venerdì, dicembre 22, 2023

LA CHIMERA

La chimera

di Alice Rohrwacher

con Josh O’Connor, Isabella Rossellini, Carol Duarte

Italia, Francia, Svizzera, 2023

genere: drammatico

durata: 130’

"Il sole ci segue" dice la giovane donna al protagonista, mentre nella soggettiva che ne incornicia l'ovale la faccia della ragazza appare e scompare davanti ai nostri occhi. Ancora una volta per Alice Rohrwacher il cinematografo è un'autentica epifania: una questione di luce e oscurità, di sogno e realtà, di essere e non essere, come è sempre stato a partire dai fratelli Lumière. L'inizio e la fine delle sue storie sembrano fatte apposta per ricordarcelo, costruite come sono attraverso due movimenti opposti ma coerenti uno con l'altro.

Il primo è quello in cui l'introduzione al racconto coincide con il "venire alla luce" dei personaggi, come accade ne "Le meraviglie" alla famiglia di Gelsomina, colta nel momento del risveglio mattutino, quando ancora la vita è sospesa tra il giorno e la notte, e come succedeva in "Lazzaro felice", laddove il presepe contadino aveva inizio con un bagliore lontano destinato a spezzare il velo della notte.

Il secondo invece, sembra voler tornare alle origini del racconto perchè l'improvvisa assenza dei protagonisti - la casa vuota e disabita de "Le meraviglie", la metempsicosi di "Lazzaro felice" - pare restituirli alla stessa fantasia che li aveva messi al mondo: ancora una volta a quel buio che va oltre la morte, vera o apparente che sia, consegnandoli ai miti dell'immaginario collettivo.

Rispetto ai lungometraggi appena menzionati, "La chimera" si può considerare una sorta di chiusura del cerchio in quanto sintesi di temi (tra cui quello importante, ma sottovalutato dello sradicamento), personaggi, ambienti e forme cinematografiche. Anche qui, come negli altri frangenti, il finale, ricollegandosi alla sequenza d'apertura, ci restituisce l'immagine di un mondo dove tutto è possibile e in cui persino la morte è costretta a fare i conti con la forza delle passioni umane. Nel caso specifico quella di Arthur (Josh O'Connor) nei confronti dell'amata Beniamina (la Yile Yara Vianello di "Corpo celeste").

Se a prima vista gli avvenimenti del racconto si concentrano sulle vicissitudini di Arthur e del gruppo di tombaroli che trafugano con alterna fortuna i siti archeologici etruschi della costa laziale, in realtà "La chimera" altro non è (o è allo stesso tempo), che una storia "d'amor perduto", quello tra Arthur e la fuggiasca Beniamina di cui il ragazzo (e non solo lui) sembra aspettare il ritorno.

Stante le premesse fatte in apertura, e dunque per le caratteristiche intrinseche di tutto il cinema di Alice Rohrwacher, i due piani di lettura si equivalgono e si scambiano spesso le parti (l'Amore così come gli Etruschi sono entrambi affascinanti e misteriosi) nello sviluppo di un racconto in cui i confini tra gli opposti sono spesso labili o inesistenti (onirico e reale hanno lo stesso peso nell'economia del racconto), come lo è la scelta dell'autrice di allentare la consecutio narrativa e la densità dialogica per mettere lo spettatore nella condizione migliore per abbandonarsi alla poesia evocativa delle immagini, capaci come poche di "raccontare ciò che le parole non riescono a dire".

Non è un caso che il punto di svolta del film, quello della consapevolezza di Arthur, coincida con il gesto con cui il ragazzo si disfa della testa della statua etrusca, ovvero di quella parte del corpo in cui lo sguardo si crea per poi essere indirizzato. Così facendo è come se la Rohrwacher, e con lei il suo film, si appellasse a quella purezza di vedute che ne costituisce la visione per invitarci a sgombrare il quadro dal superfluo.

Ecco che allora, la rabdomanzia con cui Arthur individua i tesori nascosti sotto il terreno, e dunque il suo farsi tramite tra ciò che è vivo e ciò che è morto, tra il passato degli Etruschi e il presente del film (collocato negli anni Ottanta), diventa la modalità di una ricerca più importante, quella che deve portarlo a riunirsi con la donna che gli ha rubato il cuore.

Dunque, "La chimera" non deve essere letto in maniera letterale, sperando di trovarne le risposte in una logica narrativa classica, quella in cui i personaggi sono subordinati all'azione e il legame sequenziale retto da un ferreo rapporto di causa effetto. Al contrario, come nella lettura di strofe poetiche lo spettatore di fronte a "La chimera" è chiamato ad aprire il cuore agli infiniti rimandi e alle assonanze di cui sono piene le immagini, considerando che nel suo essere una favola contemporanea il film racconta anche attraverso situazioni ad alta valenza simbolica.

A esserlo sono le sequenze sulla riva del mare, da sempre spazio cerniera tra luoghi reali e immaginari, qui funzionali a esprimere un altro topos del cinema della Rohrwacher, quello della collisione tra società agricola e sistema industriale, individuabile nell'incombenza delle ciminiere sullo scorcio marino in cui si svolge l'ultima parte della storia. E ancora mediante la presenza di abitazioni vetuste e oramai in disuso (la villa in cui abita il personaggio interpretato da una bravissima Isabella Rossellini e la ex stazione ferroviaria in cui a un certo punto ritroviamo l'altrettanto strepitosa Carol Duarte, già protagonista per chi non lo ricordasse de "La vita invisibile di Eurídice Gusmão"), riadattate a spazio di vitalità famigliare, avvalorando in questo ancora una volta l'equazione tra opposti presente in tutto il film.

Partendo da una visione francescana del paesaggio e delle sue forme di vita "La chimera" così come a suo tempo fecero "Le meraviglie" e "Lazzaro felice" è solo l'ultimo esempio di una volontà di rinnovamento che, pur non rinnegando la tradizione del nostro cinema ma anzi partecipandovi, si fa promotrice di un realismo magico e poetico in fase di riscoperta. Dopo "Nuovomondo" di Emanuele Crialese, "Bella e perduta" di Pietro Marcello, "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, "La chimera" è la conferma di un filone sempre più prolifico di gioielli inaspettati.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, dicembre 21, 2023

WONKA

Wonka

di Paul King

con Timothée Chalamet, Olivia Colman, Hugh Grant

UK, USA, 2023

genere: fantastico, musicale

durata: 116’

E anche per il 2023 abbiamo il film perfetto per il periodo natalizio, adatto a tutta la famiglia. Non che ci fossero dubbi, viste le premesse: da Roal Dahl come “autore” a Timothée Chalamet come protagonista, passando per la scelta di ricorrere a un musical.

Festa, canzoni e tanto cioccolato sono gli ingredienti perfetti per portare il pubblico al cinema e divertirsi con la simpatica e microscopica versione di Hugh Grant nei panni di un Oompa Loompa.

La storia è quella che tutti conosciamo: Willy Wonka è un mago cioccolatiere con il sogno di aprire un suo negozio, una “fabbrica” di cioccolato, ma per farlo dovrà superare una serie di ostacoli che lo faranno “dubitare” più di una volta. Ad aiutarlo e spronarlo, infatti, sembra non bastare la voce della mamma scomparsa. Wonka ha bisogno anche di aiuti “concreti” che fortunatamente trova dopo essersi imbattuto in un bel guaio.

La piccola Noodle, per certi versi ancora più determinata del protagonista, riuscirà a far leva sui punti di forza del giovane non spegnendo mai del tutto la sua speranza e il suo sogno.

Se il primo punto di forza sono le canzoni, mescolate agli effetti speciali riusciti e mai esagerati, l’altro elemento sul quale il film fa leva è indubbiamente la presenza di un nutrito cast di nomi importanti. Al protagonista Chalamet, perfetto per il ruolo, si affiancano, infatti, il già citato Hugh Grant, ma anche Olivia Colman, Rowan Atkinson, Sally Hawkins, tanto per citarne alcuni.

Una storia che, seppur conosciuta, è apprezzabile in questa nuova chiave, per certi versi, anche più moderna, che, senza cadere in stereotipi e banalità, racconta qualcosa di universale per tempo e spazio. Tematiche anche contemporanee sono affrontate nel giusto modo e con i giusti mezzi in modo da arrivare a grandi e piccoli.

Al centro c’è il sogno e la speranza di un giovane che, pur avendo le qualità e la bravura, non riesce a ottenere ciò che desidera perché la spietata concorrenza non vuole essere sostituita da qualcuno di più capace e competente. A spingere Willy, e di conseguenza l’intera storia, è però una grande forza di volontà.

Nonostante si conosca la storia, visto e considerato che si tratta di un prequel, “Wonka” di Paul King intrattiene e convince lo spettatore ad andare fino in fondo nella visione.

Forse, però, il pubblico al quale intende rivolgersi in maniera prevalente è quello dei bambini, ai quali il film regala magie continue, senza darne una reale spiegazione, come fossero parte integrante della storia (e quasi della realtà). Questo porta anche, inevitabilmente, a una mancanza di spiegazioni e contestualizzazioni legate alla figura di Willy Wonka stesso che, talvolta, sembra vagare privo di una reale meta e di una reale concretezza. Richiami e riferimenti ai suoi ricordi più profondi non bastano a delimitare a 360 gradi un protagonista che, invece, presenta varie sfaccettature e che si presterebbe a un’analisi che potrebbe andare ben al di là della creazione di una semplice tavoletta di cioccolata.

Musiche e magie che suscitano interesse e catturano l’attenzione, ma soprattutto quella dei più piccoli, incantati a osservare un mondo pieno di luccichii, leccornie e dolciumi, intervallati dalla simpatica e alternativa presenza dell’Oompa Loompa.

Un Oompa Loompa che, di fatto, è l’unica presenza cinica della storia. Lasciando da parte gli antagonisti, il personaggio di Hugh Grant è il solo in grado di suscitare emozioni contrastanti. Proprio ciò che manca al Willy Wonka di Chalamet che, fluttuando leggero tra le sue dolci creazioni, sembra animato da un intento e da uno spirito completamente puro e nobile senza nessuna “cattiva” sfumatura, tipica, invece, dell’originale racconto di Dahl.

Eppure è impossibile uscire dalla sala senza avere in testa almeno uno dei motivetti centrali, oltre agli indimenticabili dei film precedenti (“Pure Imagination” e “Oompa Loompa”), e tanta voglia di cioccolato!


Veronica Ranocchi

giovedì, dicembre 14, 2023

LA PASSION DE DODIN BOUFFANT

La passion de Dodin Bouffant

di Trần Anh Hùng

con Juliette Binoche, Benoit Magimel

Francia, 2023

genere: sentimentale

durata: 134’

A proposito di "Norwegian Wood", lo scrittore giapponese Murakami parlò del suo libro come di una storia d’amore molto personale, dedicata agli amici morti e a quelli che restano. Dopo aver visto "La passion de Dodin Bouffant" non si può non ripensare a parole che sembrano fatte apposta per introdurre lo spettatore al nuovo film del regista franco-vietnamita Trần Anh Hùng, che del romanzo di Murakami firmò nel 2010 la versione cinematografica. Che si tratti d'ispirazione artistica o semplicemente di una reminiscenza del passato, fatto sta che "La passion de Dodin Bouffant" prende a prestito la passione culinaria del suo protagonista e della donna che gli sta accanto per raccontare molto di più di un ménage lavorativo.

A dispetto di ciò che descrive il film, ovvero la ventennale collaborazione tra il rinomato chef (Benoît Magimel diventato oramai un attore universale) e la cuoca Eugénie (interpretata da un'incommensurabile Juliette Binoche) capace di vincere il tempo nella Francia del XIX secolo, il lungometraggio in questione diventa fin da subito qualcos’altro rispetto ai film sull’arte culinaria che lo hanno preceduto. Certo è che la lunga introduzione con cui il regista ci porta nel bel mezzo della storia, un "falso" piano sequenza in cui la macchina da presa diventa tutt'uno con la preparazioni di uno dei tanti menù preparati dai protagonisti, risulta fondante nello stabilire l'unità di tempo e di spazio della narrazione, rappresentata appunto dalla casa di Bouffant (con qualche scampolo di ripresa esterna ambientata nel bosco circostante ad essa), come pure la centralità dell’azione, legata alla filiera necessaria alla presentazione in tavola delle varie pietanze ma anche della filosofia che ne determina le scelte.

Lo sguardo del regista vi torna di continuo, ogni volta aggiungendo un particolare che però non riguarda solo il cibo, anche se così non sembra, ma piuttosto la personalità e i sentimenti di chi lo prepara. Come fosse la sinfonia del Bolero di Ravel, l’eterno ritorno a quella liturgia si colora come per magia di nuovi significati che un poco alla volta operano sulla materia una trasfigurazione capace di cambiarla fino a farla diventare una cosa nuova. Così facendo davanti agli occhi dello spettatore i gesti relativi alla preparazione di cene e pranzi si caricano di ulteriori accezioni, facendo corrispondere i gesti materiali all’afflato del corteggiamento amoroso fra Bouffant e la sua amata. Gli esempi di questo gioco di specchi non si contano, tanta è l’abilità del regista nel saper parlare contemporaneamente alla vista e al cuore.

Il collegamento fra cibo ed eros non è una scoperta dell'ultima ora ma ciò che conta in questo caso è il modo in cui il film è capace di metterlo in scena. Ma non basta, perché come aveva fatto Paul Thomas Anderson ne "Il filo nascosto" anche Trần lavora per astrazioni successive, sublimando la materia in spirito e la passione culinaria in desiderio amoroso. È in questo modo che la consistenza delle materie prime e la perfezione delle pietanze oggetto di una continua valutazione tattile rimandano alla bellezza e all'armonia del corpo femminile, in un gioco che diventa sempre più manifesto, ma, come si conviene al corteggiamento amoroso, mai esplicito. Un'equiparazione attestata da un particolare fugace ma decisivo, in cui l’immagine della pera sciroppata appoggiata sul piatto è seguita senza soluzione di continuità dal corpo nudo di Eugénie poggiata sul letto in una maniera che rimanda senza mezzi termini alla forma di quella precedente. Abituato a circoscrivere le storie in unico ambiente, facendole vivere sostituendo i sensi alle parole ("Il profumo della papaya verde", suo esordio registico, fu il primo esempio), Trần realizza un'opera che fonda la modernità di pensiero alla classicità delle forme. "La Passion de Dodin Bouffaunt" infatti arriva a chiamare in causa a modo suo la famosa mutazione della carne cronenberghiana, con la differenza che alla pari del Bertrand Bonello di "La Bête", anche Trần parla del futuro attraverso il passato, ricordandoci, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo così come lo conosciamo è solo una convenzione umana.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, dicembre 13, 2023

DIABOLIK - CHI SEI?

Diabolik - chi sei?

di Marco Manetti, Antonio Manetti

con Giacomo Giannotti, Valerio Mastandrea, Miriam Leone, Monica Bellucci, Lorenzo Zurzolo

Italia, 2023

genere: azione, thriller, giallo

durata: 124’

Smaltita la dipartita artistica di Luca Marinelli, interprete del primo Diabolik e prese le misure a un sostituto, Giacomo Giannotti, forse meno carismatico del suo collega ma più rispondente dal punto vista fisiognomico al personaggio creato dalle sorelle Giussani, la saga dei fratelli Manetti, come suggerisce il titolo, approfitta del vuoto narrativo lasciato aperto dalla misteriosa sparizione del protagonista, per fare luce sulle oscure origini del personaggio. Come negli omologhi prodotti americani la saga si premura di completare il percorso conoscitivo del personaggio. Dopo averne definito il campo d’azione (“Diabolik”) e approfondito la personalità del suo più acerrimo nemico (“Diabolik - Ginko all’attacco”), "Diabolik - Chi sei?" conclude il viaggio del suo antieroe non prima di averne svelato le origini, lasciando intendere come fin da giovane età e ancor prima di diventare il famigerato criminale in calzamaglia, il nostro possedesse l’intelligenza e la mancanza di scrupoli che permettono di trasformare lo svantaggio iniziale in una nuova possibilità di successo.

Sulla scia dell’episodio precedente “Diabolik - Chi sei?” conferma il cambio di rotta spostando definitivamente l’attenzione sulle vite dei personaggi e sulla capacità dei singoli di dominare il caos, dimostrando meno interesse verso quegli aspetti iconografici che nel primo episodio avevano trovato apoteosi nella rappresentazione stilizzata di Clerville, la città che fa da scenario alle imprese di Diabolik, sempre meno protagonista in senso estetico delle avventure del personaggio. Una svolta che riguarda anche una maggiore suddivisione del tempo a disposizione per ciascun personaggio, meno sbilanciato sul singolo anche a costo di dare minor spazio alla figura più riuscita della serie, Eva Kant/Miriam Leone, costretta a dividere la scena femminile con la contessa Altea di Vallenberg/Monica Bellucci.

D’altronde “Diabolik - Chi sei?” conferma la volontà di prendere le distanze dal modello delle sorelle Giussani operandone una rilettura che non mette in discussione la narrazione dei personaggi quanto la loro rappresentazione. In questo senso è come se le immagini si rendessero conto dell’impossibilità di leggere le pagine di quei fumetti come lo facevano le sue creatrici e che per questo decidesse di farlo con gli occhi di oggi. Così facendo i difetti più volte imputati all’intera operazione, e cioè il ritmo compassato dell’azione, la postura legnosa degli attori, la recitazione incerta e persino il trucco posticcio, altro non sarebbero che la reazione alla diversa prospettiva scelta dai registi per guardare alla materia del film. D’altronde per i Manetti il genere è stato sempre utilizzato come uno specchio deformante e divertito con cui rielaborare le coordinate del mondo contemporaneo. Nel bene e nel male, la saga di Diabolik ne ribadisce l’indipendenza artistica, qui mascherata da una produzione che è mainstream solo in apparenza (a cominciare dal budget) e che però conserva lo spirito anarchico delle origini. La prova lampante sta nel fatto di prendere attori di grande impatto e fascino popolare per poi normalizzarne le caratteristiche che li avevano imposti al nostro immaginario. Fatta eccezione per Mirian Leone, uscita rafforzata da un'interpretazione che ne ha levigato il carisma, infatti, gli altri interpreti sono come svuotati del loro armamentario e per questo sono quasi irriconoscibili, alle prese con dei ruoli che sembrano levare a loro e ai rispettivi personaggi l’appeal che il pubblico ha assegnato loro.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

martedì, dicembre 12, 2023

MI FANNO MALE I CAPELLI

Mi fanno male i capelli

di Roberta Torre

con Alba Rohrwacher, Filippo Timi

Italia, 2023

genere: drammatico

durata: 83’

Che quella di Monica sia un'esistenza alla deriva c'è lo dice la prima sequenza ambientata sulla spiaggia del litorale romano in cui la protagonista vaga a zonzo senza sapere bene dove andare. La solitudine generale e il senso di smarrimento della donna trova conferma nella natura di un contesto ambientale che rimanda a un approdo di fortuna e a un viaggio terminato nel peggiore dei modi. Naufraga della vita, Monica trova ristoro tra le braccia e le amorevoli cure del marito Edoardo, disposto a tutto, anche a sopportare le conseguenze di una malattia che stravolge la memoria e la reinventa a modo proprio, pur di restare con la sua amata. È questo il punto di partenza di "Mi fanno male i capelli", il nuovo film di Roberta Torre che ancora una volta torna a raccontare storie di donne fuori dagli schemi come lo è stata la vita artistica e personale di Monica Vitti, a cui il film rende omaggio immaginando che le visioni dei suoi film più celebri, passati in rassegna nei modi e nei contesti più impensabili, siano per la protagonista una sorta di specchio in cui la stessa può rivedere la propria vita.

L'idea della Torre è oltremodo originale perché nell'intenzione di rendere omaggio al celebre personaggio raccontandolo al di fuori dei soliti contenitori, e dunque evitando di celebrarla attraverso il ricordo di chi l'ha conosciuta e le immagini che ce l'hanno resa famosa, la regista milanese inventa un dispositivo che non rinuncia a farlo e che però si inventa una nuova maniera di presentarne le gesta. Differente dal documentario creativo e dalla docufiction e nello stesso tempo versione che li contiene entrambi, ridisegnandone le fondamenta, "Mi fanno male i capelli" evita di far morire Monica Vitti una seconda volta, immortalandola nel tempo che fu. Al contrario, reinterpretandola attraverso le vicissitudini di un personaggio corrispondente e allo stesso tempo altro, a cui si presta con la solita dedizione Alba Rohrwacher, ne riporta in vita il ricordo collocandolo in un contesto, quello di oggi, che indirettamente conferma l'attualità di un'arte, quella della Vitti, ancora oggi capace di dialogare con il nostro tempo attraverso l'eternità dei suoi personaggi.

Mentre racconta l'evolversi della vicenda patologica, trovando di volta in volta il modo di far corrispondere le parole e il contesto dei personaggi interpretati dalla Vitti a quello del suo alter ego (un lavoro d'archivio non indifferente e di certo meticoloso per l'efficacia dei vari accostamenti) la Torre fa procedere l'evoluzione narrativa a quella formale, eliminando per volte successive la distanza tra cinema e vita, per arrivare al punto in cui le due realtà, quella reale e quella di finzione si compenetrano dando vita a un unico universo che nel film corrisponde al sovrapposizione del destino che accomuna la persona al personaggio.

Scandito dai magnifici costumi di Massimo Cantini Parrini e illuminato dalla calda e nostalgica fotografia di Stefano Salemme, "Mi fanno male i capelli" riesce a trovare  un equilibrio tra la predisposizione ad arricchire  lo spettacolo attraverso il desiderio di sperimentare nuove soluzioni sceniche, e la necessità di rimanere in contatto con il suo pubblico cinematografico, meravigliandolo con infinite possibilità di intersecare il repertorio d'archivio con la camaleontica predisposizione della Rohrwacher, a cui fa da spalla un Filippo Timi mai così asciutto come questa volta.  Progetto ambizioso quello di confrontarsi con un nume tutelare del nostro cinema e allo stesso tempo di costruire una metafora sulla persuasione della Settimana arte e sulla sua capacità di influenzare il nostro immaginario, "Mi fanno male i capelli" regge il confronto con il dovuto rispetto e senza voyeurismo, evitando di farsi schiacciare dalla personalità della celebre attrice e dalle ambizioni poste a premessa del progetto. Certo è che una volta compreso il meccanismo con cui la regista costruisce la storia, lo stupore iniziale risulta in qualche modo attenuato da una ripetitività che non assopisce il sentimento di nostalgia e il fascino misterioso prodotto dalle immagini ma toglie qualcosa alla meraviglia che all'inizio accompagnava le epifanie del film. Presentato in concorso alla 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, "Mi fanno male i capelli" è visibile nelle sale, distribuito da I Wonder Pictures.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, dicembre 11, 2023

HOLIDAY: INTERVISTA A EDOARDO GABBRIELLINI

Presentato alla Festa del Cinema di Roma nel concorso Progressive Cinema – Visioni del Mondo di Domani, Holiday di Edoardo Gabbriellini racconta la difficoltà della giovinezza attraverso il mistero di una storia d’amore e morte. Del film abbiamo parlato con Edoardo Gabbriellini.

Distribuito nelle sale da Europictures il 23, 24, 25 ottobre, Holiday è una produzione Vision Distribution, società del gruppo Sky, e CinemaUndici in collaborazione con The Apartment Pictures, società del gruppo Freemantle, e Frenesy Film.

I tuoi film partono sempre da un’idea di armonia del paesaggio che in qualche modo contraddici con immagini che un poco alla volta ne mostrano il lato inquietante. Così era l’appenino tosco romagnolo de I padroni di casa, così è la riviera ligure di Holiday, luogo ameno e allo stesso tempo scenario del presunto matricidio di cui è accusata Veronica, la protagonista del film.

Effettivamente è così, tra Padroni di casa e Holiday esiste un filo conduttore che secondo me è rintracciabile nella tensione che attraversa entrambi. Si tratta di una luce che porta con sé delle ombre.

La dicotomia del paesaggio appartiene alla natura delle immagini, sempre in bilico tra realtà e apparenza, tra un passato e un presente destinati a confondersi al punto di mettere in crisi il giudizio dello spettatore. Tema, questo, che Holiday affronta anche attraverso la lettera che Veronica immagina di leggere all’uditorio del tribunale. In essa la ragazza si lamenta di essere ritenuta colpevole dai media solo per il fatto di non corrispondere al modello dominante. Holiday ha il pregio di far riflettere lo spettatore su questo argomento, minandone continuamente le certezze che si è fatto.

Il discorso sull’apparenza c’era anche nel mio primo film e portava gradualmente allo scoppio della violenza. In Holiday quest’ultima è più sottesa ed esistenziale o, ancora meglio, antropologica. Il fatto di destrutturare la costruzione narrativa mi serviva proprio per esasperare il gioco di specchi e di ombre capaci di sparigliare le certezze dello spettatore che è spinto a rivedere continuamente la sua posizione rispetto al racconto dei fatti e alle intenzioni dei personaggi. Così funziona anche per le emozioni, sempre in bilico tra reazioni di segno opposto. Il mio intento era quello di mettere chi guarda nella posizione di chiedersi da che parte stare avendo dei dubbi sulla risposta da darsi.

Parlavi di un approccio antropologico. In Holiday questo riguarda soprattutto i corpi su cui tu ragioni presentandoci quelli delle due amiche, così diversi l’uno dall’altro da farci orientare il giudizio rispetto alle loro azioni. Nel film le considerazioni rischiano di essere condizionate dall’aspetto estetico.

Che ci piaccia o no siamo condizionati dai canoni estetici che di volta in volta ci vengono imposti. In taluni casi sono anche etici e morali. Basta guardare ciò che sta succedendo in Medio Oriente in cui ci sono tutta una serie di cose che non si possono dire proprio perché siamo condizionati da certi pregiudizi. Questo modo di pensare credo sia alla base della drammaturgia del film.

La sequenza iniziale è il risultato di una mescolanza di formati e di drammaturgie capaci di evocare un’altalena di sentimenti ed emozioni. Dal reale al surreale, dalla poesia alla tragedia, l’eterogeneità dei primi minuti è la stessa che incontriamo lungo tutto il film, di cui fanno parte certi movimenti di macchina che richiamano il cinema dei grandi autori.

Sono d’accordo con te e aggiungo che mai come oggi il cinema parla di se stesso. Nella sequenza menzionata c’è anche un intervento che potrei definire letterario in cui, per una volta, e solo per quella, ascoltiamo una musica extra diegetica, chiamata a fare da cappello a una storia molto più ruvida e frontale della sua premessa.

Non a caso la dolce nostalgia di quella musica e la poesia del paesaggio marino di colpo trascolorano nella freddezza entomologica delle fotografie dei cadaveri del massacro di cui è accusata Veronica.

La freddezza di cui parli deriva dal fatto che si tratta di fotografie scattate dalla polizia scientifica per coadiuvare le indagini degli inquirenti.

Holiday ha uno sguardo molto anticonformista anche nella scelta dei volti e dei corpi che mette in scena. Parlo soprattutto di quelli femminili la cui energia e vitalità in certi tratti mi ha ricordato quelli presenti nel cinema di Abdellatif Kechiche.

In qualche modo il mio tentativo era di avere una forma di discrezione nel modo di guardare queste ragazze. Ho pensato spesso al cinema francese degli anni ottanta che in mezzo a tanto altro è quello in cui mi sono formato. Da quei film ho voluto prendere la delicatezza. Spero che tutto questo traspaia. Dopodiché mi fa piacere che tu definisca il mio sguardo anticonformista perché è un aggettivo che mi piace. Da parte mia c’è stata la volontà di mantenere la giusta misura tra me che guardavo e le ragazze.

Soprattutto nella prima parte, quando descrivi l’amicizia tra Veronica e Giada, i primi piani su di loro sono davvero emozionanti perché i volti trasmettono come pochi l’acerba bellezza della giovinezza. Parliamo di immagini di una purezza infinita.

Wow, mi prendo questi complimenti e me li porto a casa con grande gioia. Le due ragazze mi hanno aiutato a restituire questo brutale candore. Sono state loro a farmi avvicinare quando dovevo. Suggerendomi il momento in cui dovevo spiarle da lontano o in altro modo. Su di me hanno avuto un impatto fondamentale per capire che registro linguistico dovevo usare.

Il piano sequenza che dalla spiaggia entrava nell’aula di tribunale passando per la finestra dell’edificio mi è sembrato un omaggio a Professione Reporter di Michelangelo Antonioni. Rispetto al linguaggio fin lì utilizzato lo scarto segnala un cambiamento importante, quello tra la giovinezza e l’età adulta.

Ti ringrazio per le parole. In quel caso avevo l’esigenza di aumentare il contrasto tra la leggerezza di quattro ragazze che in spiaggia parlano di sesso in maniera ironica e conflittuale e poi di colpo si ritrovano dentro l’atmosfera claustrofobica di un drammatico processo. A essere messa all’angolo dalla vita è una ragazzina di solo diciannove anni.

Una giovinezza che tu racconti come uno stato d’assedio.

Perché quella è davvero così. Non c’è altro modo per descriverla. Credo che l’idea di raccontarla usando una cornice di genere thriller servisse per esasperare questo tipo di sentimento che peraltro condivido.

Le immagini lo esprimono con inquadrature che sfruttano le architetture per segnare la separazione tra la protagonista e il resto del mondo.

Perché è quello che mi ricordavo di quell’età lì. Per descriverla mi ha aiutato avere un figlio coetaneo di Veronica e Giada. Osservandolo ho ritrovato familiarità con quella dimensione che, se ti ricordi, è di quelle dove non son previste sfumature e in cui tutto è assoluto: i rapporti come le amicizie, con il migliore amico che è anche in qualche modo il tuo amante, quello nel cui sguardo riconosci la migliore versione di te. A lui si appoggiano le tue fragilità e l’altro fa altrettanto. Sono cose che sento nel profondo e mi sembrava interessante tentare di riprodurle.

Holiday è un film in cui i dettagli fanno la differenza. Penso per esempio all’importanza dei colori che oltre a una funzione premonitoria permettono di distinguere tra il passato e il presente del racconto.

Ovviamente i tuoi apprezzamenti riguardano tutte quelle cose che ho cercato di perseguire nel filmare la storia. Quando lo si fa speri sempre che il pubblico riesca a coglierle dunque mi fa piacere che tu te ne sia accorto.

Per la riuscita del film risulta fondamentale il montaggio emotivo di Walter Fasano che mescola senza soluzione di continuità spazio e tempo restituendo la vicenda come flusso di coscienza. 

Il montaggio è stato importantissimo. La struttura del film era già nella sceneggiatura prima di andare sul set ma come ben sai il montaggio è la terza e ultima scrittura del film. In questo la sensibilità di Walter ha arricchito ulteriormente il film.

Veronica e Giada sono interpretate da Margherita Corradi e Giorgia Frank che, al loro debutto sullo schermo, risultano brave e credibili. Per alcuni registi la mancanza di scuola è un vantaggio, per altri è vero il contrario. 

Veronica e Giorgia non avevano mai pensato di diventare attrici. Per rispondere alla tua domanda, penso che ogni volta dipenda dai progetti. Sai che ho lavorato con grandi interpreti. Qui, invece, mi confronto con attori non professionisti. Per l’età trattata dal film avevo bisogno di qualcosa di acerbo negli atteggiamenti: nel modo di muoversi e di toccarsi, come pure di occupare lo spazio filmico. Da qui l’idea di fare uno street casting di quel tipo, andando a pescare un talento ancora inconsapevole di esserlo. Dopo aver trovato Margherita abbiamo interpellato le sue amiche e tra queste abbiamo scelto Giorgia che conosce da sempre Margherita. La loro amicizia ha regalato al film l’amicizia e l’intimità che cercavamo e loro sono state veramente brave a renderlo per tutta la durata delle riprese.

Per concludere volevo chiederti che tipo di cinema piace a Edoardo Gabbriellini.

Mi piace quello che mi lascia un po’ di spazio a me che lo guardo.

Come il tuo film nei confronti dello spettatore. 

Così mi auguro.


Carlo Cerofolini

(intervista pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, dicembre 10, 2023

HOLIDAY (2023)

Holiday

di Edoardo Gabbriellini

con Margherita Corradi, Giorgia Frank, Alessandro Tedeschi

Italia, 2023

genere: drammatico

durata: 102’

Che sia la traduzione inglese della parola vacanza, da intendersi sia come periodo di ferie e relax sia come evasione dai problemi della vita, o che sia il nome di un hotel, ha poca importanza.

Quell’ “holiday” di Edoardo Gabbriellini è, in realtà, molto di più. È la storia di Veronica e Giada. La prima, accusata dell’omicidio della madre e dell’amante di lei, ha scontato 22 mesi di prigione. La seconda è la sua migliore amica, pronta a starle vicina e sorreggerla in caso di bisogno.

Ma tornare alla vita di sempre in una situazione del genere è tutt’altro che facile. E anche quello che sembra semplicemente uno svago per una giovanissima si trasforma subito in un’esca che stampa e non solo sfruttano in maniera negativa. Se, quindi, uscire in discoteca con l’amica la sera in cui si ritrova finalmente in libertà non sembra essere una scelta indovinata per Veronica, sarà ancora peggio la reazione di Giada alle soffocanti pressioni da parte delle persone nei confronti dell’amica che si reca semplicemente al cimitero alla tomba della madre.

A essere soffocanti, però, non sono solo le pressioni dall’esterno (e dall’interno), ma anche la struttura e la visione della vita da parte delle due giovani. La sensazione, per lo spettatore, è quella di affogare continuamente e rimanere confinato nelle mura domestiche, anche simboliche, rappresentate dal modo di porsi della giovane quasi sempre chiusa in sé stessa e mai davvero in grado di dire la sua verità.

Anche i continui primi piani e l’insistenza nel cercare di carpire emozioni diverse da Veronica e Giada sono elementi che costringono lo spettatore a non distrarsi e a rimanere confinato, come le due protagoniste stesse, all’interno di questo hotel nel quale sembra essersi consumato l’efferato delitto. Ma è andata davvero così?

L’intento di Gabbriellini è quello di confinarci a osservare senza necessariamente capire. O meglio, senza necessariamente darci una spiegazione a ogni singola scena, ogni singola azione e ogni singolo pensiero. Non entriamo mai davvero nella mente di colei che è accusata da tutti di essere la responsabile del duplice omicidio. Allo stesso modo non abbiamo prove né in un senso né in un altro. Come il film stesso, anche la storia di Veronica è continuamente in bilico. Non abbiamo prove della sua innocenza né della sua colpevolezza. Anzi, nel momento del processo e delle testimonianze di amici e parenti sembriamo non riuscire a incastrare nel modo corretto i pezzi del puzzle. Qualcosa sembra sfuggire, continuamente.

Se nel primo istante ci troviamo ad accusare una persona, nell’istante immediatamente successivo ci troviamo costretti a cambiare idea. E l’abilità di Gabbriellini sta proprio in questo: porre il proprio pubblico davanti a un bivio senza tendergli la mano, senza aiutarlo a trovare la strada corretta. Seguendo questa logica (de)costruisce il suo stesso film, a metà tra un giallo e un processuale, nel quale, come nella migliore delle tradizioni, tutti sono innocenti e tutti sono colpevoli.

Addirittura arriva a trovare spazio per inserire anche una parentesi più onirica che, però, diventa un tutt’uno con la realtà, facendo dubitare i protagonisti stessi di ciò che vedono e ciò che fanno.

Infine, se c’è un’attenzione particolare, per ovvie ragioni, sul rapporto conflittuale che Veronica ha con la madre, evidenziato da differenze non solo caratteriali (e che è anche ciò che la incrimina inizialmente), non c’è purtroppo la stessa attenzione per altri personaggi della storia, come l’amante della madre o l’amica che testimonia al processo, forse volutamente non sviluppati per non distogliere l’attenzione dal focus della narrazione.


Veronica Ranocchi