Parlare male di questo film e' come sparare sulla croce rossa ciononostante quest'esercizio puo risultare utile per fare il punto di situazione sul cinema italiano che mai come quest'anno apre la stagione con esisti cosi' poco incoraggianti. Quello che stupisce e' che anche registi navigati e capaci inciampino sulle forche caudine del conformismo cinematografico quando invece ci si aspetterebbe la definitiva consacrazione. Purtroppo e' quello che succede a Marra dopo le belle prove di "Tornando a casa" e "Vento di Terra" quando si lascia tentare dalle sirene della grande produzione e probabilmente da una voglia di visibilita'che finisce per spuntare le sue doti migliori. Cosi' il rigore della scrittura e la forza delle idee si trasformano in un riassunto piatto e senza vita di un Bel ami come ce ne sono tanti la cui ricerca del piacere finisce per influenzare la materia del racconto, che diventa simile ad uno slogan qualunquista senza forza ne' coragggio. I mali della societa' vengono bignamizzati in un contenuto che usa il linguaggio cinematografico dei Grandi senza sfruttarne le potenzialita': i lunghi silenzi e gli sguardi senza fine, i tormenti dell'anima e le repentine decisioni vengono serviti con ellissi e panoramiche che sembrano un modo elegante per sfuggire ad un approfondimento doveroso e necessario. Il salvatore della patria si rivela scaltro ed opportunista nell'approfittare del degrado generale ma il film non ne spiega le ragioni del successo e da' per scontato quei presupposti psicologici che servirebbero a convincerci sulla forza seduttiva di Michele Lastella la cui presenza scenica e' mortificata da un espressivita' del tutto inesistente. La voglia di prima pagina e' confermata dall'inutile presenza di Fanny Ardant in un ruolo pierrottesco che non rende onore alla sua vitalita' e si spiega solamente alla luce di un appeal mediatico che in italia appare indebolito da scelte artistiche a dir poco discutibili.
martedì, settembre 25, 2007
L'ora di punta
Parlare male di questo film e' come sparare sulla croce rossa ciononostante quest'esercizio puo risultare utile per fare il punto di situazione sul cinema italiano che mai come quest'anno apre la stagione con esisti cosi' poco incoraggianti. Quello che stupisce e' che anche registi navigati e capaci inciampino sulle forche caudine del conformismo cinematografico quando invece ci si aspetterebbe la definitiva consacrazione. Purtroppo e' quello che succede a Marra dopo le belle prove di "Tornando a casa" e "Vento di Terra" quando si lascia tentare dalle sirene della grande produzione e probabilmente da una voglia di visibilita'che finisce per spuntare le sue doti migliori. Cosi' il rigore della scrittura e la forza delle idee si trasformano in un riassunto piatto e senza vita di un Bel ami come ce ne sono tanti la cui ricerca del piacere finisce per influenzare la materia del racconto, che diventa simile ad uno slogan qualunquista senza forza ne' coragggio. I mali della societa' vengono bignamizzati in un contenuto che usa il linguaggio cinematografico dei Grandi senza sfruttarne le potenzialita': i lunghi silenzi e gli sguardi senza fine, i tormenti dell'anima e le repentine decisioni vengono serviti con ellissi e panoramiche che sembrano un modo elegante per sfuggire ad un approfondimento doveroso e necessario. Il salvatore della patria si rivela scaltro ed opportunista nell'approfittare del degrado generale ma il film non ne spiega le ragioni del successo e da' per scontato quei presupposti psicologici che servirebbero a convincerci sulla forza seduttiva di Michele Lastella la cui presenza scenica e' mortificata da un espressivita' del tutto inesistente. La voglia di prima pagina e' confermata dall'inutile presenza di Fanny Ardant in un ruolo pierrottesco che non rende onore alla sua vitalita' e si spiega solamente alla luce di un appeal mediatico che in italia appare indebolito da scelte artistiche a dir poco discutibili.
Premonition
domenica, settembre 23, 2007
Il dolce e l'amaro
A differenza dei colleghi veneziani affetti da un overdose autoriale ed artefici per contro di opere che non ripagano la fiducia e soprattutto le spese del pubblico pagante Porporati vola basso e si ripropone dopo lunga pausa con una storia di formazione mafiosa che si aggiunge a quel corpus filmico che in Italia e' diventato genere cinematografico che difficilmente tradisce le aspettative. Il controaltare a queste sicurezze e' rappresentato da una certa scontatezza nella ripetizione di una sociologia che non ha piu' nulla da svelare ed uno stile recitativo mai lontano dai soliti stilemi; eppure Porporati pur non dicendo nulla di nuovo riesce a riscaldare la minestra lavorando sulle atmosfere del racconto che modella con uno stile fluido ed al tempo stesso meditativo in cui la rappresentazione della violenza e' la logica conseguenza di un percorso psicologico che non perde mai le fila del discorso e si sposa alla perfezione con le cadenze degli eventi. Un meccanismo ad orologeria infiammato dalla presenza di Luigi lo Cascio attore imprescindibile che attraversa il film senza un momento di pausa e si impone con una recitazione nervosamente ferina e con un protagonismo che rimane sempre la servizio dell'opera. Ed in un prodotto in cui non fa difetto la qualita' della confezione merita una nota di merito la fotografia espressionista di Alessandro Pesci che nella contrapposizione tra i colori accesi del paesaggio e le atmosfere notturne degli interni ripropone sul piano formale il dualismo del titolo e fornisce il paradigma emotivo in cui si muovono i personaggi della storia.
La ragazza del lago
Costruito su un impianto di genere che affonda le sue radici nella tradizione del noir europeo con venature esistenziali La ragazza del lago e' il film delle promesse mancate per la sua incapacita' di realizzare le nobili premesse. Le colpe di questo fallimento, l' ennesimo di una cinematografia senza memoria e fortemente condizionata da un apparato distributivo e mediatico che spinge verso il basso, non riguardano solo lo stile improntato a modelli televisivi e percio' a disagio con i toni chiaro scuri e le mezze verita' che caratterizzano l'apparente normalita' della comunita' sconvolta dall'orribile delitto, ma sono da individuare nella ricerca di un autorialita'a tutti i costi che vampirizza il film con una filosofia dell'ovvio ed una serie di nulla di fatto che dilatano all'infinito i tempi del racconto. Il film si appiattisce sulla figura del commissario con il cervello fino e l'animo travagliato che trasforma l'indagine in una terapia di gruppo che vorrebbe avere le atmosfere di certo cinema bergmaniano ed invece rimane schiacciata da un determinismo forzato e senza logica soprattutto nell'epilogo finale in cui tutto si risolve in maniera semplicista e fasulla. Nella parte del protagonista fa cilecca Servillo che ripropone stancamente e con una recitazione al limite del manierismo laconicita' e cadenze di quel Titta di Girolamo che lo aveva consacrato. Il resto del cast lo segue a ruota con una serie di interpretazioni senza sostanza che nulla aggiungono ad un opera che vive sull'anonimato di una regia inesistente.
I'm not There
mercoledì, settembre 12, 2007
Reign Over Me
Se ce ne fosse ancora bisogno Reign over me conferma come i fatti dell'11 settembre siano ancora una ferita aperta non solo per il pubblico americano ma in generale per l'intero emisfero cinematografico. Solo cosi' si puo spiegare la scarsa considerazione nei confronti di un film che ha le qualita' estetiche e morali per affiancare e talvolta superare illustri predecessori. Sarebbe pero' riduttivo relegare l'opera nell'angusto recinto dei film a tema, frutto di una ecessita' contingente e modaiola. Qui la tragedia assume un respiro piu' ampio, diventando quasi laterale alla struttura del racconto che costruisce le atmosfere attraverso un sottile equilibrio di parole e silenzi ed affonda le sue radici in un esistenzialismo laico e vitale che ai voli pindalici preferisce una fenomenologia dell'anima capace di accostarsi al dolore senza cadere in ammiccamenti voyeristici o nelle soluzioni ad effetto. Diretto con mano sicura da Mike Binder (The upside unger) che firma anche la sceneggiatura e si ritaglia un piccolo ruolo (e' l'avvocato occhialuto e pragmatico che amministra le ricchezze del protagonista), corredato da una fotografia (Russ Alsobrook) crepuscolare ma calda, capace di regalarci una New York inedita e altrettanto affascinante, il film si avvale di un cast superbo su cui spiccano un attore di classe come Don Cheadle e soprattutto un Adam Sandler in versione Bob Dylan capace di valorizzare il suo ruolo con efficace sobrieta. Quando poi un film si puo permettere un cameo come quello di Donald Sutherland, giudice risoluto e vagamente luciferino non ci sono piu dubbi sul valore assoluto della visione
giovedì, settembre 06, 2007
Sicko
Licenza di matrimonio
Il bacio che aspettavo
mercoledì, settembre 05, 2007
Marie Antoinette
Sofia Coppola sembra destinata a condividere il destino di tanti figli d’arte chiamati a confermare ogni volta la propria credibilità artistica. Così dopo tanti consensi di nuovo le forche caudine del Festival di Cannes, dove la poveretta, si fa per dire, viene subissata di critiche per lesa maestà nei confronti della gloria nazionale; presuntuosa e sovrastimata sono gli aggettivi che la Croisette le regala tra la distante quanto sardonica indifferenza della giovane vittima. Finalmente sugli schermi anche noi siamo chiamati ad esprimere il giudizio su Marie Antoinette, film storico sui generis che rievoca un passaggio fondamentale della storia moderna con la sensibilità dei nostri tempi. I giorni e le ore sono scandite da una compilation musicale che spazia tra il punk e la new wave ed i protagonisti sono figli della tribù globale piuttosto che dell’antico regime. Bizzarria di un artista Newyorkese, impegnata a confermare la sua appartenenza ad un entourage artistico sempre in anticipo sui tempi o affermazione di un universo personale svincolato da regole e clichè ?. E’ probabile che entrambe le componenti abbiano stimolato la vena creativa della regista: quando prevale la matrice culturale, il film sembra guardarsi allo specchio in un estasi di compiaciuta autostima, mentre colpisce nel segno quando lascia il campo ad uno sguardo delicato ed insieme capace di evocare dall’interno la complessità di un mondo femminile in continua trasformazione, tra solarità adolescenziali ed improvvise zone d’ombra. La fotografia di Lance Acord( Adaptation,The Dangerous Live of the Altar Boys, Lost in translation) riesce a far percepire lo scorrere del tempo in un mondo altrimenti immobile e contribuisce a destabilizzare la classicità della ricostruzione storica. Marie Antoinette nonostante qualche passo a vuoto porta a casa il risultato, confermando le qualità di un talento capace di camminare sulle proprie e sufficientemente presuntuoso per continuare a perseguire un percorso artistico tanto periglioso quanto originale. PS Perchè Kirsten Durst nei film della Coppola perde quell’aria insulsa ed ordinaria, trasformandosi in una sirena voluttuosa ed irraggiungibile?