venerdì, gennaio 30, 2015

UNBROKEN

Unbroken
di Angelina Jolie
con Jake O'Connell, Miyavi, Domhall Gleason
Usa, 2014
genere, biografico
durata,  137'



Con l’avvicinarsi della notte degli Oscar, aumenta pericolosamente il numero di biopic melensi e storie autocelebrative, tanto amate dal pubblico degli Awards. Quest'anno  tocca ad "American Sniper", "The Theory of Everything", e "The imitation game", tutti film che hanno per protagonisti bravi ragazzi bianchi (si chiuderà un occhio sul fatto che il protagonista di quest’ultimo fosse omosessuale e sociopatico). Al novero dei puri di cuore non poteva sottrarsi Angelina Jolie che,dopo aver esordito alla regia con “In the Land of blood and honey” -pellicola misteriosamente caduta nell'oblio- in cui narrava  del conflitto nell'ex Jugoslavia, riprova ad affrontare temi storici. Prodotto da due colossi come la Legendary Pictures e la Universal, questo secondo tentativo registico narra  dell’atleta olimpico ed eroe di guerra Louis Zamperini. Adattato per lo schermo dai fratelli Coen, “Unbroken” e riscritto da Richard LaGravenese e William Nicholson, il film vanta un cast tecnico eccezionale, dalla fotografia di Roger Deakins (dodici volte nominato al premio Oscar), al montaggio di Tim Squires, fino alle musiche di Alexandre Desplat (vincitore di un Golden Globe e candidato ben otto volte all’Oscar). Nella prima prima parte del film viene mostrato Louie (Jack O'Connell) bombardiere nella seconda guerra mondiale e, alla stregua di un moderno romanzo di formazione, assistiamo alle vicende della sua giovinezza, passata a bere, fumare e fare a botte, fino a quando il fratello lo prese sotto la sua ala e lo incoraggió a scendere in pista. Da qui alle olimpiadi di Berlino del 1936, dove non conquistó la battaglia ma forní comunque un'ottima performance, il passo é breve. I momenti più efficaci della pellicola sono concentrati nel secondo atto, dove troviamo Louie e due compagni, incagliati su una zattera di salvataggio a seguito un incidente aereo, nel bel mezzo dell'oceano. Dopo 47 giorni di agonia, i sopravvissuti vennero catturati dai giapponesi, e trasferiti in vari campi di prigionia — di cui la regia non manca di descrivere doviziosamente ogni genere di tortura a efferatezza—. Certo é, che se con Unbroken l'intento della Jolie, era farci capire quanto Zamperini abbia sofferto e ingiustamente patito, non possiamo certonegarle di aver centrato l’obiettivo. 


Sulla carta soggetto e cast attoriale garantivano da soli buona parte della riuscita del film. Peccato che la pellicola non sia lontamente all'altezza delle sue possibilità. La Jolie infatti non offre un prodotto che si distingue dai tanti film bellici che la seconda guerra mondiale ha ispirato. La regia è piuttosto manichea, buoni e cattivi sono divisi in due opposti schieramenti (tanto che già prima dell'uscita del film il Giappone ne vietò la riproduzione), senza alcun approfondimento psicologico dei protagonisti. Della vicenda stessa vengono accuratamente scelti alcuni avvenimenti succulenti e spendibili per un pubblico medio che vuole schierarsi col povero eroe di guerra. Non si fa il benché minimo accenno ad avvenimenti scomodi per una produzione americana, come le migliaia di giapponesi che furono internati in campi di prigionia da Roosvelt, o la famosa quanto discussa stretta di mano fra Hitler e Zamperini. 


Per non parlare poi di lati oscuri ma certamente più interessanti della vita del protagonista, come il disturbo post traumatico da stress di cui soffrí per molti anni dopo il ritorno in patria, che lo fece sprofondare in un periodo di alcolismo da cui uscì solo grazie alla fede in Gesù. Tutti eventi, questi, che vengono tristemente relegati a qualche scritta alla fine del film, e cui lo spettatore ormai, dopo più di due ore di lenta e agghiacciante descrizione di torture, non può certo prestare la dovuta attenzione. Ma d'altro canto considerando il sottotitolo del libro da cui il film è stato preso—Survival, Resilience and Redemption—, non ci si poteva che aspettare una venerazione delprotagonista, le cui gesta sono praticamente assimilate a quelle del Cristo: chiarissima in questosenso la rappresentazione di una delle tante torture subite da Zamperini nell'ultimo campo di prigionia, quando dovette tenere un'asta di legno sulle spalle, formando così la posizione del Cristoin croce. Zamperini merita tutto il rispetto e il riconoscimento possibile, ma questo, ma questo nosignifica che si debbano trasformare le sue gesta eroiche in un’agiografia. 
Erica Belluzzi

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mercoledì, gennaio 28, 2015

BIAGIO

Biagio
di Pasquale Scimeca
con Marcello Mazzarella
Italia, 2014
genere, biografico
durata, 90'


Nel cinema contemporaneo essere indipendenti può anche riguardare ragioni di convenienza, come sanno bene le Major hollywodiane, presenti in buon numero e sotto mentite spoglie in una vetrina commercialmente appetibile come quella allestita ogni anno dal Sundance Film Festival, promise land del cinema dai fa te. Al contrario esiste ancora un ristretto gruppo di cineasti per cui lavorare al di fuori della grande distribuzione e con possibilità economiche limitate rimane ancora oggi prerogativa necessaria e sufficiente. Mettendo da parte ogni esterofilia e guardando in casa nostra, non c'è dubbio che pasquale Scimeca insieme a pochi altri rappresenti il prototipo del cineasta a cui ci riferiamo.
Ad avvalorare quanto detto ci pensa "Biagio", il suo ultimo film, dedicato alla vita e alle opere di Biagio Conte, passato alla storia per aver fondato - nella Palermo dei nostri giorni- tre comunità destinate ad accogliere e a occuparsi di persone senza fissa dimora. Sulla carta infatti il progetto presentava tutte le caratteristiche del modello agiografico così in voga sia nel cinema che nella televisione, e cioè un tema edificante come può esserlo quello di una conversione religiosa votata alla carità e all'amore verso il prossimo, come pure  l'eccezionalità di un personaggio che nella scelta di vivere in assoluta povertà e insieme agli ultimi della terra, si riallaccia agli esempi più alti della tradizione francescana.


Nelle mani di Scimeca la santità del protagonista (laica e radicale come a suo tempo fu quella di "Placido Rizzotto"), pur presente nell'evidenza dei fatti non viene mai utilizzata per nobilitare il materiale narrativo, ne per suscitare l'ammirazione del pubblico, normalmente schiacciato dall'esaltazione dell'elemento carismatico. "Biagio" è piuttosto l'incontro con la dimesione esistenziale del personaggio, scandagliata nella sua dialettica con un paesaggio umano e naturale filmato con la stessa austerità che contraddistingue l'ascesi del protagonista. Ma "Biagio" è anche la testimonianza di un cinema che si mette in discussione, e che - attraverso le parole pronunciate nella scena finale dalla voce fuori campo- trova senso nel valore salvifico e morale di ciò che racconta. Non dimenticando che Marcello Mazzarella nei panni del protagonista dimostra di essere uno degli attori più bravi e sottovalutati del cinema italiano.



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martedì, gennaio 27, 2015

I NOSTRI RAGAZZI

I nostri ragazzi
di Ivano De Matteo
con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Barbara Bobulova
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 92'

Le vie del successo soni infinite e imprevedibili. Ne sa qualcosa Ivano De Matteo, fino a qualche tempo fa desaparecidos del cinema italiano, a causa di un film - "La bella gente"- che mettendo a nudo l'iprocrisia del ceto modernista e radical chic gli aveva precluso l'accesso ai normali canali di distribuzione, e poi, grazie anche alla santificazione ricevuta per il torto subito, promosso a nuova visibilità grazie a un lungometraggio, "Gli equilibristi", che, attraverso una storia di disaffezione familiare esplorava nuove forme di precariato sociale. Questo per dire come a volte la promozione di un film e il suo appeal vengano condizionati da fattori difficilmente pronosticabili. Nel caso de "I nosti ragazzi", terzo film di De Matteo, a incidere in maniera negativa sugli esiti finali potrebbe essere stata la somiglianza con "Il capitale umano" di Daniele Virzì, con cui il film di De Matteo ha più di un punto in comune, a cominciare da una trama che utlizza lo stesso tipo di espediente - la notte brava dei figli dei protagonisti- per innescare la crisi di un gruppo umano apparentemente equlibrato. Accade infatti che due fratelli caratterialmente agli antipodi debbano decidere se denunciare o meno l'accaduto, testimoniando contro la loro stessa prole. Un dilemma tanto drammatico quanto esemplare nel mettere a nudo l'ipocrisia e le contraddizioni di un nucleo affettivo che il regista romano modula sugli umori diMassimo (Alessandro Gassman), avvocato spregiudicato e rampante, e di Paolo, pediatra altruista e riflessivo; modelli di riferimento di una borghesia (romana) allo stesso tempo conservatrice e progressista. 

Meno strutturato e analitico del suo precursone, il film di De Matteo parte dalla stessa scommessa, e cioè di adottare il plot di un romanzo ("La cena" di Herman Koch) pensato per un contesto diverso da quello italiano, riscrivendolo con le caratteristiche tipiche del bel paese. Così facendo "I nostri ragazzi" si colora di un'universalità, di parole e situazioni, che si addice all'eleganza della confezione e alla pulizia di recitazione degli attori (con la prova di Gassman a tenere alto il livelo della categoria rappresentata anche da Luigi Lo Cascio e Giovanna Mezzogiorno) ma che stridfe con la carica eversiva di un messaggio veicolato attraverso il sorprendente finale, che riporta Di Matteo alle atmosfere de "La bella gente"; con il tradimento morale e poi spirituale dei valori professati nella prima parte della vicenda, a ribadire uno sguardo profondamente pessimista sullo stato delle cose.
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lunedì, gennaio 26, 2015

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: STILL ALICE

Still Alice
Festival internazionale del film di Roma - 3 giornata 
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
Usa, 2014
durata, 99′


Il termine “americanata” è un neologismo circa il quale neppure tre pagine di dizionario basterebbero a descriverne tutte le declinazioni in maniera esaustiva. “Still Alice”, film di Richard Glatzer e Wash Westmoreland – che narra di una madre di famiglia ammalatasi di una rara forma di Alzheimer precoce – ne assume tutti i connotati peggiori.
Postulato che è doveroso fare un minuto di silenzio per la sceneggiatura, che ai mielosi tratti drammatici ne alterna alcuni comici iper-calcolati, rendendo la riuscita finale assiduamente artificiosa e pre-frabbricata, Still Alice racconta di quanto il dramma più grande di un essere umano sia la distruzione della felicità (?) di una famiglia borghese da parte di una malattia rara. Lasciato, quindi, completamente da parte il lato umano della vicenda, tutto si concentra su come la tragedia vada a modificare gli equilibri inter-familiari, annullando di fatto qualsiasi dinamismo nell’evoluzione (o involuzione) dei personaggi e rendendo la visione noiosa – per non usare epiteti peggiori-. Non ci vengono risparmiati neppure i flashback girati in super-8, né il discorso commovente (?) al termine del quale tutta la platea si alza in piedi lacrimando. La regia, a tratti apatica e a tratti antipatica, trova i momenti di maggiore esaltazione nel fare continua pubblicità al marchio “Apple”, rimarcando in malo modo il concetto con la battutaccia affidata ad Hunter Parrish circa la superiorità della tecnologia sull’uomo. La bravura del cast, ovviamente, non basta a risollevare le sorti di un prodotto di così basso livello.
Lo spunto di partenza di “Still Alice” è tanto ottimo quanto pessimo ne è lo svolgimento. La mela di Steve Jobs, a quanto pare, vale più di quella di Isaac Newton.
Antonio Romagnoli (voto *)
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venerdì, gennaio 23, 2015

JOHN WICK

John Wick
di Leitch e Stahelskiche 
con Keanu Reeves, William Dafoe
genere, drammatico
Usa, 2014


Da sempre il cinema come veicolo di propaganda trova nei prodotti hollywoodiani la sua versione più efficace. Una caratteristica che diventa tanto più esplicita quanto maggiore e' il bisogno di vendere al mondo simulacri di nuove inimicizie; che mai, come in quest'ultimo periodo, sembrano coincidere con il modello applicato ai tempi della guerra fredda, ed in particolare con lo spauracchio del nemico comunista, prima dimenticato, grazie al muro di Berlino, e ora tornato in voga con una serie di disgrazie - non ultima quella legata alla destabilizzazione dell'Ucraina - che il cinema pop corn ha metabolizzato attraverso storie di morte e di vendetta popolate da sinistre figure, non a caso provenienti dalle terre dell'ex stato zarista.

Un' invasione reale - per il numero di film a "tema" ultimamente realizzati (da "Tokarev" con Nic Cage a "The Equalizer" con Denzel Washington) - e figurata - conseguente all'occupazione dello spazio narrativo da parte di tale progenie criminale- a cui "John Wick" appartiene di diritto, per il fatto di organizzarsi su uno schema da "delitto e castigo", innescato dalla strafottenza del rampollo di un boss della mafia russa che scatena la rivalsa del protagonista, un leggendario hitman uscito dal giro per dedicarsi alle gioie della vita familiare, sconvolta poi dalla morte dell'adorata moglie.
Se la resa dei conti assomiglia a un video game di media fattura, con lo scontro diluito in altrettante stazioni di dolore in cui gli automatismi del personaggio principale e la sua efficacia in termini di tiro a segno sembrano più il frutto di un dinamismo artificiale che umano (indicativo il montaggio che ad un certo punto associa la progressione dl Wick alla schermata di un gioco elettronico), il film lascia a desiderare anche nella costruzione del paesaggio psicologico ed emotivo. Un pò perchè la contaminazione con il noir - presente soprattutto in un'impossibilità di redenzione connessa direttamente al tema cardine del film, ovvero il legame con il passato vissuto come colpa e insieme prigione - è portata sullo schermo con immagini convenzionali e senza alcuna personalità; un pò perchè la direzione attoriale di Keanu Reeves è basata esclusivamente sull'iconografia tramandata da un film come "Matrix", gioia e delizia dell'attore americano, costretto a ripetersi tanto nell'utilizzo del corpo che in quello della maschera facciale. Sarà forse per questo che i coregisti Leitch e Stahelskiche tentano qualche alternativa con venature di umorismo nero volte più che altro a stemperare la farmacistica efficacia del mondo criminale da cui proviene il protagonista. Anche in questo caso con risultati risibili.
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ITALIANO MEDIO

Italiano medio
di Maccio Capotonda
Italia, 2015
genere, commedia
durata,  


Dopo anni di carriera in televisione e la consacrazione definitiva giunta dal pubblico “on-line”, sfruttando una comicità basata su un ambiguo ma interessante mix di non- sense americano alla “Family guy” e una buona infarinatura della memoria comica nostrana, Marcello Macchia - noto ai più come Maccio Capatonda - debutta sul grande schermo col film “Italiano medio”.

Tratta da uno dei trailer/parodia che lo hanno reso celebre,  la storia narra di Giulio Verme, convinto ambientalista che, in un momento di crisi, si convince ad assumere una pillola la cui funzione è  permettere di utilizzare il 2% del cervello piuttosto che il 20%.

È interessante come l’italiano medio, in realtà, risulti essere, infine, una media ponderata tra i due sé incarnati dal protagonista: il primo impegnato nella lotta sociale, generoso verso il prossimo e perfettamente rispettoso delle regole; il secondo, invece, sboccato, donnaiolo e “discotecaro”. Il risultato è, per l’appunto, l’italiano medio/furbo/arrampicatore/tendente al compromesso.

In un panorama cinematografico - prettamente nazionale - che stenta a decollare nel genere della commedia, Marcello Macchia tenta un’operazione complessa: da una parte riesce nell’intento di riportare sullo schermo i cosiddetti “caratteri” ed un’ironia non sempre fine a sé stessa; dall’altra fallisce nel biascicare per 90’ ciò che, con fare genuino ed immediato, era riuscito ad urlare in maniera secca nei propri lavori brevi e che, tocca dirlo, risultano geniali e brillanti.
Antonio Romagnoli
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giovedì, gennaio 22, 2015

LES AMOURS IMAGINARIES

Fondazione Cineteca Italiana presenta: Xavier Dolan-"Mommy" e 4 anteprime


Les Amours Imaginaries
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Monia Chokri, Niels Schneider
Canada, 2010
genere, drammatico
durata, 102'






Xavier Dolan si rivolge alla lussuria, al desiderio, all'ossessione e al dolore che ne consegue, come ben si evince dallo sguardo e dalle movenze dei tre giovani protagonisti del manage a trois di "Les Amours Imaginaires". La vicenda si svolge ai nostri giorni, sebbene l’educazione sentimentale che si narra potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca e luogo. Nel suo secondo lungometraggio Dolan racconta la storia di due amici di lunga data, Maria (Monia Chokri) e Francis (ancora una volta interpretato dal regista stesso), la cui ossessione per il loro nuovo comune amico Nicolas (Niels Schneider) ne metterà a dura prova il rapporto. Entrambi vogliono possedere Nicolas –ritratto e definito fin dalla sua prima comparsa come un “Adone autocompiaciuto” –, tanto da trasformarsi in quello che credono egli possa desiderare da un uomo o da una donna; ecco che se lei imiterà goffamente lo stile di Audrey Hupburn, lui farà di James Dean la sua musa ispiratrice.
Il cast artistico è eccezionale: Niels Schneider è perfetto nel ruolo dell’efebico cupido Nicolas, capace di muoversi nel film con un fascino e una bellezza raramente visti sullo schermo.




L’aspetto serafico e la recitazione delicata rendono inevitabile il paragone con Tadzio di Morte a Venezia. A sottolineare la sensualità androgina del protagonista, la sua immagine è più volte accostata al David di Michelangelo, cosi come a vari gruppi marmorei e disegni erotici che esaltano la conturbante sinuosità della sua presenza fisica. Tale incontestabile bellezza, da cui i due amici sono sopraffatti, si oppone ai disegni di Egon Schiele che Nicolas tiene invece ben in mostra  nella sua camera, corpi magri, sofferenti e perturbanti, ben lontani da quell’ideale di armoniosa leggiadria che gli altri vedono incarnato nella sua figura. In questo senso, avvalendosi anche solo dei riferimenti artistici e culturali che il regista affida a  ciascun personaggio -creando un ricchissimo sottotesto semiotico di rimandi più o meno colti al mondo dell’arte e del cinema-, la trama potrebbe essere brillantemente compresa e anticipata fin dalle prime scene. Che la bellezza fisica possa talvolta essere, per chi ha l’onore (o forse l’onore) di indossarla, un’arma a doppio taglio, viene evidenziato anche da una scelta musicale inusuale -considerata la passione che il giovane regista canadese nutre per il pop- come la Suite numero uno per violoncello solo di Bach o il preludio del Parsifal di Wagner. Come sceneggiatore e regista, Dolan possiede una vena ludica e auto-ironica, che gli consente di adorare ed esplorare sia il corpo femminile che quello maschile, esaltati da languidi movimenti di camera e colori soffusi o estremamente vivaci.



A conferire a "Les Amours Imaginaires" una certa patina vintage contribuisce anche la trama, debitrice a The Dreamers (Louis Garrel compare addirittura per un cameo), e, neanche a dirlo, a Jules e Jim, mostrando ancora una volta la passione di Dolan per la cinematografia francese. Ma questi, lungi dal cadere nella mera riproposizione di temi e situazioni già noti, spicca per originalità e, in particolare nelle scene di sesso, evita una resa dell’atto troppo esplicita, muovendosi alla ricerca di qualcosa di più introspettivo, maggiormente intrigante e  cerebrale piuttosto che sensuale. La camera si sposta indagando i corpi, esaltando e celebrandone  linee e forme, alternando inquadrature di uno e dell'altro, fino a creare quasi un androgino: in certe scene si fatica a capire se si stia guardando  un corpo maschile o femminile. Nel corso della pellicola Cupido non rivela nulla della sua personalità o del suo orientamento sessuale, in accordo con tutta la vicenda narrativa, ovattata nella dimensione degli amori immaginari. Non vengono presentate le vite reali dei personaggi nelle loro fragilità e naturali pulsioni, ma il loro fantasma: questi scelgono di esiliarsi dal mondo vero vivendo solo di immaginazione e fantasia. Non è tanto Eros ad impossessarsi di loro rendendoli schiavi d’amore, quanto piuttosto una certa noia esistenziale che li spinge a muoversi, in una climax di meschinità, verso l’insaziabile ricerca di qualcuno da desiderare. In questo senso viene naturale domandarsi se Nicolas esista veramente o non sia, piuttosto, solo frutto della disperata solitudine dei due, abitante dei loro pensieri più perversi, come mostrano i segni che Francis disegna sul muro del bagno: uno per ogni uomo da cui è stato rifiutato. Mirabile in questo senso è il tentativo di Dolan di mettere in luce come l’essere giovani ed estremamente belli porti con sé anche molti lati negativi.
Erica Belluzzi
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Film in sala da Giovedì 22 Gennaio 2015

THE INTERVIEW
di Evan Goldberg, Seth Rogen
con James Franco, Seth Rogen, Lizzy Caplan
2014 USA - Commedia - 112 min

JOHN WICK
di David Leitch, Chad Stahelski
con Keanu Reeves, Willem Dafoe, Adrianne Palicki, Alfie Allen
2014 USA - Azione/Thriller - 101 min

IL NOME DEL FIGLIO
di Francesca Archibugi
con Valeria Golino, Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo
2015 ITA - Commedia - min

STILL ALICE
di Richard Glatzer, Wash Westmoreland
con Julianne Moore, Kristen Stewart, Kate Bosworth
2015 USA - Drammatico - 99 min

DIFRET
di Zeresenay Mehari
con Meron Getnet, Tizita Hagere
2014 ETIOPIA/USA - Drammatico - 99 min

MINUSCULE - La Valle delle Formiche Perdute
Minuscule - La vallée des fourmis perdues
di Thomas Szabo, Hélène Giraud
2014 BEL/FRA - Animazione

SEI MAI STATA SULLA LUNA?
di Paolo Genovese
con Raoul Bova, Liz Solari, Dino Abbrescia, Nino Frassica,
Sabrina Impacciatore, Neri Marcorè, Giulia Michelini, Rolando Ravello,
Sergio Rubini, Paolo Sassanelli, Pietro Sermonti, Emilio Solfrizzi
2014 ITA - Commedia
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mercoledì, gennaio 21, 2015

EXODUS - DEI E RE

di: R.Scott.
con: C.Bale, J.Edgerton, B.Kingsley, J.Turturro.

- GB, USA, Sp, 2014 -
150'

I tormenti (nell'accezione stimolante del termine) estetici di Scott espongono praticamente da sempre il suo Cinema bello-da-vedere ad una diffusa quanto tacita diffidenza, fattasi verbo in ragione della sopracciliosita' di alcuni i quali, pur apprezzandone le innegabili doti tecniche e compositive nell'elaborazione visiva, spesso non si esimono, al momento di trarre una valutazione d'assieme, dal ricusarlo comunque, in quanto, alla fin fine, poco incline alle complessità psicologiche e alle pazienti calibrature dei chiasmi narrativi, tralasciando, per sovrappiù e quasi per intero, la capacita' - sovente fuori dal comune - di allestire corpi spettacolari in cui lo sguardo e' senza tregua guidato da sollecitazioni sensoriali atte alla costruzione di un'esperienza che e' in primis fisica e solo in seguito organizzata (e, chissà, redarguita) dagli strumenti del raziocinio [pensiamo, per esempio, ad un'opera - rimaneggiata più e più volte, e' bene ricordarlo - come "Legend" (1985), fatta a pezzettini dalla gran parte di coloro che ci si sono imbattuti, nel cui cuore e ai cui margini a volte fanno capolino, magari affastellandosi, intermezzi di vuoto di pura ascendenza pittorica, con grumi di generosa inattualità e financo dubbia pertinenza di accostamento, a base di Constable, per dire, o di Millais e Holman Hunt, gli uni e gli altri a rincorrersi nelle pieghe delle inquadrature in un tripudio di dettagli e moltiplicazione di punti da dove si diffonde la luce].

In altre parole, questa sorta di aposematismo cinematografico, tanto connaturato, quanto, diciamo così, irrispettoso, certo com'è della propria legittimità a prescindere dalle mode culturali e dalle categorie consolidate di giudizio, non può che risultare indigesto a tutta una serie di palati (a fasi alterne e per il poco che vale, anche a quello di chi scrive) che stentano a riconoscere la possibilità della pregnanza di una autentica narrazione-per-immagini che privilegi codici suoi propri in alternanza/alternativa al sostegno di quelli più propriamente letterari a cui, non di rado (e nel caso specifico di "Exodus" parliamo di ben otto mani al lavoro, il che, come e' ovvio, non e' di per se' garanzia di nulla, anzi, non si contano neanche le volte in cui tali rassemblements abbiano partorito mostri), tra l'altro, sopperisce. Tutto ciò nel bene come nel male, chiaro.



Altrettale china si percorre, quindi, in questo recente "Exodus: Gods and Kings" - ennesima incursione del regista britannico nei territori e nei molteplici orizzonti dei grandi temi (dell'ambizione a trattarne, come inesausta ricerca sugli archetipi, sul modo di coglierne, in un istante di privilegiata sospensione, l'eternità nella trasformazione) e del gigantismo (produttivo, genericamente commerciale) - centrato sulle vicende di Mose'/Bale (inquieto uomo predestinato quanto, nei frangenti fatidici, immancabilmente risoluto; latore di un destino privilegiato, in ogni caso solitario e tutt'altro che pacificato, se non, forse, al volgere della vita) e Ramses/Edgerton (anti-eroe marginalizzato in un deuteragonismo di caricaturale fellonia), cugini/fratellastri fatali; su una civiltà entro cui splendore e tirannia compartecipano a tracciare dolorosamente lo stesso solco di Storia, e su una chiamata divina che getterà le basi per la liberazione di un intero popolo. A parziale riprova di quanto accennato, e' interessante e notare e ribadire la maestria - dal sapore affine a quella dei vecchimastodonti d'ispirazione biblica - di ariose sequenze giocate sulla lontananza o l'apertura d'improvvisi squarci geografici o monumentali (le immense vallate; i rilievi stagliati sotto cieli chiari, lividi, minacciosi, comunque intrisi di reminiscenze figurative, da un lato; la maestà conscia e altera delle architetture e delle statue nilotiche; lo sfarzo elegante e geometrico delle dimore nobili, dall'altro) a cui abbinare, classicamente, il giusto spessore retorico o enfatico. Tutto cesellato da una fotografia (D.Wolski) definita, ricca di sfumature, sempre al limite di un controllatissimo iper-manierismo, pronta a rivestire/ricostruire gli oggetti, gl'innumerevoli particolari, e a cui sottende un gusto allo stesso tempo ricercato e discreto. Abiti, allora.
E gioielli, armi, stendardi, uniformi: le stesse pietanze, i mattoni di adobe o i bistri e le cosmesi del corpo che si accavallano e si separano in un tripudio di blu cobalto, mavi, avorio, giallo pieno o sabbiato, verde, ocra, et., ad esaltare quella costante ricerca sulla forma, sulla materia, da tempo immemore in Scott perno semantico attorno al quale far ruotare le storie o, perlomeno, centro di gravita' da cui attrarle al fine di tentare una perfetta compenetrazione.

"Exodus" procede, così, per dense scene stratificate - in cui la mdp cambia passo, variando da stacchi repentini su dialoghi spesso anodini a movimenti più ampi e morbidi ad evocare scampoli di una solennità e di un esotismo oramai impossibili/incomprensibili - a cui si giustappongono
cospicui interludi discorsivo/preparatori (durante i quali il ritmo si fa ondivago, gli snodi a volte approssimativi o sommari), quelli piùdottrinali inclusi (tra l'altro, la parte più didascalica del film, oltreché, tutto sommato, marginale, con buona pace delle lagne causidiche a cura degli inconsolabili del club-della-correttezza-filologica), destinati poi, questi e quelli, con ogni evidenza, a retrocedere a punti di raccordo per le sequenze belliche, animate da un fervore terragno parente stretto di quello di precedenti recenti - "Kingdom of heaven" (2005), "Robin Hood" (2010) - o per quelle più mistico-documentaristiche, come le piaghe d'Egitto, le manifestazioni arcane del divino, l'attraversamento del Mar Rosso, et.

Al netto delle imprecisioni e di un certo intrinseco logorio relativo alla più che consolidata consuetudine coi fatti narrati, l'opera di Scott s'impone all'attenzione per il suo fascino ricercatamente démodé unito all'impercettibile ma insistente sospetto circa l'incombere sugli uomini di una volontà ad essi non necessariamente benigna. Elementi, entrambi, che contribuiscono a fare di "Exodus" qualcosa di superfluo e - a tratti - struggente, come un fiore sgargiante fuori stagione.


TFK
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martedì, gennaio 20, 2015

UN RAGAZZO D'ORO

Un ragazzo d'oro
di Pupi Avati
con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 102'
 
 
Nella vasta filmografia di colui che per modus operandi e prolificità lavorativa potrebbere essere la versione italiana di Woody Allen, e cioè Pupi Avati, quello dei cosidetti "ragazzi interrotti" costituisce uno dei temi fondamentali della poetica del regista bolognese. Emotivamente fragile e psicologicamente complicata, la gioventù raccontata da Avati risulta quasi sempre una linea temporale che impedisce ai personaggi di crescere e di emanciparsi, determinando così l'infelicità del tempo che rimane. Sul piano pratico le conseguenze di tale tendenza si leggono nella difficoltà  dei protagonisti dei suoi film di accettare il normale contesto relazionale, e nella ricerca di rapporti amicali caratterizzati dalla presenza di figure mature e avanti con gli anni. Come capita perlappunto a Davide Bias (Riccardo Scamarcio), il tormentato protagonista di "Un ragazzo d'ro", film che riporta Avati al presente di un'Italia ritratta attraverso il microcosmo di avvenimenti e personaggi che ruotano intorno al padre del protagonista, Achille, scrittore e sceneggiatore di b movie, improvvisamente scomparso a causa di un incidente automobilistico. Davide infatti, nel tentativo di metabolizzare il lutto che gli ha tolto la possibilità di con l'incapacità del genitore di essergli padre, incomincia un lungo processo di immedesimazione con la figura paterna che lo porterà  a lasciare lavoro e fidanzata (una spenta Cristina Capotondi), per tornare a vivere con la propria madre e intrecciare una relazione platonica con una vecchia fiamma del padre, Ludovica (Sharon Stone), affascinante cinquattenne, proprietaria della casa editrice interessata al manoscritto di un libro a cui il genitore stava lavorando.
 
 
Deciso a confrontarsi con la crisi della società contemporanea, Avati sceglie di farlo alla sua maniera, lasciando fuori i dibattti e inchieste da rotocalco a favore di un'indagine umana in cui il malessere esistenziale - che appartiene prima di tutto a Davide ma in parte anche a color che gli stanno accanto - e quello patologico, rappresentato dalla grave forma di depressione di cui soffrre il giovane, si intrecciano fino a fondersi in un unico e profondo dolore. Il salto nel vuoto di Davide, con le riflessioni sulla crisi dei valori e sulla paternità mancata che l'accompagnano, diventa quello di una società senza futuro, e in fuga da se stessa, come indicano le parole fuori campo del protagonista che chiudono le porte a qualsiasi possibilità di rinascita, attraverso l'accettazione della malattia e del conflitto permanente. 

Preceduto dal battage pubblicitario relativo alla presenza di Sharon Stone, "Un ragazzo d'oro" lascia in secondo piano le doti dell'attrice americana per esaltare quelle di Riccardo Scamarcio, bravo nel trasformare l'umoralità del suo personaggio in una vera e propria alterazione mentale. Non agevolato dalla scrittura di una sceneggiatura troppo leggera nella definizione dei personaggi secondari ed incerta quando si tratta di dare concretezza al decorso clinico della nevrosi, Avati è invece un maestro di sensibilità e delicatezza nel farci sentire il senso di smarrimento che guida la vita dei personaggi. Nero a metà.
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domenica, gennaio 18, 2015

COME AMMAZZARE IL CAPO... E VIVERE FELICI 2

Come ammazzare il capo...e vivere felici 2
di Sean Anders
con Jennifer Aniston, Jason Bateman, Jason Sudeikis
Usa, 2014
genere, commedia
durata, 108'



“Il sogno americano è made in China”

Basterebbe questa battuta per fornire sintesi ed epilogo di “Come ammazzare il capo 2”. Nella storia del cinema, si sa, i sequel tendono ad essere pallidi ectoplasmi dei predecessori che ne rendono possibile la realizzazione. Caso vuole che “Come ammazzare il capo e vivere felici” - commedia dalle qualità dubbie che, eccezion fatta per il cast, si perde in una trama sfilacciata e gag raramente divertenti - nella proprio seguito diventi, invece, un film godibile che beneficia di ritmo, freschezza e canzonatura grottesca che, mancando, rendevano il prequel un prodotto più televisivo che altro - ad aggiungere prestigio alla cerchia di attori, qui, troviamo un geniale Christoph Waltz-.

Si va dunque, come facevamo cenno sopra, ad addentrarsi nelle sabbie mobili sociali/economiche coadiuvate, troppo superficialmente nel primo capitolo, dalle figure dei tre protagonisti - borghesi piccoli piccoli – in primis, per sprofondare poi, in un quadro di matrice probabilmente inconscia - o, perlomeno, indotto da agenti esterni che influenzano le più recenti commedie americane - nell’immaginario degli “squali” che, in branco, ruotano attorno alla preda per poi dilaniarla.

Anche senza dare troppo peso alle considerazioni, da prendere con le pinze, fatte in questa sede, “Come ammazzare il capo 2” risulta una commedia ben fatta che, a differenza del capitolo uno, raggiunge pienamente la sufficienza.
Antonio Romagnoli
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sabato, gennaio 17, 2015

OUIJA

OUIJA
di Stiles White, 
con Olivia Cooke, Ana Coto
Usa, 2014
genere, horror
durata, 89'



In tempi in cui la realtà supera la fantasia, non bisogna stupirsi se il cinema horror continua a segnare il passo. A dire il vero gli ultimi lavori di Scott Derrikson e James Wang avevano fatto sperare in un ripresa che invece non c'è stata. A pesare in negativo è innanzitutto la mancanza di idee, e quindi il pupullare di storie realizzate al ciclostile. Oltre alla paura, ingrediente indispensabile per film di questo tipo, a mancare è dunque l'elemento sorpresa, letteralmente annichilito dalla prevedibilità dei plot utilizzati dai registi. "Oujia" conferma queste mancanze mettendo sul piatto della bilancia una storia di case infestate dal male e di sedute spiritiche che generano mostri. Nel film prodotto da Michael Bay e diretto da Stile White il problema nasce quando Lane e i suoi amici, nel tentativo di dialogare con l'anima dell'amica scomparsa, risvegliano le cattive intenzioni di uno spirito maligno che inizia ad accanirsi contro di loro.
Con un incipit del genere era impossibile aspettarsi qualcosa di nuovo ma "Oujia", titolo ricavato dal nome della tavoletta utilizzata per evocare i defunti, riesce addirittura ad andare sotto media, con una regia che neppure per un momento è capace di farci trepidare per la sorte dei poveri ragazzi. Se a questo aggungiamo incongruenze di contorno, come quella che in maniera inspiegabile priva i ragazzi del background familiare, praticamente assente nonostante la giovane età dei protagonisti, e la nebulosa quanto superficiale spiegazione che alla fine vorrebbe giustificare i motivi di tanto accanimento, si stenta a credere che "Oujia" abbia rastrellato al box office americano circa 50 milioni di dollari. Vivamente sconsigliato.
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BIG EYES


Big Eyes
di Tim Burton
con Christoph Waltz, Amy Adams
Usa, 2014
genere, biografico
durata, 106'


Se c'è una cosa che distingue il cinema d'autore da quello realizzato su commissione, è la presenza di un punto di vista, quello del regista, che rende certi film diversi e insieme unici. Ci sono poi autori talmente bravi da riuscire a scivolare dentro le forme del cinema commerciale e d'intrattenimento, mantenendo inalterate le proprie peculiarità. Giochi di prestigio che, nel caso di Tim Burton, diventano per la maggior parte delle volte una gioia per gli occhi prima ancora che del cuore; come testimoniato dal successo di film sul tipo de "La fabbrica del cioccolato" e "Alice in Wonderland", debitori di una fama derivata principalmente dalla fantasia e dalla meraviglia dell'apparato visivo.
Ecco allora che un'opera come "Big Eyes", basata esclusivamente sulla biografia di persone realmente esistite, sembra porsi in antagonismocon l'ultimo cinema del regista americano. L'evidenzadi ciò la si trova principalmente nella scelta di Burton di rinunciare (per la seconda volta dopo "Ed Woods") all'elemento fantastico per dare spazio al realismo di una vicenda che prende in considerazione fatti e personaggi che appartengono alla Storia del paese. E poi di parlane nel modo più classico, realizzando una biografia filmata dei coniugi Keane, artisti di successo passati gli annali della cronaca per lo scandalo provocato dalla scoperta che i ritratti dei bambini dai "grandi occhi" - da cui il Big Eyes del titolo - firmati da Walter Keane, in realtà erano stati dipinti dalla moglie Margaret. 


Ma a differenza di altre cinebiografie attualmente nelle sale - da "Imitation Game a "La teoria del tutto" - quella di "BIg Eyes" non si preoccupa esclusivamente di illustrare i fatti della Storia ma piuttosto di farli convivere con un universo parallelo, quello del regista, popolato come sempre accade nei film di Burton da personaggi di un eccentricità al limite del grottesco (Il Walter Keane di Christoph Waltz potrebbe essere un clone dellà Ed Wood di J Deep), paesaggi iperreali (Gli States di Bruno Delbonell sembrano la fotografia di una società di plastilina) e figure di celestiale ingenuità, come lo è la Margaret interpretata da una straordinaria Amy Adams, novella Alice di un paese meraviglie. 



In questo modo più che la vicenda nel suo complesso, organizzata per tappe successive abbastanza prevedibili, a interessare è l'inserimento di quelle zone d'ombra che deviando dal nucleo narrativo del film, si rivolgono a territori liminali: come lo è certamente il discorso il discorso sulla perdita dell'innocenza di Margaret, prima tradita ma poi complice dei misfatti del marito - messa in corrispondenza con quella di una nazione che, con meccanismi simili a quelli descritti da Robert Redford in "Quiz Show", si scopre improvvisamente meno bella di quella che si credeva. Ed a cui appartiene anche la riflessione sull''arte come espressione di un'urgenza naturale oppure di un pianificazione paritetica agli altri prodotti di consumo, resa nel film attraverso l'incontro/scontro dei due protagonisti. E finanche la catarsi finale, perfetta per un film che si rivolge al grande pubblico e allo stesso tempo allusiva di una libertà, personale e d'artista, che dopo tanti kolossal blockbuster, il Tim Burton di "Big Eyes" si è ripreso con gli interessi.
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JA TUE' MA MERE


 Fondazione Cineteca Italiana presenta:
Xavier Dolan-"Mommy" e 4 anteprime

J'ai Tuè Ma Mere
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Francois Arnaud, Anne Dorval
Canada, 2009
durata, 100'


In pochi avrebbero il coraggio di urlare al mondo intero “J'ai tué ma mère”, eppure questo è  il titolo che Xavier Dolan, a soli sedici anni ha scelto per la sua prima sceneggiatura, trasformatasi quattro anni dopo in una pellicola accolta da otto minuti di standing ovation alla 62ª edizione del Festival di Cannes. Hubert (interpretato dallo stesso Dolan) vive in un dozzinale appartamento della periferia di Montreal con la madre Chantale (Anne Dorval). Il rapporto tra i due è nutrito da una profonda e velenosa rabbia reciproca, scaricata in interminabili litigi quotidiani. Hubert non va bene a scuola, è volubile e ostile e, per aumentare il fastidio della madre, abbandonata alla sua sola fragilità nella gestione della casa e nell’educazione del figlio, utilizza le parole come proiettili con cui colpire e uccidere ogni possibilità di pacifica convivenza. Gran parte della tensione potrebbe avere a che fare con il senso di colpa che affligge il ragazzo a causa della relazione d’amore che lo lega ad Antonin (François Arnaud). Per evadere da questa situazione egli trascorre gran parte del tempo a casa del compagno, che vive assieme alla madre (Patricia Tulasne), una donna al passo coi tempi, felice che i ragazzi dormano assieme e facciano occasionale uso di droga, quindi diametralmente opposta alla cupa e stanca Chantale. Quest’ultima manca totalmente di quella sensibilità che il giovane Hubert agogna – divertente la scelta di onorare Antoine e la madre col cognome di Rimbaud-, e che gli fa dire “vorrei essere il figlio di chiunque, ma non quello di mia madre” .



Venti anni fa, l'identità sessuale di Hubert sarebbe stato il punto di un film come questo, ma ora, saggiamente, Dolan utilizza questo elemento solo come un ingranaggio della tensione complessiva della narrazione, piuttosto che come suo centro propulsivo. J'ai tué ma mère  è innanzitutto grande teatro del quotidiano, così lucidamente presentato che è difficile non sentirsi parte di quelle esistenze che si rincorrono sullo schermo. Dolan ritrae caratteristiche individuali di queste due persone e al tempo stesso anche qualcosa di universale sulla relazione tra adolescente e genitore. In quest’opera prima fa sfoggio narcisistico di molte delle note stilistiche che caratterizzeranno la sua successiva produzione, passando con agilità dal bianco nero a scritte sovraimpresse. Alcuni tic registici sono estremamente funzionali a conferire alla non-azione un senso di immane incomunicabilità: spesse volte i personaggi sono ripresi isolati, al margine dell’immagine fotografica, sebbene si trovino allo stesso tavolo o costretti vicini dallo spazio angusto dell’abitacolo di un’automobile. Non manca una buona dose di melanconico citazionismo – dallo slow-motion di Wong Kar-Wai ad una narrazione che cresce sulle orme dei 400 colpi, per non parlare poi di una scena in un locale che pare uscita da Vivre sa vie–, ma sarebbe sterile soffermarsi su questi elementi mentre Dolan, talento poliedrico, si è eccellentemente misurato contemporaneamente col ruolo di attore, regista, sceneggiatore e produttore.


Lungi dall’essere presagio di un risvolto horror, il titolo del film fa riferimento a quell’omicidio che il protagonista, alla stregua di qualunque figlio, vorrebbe e dovrebbe compiere, quell’assassinio che consente di eliminare la propria madre per crescere. Una sceneggiatura brillante e davvero coinvolgente rende digeribile una sintassi filmica fin troppo eterogenea, ma resa necessaria dalla stasi in cui requia l’azione. A ben guardare infatti, non ci sono reali drammi esistenziali che motivino l’insaziabile rabbia dei due protagonisti, oltre al fatto che è tanto difficile accettare di essere “uccisi”, quanto lo è vedersi recidere il cordone ombelicale.
Erica Belluzzi

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venerdì, gennaio 16, 2015

LA TEORIA DEL TUTTO

La teoria del tutto
di James Marsh
con Eddy Redmayne, Felicity Jones, David Thewelis 
Uk, 2014
genere, biografico, drammatico
durata 123'
A Beautiful Mind. L'appellativo - derivato dall'omonimo film diretto da Ron Howard - che ieri descriveva così bene il talento e l'umanità  di John Nash, scienzato statunitense insignito del premio Nobel per aver contribuito a sviluppare la teoria dei giochi, potrebbe essere utilizzato oggi come riferimento alla genialità del collega inglese Stephen Hawking, passato alla storia per le sue ricerche sui buchi neri e sull'origine dell'universo. Un legame, quello tra i due uomini, che non si esaurisce nell'esemplarità dei rispettivi meriti lavorativi ma che si allarga anche al privato, e all'interno di una quotidianità condizionata dalle limitazioni della patologia di cui entrambi soffrirono. Così se Nash dovette fare i conti con una sorta di allucinazione schizofrenica che lo portò a convivere con il clone di se stesso, parimenti Hawking si trovò ad affrontare le conseguenze di una degenarione neurologica che in breve tempo gli fece perdere buona parte delle sue normali funzioni corporee.
Analogie che non sono sfuggite ai produttori hollywoodiani, ne a coloro che dopo aver visto il film interpretato da Russell Crowe hanno pensato di realizzare un remake sotto mentite spoglie , con lo scienziato inglese e la sua devota moglie (che ha scritto il libro da cui il film è tratto) a replicare le gesta anche sentimentali dei loro predecessori. In questo senso "The Theory of Everything" è, rispetto al suo predecessore, paradigmatico nel presentare una vicenda umana che nasce e si sviluppa sovrapponendo due linee narrative: da una parte quella riguardante la speculazione intellettuale e cognitiva, con l'anarchia del genio e delle sue rivoluzionarie scoperte, messe a confronto con la reazione di un mondo riottoso al cambiamento. Dall'altra invece, in una sorta di contrappasso emozionale, la dolcezza e l'amore di un legame sentimentale apparentemente impossibile (come all'inizio sembra quello tra John Nash e la moglie Alicia), e che invece fu, grazie alla forza e alla tenacia della donna che donò a Hawking amore e normalità.

Consapevole che la forza di questo genere di film risiede soprattutto nel ribaltare la normale percezione di ciò che distante ed eccezionale, permettendo allo spettatore di fraternizzare con personaggi e avvenimenti usalmente irraggiungibili, "The Theory of Everything" si concentra soprattutto sulle vicende privare di Hawking e della sua famiglia, registrando le gioie e i dolori derivati dalle conseguenze della malattia ma anche dalle molte gravidanze (ben tre) che ne allietarono il menage matrimoniale. Seppur convenzionale la regia di James Marsh evita i rischi di pietismo e accondiscendenza connessi con la menomazione del protagonista. Eddie Redmayne nella parte del fisico inglese si produce in una di quelle rappresentazioni dell'handicap fisico che, in vista della prossima edizione degli Oscar, potrebbe fargli guadagnare la simpatia dei membri dell'Academy
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giovedì, gennaio 15, 2015

TOM A' LA FERME

Fondazione Cineteca Italiana presenta:
Xavier Dolan-"Mommy" e 4 anteprime

TOM A' LA FERME
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Evelyne Brochu, 
Canada, Francia, 2013
genere, drammatico
durata, 105'




"Tom à La ferme" è il quarto film di Xavier Dolan e il primo a non essere basato su una sua sceneggiatura, sebbene anche in quest’opera uno dei centri propulsori dell’azione sia il rapporto madre-figlio. Nonostante la pièce sia stata scritta da Michel Marc Bouchard (e da questi adattata alle esigenze filmiche assieme al regista), l’opera si inserisce molto bene all'interno del percorso di Dolan. Il Tom (lo stesso Xavier Dolan), protagonista fin dal titolo, è un ragazzo poco più che ventenne di Montreal, capelli decolorati, viso pallido e un abbigliamento che ne esalta la magrezza e la fragilità. Potrebbe essere l’emblema dell’hipster o del radical chic, sormontato da una folta chioma di capelli biondi e sporchi, un tatuaggio di Matisse sull'avambraccio sinistro e le gambe avviluppate in pantaloni strettissimi. Dopo la morte del compagno Guillaume, Tom si reca al funerale assieme alla famiglia dell’amato. Più si addentra nella campagna del Quebec, più le strade, ruvidi e affusolati labirinti, sono dominate da colori e atmosfere campestri, che creano un certo senso di isolamento e depressione. Il marrone della terra e il giallo delle irte spighe di mais, stesso colore dei capelli di Tom - con cui in una scena magistrale si mimetizzerà-, non hanno nullo di idilliaco o bucolico, ma anzi conferiscono alla scenografia un che di ridondante e conturbante, creando un’unica spenta cromia morta, da cui pare impossibile evadere. La madre di Guillame, Agathe (Lise Roy), è una vecchia donna sola con una percezione della realtà alterata, in attesa che Sara, la morosa del figlio (Evelyne Brochu) arrivi per la cerimonia funebre. Ella non sa tuttavia che il figlio era gay, ma è felice di apprendere che Tom -che crede essere uno degli amici e confidenti più stretti del figliolo -, è disposto a sostare presso l'azienda agricola con lei. Le cose iniziano a farsi sempre più strane quando Francis, il fratello del defunto (Pierre-Yves Cardinal), figlio, amante e sostengo della vecchia madre, sfida violentemente il protagonista in momenti di fragilità –mentre questi dorme o, omaggiando certamente Hitchcok, durante una doccia -, obbligandolo a mantenere segreta la relazione omossessuale che intratteneva col fratello morto.

Magnifica in questo senso la presenza scenica di Francis, che non entra nell’immagine compostamente, ma piuttosto si impone in tutta la sua grandezza e ferocia. Dolan crea una scenografia tetra e brulla, una campagna quasi monocromatica, grazie a cui dal melò approda al thriller psicologico, con un paio di colpi di scena degni di un horror. Le performances recitative di tutti gli attori sono estremamente forti. Dolan è eccezionale nel ruolo di chi lotta col suo dolore in un luogo in cui si fatica ad avere qualsiasi tipo di comunicazione o sollievo, dal momento che il silenzio e la menzogna sono d’obbligo, anche relativamente alle circostanze in cui Guillame ha trovato la morte. Cardinal è una presenza minacciosa, sebbene si presenti egli stesso estremamente insicuro e succube di un amore materno forse un po’ eccessivo, come dimostra il suo disperato tentativo di approfittare della presenza di un esterno nella fattoria per esplorare i limiti della propria sessualità. Come già mostrato nei suoi precedenti lavori, l’enfant-terrible della cinematografia canadese, non sbaglia nemmeno nella scelta della fotografia, eccellentemente realizzata da Andre Turpin, esperto a intrappolare i personaggi entro i confini di una cornice, comprimendo la loro facce in costante ravvicinamento. Se in "Mommy" il formato 4:3 sbatteva il viso di un personaggio contro quello dell’altro, rendendo inevitabile lo scontro,  in "Tom a La Farme"  anche usando il classico 16:9 riesce comunque ad inquietare, mozzando i visi degli attori in un quadro quanto mai grottesco, ingabbiandoli in un vera e propria “tela del ragno”, che rispetta le vicende narrative in atto. In una scena alla fine della pellicola, quando Sara arriva a confortare Agathe, Turpin isola ogni personaggio nel proprio spazio, concentrandosi su ciascuno, catturandone ogni minimo gesto muscolare, respiro e affanno.


Questo effetto, irraggiungibile attraverso il teatro di Bouchard, permette a Turpin e Dolan di stringere lo spazio e mostrare la divisione e l'isolamento dei quattro personaggi principali. In altri momenti, viene fotografata la lotta di potere tra il delicato Tom e il fiero Francis, come durante un tango erotico tra i due nella stalla, che si aggirano minacciosamente l’uno attorno all’altro.  Nel frattempo, il compositore premio Oscar Gabriel Yared (Il paziente inglese) offre un punteggio audace e dissonanti, belante come le grida degli animali della fattoria, delegate allo sfondo. La musica segue l’esperienza di Tom in azienda, se prima era violentemente amplificata e protagonista, col passare dei giorni diviene sempre più scura, gli accordi e le dissonanze sono fedeli al senso di trappola, e solo quando riuscirà finalmente a scappare e vedere i colori di Montreal, anche il pop tanto caro a Dolan tornerà fiero.


Dolan fornisce un fine ritratto psicologico di uno dei possibili modi di reagire al dolore per la perdita e al lutto: l’espiazione. Il protagonista cerca, vuole e volontariamente si accolla il peso dell’efferratezza di Francis sino a quando il suo processo di elaborazione personale non gli consentirà di fare i conti con la realtà e reiniziare a vivere.
La storia non fornisce risposte concrete e i protagonisti paiono muoversi per inerzia, forse mossi da un sadico burattinaio che li rende carne da macello –non a caso sarà proprio Tom ad accorgersi della morte di un vitellino e a trasportarne il cadavere–, tanto che gran parte delle relazioni intrapersonali sono buie e sotterranee, poco chiare a una prima lettura, dominate da una perenne sensazione di insicurezza che non permette di andare oltre la superficie. Tom diviene presto ingranaggio di questo gioco perverso  di cui Francis e' padrone, e si scopre complice del suo stesso carnefice, decidendo di reggere la pantomima contro l'ignara madre.
Erica Belluzzi
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Film in uscita da Giovedì 15 Gennaio 2015

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo
con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Jake Weber
2014 ITA - Drammatico - 109 min

EXODUS - DEI E RE
Exodus: Gods and Kings
di Ridley Scott
con Christian Bale, Joel Edgerton, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, John Turturro
2014 GB/USA - Drammatico/Storico - 150 min

LA TEORIA DEL TUTTO
The Theory of Everything
di James Marsh
con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox
2014 GB - Biografico/Drammatico - 123 min

PROFESSORE...PER FORZA
The Rewrite
di Marc Lawrence (II)
con Hugh Grant, Marisa Tomei, Allison Janney, J.K. Simmons
2014 USA - Commedia sentimentale - 107 min

ITALO
di Alessia Scarso
con Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, Vincenzo Lauretta, Martina Antoci
2014 ITA - Commedia - 105 min
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mercoledì, gennaio 14, 2015

THE WATER DIVINER

The Water Diviner
di Russell Crowe
con Russell Crowe
Australia, Turchia, Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 111'


1919, Turchia. La prima guerra mondiale è finita ma, ovviamente, le atrocità e le contraddizioni nate con essa si protraggono numerose e più che mai atroci. Quindi il dolore dei due genitori australiani, che hanno perso i loro tre figli durante il conflitto, difficilmente può essere attenuato.
Sceltosi un argomento assai spinoso per il proprio esordio alla regia, Russel Crowe ha un compito assai difficile da elaborare col giusto manierismo. Consapevole di ciò, l’attore/regista mette al suo fianco un direttore della fotografia come Andrew Lesnie - “Il signore degli anelli”; “Lo hobbit” -, che fa un lavoro pregevole in tutte le fasi, e si affida ad uno script che ha degli ottimi presupposti e, volendo, anche ottimi spunti - il padre, abile cercatore di pozze d’acqua, simbolo per eccellenza della vita, che si ritrova a cercare i tre figli morti; il rapporto, tramite flashback, dei tre fratelli fino al più tragico epilogo; il dolore, quello materno, troppo difficile da accettare -. Aiutato anche da un reparto scenografico degno di nota, il film, tuttavia, non riesce a decollare nel suo svolgersi diventando, al contrario, stucchevole e noioso.
A conti fatti, “The water diviner” è un film con alcuni pregi ma molte pecche - su tutte l’andare a conclusione -, diventando un’ opera prima che, a differenza di ciò che si potrebbe supporre dalla tazzina di caffè finale, lascia con l’amaro in bocca.
Antonio Romagnoli
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AMERICAN SNIPER

American Sniper
di Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller
Usa, 2014
genere, biografico, drammatico
durata, 134'



Nel mestiere di critico cinemagrafico come in quello di chiunque abbia a che fare con macrocategorie capita spesso di generalizzare nel tentativo di comprendere la complessità dei fenomeni osservati. Per fortuna, almeno nel cinema, esistono ancora i cavalli di razza, esponenti di un eclettismo naturalmente riottoso a questo tipo di semplificazione. Se non fosse così Clint Eastwood da par suo rischierebbe la schizofrenia, tante sono state nel corso degli anni le interpretazioni che di lui e della sua arte sono state fornite. Revanscista e misogeno al tempo della new hollywood, progressita e umanitario a partire dagli anni novanta (con "The Unforgiven" a rappresentare tale cesura), il cinema del regista americano, almeno in Italia, non ha mai avuto una lettura equilibrata, per motivi in parte riconducibili alle simpatie politiche del regista, in parte per la scelta di sceneggiature caratterizzate da un protagonismo maschile dominante e risoluto. Per fortuna l'arte cinematografica nelle sua migliori espressioni è frutto di ben altri estri, e soprattutto orgogliosa di una libertà - di pensiero e d'espressione - che Eastwood conferma ancora una volta con "American Sniper", autobiografia del cecchino più letale della storia americana - al secolo Chris Kyle, navy seals impiegato in Iraq - e nuovo capitolo su uno dei momenti più drammatici della recente storia americana, quello seguito alla tragedia dell'11 settembre - puntualmente ricordata nelle immagini d'archivio presenti nel film- con la crociata proclamata dalla nazione americana rappresentata dallo spirito guerriero e dagli ideali dell' irrequieto protagonista. 


 


Dopo il nostalgico revival di "Jersey Boys" Eastwood torna dunque al presente, "complicandosi" la vita con la storia di un uomo che, non solo decide di vendicare il suo paese schierandosi dalla parte del più forte, ma che nel farlo si dimostra scevro da qualsiasi accenno di dubbio o pentimento. Una visione del mondo unilaterale e manichea che appartiene alla biografia del personaggio, e che Eastwood trasporta sullo schermo in una forma (classica) certamente impeccabile, ma senza la consueta (e a dire il vero da un pò di tempo assente) capacità di riflessione.

 


Mancanza d'ispirazione, o, se diamo retta alle accuse scatenatesi dopo la presentazione del film, omissione volontaria, quello che qui importa non è constatare il fatto che "American Sniperabbia più di una similitudine con certo cinema di guerra votato all'azione, come attesta l'inserimento nella parte centrale del film di un'affannosa caccia all'uomo ("Il macellaio", sniper iracheno che fa strage di marines) non presente nel libro di memorie da cui è tratta la storia; ne di rilevare il cambio di prospettiva adottato nell'approccio ad un genere come quello biografico, che Eastwood aveva affrontato in passato con una lente sin troppo deformante (ci riferiamo soprattutto a J Edgard) e che oggi, almeno per quello che riguarda la vita di Chris Kyle, si attiene alla realtà dei fatti senza interpretarli. Interessa invece rilevare una continuità di temi e contenuti rispetto alla carriera dell'autore che "American Sniper" ribadisce soprattutto nella parabola esistenziale di un uomo che non riesce a salvare ne se stesso ne gli altri. Ennesima figura di paternità mancata, lo Sniper Eastwoodiano diventà così l'emblema di un cinema che attraverso la sconfitta del super uomo confessa al mondo la sua impotenza.
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Film Telecomandati: "Serendipity"/"Quando l'amore e' magia"

di: P.Chelsom.
con: J.Cusack, K.Beckinsale, J.Piven, M.Shannon.

- USA 2001 - 90'

Commedia romantica ma non cretina. Ragguaglio semplice ma tutt'altro che secondario e che dovrebbe bastare per inquadrare un film lieve e piacevole come "Serendipity", ulteriormente ingentilito dalla presenza di una certa sottile malinconia che riduce di molto il melenso e lo stucchevole comunque in agguato in operazioni del genere. Se la storia ruota attorno al concetto di serendipita' - ovvero la sagacia d'interpretare nel giusto senso i segni casuali di un fenomeno, in questo caso amoroso, giungendo a consapevolezze diverse dalle premesse di partenza, del genere cercando-qualcosa-ne-trovi-un'altra - la progressione della vicenda se ne avvale più come pretesto per innescare equivoci, corse  contro il tempo, momenti di euforia e disillusioni, che per speculare o divagare sul versante filosofico.


Sara (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack) s'incontrano un giorno qualunque in una New York prenatalizia e, in capo a qualche ora, fraternizzano. Già impegnati dal lato sentimentale, pero', affidano gli eventuali sviluppi di quel loro incrocio ai capricci della sorte e alla volubilità del tempo, con la segreta speranza/certezza di ravvisarne nelle circostanze del quotidiano ipotetiche avvisaglie e insospettate rivelazioni. Riusciranno, alla fine, Sara e Jonathan a convogliare le giravolte delle proprie vite sulla stessa coordinata geografica ? Domanda oziosa: turbamenti, ironie, dubbi e aspettative in "Serendipity" scaturiscono - ecco il pregio e il tratto distintivo - più ancora che dalla ronde amorosa che ne rappresenta la ovvia ragion d'essere, dalla contagiosa e nient'affatto scontata chimica dei protagonisti, affiatati e complici, empatici e credibili, in specie nel loro meditabondo girovagare alla ricerca uno dell'altra (con spesso alle calcagna amici solleciti, tipo l'irrefrenabile Jeremy Piven, vero vecchio sodale di Cusack).



Kate Beckinsale, silhouette sottile di straordinaria fotogenia, quanto interprete di alterna e in fondo poco eclatante carriera, divisa, quest'ultima, tra incerti tentativi di cinema adulto e una più routinaria quanto remunerativa permanenza nei generi (si pensi solo all'ennesima inesauribile saga, "Underworld"), offre al carattere di Sara tratti impazienti e febbrili che contrastano felicemente col suo charme altolocato molto soave, molto british, donandole/donandoci l'illusione di uno splendore accessibile perché intimamente vulnerabile. John Cusack, uno degli eterni ragazzi americani, attore forse poco apprezzato ma in grado di giocare con un discreto bagaglio di sfaccettature, tratteggia Jonathan in parte tornando in linea con quel suo personaggio scanzonato e un tanto sopra le righe, in apparenza risolto ma in fondo inquieto, degli episodi meno banali della teen comedy americana della seconda meta' degli anni '80. Qui solo un po' appesantito, più scaltro ma con guizzi di quella logorroica ingenuità - degna della gloria antica di film come "Sacco a pelo a tre piazze/"The sure thing" (1985) di quel abile commediante che e' Rob Rainer, o "Non per soldi... ma per amore"/"Say anything..." (1989), esordio alla regia per Cameron Crowe - che non a caso aveva intrigato il Woody Allen pre-senile ("Pallottole su Broadway", 1994).

Pur perdendo di mordente nella seconda parte, "Serendipity" si riscatta nel finale sulla pista di pattinaggio di Central Park - mentre impalpabile comincia a fioccare la neve - con Jonathan/Cusack che si stende sul ghiaccio ad aspettare che il suo destino si compia e da qualche parte si fa strada la morbida mestizia di "Northern sky" di Nick Drake.


TFK

in onda mercoledì 14/01, alle 21,15 su RAI Movie.
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