mercoledì, dicembre 19, 2007

Voglia di normalita'

Il plauso decretato dalla quasi totalita' dei critici presenti alla prima nazionale de La promessa dell'assassino di David Cronemberg, film di chiusura della 25esima del Torino Film Festival 2007, la dice lunga sull'assuefazione degli addetti ai lavori al conformismo generale che attanaglia il giornalismo italiano.
Il film del canadese e' solo un esempio di una tendenza sempre piu' generalizzata, da parte di chi fa opinione, di esaltare quei film di registi, fino a poco tempo prima messi all'indice per il contenuto delle loro opere, ritenute pericolosamente malate e sobillatrici dell'ordine costituito ed ora esaltate per la riproposizione degli stessi temi, opportuamente ripuliti degli aspetti meno digeribili.
Accanto al regista canadese figurano una schiera di ex-negletti che appena ritrovano la cosiddetta "linearita' di struttura". "..si sente la mano del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli.." afferma Mereghetti quando dichiara di apprezzare la coerenza narrativa di Blueberry Nights di Wang Kar Wai, di per se' un pregio quando fa riferimento ad un cinema di tipo classico, sul modello riassunto in maniera splendida da tutta la filmografia di Clint Eastwood, un altro regista di cui bisognerebbe parlare a proposito di subitanei ripensamenti - dove la cronologia delle azioni e' la chiave necessaria per la loro interpretazione, ma banalizzante all'ennesima potenza quando ingabbia un cinema che vorrebbe esprimere l'ineffabile. Oppure dall'esaltazione tout cort dello sperimentalismo alla moda e molto voyeristico di Paranoid Park, l'ultima acclamatissima opera di Gus Van Sant (intere redazioni di giornali specilizzati lo indicano come miglior film del 2007!) - icona (i Cahiers du Cinema lo schiaffano nella loro empirea copertina in segno di riconosciuta venerabilita'!) prescelta per rimpiazzare il Von Trier, beniamino caduto in disgrazia - al salvataggio in calcio d'angolo di uno dei grandi della "Nuova Hollywood", il Francis Coppola di A youth without a youth, il cui polpettone filosofico-religioso-esistenziale viene graziato dai corrispondenti della Festa romana e, quand'anche criticato, si tratta pur sempre di buffetti affettuosi.
Di questo passo non si devono preoccupare "David Inland Empire Lynch" o "Emanuele
Nuovomondo Crialese" (unico tra i giovani registi italiani capace di ragionare con la propria testa), apertamente sbuccellati alla penultima mostra veneziana, per alcune sequenze ritenute pretenziose o volutamente criptiche (il mare di latte da dove emergono e poi nuotano gli emigranti siciliani e praticamente tutto il film del regista.

martedì, dicembre 18, 2007

Paranoid Park

L'ultimo lavoro di Gus Van Sant, Paranoid Park, girato interamente a Portland con attori non professionisti, selezionati attraverso il sito Myspace.com, chiude la trilogia dedicata all'osservazione del mondo adolescenziale del regista statunitense, iniziata con Elephant e proseguita con Last Days. Il film mette in scena l'omonimo romanzo di Blake Nelson, che racconta la presa di coscienza di un adolescente di fronte all'accidentale omicidio di cui e' artefice. Alex ha sedici anni, frequenta il liceo, e' un bel ragazzo ed e' appassionato di skateboard; una sera, accidentalmente, uccide una guardia di sicurezza nei pressi di Paranoid Park, il parco piu' malfamanto della citta'. La morte dell'uomo è efferata, poichè caduro sotto le rotaie di un treno in transito rimane tranciato a meta'. La scena è certamente incisiva ma dai toni splatter al limite del grottesco. Si tratta di una fatalita', di una tragedia non voluta, che turba profondamente Alex e che lo chiude in un silenzio apatico. Tutto cio' che gli accadra', dopo quella sera, gli scivolera' addosso come acqua, mentre egli cerca una via d'uscita dalla spirale di senso di colpa ed angoscia che lo divora lentamente. Il film ha una struttuta spezzata e non lineare, sorretta da flashback e dalla voce fuori campo narrante del protagonista, espediente che cerca di unire le varie parti narrative. Lo spettatore si trova disorientato in questa costruzione, alimentando un certo disagio. Gli occhi di Alex sono gli occhi dello spettatore: tutto rimane sospeso in un limbo sofferto ed estraniante; i suoni si mescolano e spesso sostituscono le parole, alterando la percezione del presente, molti silenzi lasciano spazio alle immagini di lenti movimenti, sulle quali tanto ama soffermarsi il regista. Alex barcolla in uno stato onirico e turbato, il suo viso d'angelo ricorda le figure della pittura del Raffaello, angeliche, pulite, con lo sguardo non più sognante, ma teso alla ricerca muta di una via di fuga. Il racconto si dipana lentamente, mantenendo un tempo dilatato e colloso. Non coinvolge ne' emoziona questa parabola sulla accidentalita' degli eventi e le conseguenze delle prorie azioni, ma certamente e' apprezzabile per la perfezione tecnica con la quale e' stata girata e montata, per la bellezza dei giovani protagonisti, celebrati come icone di un presente contraddittorio e malato, dove il sogno americano ha perso la propria identita' ed i propri riferimenti. La narrazione assume toni sempre piu' cupi e mostra i giovani in tutta la loro indifferenza verso gli altri, in questa ennesima fotografia sugli Stati Uniti di oggi. I genitori sono sempre inquadrati di spalle, sfocati o in ombra, presenze ai margini dello schermo, della memoria, incapaci di aiutare o anche solo di ascoltare i bisogni dei propri figli. La solitudine avvolge questi corpi adolescenti acerbi e bellissimi, toccati dal male e corrotti nel profondo dalla disillusione.

martedì, dicembre 11, 2007

Across the universe

Julie Taymor, ci ha abituato ad un cinema che canta fuori dal coro non solo per le scelte stilistiche, frutto di un talento a tutto campo, capace di spaziare dal teatro alla pittura e senza trascurare danza e letteratura. A film che sono innanzitutto spettacolo per gli occhi ma lasciano il segno per l'efficacia dei contenuti. E su queste basi che si rimane delusi da "Across the universe", un greatest hits romanzato sul gruppo piu' famoso del mondo. Un idea mica male quella di unire un repertorio musicale solitamente confinato nella realta' fotoromanzo ad uno epoca storica (siamo a cavallo degli anni 60/70) in cui l'America doveva fare i conti con le conseguenze di una politica falsamente libertaria nei costumi ed antiprogressista nei contenuti. Peccato che l'emozione delle note si cosparga su un plot che sembra un riassunto del bignami, pieno di tutto (amore, sesso politica e rock and roll) tranne che di idee. Un album delle figurine in cui riconoscere i personaggi della storia, quella musicale, popolata dalle facce che l'hanno fatta (Jimi Hendricks e Janis Joplin) e quella personale, per riconoscersi tra quelli che credevano di poter cambiare il mondo. Insomma una cosa nostalgica adatta a tipi come Gianni Mina' e Fabio Fazio, ma inutile per quelli che vogliono cercare di capire chi eravamo e come siamo diventati. La faccia angelica di Rachel Wood che gioca con il fuoco e rischia di bruciarsi, i capelli a caschetto del protagonista, le comparsate delle star di turno e le coreografie sempre uguali di Daniel Ezralow dovrebbero rafforzare la potenza dell'opera ed invece sono magnifici orpelli di un successo mancato.

Piano, solo

Il riferimento musicale del titolo allude alla solitudine del protagonista, il jazzista Luca Flores suicidatosi in giovane eta' , al termine di un esistenza ricca di successi artistici, ma inevitabilmente segnata dalla scomparsa della madre di cui non smise mai di sentire la responsabilita'. Un legame strettissimo che andava a colmare quello pressoche' assente con il padre, geografo di fama, rubato alla famiglia dagli impegni di lavoro e da un carattere privo di slanci affettivi. Il film ripercorre in maniera cronologica i momenti salienti della sua esistenza, dall'infanzia assolata delle spiaggie del Kenia, agli inizi musicali, folgoranti e talentuosi, che precedono gli anni della crisi, quelli su cui maggiormente si sofferma la narrazione, in cui la parvenza di normalita' lascia il posto all'instabilita' psichica. La scelta di rinunciare alla riproposizione dell'artista maledetto per soffermarsi sul dramma dell'"uomo interrotto" appare in linea con lo spirito del libro che ha ispirato il film e con i toni volutamente sommessi della regia. La prova attoriale, in aderenza con il inguaggio cinematografico del film, ci da l'opportunita' di apprezzare una schiera di attori che da soli costituiscono passato e presente del nostro cinema piu' recente: da Kim Rossi Stuart, a suo agio con gli sguardi insondabili del giovane musicista, a Mariella Valentini, indimenticabile giornalista che tormentava Michele Apicella con il "Trend negativo" (Palombella Rossa) a Corso Salani, regista e attore un tempo famoso ed ora impegnanto in un cinema di ricerca che non si chiude in se stesso (Palabra), per continuare con la delicata Sandra Ceccarelli, attrice di cui si sentiva la mancanza ed ancora Paola Cortellesi in un ruolo che ne conferma la grande versatilita' . Un Pantheon di prime donne che suonano come violini sull'altare delle emozioni, grazie ad un regia da sempre abituata a privilegiare il fattore umano. Quello che impedisce al film di portare a casa l'intera posta e' un eccesso di didascalismo, soprattutto nella parte centrale, quando il disagio del protagonista avrebbe meritato qualcosa in piu' dei continui primi piani ed un eccesso di pudore che normalizza in modo eccessivo un percorso artistico ed umano fuori dal comune.

10 items or less

Girato nello stile caro al cinema indie (pauperismo produttivo, telecamera a spalla, luci naturali, scenografia presa in prestito dalla realta' ) il film di Brad Sieberling mette in scena l'incontro di due solitudini sullo sfondo di una Los Angeles lontana anni luce dall' immagine ideale e glamour che propaganda: lui (un Morgan Freeman leggero come l'aria) e' un attore hollywoodiano in cerca di rilancio, lei (Paz Vega dallo sguardo di fuoco e le curve consistenti) e' una cassiera di un supermarket periferico. Due modi diversi di reagire alle difficolta' della vita ma la stessa ansia da prestazione che ne accompagna le scelte quotidiane. Una giornata particolare dara' loro l'occasione per fare pace con se stessi e credere nuovamente nelle proprie capacita'. Balzato alle cronache per meriti che nulla hanno a che fare con le sue qualita' artistiche(nell'estate americana il film era regolarmente nelle sale e ufficialmente scaricabile dalla rete ) il film si sviluppa su due momenti successivi, il primo, reso divertente dalla comicita' involontaria delle situazioni e da una scelta stilistica che lavora sulle suggestioni tanto dei corpi quanto delle parole, la seconda piu' riflessiva ed intimista, quasi un on the road esistenziale, in cui le diverse fermate (a casa della collega che le ha rubato il marito, nel grande magazzino per la scelta dei vestiti, nell'ufficio in cerca di un nuovo lavoro) rappresentano il passaggio obbligato per il definitivo cambiamento. Un film di affetti speciali prodotti dalla generosita' di due interpreti in stato di grazia, che non si limitano alla replica di uno schema gia' pensato ma diventano essi stessi personaggi, espressioni di un feeling vitale e contaggioso che dimentica la tecnica e prende a piene mani dalla vita. Il duetto fisico e vocale ci restituisce due persone in carne ed ossa, lontani dal modello surrogato da tanto cinema contemporaneo; riesce a rendere la sospensione emozionale, l'afflato sottile e soprattutto la distanza fisica che divide l'empatia caratteriale dal desiderio omnicomprensivo.

lunedì, dicembre 10, 2007

Neandertal

Non e' detto che qualunque film arrivi dalla Germania debba essere per forza una cosa da vedere. Il fatto di vivere un nuovo
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.

Nella valle di Elah

"Nella valle di Elah" e' un film che parla di dolore ma non solo. La presa di coscienza, lenta ma inesorabile del protagonista, interpretato da un Tommy Lee Jones in versione Eastwoodiana, e' un modo per mettere in discussioni due decenni di politica americana e per dire basta alla peggiore delle abberrazioni umame. Ma e' anche un'occasione per ricordarci che in questo cammino di redenzione abbiamo bisogno di tutto, di noi stessi, delle persone che ci vivono accanto, di quelle che ci circondano, nel piu' assoluto anonimato, per le vie delle nostre citta', del senso della vita che abbiamo completamente perduto, di quel senso religioso, di cui il film e' impregnato fin dal dal titolo, e poi proseguendo, con la raffigurazione di una famiglia "sacra" che riesce a sopravvivere ad un esperienza terribile, la morte del figlio prediletto, aggrappandosi alla speranza che quell'esempio disumano salvera' altre vite, che sara' il punto di partenza per la liberazione definitiva. Tutto cio' non basterebbe se non fosse supportato da un copione di ferro, che mette sullo stesso piano impegno civile e necessita' dell'anima, stendendo su entrambi un pietoso velo di parole e silenzi che sembrano durare all'infinito. Chiamato alla prova piu' difficile, quella della riconferma, dopo un successo da Oscar, Paul Haggis fa vedere di che pasta e' fatto, mostrandoci una guerra senza sangue, che riesce ad essere terribile anche solo a sentirla raccontare; c'e' la fa vedere sulla faccia delle persone, sui soldati rimpatriati che in realta' non sono mai tornati, su quelle dei genitori che non riusciranno piu' a dormire. Non ha bisogno di armi da fuoco, Paul Haggis riesce a sparare con la forza delle immagini ed il potere defragrante della verita'. Bisognerebbe ringraziarlo per averci fatto partecipare a questo viaggio nella notte oscura, dandoci la possibilita' di tornare e di iniziare a fare qualcosa anche noi per impedire che la storia torni a ripetersi.

Diario di una tata

Se uno non lo leggesse con i suoi occhi, si stenterebbe a credere che gli autori del magnifico American Splendor, esempio di un cinema che non rinuncia alle sue prerogative e prova vivente della cecita' distributiva dei nostri mestieranti, siano gli sceneggiatori ed i registi di una simile banalita'. Siamo d'accordo che l'integrita' dell'arte sia ormai una roba d'altri tempi e magari neanche di quelli, cosi' come della necessita' di lavorare all'interno del sistema per riuscire a sfruttare le sue potenzialita' di promozione e visibilita', ma ci dovrebbero essere dei limiti. Ed invece in barba a qualsiasi considerazione artistica ed ad un talento a cui non vorremmo rinunciare, i due ci rifilano la solita polpetta infarcita di buoni sentimenti e finale a lieto fine.
Scarlett Johansson sempre più a disagio davanti alla macchina da presa grazie anche ad un copione che ne mortifica la fisicita' e la relega ad un ruolo monofaccia, vi interpreta il ruolo di una Tata "Pretty Woman" con aspirazioni cristologiche, costretta per spirito di corpo (nei confronti del copione, non della storia di cui si vede non le interessa un granche') a subire le vessazioni di una "matrigna" dalla faccia d'angelo, interpretata con la solita professionalita' da Laura Linney, e le sporche attenzioni del di lei marito, cattivo e fedigrafo, impersonato da quel marpione della recitazione di Paul Giammatti. Non contenta di cotanta afflizione la poverina rincara la dose e si sacrifica nel tentativo di salvare il figlio di questi sciagurati, una simpatica faccetta simile al piccolo Nicholas Bradford della mitica serie televisiva (stesso taglio di capelli, stessa faccia paffutella). Non temete però, con un finale da fantascienza - ma non doveva essere una commedia di costume, che poi era diventata una commedia sentimentale? - tutto si conclude senza spargimento di sangue e con un happy end che non si fa piu' neanche in televisione. Che dire di piu', speriamo solo di aver sognato oppure facciamo finta che nulla sia accaduto e rimettiamoci in attesa del nuovo film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman: quello appena visto non e' mai pervenuto.

giovedì, dicembre 06, 2007

Charlie Bartlet

Presentato nella sezione anteprime della 25esima edizione del Torino Film Festival, "Charlie Bartlet" rappresenta l'esordio alla regia di James Poll, gia' montatore della serie "Ti presento i tuoi/miei" e di "Scary movie n.3", qui alle prese con un film che analizza le inquietudini giovanili, utilizzando il genere "College movie" come contenitore, in cui far confluire non solo le forme dell'intrattenimento giovanilistico (amore, amicizia,conflitto generazionale) ma anche quelle di un cinema piu' adulto e nichilista, sulla falsa riga di due campioni del genere come "Heathers" e "Pump up the volume". Affiancando il protagonista a uno stuolo di attori consumati (Robert Downey jr, Hope Davis) il regista disegna uno spaccato di gioventu' depressa e desiderosa di comunicare il proprio disagio senza sentirsi giudicata. Charlie Bartlet fa al caso loro e quando le circostante della vita lo mettono in contatto con un simile uditorio si producono una serie di reazioni a catena che costituiscono la parte piu divertente del film. Soprattutto nella prima parte, Poll si ricorda delle sue origini e presenta in maniera efficace il suo protagonista e l'ambiente in cui si muove. Diversamente se ne dimentica quando deve tirare le fila, dilungandosi in un finale telefonato e poco rischioso, dove la morale della "famiglia a tutti costi" getta una luce di conformismo sull'intera operazione.

The art of negative thinking

Finalmente un film liberatorio ed anticonformista che se ne frega del politicamente corretto e picchia duro sull'ipocrosia della societa' borghese. Piu vicino al cinema da camera ed alla compostezza formale di Susan Blier che alla presunta improvvisazione di Von Trier il film fa parte di quel cinema scandinavo che riesce ad intrattenere e nello stesso tempo a raccontare la societa' in cui vive, senza avere paura di affrontarne i tabu'.
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.

Actrices

Giunta alla seconda parte della sua cinebiografia, Valeria Bruni Tedeschi abbandona il mondo agrodolce e le nostalgie colorate di "E' piu facile per un cammello.." e si immerge nelle atmosfere autunnali e un po' rarefatte di "Actrices". La materia del contendere nasce dall'urgenza di oggettivare un esistenza in bilico tra i successi del palcoscenico e la precarieta' del privato. Per tradurre questa necessita' la Tedeschi adotta una storia vicina alla sua vicenda personale (il palcoscenico delle prove e' lo stesso che la vide esordire nei teatri parigini mentre il ricordo dell'amante prematuramente scomparso rimanda all'analogo destino toccato in sorte al fratello dell'attrice, a cui il film e' dedicato) ed una struttura di impianto teatrale, corredata da intermezzi di quotidianita' che alleggeriscono i toni e danno ritmo alla narrazione. Durante le prove di "Un mese in campagna" di Turgeniev, un'attrice di massimo successo e' colta da una crisi d'identita' che mettera' in discussione il valore dell'arte e le scelte di una vita. Il tema e' di quelli impegnativi cosi' come le scelte della Tedeschi che non rinuncia al suo cote' attoriale ma lo mette a disposizione di un linguaggio cinematografico tradizionalemente frequentato da grandi come Bergman, ampiamente citato nelle estemporanee resurrezioni dei cari estinti e nell'alter ego artistico della diva, impersonato da una Valeria Golino in libera uscita, per non parlare di Truffaut, riproposto nella rappresentazione di un modello narrativo in cui il binomio arte/vita fluisce senza soluzioni di continuita' . I propositi sono lodevoli ma il film non decolla perche' i modelli sono accettati in maniera acritica e senza l'elaborazione necessaria ad evitare il cliche'. Le situazioni d'autore, schematiche e poco appassionanti, sono presentate in maniera programmatica ed alla fine fanno addirittura rimpiangere il dilettantismo dei siparietti familiari.

lunedì, dicembre 03, 2007

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta. Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

La promessa dell'assassino

Utilizzando un impianto di genere, il gangster movie, ed una citta’, Londra, David Cronemberg continua a parlare di violenza come pulsione primaria dell’essere umano, raccontando le vicende di ordinaria criminalita’ di una famiglia mafiosa alle prese con uno scomodo diario e costretta a fronteggiare l’idealismo senza frontiere di una coraggiosa dottoressa. Il microcosmo delinquenziale inserito all’interno della comunita’ russa e’ l’ambiente ideale per vedere in azione i meccanismi che regolano l’esistenza umana. La struttura tribale come principio informatore di ogni attivita’ ,i meccanismi ancestrali vissuti come fardello psicologico, le relazioni familiari organizzate come strumento di potere sono rappresentate con sguardo da entomologo ed una messa in scena che e’ un referto patologico. Il determinismo darwiniano impone la sua legge attraverso l’escalation di un "uomo tranquillo", un factotum della mafia con aspirazioni filosofiche, personaggio speculare all’imperturbabile padre di famiglia di "A History of violence", che mostra la sua vera natura quando, in un escalation di brutalita’ realizzata in puro stile cronemberghiano con i corpi che si avvinghiano in un estasi di sangue e redenzione e’ costretto a lottare per salvare la propria vita. Come al solito il regista piega le regole del genere alle necessita’ della sua visione ma questa volta il meccanismo non funziona perche’ si lascia trascinare da un plot monocorde, piu’ attento ai dettagli visivi (il look tatuato ed il taglio di capelli del faccendiere) che allo sviluppo drammaturgico (la bellezza bionda e angelica di Naomi Watts e la virilita’ nera e trattenuta del protagonista) che non aiuta l’elaborazione di quel mondo altro che si annida dietro la normalita’ del quotidiano. Ciononostante il pubblico del TFF come era accaduto per il deludente "Blueberry Nights" ha applaudito con convinzione i titoli di coda confermando una succube assuefuazione.

The Savages

Forte dei successi riscossi al Sundance "The savages" e’ stato scelto per inaugurare non solo il concorso ufficiale ma anche la vetrina del 25° Torino Film Festival (TFF). Una scelta su cui riflettere per cercare di capire quale sara’ la tendenza di questo edizione. L’opera in questione sembra riflettere il carattere del suo direttore, serio, professionale, che bada alla sostanza infischiandosene del chiacchericcio mediatico che lo circonda. Se poi ci si vuole inoltrare nello specifico bisogna aggiungere che il film riassume pregi e difetti del cinema Indi targato Redford: una sceneggiatura di ferro, attori che calzano a pennello con i personaggi interpretati (Linney e Hoffman nella stessa inquadratura valgono il biglietto), regia pragmatica ed al servizio dell’opera ma anche una certa ripetitivita’ dei temi, in questo caso le conseguenze di una educazione anaffettiva e violenta, e delle scelte stilistiche, improntate ad un minimalismo carveriano che alla lunga appare monocorde e poco vitale. Detto questo il film e’ all’altezza del compito perche’ riesce ad essere impegnato senza venir meno alle sue prerogative di intrattenimento cinefilo.

martedì, novembre 27, 2007

My Blueberry nights

E' evidente che la trasferta americana e' diventata nell'immaginario d'autore un momento imprescindibile della carriera cinematografica. Scoperta di un mondo altro ed affascinante e insieme verifica necessaria all'universalita' della propria visione, resta da verificare se tale spinta nasca da genuina ispirazione e dalla voglia di mettersi in discussione o rappresenti invece un palliativo per nascondere i segni di un disagio piu' profondo. In questo senso, My bluberry Nights, piu' che un invito al movimento rappresenta, con tutti i suoi limiti, l'occasione per riflettere sulla crisi di un regista solitamente a suo agio nella rappresentazione emozionale di mondi lontani (Happy together)e luoghi dell'anima ( In the Mood for love). Certo non si pretendeva l'afflato e la coerenza del modello Wendersiano, autore inarrivabile di un cinema che non puo' prescindere dal viaggio, mentale e geografico, e che da' il meglio di sé quando si confronta e si nutre dell'America come contenitore del nostro immaginario, ma perlomeno era necessario un cambiamento di prospettiva, una presa di coscienza del mutamento in atto. KAR WAI guarda senza vedere, affidando alle immagini il compito di costruire una storia che non c'e'. Descrivere l'amore e la sua mancanza, seguire il gioco degli amanti nel viaggio sublime e periglioso della vita, raccontare gli sguardi ed i silenzi di chi vive ogni gesto come fosse l'ultimo, necessita' di una struttura invisibile ma presente, capace di dare forma all'ineffabile e concretezza a cio' che e' impalpabile, liberando le parole dai limiti imposti dal linguaggio. Invece il regista rimane prigioniero di quello stile che gli ha dato la fama, costruendo immagini perfette ma vuote, riflesso di un mondo autoreferenziale e mortifero. La luce calda ed avvolgente dei neon eternamente accesi, la melodia jazz dell'attrice/cantante dal volto perennemente imbronciato non bastano a giustificare un'operazione di cui si fa fatica a trovare il senso e che per lunghi tratti appare come una gentile concessione di un genio alle prese con manie di onnipotenza.

Un'altra giovinezza

La volonta' di recuperare il tempo perduto, l'impossibilita' di coniugare sentimenti privati ed aspirazioni personali ma, soprattutto, l'ansia di assoluto che da sempre agita i sogni dell'uomo sono i temi del nuovo film di Francis Ford Coppola, giunto al termine di un'autosospensione autoriale prodotta da una voglia di fuga irrefrenabile e utopie rimaste tali (Megalopolis). Non smentendo la fama di grande visionario, il regista ci riprova con una storia che inizia come un episodio di x files, continua come una moderna lezione universitaria e finisce con l'ovvieta' di certo cinema televisivo. Come se non bastasse la rimpinza di tutto quanto e' stato gia' detto in termini di realta' parallele, teorie della reincarnazione e ricerca della pietra filosofale.
Insomma una vera e propria abbuffata cui si fa fatica a tener dietro, non solo per mancanza di istruzioni d'uso ma, soprattutto, per una costruzione lambiccata e pretenziosa che salta di palo in frasca, lasciando lo spettatore sbigottito di fronte a tanta confusione. In sede di presentazione Coppola non si e' scomposto di fronte alle perplessita' dei suoi interlocutori dichiarando che il film appartiene alla categoria dei tesori da riscoprire per la complessita' della posta in gioco. Senza nulla togliere al valore assoluto dell'artista, non si commette lesa maesta' affermando che, eccezion fatta per l'attrice romena, deliziosa quanto basta per farti dimenticare tutto il resto, l'ambizione coppoliana ha prodotto questa volta un'opera spuria, in cui semplicita' produttiva, voglia di rimettersi in gioco e sfida alle regole precostituite devono essere accostate al film nelle loro accezioni negative.

giovedì, novembre 15, 2007

Ai confini del paradiso

Ai confini del paradiso e' un film alla ricerca del tempo perduto nel tentativo di ricollocare l'uomo al centro dell'esistenza, spogliandolo di quel superfluo che gli impedisce di vivere pienamente la vita e permettendo l'espansione di quella dimensione interiore necessaria ad assaporarne il piacere. Il fatto poi che lo slancio dei protagonisti non sia ricompensato dal frutto agognato, che il paradiso del titolo sia vissuto per brevi momenti e che la fine del sogno avvenga anche in maniera drammatica, getta comunque un raggio di speranza nel
cammino di liberta' da loro intrapreso.
Akin dimostra che la Sposa Turca non era un episodio occasionale, grazie ad un linguaggio cinematografico che e' secondo solo al vitalismo ed alla passione che trasuda nell'opera e che qui viene tenuta a bada da una tecnica che riesce a diventare sangue e corpo della storia. Di fronte ai sentimenti di gioia e di dolore la telecamera sembra quasi fare un passo indietro, condividendo gli stati d'animo senza far l ricorso al voyeurismo imperante. Ne consegue un pudore che non cancella la capacita' di raccontare la vita fino al termine della notte ma restituisce dignita' ad una condizione continuamente offesa dall'invadenza Orwelliana. La scelta degli attori, bravi e sconosciuti, la fotografia che diventa il barometro della situazione, la capacita' di restituire un momento storico senza intaccare la fluidita' della narrazione sono la conferma definitiva di una maturita' precocemente raggiunta.

lunedì, novembre 12, 2007

La giusta distanza

Tralasciando il significato del titolo, ormai noto a tutto il popolo cinefilo per lo spot ossessivo con cui ci hanno bombardato prima e durante l'uscita del film, dobbiamo dire con tutta onesta' che il film del regista veneto non si sottrae ai difetti del cinema italiano, per quella sua voglia di piacere a tutti costi, per il suo essere fino in fondo un film politicamente corretto, per l'incapacita' di rinunciare ad un buonismo che livella qualsiasi diversita' artistica. Certo nel film ci scappa il morto, e che morto, un pezzo da novanta, di quelli che possono segnare in maniera negativa le fortune commerciali di un film, ma d'altro canto che dire dell'attitudine gorettiana della protagonista, una ragazza (Valentina Lodovini) bella come il sole e buona come la fatina di Pinocchio, sempre disposta a perdonare e qualche volta anche ad andare oltre lo sperato? E come giustificare un paesino di figurine come quello qui descritto, con una serie di tipi che in fondo non fanno male a nessuno ed in certe zone risulterebbero pure simpatici (Battiston), perchè si son fatti da soli alla faccia della pigrizia meridionale? E poi scusate ma la provincia italiana è ormai un escamotage usato per dare una sensazione di inedito, di poco visto, a concetti ed idee ormai spompate. Per cui, quando alla fine dei giochi ti ritrovi anche con un indagine poliziesca che sta al film come i cavoli a merenda, inizi a pensare che per il cinema italiano e' veramente dura risollevarsi. Ci manca solo che la fotografia sia di Bigazzi e veramente l'omolagazione ha passato ogni limite.... Pssst! Hey scusa, ma la fotografia e' di Bigazzi?

domenica, novembre 11, 2007

Giorni e nuvole

Pure tu Silvio, tu no ti prego, c'eri rimasto solo tu a salvare il cinema italiano, il tuo Agata e la tempesta era stato un gioiello sottovalutato, un film che reinventava un genere, per quel suo mix di realismo magico e follia almodovariana. Sottovalutato e quindi poco remunerativo al botteghino tanto da indurti a questa minestra riscaldata? E poi che fine ha fatto la tua musa... lei era veramente la tua carta segreta, il tuo asso nella macchina, il suo vitalismo e la sua sensualità fuori dagli schemi non ti possono aver stancato... o si'? Dimmi, Silvio, che fine ha fatto Licia Maglietta, questo lo voglio sapere! Se me lo dici vado persino a rivedere Giorni e nuvole. Mica la vorrai paragonare alla pur brava Margherita Buy? No assolutamente no, troppo perfettina e mai capace di sorprenderti,anche se questa volta, in quell'ufficio con il suo datore di lavoro, hey Silvio, non e' che ti sei innamorato di Margherita?.... no perche' se e' cosi' ti giustifico, davanti a Derica non si puo'. Ah, mi ero dimenticato di Albanese, pero' di lui non so proprio cosa chiederti, non mi e' rimasto in mente proprio niente. Certo, l'aria afflitta ce l'aveva, pero' mi sembrava troppo dentro il personaggio, Albanese, per essere credibile, forse mi sbaglio ma penso che per adesso dovrebbe insistere sul Cettola televisivo che gli viene meglio e lasciare perdere con il cinema. E pure tu Silvio, ma perche' anche tu vuoi metterti a fare l'autore serio, quello impegnanto politicamente, ma non ti rendi conto che per queste cose c'e' gia Ballaro'? Certo cosi' facendo Veltroni ti invita alla sua Festa, tu ci fai un figurone, red carpet, flash, fotografi ed interviste, ed il tuo film... Boom! si conquista il popolo di sinistra e l'incasso al botteghino. Che peccato, Silvio, lo dico soprattutto per te: avevi trovato la tua strada, avevi quasi inventato un genere, stavi bene, eri felice con la tua Licia, al riparo dal qualunquismo, dall'omologazione dilagante di tanti tuoi colleghi ed invece eccoti qua, anche tu come tutti gli altri, non ti si riconosce neanche più.. uno nessuno centomila.. ma dimmi una cosa, chi era il direttore della fotografia?.. aspetta che indovino.. sara' mica Bigazzi?

giovedì, novembre 08, 2007

The Bourne Ultimatum

Action Painting su celluloide con il personaggio e la sua storia risucchiati in un vortice supersonico di rumori, esplosioni e trovate pirotecniche.
La telecamera è un’erinni che si muove nella dimensione spazio-tempo banalizzando le logiche del genere e sacrificando la dimensione drammaturgica al sabba delle immagini. Il tentativo di risollevare le sorti di un genere asfittico e senza idee passa attraverso la sua destrutturazione, tanto necessaria quanto penalizzante sul piano dell'immaginario collettivo e della consistenza filmica: così Bourne/Webb, creato dal sistema come alternativa al modello bondiano, dimentica le sue origini, si libera dalla dimensione cinematografica per diventare il Logo imprescindibile di una saga che vive della sua luce riflessa e si reinventa copiando se stessa.
Se in Miami Vice, Michael Mann, facendo proprio il concetto di storia come flusso di coscienza ed elevando il tempo a protagonista assoluto, strumento ordinatore di una realtà comunque estranea ed indefinibile, aveva liberato la detective story dai limiti di un genere incapace di dominare la complessità dei fattori in gioco e la moltitudine di varianti connesse con il processo di decifrazione e conoscenza del dato, qualsiasi esso sia, Paul Greengrass opera uno scarto successivo stordendo lo spettatore con un ritmo compulsivo e sincopato che scarnifica il contenuto ed enfatizza la ripetitività del gesto e dell'azione. Bourne è il supremo ologramma di un mondo-immagine dove ogni elemento sembra il riflesso di qualcosa destinato a rimanere sconosciuto e incomprensibile. Banalità assoluta o alba di una nuova epifania? Ai posteri l'ardua sentenza.

venerdì, ottobre 19, 2007

Popcorn

curiosita' dal mondo del cinema

martedì, settembre 25, 2007

L'ora di punta

Parlare male di questo film e' come sparare sulla croce rossa ciononostante quest'esercizio puo risultare utile per fare il punto di situazione sul cinema italiano che mai come quest'anno apre la stagione con esisti cosi' poco incoraggianti. Quello che stupisce e' che anche registi navigati e capaci inciampino sulle forche caudine del conformismo cinematografico quando invece ci si aspetterebbe la definitiva consacrazione. Purtroppo e' quello che succede a Marra dopo le belle prove di "Tornando a casa" e "Vento di Terra" quando si lascia tentare dalle sirene della grande produzione e probabilmente da una voglia di visibilita'che finisce per spuntare le sue doti migliori. Cosi' il rigore della scrittura e la forza delle idee si trasformano in un riassunto piatto e senza vita di un Bel ami come ce ne sono tanti la cui ricerca del piacere finisce per influenzare la materia del racconto, che diventa simile ad uno slogan qualunquista senza forza ne' coragggio. I mali della societa' vengono bignamizzati in un contenuto che usa il linguaggio cinematografico dei Grandi senza sfruttarne le potenzialita': i lunghi silenzi e gli sguardi senza fine, i tormenti dell'anima e le repentine decisioni vengono serviti con ellissi e panoramiche che sembrano un modo elegante per sfuggire ad un approfondimento doveroso e necessario. Il salvatore della patria si rivela scaltro ed opportunista nell'approfittare del degrado generale ma il film non ne spiega le ragioni del successo e da' per scontato quei presupposti psicologici che servirebbero a convincerci sulla forza seduttiva di Michele Lastella la cui presenza scenica e' mortificata da un espressivita' del tutto inesistente. La voglia di prima pagina e' confermata dall'inutile presenza di Fanny Ardant in un ruolo pierrottesco che non rende onore alla sua vitalita' e si spiega solamente alla luce di un appeal mediatico che in italia appare indebolito da scelte artistiche a dir poco discutibili.

Premonition

Alla ricerca di ruoli che le consentano di mantenere viva l'attenzione del pubblico dopo vari tentativi nel cinema piu impegnato Sandra Bullock si ritaglia un ruolo del tipo "one woman show" impersonando la storia di un travaglio prima fisico e poi spirituale con la solita professionalita' ma anche con una partecipazione che va oltre gli standard del film di produzione. Peccato per lei che il film non la segua con la stessa decisione rimanendo indeciso tra il thriller metafisico ed il dramma a forti tinte scontentando soprattutto quelli che si aspettavano una riproposizione in chiave adulta e femminile del "sesto senso". Ed invece con un procedimento di ricostruzione a ritroso che ricorda solamente nel meccanismo l'inarrivabile "Memento" il film scorre via con facilita' e sufficiente tensione ma consuma con il passare dei minuti il suo bonus adrenalinico e soprattutto la capacita' di tenerti incollato alla poltrona. I tentativi della donna di sfuggire al destino gia' segnato assumono rilevanza solamente alla luce di una sofferenza che rimane confinata in quadro di assoluto pragmatismo e non riesce neanche per un momento ad assurgere al trascendente. Grazie ad una regia convenzionale ma di indubbio mestiere ed al cast calibrato al millimetro Premonition riesce a reggere il contraccolpo per l'occasione mancata e le aspettative deluse.

domenica, settembre 23, 2007

Il dolce e l'amaro

A differenza dei colleghi veneziani affetti da un overdose autoriale ed artefici per contro di opere che non ripagano la fiducia e soprattutto le spese del pubblico pagante Porporati vola basso e si ripropone dopo lunga pausa con una storia di formazione mafiosa che si aggiunge a quel corpus filmico che in Italia e' diventato genere cinematografico che difficilmente tradisce le aspettative. Il controaltare a queste sicurezze e' rappresentato da una certa scontatezza nella ripetizione di una sociologia che non ha piu' nulla da svelare ed uno stile recitativo mai lontano dai soliti stilemi; eppure Porporati pur non dicendo nulla di nuovo riesce a riscaldare la minestra lavorando sulle atmosfere del racconto che modella con uno stile fluido ed al tempo stesso meditativo in cui la rappresentazione della violenza e' la logica conseguenza di un percorso psicologico che non perde mai le fila del discorso e si sposa alla perfezione con le cadenze degli eventi. Un meccanismo ad orologeria infiammato dalla presenza di Luigi lo Cascio attore imprescindibile che attraversa il film senza un momento di pausa e si impone con una recitazione nervosamente ferina e con un protagonismo che rimane sempre la servizio dell'opera. Ed in un prodotto in cui non fa difetto la qualita' della confezione merita una nota di merito la fotografia espressionista di Alessandro Pesci che nella contrapposizione tra i colori accesi del paesaggio e le atmosfere notturne degli interni ripropone sul piano formale il dualismo del titolo e fornisce il paradigma emotivo in cui si muovono i personaggi della storia.

La ragazza del lago

Costruito su un impianto di genere che affonda le sue radici nella tradizione del noir europeo con venature esistenziali La ragazza del lago e' il film delle promesse mancate per la sua incapacita' di realizzare le nobili premesse. Le colpe di questo fallimento, l' ennesimo di una cinematografia senza memoria e fortemente condizionata da un apparato distributivo e mediatico che spinge verso il basso, non riguardano solo lo stile improntato a modelli televisivi e percio' a disagio con i toni chiaro scuri e le mezze verita' che caratterizzano l'apparente normalita' della comunita' sconvolta dall'orribile delitto, ma sono da individuare nella ricerca di un autorialita'a tutti i costi che vampirizza il film con una filosofia dell'ovvio ed una serie di nulla di fatto che dilatano all'infinito i tempi del racconto. Il film si appiattisce sulla figura del commissario con il cervello fino e l'animo travagliato che trasforma l'indagine in una terapia di gruppo che vorrebbe avere le atmosfere di certo cinema bergmaniano ed invece rimane schiacciata da un determinismo forzato e senza logica soprattutto nell'epilogo finale in cui tutto si risolve in maniera semplicista e fasulla. Nella parte del protagonista fa cilecca Servillo che ripropone stancamente e con una recitazione al limite del manierismo laconicita' e cadenze di quel Titta di Girolamo che lo aveva consacrato. Il resto del cast lo segue a ruota con una serie di interpretazioni senza sostanza che nulla aggiungono ad un opera che vive sull'anonimato di una regia inesistente.

I'm not There

Premiato ex equo con il premio speciale della giuria all'ultimo festival di Venezia I'm not there e' il tipico prodotto destinato a compiacere gli addetti ai lavori per quelle caratteristiche di incomprensibilita' ed arroganza che fanno tendenza negli ambienti dove la cultura e' diventata strumento di potere. Solo cosi' si possono spiegare le lodi sperticate nei confronti di un film che fa del titolo una dichiarazione di intenti e non riesce neanche per un momento ad andare oltre il mito e parlarci dell'uomo che si cela dietro la leggenda di Bob Dylan. Il paradosso diventa' piu evidente quando nel tentativo di circoscrivere l'argomento il regista con uno stile involuto e criptico imbratta la tela alternando frammenti di vita reale con personaggi e suggestioni ispirate dall'opera omnia del musicista il cui unico risultato e' quello di allontanare e confondere quelle risposte che invece dovrebbero essere i tema centrale dell'indagine . Il tentativo di sfuggire a facili categorizzazioni e l'ossessione dellìartista di preservare la propria utopia dalla normalizzazione operata dal sistema da una vita ad una serie di sentenze che suonano come una campana a morto per l'intelligenza dello spettatore e specialmente nella caratterizzazione irrisolta e neutra di Cate Blanchett risultano noiosamente ripetitive ed al limite della sopportazione fisica. Il camaleontismo psicologico del protagonista rappresentato dallo stuolo di star pronte a sacrificare il portafoglio ma non la vanita' soddisfa le esigenze del cartellone ma lascia l'impressione di una celebrazione alla carriera piuttosto che la ricostruzione di una personalita' spigolosa e sfuggente. E di fronte ad un simile resoconto alla fine e' lecito chiedersi se fu vera gloria od invece ci troviamo di fronte ad uno delle piu grandi mistificazioni della recente storia musicale: a giudicare dal film ogni dubbio e' lecito.

mercoledì, settembre 12, 2007

Reign Over Me

Se ce ne fosse ancora bisogno Reign over me conferma come i fatti dell'11 settembre siano ancora una ferita aperta non solo per il pubblico americano ma in generale per l'intero emisfero cinematografico. Solo cosi' si puo spiegare la scarsa considerazione nei confronti di un film che ha le qualita' estetiche e morali per affiancare e talvolta superare illustri predecessori. Sarebbe pero' riduttivo relegare l'opera nell'angusto recinto dei film a tema, frutto di una ecessita' contingente e modaiola. Qui la tragedia assume un respiro piu' ampio, diventando quasi laterale alla struttura del racconto che costruisce le atmosfere attraverso un sottile equilibrio di parole e silenzi ed affonda le sue radici in un esistenzialismo laico e vitale che ai voli pindalici preferisce una fenomenologia dell'anima capace di accostarsi al dolore senza cadere in ammiccamenti voyeristici o nelle soluzioni ad effetto. Diretto con mano sicura da Mike Binder (The upside unger) che firma anche la sceneggiatura e si ritaglia un piccolo ruolo (e' l'avvocato occhialuto e pragmatico che amministra le ricchezze del protagonista), corredato da una fotografia (Russ Alsobrook) crepuscolare ma calda, capace di regalarci una New York inedita e altrettanto affascinante, il film si avvale di un cast superbo su cui spiccano un attore di classe come Don Cheadle e soprattutto un Adam Sandler in versione Bob Dylan capace di valorizzare il suo ruolo con efficace sobrieta. Quando poi un film si puo permettere un cameo come quello di Donald Sutherland, giudice risoluto e vagamente luciferino non ci sono piu dubbi sul valore assoluto della visione

giovedì, settembre 06, 2007

Sicko

Il simpatico ciccione sembra aver perso la sua proverbiale irriverenza ed anche quello spirito di anarchia che aveva caratterizzato i precedenti lavori. Sara'per le accuse che gli sono piovute all'indomani della sconfitta elettorale alle ultime elezioni quando il suo stile arrembante fu giudicato controproducente alla causa liberal oppure la difficolta'a rinnovare un modello ormai usurato sta di fatto che Sicko appare come frenato nella sua azione disvelatrice rimanendo sulla superficie dei fatti e ribadendo all'infinito l'assunto inziale (esemplare la conclusione senza spiegazioni della vicenda Hilary Clinton) mentre sul lato squisitamente filmico la narrazzione appare depauperata di quei gioielli del buon umore che ti facevano comunque ricordare di essere al cinema ed insieme aiutavano a riflettere mantenendo desta l'attenzione. Tutto appare intercambiabile in una struttura che ha perso la propria identita' e potrebbe essere utilizzata per parlare indistintamente della fame del mondo o dell'ultimo disco di Eros Ramazzotti. E persino certi paradossi come il fatto che il sistema sanitario italiano non sia cosi male o che gli eroi dell'11 settembre vengano curati dall'acerrimo nemico sono serviti con le polveri da sparo ormai bagnate ed al massimo vanno bene per una discussione al Bar dello sport.

Licenza di matrimonio

La faccia di Robin Williams peraltro priva della solita espressivita' non basta ad assicurare il successo del prodotto. Questa e' la prima considerazione che emerge al termine della proiezione quando in uno sforzo gia annichilito dall'infausto evento si tenta di dare un volto agli altri protagonisti finiti nel dimenticatoio con insospettabile celerita'. E cercando di attribuirte le colpe del misfatto ci si accorge per esclusione che non c'e' nulla da salvare a cominciare dagli attori che certo sono limitati da un copione scontato e dimentico dei meccanismi del genere ma non ci mettono un briciolo di voglia e con loro l'inesistente regista forse distratto dalle pudiche grazie della cantante attrice. Una volta si diceva che il cinema americano era insuperabile nella produzione di medio livello ma dopo aver visto "Licenza di matrimonio" e' impossibile non pensare il contrario.

Il bacio che aspettavo

Convinto che il mondo non possa fare a meno di lui e consapevole di non avere piu le forze e soprattutto l'ispirazione per esercitare la professione Lawrence Kasdan ha deciso di continuare ad esserci per interposta persona imponendo ai frequentatori della settima arte l'intera progenie senza preoccuparsi di supportare il progetto con un impalcatura capace di sostenere i passi ancora incerti dei giovani apprendisti. L'agognata raccomandazione si trasforma allora in una trappola per topi in cui il giovane regista rimane incastrato e con lui l'attore bamboccio di belle speranze e la diva sfiorita intenta a risalire la china. Il distributore italiano che ha mangiato la foglia tenta di rimediare facendo leva sulle nostalgie mucciniane ma il titolo nostrano enfatizza le lacune di un film senza identita'e soffocato da una serie di personaggi che sembrano capitati per caso all'interno della storia. La ricognizione del mondo femminile rimane fortemente condizionata da una visione unilaterale e priva dell'ironia necessaria per stemperare l'atmosfera tristemente monocorde che pervade l'intera operazione.

mercoledì, settembre 05, 2007

Marie Antoinette

Sofia Coppola sembra destinata a condividere il destino di tanti figli d’arte chiamati a confermare ogni volta la propria credibilità artistica. Così dopo tanti consensi di nuovo le forche caudine del Festival di Cannes, dove la poveretta, si fa per dire, viene subissata di critiche per lesa maestà nei confronti della gloria nazionale; presuntuosa e sovrastimata sono gli aggettivi che la Croisette le regala tra la distante quanto sardonica indifferenza della giovane vittima. Finalmente sugli schermi anche noi siamo chiamati ad esprimere il giudizio su Marie Antoinette, film storico sui generis che rievoca un passaggio fondamentale della storia moderna con la sensibilità dei nostri tempi. I giorni e le ore sono scandite da una compilation musicale che spazia tra il punk e la new wave ed i protagonisti sono figli della tribù globale piuttosto che dell’antico regime. Bizzarria di un artista Newyorkese, impegnata a confermare la sua appartenenza ad un entourage artistico sempre in anticipo sui tempi o affermazione di un universo personale svincolato da regole e clichè ?. E’ probabile che entrambe le componenti abbiano stimolato la vena creativa della regista: quando prevale la matrice culturale, il film sembra guardarsi allo specchio in un estasi di compiaciuta autostima, mentre colpisce nel segno quando lascia il campo ad uno sguardo delicato ed insieme capace di evocare dall’interno la complessità di un mondo femminile in continua trasformazione, tra solarità adolescenziali ed improvvise zone d’ombra. La fotografia di Lance Acord( Adaptation,The Dangerous Live of the Altar Boys, Lost in translation) riesce a far percepire lo scorrere del tempo in un mondo altrimenti immobile e contribuisce a destabilizzare la classicità della ricostruzione storica. Marie Antoinette nonostante qualche passo a vuoto porta a casa il risultato, confermando le qualità di un talento capace di camminare sulle proprie e sufficientemente presuntuoso per continuare a perseguire un percorso artistico tanto periglioso quanto originale. PS Perchè Kirsten Durst nei film della Coppola perde quell’aria insulsa ed ordinaria, trasformandosi in una sirena voluttuosa ed irraggiungibile?

martedì, settembre 04, 2007

Paradiso + Inferno

A partire dai 70, le tematiche legate alla tossicodipendenza hanno offerto al cinema nuove possibilità di interpretazione del reale. La sistematicità della loro riproposizione hanno creato un genere cinematografico molto amato dagli addetti ai lavori che in esso hanno trovato la possibilità di esprimere l’intera gamma creativa e di esorcizzare i propri fantasmi personali. Su questa scia si inserisce il lavoro del regista australiano Neil Armfield che al suo esordio sfoggia tutti i clichè del genere, adattando per lo schermo il best-seller (nel suo paese) “Candy” dal nome della giovane protagonista qui replicato dall’insulso binomio “Paradiso + Inferno”. Segnati da un esperienza famigliare che è alla base della loro inadeguatezza, i due protagonisti trovano nella tossicodipendenza il collante della loro relazione.; il film li presenta come angeli caduti intenti a confermare la propria condizione in squallide stanze di periferia e nei santuari del senso a pagamento, alimentando un ghetto esistenziale che assomiglia ad un tunnel senza uscita. Nostalgie da paradiso perduto lasciano il posto a tormenti senza estasi tra crisi di astinenza ed i letti sfatti dagli afflati amorosi. Il regista mette a frutto i trascorsi teatrali, puntando tutto sulla presenza degli attori, vero punto di forza dell’intera operazione. Perfettamente calati nel ruolo, riescono a far vivere sullo schermo l’intimità del loro sentimento e l’incapacità di dare una svolta alla loro vita.; e se Heath Ledger continua un percorso attoriale coerente e mai scontato, Abbie Cornish si impone con una recitazione insieme fisica ed emotiva, per un personaggio che lotta con tutte le sue forze per tenere in vita il suo sogno d’amore. Rivolto al pubblico dei più giovani, il regista evita di soffermarsi sugli aspetti più crudi della vicenda, preferendo un taglio poetico che fa assomigliare il film ad una versione acida di Romeo e Giulietta, ma allo stesso tempo, quasi avesse paura di seguire il suo scopo fino in fondo, ne appesantisce la visione con una fenomenologia della dipendenza che anestetizza l’impatto emotivo della storia. La confezione non riesce da sola a riscattare un insipienza di fondo che relega il film ad un giusto anonimato.

martedì, agosto 28, 2007

Disturbia


La scelta di riproporre il modello hitckochiano aggiornandolo ai gusti del pubblico che affolla le sale cinematografiche appare a conti fatti l'ennesimo escamotage di un industria che rincorrendo a tutti i costi le mode del momento non riesce piu' ad incidere all'interno del suo prodotto, generando scatole vuote giustificate solamente dall'eventuale risultato al botteghino; cosi' Disturbia aggiorna solamente in superficie l'abusata fonte riducendo il vojerismo a semmplice spot pubblicitario ed i canoni del genere a meccanismi ripetitivi e completamente depauperati della componente catartica. 

Interamente sulle spalle dell'attore del momento che riproduce in maniera convenzionale l'adolescente precocemente bruciato dalla vita, il film non ci fa mancare inquadrature ad effetto e colpi di scena a gogo ma lo fa con un cinismo che finisce per raggelare qualsiasi spinta emotiva e contraddicendo le premesse del titolo produce effetti a dir poco rilassanti. Quando poi per suscitare i fantasmi di una sessualita' repressa viene usato un clone di Paris hilton il piu e' fatto con buona pace si fa per dire...del malcapitato spettatore.

venerdì, agosto 24, 2007

Hotel cinque stelle

Hotel cinque stelle il nuovo film di Christian Vincent passato come una meteora nell'estate cinematografica italiana sembra fatto apposta per confermare le ragioni di chi pensa che il cinema francese non abbia le qualità per fare breccia nel cuore dello spettatore. Questo in particolare appartiene al filone meno impegnato della cinematografia transalpina che invero ha dato vita a piccoli gioielli del buon umore(vedi gli ultimi film di Weber) ma anche a prodotti dignitosamente divertenti. Qui invece il risultato è completamente inconsistente non tanto per i due protagonisti navigati quanto basta per rendere credibile il motto amoroso "chi disprezza compra"e la cui alchimia è sufficientemente sostenuta da una verve recitativa che non scade mai nella macchietta ma perchè il meccanismo della guerra dei sessi e le conseguenti schermaglie non sono sostenute da una sceneggiatura che dovrebbe essere di ferro ed invece si limita alla solita paginetta che lascia indifferente il cuore e con il passare del tempo anche la mente. Mentre tutto si sussegue senza una vera ragione ci si domanda cosa sia successo all'autore de "La dicrete" la cui direzione anonima e convenzionale fa pensare ad un precoce quanto inaspettato canto del cigno.

domenica, agosto 19, 2007

Transformers

Giocattolo per ragazzi che forse piacerà anche al pubblico di mezza età trasformer è il tipico prodotto di franchise costruito per sbancare i botteghini e per questo infarcito da una serie di scene il cui unico scopo è la riconoscibilità, ottenuta attraverso immagini e situazioni che pescano a piene mani dalla cultura popolare cinematografica e non, che a partire dagli anni 80 ha ridisegnato, attraverso scenari apocalittici e minacce intergalattiche, il mito dell’eroe senza macchia e senza paura e rinforzato la tradizione patriottica di un paese all’eterna ricerca di un nemico da combattere. In questo caso in mancanza dei soliti mussulmani o del pazzo fuori di testa si fa rincorso niente meno che ai famosi robot venuti da un altro pianeta e capaci di dare vita a metamorfosi e contorsionismi che farebbero impallidire il tetsuo giapponese, Con i metallici protagonisti a tratti anche piu espressivi degli attori in carne ed ossa e le cui facce sono destinate a perdersi nella baraonda generale, la fanno da padrone gli effetti speciali che in questo caso si rivelano all’altezza della situazione riuscendo a confondersi con il reale ed a rispettare l’intelligenza dello spettatore.

Jimmy Hollywood

Ma come si fa a non volere bene a quella faccia da schiaffi di jimmy holliwood che prigioniero di un idea di successo riservato a pochi si inventa una smargiassata che se non fosse finzione diventerebbe tragedia ed invece nel sorprendente film di levinson regista di sostanza ma non privo di slanci si trasforma in intelligente escamotage per mettere alla berlina la vacuita di un mondo che fa fatica a reinventare se stesso e preferisce surrogati di realtà sempre piu simili ai freaks di certo cinema di genere. E come si fa ad ignorare un attore come Joe Pesci che se non fosse per una fisicità fuori dagli schemi lo troveresti appeso nelle stanze dei provinanti a mo di santo ispiratore o nelle pagine dei giornali radical chic ad intrigare le working women di tutto il mondo ed invece è praticamente scomparso da qualsiasi tipo di produzione cinematografica. Insieme a lui due compagni di ventura come Cristian Slater piu che mai stranulato e quindi perfetto nel ruolo di novello Sancio Pancia e Victoria April dimentica dei trascorsi almodovariani e qui in un interpretazione che rappresenta il contraltare ai voli picareschi dello sgangherato duo. Per chi avesse nostalgia di un cinema dove recitare conta ancora qualcosa o sentisse il bisogno di rimediare ad una svista colossale su un film che ha il pathos della vita vissuta dalla parte dei perdenti, Jimmy Holliwood si offre come cibo prelibato che non ha bisogno di palati fini per essere apprezzato ma di un cuore che abbia ancora voglia di emozionarsi.

Perche' te lo dice mamma

Il tentativo di riportare in vita la commedia americana nella sua forma piu classica fa segnare un altro colpo a vuoto con questo film il cui titolo da solo ne riassume il difetto principale ovvero quello di far ruotare l'intera storia attorno al personaggio della Keaton diventata oramai nume tutelare del genere e pronta a timbrare il cartellino con un altro ruolo da indomita bisbetica alle prese con problemisentimentali suoi ed altrui il cui livello di introspezione fa sembrare le affermazioni della De Filippi trattati di psicologia freudiana. Certo la seneggiatura è banale nel creare le premesse per il solito lieto fine ed anche le interpretazioni di contorno che di questi prodotti rappresentano la spina dorsale sono qui al minimo sindacale con uno stuolo di attori resuscitati dalla morte catodica e completamente privi di quella personalità che invece dovrebbe caratterizzarli ma la cosa piu disturbante è la costante presenza della stagonata attrice americana che non solo gigioneggia peggio di Al Pacino ma da vita ad una serie di gag che irritano per stucchevolezza e prevedibilità facendo infrangere i sogni di gloria di Mandy Moore sempre alle prese con il tentativo di aggiudicarsi il premio di fidanzatina americana. La presenza di una canzone che è stato il tormentone pubblicitario del cinepanettone vanziniano è il segnale della resa incondizionata del film e soprattutto dello spettatore.

Fast Food Nation

Fast Food Nation è il ritratodi una civiltà che ha già giocato la sua partita ed ha perso. La sconfitta non deriva dal successo di un sistema che macina con un meccanismo diabolico gli scampoli di umanità che ne intralciano il funzionamento, ma piuttosto dallo spirito di inesorabilità e rassegnata accettazione che pervade il film e soprattutto il potenziale fruitore le cui dinamiche sono cosi dipendenti dal proprio carnefice da essere anestetizzato a qualsiasi grido id allarme.
E al di la della nobile tematica e di qualche scena che non lascia indifferenti (quella finale sembra uscita dal pasto nudo burroghsiano)il film rimane impastato nel suo intento pamplhettistico non riuscendo mai a trasformarsi in opera cinematografica compiuta, lasciando ibrido il processo di trasposizione dalla pagina scritta alle immagini in movimento. Gli interventi delle star di turno (Willis, Hawke) appaiono piu che altro un sostegno all'operazione e mai si amalgano con una storia che non riesce mai ad appassionare.

Le seduttrici

Un film come uno sceneggiato televisivo, in un continuo gioco di rimandi ad un età dell'oro che attraverso capolavori manieristici come Camera con vista,Casa Howard e Maurice aveva rilanciato un certo tipo di colonialismo culturale ed un esotismo romantico che ormai non ha piu ragione di essere.
Qui al ritardo estetico si somma anche quello industriale nel tentativo di sfruttare la popolarità della diva di turno qui nei panni della giovane preda alle prese con la maliarda ma al quanto sciupata Helen Hunt a cui non manca la classe per dare succoad un ruolo altrimenti insipido. Supportato da uno stuolo di caratteristi da leccarsi i baffi (tra questi la brava milena Vukotic) e sullo sfondo del solito acquarello italico il film ha almeno il pregio di non prendersi sul serio puntellando quà e là le singole scene con un divertito e riuscito anglossassone. La Johansson per inciso non incide e questo film conferma il trend negativo che ne accompagna la scelta dei copioni.

Incontri d'amore

La danza delle ore accompagna gli incontri amorosi dei protagonisti in uno splendido scenario transalpino contribuendo a quella leggerezza dell'animo quand'anche della forma che sempre accompagna le cose migliori della produzione francese piu recente. Il valzer delle coppie orchestrato da due cavalli di razza come Auteil ed Azema e reso felice dalla capacità di dare vita ad un atmosfera crepuscolare che fa prevalere il dolce sull'amaro a conferma che il tabu su certi temi (in questo caso lo scambo di coppia)esiste piu nelle nostre menti che nella realtà.

martedì, maggio 29, 2007

martedì, marzo 20, 2007

In memoria di me

il titolo del film lasciava sperare qualcosa di diverso:la bellezza delle parole, sintesi perfetta della sospensione che attraversa il cammino verso Dio di un giovane seminarista viene se non cancellata in qualche modo ridotta da una sceneggiatura che sacrifica al rigore della messinscena il tema centrale del film, ovvero la possibilità di ricercare il sacro attraverso un approccio laico e mondano della fede. La presa di coscienza del paradiso terrestre viene descritto con una ricerca stilistica che ricorda Bellocchio solamente nella forma, per la capacità di descrivere attraverso una messinscena essenziale ed una scrittura ridotta all'osso gli stati d'animo dei personaggi senza averne però la necessaria potenza evocativa.Detto questo non vanno trascurati i meriti di un regista che alla sua seconda opera continua a sfidare regole di mercato e mode pseudo intellettuali prendendo di petto la realtà con una grammatica cinematografica che non ha paura di proporsi in tutte le sue asperità e che riesce a far parlare i suoi attori peraltro bravissimi con la forza di un espressività sofferta e feroce che ricorda i volti Pasoliniani.In memoria di me resta seppur nella sua imperfezione un passaggio necessario per la crescita di un autore che alla pari di Sorrentino fa ben sperare per le future sorti del cinema nazionale.

lunedì, marzo 19, 2007

Diario di uno scandalo

Il cinema inglese ha da tempo deciso di abdicare all'impegno che ha sempre fatto parte del suo dna per sposare un cinema di maniera, capace di rastrellare premi e consensi per le performance delle sue interpreti ma senza il mordente e la rabbia che aveva incendiato la società inglese e con lei gli spettatori di tutto il mondo.
La storia si ripete con diario di uno scandalo,ispirato ad una vicenda realmente accaduta e qui interpretato da due attrici brave ma a rischio di maniera per una recitazione con il pilota automatico, che procede senza sorprese verso una fine inevitabile quanto scontata. Ma il vero punto debole è costituito da una regia decorativa che cede il passo alle due regine senza preoccuparsi di organizzare un atmosfera che faccia sentire oltrè che vedere i dolori delle due donne. Ma il paradosso maggiore è quello di trattare una storia "diversa" in maniera assolutamente normale,con uno stile che guarda alla televisione più che allo schermo di una sala cinematografica.

martedì, febbraio 13, 2007

Blood Diamond - Diamanti di sangue

I film di Edward Zwick hanno l’imprevedibilità e lo spessore psicologico paragonabile ad un album di figurine: come definire altrimenti la caratterizzazione stereotipata e bidimensionale del personaggio principale ed i prevedibili quanto poco interessanti sviluppi di un film che avrebbe bisogno di ben altro manico per dare voce alle sanguinose vicende ed ai compromessi politici collegati al traffico illegale di diamanti. Dell’assunto di partenza resta ben poco, mentre rimane per la gioia dei critici mai così adoranti nei confronti del divo, la faccia di gomma e la presenza onniscente di Leonardo Di Caprio alle prese con un personaggio sulla carta complesso e interessante per la gamma emotiva messa in gioco e le implicazioni politiche e sociali delle sue scelte. E’ quindi un peccato che l’interpretazione risulti improbabile e poco efficace, tutta concentrata ad enfatizzare una virilità ed un sostrato psicologico che non appartengono al repertorio dell’attore Hollywoodiano; calato in una realtà da ultimo minuto e messo a nudo da una serie di circostanze che lo portano a dubitare sulle scelte di una vita, il protagonista non riesce neanche per un attimo a diventare vero, a creare la magia dell’immedesimazione che fa dimenticare la dimensione filmica. I pugni sbattuti sul bancone del bar e gli improvvisi cambi di umore , gli sguardi modello Casablanca e certe accelerazioni sul piano del ritmo narrativo appaiono programmati ad arte da un copione che pensa più alla ricerca del consenso che all’approfondimento delle ragioni che motivano il film. Che Zwick non fosse un regista capace di chissà quale arte era una cosa risaputa ma qui , tenuto anche conto della complessità del tema riesce ad andare sottomedia facendo sembrare le sue precedenti opere dei quasi capolavori.

Vero come la finzione

La dimensione spazio temporale è un ostacolo nella comprensione del fine ultimo delle cose: questo concetto, quasi una religione nei 70 con le esperienze extrasensoriali di artisti ed intellettuali di varia estrazione sembra tornato in voga anche nel cinema con l’opera di registi come Jonze Gondry ed appunto Forster che attraverso un cinema stravagante e fuori dai canoni si immergono nelle nevrosi dell’uomo moderno alla ricerca di risposte che diano un senso ad un esistenza altrimenti fredda e disumana. Pur con le proprie peculiarità i nostri sono convinti che per rompere queste barriere e provare a capirci qualcosa sia necessario mischiare le carte e quindi non distinguere più tra sogno e realtà, arte e vita, riso e pianto; la vita ridotta a materia grezza diventa strumento vivo nelle mani del regista demiurgo che non senza dolore smaschera gli inganni, evidenzia le contraddizioni, oggettivizza i comportamenti, trova, forse, le soluzioni. Così succede anche in “Vero come la finzione”dove il percorso di oggettivazione si avvale dell’elaborazione creativa, in questo caso letteraria come strumento per sovvertire i normali parametri della realtà ed iniziare un viaggio ai limiti della sanità mentale in cui la perdità di sé è il male necessario per ritrovare se stessi e gli altri. Nel film che si avvale di un cast di fuoriclasse sposati alla causa emerge innanzitutto il binomio amore /thanatos vita/morte tanto caro al regista e mai come in questo caso mostrato in tutta la sua ineluttabile inscindibilità: il contrasto a prima vista evidente si ricompone a poco a poco in un unicum che è l’essenza stessa della vita che trova la sua piena realizzazione nell’unione delle sue mille manifestazioni. Il tema non è nuovo nella filmografia del regista ma qui appare finalmente centrato, spurio da sperimentalismi e titubanze che ne avevano in parte inficiato i risultati. Lo stile è diventato più sobrio, quasi geometrico nel disegnare le traiettorie geografico esistenziali di un personaggio che ha il merito di farci apprezzare la vena drammatica di Will Farrel capace di dar vita ad un Pierrot moderno che commuove e suscita ilarità grazie ad una mimica sottotraccia che è caratteristica dei cavalli di razza.

sabato, febbraio 10, 2007

The Departed - Il bene e il male

Alla luce della sua recente produzione "Al di là della vita" acquista nuovi significati e forse un valore diverso nella filmografia di Scorsese:testimonia il congedo da un processo creativo efficace dal punto di vista artistico ma logorante sul piano umano e personale. Forma senza sostanza;rumori di fondo e silenzio dell'anima, facce da copertina e titoli sui giornali,ritorni annunciati,incassi strepitosi.Questo non è Scorsese, è The Departed.
nickoftime

Le luci della sera

Le luci della sera conferma semmai c’è ne fosse bisogno l’abilità di Kaurismaki di ricreare la realtà attraverso una stilizzazione che ancor oggi rimane inarrivabile: i luoghi frequentati dai suoi personaggi sono angoli di un illusione romantica non ancora arresa ai meccanismi freddi e meccanicistici della modernità, e capace di colpire al cuore attraverso un approccio diretto e spiazzante, che si ciba degli aspetti più prosaici della vita senza dimenticarne il senso più profondo, quello che permette anche agli ultimi del mondo di continuare a sperare in un futuro diverso e forse migliore. Ed è proprio nella capacità di fare poesia con gli scampoli di realtà che spesso appartengono al fuori campo di tanto cinema contemporaneo che è possibile ritrovare il talento del regista finlandese qui alle prese con un impianto filmico che si rifà al cinema noir americano degli anni 40 e 50 con il protagonista principale innamorato di una dark lady tanto bella quanto letale e immerso in un isolamento materiale e morale enfatizzato da una fotografia capace di ricreare atmosfere di Hopperiana memoria con pennellate di luce che spezzano e riscaldano di nostalgia struggente le geometrie ordinate e siderali di una Helsinki che non esiste. Laconici e del tutto privi di qualsiasi vigoria fisica, i personaggi sono ridotti ad un mutismo che non lascia dubbi sulla loro condizione esistenziale e si esprime con una recitazione al microscopio, giocata sulle impercettibili variazioni del volto e dalla posizione dei corpi all’interno della scena. In un quadro generale che si mantiene al di sopra della media spicca però una fragilità strutturale evidenziata da una trama al limite dell’inconsistenza ed una sceneggiatura che finisce per ripetere seppure con una certa classe idee e situazioni già viste che nulla aggiungono al percorso artistico di Aki Kaurismaki.
nickoftime

venerdì, febbraio 09, 2007

Il vento che accarezza l'erba

Torna Ken Loach e con lui un idea di cinema militante che mantiene alto il livello di attenzione nonostante le molte battaglie; l’intermezzo interrazziale di “A Foed Kiss” che aveva fatto temere il suo addio alle armi era solo un pausa , peraltro ben utilizzata, allo scopo di prendere fiato e urlare il suo orrore verso la guerra. Il “Il vento che accarezza l’erba” è forte come un pugno allo stomaco, lucido come un referto patologico, appassionato come un canto di libertà. Dopo il prologo iniziale in cui un gruppo di ragazzi gioca spensierato nei prati verdi dell’Irlanda, il film cambia direzione consegnandoli ad un destino senza ritorno. L’insurrezione Irlandese diventa il paradigma di tutte le guerre; è la storia che non guarda in faccia a nessuno, quella che se ne infischia dei discorsi sui massimi sistemi e l’importanza dei valori e nel contempo avvelena l’umanità consegnandola ad un determinismo ottuso quanto atroce. Il un contesto di accuratezza filologica Loach non risparmia allo spettatore scene di forte impatto emotivo ma la sua telecamera riesce a raccontare quei momenti con il pudore dei grandi registi (citando Emanuela Martini quando parla di J.Ford a proposito del film Directed by J.FORD di P. BOGDANOVICH visto nella sua versione integrale al Festival di Torino)) e la potenza delle idee, vero punto di forza del suo cinema. Supportato da una sceneggiatura che fà chiarezza sugli avvenimenti evitando i facili schieramenti e la retorica delle grandi produzioni americane, il film conferma la capacità del regista di raccontare attraverso i fatti, dimostrando ancora una volta che il grande cinema può prescindere da budget spropositati. E la rappresentazione della morte nelle scene che aprono e chiudono la proiezione è sufficiente per unirci all’autore e dire basta una volta per tutte alla più crudele delle barbarie.
nickoftime

giovedì, febbraio 08, 2007

I figli degli uomini

Le sorti di un umanità in rivolta e condannata all’estinzione dalla sua sterilità dipendono dalla sopravvivenza del bambino che una donna sta per dare alla luce; affinchè questo si possa realizzare è necessario che un uomo ritrovi se stesso abbandonando i fantasmi di un passato doloroso. Questo è l’assunto iniziale di una storia che guarda al futuro per farci vedere come siamo diventati; la città plumbea e putrescente sembra replicare nelle architetture anonime e le atmosfere apocalittiche quelle devastate dagli ultimi conflitti; dietro i rimedi violenti ed inutili dello stato fascista che nel film cerca di contenere l’anarchia dilagante si leggono la schizofrenia delle istituzioni contro il malessere dilagante. Cuaron è bravo nel mantenere la storia in equilibrio tra le vicende private dei protagonisti e quelle del mondo che li circonda riuscendo soprattutto nella seconda parte a catapultare lo spettatore al centro dell’azione con uno stile visivo degno di un combact film. In tutto questo risulta fondamentale l’apporto del reparto tecnico per il lavoro scenografico e soprattutto la fotografia day after di Emmanuel Luzbeki(The New World, Sleepy Hollow) punto di riferimento di quella generazione di cinematographer( autori essi stessi oltre che direttori della fotografia) sudamericani( Rodrigo Prieto, Affonso Beato) che si sta imponendo all’attenzione generale.Qui sorprende la capacità di adeguarsi ai limiti visivi imposti dalla concretezza del paesaggio, limitando campi lunghi e panoramiche, mantenendo inalterata nello spettatore la percezione di un mondo che vive oltre lo spazio filmico. Infine una citazione per Owen che presta la sua faccia sgualcita ed il carisma recentemente acquisito ad un operazione che certamente non esalta la sua fisicità ma certamente le sue doti recitative.
nickoftime

lunedì, febbraio 05, 2007

La ricerca della felicità

Lo stato di salute di una cinematografia si misura dalla capacità di produrre film come “The pursuit of happines” che lungi dall’essere un capolavoro si attesta nella fascia del cosiddetto prodotto medio, tanto vituperato dagli Autori nostrani per la sua connivenza con gli aspetti più prosaici del processo produttivo ma capace per appeal commerciale di sovvenzionare i voli pindarici dei cosiddetti Artisti. Inoltre dimostra che anche una cinematografia asfittica e presuntuosa, legata ad un idea di cinema che non esiste più, può dare i natali a talenti genuini come Crialese ed appunto Muccino, capaci di coniugare l’indipendenza dello sguardo alle esigenze di una forma estetica sempre più decisiva per attirare il gusti di un pubblico lobomizzato dal chiacchiericcio mediatico a cui è sottoposto. Ed è proprio la forma l’aspetto vincente ed insieme il difetto del film di Muccino qui alle prese con una sceneggiatura non facile da trasporre sotto l’aspetto visivo per quel modo di rappresentare la felicità attraverso un percorso esistenziale solitario ed ascetico, in una società darwinista che esclude i più deboli ed esalta i sogni dei vincitori. Senza i consueti personaggi di contorno abilmente interpretati dal solito stuolo di caratteristi, in mancanza di una retorica anticapitalistica che il film evita fin da subito con una visione di fondo pragmatica ed insieme eroica che non lascia spazio ad atteggiamenti consolatori e facili sentimentalismi, il film poggia tutto sull’abilità di Will Smith di dar vita ad un agone che riesce a rendere credibile, attraverso una recitazione naturalista che lavora di sottrazione e senza i consueti isterismi la dignità e la disperata ostinazione che impronta la vicenda umana del protagonista ed alla capacità del regista di rendere in pellicola la città di San Francisco, l’altra grande protagonista del film che Muccino riesce a trasfigurare nel simbolo dell’american way of life senza venir meno alla necessità di una lettura realistica del paesaggio. Ed è un peccato che a tali qualità non corrisponda una resa emozionale parimenti efficace laddove la perfezione della cornice finisce per soffocare l’urgenza dei sentimenti lasciando una sensazione di generale freddezza
nickoftime

martedì, gennaio 23, 2007

L'arte del sogno

Di fronte a film come questo si resta spiazzati; regista di culto per aver definitivamente sdoganato Jim Carrey dai soliti film demenzial adolescenti Gondry ci riprova con un film che fa il verso al precedente approfondendo il rapporto tra sogno e realtà attraverso le vicissitudini esistenzial amorose del giovane protagonista che le circostanze della vita riportano a Parigi dopo una giovinezza vissuta oltre oceano. A differenza del suo predecessore questo appare più sfilacciato e casuale dal punto di vista della scrittura che fa fatica ad organizzarsi attorno al bagaglio visivo dell’autore come al solito ricco di spunti originali e qui arricchito da una serie di trovate che strizzano l’occhio alle stravaganze surrealiste ed alle pochade dadaiste; al secondo tentativo la riproposizione degli andirivieni dimensionali mostra la corda lasciando intravedere un vuoto di idee solo in parte supplita da una cifra stilistica che è tanto efficace nel breve schizzo impressionista quanto superflua e ridondante quando si sofferma ad approfondire e spiegare. Anche la vena poetica che fa il verso a Tatì per i riferimenti più divertenti ed a Vigò nei suoi aspetti più romantici e struggenti non riesce a togliere la sensazione di dejavù che pervade il film. Il cast interamente francese eccezion fatta per Garcia Bernal qui alle prese con un personaggio che avrebbe bisogno di ben altro carisma offre una recitazione tutto sommato dignitosa, ed evidenzia il fascino misterioso ed intrigante di Charlotte Gainsbourg.

giovedì, gennaio 04, 2007

Tutti gli uomini del re

Tutti gli uomini del re paga in termini di giudizio critico la presunzione del suo interprete principale, incapace di contenere una mania di onnipotenza che dopo l’Oscar è diventata addirittura autodistruttiva, come peraltro è nelle corde dell’attore. Il film si appesantisce con una recitazione tarantolata, e ben al di sopra dei limiti consentiti, con paresi facciali e tic nervosi più adatte ad un contesto ambulatoriale che al tono compassato ma sicuramente coerente del resto del cast. Forse tutta la foga incarnata dal personaggio di Sean Penn serve a mascherare i vuoti di una sceneggiatura che non riesce a spiegare la parabola politica ed emotiva delle parti in causa e si affida alle sensazioni che producono i paesaggi decadenti della Louisiana ed alla fascinazione ambigua e conturbante dei suoi cortigiani tra cui spicca un Jude Law ormai abbonato ad operazioni del genere e Kate Winslet in una parte che limita la sua sensuale bravura. Le indecisioni riguardano anche il tono generale dell’operazione che inizia come dramma politico , raccontando il personaggio di Willie Stark e la sua ascesa e successivamente se ne discosta lasciando che il melò prenda il sopravvento, quando approfondisce il passato ed i legami che uniscono i personaggi di contorno e le motivazioni peraltro risibili che li inducono a subire l’attrazione del politicante. Ed a ben vedere è proprio questo cambio di direzione che permette al film di trovare una certa coerenza con lo sforzo produttivo posto in essere: la nostalgia che si cela dietro i silenzi interminabili e gli sguardi frustrati dagli amori impossibili sullo sfondo di una natura magnifica ed imperturbabile riescono in parte a mitigare i danni provocati dal ciclone Sean Penn ed a rendere il film nel suo complesso meglio di quanto le premesse sembravano indicare.

Dopo il matrimonio

Dopo il matrimonio conferma la solidità di una regista che sa come unire i contenuti di una storia complessa e densa di significati con le logiche produttive di un cinema alla ricerca di visibilità. Come nel film precedente anche qui sono i rapporti famigliare a creare il cortocircuito che scuote un ambiente immobile e reazionario , dando il via ad una serie di reazioni a catena che cambieranno per sempre la vita dei protagonisti. Impostato su due tipi umani apparentemente distanti per ideali e modo di vivere, uno estremamente pragmatico ed uomo di successo, l’altro scostante ed ancora alla ricerca del senso della vita, il film trova il suo nucleo centrale nelle motivazioni che finiscono per unirli , facendogli scoprire priorità diverse da quelle che la vita gli aveva finora insegnato. Aiutata da un ambiente che da solo riesce a raffreddare un materiale magmatico ed altamente a rischio per gli argomenti trattati e la dose di emotività contenuta;dotata di una regia solida , che sfrutta la lezione “Dogmatica” in maniera funzionale e coerente con il senso di verità ricercata in ogni sequenza, la Bier riesce a tenere i fili dei tanti personaggi, anche di seconda linea, di cui disegna con coerenza psicologie e motivazioni e nello stesso tempo risponde con sicurezza ai continui scarti di una realtà fuori controllo. Il film riesce a tenersi lontano da facili moralismi anche quando non senza qualche lungaggine arriva ad affermare la necessità della famiglia come istituzione imprescindibile per l’equilibrio della propria esistenza e l’ineluttabilità con cui ogni proposito per il futuro non può fare a meno delle esperienze precedentemente vissute.