lunedì, settembre 01, 2014

EL SICARIO-ROOM 164

 El Sicario Room 164
di Gianfranco Rosi
Italia, Francia, 2010
genere, documentario
 

 

Con un titolo da film dell'orrore il festival di Locarno rispolvera il Gianfranco Rosi meno famoso, quello che prima di Venezia si era fatto conoscere per film che andavano a cercare lo loro verità lontano dall'Italia. "El Sicario, Room 164" ci porta oltre oceano, e precisamente a Jerez, cittadina messicana a ridosso della frontiera americana dove avviene l'incontro con il sicario del titolo, organizzato da Rosi attraverso la mediazione del giornalista Christian Bowden, autore dell'articolo apparso su Harper's Bazar che ha ispirato il regista. Vestito di nero, e con un retina dello stesso colore a coprirgli la faccia, il protagonista del film si muove nella camera d'albergo evocando sinistri presagi. L'argomento d'altronde non è dei più invitanti, considerando che la conversazione con l'inquietante interlocutore entra nei dettagli di un lavoro tanto cruento quanto fuori dal comune. Ingaggiato dai cartelli del narcotraffico, l'uomo senza nome si presta al gioco interpretando la parte di chi è abituato a prendere di petto le situazioni. Per lo più seduto, al centro della stanza, e con in mano una biro utilizzata per fermare sul blocknotes i passaggi più importanti del suo discorso, il sicario non si lascia pregare; fornisce dettagli, illustra metodologie di lavoro, e soprattutto disegna organigrammi da cui a emergere è il patto di mutuo soccorso tra i mercanti della morte e i burocrati del potere, allineati in uno scambio di reciproche cortesie, finalizzate ad alimentare una ricchezza dai confini illimitati.

 

Apprendiamo quindi del reclutamento all'interno dell'accademia di polizia, dove, al termine di ogni corso, almeno cinquanta elementi entrano a far parte dell'organizzazione malavitosa con compiti diversificati e ritagliati sulle qualità dei singoli individui. Oppure dei rapimenti organizzati con la collaborazione delle forze dell'ordine, impegnate a rendere sicura l'area nella quale, successivamente, verrà compiuto il sequestro di persona, e anche il funzionamento di struttura verticista, assicurato dalla totale dedizione degli anelli più bassi della catena, disposti a tutto - per esempio a vivere in clandestinità, rinunciando per anni a qualsiasi contatto con i propri familiari- pur di soddisfare i desideri del Boss di turno. Ma la cosa più sorprendente accade quando il protagonista, forse spinto dal retaggio che individua nell'iperattivismo l'antidoto per i rimorsi di coscienza (ma sesso droga e alcool sono i palliativi più comuni per mettere a tacere i sensi di colpa), si alza in piedi, e inizia a mimare i gesti della violenza, quelli che, attraverso le sevizie di indicibili torture (praticate indistintamente a uomini e donne, e' bene dirlo) gli permettevano l'assolvimento del compito. Un esibizione di macabra efficacia, con la scena del delitto riportata in scena dalla seduta spiritica organizzata, fuori campo, dall'ineffabile regista.

 

In un film del genere il compito più difficile era quello di rimanere imparziali e di raccontare le nefandezze del protagonista senza permettere al giudizio di spezzare l'incantesimo di un'immediatezza che riempie lo schermo di energia e sensazioni. Rosi ci riesce, grazie a un dispositivo semplice ma studiato nei minimi particolari, che lavora dentro e fuori lo schermo. Nell'inquadratura, spogliando le immagini di qualsiasi appeal estetico, ma anzi, facendo emergere una dimensione di quotidiano - derivato dall'anonimato della camera d'albergo - che associata alla drammatica eccezionalità del racconto produce il conseguente straniamento. Fuori dallo schermo, e nei riguardi dello spettatore, organizzando il racconto orale come un vero e proprio soliloquio, con le domande del regista eliminate dal montaggio, e la voce del sicario a rappresentare l'unico elemento di "umanità" presente all'interno del film. Prodotto sui generis nella filmografia dell'autore, "El Sicario Room 164" è arrivato in dvd (e in tv) senza prima passare per il grande schermo. 
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Locarno)
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ONE ON ONE

One on One
di Kim ki Duk
con Dong-seok Ma, Young-min Kim, Yi-Kyeong Lee, Dong-in Jo
Corea del Sud
anno, 2014
genere, drammatico
durata, 122'

Dopo la pausa coincisa con una lunga crisi creativa ed esistenziale, Kim ki Duk sembra tornato quello di sempre. Dalla  vittoria del leone d'oro (Pietà) infatti, il regista coreano ha ripreso a girare con i ritmi che gli sono piu congeniali,  realizzando  tre film in altrettanti anni.  Una vitalità che ha preso in contropiede i nostri distributori, capaci di reagire con un'uscita casuale e frettolosa, organizzata proprio a ridosso di quel festival che aveva rilanciato le ambizioni del regista. Certo “One On One”, come tutte le opere di questa nuova fase del cineasta coreano è, per i tempi che corrono, un film “impresentabile”, non tanto per la durezza dei suoi contenuti, ne per il fatto di presentarsi senza l’appeal di una star cinematografica.

Il peccato originale di Duk è quello di attenersi a un copione in cui il sangue e la violenza non sono esibiti ma solo necessari. Nel suo ultimo lavoro, a scatenare il caos è l’uccisione, senza apparente motivo, di una giovane ragazza. A contendersi la partita gli assassini della donna, agenti di un agenzia governativa, e il gruppo paramilitare che si assume il compito di restituire il maltolto, obbligando i criminali a confessare il delitto tra torture d’ogni genere.

Coerente con le caratteristiche di un cinema cha ha perso sensualità e afflato mistico in favore di una rappresentazione materialistica e metropolitana, Duk chiude ogni possibilità di fuga ai suoi personaggi, con riprese che sembrano imprigionarli dentro il campo filmico, e con immagini che, escludendo qualsiasi apertura ad alternative paesaggistiche che non siano quelle degli interni in cui si svolge la vicenda,  soffocano qualsiasi illusione di felicità . Di fronte a un’ esistenza aberrante (la morte della ragazza rimarrà senza un perchè) e a una società ingiusta, il pessimismo di Duk da vita a un teatro dell’assurdo dove gli uomini sono ridotti a fantasmi ( tutti i personaggi vivono sotto mentite spoglie) e in cui,  paradossalmente - per la peculiarità di “Moebius” che invece era praticamente muto- l’unica parvenza di umanità è lasciata alla parola, e al grido di sofferenza di cui essa si fa paladina. Tra percosse fisiche e verbali, il nichilismo di “One On One” ha un solo difetto: quello di farsi irretire dalla sua stessa negatività, con la brutalità attraverso cui si rapportano i personaggi  che finisce per saturare ogni altra possibilità di variazione narrativa . La drammaturgia del film ne risente. Ripetitività e manierismo sono dietro la porta.






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venerdì, agosto 29, 2014

DOGTOWN AND Z-BOYS (II)


di: Stacy Peralta
USA - Documentario
2001 - 90 min


Seconda Parte

Quello di Jay Adams, ad esempio. Tredicenne super biondo ed esile, sguardo corrucciato quanto beffardo; interprete personalissimo di un modello imprevedibile e sorprendente, in grado di portare al limite estremo piroette eternamente sul filo di concludersi nello smacco della caduta: mini 'silver surfer' metropolitano, in maglietta, calzonacci e scarpe di gomma. Leggero, silenzioso, preciso e indifeso, come può esserlo l'epitome persino ovvia di quel portento talmente naturale da essere quasi involontario ma del tutto inerme una volta enucleato dal suo elemento naturale (Adams e' l'unico dei Z- boys a non avere con calcolo "messo a frutto" le proprie doti, allontanandosi pian piano dai riflettori e apponendo nome e cognome in esergo al già corposo cast della grande-tragedia-americana a suggello di una parabola spezzatasi troppo in fretta per via di abusi di alcool e droghe a fatica arginati). Non a caso, le sequenze relative ai suoi azzardi anti-gravitazionali sono di preferenza contrappuntate dalla chitarra e dalla voce di Hendrix: "There goes ezy, ezy rider/ riding down the highway of desire/He says the free wind takes him higher/Tryin' to find his heaven above/But he's dyin' to be loved" ("Ezy rider"). E: "You know, you're a cute little heartbreaker/Foxy/You know, you're a sweet little lovemaker..." ("Foxy Lady"). O, di contro, quello di Tony Alva - alto, longilineo ma piuttosto prestante, testa castana riccioluta e piglio strafottente - caratterizzato da una non comune combinazione di potenza di spinta, perfetta distribuzione del peso e insospettabile scioltezza muscolare e tempestività di riflessi. E, più o meno in uno slargo intermedio fra i due, quello dello stesso Peralta - californiano 'doc', complessione regolare, incarnato chiaro, lineamenti efebici, capelli giallo-ananas lisci, lunghi, tronchi sulle spalle, da ragazzina petulante: occhi chiari abbastanza da confermare un'altra mezza dozzina di stereotipi, eppure di difficile decifrazione a causa di uno sguardo assai vispo cui sembra non sfuggire nulla - composto, sempre disinvolto, agile pure negli snodi più complicati. Meno energico di Alva e meno estroso di Adams ma puntuale ed elegante, a rendere palpabile l'ipotesi di una specie di "classicità" innata, predisposta pero' ad evolversi e a rimodularsi man mano che si esprime.


L'affermarsi di un canone inedito, l'imporsi di qualunque "sentiero nuovo", e' spesso il frutto inaspettato e magico della concatenazìone di avvenimenti indipendenti da un esplicito atto volontario, la cui eventuale tenacia nel perseguirlo, pero', e' come se, alla lunga, brigasse a predisporre gli eventi su una certa linea. Chiaro che non si parla di una regola scolpita su chissà quale marmo nobile; d'altra parte, se e' vero che non sempre e non tutto va a finire in malora, diventa sensato affermare che un'estate particolarmente siccitosa - oltre a far serpeggiare il panico nelle carni molli dei pezzi grossi di un sostanzioso spicchio di California e aver fatto fibrillare un po' le statistiche circa la microcriminalità e il vandalismo - porto' con se' anche il secondo grande rivolgimento all'interno del piccolo universo dello 'skate', ulteriore crinale fra un prima e un dopo, che vide di nuovo lo Z-Team ballare al centro del palcoscenico. Tra le non poche fissazioni ascrivibili all'"amico americano" (non solo abbiente), c'è di sicuro quella che stagna nel cortile di casa perfettamente pareggiato dal tagliaerba almeno fino a quando non s'aggruma attorno al progetto di costruzione di una piscina privata. In piena arsura e con l'acqua razionata, i-buchi-a-mattonelle-celesti della California del Sud, in quell'estate dei Settanta, si svuotarono ben presto, lasciando il posto a strani reperti di archeologia para-industriale nella foggia di discariche domestiche a cielo aperto. Il nesso era evidente, se non altro all'occhio ricettivo di uno 'skater': la buona novella era li' che andava messa alla prova. Comincia così il tour (illegale: pur sempre di violazione di domicilio, si trattava) delle vasche abbandonate delle zone nei dintorni di Venice e, con ogni probabilità, l'inserto più intimo e più affascinante dell'intero lavoro di Peralta. Sulle prime, non sembra accadere granché: ragazzini mezzi nudi e abbronzati fanno su e giù, avanti e indietro, sul lastricato di una piscina preventivamente ripulita e asciugata. Qualcosa, pero', a guardar bene, si nota. Rannicchiati o in piedi sulla tavola, i gesti si sono ridotti all'osso; si sono fatti essenziali, fin quasi all'astrazione, come già pronti per un''affiche' pubblicitaria o un dipinto. Scorrevolezza assoluta, cioè; pressoché nessuna frizione o forzatura: filamenti inerziali invisibili a rincorrersi, ad intrecciarsi nell'aria, e poco altro. Tutto che appare morbido, intimamente collegato da un'energia profonda e calma, tanto presente e viva quanto indifferente alla necessita' di manifestarsi, come se, ad un certo punto, un pugno di adolescenti fosse "semplicemente" entrato nella dimensione di un peculiare moto perpetuo ("Senza pensieri, senza pena" - A.Rimbaud -). Anche in questa breve reiterazione e' il commento musicale che viene in soccorso al tentativo sincero ma nulla esclude fallace di dare concretezza e forma razionale a qualcosa in bilico tra rivelazione e suggestione. In altri termini: se le parole possono essere inadeguate, mai chiave interpretativa fu più "logica" ed efficace del "liquido sonoro" di "Us and Them" dei Pink Floyd a scivolare fra una geometria e l'altra: "Up and down.../And in the end it's only round and round and round...". Da questo istante, creare "scherzi" mai visti diventa sul serio un gioco. Alva, per dire, prende prima ad insinuarsi poco al di sopra di un faretto d'illuminazione (sul fianco di una vasca piuttosto larga) e un tanto al di sotto del bordo, di li' a poco imitato dagli altri. Quindi - col resto del gruppo ad incrementare il medesimo slancio - comincia a rasentare il bordo vero e proprio, staccando in aria due ruote dal profilo. Al giro successivo, ecco che ne sospende tre, lasciando lo 'skate' in equilibrio su una sola ruota. Infine, abbandona del tutto i limiti fisici della piscina, piegato a fisarmonica sulla tavola, le mani aggrappate al centro dell'attrezzo: assistiamo, nel caso, all'ideazione - o, come ha sottolineato lo stesso Alva, alla reinterpretazione - dell'"aerial trick".


Il 1975 e' l'anno in cui si compie il disastro in Vietnam, mentre ancora non e' stato nemmeno pre-digerito il grosso boccone del Watergate, con annesso contorno di un Presidente caldamente invitato a togliersi dai piedi. Buttando un occhio al Cinema, escono, tra gli altri, "Barry Lyndon", "Lo squalo", "Killer élite", "Nashville", "Qualcuno volo' sul nido del cuculo". Eppero' e' anche, nel suo piccolo, l'anno in cui lo Zephir Team si presenta al Campionato di Skate di Del Mar (Ca) e sconvolge il mondo della tavola-a-ruote. Riviste e telecamere cominciano a riportare sempre più di frequente notizie riguardanti una combriccola di giovanissimi che maneggia/padroneggia lo 'skate' come nessun altro. E' il momento dell'onore delle cronache e dell'emergere netto di ciò che la compattezza dell'insieme celava nell'indistinto: le sfumature dei caratteri, le inclinazioni della personalità, le ambizioni, le ritrosie. Alva e Peralta si dimostrano da subito più pronti degli altri a farsi gestori in prima persona di quella che adesso chiameremmo "immagine". Irruente il primo, accorto e dotato di una qual sollecita dimestichezza organizzativa, il secondo, i due prendono, attraverso un programma serrato di esibizioni, interviste, promozioni di accessori e lancio di proprie linee di abbigliamento e attrezzatura, a scalare i vertici di uno sport di nicchia ma, in quel frangente, riproiettato verso l'espansione, quindi suscettibile di rivalutazione in campo industriale prima, in quello finanziario poi. E' il successo, come si dice in questi casi. Ed e' - come non fa che ripetersi in altrettanti - la fine. Lo Z-Team tende sempre di più a diventare un marchio. Fatalmente le strade dei singoli, un po' alla volta, si separano. Ci si vede meno e quasi senza scampo in occasioni ufficiali. A fianco di coloro che paiono in grado di valutare e (sempre in apparenza) controllare il "nuovo corso", ci sono quelli (Adams) che non sanno o non vogliono mettersi li' ad imparare la "piega" imposta dai domatori del circo di massa. Altri ancora che, banalmente, restano ai margini perché poco coinvolti o poco interessati. E' un po' l'eterno scontro fra il "principio di piacere" e quello "di realtà" che pure il lavoro di Peralta, a tratti, tradisce, raccontando questo strappo decisivo per manciate d'immagini molto convenzionali, al limite della didascalia da rotocalco sportivo, quasi che la smagliante successione di quinte sempre diverse - gare, trofei, pose per foto, conferenze stampa, 'happening' promozionali et. - rimontata e riordinata bastasse a scongiurare e - a posteriori - a rimuovere, l'esiziale carico di dispersione che tale concorso di circostanze aveva innescato. Cionondimeno, le cose non erano più le stesse ("Quando i sentimenti non c'entrano più tanto, si da al denaro molta più importanza" - E.Hemingway -). E non lo ridiventeranno. Alva e Peralta proseguiranno le loro carriere assecondando - tra ovvi alti e bassi - la buona inerzia inaugurata a Del Mar. Alva crea una propria etichetta di 'skate' e abbigliamento personalizzato: ad oggi figura per consenso unanime tra i migliori 'skaters' di tutti i tempi. Peralta assembla una squadra, partecipa a diversi film sullo 'skateboard'; si fa notare anche nella serie "Charlie's Angels", finendo poi col dedicarsi alla sceneggiatura e alla regia. Molti cambieranno casa e lavoro; qualcuno continuera' a costruire tavole. C'è chi proverà a tirare avanti, chi se la passera' male e chi - senza clamore - farà altro. Magari, forse, e' anche per questo che rivedere Jay Adams - appena scomparso ("I've been first and last/Look how the times goes past/But I'm all alone at last" - N.Young, "Old man" -) - sfrecciare chino sul suo 'skate', mentre lentamente attorno a lui oggetti e corpi via via assumono le tonalità acide di una serigrafia di Warhol, somiglia molto da vicino non all'eventualità di assistere alla sospirata realizzazione di un'utopia negletta - ne sono state fraintese fin troppe, di utopie - quanto alla sottile e rara impertinenza di un proposito che ha trovato il modo di spogliarsi dei suoi orpelli più triti e consolatori e, depositandosi poco a poco, di punteggiare in maniera persistente di variopinti e flessuosi e inconsueti brandelli di se' ("Love lost, such a cost/Give me thing that don't get lost..." - N.Young, id. -) quel bizzarro e misterioso punto interrogativo che chiamiamo realtà. "Life is (really) better in the sun".

TFK

Fine
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giovedì, agosto 28, 2014

STILL THE WATER

Still the Water
di Naomi Kawase
con Makiko Watanabe, Hideo Sakaki, Jun Murakami
Giappone, 2013
genere, drammatico
durata, 110'

Nel ciclo naturale della vita ogni cosa ha inizio e fine. “Still the Water” si nutre di questa consapevolezza, accostando la morte di uno sconosciuto all'eterno ritorno delle onde marine che  restituiscono quel cadavere. il film è appena cominciato, eppure da quel momento la telecamera di Naomi Kawase non mancherà di sottolineare i passaggi più importanti  della storia, mettendoli a confronto con la bellezza dello scenario in cui i protagonisti della storia, cercano di lenire il dolore che li affligge. Per motivi diversi infatti, i due innamorati sono costretti a sperimentare le conseguenze di una perdita che, se nel caso di Kaito assume le forme "istituzionali" dell’avvenuto divorzio dei propri genitori, con il relativo trasferimento da Tokio a una delle isole dell’arcipelago giapponese, per Kyoto si colora di tragedia con la notizia dell’imminente morte della madre, colpita da un male che non le lascia speranza.


Partendo dalla certezza del dato fisico e materiale, concretizzato dall’importanza dell’elemento naturale costituito dalle acque dell’oceano in cui Kyoto usa immergersi ancora vestita – a testimonianza della totale integrazione del mare con il resto contesto – la Kawase procede in opposte direzioni: da un lato accentua gli aspetti drammatici della vicenda attraverso un climax emotivo che sembra sempre sul punto di scaturire in qualcosa di più grande; dall’altro mette in moto un meccanismo di sospensione emotiva in cui gli eventi decisivi manifestano significati che superano l’umana comprensione, e in cui la poesia del quotidiano si sposa con l’accettazione della finitezza della natura umana. In questo modo il film a poco a poco transita su un piano che si potrebbe definire ancestrale (la figura del vecchio saggio scelto come testimone esterno agli avvenimenti raccontati è emblematica), con il senso del mondo che sembra rivelarsi all'interno di immagini in bilico tra sogno e realtà.


Poetico e filosofico, “Still the Water”, nonostante la profondità dei suoi significati non smette mai di raccontare, assumendo la fisionomia di un romanzo di formazione che diventa anche altro quando, attraverso la ritrovata armonia con l'ambiente circostante, rilanciata dalle immagini in cui Kaito e Kyoto nuotano finalmente insieme nella profondità del mare, si trasforma in un messaggio di speranza per un paese ancora in lutto per i fatti di Fukushima. 
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mercoledì, agosto 27, 2014

Film in sala da Giovedì 28 Agosto 2014


MUD
di Jeff Nichols
con Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Michael Shannon, Sam Shepard
2012 USA - Drammatico- 130 min

IL FUOCO DELLA VENDETTA
Out of the Furnace
di Nicholas Stoller
con Christian Bale, Zoe Saldana, Woody Harrelson, Casey Affleck,
Willem Dafoe, Forest Whitaker, Sam Shepard
2013 GB/USA - Thriller - 116 min

UNDER THE SKIN
di Jonathan Glazer
con Scarlett Johansson, Paul Brannigan, Robert J. Goodwin, Krystof Hadek
2013 GB - Fantascienza- 107 min

ONE ON ONE
Il-dae-il
di Kim Ki-duk
con Don Lee
2014 Corea del Sud - Drammatico - 122 min

PAZZA IDEA - XENIA
Xenia
di Panos H. Koutras
con Kostas Nikouli, Nikos Gelia, Aggelos Papadimitriou
2014 BEL/FRA/GRE - Drammatico- 128 min

LA RAGAZZA DEL DIPINTO
Belle
di Amma Asante
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson, Miranda Richardson, Penelope Wilton,
Matthew Goode, Emily Watson
2013 GB - Drammatico - 105 min

INTO THE STORM
di Steven Quale
con Richard Armitage, Sarah Wayne Callies, Jeremy Sumpter
2014 USA - Thriller - 89 min

PLANES 2 - Missione Antincendio
Planes: Fire and Rescue
di Roberts Gannaway
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson, Miranda Richardson, Penelope Wilton,
Matthew Goode, Emily Watson
2014 USA - Animazione - 83 min

QUEL MOMENTO IMBARAZZANTE
That Awkward Moment
di Tom Gormican
con Zac Efron, Imogen Poots, Miles Teller, Michael B. Jordan
2014 USA - Commedia - 94 min

THE STAG - SE SOPRAVVIVO MI SPOSO
The Stag
di John Butler
con Andrew Scott, Hugh O'Conor, Peter McDonald, Brian Gleeson, Michael Legge
2013 IRLANDA - Commedia - 94 min
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MUD


”Mud"

di: J.Nichols

con: M.McConaughey, T.Sheridan, J.Lofland, R.McKinnon,
S.Shepard, R.Whiterspoon, M.Shannon, J.D.Baker

Drammatico - USA 2012 - 135’


"Goditi il fiume, figliolo. Goditelo finche' puoi. Il nostro modo di vivere non e' più di questo mondo", sussurra il padre - abiti logori, come disegnati addosso, barba trascurata, dolci occhi stanchi e un'inquietudine senza più parole a strisciare nel cervello - al figlio sullo spartiacque dell'età difficile. Vivere il fiume per tentare di aprirsi ad un più ampio respiro; allontanare il peso greve di esistenze che sembrano perpetuarsi per reiterare gli stessi malanimi, fornire nerbo agli stessi torvi abbandoni e sottrarlo agli affetti, alla comprensione. Con in più il fango ("mud") delle menzogne, mota che insudicia da sempre i giorni ma che a quattordici anni può perfino fare di peggio: renderli insopportabili, come una trappola, nell'illusione - magari inerme, magari sfrontata, non per questo meno stupida - che possano guarire la solitudine tipo una qualunque infezìone o un morso di serpente (qui, un 'mocassino acquatico') scongiurato (poi) in extremis, o il dono interessato di una 45.

Anche in questa sua terza opera, gli occhi di Nichols si soffermano partecipi ma lo stesso ben intenzionati a restare vigili sull'azione delle forze che muovono e spesso sconvolgono nuclei familiari appartenenti a quello sterminato campionario umano che agita la cosiddetta "America profonda" o "altra America". Come già in "Shotgun stories" (2007) e nel successivo "Take shelter" (2011), infatti, e pur con risvolti diversi, l'interazione contrastata che si sviluppa all'interno di microcosmi caratterizzati sempre dalla presenza di giovane o giovanissima prole, e' il punto di contatto e di propagazione di una corrente metamorfica in grado di riverberarsi sulla realtà circostante: un luogo sospeso, questo (le cui risonanze, in un gioco dialettico di reciprocità, si ripercuotono sui destini individuali) fatto perlopiu' di pianure immense e silenziose; di cieli turchesi, all'apparenza imperturbabili (i leggendari "big skies") ma che in un niente possono diventare latori indifferenti di catastrofi simili a quelle che vibrano sottopelle, come se gli uni e le altre fossero da sempre nell'aria e avessero, a ben guardare, una natura comune e un comune punto di rottura. E d'interstatali che, meramente ripartendo ai lati della carreggiata - senza criterio, senza storia, senza futuro - inurbazioni anonime, vasti riquadri di asfalto adibiti a parcheggio per l'eterno consumo avventato e la gioia autistica del capitale e delle merci, 'terrain vague' residuale dove si accumula l'algore dissipativo e detritico della "modernità", più che a vere proprie vie di comunicazione, più che ad arterie che convogliano l'ossigeno del mondo, somigliano a canali privilegiati per la diffusione di un contagio tanto pervasivo quanto oramai sfinito dalla sua stessa bulimica persistenza.

In diretta contrapposizione a tutto questo, guidati dall'istinto selvatico dei loro pochi anni, forti di sguardi aguzzi, esigue parole e pensosi silenzi - armamentario che fa del suo meglio per ovviare alle membra esili per calzoni troppo larghi e magliette bisunte - Ellis/ un più che convincente Tye Sheridan, già incisivo in "The tree of life" di Malick e "Joe" di Gordon Green e Neck (bone)/Lofland, il compagno di sempre (anche lui con la sua brava famiglia a brandelli) scelgono il fiume, il Mississippi (come già la "giovane America" di Tom Sawyer e Huck Finn nell'immaginazione picaresca di Twain) che restituisce loro il suo "limo" migliore, Mud, appunto, (Matthew McConaughey, che pare avere accantonato i ruoli di eterno fidanzato/scapolo riottoso alle lusinghe/incognite della "stabilita'" e quelli dell'avventuriero un po' romantico, un po' spaccone, per concentrarsi sulle vicissitudini di personaggi ambigui e/o tormentati), figura eponima principe dell'"individualismo americano", taciturno e solitario, bugiardo e spavaldo, non estraneo alla violenza ma ligio ad un codice personale - elusivo ma insinuante come il suo accento del Sud -: intimo della "wilderness" quanto diffidente verso le (sovra) strutture che ne mediano il rapporto. Proverbialmente braccato, nel caso per le conseguenze di un amore nato sotto una cattiva stella (Juniper/Whiterspoon) e vissuto - ma e' stato davvero un attimo - sul crinale sdrucciolevole che impasta tenerezza e crudeltà e non esclude tra i suoi effetti collaterali l'omicidio, e in temporaneo esilio su un isolotto a largo del grande fiume, da qualche parte in Arkansas...

Il percorso verso la crescita di Ellis viene ritmato da Nichols sulle tappe - spesso tristi e scoraggianti eppure sempre intrise di una qual impertinenza vitalistica, unico controvalore degno della tentazione impossibile dell'innocenza - delle sue esperienze, delle sue precoci disillusioni, in un abbecedario dell'iniziazione alla vita che assegna a Mud il compito di estensore di una "pedagogia negativa", torbida, spesso adusa alla doppiezza come strumento di sopravvivenza e antidoto alle amarezze, quanto - paradossalmente ma nemmeno tanto - nei fatti più formativa di quella somministrata ad Ellis dalla famiglia, sorta di melma (ennesimo "mud") intrisa di silenzi senza scampo, di rabbie represse, di chiusure illusorie nell'angustia di piccoli mondi interiori inclini all'autocommiserazione, di cui già l'occhio lungo di uno come Blake aveva ammonito di diffidare: "Aspettati veleno dalle acque immobili". D'altro canto, proprio l'atteggiamento ribelle ma leale di Ellis costringe Mud a riavvicinarsi a quella parte di se' adolescente - incostante ma prodiga di slanci - che una quotidianità randagia, la pratica dell'espediente e del cinismo aveva seppellita chissà dove e quasi del tutto soffocata. L'itinerario esistenziale descritto nel film diventa così, in filigrana - saziati i debiti di sangue, recisi o allentati i legami che impacciano - il riempimento di uno spartito per due voci, ognuna delle quali assorbe dall'altra timbri e sfumature preziose, fino a modulare la stessa nota, la più adatta a fare da sottofondo all'ipotesi di un altro futuro: un sorriso.


TFK
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martedì, agosto 26, 2014

UNDER THE SKIN

Under the Skin
di Jonathan Glazer
con Scarlett Johansson, Antonia Campbell-Hughes, Paul Brannigan
Gran Bretagna,Usa 2013
genere, fantascienza
durata, 108'

 
Se non ci fosse la notorietà di Scarlett Johansson siamo sicuri che “Under the Skin" avrebbe trovato una distribuzione italiana?. Chi scrive pensa di no, e la ragione è presto detta. Il film di Jonathan Glazer infatti, pur con una forma che è quella tipica dei film sulle invasioni aliene, con la protagonista caduta sulla terra per far man bassa di vite umane, si sofferma sui topos che hanno reso famoso il genere quel tanto che basta per organizzare lunghi detour sensoriali ma anche geografici, che cercano di rendere dal di dentro le percezioni della malintenzionata visitatrice. E come spesso succede con la materia dell’ inconscio, i tempi si dilatano e le stranezze abbondano.


Se poi contiamo che il regista compie un'operazione di feticismo attoriale, esplorando il corpo dell'attrice con uno sguardo che la prosciuga di qualsiasi emotività a favore di una pura esposizione fisica – con la Johansson che si offre generosamente agli occhi della macchina da presa- allora il gioco è pressochè fatto. Questo non vuol dire che “Under the Skin" sia un film disprezzabile, tutt'altro, perché suggestioni e atmosfere sono di primo livello, soprattutto nella prima parte della vicenda, quando il mistero intorno alla protagonista è ancora fitto, e a parlare per lei sono le invenzioni psichedeliche di un regista che da il meglio di se nella composizione dell’immagine filmica. A mancare è lo spettacolo in senso lato, quello che ci si aspetterebbe dall'etichetta di genere che il film su porta appresso. In questo senso lo spettatore è avvertito.
(pubblicato su dreamingcinema.it)



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lunedì, agosto 25, 2014

LIBERACI DAL MALE

Liberaci dal male
di Scott Derrickson
con Eric Bana, Edgar Ramirez, Olivia Munn
genere, thriller, horror
Usa, 2014
durata, 118' 


Doveva essere una via di mezzo tra "Il braccio violento della legge" e "L'esorcista". Figlio di un progetto ambizioso ancorchè a basso budget, "Deliver Us From Evil" rimanda fin da subito ad atmosfere sinistre e poco illumminate, con figure umane ritratte in movenze animalesce, e habitat che a malapena riescono a mantenere una parvenza di civiltà. 

Quello che colpisce in un film che parte come un thriller e poi diventa un horror, è il supposto ideologico che fa della marginalità e della mancanza di mezzi di susssistenza le caratteristiche di cui il Male si serve per incarnarsi e prendere forma. Sono tutti reitetti, o quasi, gli indemoniati in cui si imbattono Ralph Sarchie (Eric Bana) e il prete sui generis Joe Mendoza (Edgard Ramirez), compagni di sventura catapultati in un caso di possessione demoniaca che rischia di diventare epidemico. Non se la passano meglio i due protagonisti, se è vero che l'uomo di Dio a un certo punto confessa allo sbirro - problematico e violento - di non essere uno stinco di Santo, avendo condiviso il letto e lo sballo con una delle vittime di quella strana faccenda. 



Un pessimismo cosmico a cui, però, come vuole tradizione e anche Hollywood, il regista lascia qualche barlume di speranza nello sciogliersi della diffidenza che inizialmente separa il sergente Sarchie dal suo futuro compagno. Un sodalizio, quello tra Sarchie e Mendoza che avrebbe dovuto essere, e invece non lo è, il fiore all'occhiello di un film dove i ruoli e le interpretazioni sono fondamentali. 


 
Girato in spazi angusti e spesso privi di luce, "Liberaci dal male" viene meno proprio nella costruzione dei personaggi, tratteggiati in modo troppo leggero, con i clichè tipici del genere - qui legati al maledettismo di entrambi i personaggi-  che occupano lo spazio dell'approfondimento psicologico e delle sfumature dei caratteri. Derrickson conferma la sua capacità di restare in bilico tra verità e fantasia con uno stile che mischia realismo documentaristico (gli slum newyorkesi ritratti in un tutta la loro crudezza) e finzione da cinema blockbuster. E ancora, nella sostanziale mancanza di effetti speciali, la bravura di lavorare sugli ambienti e sul fuori campo, per ricavarne la necessaria dose di inquietudine. Questa volta però il risultato è lontano da eccellenze come "L'esorcismo di Emily Rose" e "Sinister".
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venerdì, agosto 22, 2014

CATTIVI VICINI

Cattivi vicini
di Nicholas Stoller
con Seth Rogen, Zac Efron, Rose Byrne
Usa, 2014
genere, commedia
durata,

Sarà perchè è un caposaldo della cultura americana, o più probabilmente per la metafora offerta dalla possibilità di ricomporre in scala ridotta la dimensione psicologica e sociale di un paese altrimenti inafferrabile, sta di fatto che il focolare familiare è stato spesso abitato da storie che ne hanno messo in crisi gli equilibri se non la sopravvivenza. Gli esempi che vengono in mente potrebbero occupare pagine di fogli protocollo ma quello più calzante potrebbe essere offerto da "I vicini di casa" - in americano "Neighbours"- ultimo film di un attore, John Belushi, di cui Seth Rogen, protagonista di questo "Cattivi Vicini" cerca di seguire le orme almeno per quanto concerne la tipologia umana messa in mostra nelle sue interpretazioni. Nel film diretto da Nicholas Stoller, il nostro insieme alla "moglie" Rose Byrne e alla loro figlioletta sono i componenti di una famiglia felice che vede andare in frantumi la propria tranquillità a causa di vicini a dir poco esuberanti. Zac Efron e i suoi amici sono infatti i membri di un sodalizio rumoroso e festante  che sconvolge il vicinato con uno stile di vita all'insegna del motto "sex, drug and rock and roll", costringedo la coppia ad adottare soluzioni drastiche nel tentativo di farli desistere.

Costruito sul modello di commedia demenziale imposta da Jud Appatow, (scuderia da cui Stoller proviene) "Cattivi Vicini" punta le sue fiche  sulla comicità politicamente scorretta del suo protagonista, e sull'effetto straniante prodotto dalla presenza di Efron e della Byrne, normalmente lontani, dal punto di vista dell'immaginario cinematografico, dall'"out of control" di cui Rogen si fa portatore. La sorpresa però ha breve durata, perchè dopo essere stati messi sullo stesso piano del loro debordante collega, ed aver dato prova di sapersi adattare al nonsense in cui questo si  muove, le due reclute  non riescono a salvare il film dalla routine di una storia che si limita a ripropone i cliche propri del genere, con party alla Animal House e virilità da bamboccioni, condite come sempre dalla solita dose di cattiverie politicamente scorrette. La morale sarebbe quella di dimostrare che nessuno è perfetto, non distinguendo più tra buoni e cattivi, ma alla fine la mancanza di dialettica tra i contendenti e una sceneggiatura tutt'altro che memorabile ha come unico risultato l'assoluto anonimato dell'operazione. Anche come aperitivo della stagione cinematografica che sta per riaprire i battenti, "Cattivi vicini" non si dimostra all'altezza del compito.

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DOGTOWN AND Z-BOYS (I)


di: Stacy Peralta
USA - Documentario
2001 - 90 min


- A Jay Adams (03. 02. 1961 / 14. 08. 2014) -

"America calls,
I must go.
Oprah saviour,
I feel that low".

- Porcupine Tree -


E' difficile non riconoscere che parecchi dei modi in cui ci figuriamo l'America - al di la' del quanto e del come l'abbiamo frequentata - sono influenzati dal concetto (e dalle immagini che esso si porta dietro) di abbondanza, nel senso delle opportunità più varie che da quella terra sembrano scaturire come da una miracolosa sorgente sotterranea e che, corroborando le donne e gli uomini che la abitano - le loro ambizioni, i sogni e, perché no ?, le loro paure, gl'incubi più inconfessabili - mettono in fila idee, bizzarre ossessioni, producono oggetti, mode. In generale, reiterano scarti antropologici - quindi culturali - dando una mano non da poco alle prospettive di sopravvivenza del Sogno Americano.

In realtà, se ciò e' vero, lo e' in parte. E forse nemmeno, a ben vedere, per la parte più rilevante. A dire che la vitalità sociale americana, la sua in apparenza inesauribile capacita'/ostinazione di reinventare ogni volta se stessa - i propri simboli, i propri traguardi, le proprie manie/debolezze - dipende in maniera decisiva da una forza che lavora lontana dalla grande ribalta della Storia, nutrendosi di suggestioni, di slanci, d'ingenuità di primo acchito inconsistenti, vaghi o irrilevanti - se non addirittura velleitari o autolesionistici - ma che a volte riesce a coagularsi al punto da esprimersi compiutamente, andando ad incidere sul presunto "corso principale degli eventi" e, soprattutto, a rimanervi impressa, a durare davvero. E ciò in virtù di una sorta di "orgoglio minoritario" coltivato spesso ad un passo dalla dissoluzione sociale e dall'abbandono morale; di una emarginazione intransigente, in cui la voglia di riscatto non può mai essere del tutto disgiunta da una quasi feroce fedeltà a se stessi, alle proprie radici (reali o presunte, il risultato non cambia), a ostinazioni grandi o piccole purtuttavia tenaci - l'amicizia, di fondo, ma pure la precisione e la bellezza del gesto fine a se stesso, la spregiudicatezza e l'azzardo come gioco che non viene a noia, la febbre di esperienze e la frenesia dissipatoria della giovinezza.


Questo, per sommi capi, l'universo umano-fisico, psicologico, immaginifico, emulsionato da un documento come "Dogtown and Z(ephir) boys" del californiano Stacy Peralta, centrato sulle vite di un gruppetto di ragazzini (Peralta incluso) che nel cuore degli anni Settanta ha trasformato quell'affascinante, misticheggiante, americanissima stranezza che e' lo 'skateboard' in una delle più riuscite sintesi della cultura giovanile di massa. "Life's better in the sun" sembra sussurrarti dietro alla testa ogni fotogramma di quest'opera premiata più volte al Sundance, come uno dei tanti adagio buttato li' per scherzo magari su una spiaggia o arrivato da chissà dove al tavolo di un 'diner' tra una montagna di patatine e un frappe' al cioccolato. O, ancora, scivolato sopra un soffice praticello di college - e, certo, forse con la stessa estemporaneità destinato a finire tra le capaci mascelle di qualche mastodonte del marketing - eppure testardo abbastanza per trasformarsi ciononostante da ritornello dispettoso a piccola scheggia di "sottocultura", a dire nell'altra faccia - termometro sotterraneo, paradigma inconscio, immancabile compagno di strada - di quell'infatuazione/ossessione tanto americana che e' il "talento". La lingua e' quella di certe giornate di mezzo Maggio in cui tutto - sul serio e più ancora se hai dodici, quindici, sedici anni ("oh, sweet sixteen !") e sei un tipo curioso - pare a portata di mano, con la luce a diffondersi sulle cose striata di un'indulgenza ancora non sospetta, di dorate trasparenze seducenti appunto perché ingannevoli. Il cielo chiaro, come fatto di bruscoli turchese, che ha l'aria svagata di uno che si diverte perché ha appena scoperto che non e' poi così male essere sfaccendato (pari pari quella che ti sei ritrovato addosso dopo l'ultima "piega" - una bella curva larga che non finiva mai - il mondo zitto e calmo a srotolartisi dietro le spalle): ogni respiro più semplice e più morbido del vento tiepido che sfiora le palme altezzose dei boulevard e il "sentimento del deserto" un'espressione senza senso in bocca ad uno che probabilmente ha solo dormito male. Tutto ciò tenendo sempre ben presente che stiamo parlando di un particolare tipo di universo umano stratificato e in perenne convulsione quale e' quello americano in cui possono convivere, spesso gomito a gomito e quasi come se niente fosse, schegge di realtà in apparenza inconciliabili, tipo l'aderenza quasi inconscia ad un quotidiano sagomato a misura di un materialismo tanto ossessivo quanto istituzionalizzato e lo slancio, altrettanto ancorato al profondo, di sfuggirvi attraverso - ad esempio - una multiforme, imprevedibile, sovente pittoresca, ricerca della spiritualità. Stesso discorso per il denaro, "divinità" idolatrata pressoché acriticamente, nessuna più di lei implacabile, capricciosa ed esigente - vite forgiate, indirizzate, "spese", alla sua ricerca e (ovviamente effimero) possesso - autorita' prima, motore-delle-cose da far, comunque, in qualche modo, entrare in relazione con le giravolte, le contorsioni dei sentimenti personali e degli affetti, e così via...


N ella seconda meta' degli anni Sessanta il surf si era avviato con decisione oltre i limiti che circoscrivono i gesti e l'attitudine mentale di una disciplina sportiva, intraprendendo la codificazione - per il tramite di un fitto intreccio di rimandi simbolici, disparate suggestioni "filosofiche" e formali, istanze di fondo da sempre tentate da atteggiamenti anticonformisti e anti-sistema - di una vera e propria "religione laica" ["We will be conscious of our sanctity/That ripens as we develop.../Of our roots,/Beautiful roots/Because they are under the surface/Of our charm"//("Saremo coscienti della nostra santità/Che matura mentre sviluppiamo.../Delle nostre radici, /Radici stupende/Perché nascoste sotto la corteccia/Del nostro charme") - D. Thomas -], con i suoi riti (cavalcare/domare ma "sentire"/compenetrarsi con il Mare/Natura nella forma delle sue onde più alte e più lunghe); i suoi luoghi "consacrati" (un certo numero di particolari spiagge in giro per il mondo); le sue figure di riferimento nel ruolo di officianti speciali di un culto iniziatico precluso ai "normali" (i campioni - di varie nazionalità - in gamba al punto da distinguersi sia per la dedizione verso ciò che assurge a rango di vera e propria regola interiore, sia per la capacita' di innovare, magari impercettibilmente ma sistematicamente, i dettagli più minuti di uno stile che, come scopo ultimo, deve tendere alla fusione perfetta di forza e leggerezza, spavalderia e fluidità, competizione col rischio/preservazione dell'incolumità e suprema grazia). In parallelo - e su una scala solo quantitativamente inferiore - lo 'skateboard', cugino prepubere, diciamo così, del surf, condivide con il più vistoso parente lo stesso spirito di sfida agli elementi (ecco qui riaffiorare uno dei tratti distintivi dell'"homo americanus"); l'identica "presunzione" di protrarre in una serie d'"infiniti minimi" l'illusione della giovinezza in guisa di bolle di tempo perfettamente autosufficienti perché separate dal corso monotono dell'ordinarieta', sfoggiando, in aggiunta, una sorta d'ingenuità involontaria che in parte riassorbe la componente atletica per trasfigurarla in una dimensione ideale, quasi favolistica (miriadi di Peter Pan che "volano" su una tavola a rotelle...).


P eralta, esponente di punta dello Zephir-Team - assieme a Craig Stecyk, ennesimo rappresentante atipico di una certa fauna a stelle-e-strisce, a meta' fra acuto osservatore di tendenze della più spicciola quotidianità a prima vista insignificanti e narratore idealista di comportamenti insoliti o marginali (suoi gli articoli specialistici che agli albori dei Settanta intorno al nuovo evoluire dei Z-boys richiamano all'attenzione generale lo 'skate', semi-morto e semi-sepolto da poco meno di un decennio); assemblatore frenetico di conglomerati linguistici ed estetici eterogenei in potenza atti a produrre una sintesi coerente ed originale (tipo un'inedita grammatica, anima gemella di un'iconografia aggressiva, i contorni di entrambe le quali imbevute di arte povera, di graffitismo, di slogan e micromitologie nate e cresciute in ristrette comunità suburbane, come che sia sempre e comunque immediatamente riconoscibili, in modo da solleticare il volubile gusto giovanile) - racconta il suo partecipato "soul mining" e quello dei compagni di avventura con una punta di comprensibile autoindulgenza nostalgica ma pure col sincero trasporto di chi vuole trasmettere - anche se "solo" per immagini - l'entusiasmo spontaneo e, per quel suo semplice bastare a se stesso, a momenti sprezzante, di una parentesi irripetibile, sorta di "primavera sacra" che segna, da un lato, il precoce passaggio alla maturità di un pugno di ragazzini pressoché tutti provenienti da famiglie proletarie e "difficili"; dall'altro, l'invenzione e il successivo affinamento di movenze agonistiche che prima non esistevano e che avrebbero posto le premesse per la posteriore ridefinizione in chiave "moderna" del surf-a-rotelle. Peralta fa questo attraverso l'utilizzo di molti materiali di repertorio e di (presumibilmente) un corposo archivio privato - fotografico e filmico - con sagacia montato secondo il ritmo nervoso di un'alternanza di dichiarazioni 'ad hoc' rilasciate da alcuni componenti del gruppo originario - Tony Alva, Jay Adams, Peralta stesso, Bob Biniak, Jim Muir, Shogo Kubo, Wentzle Ruml, Peggy Oki et, nonché dai "fratelli maggiori", istruttori, consiglieri spirituali, costruttori di tavole, coordinatori della banda, Skip Engblom e Jeff Ho - impegnati a ricollegare i fili sparsi delle proprie origini e della propria passione, e istantanee in movimento, persino al limite del fotogramma-per-fotogramma, delle discese, delle curve, dei piegamenti, dei salti, delle giravolte, dei "surfisti sull'asfalto" (per intendersi, l'insieme dei cosiddetti "tricks", alla lettera "trucchi" intesi come "giochi di abilita'", ma pure, e sembra davvero su misura, "scherzi"): il tutto che congiura abilmente per dare vita ad un interessante connubio tra gli esperimenti fotografici sulla cinesia umana di Muybridge e le variazioni cromatiche e spaziali legate alla velocità dei Futuristi.


N ato nei tardi Cinquanta come trastullo forzoso per surfisti orfani del proprio 'ubi consistam' d'elezione (sul settore di costa californiano teatro della vicenda di Peralta e co., le onde migliori scemano dopo le dieci del mattino. Era quindi giocoforza diventato impellente, per mantenere alto il livello di adrenalina e divertimento, "inventarsi" qualcosa o reinventarlo), lo 'skate' macina i suoi primi chilometri a mo' di miniaturizzazione diretta dell'attività madre. "Surf a rotelle", allora, s'e detto, da praticare più o meno ovunque, a qualunque ora del giorno, nei vicoli e nelle strade asfaltate, preferibilmente disegnate come piani inclinati. Stringendo il campo, alla congiunzione fra Santa Monica Sud, Venice e Pacific Ocean Park (detto POP), sorge la Dogtown del titolo, sobborgo, ai tempi della nostra storia in avanzato degrado, che aveva conosciuto, una manciata di anni prima, un effimero periodo di gloria quando la contagiosa bizzarria e il senso del bislacco dell'indole americana s'erano ripromessi di metter mano all'area meridionale di Venice con l'intento di cavarne una via di mezzo tra il luogo di villeggiatura e il parco giochi ("Il fulgido, aurato spettacolo della California.../Terre bagnate d'un'aria più dolce e preziosa, più sana, vallate e picchi montani.../Una razza formicolante, operosa, che si stabilisce e si organizza ovunque.../Popolose città, le più recenti invenzioni, i vapori dei fiumi, le ferrovie, le molte fattorie rigogliose, le macchine/E legno e grano e uve, e i terreni auriferi" - W.Whitman -). Qui i futuri Z-boys, amici da sempre, masticano poco i libri scolastici. Più che altro fanno surf e lo fanno molto bene. Logico, di conseguenza, che integrando gli sforzi su un altro "tavolo da gioco" in breve affiori un'idea tanto semplice quanto spericolata - perseguita, tra l'altro, di puro istinto e per cocciute sperimentazioni sul campo - : trasferire "di peso" l'armamentario dinamico del surf (postura, equilibrio, spinta del baricentro) - in specie il bagaglio tecnico del fuoriclasse hawaiano Larry Bertlemann - dall'oceano alla strada, ossia sullo 'skate'. Operazione a prima vista banale, se non fosse che fino a quel momento la pratica corrente s'era limitata ad un numero esiguo di combinazioni che non andavano molto al di la' dello slalom tra ostacoli posti ad una determinata distanza e di una risicata cerchia di manovre; e che la natura stessa delle soluzioni possibili in piedi su una tavola a mollo tra le onde, non poteva prescindere - al momento di spostarsi sulla terraferma - da un totale cambio d'impostazione da parte di colui che intendeva completare quello spostamento, virando la teoria in prassi. In altre parole: 'surfers' e 'skaters', come accennato, di certo erano parenti e sovente indossavano uno i panni dell'altro ma non erano chiamati a fare esattamente la stessa cosa. A conforto dei secondi e di una specialità - e' bene ribadirlo - il cui esercizio dalla meta' degli anni Sessanta era andato via via riducendosi fin quasi a sparire, interviene un cambiamento che ha tutti i crismi della rivoluzione e che, come spesso accade nelle rivoluzioni, ha a che fare con la materia e i suoi manufatti: cominciati i Settanta (1972) un surfista della costa Est, Frank Nasworthy, escogita ruote composte di Uretano - un derivato del petrolio - a sostituzione di quelle in commercio fatte di pasta argillosa, in perenne conflitto con le asperità e le trappole dell'asfalto. E' la luce ["The waves grew sleepy - breath - did not/The winds - like children - lulled/Then sunrise kissed my chrysalis -/And I stood up - and lived -"//("Le onde si assopirono - il respiro - no -/I venti - come bambini - si quietarono - /Poi l'alba bacio' la mia crisalide -/E io mi alzai - e vissi -") - E. Dickinson]. Si guadagna subito in velocità, in aderenza, in stabilita'. Cominciano ad essere praticabili fantasie e angolazioni un attimo prima confinate all'iperbole. Si riduce drasticamente la distanza che separa lo scorrimento continuo nell'acqua da quello vincolato dall'attrito sulla terra: per lo Z-team, in particolare, l'avvento delle ruote in Uretano (modello Cadillac) e' paragonabile alla leggendaria leva con cui sollevare il mondo. Peralta, a sottolineare lo scarto, incalza l'occhio con una serie di rapidissimi frammenti colorati o in b/n in cui si susseguono e non di rado si sovrappongono le traiettorie di Adams, Muir, Biniak, Alva e soci, ognuna di esse caratterizzata - al netto delle singole "interpretazioni" - dalla tendenza a stare molto bassi e compatti sulla tavola e a conservare ad ogni passaggio, ad ogni inversione, il massimo di fluidità possibile nella realizzazione della sequenza. Nascono gli "Z-boys". E' nato uno stile.

TFK

- parte prima -
(tra una settimana la seconda parte)
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mercoledì, agosto 20, 2014

TRE COLORI: FILM BLU

Tre colori: Film blu
di Krzysztof Kieslowski
con Juliette Binoche, Emanuelle Riva
Francia, Polonia
genere, drammatico
durata, 95

Quando, nel 1993, Krzysztof Kieslowski si presenta a Venezia con "Film Blu", è un regista famoso, con la sorpresa suscitata dal "Decalogo", sostituita da un consenso in forte aumento. Un plauso, che però non restringe gli orizzonti del suo sguardo. "Film Blu" è infatti la prima parte di una trilogia che prende spunto dai colori della bandiera francese, con gli ideali di "Libertè, Egalitè, Fraternitè", rappresentati da altrettanti film. Un filo rosso, che il regista polacco utilizza come punto di partenza di una prospettiva che si apre alla complessità dell'esistenza umana. "Film Blu" ne è la riprova, con il lutto di Julie, sopravissuta all'incidente stradale in cui sono morti il marito e la figlioletta, che si trasforma nel percorso di liberazione dal dolore di quella perdita ma anche nella possibile scoperta delle "vite degli altri". 

Alle prese con un pubblico europeo e mondiale, il cinema di Kieslowski si mostra più malleabile dal punto di vista formale, con una confezione asciutta ed elegante, affidata alla musica di Z. Preisner, e alla riconoscibilità di un'attrice, Juliette Binoche, incaricata di rappresentare il caleidoscopio emotivo del viaggio esistenziale. A rimanere inalterata è la ricerca di senso, che il regista propizia con una mistica del quotidiano rivolta all'ineffabile. Capolavoro. 
(pubblicato su ondacinema/speciale I leoni d'oro di ondacinema)
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Film in sala da Giovedì 21 Agosto 2014


LIBERACI DAL MALE
Deliver Us From Evil
di Scott Derrickson
con Eric Bana, Edgar Ramirez, Olivia Munn, Joel McHale
2014 USA - Horror - 118 min

CATTIVI VICINI
Neighbors
di Nicholas Stoller
con Zac Efron, Seth Rogen, Rose Byrne, Dave Franco, Lisa Kudrow
2014 USA - Commedia - 97 min

STEP UP ALL IN
di Trish Sie
con Alyson Stoner, Ryan Guzman, Briana Evigan
2014 USA - Musicale - 112 min [ LEGGI TUTTO ... ]

martedì, agosto 19, 2014

HERCULES-IL GUERRIERO

Hercules-Il guerriero
di Brett Ratner
con Dwayne Johnson, 
fantasy, avventura, mitologico
Usa, 2014
durata,

Quando si dice che l’abito non fa il monaco non si può fare a meno di pensare che il detto calzi a pennello per un tipo come Dwayne Johnson, al secolo “The Rock”, attore da action comedy che, a dispetto del corpo monolitico e il fisico da culturista dimostra a ogni uscita di possedere una gamma di sfumature e tonalità interpretative che smussano in parte la monotonia della sua figura scenica. Nel caso di “Hercules il guerriero” la trasformazione prosegue grazie all’aiuto di di un regista come Brett Ratner, naturalmente portato ad annacquare il machismo hollywoodiano con ricche dosi di sorrisi e buon umore.

Una formula che Ratner decide di adottare anche in questo film, sconfessando in parte la tendenza di un genere – fantasy mitologico- che dopo "300" ha visto salire in maniera esponenziale il tasso di virilità dei suoi protagonisti, letteralmente posseduti da un hybris di muscoli e testosterone. Fin dalla prima scena infatti il tono del film lascia intendere di non prendersi troppo sul serio, trasformando il tentativo d'assassinio del protagonista ancora in fasce in una scena di divertimento infantile, con il piccolo Ercole intento a sballottare come giocattoli i serpenti che lo dovevano uccidere.Oppure quando, dopo aver alimentato la leggenda del figlio di Giove con sequenze tratte dalle sue celebri fatiche, si prende gioco della nobiltà di quel mito sostituendolo con l'egoismo mercenario di un personaggio rimodellato sulle caratteristiche di un soldato di ventura. Naturalmente l'Ercole di Ratner non tarderà a tirar fuori cuore e sentimenti, soffocati dal dolore di un tragico passato, ma questo senza rinunciare al doppio registro, drammatico e da commedia, che caratterizza il film.


Memore della lezione dei supereroi marvel (X-Men-Conflitto finale) Ratner mette in campo i codici del genere, con il protagonista folgorato sulla via di Damasco, e pronto ad accettare le responsabilità di un ruolo, quello del Salvatore, poco prima rinnegato. Senza dimenticare il dispositivo di  presa di coscienza che anche nel caso di “Hercules” costituisce un serbatoio di spettacolarità pronta a manifestarsi con largo impiego  di magie sonore e visuali. Ma più di quelli a rendere efficace il prodotto sono la simpatia di Johnson e della sua banda di amici, e la capacità di saper costruire un intrattenimento  che non è solo preludio di violenza e ammazzamenti.
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lunedì, agosto 18, 2014

67 FESTIVAL DEL CINEMA DI LOCARNO: CRONACA DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA

L'avevamo detto anche in sede di presentazione che questa edizione del festival di Locarno sarebbe stata caratterizzata dalla presenza di alcuni nomi forti della cinefilia mondiale. E così è stato se è vero che la giuria capitanata dal nostro Gianfranco Rosi ha in pratica inserito nel palmares che conta sia Lav Diaz vincitore del premio maggiore che Pedro Costa, miglior regista del concorso, e assegnando al cinema emergente il premio di consolazione, andato al comunque promettente Alex Ross Perry, regista del divertente e misantropo "Listen Up Philip", il premio speciale della giuria che riporta il cinema americano su posizioni di prestigio dopo un periodo che in generale è stato arido di riconoscimenti festivalieri.
Un verdetto tutto sommato giusto e anche prestigioso per il festival, se è vero che la vittoria del maestro filippino leggittima per la prima volta e in maniera ufficiale un percorso cinematografico importante ma sommerso. Un discorso che vale anche per Pedro Costa, e in anticipo sui tempi, per il manipolo di cineasti e attori che completano una lista di vincitori formata in prevalenza da volti inediti, come quello del russo Artem Bystrov, magnifico protagonista di "Durak" uno dei film più belli, e della francese Ariane Labed, interprete di "Fidelio, L'odisse d'Alice". In un contesto che ha messo in primo piano la qualità delle storie e la capacità di saperle raccontare, dispiace per il mancato riconoscimento di "Perfidia" di Bonifacio Angius, la cui prima uscita è stata comunque generalmente lodata, così come per l'assenza dal palmares di film come "Durak", "A Blast" e "Gyeongiu", diversamente sorprendenti, a testimonianza che almeno nella vetrina principale la manifestazione diretta dall'innefabile Carlo Chatrian è riuscita a compensare la tendenza di un'annata che già il festival di Cannes annunciava in tono minore.


Non tutto è andato per il meglio ma in questo caso le colpe sono da attribuire alla politica, scesa in campo in occasione dell'annunciata presenza di Roman Polanski, costretto a rinunciare per gli attacchi di una frangia dell'opinione pubblica e della carta stampata, contraria all'invito per le conseguenze dei burrascosi trascorsi del regista polacco. Alla mancata masterclass dell'autore de "Il pianista" ha fatto riscontro l'esuberante vivacità del resto degli invitati, che da Agnes Varda a Juliette Binoche e ancora Giacarlo Giannini e Dario Argento sono stati fatti oggetto di un culto festante e caloroso. Se poi a contare fossero solo i numeri, allora un Pardo bisognerebbe darlo anche a registi come Luc Besson e Lasse Hallstrom, presenti in Piazza grande, e campioni di presenze con loro rispettivi film. A ribadire come il cinema, più dei suoi spettatori, sia in grado di abbattere lo steccato che ancora separa i film d'autore da quello commerciale e mainstream.
(pubblicato su ondacinema/speciale festival di Locarno)
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domenica, agosto 17, 2014

LE NEVI DI SILS MARIA

Le nevi di Sils Maria
di Oliver Assayas
con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloe Grace Moretz
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 124'

Tra i registi francesi tutt'ora in circolazione Oliver Assayas è certamente uno dei più eclettici. Passato dal cinema alla televisione, con puntate nel giornalismo in cui si è applicato sia nel cinema (scrivendo nei famosi Cahiers du cinema") che nella musica, Assayas ha trasportato questo eclettismo dietro la mdp dove ha dato prova di sapersi destreggiare tra film di genere e d'autore. Anche nel caso di "Cloud Sils Maria", presentato all'ultima edizione del festival di Cannes, il regista francese dimostra di continuare a mettersi in gioco, accettando di scrivere e dirigere il "viale del tramonto" di una diva del teatro, Maria Sanders (Juliette Binoche), costretta a lasciare il passo a una più giovane collega. L'occasione della crisi gli è data dall'offerta di lavorare insieme alla presunta "rivale", Jo Ann Ellis (Chloe Grace Moretz) in una rivisitazione della piece teatrale in cui la giovane e turbolenta star deve interpretare la parte che vent'anni prima aveva decretato la definitiva affermazione di Maria.
Per arrivare al termine della storia con una soluzione di sorprendente pragmaticità, "Cloud Sils maria" chiude Maria e la sua assistente (Kristen Stewart) in una sorta di ritiro spirituale tra le montagne della Svizzera, dove lo studio del copione finisce per replicare il confronto generazionale e le dinamiche di odio e amore contenute nel testo teatrale.

Utilizzando l'antiteatro roccioso delle montagne Eugandine come moltiplicatore di una claustrofobia che appartiene al clima da "Eva contro Eva" che caratterizza le dinamiche tra le due protagoniste, "Cloud Sils Maria" è un film di scrittura e di interpretazioni attoriali, in cui più della riflessione sul rapporto arte e vita e sul passare del tempo, conta la capacità degli attori di immedesimarsi con dei personaggi che paradossalmente potrebbero corrispondergli anche nella vita. In questo senso "Cloud Sils Maria" sembra più la messinscena filmata di una vera e propria terapia di gruppo , con gli attori intenti a portare sullo schermo ansie e sentimenti del proprio privato (il soggetto è stato suggerito al regista dalla stessa Binoche), che una storia di finzione. Un interesse di "parte" che a lungo andare spinge lo spettatore lontano dalla vicenda, appesantita anche dalla lunghezza del minutaggio.
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