lunedì, settembre 16, 2019

MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI

Mio fratello rincorre i dinosauri
di Stefano Cipani
con Alessandro Gassman, Isabella Aragonese, Francesco Gheghi
Italia, 2019
genere: commedia
durata, 101’


Tratto dall’omonimo romanzo, “Mio fratello rincorre i dinosauri” racconta la storia vera di Giacomo “Jack” Mazzariol e della sua famiglia. Jack è un bambino di 7/8 anni che vive con due sorelle più grandi, Chiara e Alice, e i suoi genitori. Un giorno tutta la famiglia è riunita per una comunicazione importante che sconvolgerà per sempre le vite di tutti: i Mazzariol aspettano un altro bambino. Stavolta, per la gioia di Jack (narratore dell’intera vicenda), si tratta di un maschio. Potrà finalmente divertirsi, giocare con lui a giochi “da maschio” e condividere qualsiasi cosa. Prima della nascita viene deciso anche il nome. Il nuovo arrivato si chiamerà Giovanni. Peccato che i sogni di Jack siano destinati ben presto ad infrangersi perché Gio non è come gli altri. Inizialmente illuso e sognante, pensando si tratti di un supereroe con poteri magici, Jack scoprirà presto che suo fratello ha in realtà la sindrome di down e che questo fatto lo porterà ad essere unico, speciale e diverso dagli altri, ma non nel modo in cui se lo era immaginato.
L’adolescenza di Jack è quindi travagliata perché spesso con Gio, con il quale non vuole farsi vedere e del quale molto spesso si stanca. Il suo disinteresse per il fratello ben si concilia con una nuova scuola, più lontana da casa, nella quale si iscrive, insieme al fidato amico Vitto, con il solo e unico scopo di conquistare Arianna, una ragazzina conosciuta per caso. Per fare breccia nel cuore della giovane e conquistarsi il rispetto degli altri studenti, però, Jack farà delle scelte e prenderà delle decisioni alquanto discutibili che necessiteranno dell’intervento, più o meno volontario, di Gio.
Una storia vera, come accennato, quella della famiglia Mazzariol e di Jack che, proprio sulla sua vita e sul suo rapporto col fratello, ha scritto un libro, raccontando di quanto sia stato difficile inizialmente accettare l’arrivo in famiglia di suo fratello, ma anche di come, una volta capito e guardato il mondo attraverso i suoi occhi, tutto sia stato immediatamente più semplice.
Si tratta, chiaramente, di un film dove è la storia a farla da padrona e dove, quindi, passano in secondo piano anche le scelte tecniche. Una storia che commuove e tocca nel profondo, grazie anche alla voice over di Jack che accompagna lo spettatore fin dal primo istante non tanto nella storia, quanto più nella mente del protagonista per aiutarci a capire cosa gli passi per la testa in determinate situazioni e perché si comporti in un modo piuttosto che in un altro.
Alessandro Gassman e Isabella Aragonese sono i genitori che cercano di fare il possibile per tenere unita la famiglia e far star bene, allo stesso modo, tutti i figli.
Ma è come se mancasse qualcosa. E’ un viaggio di formazione all’interno del quale veniamo catapultati grazie alla voce e alla presenza di un ragazzino e questo fatto sembra mantenere l’intera opera sullo stesso piano adolescenziale senza mai aggiungere o modificare alcunché. 
Veronica Ranocchi

STRANGE BUT TRUE

Strange but true
di Rown Athale
con Nick Robinson, Amy Ryan, Margaret Qualley
USA, 2019
genere, thriller
durata, 96'




Mai titolo fu più esplicativo.cLa pellicola di Rowan Athale è un misto tra il giallo e il thriller con una punta di soprannaturale, almeno inizialmente. La storia si apre in medias res con il protagonista, Philipp Chase, probabilmente inseguito da qualcuno, che sta tentando di nascondersi in un bosco.
Si torna poi a due giorni prima e veniamo introdotti all’interno della famiglia Chase, composta da Charlene, separatasi dal padre dei suoi due figli e suo ex marito Richard, risposatosi con un’altra donna e Philipp. Purtroppo il quarto membro della famiglia, il primogenito Ronnie, non c’è più perché morto in un incidente stradale, del quale, a piccoli passi, scopriamo sempre più dettagli. Philipp, con una gamba infortunata, e la madre ricevono, però, la visita inaspettata di Melissa, la fidanzata di Ronnie, fino al momento della sua morte. Questa le rivela che, a distanza di cinque anni, dalla perdita dell’amore della sua vita è in dolce attesa, proprio di Ronnie. Charlene, incredula, reagisce alla notizia cacciando la ragazza di casa. Philipp, invece, cerca di trovare una soluzione, instillando dubbi nella madre che inizia a fare delle spasmodiche ricerche, contattando anche l’ex marito. Nel frattempo veniamo catapultati nella vita di Melissa che vive accanto a un’anziana coppia che tenta, per quanto possibile, di prendersi cura della giovane con, indubbiamente, alcuni problemi, tanto da essere arrivata a rivolgersi a una sensitiva.
Tra punti interrogativi e misteri continui la vicenda prosegue e si fa sempre più intricata, arrivando ad incastrare tutti i pezzi del puzzle. Una conclusione, però, forse un po’ troppo affrettata, data la quantità di “carne sul fuoco” proposta dalla pellicola.
La storia, adattamento dell’omonimo romanzo, parte molto bene e sembra promettere grande adrenalina che, però, arriva solo in alcuni frangenti con il susseguirsi di stacchi continui e bui.
Alcune scelte un po’ troppo irrealistiche per un film del genere dove ad emergere molto di più rispetto a tutto il resto è sicuramente Margaret Qualley. Il suo modo di rappresentare un personaggio così complesso e rendere alla perfezione tutte le sue sfaccettature conferisce alla pellicola il giusto tono, sottolineato anche dal fatto che sia proprio sua la voice over che apre e chiude il film, quasi a darne una morale.
Veronica Ranocchi


mercoledì, settembre 11, 2019

VENEZIA 76. WAITING FOR THE BARBARIANS

Waiting for the barbarians
di Ciro Guerra
con Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson
USA, Italia, 2019
genere, drammatico
durata, 112’



Tratto dall’omonimo romanzo, “Waiting for the barbarians” è il nuovo film di Ciro Guerra, sua prima opera in lingua inglese, con protagonisti Mark Rylance e Johnny Depp.
La storia inizia in un avamposto al confine dell’impero, in un luogo, però, imprecisato. Qui un magistrato e uomo di cultura tenta di amministrare, per quanto possibile, la situazione. Il suo modo di gestire tutte le problematiche che gli si presentano, però, non viene particolarmente apprezzato dall’Impero che decide di inviare lo spietato colonnello Joll a sistemare la situazione. Quest’ultimo, con un metodo completamente diverso, decide di utilizzare fin da subito il pugno di ferro e maniere drastiche principalmente per capire se i barbari (cioè le popolazioni nomadi che sono originarie di quelle stesse zone desertiche) rappresentano o meno una reale minaccia.
Il magistrato fin da subito sembra prendere le distanze dall’operato del colonnello e di tutto il suo seguito, arrivando addirittura a comportarsi in maniera opposta. Peccato che tutti gli uomini inviati dall’Impero vedano nelle azioni del protagonista una minaccia. Per questo motivo dovranno cercare di tenerlo a bada il più possibile.
Un’interpretazione notevole quella di Johnny Depp nel ruolo del temibile e temuto colonnello Joll che, come anche l’attore stesso ha detto nel corso di varie interviste, non è un cattivo vero e proprio, ma è più corretto definirlo sadico. E l’attore riesce perfettamente a conferire questo carattere al personaggio che fin dai primi istanti in cui appare crea soggezione, alimentata dai lunghi silenzi e dalla preoccupante calma con la quale si rivolge agli altri.

Degno di nota è anche Robert Pattinson, nelle vesti del luogotenente Mandel, che cerca di imitare il suo superiore comportandosi come lui, ma aggiungendo anche una piccola dose di sarcasmo che infastidisce ancora di più.
A tenere in piedi l’intera opera, però, c’è Mark Rylance, il perfetto magistrato nonché unico personaggio veramente positivo all’interno di tutto questo caos. Pur rimettendoci in prima persona riesce sempre a rialzarsi da ogni situazione portando avanti le proprie idee non abbassandosi mai al volere dei suoi nemici, siano essi provenienti dall’Impero o barbari.
Un film importante che, però, risulta forse troppo “piatto” con lunghi silenzi e momenti in cui la narrazione sembra come fermarsi per dare spazio alle riflessioni e alle sensazioni dei vari personaggi interpellati. Alla fine si possono contare sulle dita di una mano le reali ed effettive azioni che avvengono in un’opera forse troppo pesante, suddivisa in capitoli che corrispondono alle stagioni.
Veronica Ranocchi

martedì, settembre 10, 2019

VENEZIA 76. LA MAFIA NON E' PIU' QUELLA DI UNA VOLTA


La mafia non è più quella di una volta
di Franco Maresco
con Letizia Battaglia, Ciccio Mira
Italia, 2019
genere, documentario
durata, 98


Documentario molto alternativo quello di Franco Maresco sulla mafia, o meglio sull’impatto che essa ha avuto (ed ha ancora oggi) sulle persone, in modo particolare sugli abitanti di Palermo.
La scelta del regista siciliano è stata quella, in un certo senso, di esporsi in prima persona dal momento che, per tutta la durata del documentario, la sua presenza risulta fondamentale per tirare le fila di ciò che viene mostrato e per collegare il tutto. Questo grazie alla sua voice over che, seppur con una cadenza monotona, riesce sia a incuriosire lo spettatore facendolo riflettere, talvolta in maniera ironica e paradossale, sia pungendo nel giusto modo l’intervistato o l’intervistata.
Tutta la documentazione che ci viene mostrata nasce (come il regista stesso spiega) da un recente lavoro fatto con Letizia Battaglia, una nota fotografa ormai ottantenne che, attraverso le sue opere, ha raccontato cosa è stata la mafia. In occasione dei 25 anni dalle stragi di via Capaci e via D’Amelio, il regista decide di raccontare quello che rimane, nella memoria collettiva, di due uomini che tanto hanno lottato per liberare i loro concittadini dai pericoli e dalle violenze.
Per completare, però, il quadro e poter dare una visione a 360 gradi, Maresco decide di utilizzare anche una sorta di contraltare a Letizia Battaglia: Ciccio Mira, un organizzatore di feste paesane che ha una visione opposta a quella della fotografa. Anche se in realtà non lo sa nemmeno lui.
Da loro due inizia l’inchiesta del regista che interroga chiunque gli capiti sotto mano, instillando il dubbio nello spettatore che non sa più cosa è reale e cosa no.
Il personaggio di Ciccio Mira dà vita, per tutta la durata dell’opera, a una serie di situazione al limite del paradossale e quasi del grottesco, sia individualmente sia quando si riferisce al suo protetto, sul quale Maresco tende ad insistere.
Tutto ruota intorno all’organizzazione di una sorta di concerto in memoria di Falcone e Borsellino con Ciccio Mira che ha chiamato a raccolta una serie di cantanti neomelodici che dovranno esibirsi. In realtà il ricordo dei due magistrati sembra essere soltanto un pretesto per una serata dove probabilmente non verranno nemmeno citati.
Geniale la trovata di Maresco di mostrare il personaggio “grottesco” di Mira sempre in bianco e nero e geniale il modo di mostrare una realtà quasi ai limiti dell’assurdo, dove si ride per disperazione pensando che non ci sia mai limite al peggio. E invece…
Veronica Ranocchi

venerdì, settembre 06, 2019

VENEZIA 76. MOFFIE

Moffie
di Oliver Hermanus
con Kai Luke Brummer, Ryan De Villiers, Matthew Vey
Sudafrica, Gran Bretagna, 2019
genere: drammatico
durata: 103’


Il giovane sudafricano Nick decide di arruolarsi per difendere il proprio paese, in guerra con l’Angola e contro l’apartheid poiché il suo paese ritiene una minaccia tutti i neri tanto da doverli letteralmente eliminare. Nick non sembra, però, dello stesso avviso. La sua decisione di prendere parte all’esercito è dettata, oltre che dalla leva obbligatoria, semplicemente dalla sua volontà di nascondersi e non mostrare al mondo la sua propria identità: il fatto di essere attratto dai ragazzi. Un episodio che lo ha visto protagonista da giovanissimo lo ha portato a riflettere su questa decisione. Fin da subito, però, l’addestramento risulta tutt’altro che semplice. Le prove e gli esercizi che vengono imposti mettono tutti a dura prova, chi più chi meno, per poter permettere ai superiori di fare una scrematura. Nick conosce i suoi compagni, diventa amico di uno in particolare, ma è durante una notte in una sorta di trincea da loro costruita che si avvicina a un commilitone e ne rimane affascinato.
Interessante l’approccio adottato da Oliver Hermanus che ci mostra la situazione sudafricana da un’angolazione e un punto di vista diversi dal solito, affrontando una tematica non semplice perché il rischio di cadere in cliché è alto. Invece il suo Nick riesce a non essere scontato. Non si tratta della classica storia perché l’ostacolo che devono superare i ragazzi e, nel caso specifico, il protagonista è insormontabile. Sembra quasi un nascondersi all’interno di un nascondiglio.
Nella sezione orizzonti “Moffie”, che tradotto significa “checca”, mostra nient’altro che la fragilità di un ragazzo che deve trovare la propria identità. E il regista riesce abilmente in questo grazie ai numerosi primi piani del giovane che riescono a trasmettere il suo smarrimento.
Sono molti i silenzi all’interno del film, in modo da lasciare che lo spettatore possa riflettere e trarre la sua conclusione.
Conclusione che, senza fare spoiler, viene lasciata proprio al pubblico che è come se dovesse decidere le sorti del futuro del ragazzo. Nick è una sorta di burattino, anche perché è quello che ha sempre voluto essere fin da piccolo: rendersi invisibile agli occhi degli altri in modo tale da non dover dare troppe spiegazioni.
Dal punto di vista tecnico, da tenere presente soprattutto il flashback dell’infanzia di Nick, descritto abilmente attraverso un lungo piano sequenza che crea ancora più insicurezza nel personaggio, ma che permette di vedere, per un attimo, il mondo dal suo punto di vista. E proprio grazie a questo si possono comprendere anche altri piani sequenza presenti all’interno del film e sempre legati al personaggio in questione, come avvolto da tutta una serie di circostanze che lo circondano e con le quali vorrebbe non avere a che fare. Un utilizzo, quindi, della tecnica anche per dare un valore simbolico a ciò che si vede sullo schermo dando l’idea, appunto, che la macchina da presa possa, in un certo senso, incarnare lo stato d’animo del protagonista.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 76. BABYTEETH

Babyteeth
di Shannon Murphy
con Ben Mendelsohn, Essie Davis, Eliza Scanlen
Australia, USA, 2019
genere: drammatico
durata, 120



Australia in concorso con “Babyteeth” della regista Shannon Murphy.
La storia è quella di Milla, una sedicenne malata di cancro che un giorno incontra per caso Moses, un ragazzo più grande di lei e del quale si innamora. Nonostante la disapprovazione dei genitori che le fanno presente si tratti di uno spacciatore, Milla inizia a frequentarlo, cambiando molto e, in parte, imparando a vivere forse per la prima volta dopo molto tempo. Il suo interesse per Moses nasce soprattutto dal fatto che lui sembra essere il primo (e unico, a parte i genitori) a non giudicarla e non provare continua pietà per lei. Per lui Milla è una ragazza come un’altra ed è questo a suscitare una reazione positiva nella ragazza, nonostante i genitori facciano di tutto per allontanarli.
Il titolo deriva dal fatto che Milla abbia ancora dei denti da latte che diventeranno importanti all’interno della vicenda, sia dal punto di vista psicologico che simbolico.
Interessante l’approccio della regista alla storia, sia, in primis, per la costruzione, una suddivisione in capitoli che sembrano rendere quasi ironica una vicenda più che drammatica, sia, appunto, il saggio bilanciamento tra dramma e commedia che ben si intervallano dando vita ad un prodotto piacevole e al tempo stesso commovente. Si ride e si piange con “Babyteeth”.
Il blu del titolo, che ritorna in maniera evidente nella parrucca della protagonista, si fa prepotente in generale all’interno delle tonalità generali del film.
Molto bravi e “sinceri” i due protagonisti che rendono il tutto più vero (ci sarà da aspettarsi un’eventuale coppa volpi?). Ma tanto di cappello anche ai genitori (nel film) perché grazie a loro e alle loro reazioni ai continui cambiamenti di Milla viene esplorata la vicenda da un altro punto di vista che lo spettatore vede ancora più vicino a sé.
Si parla di malattia, ma si mostra tutto ciò che ne deriva e tutto ciò che ruota intorno. Alla fine se si dovesse trovare qualche tema al film si potrebbe parlare di amore, famiglia, amicizia, ma la malattia sarebbe forse l’ultimo tassello. Questo è possibile grazie al lavoro dietro la macchina da presa che ha trasformato quello che è un argomento ampiamente utilizzato e presente nel cinema in maniera diversa, nuova e originale.
Tanto di cappello a questa regista che, letteralmente dall’altra parte del mondo, è riuscita a dare vita (in tutti i sensi) a quest’opera che cerca di dare vita anche allo spettatore stesso, che non può che trarre insegnamenti (positivi) dalla storia e dall’energia di Milla.
Veronica Ranocchi


mercoledì, settembre 04, 2019

venezia 76. CHIARA FERRAGNI - UNPOSTED

Chiara Ferragni – Unposted
di Elisa Amoruso
con Chiara Ferragni, Fedez
Italia, 2019
genere. Documentario
durata. 89’


Ha sicuramente suscitato interesse e curiosità la presenza della blogger e influencer Chiara Ferragni alla mostra del cinema di quest’anno. La sua partecipazione è stata quella di protagonista del docu film sulla sua vita che la regista Elisa Amoruso ha presentato in anteprima alla manifestazione nella sezione Sconfini.
La pellicola racconta la storia di Chiara Ferragni e mostra un dietro le quinte che ci si può immaginare, ma che nessuno conosce del tutto riguardante la nascita di quello che oggi è chiaramente diventato un business mondiale.
A susseguirsi sullo schermo sono filmati di una Chiara bambina e adolescente, insieme alla sua famiglia, ma anche riprese fatte nel presente o comunque negli ultimi 3/4 anni. Ci vengono, quindi, mostrati i viaggi fatti dalla famiglia Ferragni in giro per il mondo e il modo in cui Chiara riesce a destreggiarsi nel mondo e a far capire di potere e volere essere indipendente già da giovanissima. Viene, poi, spiegato com’è nata l’idea di creare un blog, dal titolo “The Blonde Salad” e quali dovevano essere i contenuti. Blog che, col tempo, si è evoluto sempre più e che, grazie soprattutto all’avvento di instagram, ha dato ancora più notorietà a colei che si definisce “imprenditrice digitale”. Inevitabilmente quando si parla di Chiara Ferragni si parla anche del marito, Fedez, e del figlio Leone e della sua esposizione mediatica.
Al di là del personaggio in sé, sul quale si sono espressi, all’interno del docu film, personalità di tutto rispetto e di grande importanza nell’ambito della moda e della comunicazione, la pellicola dà la sensazione che debba obbligatoriamente uscire un prodotto in un certo modo. Al termine del film diventa quasi obbligatorio dover dire che Chiara Ferragni è perfetta (nonostante lei dica il contrario) perché viene continuamente elogiata e presa a modello positivo per qualsiasi cosa. E’ effettivamente un personaggio geniale che ha saputo sfruttare al meglio qualcosa che nessuno ancora conosceva o che considerava troppo distante dall’immaginario comune, ma un docu film del genere si può pensare di riservarlo a personalità di spicco in ambiti diversi.
Divertenti alcuni siparietti inseriti all’interno della “narrazione” che sono alcuni dei pochi momenti che non si conoscono dalle storie o dalle foto instagram.
Altro elemento sono le frasi fatte pronunciate da lei e dalle varie persone intervenute che conferiscono poca credibilità a ciò che viene mostrato.
Nel complesso comunque vince sicuramente la curiosità di vedere un prodotto “anomalo” (un docu film su un personaggio del genere) su qualcuno di così forte a livello mediatico mondiale.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 76. THE PAINTED BIRD


The painted bird
di Václav Marhoul
con Petr Kotlár, Nina Šunevič, Ala Sakalova
Repubblica Ceca, Slovacchia, Ucraina, 2019
genere: drammatico
durata: 169’


Un film sul quale ci sarebbe da dire un’infinità di cose è sicuramente l’ultima pellicola di Václav Marhoul, “The painted bird”.
La storia, tratta dal romanzo omonimo di Jerzy Kosinski, è il viaggio di un bambino ebreo ai tempi della Shoah che, per un motivo o per un altro, si trova costretto a viaggiare in luoghi sempre diversi, ad avere a che fare con persone diverse e ad assistere a scene impensabili solo ed esclusivamente per sopravvivere. Inviato dalla famiglia da una “zia” nella campagna per farlo vivere più tranquillamente, il piccolo assiste alla morte di quest’ultima e viene catapultato in un mondo troppo grande per lui, dove orrore e violenza, sotto tutti i punti di vista, sono all’ordine del giorno. Tra animali uccisi, occhi letteralmente asportati con dei cucchiai, torture, violenze carnali (viste e subite) e omicidi, il bambino riesce a farsi spazio in questo mondo e a crescere autonomamente arrangiandosi come meglio può, sfidando freddo e caldo, notte e giorno, fame e sete.
Pellicola interamente in bianco e nero con una fotografia incredibile che cerca di descrivere senza spiegare l’insieme dei luoghi (ma si potrebbe intendere anche mondi) che il giovanissimo protagonista si trova a percorrere.
Uno degli elementi che più di tutti colpisce è sicuramente la totale assenza di musica e l’utilizzo di suoni e rumori in presa diretta. L’altro elemento è, senza ombra di dubbio, la crudeltà e la violenza che il regista decide di utilizzare per arrivare a colpire le corde dello spettatore, anche di quello meno sensibile. Purtroppo se da una parte questo significa mostrare effettivamente la nuda e cruda realtà, dall’altra non permette la creazione di empatia con nessun personaggio, ma sottolinea ancora di più la freddezza con la quale si entra in contatto fin dalla prima sequenza. Una spietatezza voluta, ma forse eccessiva.
Se a ciò si somma, poi, la durata (interminabile) di quasi tre ore, si può ben comprendere che si tratta di un prodotto tutt’altro che semplice, sotto tutti i punti di vista e che, come se non bastasse, il regista ha impiegato più di dieci anni per portare a termine.
E’ costruito proprio come un romanzo, dove ogni avventura (o disavventura) del bambino costituisce un capitolo con tanto di titolo che ci presenta il nome dei vari personaggi che incontrerà sul suo cammino e che, altrimenti, non avremmo modo di conoscere data la quasi totale assenza di dialoghi che non permetta allo spettatore di sapere i vari nomi.
Davvero bravo il bambino protagonista che, nonostante sia costretto a situazioni estreme, riesce comunque a esprimere, anche solo con uno sguardo, tutta la paura (e talvolta il disgusto) che lo accompagna.
Peccato per l’eccessiva durata e crudeltà che tolgono forza a un’opera che nel complesso risulterebbe più che riuscita, ma che, in questo modo, non riesce ad andare oltre.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 76. THE KING

The King
di David Michôd
con Timothée Chalamet, Joel Edgerton, Sean Harris
Australia, USA, 2019
genere: storico, drammatico
durata: 133’


Altro film di produzione Netflix a Venezia, ma stavolta non in concorso. E’ il caso del film di David Michôd (la cui sceneggiatura è stata scritta insieme a uno degli attori, Joel Edgerton), “The king” con protagonista il giovane Timothée Chalamet.
La storia, che si basa su opere shakespeariane, inizia dalla morte di Enrico IV, che, prima di abbandonare per sempre questo mondo, invita il figlio minore a prendere il suo posto, in quanto il maggiore ha da tempo abbandonato la vita di corte in favore di vino, baldoria e donne. Alla notizia, però, della morte del padre e soprattutto del fratello, sconfitto in battaglia, Hal si vede costretto a prendere in mano le redini del regno e a diventare sovrano d’Inghilterra con il nome di Enrico V. Il suo modo di governare, come lui stesso tiene a sottolineare più e più volte, appare fin da subito diverso da quello del padre. L’unica cosa che si prefigge il nuovo re è quello di (ri)stabilire la pace. E al (presunto) affronto pervenutogli dalla Francia, che, prima invia un omaggio non gradito, con probabili allusioni alla vita che il giovane aveva condotto fino a quel momento, e successivamente invia un sicario per far fuori il re, il sovrano decide di entrare in guerra. Quale sarà l’esito della battaglia?
Film in costume che si appoggia fortemente sulle più che valide interpretazioni degli attori, primo su tutti Timothée Chalamet, ancora una volta molto bravo e in grado di fare suo un personaggio tutt’altro che semplice. Chissà se magari questo ruolo potrà valergli qualche riconoscimento futuro… Al suo fianco l’altro sceneggiatore, Joel Edgerton, una sorta di gigante buono e, al contempo, anche grillo parlante per il giovane che cerca di dargli consigli, per quanto possibile, sul da farsi.
Da segnalare c’è, però, l’interpretazione, inaspettata, di Robert Pattinson nelle vesti del delfino di Francia che, con il suo inglese con accento francese, regala il personaggio più ironico della storia che dà vita ad alcuni siparietti comici che stemperano l’atmosfera più rigida dell’intera pellicola.
Una battaglia girata nei minimi particolari, ma forse troppo lunga in alcuni frangenti, tanto da far sembrare allo spettatore di essere lì presente insieme ai vari soldati.
Forse un po’ cupo in alcuni momenti con la scelta dei colori, ma si tratta di una decisione legata sia al momento storico che ai personaggi e soprattutto al volere del re stesso, fino alla fine incerto sul da farsi.
Con alcuni riferimenti a diverse opere, “The king” risulta nel complesso un buon prodotto e dimostra, ancora una volta, che quando deve presentarsi a eventi come la mostra del cinema di Venezia, è in grado di presentare film di un altro livello rispetto a quelli nel corso dell’anno.
Veronica Ranocchi

domenica, settembre 01, 2019

VENEZIA 76. AMERICAN SKIN

American skin
di Nate Parker
con Nate Parker, Omari Hardwick, Michael Warren
USA, 2019
genere: drammatico
durata: 89’


Torna sul grande schermo Nate Parker, regista, sceneggiatore e attore protagonista del dramma, con risvolti thriller, “American skin”.
La storia potrebbe sembrare “già vista” dal momento che l’argomento centrale attorno al quale ruota l’intera pellicola è l’assassinio, a sfondo razziale, del figlio del protagonista.
Lincoln Johnson sta percorrendo la strada di un quartiere residenziale insieme al figlio quattordicenne di ritorno da una serata con degli amici, quando due agenti della polizia fanno fermare l’auto, chiedendo i documenti all’autista. Quando, dopo aver controllato l’assicurazione fornitagli, uno dei due poliziotti invita Lincoln a scendere dalla vettura, il figlio prende il cellulare e inizia a filmare il tutto. La cosa non va, chiaramente, a genio ai due agenti e quello più vicino al ragazzo gli intima di posare il telefono. Alla continua insistenza, e quindi ribellione agli ordini, da parte del ragazzo, il poliziotto gli spara uccidendolo.
Questo è l’incipit dal quale si dirama una storia di denuncia sociale dove il razzismo la fa chiaramente da padrone. A seguito della morte del figlio, Lincoln organizzerà una sorta di vendetta che farà in modo di lasciare il segno. E lo spunto per questa sua azione arriva da un ragazzo, studente di cinema, che insieme a due compagni, ha intenzione di realizzare una sorta di documentario per parlare di ciò che è successo al quattordicenne ucciso.
Molto interessante l’utilizzo del cosiddetto metacinema, cioè il far passare uno dei ragazzi, parte integrante della troupe di questo documentario, come il vero regista dell’intero film. Il tutto, tranne alcuni brevi momenti, è girato proprio come se fosse il ragazzo a fare le riprese che risultano, per questo, tremolanti e acerbe. Sarebbe forse stato ancora più interessante se tutta la totalità del film fosse stata girata in questo modo. Nonostante ciò, però, il regista si rivela molto abile nell’usare stratagemmi che gli permettono di fingere di “non esistere” in qualche modo, come il discorso che il protagonista fa al figlio attraverso la webcam del computer, o ancora le telecamere di sorveglianza che riprendono ogni momento, anche quelli non ripresi dalla troupe e che sono proprio quelli che ci permettono di capire chi sta effettivamente effettuando le riprese. Altro forte elemento ad avvalorare questa scelta è lo sguardo in macchina del protagonista, in almeno due frangenti. Ciò a sottolineare l’importanza del momento e come se volesse veramente indirizzarsi al pubblico per metterlo di fronte ai fatti mostrati e chiedere un parere anche a lui.
Ben costruita la scena della sentenza e di tutto ciò che l’episodio centrale del film si porta inevitabilmente dietro, tanto che lo spettatore, alla fine, ha le idee ancora più confuse. Qual è il vero confine tra bene e male e giusto e sbagliato?
Al di là di certi dialoghi e di alcuni momenti nella parte iniziale del film che tendono ad appesantirlo, la storia e la sua costruzione funzionano e fanno sì che chi sta guardando rimanga fino all’ultimo istante incollato alla poltrona.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 76. IL SINDACO DEL RIONE SANITA'

Il sindaco del rione sanità
di Mario Martone
con Francesco Di Leva, Roberto De Francesco, Massimiliano Gallo
Italia, 2019
genere, drammatico
durata, 118’


Tratto da una pièce del grande Eduardo De Filippo, “Il sindaco del rione sanità” presentato da Martone in concorso per il Leone d’oro racconta, come ci si aspetta dall’autore, una tragicommedia napoletana.
La storia è quella di Antonio Barracano, che dovrebbe, in qualche modo, incarnare la figura del sindaco, da cui il titolo, del proprio rione a Napoli, quello della Sanità. Barracano è un cosiddetto “uomo d’onore”, temuto e rispettato da tutti perché con i suoi metodi, spesso non troppo ortodossi, riesce, più o meno, a far regnare la pace e la serenità nel luogo in cui vive. Tanto che chiunque va a chiedere aiuto, grazia o piaceri personali, arrivando a confidargli qualsiasi cosa. E lui, dal canto suo, rispetta e ascolta i suoi “ospiti” e cerca di fare il possibile per loro. Finché sulla sua strada non arriva un giovane che confessa al protagonista di voler compiere un gesto estremo nei confronti del padre, tale Arturo Santaniello, un ricco panettiere che, anni prima, aveva rinnegato il figlio, cacciandolo di casa.

Un film (e una pièce) piacevole che, nonostante la tematica e l’ambientazione (dalla quale ci si può aspettare di tutto) riesce ad essere più che godibile dal pubblico. Come nei più grandi classici di De Filippo, nei drammi più grandi si nasconde sempre un briciolo di ironia, molto presente anche in quest’opera. Martone riprende ciò che vede a teatro e lo trasporta sullo schermo avvalendosi del prezioso aiuto del cast e di Francesco Di Leva in primis, che interpreta un Antonio Barracano austero, ma “divertente” e che piace. I suoi modi di fare, spesso ai limiti dell’assurdo, lo rendono, non solo agli occhi dei suoi concittadini, ma anche a quelli dello spettatore, un personaggio, tutto sommato, positivo, per il quale fare il tifo.

Peccato che la decisione di Martone sia stata quella di trasporre lo spettacolo sullo schermo senza modificare nemmeno una virgola. L’unica differenza che si può riscontrare con l’opera teatrale è l’età dei personaggi che, a teatro, sono molto più anziani rispetto al film. Forse, in questo modo, il regista ha voluto, in un certo senso, attualizzare il tutto. Perché, pur essendo un’opera del 1960, è probabilmente ancora più attuale adesso che all’epoca in cui è stata effettivamente scritta.
Il confine tra il bene e il male è molto labile in quest’opera e sia l’autore che il regista mettono lo spettatore davanti a un bivio: scegliere da che parte stare.

Una buona interpretazione anche quella di Massimiliano Gallo, nel ruolo di Arturo Santaniello, un padre austero, ma composto, almeno fino ad un certo punto, che cerca di mantenere la calma e distinguersi dagli altri, come si può evincere dal linguaggio, inizialmente diverso rispetto a quello degli altri e del protagonista in particolare. Quasi un contraltare, per bilanciare umanità e non.
Ci si poteva aspettare di più da un regista che vuole riportare in auge il teatro, nello specifico quello di De Filippo, nel 2019? Probabilmente sì. Però il coraggio di scegliere e sviluppare “Il sindaco del rione sanità” vale già qualche punto in partenza.
Veronica Ranocchi

sabato, agosto 31, 2019

VENEZIA 76. SEBERG

Seberg
di Benedict Andrews
con Kristen Stewart, Antony Mackie, Vince Vaughn
USA, 2019
genere: biografico, drammatico
durata: 102’

Fuori concorso il film sulla vita di Jean Seberg del regista Benedict Andrews.
Jean Seberg è stata una delle icone della Nouvelle Vague, ricordata principalmente per il suo ruolo nel film di Jean-Luc Godard, “Fino all’ultimo respiro”. La sua vita, molto tormentata e culminata presto, ancora oggi rimane avvolta da un velo di mistero.
E il regista, attraverso la sua opera, cerca di dare una spiegazione o comunque prova a mettere insieme i pezzi della vita della giovane attrice, tentando di ricostruire un passo alla volta tutti i passaggi fondamentali che l’hanno portata a compiere determinate scelte. Il suo scopo è quello di cercare di far capire allo spettatore chi era veramente Jean Seberg, al di là della grande diva e attrice. Si scopre, infatti, una fragilità particolare e profonda, nata da una parte da un modo di vivere diverso dal solito (l’idea di voler essere qualcuno e voler lasciare un segno indelebile nel mondo), dall’altra nata anche da motivazioni fondate e reali alle quali nessuno ha fatto caso. Il tutto per la sua vicinanza e il suo sostegno alla causa rivoluzionaria dei Black Panthers.
Un film che mette in luce sicuramente un lato nascosto dell’attrice scomparsa e lo fa quasi in chiave thriller, portando, talvolta, lo spettatore fuori strada.
Ad interpretare la protagonista c’è Kristen Stewart che, anche grazie al taglio di capelli, richiama molto l’immagine dell’icona della Nouvelle Vague, ma che soprattutto riesce finalmente ad emergere con una caratterizzazione e interpretazione riuscita.
Peccato che, al di là, di qualche richiamo alla realtà e qualche situazione di suspense, il film non vada oltre. E’ vero che la pellicola è incentrata su questo personaggio, ma approfondire alcuni legami o alcuni personaggi oltre a quello della protagonista sarebbe stato, ad esempio, da considerare. In questo modo probabilmente il regista ha pensato di fornire maggiore autenticità alla vera storia della Seberg, alla quale, però, poteva aggiungere qualche pizzico in più di verità facendo parlare anche altre voci, magari fuori dal coro.
Veronica Ranocchi

venerdì, agosto 30, 2019

VENEZIA 76. MARRIAGE STORY

Marriage story
di Noah Baumbach
con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern
USA, 2019
genere: drammatico, commedia
durata: 136’

Il tanto atteso film di Noah Baumbach è finalmente sbarcato al Lido di Venezia per entrare in corsa per il Leone d’oro.
La pellicola, prodotta da Netflix, vede protagonista una coppia di sposi: Charlie, un regista teatrale, e Nicole, un’attrice, insieme al loro figlio Henry. I due sembrano andare d’accordo come si evince dalla prima sequenza, durante la quale, a turno, ognuno descrive il proprio partner elencandone le qualità e i pregi. Si scopre, però, ben presto, che tutto questo si riferisce al passato. Quello che i due affermano (o meglio scrivono) è il “compito” datogli prima di passare a tutto l’iter della separazione vera e propria (“per ricordare i momenti felici” come viene affermato nel film).
Da quel momento niente sarà più uguale a prima e ogni azione, parola o scelta avrà un peso diverso rispetto al passato e delle ripercussioni su tutto e tutti. Inizia, cioè, una vera e propria guerra tra i due coniugi, spesso involontaria, ma quasi necessaria che li spingerà a mostrarsi vulnerabili in molti frangenti, soprattutto di fronte al piccolo Henry, al quale tengono entrambi allo stesso modo.
Trattare un tema simile, come quello della separazione e del divorzio risulta un compito tutt’altro che semplice. Baumbach, però, riesce a creare una storia efficace, reale e mai scontata che permette di analizzare a fondo i personaggi coinvolti, con i quali è impossibile non instaurare un legame. Chiunque si può riconoscere, anche solo per un’azione, in uno dei due. La scena del litigio, dove Charlie e Nicole si sputano veleno addosso, racconta, tra le righe, delle verità assolute.
Probabilmente ispiratosi al suo personale divorzio, il regista mette di fronte al pubblico una storia che può considerarsi universale, senza cadere in cliché o stereotipi, ma, anzi, facendo sorridere e ridere lo spettatore.
I due protag
onisti, interpretati da Scarlett Johansson e Adam Driver, risultano autentici proprio grazie al lavoro fatto dai due attori che sono riusciti a calarsi perfettamente nelle parti e a rendere tutte le varie sfaccettature. In particolare il lungo monologo e piano sequenza di Nicole dall’avvocato indica una particolare bravura nella Johansson, così come quando, dopo che Charlie le rimprovera di non aver mostrato le sue vere emozioni nello spettacolo teatrale, lei risponde dicendo che non è in grado di piangere per finta e un attimo dopo, mentre sta andando in camera, inizia a piangere pensando alla separazione e lo spettatore si trova di fronte a una doppia entità e deve scindere l’attrice dal personaggio. Per quanto riguarda Driver, invece, da segnalare sicuramente la scena della canzone, a dimostrazione della poliedricità di questo attore. E da non dimenticare la presenza e l’interpretazione di Laura Dern, nei panni dell’avvocato in difesa di Nicole.
C’è, quindi, veramente una speranza per i due coniugi? Sicuramente una speranza c’è per Noah Baumbach e il suo “Marriage story”.
Veronica Ranocchi