domenica, marzo 17, 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA



Soldati a cavallo"/"The horse soldiers", di John Ford - USA 1959 

BOY ERASED - VITE CANCELLATE


Boy erased
di Joel Edgerton
con Nicole Kidman, Lucas Hedges, e Russell Crowe,
USA, 2018
drammatico, biografico
durata, 114’


Jared Eamons è un ragazzo qualunque, uno dei tanti.
Lo siamo stati un po’ tutti Jared Eamons a dir la verità, almeno una volta: noi che tenevamo il braccio fuori dal finestrino in autostrada per giocare con il vento - anche se la mamma ce lo vietava – o che non vedevamo l’ora di prendere la macchina di papà per andare a festeggiare con gli amici una vittoria appena ottenuta con la propria squadra.
Quello che contraddistingue però veramente Jared – che in fin dei conti sarà il vero discriminante della storia – è la sua colpa di essere figlio del reverendo Eamons (Russel Crowe).

Basato su spezzoni di vita reali, “Boy erased” allora è proprio questo: il conflitto fra il mondo del padre - la cui vita è scandita dai dogmi delle fede - e le voglia di libertà del figlio…ma non solo: è la storia di un adolescente che scopre di essere omossessuale, che in una famiglia del genere diventa come una sorta di maledizione inviata dal diavolo in persona.
Costretto dal padre (ma senza presa di posizione reale della madre, Nicole Kidman, che per gran parte del film è solo una bellissima sparring partner) ad entrare una specie di clinica riabilitativa dal nome inquietante “L’amore in azione”, Jared è qui vittima di un percorso il cui unico obiettivo è curare questa sua “malattia mentale” davanti agli occhi di Dio e della propria famiglia.
La vita nell’istituto è molto simile a quella in una caserma militare: tutto catalogato e sequestrato, regole per qualsiasi cosa e contatti umani rigorosamente limitati ad una stretta di mano (breve istante che nell’arco della giornata ricorda loro di essere ancora esseri umani). A far compagnia a Jared però ci sono i suoi compagni di percorso, i quali avranno un ruolo fondamentale nella sua evoluzione.

L’attore protagonista (Lucas Hedges) firma così un altro importante film, dopo l’ottima prestazione in “Manchester by the sea” che gli è valsa la candidatura come migliore attore non protagonista nel 2016. 
Il regista inoltre, Joel Edgerton (regista di “Regali da uno sconosciuto” e attore in numerose è occasioni), è presente anch’egli nella pellicola interpretando il difficile ruolo di Victor Sykes, responsabile e “carismatico” educatore del centro di riabilitazione. Esperimento riuscito a pieni voti.

Non sarà sicuramente un film che entrerà negli annali del cinema, ma è comunque sia un’opera ben organizzata e ben strutturata, realizzato mettendo insieme un bel mix di attori esperti e dove le storyline di tutti i personaggi sono curate e portate avanti fino alla fine. Una pellicola di denuncia sempre attuale che butta benzina sul fuoco del dialogo (soprattutto statunitense) circa il diritto ad esistere di questi rifugi per la gestione dei “disturbi sessuali”.
Lorenzo Governatori

giovedì, marzo 14, 2019

INVISIBILI: BLUE MY MIND

Blue my mind
di, Lisa Brühlmann
con, Luna Wedler, Zoë Pastelle Holthuizen, Regula Grauwiller, Georg Sharegg, Lou Haltinner, Yael Meier.
Svizzera, 2017
genere, drammatico
durata, 95’


Sibili di morte e cerchi di musica sorda
fanno salire, allargarsi e tremare come
uno spettro questo corpo adorato; ferite
scarlatte e nere spiccano sulle carni superbe
- A.Rimbaud -



La solitudine, la rabbia, l’orrore dei volti e degli oggetti, la precoce stanchezza del mondo sono solo alcuni degli stati d’animo in cui s’avvoltola l’adolescenza, crinale durante il quale si rincorrono favolose iniziazioni e atroci disinganni. Gradino dell’esistenza, il predetto che, però, ancora e nonostante tutto, recalcitra di fronte alla sorte che da sempre le squaderna innanzi la regina delle nostre doglianze - Sua Maestà la Modernità - a dire la docile rassegnazione implicita nelle fogge allettanti ma tossiche di ennesima categoria merceologica.

Ne sa qualcosa Mia/Wedler, abbiente liceale da poco trasferitasi in un’anonima riserva residenziale nei sobborghi di Zurigo. Inquieta e riottosa - le chiome lunghe e biondo-ramate, chiari gli occhi, efelidi sparse e incarnato madreperlaceo - stenta a integrarsi nell’ignoto ma solito milieu farcito di coetanei altrettanto se non più agiatamente disadattati. Ciò che più di ogni altra cosa preme, in verità - tra assunzioni massicce di alcool e droghe, scopate occasionali, estemporanei esercizi di taccheggio nei centri commerciali e lunghi istanti di attonita riflessione al caldo torpido di un’estate incipiente - è un ribollire metabolico che non si esaurisce nei previsti scompensi ormonali dell’età ma, piano piano, assume le forme di una vera e propria mutazione. D’altro canto, se le giornate sembrano succedersi tutte uguali - a mollo nella vacuità all’apparenza organizzata dell’istituzione scolastica; nell’inettitudine decorosa ma ipocrita della famiglia pronta, dopo un rimbrotto (“Ma non ti manca nulla, maledizione !”, apostrofa il padre) o uno stupore ottuso, a riproporre il trito schema a base di bastone - regole e ammonimenti, peraltro di continuo infranti - e carota - la nota irresistibilità presunta della douce vie de merde - contrappasso/trappola di tanta borghesia affluente; nell’innocuo ribellismo di una gioventù messa a pascolare negli sgargianti recinti del conformismo consumistico non appena sgravati dai rispettivi lombi materni - è solo da quando il corpo (e questa dimensione prettamente biologica fornisce all’esordio della Brühlmann uno dei suoi punti di forza, di caratura e valenza affine a quello di un’altra opera prima, pressoché coeva - 2016 - “Raw”, della Ducournau, in cui la giovane aspirante veterinaria Justine affronta il nodo della propria autentica natura rivelata dalla brama insopprimibile di carne umana) prende a parlare una lingua inaspettata (la lingua blu dello smarrimento e della rivolta - blu è il tono prevalente del film, nella doppia accezione cromatico/emotiva che irradia di luce contrastata gl’interni o punteggia di piaghe le gambe di Mia; che regola il suo termometro intimo o rievoca ancestrali trascorsi marini, et. -), che, in perfetta corrispondenza, l’incalzare del tempo e il retaggio organico finiscono per modulare la stessa voce che schiude un panorama parimenti sinistro e gravido di conseguenze. Mia, in altre parole, s’avvede, tra tante e varie avvisaglie (tipo, assecondando una furia improvvisa, sgranocchiare qualche pesce direttamente dall’acquario di casa per vomitarlo subito dopo), che due dita di un piede sono fuse l’una nell’altra. Pensare alla sindattilia - quella di tipo 1, detta anche Zigodattilia - è il passo più logico e rassicurante, buono per mettere d’accordo tanto la Medicina che il Senso Comune. Non fosse che il fenomeno futuro non si circoscrive e non si cura. Anzi: presto comincia a coinvolgere gli arti inferiori per intero, desquamandoli, nonché conferendo loro una vivida sfumatura pervinca. Davanti a tale oltraggio che, tra l’altro, come spesso accade, attira e repelle il prossimo (chi sta intorno a Mia, infatti, da consumato perbenista, resta tanto intrigato dalla volubilità dei suoi comportamenti che spesso la inducono a gesti brutali e/o lascivi, da strano ma desiderabile animale, quanto si scopre disgustato dalle stazioni successive che subiscono le sue fattezze), non si pone che l’alternativa della morte o l’estremo ardire nietzschiano di diventare sé stessi, per davvero, anche se ciò comporta assumere le sembianze di una… sirena.

Ciò che in prima battuta potrebbe sembrare la descrizione - per quanto fantasiosa - di un calvario personale, si rivela altresì, in questo che, tutto sommato, può definirsi un apologo (per quanto minimale anche negli effetti, mai prevaricatori rispetto al dramma centrale, con i piani di ripresa spesso e volentieri stretti sulla protagonista), come un perentorio percorso di rivelazione interiore se non, persino e volendo, la risposta allergica all’idiozia soddisfatta/tetra dell’ambiente circostante entro cui, falliti gli ordinari apporti del cosiddetto consorzio umano (del tutto assenti o pietosamente irrilevanti quelli del comparto adulto; burocratico/finto-permissivi/indifferenti quelli del sistema), la variabile mostruosa diventa null’altro che l’ulteriore dimensione di una realtà tutta da costruire. Di fatto, è così che Mia, spinta da un nuovo corpo che pulsa di inediti appetiti e soprattutto allude a un diverso (metaforico) mondo, abbandona una consuetudine che, via via, scopre non appartenerle. Non le appartiene in primis la famiglia d’origine, reticente a fornirle informazioni precise sulla sua non comune provenienza. Non si ritrova, poi, nel gruppo di Erinni tascabili che la distraggono ma più che altro la usano: Gianna/Holthuizen, Vivi/Meier e Nelly/Haltinner non possono offrirle, a ben vedere, che un solidarismo sororale utilitaristico. E tantomeno si sente attratta dalla schiatta maschile che, quando non ne approfitta, la umilia. Naturale, allora, che da un’iniziale incertezza venata di ribrezzo (l’evidenza della propria sopraggiunta deformità), la creatura approdi a una coraggiosa e promettente maturità (“Non hai paura ?”, interroga Gianna, prima dell’inevitabile separazione. “No. Non ho paura”, risponde calma Mia), per dire che è sano, è giusto, è vitale quantomeno andare via da questo Continente in cui razzola la follia.

Ah, sparire meravigliosamente !
TFK

C’È TEMPO



C’è tempo
di Walter Veltroni
con Stefano Fresi, Simona Molinari, Giovanni Fuoco
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 107’


Walter Veltroni esordisce alla regia di un film di finzione, dopo una serie di documentari, e lo fa con un film fin troppo “buono”. “C’è tempo” è la storia di Stefano, un osservatore di arcobaleni quarantenne che sembra vivere una vita a lui troppo stretta. Oltre all’osservazione degli arcobaleni, è anche il guardiano di uno specchio che riflette i raggi solari illuminando il paesino di Viganella che, altrimenti, sarebbe perennemente al buio, dove lui vive insieme alla moglie. Ma tutto è destinato a cambiare dopo l’incontro con un notaio che lo mette al corrente dell’esistenza di Giovanni, tredicenne figlio del padre di Stefano, quest’ultimo morto in un incidente insieme alla nuova moglie. L’osservatore di arcobaleni, “allergico” ai bambini, si troverà, quindi, a vestire i panni del fratello maggiore e, proprio grazie a Giovanni, capirà che quella che ha vissuto fino a quel momento non era la vita che avrebbe voluto. Sono tante le avventure che i due fratelli compiono insieme, tra un battibecco e un altro (perché non andranno subito d’accordo), ma sarà soprattutto l’incontro con Simona, una cantante in tour, e con la figlia tredicenne di quest’ultima, che aiuterà i due protagonisti a legare ancora di più.

Nonostante le premesse il film non riesce, però, a decollare completamente perché sembra quasi “perdersi” al suo interno. Fin da subito si capisce chiaramente dove si andrà a parare e quali saranno le sorti dei vari personaggi. Anche perché le rare volte nelle quali il film sembra uscire dai binari viene bruscamente ricollocato nella sua posizione originaria: quando la situazione sembra andare in una direzione diversa da quella che ci si aspetterebbe la narrazione subisce una brusca frenata per permettere di rientrare in carreggiata e proseguire seguendo il filone “buonista”. Molto grande è l’interesse di Veltroni per il cinema che ben si percepisce nella sua opera e che vuol cercare di trasmettere anche allo spettatore con continue (e fin troppo presenti) citazioni. Da apprezzare il parallelismo con “I quattrocento colpi” di Truffaut, anche se poteva essere più “velato” (da applausi il cameo di Jean-Pierre Léaud).

Nel complesso il film risulta un buon prodotto con una fotografia interessante e con un valido attore protagonista. Purtroppo, però, al di là del fin troppo ostentato citazionismo, ci sono anche delle scelte non così apprezzabili, come, ad esempio, il balletto sul tavolo di Simona (Molinari) il cui intento rimane ignoto o l’incontro con i carabinieri e il dialogo immediatamente successivo, forse fin troppo stereotipato. Si potrebbe considerare quasi un road movie, dal momento che, di fatto, i due fratelli compiono un lungo viaggio tra l’Emilia Romagna e la Toscana a bordo della mitica Spider di Stefano. Forse un po’ troppo “pilotato”, “C’è tempo” sembra voler strizzare l’occhio a uno spettatore che non va al di là della semplice narrazione fine a se stessa.
Veronica Ranocchia


martedì, marzo 12, 2019

ALEXANDER MCQUEEN - IL GENIO DELLA MODA


Alexander Mc Queen
di Ian Bonhôte
con Alexander McQueen
Gran Bretagna, 2018
genere: documentario
durata, 111’


L'universo di Alexander McQueen è complesso. Ogni sua collezione è un evento, ogni sua sfilata è uno spettacolo di referenze, letterarie e cinematografiche, come il suo omaggio ad Alfred Hitchcock nel 2005 (collezione autunno-inverno "Vertigo"). Creatore fuori norma, a cominciare dal suo destino, figlio di un tassista londinese divenuto stella dell'alta moda da Givenchy e poi sovrano della propria maison, McQueen ha ridefinito la moda e i suoi codici attraverso le problematiche contemporanee. Ian Bonhôte e Peter Ettedgui ritornano sulla carriera folgorante dell'artista, dai suoi debutti alla Saint Martin's School di Londra fino alla leggendaria sfilata Plato's Atlantis, che riguarda addirittura la science-fiction, offrendo una griglia di lettura a un sistema di pensiero esuberante e a un'immaginazione smisurata, tanto lucida quanto opaca.
Intercalando immagini d'archivio e testimonianze del suo entourage, McQueen introduce lo spettatore nel vivo del suo soggetto, del suo lavoro e delle sue trascendenze. Stilista britannico, bad boy della moda e critico fragoroso dell'establishment, Alexander McQueen crea una bellezza selvaggia e senza concessioni.
Le sue creazioni esprimono una dicotomia permanente: genialità e malessere. La tecnica vertiginosa serve la poetica allucinata: la natura divorata e minacciata dalle nuove tecnologie, la carne in faccia alla morte o all'amore, la Storia di fronte al presente o al futuro, la nefandezza che sfida la speranza e la grazia. La bellezza che McQueen ha inventato ha tutto quello che è necessario a resistere alla prova del tempo, niente nella sua opera è démodé. 

Potente e ambigua resiste anche alla morte del suo creatore, avvenuta tragicamente nel febbraio del 2010. Profondamente colpito dal suicidio di Isabella Blow, editrice britannica, migliore amica e mentore, e dalla sparizione di sua madre, Alexander McQueen si toglie la vita. A quarant'anni si congeda dal mondo l'uomo e lo stilista senza dubbio più dotato della sua generazione. Tutto era permesso da lui, non c'erano limiti, nemmeno la morte, protagonista capricciosa ed energia crudele delle sue creazioni, sbattute in faccia ai giornalisti della moda. 
Il documentario 'cuce' un ritratto con le parole dei familiari e quelle degli amici dell'artista, risalendo il tempo fino a scovare un ragazzo dell'East End affascinato dal pop e la new wave. Cresciuto in una famiglia modesta, McQueen non ha mai rinnegato le sue radici, facendone addirittura un marchio di fabbrica e imponendole nelle grandi maison de couture francesi. In barba alle tradizioni très chic parigine e allo sguardo accigliato della critica specializzata, disegna collezioni e monta sfilate, animato dal desiderio furioso di rivoltare o di esaltare.

McQueen fa vivere le sue creazioni, la trasgressione delle regole diventa il suo modus operandi, l'obiettivo principale è esorcizzare i fantasmi, qualcosa che cova dentro di lui. I traumi dell'infanzia, un'infanzia abusata, alimentano le pulsioni artistiche fino all'ultimo respiro. Declinato in cinque dossier, “McQueen” si interroga sulla specificità del "caso McQueen", scompone e ricompone un artista estremo, troppo appassionato, consumato dal suo genio e costretto a rincorrere una pace interiore che non troverà mai. Michael Nyman accompagna con le note le immagini di archivio raccolte da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, che chiudono sull'esposizione del Metropolitan Museum of Art di New York, consacrata ad Alexander McQueen nel 2011 e rinnovata quattro anni dopo dal Victoria and Albert Museum. Una mostra che sposta il peso sulla performance, perché McQueen era decisamente portato per la spettacolarizzazione. 
Riccardo Supino

I VILLEGGIANTI


I villeggianti
di Valeria Bruni Tedeschi
con Valeria Bruni Tedeschi, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Pierre Arditi
Francia, Italia, 2018
genere, drammatico
durata, 125'


Era solo la scorsa primavera quando nel corso di una masterclass da lei tenuta nell’ambito del Festival del nuovo cinema francese, Valeria Bruni Tedeschi annunciava di aver appena finito la sua quarta regia di un film di finzione. Reticente sullo svolgersi della trama aveva però detto che si trattava ancora una volta di un progetto in cui era riuscita a riunire sullo stesso set parenti, amici e colleghi di lavoro. Con lo charme di chi sembra essere capitata quasi per caso davanti al microfono e che dopo tanti anni continua a meravigliarsi  di essere in qualche modo al centro dell'attenzione la Bruni Tedeschi pur con tutta la modestia del caso ebbe modo di dichiarare la sua ammirazione nei confronti di Woody Allen al cui cinema asserì di aver sempre guardato nel momento in cui si è trattato di passare dietro alla macchina da presa.

Abbiamo ricordato questo episodio perché ci pare indicativo per risalire alla radice di un lavoro come quello effettuato dalla regista per "I villeggianti" interamente basato sul cortocircuito tra realtà e finzione. Per rendervi la misura di questa affermazione ci viene in soccorso la sequenza del film in cui in cui la Bruni Tedeschi nella parte di se stessa confessa alla sorella (Carla), interpretata da Valeria Golino, di essere stata lasciata dal compagno nel frattempo innamoratosi di una donna più giovane di lei. Ora, considerando che le due donne si riferiscono a Louis Garrel, per molti anni compagno della regista e padre della figlia adottiva anche facente parte del cast, e che lo stesso è interpretato da Riccardo Scamarcio, ex della Golino, capite bene quante e quali implicazioni, alcune reali, altre di fantasia, porti con sé una sequenza di questo tipo. Detto che il film è pieno di sequenze di pari tenore, ciò che interessa è mettere in evidenza uno dei punti centrali della poetica della Bruni Tedeschi, probabilmente quello da cui parte e su cui si regge tutto il resto. Stiamo parlando della scoperta coincidenza tra la propria biografia e quelle dei personaggi che partecipano alle sue storie, le quali, come avviene anche in questo caso, fanno riferimento ad avvenimenti appena successi. Così, se nel precedente "Un castello in Italia", datato 2013, a essere romanzata era la parabola esistenziale del fratello Ludovico, questa volta al centro della questione ci sono le vicissitudini e le discussioni relative alla realizzazione di quel film, "congestionata" come si conviene dai tanti micro filoni narrativi che ci permettono di conoscere un po' più da vicino le esistenze dei personaggi che ruotano attorno alla nevrotica protagonista.

Monotematica nell’argomentazione, la commedia umana di Valeria Bruni Tedeschi, pur con risultati complessivamente piacevoli, aveva già mostrato degli scricchiolii soprattuto per il bisogno di trovare qualche espediente narrativo capace di variare la scontentezza del copione. La regista deve essere stata la prima ad essersene accorta se è vero che "I villeggianti" si dimostra per certi versi il più ambizioso tra i lavori della regista perché, accanto ai motivi della vita privata costituita dal rapporto d'odio e amore tra i vari componenti della famiglia, la pellicola presenta una serie di intermezzi in cui i personaggi, cantando e ballando, trovano il modo di salire sul palco ed esibirsi davanti alla mdp. E, ancora, trovano il modo di dare sfogo all'eccentricità dei propri caratteri combinandone di tutti i colori. Non essendo Allen ma volendolo imitare la regista mescola toni (tragicomici ma anche surreali), inanella citazioni (Ingmar Bergman su tutti), accentua l'antinaturalismo della recitazione dando l’impressione che il passare dei minuti le faccia perdere il controllo delle singole parti e, quindi, di non trovare più l’equilibrio necessario a frenare l'istrionismo dei personaggi. Il risultato trasforma l'iniziale spontaneità  del gruppo in un'artificialità che suona spesso ripetitiva, superflua ai fini della definizione della storia. Passato fuori concorso alla 72esima Mostra del cinema di Venezia "I villeggianti" arriva nelle nostre sale con aspettative tutte da verificare.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.t)

CAPTAIN MARVEL


Captain Marvel
di Anna Boden e Ryan Fleck
con Brie Larson, Samuel L Jackson, Barry Mendhelson
USA, 2019
genere, fantascienza, avventura, drammatico
durata, 124'



Tra molte conferme e qualche novità la Marvel prova a mantenersi attaccata all’attualità senza perdere il fiuto per gli affari. Da una parte, dunque, la capacità di cogliere lo spirito del tempo e di farne la sostanza delle proprie storie, dall’altra quella di corrispondere a una legge di mercato che traduce il rischio degli investimenti nella sicurezza del prodotto omologato a modelli di consumo sperimentati e vincenti. In “Captain Marvel” ripetizione e discontinuità convivono nel primo dei film dei Marvel Studios ad avere per protagonista un’eroina femminile, nella fattispecie Carol Danvers, ex pilota della U.S. Air Force destinata ad essere l’ago della bilancia nella lotta tra Kree e Skrull, razze aliene interessate ad usufruire degli straordinari poteri della ragazza per sconfiggere le fazioni nemiche. All’inedito narrativo appena menzionato, “Captain Marvel” ne fa coincidere un altro di tipo produttivo costituito dalle new entry della coppia  formata da Anna Boden e Ryan Fleck, piazzata in cabina di regia e della bionda Brie Larson, chiamata a destreggiarsi e a piroettare davanti alla mdp. Scelte significative non solo per essere inserite in un panorama ampiamente riconoscibile, a partire dall’ubiqua presenza di Samuel L. Jackson/Nick Fury, anche qui sparring partner dell’eroe di turno e soprattutto trait d'union dei tanti filoni messi in circolo dal Marvel Cinematic Universe, ma perché fautrici di quello spirito indipendente che alleggiava sulla riuscita della “Wonder Woman” di Patty Jenkins e che ora si spera di travasare nella regia di Boden e Fleck, così come in quella di Chloe Zhao (“The Riders", in estate sugli schermi italiani), autrice indie, fresca dell’incarico ricevuto per portare sullo schermo la saga cosmica dedicata agli Eterni (“The Eternals”). 

Da questo punto di vista “Captain Marvel” offre se non delle sorprese - impossibili o quasi in un film obbligato a rispettare forme di cinema prestabilite - quantomeno uno scarto rispetto alle premesse di universalità collegate alle origini del personaggio, soprattutto per quanto riguarda la messinscena dello spazio fisico e virtuale. Visivamente concentrati rispetto alle caratteristiche di infinito insite nella sua matrice interstellare, i luoghi frequentati da Captain Marvel sono destinati ad assumere una valenza più interiore che materiale, soprattutto quando si tratta di far corrispondere sul piano delle immagini la scissione della personalità (frutto di una manipolazione operata da un nemico invisibile) e della natura della protagonista (per metà umana e per metà extraterrestre) attraverso la contrapposizione tra cielo e terra e ancor più tra il buio della cosmogonia celeste, dove l’eroina viene addestrata per diventare un’ invincibile macchina da guerra, e la luce accecante della prateria americana, vera e propria frontiera dell’affettività e dell’amicizia ritrovata. In questo senso la sequenza destinata a ristabilire la verità, svelando allo spettatore (come pure alla protagonista) dove finisce la vita di Carol Denvers e inizia quella del suo formidabile alter ego, appare significativa non solo nei contenuti ma pure nella forma per l’arditezza di un montaggio (frenetico ma ragionato) capace di arrivare al nocciolo della questione mantenendo intatta l’ambiguità di cui fin lì si è nutrita l’affabulazione della sceneggiatura.

A contropartita di tanta eccezionalità “Captain Marvel” punta su una narrazione costruita -  nella prima sezione - intorno a uno dei temi cardine del cinema del nuovo millennio, rappresentato dalle caratteristiche di una memoria fallace e da uno stato di amnesia intesa come perenne stato di allucinazione, al quale va ricollegata la messa in discussione dello status del personaggio di matrice classica,  la cui centralità è depotenziata da una linearità d’azione e una chiarezza di pensiero meno evidente di quanto dovrebbe essere, in questo accogliendo (almeno fino alla parte conclusiva, destinata a rientrare nei binari della normalità) echi di certo cinema indie, da sempre votato alla trattazione di protagonisti svuotati delle accezioni che li rendevano i depositari del senso del film. A risultare consuetudinaria è invece la materia relativa al casus belli che mette in moto la vicenda, con l’oppressione dell’impero Kree nei confronti dei Krull a metaforizzare la fobia americana per l’invasione nemica del proprio territorio, senza dimenticare i rimandi alle tragedie della Storia e in particolare a genocidi e diaspore più o meno note riprese nella vicenda dei Krull, sterminati dai loro nemici e costretti a vagare nel cosmo senza fissa dimora. Se poi si avesse voglia di soffermarsi sulle scene d’azione, apparirebbe lampante in più di un caso le citazioni provenienti da Star Wars, ripreso a mani basse nell’inseguimento di astronavi all’interno del canyon terrestre. Con ciò, la decisione di non esasperare l’uso della CG (nonostante il ringiovanimento artificiale di Fury/Jackson, come già detto in altri casi, preparatorio alla sostituzione degli attori originali con la loro versione sintetica), e l’utilizzo di un'attrice “normale” come Brie Larson conferiscono alla storia un surplus di umanità in grado di riscaldare l’asettica perfezione esibita dall’immancabile coreografia di effetti speciali.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, marzo 10, 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Sul set di Eyes Wide Shut

giovedì, marzo 07, 2019

COCAINE: LA VERA STORIA DI WHITE BOY RICK


Cocaine - La vera storia di White Boy Rick
di Yann Demange
Matthew McConaughey
USA, 2019
genere, drammatico
durata, 




Negli Stati Uniti la piaga della droga è tornata ad essere al centro dell’attenzione di media e opinione pubblica. Sui giornali, in televisione, nelle aule del congresso ma anche nelle librerie dalla recente pubblicazione dell’ultimo capitolo (Il confine) de la trilogia del Cartello, saga bestseller dedicata dal romanziere Don Winslow che suggella un interesse verso il problema di cui era arrivato eco all’ultima Festa del cinema di Roma. In cui Julia Roberts con Ben is Back e Timothée Chalamet  Beautiful Boy avevano raccontato la dipendenza da sostanze stupefacenti della gioventù americana. 

Pur rimanendo nell’ambito dello stesso argomento, rispetto ai titoli appena menzionati Cocaine - La vera storia di White Boy Rick sposta il suo interesse dal calvario delle vittime all’opportunismo dei carnefici, raccontando -  nella Detroit del 1984 - l’epopea criminale di Richard Wershe Jr, «White Boy Rick», diciassettenne determinato a salvare genitore (un Matthew McConaughey in versione proletaria) e sorella dai propri fantasmi facendo l’informatore dell’FBI e smerciando cocaina. 

Regista dell’ottimo ’71 Yann Demange continua a occuparsi di adolescenze perdute e di genitori in disarmo confermando l’ispirazione realistica (fatti ed esistenze sono tratti dalla cronaca americana) e le capacità di storyteller, soprattutto quando si tratta di far scorrere la storia senza perdere di vista la caratterizzazione dei personaggi. In questo caso l’ambizione era quella di riuscirci con una produzione statunitense che, seppur indipendente in termini di budget non lo era sul piano dell’impegno produttivo e del cast artistico, potendo contare su un producer come Darren Aronofsky  e su attori del calibro di Jennifer Jason Leigh e Bruce Dern, oltre che allo stesso McConaughey. 

Epigono dei George Jung di Blow e del Barry Seal di American Made (in italiano Barry Seal - una storia americana) il Rick di Cocaine ne segue le orme in un contesto egualmente romanzesco e spregiudicato ma privo dello spirito ludico e della leggerezza che caratterizzava le avventure dei lestofanti interpretati da Depp e Cruise. Detto che l’empatia dei personaggi, e di quello di McConaughey in particolare, è destinata a fare proseliti soprattutto tra gli amanti del genere, a venire meno alle aspettative è la capacità del film di mantenersi coerente a uno sviluppo narrativo che si dipana attraverso un cospicuo numero di fatti e di personaggi. Sottratto al minimalismo spazio temporale e all' All Night Long di ‘71 e chiamato a  confrontarsi con una storia di ampio respiro Demange fatica a tenerne il passo degli eventi, dando conto delle scelte e delle contraddizioni del protagonista con una profondità e uno studio psicologico talvolta più abbozzato che approfondito. A risentirne è soprattutto l’epica del racconto, decisiva nel trasformare una vita qualunque come quella di Richard Wershe Jr  in materia cinematografica. 
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it) 

mercoledì, marzo 06, 2019

KUSAMA INFINITY

Kusama Infinity
di Heather Lenz
con Yayoi Kusama
USA, 2019
genere, documentario
durata, 100'


A conclusione del documentario dedicato a Yayoi Kusama e prima di lasciare alle parole della protagonista il compito di tracciare un consultivo della propria esistenza, Kusama Infinity si premura di informare come la protagonista sia oggi l’artista vivente di maggior successo. Lungi da qualsiasi ostentazione, peraltro sarebbe fuori luogo al cospetto di una persona tanto schiva quanto lontana dal considerare l’arte come strumento di promozione personale, l’affermazione assume una connotazione quasi catartica rispetto agli episodi che hanno scandito la vita dell’interessata. La qualcosa è tanto più vera se si considera dapprima il fatto che mai come nel caso della Kusama il connubio tra arte e vita è stato così inscindibile, essendo la sopravvivenza della prima indispensabile alla continuazione della seconda e, successivamente, l’ostilità che essa ha ricevuto nel corso degli anni da parte della famiglia, del paese – il Giappone – che le ha dato i natali  e di quello d’adozione, gli Stati Uniti in cui l’artista si trasferisce all’inizio degli anni settanta con l’intenzione di continuare un discorso artistico altrove osteggiato.

Dopo ciò che abbiamo detto, sarà più facile capire perché il documentario in questione non sia solo un viaggio nell’universo creativo della protagonista ma anche la storia di un’emancipazione femminile di rara esemplarità, laddove a contatto con il mondo dell’arte americana e con figure quali Jackson Pollock,  Andy Warhol e Georgia O’Keefe (che le consigliò “l’avventura americana”) la nostra ebbe a soffrire pregiudizi razziali e di genere che ne rallentarono non poco l’ascesa, gettandola in uno sconforto dal quale riuscì sempre a riprendersi con gli esiti (felici) a cui accennavamo all’inizio. 


Se a tutto questo aggiungiamo la manifestazione di disturbi mentali con cui alla maniera del John Nash di A Beautiful Mind l’artista è riuscita a convivere, impedendo agli stessi di diventare un ostacolo alla sua instancabile produttività, stupisce il fatto che Hollywood non abbia mai trovato il modo di realizzare un biopic sulla vita della protagonista. Per nostra fortuna ci ha pensato Heather Lenz, felice nello sviluppo di un percorso narrativo e visuale in grado di scindere l’aspetto artistico da quello privato e, al contempo, di mostrarne l’interazione attraverso una regia a tratti divulgativa (quando si tratta di raccontare aspetti biografici) in altri immersiva (con le opere considerate per il loro effetto sensoriale) in un perfetto equilibrio tra le parti.
Carlo Cerofolini 
(pubblicata su taxidrivers.it)

martedì, marzo 05, 2019

IL COLPEVOLE - THE GUILTY


Il colpevole - The Guilty
di Gustav Möller 
con Jakob Cedergren 
Danimarca, 
genere, thriller
durata, 85'


Quando il cinema si concentra all’interno di un unico ambiente, raccontando le sue storie in uno spazio concentrato e geograficamente discontinuo rispetto al resto del paesaggio siamo soliti assistere a una trasfigurazione del visibile che, senza perdere di vista trama e personaggi, fa dell’inquadratura la rappresentazione di mondi interiore. Il colpevole - The Guilty del danese  Gustav Möller non sfugge alla regola, esasperando la dimensione totalizzante dell’assunto in ragione del fatto che la vicenda dell’operatore telefonico ed ex agente di polizia Asger Holm (il Jakob Cedergren di Submarino) è collocata in un arco di tempo definito dall'intervallo che intercorre tra la chiamata della donna in mano al suo sequestratore e l’esito dei tentativi di salvarla messi da parte dell’uomo, anche lui, come si conviene in questi casi, perseguitato dai fantasmi di un passato che gli tolto famiglia e onorabilità. Una corsa contro il tempo in cui la frenesia dell’azione e la suspense del thriller non sono la conseguenza di pedinamenti e depistaggi ne la conseguenza di un indagine tradizionalmente organizzata ma piuttosto il risultato del groviglio emotivo scaturito dal rincorrersi di voci, umori e speranze messe in circolo dalla ostinata determinazione del protagonista.

Per l’efficacia con cui è costruito Il colpevole -The Guilty potrebbe accontentarsi  di sciorinare la verosimiglianza dei suoi meccanismi narrativi ma così non è perché oltre alla sorprese riservate dalla trama sul finire del film c’è n’è un’altra più sottile ma chiara, relativa al cortocircuito tra verità e apparenza e al gioco di specchi che si stabilisce tra le parti in causa, foriera di colpe e sensi di colpa equamente distribuiti e di metafore esistenziali che sfociano nella sociologia quando Il colpevole arriva a dimostrare come computer e cellulari siano oramai diventati i depositari della nostra coscienza. Simulacri di universi di cui quello del film è la versione più nera. Da vedere.
Carlo Cerofolini


DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO

Domani è un altro giorno
di Simone Spada
con Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Ferzetti
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 100 minuti


Dopo l’acclamatissimo “Hotel Gagarin”, Simone Spada si ripresenta dietro la macchina da presa per un film tutt’altro che semplice. “Domani è un altro giorno” è una commedia tragica (o una tragedia comica) che vede protagonisti due amici, Tommaso e Giuliano, che si conoscono da una vita, ma che, per vari motivi, hanno preso strade diverse. Si rincontrano, volutamente, a causa di un evento molto spiacevole: la malattia di Giuliano. Tommaso, ormai da anni residente in Canada con la propria famiglia, riesce, solo in onore dell’amicizia che lo lega a Giuliano, a prendere l’aereo, del quale ha un’enorme paura, per volare fino a Roma a “fare compagnia” all’amico per quattro giorni molto intensi. In quest’occasione i due riescono, per quanto possibile, rievocando vecchi ricordi e vivendo delle piccole avventure, a far fronte ad alcune problematiche e a cercare di sorridere.
Insieme a loro anche lo spettatore si trova quasi costretto a sorridere, vivendo quella che è una situazione triste e irreversibile, come qualcosa di leggero. Riesce a vedere il meglio e il “divertente” come fa Giuliano che, nonostante il suo destino già scritto, sembra inizialmente non arrendersi, ma quasi rincuorare Tommaso anziché il contrario.
I due attori protagonisti (Mastandrea nel ruolo di Tommaso e Giallini in quello di Giuliano) riescono perfettamente a coinvolgere e coinvolgersi in un ritmo che rimane il medesimo dall’inizio fino alla fine del film. Il continuo tono tragicomico che aleggia tra i due personaggi e, in generale, nella narrazione, sta a significare che si tratta di situazioni verosimili e fa si che il pubblico possa riuscire ad immedesimarsi non tanto nei protagonisti e nelle situazioni, ma nella quotidianità e nel modo di rapportarsi a determinati eventi o avvenimenti.

Il tema trattato da Simone Spada non è un tema nuovo, basti pensare al recente “Euphoria” di Valeria Golino (che, fra l’altro, vede proprio Mastandrea nel ruolo di uno dei due fratelli protagonisti, che deve far fronte ad una malattia), ma soprattutto al film argentino “Truman”, del quale è il remake. Nonostante ciò, però, il regista riesce a dare quel qualcosa in più allo spettatore nel momento in cui non mostra pietismi, ma la realtà così com’è e, quindi, talvolta divertente, talvolta meno.
Al di là di una piccola e breve svolta di trama, non troppo inaspettata, ma che si poteva forse evitare, “Domani è un altro giorno”, accompagnato nelle scene finali dalla voce di Noemi che ripropone il grande omonimo successo canoro di Ornella Vanoni, è un film “completo” in quanto fa piangere, sorridere, ma soprattutto riflettere. E non è cosa da poco.
Veronica Ranocchi

lunedì, marzo 04, 2019

LA CASA DI JACK


La casa di Jack
di Lars con Trier
con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman
Francia, 2018
genere, drammatico
durata, 155’


Siamo negli USA degli anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata: lo seguiamo nel corso di quelli che lui definisce 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista: egli ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge, il quale non si astiene dal commentarli.
A quattro anni di distanza da “Nymphomaniac - Volume 2”, Lars Von Trier torna con il suo cinema, in cui genio e follia continuano a contendersi lo schermo.
Per leggere questo film, tuttavia, è necessario andare molto più indietro, fino al 2007, quando a Von Trier e a una trentina di altri suoi colleghi venne chiesto di girare un cortometraggio in occasione del 60esimo del Festival di Cannes legato all'idea di cinema. Il regista danese immaginò se stesso a una prima cannesiana di un suo film con accanto uno spettatore americano e spocchioso che, dopo aver continuamente disturbato la visione con i suoi commenti, gli chiedeva che lavoro facesse e Lars, imperturbabile, rispondeva: "Uccido!". Estraeva un'ascia e gli spaccava la testa per poi riprendere a vedere il suo film. 
"Io uccido" è la stessa frase che pronuncia Jack a un certo punto del film in un'esternazione che vorrebbe essere liberatoria. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere architetto perché, per lui, i secondi scrivono la musica mentre i primi si limitano a leggerla. Von Trier in questo film, ancora una volta, si sdoppia: si potrebbe affermare che vuole essere architetto e ingegnere dell'esistenza e lo fa attraverso le due figure di Jack e di Verge, così come in “Melancholia si identificava nelle due protagoniste, una razionale e l'altra umorale.

Come il negativo della pellicola rappresenta per lui il lato oscuro della luce, così da sempre con i suoi film si spinge a guardare in quell'oscurità che si nasconde nell'animo umano e che può essere ammantata di quella razionalità perversa che ha fatto commettere all'umanità i crimini di massa più efferati.
L'arte può esprimersi nella sensibilità estrema di Glenn Gould, come nell'estetica delle rovine di Albert Speer: tuttavia, quando si traduce in corpi in decomposizione non c'è paragone con la vinificazione che tenga. Von Trier, come sempre, non ha mezze misure: ci mette davanti all'orrore, al sangue, alla putrefazione della carne. Fa poi uccidere delle donne a Jack per poter ironicamente rispondere ai commenti di chi lo legge come un misogino all'ennesima potenza. 

Soprattutto, però, fa propria, pessimisticamente, la lettura sartriana dell'esistenza, implicitamente, citando il finale di "A porte chiuse" con quel "L'inferno sono gli altri" che viene esplicitato nella sequenza in cui Jack chiede a una sua vittima di gridare per ricevere aiuto. 
C'è questo e molto altro (finale compreso) in un film che, però, fa risuonare un campanello d'allarme. Von Trier rischia di diventare il manierista di se stesso: le citazioni colte, il divertissement con i cartelli sorretti da Dillon, lo stesso uso della camera a mano ricalcano, senza davvero innovarlo, il già visto. Le pur sempre stimolanti strutture che Lars costruisce sullo schermo necessitano di materiali nuovi e vivi. 
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Cinico TV, di Ciprì e Maresco (Italia, 1992-1996)