricordare al pubblico che si tratta di pura finzione. Ed è in quel frangente che, concentrandosi, lo spettatore può “mettere in atto il suo intervento” e cercare di capire cosa voglia sottolineare il regista.
I temi principali di amore e amicizia si mescolano bene con i continui cambi di genere, dal dramma alla commedia, ma non solo. Molti, a tal proposito, i punti in comune con l’altro film del regista, “L’uomo fedele” dove si intrecciavano perfettamente situazioni analoghe e medesime tematiche.
Anche in “Due amici” la fedeltà è uno degli elementi più importanti perché proprio su questo si basa il rapporto tra i tre, ma soprattutto tra i due protagonisti che, nonostante le loro evidenti differenze, non possono fare a meno l’uno dell’altro.
Veronica Ranocchi