lunedì, novembre 24, 2014

32TFF - N-CAPACE

N- Capace
di Eleonora Danco
con Eleonora Danco

 
 
 
Il vantaggio del cinema è che in un periodo molto concentrato di tempo si accede velocemente ad una conoscenza che impiegheremmo molto di più a fruire con un altro mezzo di espressione. In questo caso specifico, davanti alla sincera urgenza di raccontare per immagini che Danco offre mettendosi - anche letteralmente -  a nudo, l’esperienza può diventare catartica: è tutto lì, a portata di anima, e si può arrivare a cogliere qualcosa di noi lungo il percorso condiviso.
Tutto questo è essenzialmente il primo lungometraggio di Eleonora Danco: poetico, commovente, terapeutico, un film che fa onore al TFF perché ne rappresenta pienamente lo spirito, da un’autrice dotata di quella passione, espressa anche disordinatamente, di quel fuoco sacro che ci si aspetta dagli autori esordienti.
 
Oltre a questo, si potrebbe dire che ricorda il Moretti degli esordi e la spontanea genuinità di Miranda July.
E poi, volendo, che si tratta di un film sull’elaborazione del lutto, sul senso di inadeguatezza, la malinconia per chi è assente, la nostalgia dell’infanzia e dei luoghi dell’infanzia, sul tempo che passa e che cambia tutto. Sulla vita che ci chiede il conto, sui promossi e sui bocciati.
Temi che emergono lungo un viaggio fatto di interviste ad anziani ed adolescenti, dove con sfrontate domande si chiamano tutti a parlare di se, un percorso in cui Eleonora Danco coinvolge il proprio padre e il ricordo della madre scomparsa, come in una terapia di gruppo, confessioni intime che aiutano a recuperare tanti pezzi di se, per scoprire alla fine che il tempo che è passato forse non ha cambiato niente e che l’umanità ruota intorno agli stessi mutevoli principi ed alle stesse mutevoli necessità, dove i corpi sono già polvere e le lacrime bellissime. 
 
Soprattutto, da spettatori facciamo il tifo affinché quel fuoco continui a bruciare, con l'auspicio che la scena della vasca piena di "gentilini" in cui “Anima in pena” è immersa nuda, possa diventare un cult come il barattolo di Nutella in Bianca.
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domenica, novembre 23, 2014

32TFF



GENTLEMEN

di Mikael Marcimain

Mikael Marciman è il 44enne regista svedese al secondo film (il primo è Call Girl del 2012) che ha accettato l'onere e l'onore di portare sul grande schermo il romanzo del 1980 del prolifico scrittore Klas Ostergren (qui anche autore della sceneggiatura) "Gentlemen", una creatura letteraria enorme e venerata in patria, romanzo considerato già un classico della letteratura svedese del XX secolo, con una complessità di piani temporali da far tremare i polsi all’idea di tradurlo in cinema.
Con alle spalle anni di serial tv, Marciman non sembra essere soltanto al suo secondo film, e con grande mestiere e forse incoscienza si misura con il tentativo di domare il magma/racconto che pare vivere di vita propria, refrattario a farsi ridurre entro i limiti del mezzo cinematografico, tanto che sembra di assistere alla visione di tre o quattro film in uno solo, per la proliferazione di generi, dal noir al sentimentale, dal giallo-thriller al biopic, dal musical allo storico.
Il risultato è una travolgente incontinenza visiva, per la traboccante scenografia e la ricchezza di dettagli, per le tante storie che dalla storia portante si diramano, si allontanano per poi ritornare a quella principale, in un lungo flash back con dentro tanti flash back, in un’ubriacatura narrativa che fa perdere a tratti il filo del discorso. Come la musica di Elton John, continuamente citato durante la storia, lo stile è barocchissimo e fa venire in mente le atmosfere de La Talpa di cui Marciman è stato regista della second unit.
Promosso per coraggio e per stile, film visivamente bello da vedere intorno al tema della storia che si ripete, dove non esistono buoni o cattivi, gli ideali si accomodano con il passare degli anni, e diventando grandi la verità si confonde con la necessità. [ LEGGI TUTTO ... ]

giovedì, novembre 20, 2014

SCUSATE SE ESISTO!


di: R.Milani.
con: R.Bova, P.Cortellesi, L.Savino, E.Fantastichini, C.Bocci, S.Rocca.

- ITA 2014 - 
Commedia - 105 min




E' noto: la Storia tende a ripetersi in un rapporto inversamente proporzionale alla quantità d'insegnamenti che se ne trae. Sarà anche per questo, forse, che la cosiddetta nuova commedia italiana stenta, in generale, a rinnovarsi. In un limbo mediano, può  ragionevolmente collocarsi, in ogni caso, quest'opera di R.Milani, "Scusate se esisto !", ruotante attorno alla figura di Serena/P.Cortellesi, talentoso architetto abruzzese che, dopo una parentesi all'estero, incapace di sopire del tutto fin troppo note nostalgie attinenti al famoso/famigerato carattere nazionale, torna in Italia e, da prassi, viene quasi subito presa al cappio di lavori senza sbocco e mal pagati. Le cose sembrano prendere una piega inaspettata allorché fa la conoscenza di Francesco/R.Bova, atletico proprietario di ristorante che la assume come cameriera e la incoraggia a non demordere. L'occasione per imprimere l'accelerazione definitiva agli eventi, si materializza sotto forma, da un lato, della rivelazione della felice omosessualità di Francesco e, dall'altro, dall'imporsi di un progetto di Serena inerente addirittura la parziale riqualificazione di uno dei tanti monumenti all'idiozia umana, nel caso l'agglomerato edilizio di Corviale, nel quadrante sud-occidentale di Roma. La combinazione tutt'altro che pacifica, seppur spesso comica, di questi due elementi, condurrà la vicenda a continui scambi di ruoli, a equivoci, fino alla ricomposizione, intesa come punto di equilibrio tra volontà ed esigenze diverse.

La commedia, scritta ad otto mani (quelle di Milani e Cortellesi incluse, quest'ultime, tra l'altro, unite anche fuori dal set), se può contare su un Bova che sa giocarsela con una qual leggerezza e distacco nei panni del bello e impossibile gay, simpatico e premuroso, e sulla stessa Cortellesi quando riesce a rendere interessante il personaggio di Serena spogliandolo di pose e moine care ai suoi trascorsi televisivi, altresì perde mordente nel ricorso assiduo al tritume di cliché cristallizzati entro la camicia di forza di macchiette con tutta evidenza inossidabili: i parenti provinciali folkloristicamente invadenti; il dialetto inscatolato in ovvi nonsense; il Capo cialtrone e, di fondo, ottuso, a cui i sottoposti riservano tutto l'ossequio che gli rifiuteranno al momento di risorgere in una collettiva presa di coscienza; i comprimari omosessuali sensibili e/o pittoreschi; i contrasti che si appianano e le prospettive che si ridisegnano di preferenza intorno alla grande-tavola-imbandita-italiana, et. Se, quindi, non si può non notare un certo garbo nel tono d'insieme (ridotto uso del turpiloquio; i caratteri, anche quelli secondari, tratteggiati in modo elementare ma con affetto sincero), permane comunque la sensazione dell'ennesima scommessa giocata sulla difensiva, più attenta cioè al margine minimo-ma-sicuro che a combinazioni magari insidiose ma più redditizie.

Piccole parti per E.Fantastichini, S.Rocca e C.Bocci.

(Nota: come da titoli di coda, il progetto di recupero per Corviale esiste sul serio. I lavori dovrebbero iniziare nel 2015. Incrociamo le dita).


TFK
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Film in sala da Giovedì 20 Novembre 2014

ADIEU AU LANGAGE
di Jean-Luc Godard
con Héloise Godet, Jessica Erickson, Alexandre Païta, Kamel Abdeli, Richard Chevallier
2014 SVI - Drammatico - 70 min

I TONI DELL'AMORE: LOVE IS STRANGE
Love is Strange
di Ira Sachs
con Marisa Tomei, John Lithgow, Alfred Molina
2014 FRA/USA - Drammatico - 98 min

GHOSTBUSTER: ACCHIAPPAFANTASMI
Ghostbusters
di Ivan Reitman
con Bill Murray, Dan Aykroyd, Sigourney Weaver, Harold Ramis, Rick Moranis, David Margulies
1984 USA - Commedia Fantasy - 107 min

HUNGER GAMES: IL CANTO DELLA RIVOLTA - PARTE 1
The Hunger Games: Mockingjay - Part I
di Francis Lawrence
con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth,
Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Woody Harrelson,
Elizabeth Banks, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland
2014 USA - Azione Drammatico - 123 min

IL MORTO SONO IO!
Je fais le mort
di Jean-Paul Salomé
con François Damiens, Géraldine Nakache, Lucien Jean-Baptiste, Anne Le Ny
2014 FRA - Commedia - 104 min

MY OLD LADY
di Israel Horovitz
con Maggie Smith, Kevin Kline, Kristin Scott Thomas, Dominique Pinon, Francis Dumaurier
2014 FRA/USA - Commedia

THESE FINAL HOURS
di Zak Hilditch
con Jessica De Gouw, Sarah Snook, Nathan Phillips, David Field
2014 AUS - Drammatico - 87 min

DIPLOMACY
Diplomatie
di Volker Schlöndorff
con André Dussollier, Niels Arestrup, Burghart Klaußner, Robert Stadlober
2014 GER/FRA - Drammatico - 88 min

SARA' UN PAESE
di Nicola Campiotti
2014 ITA - Documentario - 77 min

FINDING HAPPINESS
di Ted Nicolaou
con Elisabeth Rohm, Jyotish Novak
2014 USA - Documentario
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mercoledì, novembre 19, 2014

THE HOMESMAN

The Homesman
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Hilary Swank
Usa, 2014
genere, western
durata, 122'
Se il Western è un genere passato allo storia allora esiste un'unica soluzione per continuare ad occuparsene, e cioè realizzarlo come se fosse un'altra cosa. Una strada che certamente ha percorso Tommy Lee Jones, giunto alla sua seconda regia con un film, "The Homesman",
che alla pari del precendente ha avuto l'onore di partecipare, in concorso, all'ultima edizione del festival di  Cannes, dove fino all'ultimo è stato pronosticato come possibile vincitore. Sappiamo tutti com'è andata a finire, con il film uscito a mani vuote nonostante le belle interpretazioni dello stesso Jones e di Hilary Swank, ancora una volta al fianco di un mostro sacro del cinema americano.
Dettagli di contorno che nulla tolgono o aggiungono a "The Homesman", storia di confine incentrata sul viaggio di una strana coppia - la zitella Mary Bee Cuddye George Beegs, l'uomo che lei ha salvato da morte sicura - incaricata di trasportare tre donne malate di mente da chi se ne prenderà cura, attraversando lo spazio sconfinato e selvaggio dell'America del xix secolo. Un impresa non da poco, considerato che durante il  cammino saranno costretti ad affrontare situazioni paradigmatiche tipiche del genere, con indiani, fuorilegge e tutori della legge pronti ad imporsi nella storia del film più per il carisma iconografico ereditato dalla tradizione letteraria e cinematografica che per doti contingenti, letteralmente consumate dall'entropia di un mondo alla deriva. Figure del paesaggio che, nella mancanza di peso specifico, e nella tangibile violazione delle regole - con l'elemento maschile in completo disarmo toccherà a Mary Bee caricarsi di ogni responsabilità - appaiono la certificazione del malessere di un genere filmico che vive nel costante prolungamento della sua agonia. La regia di Jones leggittima queste considerazioni, trasformando la frontiera americana in uno spazio claustofobico che separa chi vi sta dentro dal resto del mondo. Come dimostra l'escalation di morti e di disgrazie che si moltiplicano quanto più la carovana si avvicina alla cosiddetta civiltà. Quasi a dire che il western, con i tipi umani e le tradizioni che lo contraddistinguono, è un luogo geografico e mentale "irriproducibile". Destinato a scomparire senza lasciare alcuna eredità.
Ancora una volta on the road, (anche "Tre sepolture" era costruito su un viaggio "riparatore") il regista Tommy Lee Jones  affronta il suo film nell'unico modo possibile, e cioè decostruendolo ai limiti del farsesco. Scelta che l'attore iscrive nel suo viso, deformato in una maschera da fool, e nella voce modulata su toni striduli e grotteschi. Ma che ricorre anche nella sceltà di un incipit - la follia delle donne trasportate- di cui nessuno - come piu volte viene affermato - vuole parlare. Un tabù che, nella sua indicibilità sembra contaggiare l'anima del film, la cui urgenza rimane indefinita, simile allo sguardo delle donne che Mary e George si portano dietro.
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DUE GIORNI, UNA NOTTE

Due giorni e una notte
di Fratelli Dardenne
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione
Belgio, 2014
genere, drammatico
durata, 95'
Non c'è bisogno della fantascienza e della sue astronavi per essere visionari. Chiedete ai fratelli Dardenne, ad esempio, come mai in tempi non sospetti invece di incorniciare le loro storie in un quadro di pragmatico ottimismo abbiano preferito guardare in faccia alla realtà dal suo lato  meno appetibile e più doloroso. Parliamo de "La promesse" e di "Rosetta", girati - a partire dalla metà degli anni 90-  in un epoca in cui nessuno poteva prevedere il mondo così come lo conosciamo dopo i fatti dell'11 settembre. Un realismo sviluppato con coerenza e senza concessioni per più di un lustro, fino al loro penultimo film, "Il ragazzo con la bicicletta" che, pur in quadro generale non certo ottimista, ha dato segni di cambiamento nel tratteggiare la storia di un abbandono infantile con atmosfere e  soluzioni filmiche (il finale del film per esempio) che sublimavano la pesantezza della condizione umana con accenti da fiaba contemporanea.
Un cambio di rotta tutt'altro che drastico ma appunto significativo rispetto al resto di quella cinematografia, che trova ora conferma nel nuovo lavoro dei registi belgi. "Due giorni e una notte" infatti a fronte di una storia nerissima si rivela come una sorta di favola morale, in cui la crisi che le fa da premessa diventa il motivo di un riscatto ancora più significativo se prendiamo in considerazione la qualità di conseguenze che, seppur neutre sul piano della realtà materiale, saranno in grado di aprire scenari di speranza e di nuove consapevolezze. Come si evince fin dal titolo, con la prevalenza numerica del giorno e della luce rispetto alla notte e alla sua oscurità.

La trama è presto detta, perchè, come sempre, molto di quello che si compie dentro le storie dei due registi, invece di svilupparsi nelle pieghe degli snodi narrativi, si manifesta nell'evidenza di corpi che si fanno portatori di un tormento interiore espresso attraverso il movimento (ed in questo caso il pedinamento della protagonista da una parte all'altra della città è paradigmatico) e nel confronto verso e con gli altri esseri umani. Tratti che appartengono di diritto a Manu (una bravissima Marion Cotillard), sposata e madre di due figli, indebolita dalle conseguenze di una grave depressione, e prostrata dalla necessità di chiedere ai colleghi di reparto di rinunciare all'aumento contrattuale in favore della sua riassunzione. L' opzione capestro, voluta dai datori di lavoro diventa quasi subito una corsa contro il tempo che il film traduce nella cronaca delle due giornate che separano Manu dalla decisione finale; con gli esiti del conteggio dei voti favorevoli e contrari, direttamente legato agli esiti delle visite a domicilio che la donna effettuerà nell'intento di guadagnarsi l'appoggio degli uni e degli altri.  Per certi versi straziante quando, in una guerra tra poveri, mette uno contro l'altro le due facce della stessa medaglia, "Due giorni, una notte" è invece perfetto nell'evitare il rischio agiografico in favore di una celebrazione laica della dignità umana e di un senso di condivisione, capace di rompere lo sterile pessimismo  in cui si dibatte molto cinema d'autore. Ancora una volta in controtendenza, e, speriamo, in anticipo sui tempi.
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domenica, novembre 16, 2014

JOHN WICK

John Wick
di Leitch e Stahelskiche 
con Keanu Reeves, William Dafoe
genere, drammatico
Usa, 2014
 

Da sempre il cinema come veicolo di propaganda trova nei prodotti hollywoodiani la sua versione più efficace. Una caratteristica che diventa tanto più esplicita quanto maggiore e' il bisogno di vendere al mondo simulacri di nuove inimicizie; che mai, come in quest'ultimo periodo, sembrano coincidere con il modello applicato ai tempi della guerra fredda, ed in particolare con lo spauracchio del nemico comunista, prima dimenticato, grazie al muro di Berlino, e ora tornato in voga con una serie di disgrazie - non ultima quella legata alla destabilizzazione dell'Ucraina - che il cinema pop corn ha metabolizzato attraverso storie di morte e di vendetta popolate da sinistre figure, non a caso provenienti dalle terre dell'ex stato zarista.

Un' invasione reale - per il numero di film a "tema" ultimamente realizzati (da "Tokarev" con Nic Cage a "The Equalizer" con Denzel Washington) - e figurata - conseguente all'occupazione dello spazio narrativo da parte di tale progenie criminale- a cui "John Wick" appartiene di diritto, per il fatto di organizzarsi su uno schema da "delitto e castigo", innescato dalla strafottenza del rampollo di un boss della mafia russa che scatena la rivalsa del protagonista, un leggendario hitman uscito dal giro per dedicarsi alle gioie della vita familiare, sconvolta poi dalla morte dell'adorata moglie.
 
Se la resa dei conti assomiglia a un video game di media fattura, con lo scontro diluito in altrettante stazioni di dolore in cui gli automatismi del personaggio principale e la sua efficacia in termini di tiro a segno sembrano più il frutto di un dinamismo artificiale che umano (indicativo il montaggio che ad un certo punto associa la progressione dl Wick alla schermata di un gioco elettronico), il film lascia a desiderare anche nella costruzione del paesaggio psicologico ed emotivo. Un pò perchè la contaminazione con il noir - presente soprattutto in un'impossibilità di redenzione connessa direttamente al tema cardine del film, ovvero il legame con il passato vissuto come colpa e insieme prigione - è portata sullo schermo con immagini convenzionali e senza alcuna personalità; un pò perchè la direzione attoriale di Keanu Reeves è basata esclusivamente sull'iconografia tramandata da un film come "Matrix", gioia e delizia dell'attore americano, costretto a ripetersi tanto nell'utilizzo del corpo che in quello della maschera facciale. Sarà forse per questo che i coregisti Leitch e Stahelskiche tentano qualche alternativa con venature di umorismo nero volte più che altro a stemperare la farmacistica efficacia del mondo criminale da cui proviene il protagonista. Anche in questo caso con risultati risibili.
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TORNERANNO I PRATI


di: E.Olmi

con: C.Santamaria, A.Sperduti, F.Formichetti, A. Di Maria, C.Grassi, N.Senni.

- ITA 2014 - Drammatico - 80 min.

"Ho sognato
stanotte
una
piana
striata
d'una
freschezza

In veli
varianti
d'azzur'oro
alga"
- G.Ungaretti, "Sogno", agosto 1917 -


Il fruscio della Morte da sempre percorre i campi di battaglia. Al momento, pero', di rivestirsi di una sorta d'impenetrabilità tecnologica, ecco che perde quei tratti di riconoscibilità che lo tengono entro gli orizzonti del comune destino umano - per quanto tragico, crudele ed enigmatico - e si consegna ad una cumulazione statistica fredda, atona, disgiunta dagli illusori ma significativi contesti (in relazione all'impulso ad agire) degli ideali e delle ragioni, degli entusiasmi e delle speranze, offrendosi, in definitiva, ad una necessita' più maligna e perversa - perché non solo gratuita ma come ottusa - di qualunque annientamento.

Tale inerzia trova esemplare compimento durante i quasi quattro anni e mezzo della cosiddetta Grande Guerra, di cui quest'anno ricorre il centenario legato al suo irrompere nella Storia e della cui necessita' non si e' quasi mai smesso di dibattere. Del resto, a pensarci - e sia detto come mero accenno - la stessa iperbole futurista circa "la guerra sola igiene del mondo", slancio febbrile all'azione in risposta alle mollezze e ai languori della Belle Époque, in fondo, aveva dato un certo contributo nel rendere manifesta la contraddizione che stagnava negli angoli più riposti, da un lato, dei nazionalismi e di singole mire egemoniche, la debolezza dei cui contrafforti filosofici aveva in parte alleviato; dall'altro, di coloro che opponendosi alla guerra in modo tanto reciso quanto, in realtà, poco meditato, si sforzavano di esorcizzarne il portato scandaloso ma inestirpabile, consustanziale a spinte che agitano da sempre gli strati più profondi e arcaici dell'animo umano. Palcoscenico su cui si consumano, comunque, immani eccidi, logoranti e grottesche - se non fossero tragiche - impasse, marce lunghe e penose, aleatori tentativi di risoluzione definitiva di controversie tra Imperi scopertisi inermi e invecchiati di colpo all'alba di un nuovo secolo prepotentemente in marcia verso una modernità che di li a qualche decennio avrebbe preteso ulteriori e ancor più giganteschi lavacri, proprio la Prima Guerra Mondiale vede la contesa bellica indirizzarsi in maniera irreversibile sul sentiero a senso unico che la Tecnica va tracciando sulla scorta d'innovazioni che, ridisegnandone i contorni e modificandone le logiche, via via limiteranno l'influenza e la discrezionalità del fattore umano, fino all'alto tasso d'impersonalità dei conflitti odierni (mentre d'altro canto ma in parallelo, la Morte prende a spogliarsi dei suoi secolari abiti metaforici e simbolici per indossare, in parte, anche quelli più grigi e dimessi di una contabilità tutt'altro che problematica e foriera di riflessioni, sparendo, poi, di fatto, dal dibattito contemporaneo, in quegli amplissimi territori del rimosso o del negato, se non addirittura in quelli più angusti e patetici della chiacchiera consolatoria e dello scongiuro). Si pensi, per dire, all'uso su larga scala della mitragliatrice - emblema persino sovrabbondante del nuovo guardarobadella Grande Mietitrice - meccanismo senza posa al lavoro che falcia schiere intere di uomini protesi verso quella sua bocca tanto avida quanto impietosa. O all'impiego dei gas come l'Iprite, per l'appunto battezzato durante gli scontri di Ypres (quattro battaglie nello scenario delle Fiandre Occidentali che coprirono, a diverse riprese, pressoché l'intero arco delle ostilità). O ancora, allo spiegamento di possenti e micidiali artiglierie, dall'una come dall'altra parte dei fronti, et.

Medesimo frusciare insidioso si avverte nell'incedere grave di "Torneranno i prati", ultima fatica di Ermanno Olmi, ispirato dalla novella "La paura" di F.De Roberto (1921), girato nelle zone montane di Asiago (teatro, peraltro, delle vicende riportate in "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu, testimonianza fra le più alte riguardo quegli anni fatali) e narrante le vicissitudini di un distaccamento presso un avamposto d'alta quota costituito da un gruppo di militari inchiodati - in quel novembre del '17 - da una coltre nevosa di quasi cinque metri, tutt'intorno; dall'occhio sempre vigile dei cecchini nemici, di fronte; dal martellamento delle batterie e dei mortai ad intervalli più o meno regolari, dalle valli; nonché dallo spauracchio del diffondersi di una "strana influenza" (la peste, tristemente nota in seguito come spagnola, che avrebbe decimato soldati e civili in giro per l'Europa e non solo con uno zelo assai affine a quello delle armi usate in battaglia). All'interno di un solco cinematografico di argomento bellico nutritissimo e vario, il lavoro di Olmi si differenzia innanzitutto per la scelta di rifuggire tanto la variante spettacolare cara a molti war movies, quanto l'enfasi anti-propagandistica oggi come oggi poco incisiva alla luce di stratificazioni storiografiche oramai pluridecennali, per concentrarsi sui gesti (minuti, fragili e affaticati), sui silenzi e sui volti degli uomini (più esterrefatti che atterriti; più ostaggio di un'atroce meraviglia che della paura: più di tutto, esausti, incommensurabilmente stanchi, consumati e verso cui la Morte sembra intenzionata a compiere anche la beffa più infame per chi e' già quasi uno spettro, quella di tardare ad arrivare) o, meglio, su ciò che resta di essi dopo essere diventati preda di un ingranaggio immenso, crudele e sconsiderato, nel contesto di una Natura, per converso, ancor più meravigliosa nella sua indifferenza, irriducibile e imperturbabile nel suo insistere, invece, sulla Vita, non si sa se per irridere una volta per tutte l'animale umano risucchiato nel vortice della distruzione o se solo per assecondare una propria indole misteriosa e - come escluderlo ? - impertinente. Fatto sta che tra un istante di sconforto e un incrocio di sguardi che non ammette più parola, la neve riprende a scendere, una lepre zigzaga sul manto bianco appena depositatosi, una volpe torna ogni sera a far capolino nel campo visivo di una sentinella attonita, e la guerra-tecnica intensifica la sua efficienza (non ci sono scontri diretti, infatti, in "Torneranno i prati"), con la Morte a reclamare ciò che le spetta grazie, ad esempio, all'imposizione di ordini demenziali; all'esasperazione che porta a spararsi un colpo in bocca; a bombardamenti serrati che riducono corpi e oggetti ad avanzi informi...

Opera austera, laconica - ottanta minuti appena, contati i dialoghi - virata sui toni del grigio piombo, del bianco sporco, dei bruni terrei, del blu livido; calata in una semi-oscurità perenne a sprazzi rischiarata da pallori lunari che avvolgono piante, pietre e animali entro soffici aloni di funerea mestizia - quelli di un mondo/purgatorio dimentico e dimenticato - "Torneranno i prati" somma inquadrature di ieratica compostezza e antico rigore espressivo (quasi mai inclini al patetico o al bozzetto), la cui ricercata impassibilità restituisce altresì una gamma ampia di suggestioni figurative che va dalla muta ingenuità delle foto d'epoca, ad echi sparsi di pittura caravaggesca e tardo impressionista, fino al nitore astratto di certi squarci di trincea o alle nature morte di sparute suppellettili o di spogli accantonamenti. Su queste direttrici, Olmi tratteggia, così, una sorta di orazione sfinita di taglio teatrale ai lasciti della Memoria, il cui retrogusto religioso non si sostanzia di ingredienti dottrinali ("Il Padreterno non ha salvato Suo Figlio, perché dovrebbe ricordarsi di noi cani ?", borbotta un infermiere) ma finisce per caratterizzarsi in ragione dell'emergere oltre le differenze di ceto, di censo, di età, del nudo denominatore comune umano, unica spezia in grado di rendere praticabile quell'abbraccio tra eguali - l'ultimo - intriso di consapevolezza e lealtà che rende tollerabile e meno oscena la Morte. Anche per questo, allora, se "quando la guerra sarà finita, qui crescerà l'erba nuova e di quello che abbiamo patito non resterà niente, come non fosse mai successo", sarebbe il caso di chiedersi - chiedersi davvero - cosa n'è stato dell'erba ricresciuta in questi cento lunghi anni.

TFK
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Film in sala da Giovedì 13 Novembre 2014

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Deux jours, une nuit
di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
con Marion Cotillard, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Catherine Salée, Christelle Cornil
2014 BEL - Drammatico - 95 min

FRANK
di Lenny Abrahamson
con Michael Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy
2014 GB/IRL - Drammatico - 118 min

LO SCIACALLO
Nightcrawler
di Dan Gilroy
con Jake Gyllenhaal, Bill Paxton, Rene Russo
2014 USA - Drammatico - 117 min

WORDS AND PICTURES
di Fred Schepisi
con Clive Owen, Juliette Binoche, Keegan Connor Tracy, Amy Brenneman
2014 USA - Drammatico - 111 min

TRE TOCCHI
di Marco Risi
con Massimiliano Benvenuto, Leandro Amato, Emiliano Ragno, Vincenzo De Michele,
Gianfranco Gallo, Valentina Lodovini, Paolo Sorrentino, Francesca Inaudi,
Ida Di Benedetto, Matteo Branciamore, Jonis Bascir, Luca Argentero,
Marco Giallini, Claudio Santamaria, Maurizio Mattioli
2014 ITA - Drammatico - 110 min

LA FORESTA DI GHIACCIO
di Claudio Noce
con Emir Kusturica, Kseniya Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini
2014 ITA - Thriller - 100 min

LA SCUOLA PIU' BELLA DEL MONDO
di Luca Miniero
con Christian De Sica, Rocco Papaleo, Lello Arena, Miriam Leone, Angela Finocchiaro
2014 ITA - Commedia - 98 min
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venerdì, novembre 14, 2014

WORDS AND PICTURES


Words and Pictures
di Fred Shepisi
con Juliette Binoche, Clive Owen
Usa, 2014
genere, dramedy
durata, 120'


Gli occhi e la bocca potrebbero essere il corrispettivo umano e carnale della disputa. L'oggetto della contesa invero, consiste nella leggittimazione di una supremazia che non può essere dimostrata, a meno di non schierarsi a priori una parte o dall'altra del binomio immagine e parola che il film di Fred Shepisi decide di mettere a confronto attraverso la tenzone amorosa tra Dina Delsanto, pittrice e insegnante di storia dell'arte con problemi di salute,  e Jack Markus, professore d'inglese e scrittore in disarmo a causa di un alcolismo in stadio avanzato. In realtà come tutte le commedie sentimentali che tali vogliono essere, "Words and Pictures" utilizza l'espediente dell'opposto  caratteriale, e in questo caso, artistico,  per sublimare l'incontro scontro tra due personaggi incompatibili per principio ma uguali per natura. La stravaganza e l'egocentrismo di Jack (Clive Owen) così come l'arroganza e la freddezza di Dina (Juliette Binoche) altro non sono che le maschere di una solitudine che il film si propone di  trasformare in amore, non prima di aver impegnato i "contendenti" in una sfida che finirà per coinvolgere anche gli studenti dell'istituto, chiamati a farne parte attraverso l'elaborazione di opere legate al tema che da il titolo al film.


 
Rispolverato dai fondi di magazzino per riempire il palinsesto, "Words and Pictures" è il film di un regista d'attori da sempre abituato a lavorare con professionisti di primo livello, e per questo predisposto ad assecondare le interpretazioni delle sue star con una messinscena invisibile e funzionale a costruire loro il palcoscenico più adatto. In questo caso una serie di primi piani che permettono allo spettatore di leggere la storia del film attraverso le sfumature emotive impresse nel volto degli attori. La convenzione regna sovrana, a cominciare dalla dialettica che si sviluppa all'interno dell'istituto scolastico, a cui professori e studenti partecipano come pedine di una scacchiera che Shepisi utilizza come trampolino di lancio per disvelare la matassa di un tormento interiore che Jack e Dina si rimpallano ora allegramente, ora in maniera più drammatica, come succede nella seconda parte della storia, quando, ad un certo punto, il destino dei personaggi sembra volgere al peggio. A salvare il film dalla medietà ci pensano Clive Owen e soprattutto Juliette Binoche che, a fronte di una serie di trasferte americane non proprio fortunate, conferma la capacità di sapersi calare con intatta empatia e appassionata partecipazione in operazioni non all'altezza di un lignaggio che ha pochi uguali nel cinema contemporaneo.
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ANIMAL KINGDOM


di: D.Michod
con: J.Frecheville, J.Edgerton, J.Waever, L.Ford, B.Mendelsohn, G.Pearce, S.Stapleton.

- AUS 2010 -
115 min

Da tempo il Cinema aussie sta raccontando la transizione attuale sbirciandola dal particolare punto di vista separato degli antipodi. Transizione tipizzata, come si sa - da quella parte del mondo come da questa - da talmente tanti tratti reiterati e interscambiabili che una sua malaugurata implosione comporterebbe scompensi su scala planetaria. Del resto, lo spartito e' questo, riporta stringate strofe ed un solo ritornello: avidità, attaccamento oramai quasi inconscio al denaro, nessun contatto o sporadico-turistico con l'ambiente naturale vissuto come mero magazzino per l'approvvigionamento di materie prime. E un quieto vivere sinistramente somigliante alla rassegnazione, spesso in conflitto con una condizione gemella ai limiti dell'esclusione sociale che a quella stessa rassegnazione, in fondo, non e' così estranea. Come pure, riduzione del dialogo a livorosa semi-afasia, frantumazione dei rapporti, ricorso alla scorciatoia della violenza, sempre più crudele - questa - sempre più insensata et...

Siffatti temi ben si sposano a narrazioni di ambientazione metropolitana o (con una certa assiduità in Australia) suburbana; a scampoli di esistenze o fatti consumatisi sul crinale spesso rosso-sangue della cronaca (in quei meandri, a dire, che intrecciano in un viluppo non di rado letale, impotenza, rancori senza sfogo e alienazione): a circoli viziosi che irrobustiscono le spire del crimine e mettono alla prova la resistenza del cosiddetto sistema. Ad uno dei molteplici crocevia di così stringenti e contraddittorie sollecitazioni, s'incontra un film come "Animal kingdom" di David Michod (qui all'esordio nel lungometraggio, alle prese con una vicenda ispirata ad eventi realmente accaduti e il cui ultimo parto, "The rover", e' reperibile su queste pagine) e la figura del giovane protagonista Joshua Cody, detto "J" (Frecheville) - elemento di frattura sul percorso delle oscillazioni di un gigantesco pendolo esistenziale - il nostro - animato nel profondo da un perverso motu proprio entro gli opposti punti limite dell'apatia, da un lato, e della crudeltà, dall'altro - il quale, e siamo solo agli inizi, seduto sul divano di fronte ad uno show televisivo, in attesa che i paramedici si presentino e rimuovano il corpo della madre vinto dall'eroina, si prepara a condensare una manciata di parole che, da li' in avanti, terra' sempre ben presente: "Sono un ragazzo come gli altri... ragazzi che stanno dove devono stare e fanno quello che devono fare". La concretezza e la sottesa inderogabilità di un assunto del genere trova ben presto adeguato campo di applicazione allorché J si trasferisce nella casa/tana di nonna Janine, detta "Smurf" (Weaver), e dei suoi tre cuccioli, ognuno ben avvezzo alle arti varie della delinquenza: Andrew (Mendelsohn), detto "Pope", tipo scontroso e sfuggente, quanto spiccio nell'ideare e mettere in atto rapine; Craig (Stapleton), instabile, paranoico e attaccabrighe ma, a conti fatti, infantile spacciatore; e, infine, Darren (Ford), robusto e dai tratti gentili (stuzzicato spesso dai fratelli circa la sua presunta omosessualità) che - magari proprio in ragione di una qual autentica doppiezza caratteriale - si barcamena tra i lavori di "Pope" e i maneggi di Craig.

Michod - con un accorto uso di movimenti laterali/avvolgenti della mdp - descrive il regno animale di questo aggregato umano, alternando inquadrature (dominate dal contrasto buio/interni, chiarore radente/esterni) che privilegiano i piani ravvicinati, a quelle in cui l'agitarsi nervoso dei singoli s'impone. Lascia, quindi, che l'ansia si accumuli, risolvendola pero' spesso - sottile perfidia - non nell'esplosione cruenta degli antagonismi interni al branco bensì per il tramite della matura leonessa. Janine, madre e nonna che abbraccia e bacia la sua carne qualunque sproposito l'hybris stravolta di questa abbia portato a compimento o stia ancora progettando. Nelle ore che scivolano uguali le une nelle altre, J prende così dimestichezza con le nuove dinamiche di gruppo: scambiando sovente con gli altri sguardi da vasca di squali, apprende lo stare al mondo regolato da schemi (prontezza di esecuzione, omertà, fedeltà/tradimento, progressivo montare della solitudine personale) difficilmente eludibili. Metabolizza condotte arcaiche, perentorie e brutali, affini ad una ferinità elementare ma implacabile che trova perversa continuità e paradossale linfa vitale in un deforme guazzabuglio fatto di silenzi inerti, di dialoghi che rimestando un'umanità esausta e perdente annientano, di fatto, ogni tensione condivisa che non sia quella della sopravvivenza purchessia: tutto nella prospettiva in apparenza risolutiva del procacciamento del denaro/cibo. Ed, in un senso più vasto, dilaga, questa suddetta ferinità - finendo d'incistarsi - nelle periferie amorfe e silenziose, la cui desolazione, materiale e morale, sembra essere solo il portato più evidente - oltre che un grido roco nel vuoto - del contrasto radicale tra l'incedere normalizzatore della ragione tecnica e l'immanenza di un paesaggio, per quanto sfigurato, ancora minaccioso perché irriducibile.


Lo zoofamiliare dei Cody percorre, in tal modo, le linee già tracciate di una stanca ripetizione, cui nemmeno la controparte sana pare davvero opporsi (la Polizia - con al centro delle indagini il determinato sbirro Nathan Leckey/G.Pearce - utilizza con cinica risolutezza metodi non meno ambigui e spietati di quelli che le vengono riservati) eternando una sorta di transumanza a perdere sui sentieri dell'indifferenza e della distruzione di se'. Avvolto in un impassibile disincanto, gli equilibri del quale s'instaurano e si sbrogliano secondo le disposizioni di un rigido determinismo a base d'istintualità cieca e prevaricazione, "Animal kingdom" si offre come testimonianza di un malessere allo stesso tempo diffuso e anestetizzato dalla noia e dal disgusto; come il referto australe cui non resta che riordinare - per quanto possibile - reperti degradati di un'infezione che, pressoché indisturbata, ha raggiunto, giorno dopo giorno, anche il cuore di J, degno conquistatore sul campo di un proprio posto al sole nella catena alimentare.

TFK
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giovedì, novembre 13, 2014

SUL VULCANO

Sul vulcano
di Gianfranco Pannone
Italia, Svizzera, 2014
genere, documentario
durata, 80'


Camminare sull'orlo del precipizio. E' così che si vive sul Vesuvio ed è così che vivono i personaggi del nuovo film di Gianfranco Pannone, documentarista d'origini napoletane tornato sui luoghi nati per una ricognizione geografica e sentimentale intorno alle radici di un comune sentire. Perché Maria, Matteo e Yole, i protagonisti del film, pur differenti nello stile di vita e nel mestiere di vivere, così come il resto dei personaggi che il regista prende in considerazione nel suo viaggio cinematografico, diventano uguali nella consapevolezza del sentimento che lega le loro vite alla voluttà del monte Vesuvio, e alla sua prossima, sconosciuta eruzione. A partire dalle loro sensazioni, e dall'esperienza che deriva dall'aver accettato quel compromesso, "Sul vulcano" alterna le facce e le parole dei suoi "attori" con sistematiche incursioni nella Storia, sociale, antropologica e mitologica riferita al fenomeno naturale, per capire come si sia trasformata nel corso del tempo la convivenza con la possibilità di ripetere l'esperienza che toccò a Ercolano e a Pompei. Un argomento che appartiene agli annali della cronaca ma che è pure parte integrante di un immaginario collettivo che non ha confini, se è vero che anche Hollywood continua a investire sul fascino un po' maledetto i quegli avvenimenti.


Nel film di Pannone invece, il racconto di chi vive il quotidiano e le aspettative di un domani senza futuro, sembrano trovare fondamento nelle immagini d'archivio, che testimoniano il corso degli eventi attraverso un collage di notizie, bollettini ,documentari (manca stranamente il contributo di una produzione cinematografica che sappiamo ricca) che ieri come oggi sono intrisi da un misto di meraviglia e pragmatismo. Come se, per chi vi partecipa, a parte gli scongiuri affidati a San Gennaro (messo in concorrenza con un altro Santo protettore in uno dei passaggi più simpatici del film) non si potesse far altro che andare avanti, facendo finta di niente. E poi nei brani letterari declamati da una serie di voci che appartengono alla cultura campana e partenopea (da Toni Servillo ad Andrea Renzi, a Iaia Forte ma ci sono catanesi doc come Donatella Finocchiaro e Leo Gullotta)che spostano il punto di vista su una riflessione mediata dall'abilità affabulatoria della scrittura, in un mix tra alto e basso che è il tratto più evidente di "Sul vulcano", non a caso, e per stessa ammissione del regista, debitore del Rossellini di "Viaggio in Italia" e di "Stromboli". Nella stessa direzione è anche la scelta di un tono antiretorico, lontano dagli stereotipi di una napoletanità che "Sul vulcano" mostra singolarmente cauta e riflessiva. A contare nel film è la trama gestuale ed espressiva degli attori (sociali), il modo di occupare la scena con una dignità che sembra tenere testa a quella altera e sublime del vulcano che Pannone, grazie ad un uso sapiente del fuori campo, riesce a trasformare in un luogo dell'anima, che ritorna non tanto nelle riprese filmate - in cui la presenza del Vesuvio è ridotta al minimo indispensabile - ma attraverso la dimensione quotidiana di chi gli dorme accanto. Distribuito dall'Istituto Luce il film sarà presto nelle sale italiane.
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mercoledì, novembre 12, 2014

INTERSTELLAR E IL CASO CHRISTOPHER NOLAN


Come sempre accade per tutto quello che riguarda il lavoro di Christopher Nolan, anche "Interstellar", appena uscito nelle nostre sale, e' stato preso d'assalto da schiere d'appassionati e di addetti ai lavori, trasformandosi in poche ore in uno dei casi cinematografici di questa annata cinematografica. Un tripudio mediatico che testimonia ancora una volta l'eccezionalità di un regista che, pur lontano dalle ossessioni e dalle manie di alcuni celebri colleghi al quale potrebbe essere paragonato almeno in termini di visionarietà, pensiamo a James Cameron e a Stanley Kubrick, appartiene a quella ristretta cerchia di autori su cui gli studios rischiano soldi e credibilità. Alchimie produttive che Nolan e' riuscito a gestire senza particolari problemi e che pure hanno determinato in maniera importante l'evoluzione del suo cinema. Non tanto per il passaggio a strutture di lavoro più controllate rispetto alla libertà delle prime uscite, ma piuttosto per la trasformazione di una forma cinematografica che ha cambiato pelle, trasformandosi almeno in superficie in qualcosa di diverso.



A partite da "The Prestige" infatti Nolan  e' diventato un regista "mainstream", con film interpretati da alcune delle star più popolari del firmamento hollywoodiano (da Hugh Jackman a Leonardo Di Caprio, da Christian Bale a Matthew McConaughey), accelerando una propensione verso il cinema di genere che lo ha portato con successo ad occuparsi del restyling di uno dei supereroi più acclamati dello schermo. Un iper genere, quello degli Hero Movie, che ne ha consolidato le ambizioni, rilanciate con un surplus di autorialità in due film, "Inception" e "Interstellar", che ad oggi rappresentano meglio di altri la complessità di questo autore.

Una dimostrazione di forza che (per chi scrive) non sempre si è' dimostrata all'altezza delle sue premesse. Il tentativo di incontrare gli interessi dei produttori ha creato un enfasi estetica e narrativa derivante dalla necessità di confezionare un prodotto altamente fruibile.

La poetica pur coerente alla visione di un mondo da sempre dominato da forze oscure e malevoli e da personaggi dell'identità incerta, ne ha risentito soprattutto nella costruzione delle categorie temporali, un marchio di fabbrica del regista, che hanno smesso di essere la struttura portante dell'impalcatura narrativa, (The Following, Memento) per diventare parte integrante del racconto, oggetto su cui ragionare e discutere.

In questa direzione "Interstellar" rappresenta un passo in avanti perché approfittando della rarefazione del paesaggio, resa necessaria dalla scoperta della nuova frontiera, (con il quotidiano ripreso più in senso metaforico che cronachistico) il cinema di Nolan appare di nuovo inquietante, pur continuando a pescare da un immaginario filmico largamente inflazionato. Non solo nell'afflato ambientalista presente nella  degenerazioni delle condizioni climatiche e naturali (il richiamo allo Shyamalan di "The Happening" e' uno dei rimandi possibili)  e nel richiamo ad una palingenesi che era stata uno dei temi cardine dell'acclamato "Gravity", ma anche in dettagli minimi come quelli che riguardano la definizione di un personaggio come quello interpretato da Matthew MacConaughey, praticamente equipollente per cultura e stile di vita al Cade Yaeger di "Trasformers 4". Contraddizioni che sono insieme la forza e il punto debole di un autore che nonostante tutto non ha ancora trovato la sua collocazione definitiva.
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lunedì, novembre 10, 2014

DRACULA UNTOLD

Dracula Untold
di Gary Shore
con Luke Evans, Sarh Gadon, Charles Dance
drammatico, azione
Usa, 2014
durata, 92'


 
La scommessa di Dracula Untold stava già nel suo titolo. Perché a fronte di una sconfinata filmografia di cui oramai si  è persa  memoria, la riproposizione del mefistofelico personaggio in chiave di assoluta novità - Untold, ovvero mai rivelato - suonava come sfida alle orecchie dei milioni di fan pronti a vivisezionare le varianti di una ortodossia filologica  che come sempre in questo casi e' la misura che decreta l'affermazione o meno di questo tipo di operazioni.

Ed in effetti la storia del principe Vlad costretto a sacrificarsi per i propri sudditi, porgendo il collo al demone che gli trasmetterà i poteri necessari a sconfiggere l'invasore, poteva prendere in contropiede i cultori del filone.

Una combinazione di possibilità, quelle di invincibilità derivate dal fatale morso, e di attitudini morali, la salvaguardia del bene altrui, tali da trasformare il protagonista in un eroe a tutto tondo, simile a quelli resi celebri dalle produzioni della casa delle idee. Sul piano pratico però queste caratteristiche sono messe in immagini senza alcuna idea, riproducendo scenari di insipiente computer graphic. Largo spazio quindi, a panoramiche di valli sterminate e di eserciti in miniatura, con il povero Dracula costretto a destreggiarsi all'interno di una sceneggiatura schizofrenica, che prima gli consente di sconfiggere da solo le falangi nemiche, e poi lo costringere a difendersi dalle prevedibili contromisure di un singolo avversario.

Una mancanza di coerenza calcolata,  che però  "Dracula Untold" fa apparire finanche ridicola, per il fatto di non riuscire a trasformare i suoi eccessi in motivo di spettacolo o almeno di tensione. drammaturgia: con sommo detrimento di quell'empatia che identifica il pubblico al proprio beniamino Una pecca tanto più grande se si considera che a fronte di una forma da b movie, il film di Gary Shore e' costato quasi 100 milioni di dollari. Uno cifra che "Dracula Untold" non riesce a mettere a frutto. Luke Evans nella parte del protagonista è una presenza puramente fisica.






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THIRD PERSON

Third Person
di Paul Haggis
con Liam Neeson, Adrian Brody, James Franco, Olivia Wilde, Mila Kunis
Usa, 2013
genere, drammatico
durata,

Prima di diventare un regista di successo, capace di trionfare in una memorabile edizione degli Academy Awards con uno di quei film destinati a figurare nella categoria dei belli e impossibli per l'esiguità del budget e la complessità dei contenuti, Paul Haggis si era fatto le ossa con una lunga gavetta di sceneggiatore sia alla televisione che al cinema, diventando in questa veste sodale del grande Clint Eastwood, con cui ha condiviso i trionfi dell'ultimo scorcio di carriera del regista americano
 
Un Dna che il regista americano non ha mai perso, e che anzi continua ad essere il segno di distinzione di un cinema fatto di storie e di scrittura. Caratteristiche che un film come Third Person" conferma nell'articolazione   della trama, suddivisa in tre storie che nascono e si sviluppano dall'incontro reale e figurato di sentimenti e vicissitudini di personaggi costretti a subire gli smacchi di un esistenza  - alla maniera di capolavori come "Million Dollar Baby" e "Crash" - costellata da rimorsi e sensi di colpa, alla quale tutti si oppongono con un pentimento quasi mai adeguato alla posta in gioco. Ma non solo, perchè nella distanza, solo apparente, che separa il quotidiano dei vari personaggi, Haggis continua ad indagare i motivi di un esistenzialismo in cui la volontà di riscatto si scontra con la difficoltà di operare un vero cambiamento. Così, se il punto di partenza dei singoli episodi è lo stesso, con l'espiazione dell'antico peccato direttamente legata all'assenza della persona amata (un figlio, una moglie, un marito), "Third Person" segue strade differenti, dividendosi per i rivoli di una natura umana mutevole ed eterogenea che non mancherà di manifestarsi nelle sue molte contraddizioni.

Dopo il sottovalutato "The Next Three Days" Paul Haggis torna all'antico con una struttura che, nelle continue ellissi narrative e nella dilatazione dell'elemento temporale ben si addice allo spaesamento emotivo dei personaggi, acuito questo, da un senso di sradicamento in parte derivato dalla scelta di collocare i personaggi (americani) al di fuori del loro abituale contesto; buona parte del film è infatti girato in Europa (Parigi e Roma) e in serie continua di non luoghi che diventano territorio di una condizione umana universale e condivisa. Se la direzione degli attori e la capacità di fondere storie diverse in un unico racconto rimane inalterata, questa volta l'abilità di mantenere alta la tensione drammatica - con l'utilizzo di canoni che potrebbero essere quelli di un thriller esistenziale - è in parte ridotta da una riconoscibilità - formale e stilica - che, nella sua ricercata perfezione, rischia di diventare maniera.
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domenica, novembre 09, 2014

HAPPINESS

Happiness
di  Thomas Balmès
Francia, Finlandia, 2014
genere, documentario
durata, 80'


L'opera d'arte è di una solitudine infinita,
e nulla può raggiungerla meno della critica.
(Rainer Maria Rilke)


 

Chi scrive è in grave difficoltà a ricreare, seppur impressionisticamente, nero su bianco Happiness, ultimo docu–film di Thomas Balmès, con una "classica" recensione.
Quando sono uscita dal cinema ero felice, piena e appagata, avevo voglia di festeggiare, sebbene neanche ora sappia dire con esattezza cosa mi sentissi in dovere di celebrare.
Avevo assistito un prodotto di rara bellezza, per me realmente un problema (pro-ballein, venire addosso, essere investiti), se ancora oggi a quasi un mese di distanza faccio fatica a dar forma ai miei pensieri.

Temo che il mio possa essere solo un goffo e claudicante tentativo in confronto alla purezza e alla pace, al silenzio e poi alla melodia dell'opera.
Come ogni prodotto Happiness parla un linguaggio suo proprio e mai come ora mi rendo conto di quanto, per dirla con un celebre aforisma, tradurre sia tradire.
Usare le mie parole caduche e imperfette, per quanto centellinate e pianificate con cavillosa acribia, mi spaventa, ho paura che molto venga perso nella traduzione dal visivo alle parole, soprattutto considerando l'importanza che Balmès attribuisce alle immagini piuttosto che al dialogo, cui ricorre il meno possibile.

In Lettera a un giovane poeta Rainer Maria Rilke scrisse "nulla può toccare tanto poco un'opera d'arte quanto la critica: se ne ottengono sempre più o meno infelici malintesi. Le cose non si possono afferrare e dire come l'abitudine ci vorrebbe far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, e più indicibile di tutto sono le opere d'arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all'effimera nostra, perdura".


Prima che parole, Happiness è per me il rosso avvolgente della tunica del protagonista e il suono delicato della campana tibetana.
Peyangki è un bambino di otto anni costretto dalla madre indigente a intraprendere gli studi spirituali in monastero. Contemporaneamente al ritiro del piccolo dal mondo, il suo paese è scosso dalla decisione di Jigme Singye Wangchuck di consentire l'uso di internet e tv, assicurando che un rapidissimo sviluppo sarebbe stato sinonimo di "Felicità interna lorda", termine da lui stesso coniato. Laya, il piccolo villaggio in cui vive la madre di Peyangki, due giorni a piedi dalla strada più vicina, aspettò per un decennio l'arrivo del l'elettricità.

Non è certo un caso se il docu—film, in competizione al Sundance Film Festival 2014 ha vinto il "documentary world cinema cinematography award". Peccato che in Italia, sia giunto in sordina.
Come il regista stesso disse durante il festival, l'idea era a quella di fare un film a proposito della televisione —tema non certamente nuovo, diremmo noi—. Ma qui sta il genio di Balmès: quale metodo migliore per parlare della TV, che andare dove ancora non esiste? Ecco che il documentario ci racconta la storia proprio attraverso gli occhi di Peyangki, praticamente l'unica persona a non aver ancora fatto esperienza in un contesto urbano maggiore del suo piccolo villaggio. I suoi grandi occhi si posano sulla realtà, scivolano stupefatti sulla scatola nera e ci guardano, spogliano lentamente, mettono a nudo, indagando il potere trasformativo — più o meno positivo— del medium più pervasivo dei nostri tempo. 
Erica Belluzzi
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sabato, novembre 08, 2014

LE NEVI DI SILS MARIA

Le nevi di Sils Maria
di Oliver Assayas
con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloe Grace Moretz
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 124'

Tra i registi francesi tutt'ora in circolazione Oliver Assayas è certamente uno dei più eclettici. Passato dal cinema alla televisione, con puntate nel giornalismo in cui si è applicato sia nel cinema (scrivendo nei famosi Cahiers du cinema") che nella musica, Assayas ha trasportato questo eclettismo dietro la mdp dove ha dato prova di sapersi destreggiare tra film di genere e d'autore. Anche nel caso di "Cloud Sils Maria", presentato all'ultima edizione del festival di Cannes, il regista francese dimostra di continuare a mettersi in gioco, accettando di scrivere e dirigere il "viale del tramonto" di una diva del teatro, Maria Sanders (Juliette Binoche), costretta a lasciare il passo a una più giovane collega. L'occasione della crisi gli è data dall'offerta di lavorare insieme alla presunta "rivale", Jo Ann Ellis (Chloe Grace Moretz) in una rivisitazione della piece teatrale in cui la giovane e turbolenta star deve interpretare la parte che vent'anni prima aveva decretato la definitiva affermazione di Maria. Per arrivare al termine della storia con una soluzione di sorprendente pragmaticità, "Cloud Sils maria" chiude Maria e la sua assistente (Kristen Stewart) in una sorta di ritiro spirituale tra le montagne della Svizzera, dove lo studio del copione finisce per replicare il confronto generazionale e le dinamiche di odio e amore contenute nel testo teatrale.

Utilizzando l'antiteatro roccioso delle montagne Eugandine come moltiplicatore di una claustrofobia che appartiene al clima da "Eva contro Eva" che caratterizza le dinamiche tra le due protagoniste, "Cloud Sils Maria" è un film di scrittura e di interpretazioni attoriali, in cui più della riflessione sul rapporto arte e vita e sul passare del tempo, conta la capacità degli attori di immedesimarsi con dei personaggi che paradossalmente potrebbero corrispondergli anche nella vita. In questo senso "Cloud Sils Maria" sembra più la messinscena filmata di una vera e propria terapia di gruppo , con gli attori intenti a portare sullo schermo ansie e sentimenti del proprio privato (il soggetto è stato suggerito al regista dalla stessa Binoche), che una storia di finzione. Un interesse di "parte" che a lungo andare spinge lo spettatore lontano dalla vicenda, appesantita anche dalla lunghezza del minutaggio.
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venerdì, novembre 07, 2014

Film in sala da Giovedì 6 Novembre 2014

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley
Casey Affleck, Michael Caine, Matt Damon
2014 USA - Fantascienza - 168 min

TORNERANNO I PRATI
di Ermanno Olmi
con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria
2014 ITA - Drammatico - 80 min

ANDIAMO A QUEL PAESE
di Salvatore Ficarra, Valentino Picone
con: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Fatima Trotta, Tiziana Lodato
Emanuele Crialese, Franco Battiato, Nino Frassica
2014 ITA - Commedia - 90 min

GET ON UP
La storia di James Brown
di Tate Taylor
con Chadwick Boseman, Viola Davis, Octavia Spencer
2014 USA - Biografico - 139 min

TRE CUORI
Trois Coeurs
di Benoît Jacquot
con Charlotte Gainsbourg, Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Benoît Poelvoorde
2014 FRA - Drammatico - 100 min

SILS MARIA
Clouds Of Sils Maria
di Olivier Assayas
con Chloë Grace Moretz, Kristen Stewart, Juliette Binoche
2014 SUI/GER/FRA - Drammatico - 124 min

NON ESCLUDO IL RITORNO
di Stefano Calvagna
con Gianfranco Butinar, Enzo Salvi, Michael Madsen, Nadia Rinaldi, Franco Oppini
2014 ITA - Drammatico - 94 min

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Kaguyahime no monogatari
di Olivier Assayas
2014 GIA - Animazione - 137 min

DORAEMON
di Takashi Yamazachi, Ryuichi Yagi
2014 GIA - Animazione - 95 min
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giovedì, novembre 06, 2014

INTERSTELLAR


Interstellar
di Christopher Nolan
con Mattew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain
Usa, 2014
genere, fantascienza
durata, 169'
 

Se buona norma della critica è quella di non voler mai erigere i propri frutti a unica chiave interpretativa dell'opera che tenta di analizzare, questo è quanto mai vero per Interstellar, nona fatica d'Ercole di Christopher Nolan.
‏Difficile trovare due pareri uguali su quest'opera, capace di rendere onore a uno dei tanti motivi per cui la settima arte suscita continuamente dibattiti, fa prendere posizioni agli ignavi e scuote gli abulici: essa ci mette in discussione, semina in noi domande senza sedare con formule e definizioni su cui accasciarci.

‏In un futuro prossimo l'umanità è messa in ginocchio da un improvviso cambiamento climatico che ne minaccia la sopravvivenza: un'enorme nuvola di sabbia impoverisce le produzioni agricole ricoprendo ogni cosa.
‏Le risorse governative sono destinate a far fronte alla mancanza di cibo e qualsiasi altra ricerca, incluse quelle militari e scientifiche, sono da tempo state abbandonate.
‏In una fattoria circondata da ettari di granoturco Cooper (Matthew McConaughey) cresce i suoi due figli, Murph (Mackenzie Foy) e Tom ( Timothée Chamalet) con l'aiuto del suocero Donald (John Lithgow), fino a quando un giorno padre e figlia dando credito a uno strano fenomeno gravitazionale, che pare esser causato da un fantasma, scoprono che la NASA é  divenuta una organizzazione nascosta impegnata nella ricerca di un altro pianeta in cui l'umanità possa vivere.
‏Il protagonista, un geniale astronauta reso dalle circostanze semplice agricoltore, viene ingaggiato come membro dell'equipaggio Endurance (Anne Hathaway, Wes Bentley, David Gyasi e il robot TARS) capitanato dal geniale Professor Brand —interpretato da uno splendido Michael Caine, per la sesta volta protagonista delle pellicole di Nolan—.


‏Uno dei pochi elementi di continuità con la produzione precedente è dato dal finale a sorpresa, per quanto l'intera storia sia già contenuta nel nome della vera protagonista del film, Murph, che non vuole essere un ineluttabile richiamo alla sempiterna Legge di Murphy, quanto un generoso benvenuto all'infinita potenzialità di ogni cosa. Tutto quello che può accadere accadrà, questo il significato della celebre legge, secondo Interstellar. Staremo a vedere se aveva ragione.
Vi siete mai chiesti come raffigurereste un'altra dimensione? In bilico fra le architetture impossibili di Escher e un viaggio visionario, Nolan crea un'opera d'arte —quasi— totale in cui ogni senso è coinvolto. Magnifica la musica di Hans Zimmer, assordante, grave, corale e umana come il suono dell'organo, vera narratrice dell'opera, senza cui il film assumerebbe tutta un'altra valenza e sarebbe forse in molti passaggi arduo da comprendere. Una colonna sonora in grado di creare il silenzio e porre tutta la concentrazione dello spettatore sull'immagine, spesso dichiaratamente simbolica e contrastante con ciò che la circonda, come la sola piccola navicella bianca che si staglia sull'infinito nero dello spazio.
Incapaci di levare il capo al cielo e sentirsi parte del firmamento, Cooper e i suoi si sacrificano affinché l'umanità non sia più attanagliata dal fango. Un gesto di vero amore, durante il quale il protagonista, alla stregua dell'ultimo dei paterfamilias o dei primi fra i maschi alfa, dovrà capire se anteporre all'egoistico desiderio di rivedere i figli, una più matura responsabilità generazionale. Ma Cooper, ottimo e perfetto in ogni cosa che fa —aspetto questo che lo rende un personaggio decisamente poco umano a dispetto dell'umanità di cui dovrebbe essere il prototipo — non ci deluderà. Lodevole e coraggiosa una delle tante questioni sollevate dal film, il dovere che tutti noi abbiamo di pensare non solo in termini di individui ma anche di specie, di non prestare ascolto unicamente al nostro istinto di sopravvivenza ma di esaltare la continuazione della collettività oltre che la nostra.
Triste parabola della tracotanza umana, quella narrata da Interstellar.  Se l'uomo, desiderando troppo ha superato le colonne d'Ercole ora, come unico rimedio alla sua ubris deve spingersi fin lassù, dove il tempo non esiste e lo spazio è freddo, quieto, così immobile da parere nella sua immensa grandezza, morto. Il tentativo pienamente raggiunto dal magnifico cast tecnico del film è quello di riuscire a offrire soluzioni visive e grafiche per dimensioni inimmaginabili. Sebbene la trama, estremamente cervellotica e talvolta di difficile digestione — si ricordi in questo senso il dovizioso lavoro compiuto da Nolan sulle teorie di Kip Stephen Thorne, fisico teorico consulente dei filmakers  — pare portarci lontano dalla quotidianità, vero perno narrativo della vicenda è l'amore che, tanto quanto la gravità, tiene la galassia unita.

Erica Belluzzi
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