mercoledì, ottobre 31, 2018

IL VERDETTO


Il verdetto 
di Richard Eyre
con Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead
Gran Bretagna, 2017
genere, drammatico
durata, 105'


Fiona Maye (Emma Thompson) è una brillante giudice di successo, donna impegnata ben introdotta nell’alta società londinese e stakanovista assidua del lavoro: una di quelle persone che antepongono la professione a qualsiasi cosa, anche a tutti i piaceri che la vita ed una buona posizione sociale possono donare.

Lady Maye è sposata con Jack (Stanley Tucci, l’estroverso presentatore Ceaser nella trilogia di “Hunger Games” ed il fedele collaboratore Nigel in “Il diavolo veste Prada”), professore universitario stanco di passare una vita di coppia solitaria vissuta all’ombra degli impegni lavorativi della moglie.
Il regista Eyre (lo stesso di “IRIS – Un amore vero”) decide di presentarceli nella loro semplicità esattamente così: come una bomba innescata pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Il loro è un rapporto tanto strano quanto sincero, fatto di reciproco rispetto ma anche di routine e di sacrifici: “Nei matrimoni lunghi si finisce per essere come fratelli” conferma Jack citando la moglie mentre annuncia a quest’ultima di aver bisogno di una amante mentre sorseggia scotch in soggiorno.

Il ticchettio dell’orologio si fa sempre più veloce ed è evidente che la detonazione arriverà da un momento all’altro. Affascinante allora come l’esplosione abbia il suono di un cellulare che squilla…quello del giudice, naturalmente.
Fiona ancora non lo sa, ma ad attenderla dall’altra parte della cornetta non c’è solo una persona, bensì il suo destino e quell’evento che le segnerà l’anima nel profondo. È l’apparente segnale di resa di Jack e l’inizio della vera storia di questo bellissimo ed intenso film.


Il racconto, tratto l’opera di Ian McEwan dal titolo “La ballata di Adam Henry”, parla del difficile caso del ragazzo britannico malato di leucemia che si rifiuta di sottoporsi alla trasfusione di sangue che può salvargli la vita. I genitori di Adam si rivolgono al giudice Maye per far rispettare la volontà del giovane contro quella dell’ospedale di procedere comunque con l’operazione, nonostante l’esplicito rifiuto del ragazzo – minorenne ancora per qualche mese – in ottemperanza alle sue credenze ed ai dogmi del culto dei “Testimoni di Geova”.

Soltanto alla fine appare chiaro allora come il film altro non sia che un percorso iniziato e finito con la prima e l’ultima scena: un sentiero imboccato dal giudice che attraverso il dubbio, la poesia ed il conflitto interiore la porterà a riscoprire il matrimonio e quel lato umano che aveva dimenticato di possedere.
Il crocevia definitivo in tal senso è senza dubbio l’emozionante monologo di Adam, interpretato magistralmente da Fionn Whitehead, fenomenale nel cullare lo spettatore in quel tsunami di angoscia e verità che il ragazzo riversa su lady Maye.
Un’opera tagliente e forte di cui si è parlato molto e di cui si parlerà ancora; un film carico di ottimi presupposti, confermati in toto dall’ottimo lavoro dello sceneggiatore (lo stesso autore dell’opera) fatto in fase di trasposizione dal libro alla pellicola.
Lorenzo Governatori

martedì, ottobre 30, 2018

7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE


7 sconosciuti a El Royale 
di Andrew Goddard
con Chris Hemsworth, Dakota Johnson, Jeff Bridges
USA, 2018
genere, thriller
durata, 141'




Presentato in concorso al Festival del cinema di Roma, “7 sconosciuti a El Royale” è il recente lavoro cinematografico del regista Drew Goddard, noto ai più per aver scritto la sceneggiatura di “Sopravvissuto – The Martian”.

Il suo ultimo film è un’opera corale con alcuni riferimenti e omaggi a Tarantino.

El Royale è un hotel che si trova sulla linea di confine tra Nevada e California, le cui camere sono distribuite in maniera perfettamente simmetrica tra i due stati. La prima scena è emblematica perché rappresenterà il filo conduttore dell’intero film: un uomo decide di soggiornare in questo albergo e, sotto le assi del pavimento della propria camera, nasconde una valigia. Qualche istante dopo aver sistemato tutto alla perfezione viene, però, ucciso. La storia fa, poi, un lungo salto temporale per arrivare a dieci anni dopo tale evento. Siamo negli anni Settanta e nello stesso posto decidono di soggiornare alcuni personaggi i quali, apparentemente, sembrano persone comuni, ma che, in realtà nascondono fin troppi segreti. Procedendo con la narrazione (suddivisa in capitoli, inizialmente sulla base delle camere e dei rispettivi ospiti, successivamente in base alle storie passate di tali personaggi) veniamo a conoscenza dei rapporti che si instaurano, più o meno volontariamente, tra le varie persone.

Goddard riesce a far rimanere lo spettatore con il fiato sospeso per quasi tutta la durata del film con colpi di scena ben gestiti. Ma è sicuramente la musica il punto centrale della narrazione e anche dello sviluppo dei personaggi. E’ grazie al personaggio di Darlene Sweet, una cantante, star dei musical, interpretata da Cynthia Erivo, che entra in moto tutta la narrazione di “7 sconosciuti a El Royale”. Una sorta di thriller che riesce a tenere desta l’attenzione del pubblico, nonostante i personaggi rimangano sostanzialmente in superficie. Di ognuno di loro viene accennato e mostrato il passato, o meglio una parte di esso, senza però andare a scavare troppo in profondità, mantenendo tutti, più o meno, sulla stessa linea, chi per un motivo e chi per un altro.

Al di là della struttura della narrazione, che procede senza intoppi, e fa rimanere lo spettatore incollato allo schermo sempre in guardia da qualche eventuale effetto sorpresa, un altro elemento importante sotto questo punto di vista, che rende la trama sempre più avvincente è il numero dei personaggi: non il fatto che, essendo un film corale, essi siano tanti, quanto piuttosto il continuo richiamo al titolo, nel quale riecheggia il numero 7. Lo spettatore, per tutta la durata del lungometraggio, si ritrova a contare i personaggi e a domandarsi costantemente quando arrivi il personaggio successivo (perché non tutti e sette ci vengono presentati fin dall’inizio). Goddard è, quindi, molto abile anche nel creare una suspense meno “violenta” e più “impostata” che accompagna il pubblico fino alla fine.

Aspetto non trascurabile è, inoltre, il riferimento doveroso all’epoca storica nella quale il film è ambientato. Ci troviamo nel 1970 (data che si può evincere dal celebre discorso del presidente Nixon in tv) e quello che il regista vuole mostrare non è in realtà l’intreccio che si viene a creare tra i sette protagonisti della vicenda, ma una vera e propria critica alla società dell’epoca, sotto tutti i punti di vista, tanto da arrivare a lasciarci, alla fine, con un quesito irrisolto, aperto a varie interpretazioni, nel bene o nel male.
Veronica Ranocchi

lunedì, ottobre 29, 2018

IN VIAGGIO CON ADELE


In viaggio con Adele 
di Alessandro Capitani
con Alessandro Haber, Sara Seraiocco, Isabella Ferrari 
Italia, 2018
genere, drammatico
durata, 83’


Adele è una ragazza speciale. Libera da freni e inibizioni, indossa solo un pigiama rosa con le orecchie da coniglio, non si separa mai da un gatto immaginario e colora il suo mondo di post-it su cui scrive i nomi di ciò che la circonda. Cinico e ipocondriaco, Aldo è un attore di teatro che, appoggiato da Carla, sua agente, amica e occasionale compagna di letto, si trova alla vigilia della sua ultima grande opportunità nel mondo del cinema. L'improvvisa morte della mamma di Adele sconvolge i piani di Aldo che scopre solo ora di essere il papà della ragazza. Con il compito di dirle la verità e l'intento di liberarsene, Aldo parte con Adele, risalendo dalla Puglia su una vecchia cabrio per affrontare un viaggio dalla meta incerta.

In letteratura la scoperta dell’identità di un personaggio che prima non era nota a chi sta agendo si chiama agnizione. Nel teatro questo espediente è presente sin dalla classicità greca e anche il cinema ce l’ha proposto in più occasioni nel corso della sua storia.
Alessandro Capitani, alla sua prima prova nel cinema di finzione, ha trovato la soluzione per non apparire banale: bisogna avere due attori non solo bravi ognuno per la sua parte ma anche capaci di entrare in sintonia. È quanto accade con Alessandro Haber e Sara Serraiocco. 

Il primo non si limita a interpretare l’ennesimo personaggio della sua lunga ed apprezzata carriera cinematografica e teatrale. Gli inietta dosi sostanziose di se stesso, di un’apparente scontrosità e di un sentimento simile alla rabbia nei confronti della vita che sono scudi sottili dietro i quali si cela un senso profondo di umanità e un bisogno di relazionarsi con chi gli sta intorno. Aldo è così. È un attore in attesa di un provino importante.
Haber trasferisce la sua sensibilità in un personaggio che è l’amante occasionale della propria agente che ha quella quadratura caratteriale e quell’ordine che a lui mancano ed è in più, senza averlo mai saputo, padre. Ma non di una ragazza qualunque. È il padre di Adele a cui Sara Serraiocco sa offrire una molteplicità di sfumature che vanno dalla spudoratezza al dolore più intimo che si trasforma in invenzioni e desideri sempre a rischio di delusione. 
Per questo marca tutto ciò che la circonda con post-it in cui dà un nome a ogni cosa e persona, forse per l’inconscia necessità di fermarne e stabilirne una volta per tutte la presenza nella sua vita. Il loro on the road è irto di disavventure, ognuna delle quali rischia di allontanarli l’uno dall’altra e invece, impercettibilmente, permette loro di conoscersi per quello che veramente sono.
Riccardo Supino

13 FESTA DEL CINEMA DI ROMA: SE LA STRADA POTESSE PARLARE


Se la strada potesse parlare
di Barry Jenkins
con KyKy Lane, Stephane James, Regina King, Dave Franco
USA, 2018
genere, drammatico
durata, 117'



Anche se uno non è americano e non frequenta l'industria hollywoodiana può comunque immaginare cosa voglia dire per un regista di quelle parti sbucare dal nulla e aggiudicarsi l'Oscar di miglior film dell'anno, tra le varie categorie forse la più prestigiosa, di certo la più ambita dai Mogul delle grandi case di produzione. Come in molti ricorderanno tale scenario si è concretizzato nel 2016 quando Barry Jenkins, si è visto consegnare la statuetta in questione al termine di una premiazione a dir poco rocambolesca in cui per un errore degli organizzatori il premio in un primo momento era andato al favoritissimo "La La Land". A parte l'aneddoto, certamente singolare, tutto questo è importante per non dimenticare la particolarità del contesto in cui nasce "Se le strade potessero parlare", come sempre capita in questi casi, chiamato a onorare il prestigioso riconoscimento con un'opera all'altezza del nuovo lignaggio e d'altro canto responsabile di riportare con i piedi a terra ma senza grossi traumi il sorprendente vincitore.

Per nulla intimidito Jenkins in un certo senso alza il tiro delle proprie ambizioni portando per la prima volta sul grande schermo un romanzo di James Baldwin, figura di riferimento della letteratura americana celebrata da Raoul Peck nel doc "I'm not Your Negro" e distintasi, a partire dagli anni settanta, per l'impegno speso nel denunciare i soprusi e l'intolleranza di cui furono oggetto i membri della comunità afro americana. A partire da questa scelta "Se le strada potesse parlare" si costruisce un'identità autonoma rispetto al lavoro precedente, pur presentando soluzioni formali abbastanza simili. Anche in questo caso infatti l'universalità della storia non è solo un fatto di contenuto: la predilezione per un numero limitato di figure umane presenti all'interno dell'inquadratura, la volontà di circoscrivere gli avvenimenti in una spazio fisico ristretto e le mancate aperture della mdp sul paesaggio circostante danno corso a una rappresentazione più ideale che reale dell'esistenza,. In tale direzione, va letta ad esempio la presenza di un personaggio archetipo qual è il poliziotto che incastra Fonny per un delitto mai commesso, manifestazione del male del tutto svincolata da riferimenti tangibili che non sia l'urgenza di rappresentare il mood di un'epoca di ingiustizie e persecuzioni.


Ma come si diceva qualche riga fa le peculiarità di "Se la strada potesse parlare" stanno altrove e per esempio nell'autoreferenzialità alla storia della comunità afro-americana delle cui sorti Tish e Fonny (protagonisti della vicenda insieme a Sharon e Joseph, genitori di lei,) giovani e innamorati costituiscono per la drammatica svolta della loro relazione il campione sul quale misurare la negazione di un riscatto che diventa metafora di quello negato al consesso a cui i due appartengono. Così, se in "Moonlight" la lotta per la "causa" e la militanza dei "fratelli" erano assenti mentre le iniquità del sistema e la segregazione sociale incrociavano i destini dei personaggi in maniera indiretta, più che altro nel degrado materiale e spirituale del paesaggio e degli uomini, alla stessa maniera la Harlem degli anni settanta nulla ha a che fare con la Miami dei nostri giorni così come il senso di famiglia e l'amore per l'arte che si respira nel quartiere nero dove vivono Tish e Fonny dista anni luce dal senso di alienazione e dalla cultura gangsta rap del ghetto in cui si barcamenano Kevin e Chiron. D'altronde, mentre questi ultimi sono figli dell'America proletaria e diseredata, Tish e Fanny insieme alle loro famiglie sono parte integrante di un universo proto borghese che nonostante tutto gli permette di coltivare (fino al momento della drammatica svolta) progetti e amore senza la rabbia e la violenza che invece faceva da sottofondo alle esistenze dei primi due.

Ed è forse questo punto più di altri a determinare la continuità poetica del cinema di Jenkins che pone al centro della questione il superamento delle barriere morali, fisiche, sociali che separano gli individui dal raggiungimento dell'amore e della felicità, qui sintetizzate dalle sbarre della cella dove Fonny aspetta il giorno in cui tornerà libero. Jenkins la rappresenta con una messinscena sofisticata e complessa che utilizza il tempo sia come elemento narrativo, nel tentativo di creare una drammaturgia del ricordi attraverso i continui scarti tra passato e presente, sia come flusso interiore, capace di dare conto delle emozioni dei personaggi visualizzandole nel ricorso a sistematiche dilatazioni temporali che hanno il compito di sottolineare stati d'animo e sentimenti. In questa dimensione tutta interna della storia vanno letti i contrasti di luce impiegati per dare conto del tormento e della precarietà affettiva dei due innamorati, frutto della fotografia di James Laxton, così come i colori caldi e materici utilizzati dal regista per esaltare le passione che attraversa il film. Ma non basta perché "Se le strada potesse parlare" è soprattutto un film di attori e di corpi, tutti bravi (ma con una menzione speciale per l'esordiente Kim Layne nella parte di Tish e della "madre" Regina King) e fotogenici a cui Jenkins si rivolge con una devozione forse eccessiva che lo porta a soffermarsi oltre il dovuto sulla bellezza dei volti e sulla levigatezza delle figure. Girato sul crinale che divide l'attenzione maniacale da un esteriorità che in qualche passaggio rischia di prendere il sopravvento sull'urgenza dei temi, "Se le strada potesse parlare" è meno riuscito del suo predecessore ma ancora più coraggioso per la fiducia che assegna al cinema di fare breccia nei cuori delle persone.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

HOME VIDEO: JURASSIC WORLD

JURASSIC WORLD:
IL REGNO DISTRUTTO

DISPONIBILE  IN 4K ULTRA HD, BLU-RAYTM3D, BLU-RAYTM, DVD E IN DIGITAL HD CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA



Jurassic World: il regno distrutto
di Juan Antonio Bayona
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ted Levine
USA, 2018
genere: fantasy
durata, 128’

A tre anni di distanza dai fatti di Jurassic World, Isla Nublar sta per essere sommersa da lava vulcanica. Il governo deve decidere se salvare i dinosauri superstiti che la popolano o se lasciare che la natura faccia il suo corso. Eli Mills propone a Claire di coinvolgere Owen per una missione di salvataggio, che recuperi anche il Raptor super-intelligente Blue. 
“Jurassic World: Il regno distrutto”, nel terzo e conclusivo atto della storia, punta tutto sulla suspense. Dalla catastrofe naturale del vulcano in eruzione su Isla Nublar alle tematiche animalistiche, passando per il sempre caro scontro tra filosofia morale e avidità congenita, il film diligentemente prepara il cliché che ben conosciamo. C'è più consapevolezza su cosa trattare in modo superficiale (la storia) e su cosa insistere affinché anche il pubblico affondi gli artigli nei braccioli delle poltrone (la suspense, appunto). Chi davvero lascia una traccia del suo passaggio, oltre ai rettili giganti, è il regista spagnolo Juan Antonio Bayona.

Egli realizza il suo film più impersonale, per ovvie ragioni. La rivitalizzata saga creata da Steven Spielberg nel 1993 ha riacceso tre anni fa la fiamma della passione per le creature estinte. Jurassic World è, ad oggi, il quinto miglior incasso di sempre al box office mondiale. I protagonisti sono gli eroi del Giurassico e non si bada a spese nel ricrearli al computer o dal vero a dimensioni naturali, con gli artigiani degli effetti speciali di una volta. Il regista di turno deve assecondare qualcosa di molto più grande di lui, come ha fatto Colin Trevorrow nel primo film, ma Bayona lascia una scia. Lo spagnolo è ossessionato dai riflessi: specchi e vetrate raddoppiano tensione e paura, e con le ombre disegna sui muri quei contorni propri del terrore infantile. Prende ispirazione da se stesso, attingendo a piene mani ai chiaroscuri dal fantasy “The Orphanage”, suo film d'esordio, e con il suo intervento rende più digeribile una sceneggiatura un po’ forzata sugli snodi narrativi, per mandare avanti la storia nel film successivo.


Scritto sempre da Trevorrow e Derek Connelly, “Jurassic World: Il regno distrutto” raddrizza il tiro, scorre veloce lasciando spesso il primo piano all'azione e delinea meglio i personaggi rispetto al precedente film. La presenza femminile, intanto, fa un bel passo avanti in quantità e qualità. La Claire di Bryce Dallas Howard è operativa e decisiva più di quanto non sia Owen, sempre Chris Pratt. Quest'ultimo ha la commedia nel sangue: bastano tre momenti di brevi espressioni facciali per ricordarlo e una sequenza memorabile tra il magma rovente in cui recita solo con il corpo. La dottoressa latino-americana che ha il volto di Daniella Pineda è tosta quanto basta per salvare un dinosauro e zittire in più occasioni i mercenari senza scrupoli, primo su tutti il loro boss interpretato da quel gran caratterista che è Ted Levine. Ogni volta che entra in scena la bambina Maisie, l'esordiente Isabella Sermon, Bayona gioca in casa. È su di lei che il film, anzi la saga, investe cospicuamente. 

A fronte della pericolosa primordialità dei dinosauri, “Jurassic World: Il regno distrutto” ribadisce quanto l'uomo sia l'unico vero animale da temere per il futuro della sua stessa specie e di tutte le altre. Il messaggio passa attraverso le parole pronunciate dal dottor Malcolm, una presenza che segna il ritorno, seppur per poco più di un cameo, del carismatico Jeff Goldblum.
Riccardo Supino

 

giovedì, ottobre 25, 2018

13 FESTA DEL CINEMA DI ROMA: FLAVIOH - TRIBUTO A FLAVIO BUCCI


FlavioH -Tributo a Flavio Bucci
di Riccardo ZInna
con Flavio Bucci, Alessandro Haber, Giuliano Montaldo
Italia, 2018
durata, 80'



Nella carriera di un attore ci sono personaggi che funzionano come un'arma a doppio taglio, perché se da un lato l'eccezionalità dell'interpretazione consente all'interessato di lasciare un ricordo indelebile nell'immaginario dello spettatore, dall'altro la persistenza del riferimento finisce per fagocitane il talento, al punto da non permettergli altra scelta che non sia quella di reiterare il modello o scomparire. In questo senso, il caso di Flavio Bucci è paradigmatico, poiché a fronte di un talento artistico che lo ha visto primeggiare nel cinema e nel teatro, non c'è dubbio che a farcelo ricordare sia soprattutto il ruolo del pittore Antonio Ligabue nell'omonimo sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita. Così, pur immaginando quali e quante siano state le ragioni che hanno spinto Riccardo Zinna a dedicare il suo progetto all'attore piemontese, facendone non solo il centro d'interesse del film ma riuscendo a riportarlo dopo anni di assenza davanti alla mdp assegnandogli la parte di sé stesso e quello di guida spirituale della narrazione, certo è che "FLAVIOH - Tributo a Flavio Bucci", seppur in linea con il carattere del personaggio e quindi poco incline a una ricostruzione filologica e istituzionale della biografia artistica del protagonista, ben si presta - per la sua forma documentaria - a una rivalutazione critica del nostro atta a testimoniarne la poliedrica genialità sulla base di trascorsi che lo hanno visto giovanissimo partecipare ad alcuni dei film italiani più importanti dello scorso secolo: da "La classe operaia va in paradiso", in cui condivise il set con Gian Maria Volontè, mentore che ne favorì l'ascesa nel cinema più impegnato e militante di quegli anni, a "La proprietà non è più un furto", diretto, come il primo, dal grande Elio Petri, ai lavori con Montaldo sullo schermo e in televisione, anch'essa frequentata con profitto. Senza dimenticare le sue qualità di doppiatore, prestando la voce a star del calibro di John Travolta, Gérard Depardieu e Sylvester Stallone, e di produttore ("Ecce bombo" di Nanni Moretti).


I meriti del film, però, non finiscono qui, poiché "Flavioh" oltre a riportare alla memoria fatti dimenticati ma comunque conosciuti, arriva a fare quello a cui molti biopic non riescono nemmeno ad avvicinarsi e cioè a ricostruire - portandoli sullo schermo con l'aiuto del protagonista - i lati oscuri e le contraddizioni di una personalità genuina ma complessa, costretta a convivere con i fantasmi di un estro che, come spesso capita ai grandi, è fonte di gioie nel lavoro e di dolore nel privato. Da questo punto di vista Zinna non risparmia niente al suo personaggio, raccontandone pregi e difetti con una partecipazione che travalica il rapporto tra regista e attore e sconfina in una complicità fatta di risate e malinconia, il tutto all'insegna di un "umano troppo umano" ben sintetizzato dalla sequenza d'apertura, in cui un Bucci a dir poco contrariato rischia di mandare tutto all'aria (il film e il suo regista), facendo fuochi e fulmini contro chi non si è curato di assicurargli il giusto relax tra un ciak e l'altro.

Con stile franco e colloquiale Zinna (prematuramente scomparso lo scorso settembre) non si limita a riproporre il documentario più classico, quello in cui il protagonista e gli altri interlocutori parlano di sé e degli altri rivolgendosi direttamente alla telecamera, ma, in conformità al personaggio, ne rappresenta l'irrequietezza costringendo a un viaggio itinerante in cui le diverse tappe del tragitto - a Torino, dove tutto è iniziato, a Roma in cui abitano la madre e il fratello, e anche all'estero per salutare il figlio e la compagna - offrono l'occasione per mettere insieme un amarcord pubblico e privato in cui chi lo ha conosciuto da vicino contribuisce a farsi un'idea di chi è stato e di chi è oggi Flavio Bucci, omaggiato alla sua maniera da Zinna che, senza nasconderne le complicazioni di salute, lo riprende claudicante e affaticato come un Re Lear in esilio dal suo regno. Favorito dal passo simile a quello di un diario di viaggio (regista attori e troupe si spostano da un punto all'altro a bordo di un camper molto vintage), "Flavioh" più che un documentario è un blues on the road destinato a diventare un luogo dell'anima. Quella di Bucci, nonostante le molte vicissitudini, ancora pronta a dare battaglia a chi, ancora oggi, ne vorrebbe fare un attore come gli altri. Zinna che del film è anche sceneggiatore, direttore della fotografia e musicista dimostra di essere cineasta a tutto campo. Ci mancherà!
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

FAHRENHEIT 11/9


Fahrenheit 11/9
di Michael Moore
USA, 2018
genere, documentario
durata, 128'



Allora non potevamo saperlo perché all'epoca di "Fahrenheit 9/11", il film che ne aveva decretato la fama, permettendogli addirittura di essere il primo documentarista ad aggiudicarsi (nel 2004) la Palma d'oro del festival di Cannes, la filmografia del nostro era ancora troppo esile per mostrarne le prove. Dopo di quello c'erano stati altri film, quattro per l'esattezza, in cui però il regista pur continuando a tirare fuori scheletri dall'armadio non era più riuscito a ritrovare l'antica verve. Al termine di "Fahrenheit 11/9", presentato in anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma, appare chiaro che quella di Moore era una disaffezione dovuta alla mancanza di un nemico reale. Troppo astratti per essere tali erano stati a suo tempo i fantasmi del sistema sanitario ("Sicko") e di quello capitalistico finanziario ("Capitalism: A Love Story"), ambedue lontani dalla maschera grottesca e dall'umorismo involontario di un repubblicano che diventa Presidente. A ridestare l'ispirazione è, non a caso, un personaggio politico come Donald Trump, carica istituzionale capace di modellare le prerogative della sua leadership su un immaginario presidenziale di stampo populista, la cui retorica si è perfezionata nei trascorsi imprenditoriali e soprattutto televisivi, quelli che ancora oggi gli permettono di reclamizzare gli slogan del suo pensiero.



Consapevole di non poter stilare un giudizio definitivo sul nuovo eletto, avendo quest'ultimo ricoperto solo un segmento del suo mandato - iniziato come dice il titolo il 9 novembre 2016 - il film allarga la sua analisi a un arco temporale più ampio, che, rivolgendosi all'America pre-trumpiana, tira in ballo nientemeno che il premio Nobel Barak Obama, accusato senza mezzi termini di aver tradito la fiducia dei votanti e, cosa più grave, dello strato più debole della popolazione, abbandonata a se stessa quando si trattava di aiutarla a salvarsi da rapacità e disuguaglianza. A questo proposito a tenere banco è il caso della crisi idrica della città di Flint nel Michigan, in cui lo stesso Moore è nato e dove migliaia di cittadini sono rimasti sotto lo scacco del governatore repubblicano, disposto a tutto, anche ad avvelenare - di nascosto - uomini donne e bambini pur di sponsorizzare l'appalto di un nuovo quanto inutile acquedotto. Un misfatto avallato persino da Obama, che, accolto a Flint come il salvatore, è tornato a casa portandosi dietro la delusione e la rabbia di quanti lo hanno visto sposare la causa dei cattivi con una pantomima, quella di far finta di bere un bicchiere di acqua contaminata, che era solo il modo per avallare l'operato del presunto responsabile.


Quando Moore arringa lo spettatore facendo risalire il declino del partito democratico all'episodio in questione, sa bene che il disamore delle classi disagiate è la risultante di concause ben più complesse di un singolo episodio. D'altro canto è altrettanto vero che gli avvenimenti di Flint altro non sono che il paradigma di una situazione estendibile al resto del paese. Ed è qui la genialità del regista, il quale, come nei momenti migliori, diverte e si diverte a fare a pezzi la storia ufficiale per rimontarla secondo una ricostruzione che, oltre a una prospettiva del potere visto dietro le quinte, può contare su un umorismo dissacrante e provocatorio dal quale è difficile non farsi contagiare. 

Quando questo si verifica con la convinzione con cui lo fa Moore in "Fahrenheit 11/9", poco conta sapere il grado di verità delle notizie apprese o se, per esempio, ciò che vediamo sia in parte il frutto di forzature operate sulla logica del racconto. Moore conosce il senso dello spettacolo e sa prendere il pubblico laddove è più sensibile, ossia mettendolo nella condizione di prendersi la rivincita sul potere, messo alla berlina per interposta persona, attraverso gli sberleffi e le provocazioni del simpatico "ciccione". Guai, dunque, a sottovalutarne l'arte, anche perché, oltre all'affabulazione, "Fahrenheit 11/9" è bravo a colpire con la potenza delle immagini: ce ne sono molte che varrebbe la pena citare ma quella in cui vediamo Hitler doppiato con la voce di Trump e, ancora, l'intera sequenza volta ad ipotizzare la casualità della sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti sono opera di un cineasta che sa il fatto suo. Dopodiché, come nota a margine, fa piacere apprendere che l'Italia non arriva sempre a ruota dell'America. Chi andrà a vedere il film si accorgerà che quanto gli è stato raccontato, con i germogli di una nuova classe politica formata da comuni cittadini pronti a insidiare lo scranno dei soliti noti, sembra la ripetizione di ciò che è accaduto all'interno dei nostri confini con l'ascesa del movimento 5 Stelle.
In uscita come evento speciale, "Fahrenheit 11/9" è un film da vedere e di cui discutere.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, ottobre 21, 2018

APOSTOLO

Apostolo
di Gareth Evans
con Dan Stevens, Michael Sheen, Lucy Boynton
genere, Mystery, Thriller
durata, 130'


Dato l’avvicinarsi di Halloween, Netflix mette in palinsesto il nuovo film di Gareth Evans: l’horror “Apostolo”, con protagonista Dan Stevens, nel ruolo del giovane Thomas Richardson che parte alla ricerca della sorella rapita in un’isola misteriosa nella quale dovrà affrontare non pochi ostacoli per raggiungere il suo obiettivo. Guidato da Malcolm, una sorta di profeta, o almeno così proclamatosi, Thomas scoprirà che l’isola stessa nasconde molti più segreti di quanti pensasse perché gli isolani sono legati al culto di una misteriosa divinità che vive proprio in questo luogo particolare.
Parallelamente alle vicende di Thomas, si intrecciano altri personaggi e altre dinamiche, come quelle della coppia composta dai giovani Jeremy e Ffion, i quali si vedono costretti a dover sottostare alle ferree regole del culto imposto dall’isola e che saranno la cosiddetta “goccia che fa traboccare il vaso” perché la loro sorte darà il via a malumori e malcontento all’interno di tutta la popolazione.
Definire il film di Evans solo ed esclusivamente come un horror sarebbe un errore, in quanto al suo interno esso miscela saggiamente anche elementi del thriller, del giallo e del film d’azione. Lo spettatore, così come il protagonista stesso della vicenda, si interroga costantemente sull’identità della divinità tanto osannata e tanto nominata dai vari personaggi. La spasmodica e continua ricerca della sorella spinge il pubblico verso una crescente curiosità, soprattutto per la sorte della donna, perennemente a rischio. Inevitabile, poi, il richiamo, seppur in minima parte, a quella che è la poetica di Evans in “The Raid” e, quindi, nello specifico, la presenza di azione.


Sono diversi gli elementi da analizzare e i riferimenti (anche e soprattutto alla religione in generale) dei quali il regista fa ampio uso. Uno su tutti la presenza del sovrannaturale. Specialmente nella prima parte del film lo spettatore è posto di fronte a vari elementi di natura sovrannaturale, disseminati in maniera appropriata all’interno della narrazione, per poi confluire in maniera più ravvicinata nella seconda parte.

L’altro elemento importante di “Apostolo” è, come già anticipato, il fatto che non si tratti totalmente di un horror, ma che il raggiungimento di tale definizione sia graduale. Non si tratta, infatti, del classico film spaventoso con movimenti improvvisi e bruschi, ma di qualcosa di ben congegnato che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore fin dai primi minuti e che lo accompagna durante tutta la narrazione inserendolo all’interno di situazioni e atmosfere che disturbano e turbano. Lo spettatore è portato a provare la stessa paura e la stessa angoscia dei personaggi  in maniera crescente e costante. Le situazioni descritte, ma soprattutto mostrate sono disturbanti a tal punto da provocare questo tipo di reazioni nel pubblico. Una tensione del genere è, inoltre, alimentata dalla fotografia, dalle musiche, dal ritmo e dalla luce, molto spesso quasi completamente assente. L’oscurità che accompagna l’intero film e che ben si dipinge anche nei volti dei personaggi (anche lo stesso Thomas ha perennemente uno sguardo truce, intimidatorio e scuro) è significativo delle tematiche e del genere dell’intera vicenda. Il largo utilizzo del nero e del marrone sembra anche, in qualche modo, rimandare alla decadenza dell’isola e della vita di tutti coloro che ci abitano perché entrati in contatto con un’entità superiore che li sta, in un certo qual modo, prosciugando, sotto tutti i punti di vista: naturale, umano e affettivo. La natura sembra decadere e, in contemporanea, ogni personaggio sembra perdere, a poco a poco, la propria umanità.
Veronica Ranocchi

venerdì, ottobre 19, 2018

SOLDADO


Soldado
di Stefano Sollima
con Josh Brolin, Benicio Del Toro, 
USA, Italia 2018
azione, thriller, drammatico
durata, 124

Che quello di Stefano Sollima fosse un cinema adatto agli standard del mainstream americano non è una sorpresa. Fin dall' esordio sul grande schermo, avvenuto con A.C.A.B.: All Cops Are Bastards, a sorprendere non era stata solo l’abilità di raccontare una crime story con il ritmo e il taglio - dei personaggi e della storia - simili a quelli di film e serie tv provenienti d’oltreoceano.  Ciò che già allora aveva fatto la differenza con i pari colleghi consisteva nella capacità della mdp di impossessarsi dello spazio urbano della città eterna facendone non solo uno dei protagonisti del film ma soprattutto uno strumento per raccontare i personaggi e comprenderne le azioni. 

Da questa ottica Soldado rappresentava una verifica dei contenuti enunciati in fase di premessa: in quanto si trattava di capire se e in che modo il dispositivo cinematografico del regista avrebbe fatto fronte all’esigenza  di rappresentare uno spazio come quello del deserto a cavallo tra Messico e Stati Uniti in cui è ambientato il film, caratterizzato da una complessità dimensionale, ambientale e anche logistica diverse da quella della città capitolina, set abituale dei suoi lavori. Inoltre bisognava  evitare di farsi condizionare dal fatto di venire dopo Sicario, e cioè di un’opera e di un autore, Denis Villeneuve, assurti a massima considerazione da uno stuolo di appassionati sparsi in ogni angolo del mondo. Di fatto il nuovo capitolo di quella che può considerarsi una vera e propria saga pur contando ancora su  Matt Graver (Josh Brolin) e Alejandro Gillick (Benicio Del Toro) come pure sulla penna di Taylor Sheridan si segnala per spostamenti di senso che in parte lo rendono un prodotto autonomo dal suo predecessore a cominciare dalla mancanza di continuità temporale con il lungometraggio di Villeneuve, ma soprattutto per la differenza di sguardo applicata da Sollima alla materia narrativa. 


Se per il cineasta canadese la frontiera tra Stati Uniti e Messico diventava il simbolo della linea che separa il bene dal male, in conformità a una visione tutta morale dell’esistenza, nel film di Sollima questo punto di vista lascia il posto a contorni meno netti (delle personalità dei personaggi così come della geopolitica territoriale) e a una visione del confine - materiale e psicologico - che non esiste più, ingoiato dalla spirale di violenza scatenatasi dalla contesa. Più votato all’azione che alla riflessione il cinema di Sollima si addentra nel cuore di tenebra riconoscendolo innanzitutto nella wilderness del paesaggio americano, elevato a comune denominatore dell’anarchia che regna nelle vite dei personaggi. Uscito negli Stati Uniti nella scorsa estate il film di Sollima ha già incassato più di chi lo ha preceduto e siamo  pronti a scommettere che sarà così anche da noi. Spettacolo da vedere sul grande schermo Soldado è espressione di un regista in piena forma. 
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivera.it)

giovedì, ottobre 18, 2018

LA STRADA DEI SAMOUNI


La strada dei Samouni
di Stefano Savona
Italia, Francia 2018
genere, documentario, animazione
durata, 128'


Un giorno di ordinaria follia, uguale ai tanti consumati nella striscia di Gaza durante la cosiddetta operazione Piombo fuso, la campagna militare organizzata dall’esercito israeliano per neutralizzare il lancio di missili effettuato da Hamas contro il territori a sud dello stato ebraico. Di uno di questi in particolare si occupa il nuovo film di Stefano Savona, che ritorna sui luoghi dove aveva realizzato Piombo fuso, il documentario girato nel 2009 in cui si raccontavano i giorni di passione della popolazione palestinese prostrata dalle conseguenze del fuoco nemico. Se il lungometraggio sopra menzionato funzionava come un’istantanea su fatti in corso di svolgimento, La strada dei Samouni viaggia sul filo della memoria per raccontare attraverso le parole dei sopravvissuti l’assassinio di 29 civili da parte delle forze occupanti. Ma non basta, poiché il sopralluogo cinematografico non si ferma alla ricostruzione degli eventi, effettuata attraverso espedienti formali di forte impatto emotivo, come risultano essere le animazioni in bianco e nero e il mokumentary delle riprese aree effettuate dal drone assassino, ma prosegue sulla scia del processo di elaborazione del lutto da parte della piccola Amal, testimone oculare scampata agli omicidi dei genitori e parenti, e, ancora, con il ritorno alla vita della comunità locale.

Esempio di quel documentario creativo capace di promuove alcuni dei talenti più cristallini del nostro panorama, La strada dei Samouni è uno dei rari casi in cui la sintesi tra forma e sostanza funziona come moltiplicatore di senso rispetto alle soluzioni visive adottate dal regista. Così accade quando si tratta di riportare il corso degli eventi, declinati attraverso formati utilizzati per segnalare il cambio di punto di vista rispetto agli avvenimenti, in un’alternanza di sguardi (delle vittime, dei carnefici, del del regista) che insieme danno conto dei diversi gradi di realtà, ognuna delle quali inevitabilmente condizionata – nella sua ricostruzione – dal “ruolo” svolto all’interno del quadro. Ecco, allora, che lo scarto visivo prodotto dai disegni animati di Massi, lungi dall’essere un semplice vezzo d’autore diventa il modo – forse l’unico, per lo shock sofferto dalla bambina – di entrare nell’universo immaginifico di Amal senza perdere di vista la coerenza documentaristica e la progressione narrativa, soddisfatte alternativamente dagli inserti in cui uomini e donne si rivolgono all’obiettivo per confessare la propria esperienze, oppure dalla spiccia matematica dei carnefici, simboleggiata dall’incontro di ascisse e ordinate che fissano il centro del mirino.

Il risultato è un flusso in cui realtà e fantasia, emotività e controllo si alleano per costruire un poesia sull’umano che non prevede né vincitori né vinti ma solo la voglia di ritornare alla vita ricordando ciò che è stato. Detto che l’evidenza dei fatti basta e avanza per capire da che parte stanno le colpe, La strada dei Samouni evita proclami e rivendicazioni (nonostante le persecuzioni, nessuno degli intervistati inveisce contro il nemico), profilandosi come un racconto in cui il succedersi di inizio e fine può essere letto alla stregua di una rappresentazione archetipica del ciclo della vita. È questo il motivo per cui è impossibile non riconoscersi nell’universo raccontato nel film e quindi non parteciparvi dal primo all’ultimo istante della proiezione; forse anche dopo! Premiato allo scorso festival di Cannes, il documentario di Savona è in lizza per entrare nella cinquina dei migliori titoli della sua categoria. Imperdibile.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

lunedì, ottobre 15, 2018

A STAR IS BORN


A Star is Born
di Bradley Cooper
con Bradley Cooper, Lady Gaga
USA, 2018
genere, drammatico
durata, 


L'esordio alla regia di Bradley Cooper è ricco di storia e di riferimenti in parte dovuti alla popolarità del testo da cui il regista, insieme a Will Fetters ed Eric Roth, ha ricavato la sceneggiatura. La storia della star del rock Jackson Maine che si innamora di Ally, aspirante cantante, di cui decide di promuovere il talento facendone una stella del firmamento musicale, affonda le radici nell'omonimo film diretto da William A. Wellman nel 1937. Quello di Cooper è il terzo remake della pellicola in parola figurando, nel computo delle versioni già realizzate, una prima, uscita nel 1954, con James Mason e Judy Garland nelle parti principali, e un'altra, datata 1976, interpretata da Kris Kristofferson e, soprattutto, da Barbra Streisand. Il rinnovato interesse mostrato dai produttori nel corso degli anni è presto detto: le vicissitudini di Ally e delle sue "colleghe", sbucate dal nulla e assurte al massimo successo risultano a dir poco paradigmatiche rispetto alla mitologia costruita attorno al sogno americano, di cui la vicenda in questione costituisce la quintessenza. Senza contare che l'importanza del format rispetto alle caratteristiche della messinscena è testimonianza del fatto che a essere ricordati non sono i nomi dei registi quanto piuttosto quegli degli attori, veri e propri custodi dell'immortalità dei personaggi e della loro performance. Da non sottovalutare è poi l'ambientazione del film, il quale, svolgendosi nell'ambito dello spettacolo e ragionando sui meccanismi dello star system, fornisce a Hollywood l'irrinunciabile opportunità di rappresentarsi in un'esaltazione virtuosa e spettacolare delle proprie peculiarità, utile ad alimentare la sua leggenda. 



Per quanto lecito ai fini dell'analisi, il confronto con i lungometraggi sopra menzionati è però viziato da una matrice comune che in qualche modo favorisce un punto di vista interno e, quindi, meno efficace a rivelare la vera natura di "A Star is Born". Più utili ai fini della comprensione sono invece gli spunti forniti da un altro film presente alla scorsa Mostra del cinema di Venezia ("A Star is Born" era stato selezionato per il fuori concorso) ovvero "Vox Lux" di Brady Corbet. Come Cooper anche Corbet si serve della musica per raccontare un'esperienza fuori dal comune, mettendo al centro della propria speculazione una cantante - Celeste, nei cui panni troviamo Natalie Portman - chiamata a confrontarsi con le conseguenze del successo. Etichettati come music drama, "Vox Lux" nelle sue caratteristiche di prodotto indipendente ha un antagonismo con la materia trattata che l'altro non ha: non solo nei confronti di Celeste, della quale non ha remora di denunciare opportunismo e mancanza di talento ma anche rispetto al concetto stesso di successo, decostruito al punto tale da dimostrarne l'assenza di reali presupposti. Di tutt'altra pasta è fatto "A Star is Born" che, pur non disdegnando di flirtare con la morte (come fa in maniera ben più cupa "Vox Lux"), quando si tratta di fare i conti con l'afflizione del tormentato rocker, è pero investito di un'aura di romanticismo destinato a essere l'asse portante del film, unità di misura con cui giudicare non solo la storia d'amore tra i due protagonisti, tanto tormentata quanto impareggiabile per complicità artistica e sentimentale, ma anche il mondo che li circonda. E, se nel primo caso tale predisposizione si confà alla straordinarietà degli avvenimenti che scandiscono la relazione tra le parti in causa, basti pensare alle coincidenze che portano Jackson e Ally a incontrarsi nel locale di drag queen in cui la ragazza si esibisce (in una splendida versione de "La vie en Rose"), così non accade nel momento in cui bisogna dare conto di tutto il resto: per esempio, del prezzo da pagare alle regole dello spettacolo, al quale mondo Cooper per primo appartiene e che per questo non riesce fino in fondo a criticare, come pure del paesaggio umano con cui i protagonisti entrano in contatto, espressione di un ottimismo che è più il modo di accattivarsi i favori delle tante minoranze presenti sul territorio americano anziché il risultato di un attento studio sociologico. 

D'altro canto "A Star is Born", a cominciare dalla scommessa del contemporaneo debutto - nei rispettivi settori - di Cooper e Lady Gaga, chiede al suo pubblico un atto di fede verso la morale della storia (the show must go on), dopo il quale, anche i difetti appena enunciati finiscono per fare parte del gioco. In questo senso apprezzabile è la regia, improntata a una classicità non estranea alla lezione di Clint Eastwood (mentore di Cooper e inizialmente designato a occuparsi del progetto) e quindi attenta a non andare mai sopra le righe - soprattutto nella direzione degli attori - e attraversata da un fondo di malinconia che in questo caso e, nonostante tutto, riesce a tenere il film con i piedi per terra. Senza particolari picchi (i primi minuti, in cui il ritorno alla vita di Jackson è scandito da un montaggio progressivamente meno frammentato e da long take che permettono di apprezzarne per intero la sua figura, rimangono nella memoria) ma neanche con cadute di stile, "A Star is Born" riesce a tenere desta l'attenzione per tutta la durata della visione. Le performance musicali di Cooper e Lady Gaga, così come l'alchimia della loro intesa davanti alla mdp, fanno dimenticare certe incongruenze, rendendo la passione dei personaggi alquanto credibile. Per un film d'amore è il massimo che si possa ottenere ed è per questo che non saremmo sorpresi di ritrovare "A Star is Born" tra i favoriti per i prossimi Oscar. Ai due attori una nomination non gliela toglie nessuno.

Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)