sabato, dicembre 31, 2011

I film del 2011

Come ogni anno anche I cinemaniaci si concedono il gusto di un consuntivo la cui finalità non è quella di indicare i migliori film dell'annata ma quelli che per qualche ragione sono rimasti impigliati nella rete insondabile del nostro immaginario...pubblicando la propria chi scrive spera di suscitare una voglia di condivisione di cui tutti noi saremo certamente lieti...Buon Anno e soprattutto buon cinema a tutti.

  1. Biutiful (Alejandro Gonzàles Inàrritu)
  2. The Artist (Michel Hazanavicius)
  3. Il debito (John Madden)
  4. X - Men: L'inizio (Matthew Vaughn)
  5. Una separazione (Asghar Farhadi)
  6. Il cigno nero (Darren Aronofsky
  7. Source Code (Duncan Jones)
  8. L'ultimo terrestre (Gian Alfonso Pacinotti)
  9. I guardiani del destino (Geoge Nolfi)
  10. Corpo Celeste (Alice Rohrwacher)
Miglior regia:

Asghar Farhadi ("Una separazione")

Miglior attore:

Kim Rossi Stuart ("Vallanzasca")

Miglior attrice:
Carey Mulligan (“Non lasciarmi”)

Miglior attore non protagonista:

Michael Fassbender ("X-Men: L'inizio")

Miglior attrice non protagonista:

Jessica Chastain ("Il debito")

Miglior fotografia:
Emanuel Luzbecki ("The Tree Of Life")

Cult personale:

Tournée (Mathieu Amalric)


(nickoftime)



giovedì, dicembre 29, 2011

Film in sala dal 30 dicembre 2011

Aguasaltas.com
(Aguasaltas.com)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Portogallo
REGIA: Luís Galvão Teles
CAST: João Tempera, María Adánez, Isabel Abreu, Marco Delgado, Margarida Carpinteiro, José Eduardo

mercoledì, dicembre 28, 2011

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)
dai piedi del Monte Bianco il resoconto del Courmayeur Noir Festival 2011 dal nostro (congelato) inviato Fabrizio Luperto.

La giuria internazionale per il cinema, del Courmayeur Noir Fest 2011 composta da Lawrence Block (presidente, Stati Uniti), Carolina Crescentini (attrice, Italia), François Guérif (editore, Francia), Vinicio Marchioni (attore, Italia) e Antonello Grimaldi (regista, Italia), ha attribuito i seguenti premi:

LEONE NERO PER IL MIGLIOR FILM
Hodejegerne - Headhunters di Morten Tyldum (Norvegia, Danimarca, Germania)

PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE
Jean-Pierre Darroussin in De Bon Matin - Early One Morning di Jean-Marc Moutout (Francia, Belgio)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
Hashoter - Policeman di Nadav Lapid (Israele)

RECENSIONI

Hodejegerne - Headhunters (miglior film) di Morten Tyldum

Roger è il cacciatore di teste più famoso e ben pagato di Norvegia.
All'apparenza ha tutto ciò che potrebbe desiderare.
Vive in una casa lussuosa, è sposato con la stupenda gallerista Diana, che ricopre di costosissimi regali.
In realtà conduce un tenore di vita che non potrebbe permettersi e per questo motivo ruba e contrabbanda opere d'arte.
Durante un vernissage, la moglie Diana presenta al marito un alto dirigente di una multinazionale dell'elettronica, tale Clas Greve, che si scopre essere possessore di un prezioso quadro.
Con il pretesto di offrigli un lavoro, Roger avvicina Clas, scopre dettagli importanti della sua vita e organizza il furto.
Ma niente è come sembra e quando Roger entrerà nella casa di Clas per rubare il prezioso dipinto scoprirà qualcosa di inaspettato che cambierà la sua vita.
Il vincitore del Leone Nero 2011 è un film che lascia senza fiato per tutti i 100 minuti della durata.
Un classico film di genere che però lascia spazio anche a sprazzi di comicità (voluta).
La trama è interessante e ben scritta, gli interpreti convincenti e contribuiscono con la loro interpretazione a tenere alta la suspence.
L'ambientazione nord europea, siamo nella gelida Norvegia, con i suoi laghi e i boschi infiniti conferisce al tutto un ulteriore apprezzabilissima atmosfera misteriosa.
Sia chiaro, niente di nuovissimo (altrimenti non sarebbe un film di genere) una lotta cacciatore-preda dove chi perde muore, ma con una prima parte avvincente e ben orchestrata che stuzzica la curiosità dello spettatore.
Unico neo, un finale poco credibile, non nel risultato ma nella messa in atto, alquanto complicata e realizzata a tempo di record.
Adattamento del romanzo omonimo di Jo Nesbo.
Secondo quanto annunciato durante la cerimonia di premiazione, dovrebbe essere distribuito in Italia dalla
Mediterranea Productions.
Previsione personale: Un belloccio, una diva hollywoodiana, un paio di botti, un'ambientazione metropolitana e Hodejegerme sarà uno dei prossimi remake americani.


De Bon Matin - Early One Morning (miglior interpretazione) di Jean-Marc Moutout

Come tutte le mattine Paul, cinquantenne funzionario di banca, si reca sul suo posto di lavoro presso la Banca Internazionale del Commercio e della Finanza.
Una volta entrato in banca estrae una pistola e uccide due suoi superiori.
In attesa che arrivi la polizia, Paul ripercorre gli eventi che lo hanno spinto ad uccidere.
Iniziamo subito col dire che il protagonista di questo film, vincitore del premio come miglior interprete è Jean-Pierre Darroussin, ovvero l'interprete del famigerato commissario Monet in Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, in questi giorni sugli schermi italiani.
De Bon Matin è un film che gioca tutte le sue carte sul tempo sospeso, ovvero il lasso di tempo che intercorre tra l'omicidio e l'arrivo della polizia.
Tempo che il protagonista utilizza per mettere insieme frammenti della sua esistenza, che porteranno lo spettatore a capire il perchè di tanta violenza.
Scopriremo pian piano che vita famigliare conduce il protagonista, chi è veramente, cosa è successo sul posto di lavoro, i rapporti con colleghi e superiori.
Noir di buona fattura, come nella miglior tradizione francese, forse troppo lento nella parte centrale, ma che ha il merito di evidenziare paure e stati d'animo degli individui in questo preciso momento storico, segnato dalla grande crisi economica.


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Le proiezioni pomeridiane del festival erano dedicate alla sezione Mini Noir, film rivolti ad un pubblico giovane.
Tra i titoli più importanti spiccavano Arthur e la guerra dei due mondi di Luc Besson (uscita italiana 23 dicembre) e L'incredibile storia di Winter il delfino di Charles Martin Smith.
Le proiezioni hanno avuto un discreto successo, con buona partecipazione di giovani e scolaresche.
Queste proiezioni, per ovvii motivi anagrafici, non sono state frequentate dal sottoscritto, che dedicava le ore pomeridiane alla sezione letteratura o alla auto-somministrazione di bevande calde o dall'elevato tasso alcolico per sopperire alla temperatura rigida.
Venerdi 9 dicembre, nell'attesa dell'incontro con lo scrittore Antonio Scurati che avrebbe commentato la sua ultima fatica letteraria, La Seconda Mezzanotte, venivo irresistibilmente attratto dal mini noir in programma nel primo pomeriggio.
Il film in questione era LA VILLA DI LATO (IL FILM) diretto e interpretato dall'abruzzese Maccio Capatonda, nome d'arte di Marcello Macchia, che in passato ha realizzato dei trailer surreali per i programmi televisivi della Gialappa's.
Nella villa-hotel "quasi" maledetta gestita dalla famiglia Di Lato, i defunti non risorgono e le maledizioni non avvengono.
Questo perché la villa, per errore dell'architetto, è stata costruita "di lato" e non sopra al vecchio cimitero bulgaro-indiano che avrebbe garantito un tasso di maledizione più elevato.
LA VILLA DI LATO (IL FILM) è forse una delle più belle sorprese di questo festival.
Una produzione poco più che artigianale, con un' unica location, nata come web series che conduce a 60 minuti di risate frutto di trovate esilaranti e idee geniali, con Capatonda mattatore assoluto circondato da comprimari ben assortiti.
Unico appunto, cosa ci faceva nella sezione dedicata ai bambinanti?

lunedì, dicembre 26, 2011

Il principe del deserto

IL PRINCIPE DEL DESERTO
regia di Jean-Jacques Annaud


Autore di un cinema d'esportazione nel senso più lato del termine per aver ambientato tutti i suoi film lontano dai luoghi natii, Jean-Jacques Annaud si è spesso confrontato con il mistero di civiltà sideralmente lontane sia dal punto di vista antropologico ("La guerra del fuoco", 1981) che culturale ("Sette anni in Tibet",1997).
E pur nell'ambito di queste scelte in cui il contesto realistico è rimasto sempre il paramentro fondamentale delle sue costruzioni cinematografiche, Annaud ha portato le sue storie a cavalcare le praterie di una fantasia esplicata soprattutto nel gusto del racconto tout court, quello capace di trasportare lo spettatore in un altrove dove i punti di riferimento comuni vengono ridisegnati alla luce di nuove forme di linguaggio ("Two Brothers", 2004), e di prospettive ("l'Orso",1988).

Caratteristiche che in parte ritroviamo anche nel suo nuovo film, ambientato nell'Arabia degli inizi del novecento, con il petrolio sul punto di scatenare una nuova corsa all'oro da parte del mondo occidentale, disposto a qualsiasi cosa pur di assicurarsi la disponibilità della nuova ricchezza.

Un punto di non ritorno osteggiato da Amar, sultano di Salmaah, poco incline nei confronti di una ricchezza corruttrice ed estranea alla tradizione del suo popolo, e Nesib (Antonio Banderas), emiro di Hobelka, favorevole ad un' apertura modernista e commerciale. Situati in una specie di terra di mezzo che divide i due emirati, i giacimenti petroliferi diventeranno oggetto di una guerra cruenta e sanguinosa di cui il principe Auda, figlio di Amar, sarà ago della bilancia per la capacità di catalizzare le ragioni di una moltitudine troppo spesso umiliata ed offesa dalle ragioni del potere.

Girato più che altro in esterni, sugli sfondi di un paesaggio desertico che Annaud riesce a restituire in una magnificenza non alterata, "Il principe del deserto" è una produzione figlia di molti padri e per questo complicata dai tentativi di far quadrare i conti. Prodotto da Tarik Ben Ammar, un mecenate del cinema internazionale ma anche dalla Doha Film Insitute, il film pur privilegiando gli aspetti avventurosi e romanzeschi, concentrati soprattutto nella progressione psicologica e nelle azioni del giovane protagonista, inizialmente sottovalutato per il suo carattere mansueto e per la dedizione agli aspetti intellettuali della vita, e poi costretto, anche per l'uccisione del fratello destinato al trono, a diventare arbitro della storia, non può fare a meno di rimarcare le caratteristiche meticcie della sua natura: da una parte volendo esprimere un punto di vista che vuole essere fortemente interno alla cultura di cui sta parlando e che per questo esclude quasi del tutto la presenza e il peso di ciò che è esterno ad essa - i pionieri venuti dall'America restano figure sulle sfondo e senza alcuna voce in capitolo -, dall'altra evocandolo alla maniera delle produzioni che si rivolgono ad un mercato globale, e che per questo hanno bisogno di una riconoscibilità diretta e popolare.

Così, piuttosto che trovare soluzioni autoctone più adatte alla credibilità della storia, il film preferisce affidarsi al glamour poco realista di un cast internazionale che, a parte Tahar Rahim ("Il profeta", 2009) fisiognomicamente adatto alla figura di Auda, prevede tra gli altri Banderas, qui al suo secondo ruolo "orientale" dopo quello da lui interpretato ne "Il 13° guerriero" (1999), e Freida Pinto, ancora una volta nei panni di una donna, la promessa sposa del principe, sottomessa alla volontà maschile.

Un'ambiguità che sembra riversarsi anche sulla figura del protagonista, chiamato soprattutto nella parte centrale, quella in cui il desiderio di riscatto verrà messo a dura prova da una spedizione ai limiti della sopravvivenza, a recitare il ruolo dell'eroe ma che poi, alla luce di una storia di fatto indecisa sulla via da seguire (tradizione o modernità), sembra lasciarsi prendere da una mancanza di carattere che nuoce ad un film bisognoso invece di una figura in grado di fargli prendere definitivamente quota.

Alla fine la sensazione è quella di un prodotto in cui il committente conta più dell'esecutore: Annaud da parte sua ci mette un mestiere che riesce a fare a meno del computer. Il resto è strategia di marketing.

(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, dicembre 24, 2011

Auguri di Buon Natale e di Buon 2012!

Tanti auguri da tutta la redazione de "I cinemaniaci" per un S. Natale sereno ed uno strepitoso 2012 pieno di buon cinema!!

Buone Feste




venerdì, dicembre 23, 2011

Sherlock Holmes: gioco di ombre

Sherlock Holmes: gioco di ombre
regia di Guy Ritchie


Kiarostami ne teorizzò l'importanza per ovviare ad una messinscena altrimenti immota. Stava girando "Dieci" ed il film aveva come unico motivo di interesse le conversazioni di una decina di personaggi alternativamente all’interno di una macchina che procedeva lungo le strade di Teheran.
Il veicolo, con il suo moto era lo stratagemma per movimentare un quadro altrimenti paralizzato da quei dialoghi.

Anche lui, certamente non un cultore del cinema dinamico si poneva il problema di adeguare la fruizione del suo film ad un pubblico immerso ogni giorno in una realtà in continuo divenire e quindi poco propenso ad un disegno che si presentasse sempre uguale a se stesso. In quel caso si trattava di dare forma ad una sostanza che era pregnante, densa, ma a basso contenuto cinetico, renderlo insomma vicino all’idea di un cinema commercializzabile.

Al contrario Guy Ritchie è un tipo che non si è mai fatto pregare in quanto a movimento e da quando siamo stati abituati a frequentarlo non c’è mai stato un momento in cui non abbia infarcito le sue torte con ritmi scoppiettanti ed accelerazioni al fulmicotone, sia in senso temporale, quando era necessario riportare in luce dettagli utili alla comprensione della trama, che spaziale, con l’intento di sciorinare le qualità balistiche ed acrobatiche dei suoi antieroi, oppure ad arrovellarla ancor di più, con l'aggiunta di particolari sempre nuovi, un accumulo di dati che riproducevano una modernità in overdose di messaggi.

Erano i tempi di "Lock e Stock", ma anche di "Snatch". L'artista era ancora affamato di successo a di quattrini che cercava di rincorrere con un pulp adeguato alla ruvida guasconeria di un proletariato inglese emancipato dalle depressioni dei vari Loach e Leigh ed intento ad esorcizzare le proprie sventure con lo sberleffo di una risata un po’ sguaiata.

Poi c'è stata Madonna, qualche film improbabile, ed infine un ritorno da figliol prodigo con il restyling di Sherlock Holmes e delle sue avventure; a lui il compito di mantenere la materia all’interno della tradizione, rinnovandola con lo stile consumistico del mangiatore di pop corn, abituato a non mettere mai in dubbio la giustezza e l’invincibilità del suo eroe.

Sherlok e Watson diventano come Batman e Robin: una coppia di eroi in marsina e doppio petto, talmente affiatati e così poco propensi alla compagnia femminile da far sorgere il sospetto di un inciucio che va oltre l’amicizia.

Una scommessa riuscita al primo colpo più per la sorpresa della confezione - Holmes impegnato in combattimenti alla "Matrix" è certamente cosa fuori dall'ordinario - che per la novità della proposta, in pratica ricalcata sulla miriade di film d'avventura e di supereroi dell'ultimo decennio.
Un gran uso del digitale e l'impiego di attori normalmente abituati a cose ben più serie.

Ci si poteva accontentare se Hollywood non fosse prima di tutto una macchina pensata per far soldi e quindi poco propensa a non replicare un prodotto che funzioni.
Anche quando le idee stanno a zero e l'unica cosa si cui contare è la presenza di un cast all star, almeno per quanto riguarda i personaggi principali.

E Guy Ritchie, ovviamente, l’uomo giusto al posto giusto se si tratta di confondere l’inconsistenza della sostanza con la ginnastica delle immagini.

Robert Downey quindi, seppur indurito nei tratti dagli anni e dalla dieta e sempre meno capace di fare a meno del suo sguardo spiritato, e Jude law, eternamente impettito a ribardire le stimmati della terra d'albione.
Loro e sempre al centro della scena e tutt'intorno un gran bailame di rumori, esplosioni e cambiamenti di location a ricreare di volta in volta un nuovo scenario, dalla Francia alla Svizzera, dalla città alla natura più selvaggia, per ricominciare sempre da capo, perennemente alla ricerca di qualcosa che è sfuggito per un pelo.

La caccia ad un avversario la cui organizzazione ricorda quella di Al Qaeida per il continuo ricorso ad un terrorismo senza volto ed organizzato su scala internazionale con intenti di sconvolgimento geopolitico (questa volta si rischia addirittura la guerra che di lì a poco sarebbe stata quella della prima guerra mondiale) diventa un film ad episodi, ognuno dei quali ricalcato su quello precedente, dove nulla succede se non quello esibito in sede di regia dal buon Ritchie.

E' la sua continua ricerca di stordimento, quel non concedere neanche un minuto alla riflessione dello spettatore accompagnandolo per filo e per segno lungo la corsa agli ostacoli con decostruzioni che non ci fanno mai dimenticare l’intelligenza e la paziente fedeltà del suo assistente, ad essere il vero motivo d'attrazione.
Virtù che una volta potevano anche stupire perchè messe in scena con le magie del digitale, ma che ora qualunque tecnico sarebbe in grado di riprodurre.

Per l'avventura quella vera forse bisognerà aspettare ancora del tempo, forse la nascita di un nuovo Spielberg, chissà. Intanto il pubblico dimostra di gradire almeno leggendo i responsi del botteghino.

Ad Hollywood hanno avuto ragione un'altra volta. Una nuova trilogia è molto probabile.

giovedì, dicembre 22, 2011

Film in sala dal 23 dicembre 2011

Il magico Natale di Rupert
(Il magico Natale di Rupert)
GENERE: Fantasy
ANNO: 2004
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Flavio Moretti

Arthur e la Guerra dei Due Mondi
(Arthur 3 La guerre des deux mondes)
GENERE: Animazione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Luc Besson

Capodanno a New York
(New Year's Eve)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Garry Marshall

Emotivi anonimi
(Les émotifs anonymes)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Jean-Pierre Améris

Il figlio di Babbo Natale

GENERE: Animazione
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Sarah Smith

Il principe del deserto
(Black Gold)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Jean-Jacques Annaud

venerdì, dicembre 16, 2011

29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen







2° parte






Film in concorso



50/50 (Usa 2011)

Regia: Jonathan Levine

ad un giovane ragazzo (J.G.Levitt) viene diagnosticata una rara forma di cancro, affronterà la terapia con il sostegno del suo migliore amico (Seth Rogen) della mamma apprensiva (Angelica Houston) e della psicologa (Anna Kendrick).

Terzo lungometraggio del 35enne newyorkese Levine - dopo All the boys love Mandy Lane e The Wackness - nonostante il tema drammatico il film ha i toni della commedia con momenti molto toccanti e altri molto divertenti, Seth Rogen vulcanico e lungimirante si conferma un

bravo attore e soprattutto un acuto produttore. Il film - che ha ricevuto il premio del pubblico - è già doppiato e pronto per la distribuzione nei circuiti commerciali (peccato per la voce italiana di Seth Rogen che non restituisce il vocione originale del simpatico attore).

Jonathan Levine al termine della proiezione racconta come sono andate le cose riguardo alla storia e alla produzione:

si tratta di un momento autobiografico dell’autore dello script, Will Reiser, che si ammalò di cancro all’età di 20 anni, a quel

tempo il suo miglior amico era proprio Seth Rogen il quale in seguito incoraggiò lo stesso Reiser a scrivere della sua esperienza. Grazie alla presenza di Seth Rogen nel progetto relativamente low budget è stato più facile trovare i soldi e fare il film.

Sul film:

il regista afferma che non è stato poi così difficile come poteva sembrare trovare un equilibrio tra l’aspetto drammatico e quello più leggero, perché è qualcosa che rispecchia comunque la vita reale. Negli states c’è un po’ la tendenza a realizzare o un film triste o una commedia, a Levine invece è piaciuto combinare questi due elementi, affrontare un tema drammatico e parlare di cose tristi in modo divertente. Nello script inoltre era già presente l’equilibrio tra dramma e aspetti comici e c’è stato un incontro di affinità tra lui, Seth Rogen e Will Reiser con i quali all’inizio del progetto hanno discusso dei film di Hal Ashby, Cameron Crowe e James Brooks che avevano già affrontato e realizzato ottimamente le stesse idee.

Sulla location:

Il film ambientato a Seattle è stato in realtà girato a Vancouver per ragioni economiche. La scelta iniziale di ambientare la storia a L.A. - l’idea era quella di creare un forte contrasto tra la condizione di profonda tristezza del protagonista e una città luminosa e calda in cui splende sempre il sole - è stata abbandonata per evitare confronti con“Funny people”di Judd Appatow, un film il cui soggetto è simile a 50/50 e in cui Seth Rogen è di nuovo co-protagonista. Inoltre hanno optato per Seattle perché c’è un interessante fermento culturale e lavorativo giovanile che creava senso con la storia.

Su Angelica Houston:

la adora da sempre e in particolare per il suo lavoro con Wes Anderson - i Tenenbaum e The Life Aquatic - in questo ha portato molto di se stessa a causa del suo recente lutto - suo marito è morto sei mesi prima dell’inizio delle riprese - come regista è stato straordinario averla sul set per il contributo che ha dato al film sia dal punto di vista umano che professionale, per le emozioni che ha saputo esprimere e per gli aneddoti su suo padre (John Houston) che spesso raccontava.

Parsec

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GANJEUNG (Corea del Sud 2010)

Regia: Park Su-min

Un ex poliziotto è ossessionato dal suo passato di torturatore di comunisti.

Per trovare conforto, grazie all'aiuto di una donna, cerca di avvicinarsi alla fede. Tutti i suoi sforzi si riveleranno inutili, specie quando la sua amica verrà assassinata dal giovane nipote.

Sofferenza interiore, voglia di riappacificazione, desiderio di pace.

Il regista sa bilanciare con maestria momenti delicati e passaggi ruvidi e violenti come nella migliore tradizione coreana.

A Park Su-min non importa riflettere sull’esistenza di Dio, o sulla sua assenza, che poi è il messaggio che trasmette questa pellicola, ma piuttosto riflettere su chi e soprattutto come, si riesca a raggiungere la pace interiore grazie all'incontro con Dio e superare la vergogna per aver commesso violenze e torture.

Un film dove vince il rimorso e l'incomunicabilità perché Dio non può dare giustizia, la violenza si.

Fabrizio L.

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...a seguire terza parte

29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen

1° parte


Nove giorni di immersione nel cinema-cinema, quello del TFF che come da tradizione lascia pochissimo spazio a star e starlette per concentrarsi sui film e le esigenze dell'affezionato pubblico che di anno in anno rinnova e decreta il successo della manifestazione diretta da Gianni Amelio.

Un programma ricchissimo che oltre al concorso proponeva la retrospettiva su Altman, omaggiava Sion Sono e la biondissima Dorian Gray, recentemente scomparsa.

Ricco anche il panorama delle anteprime con Mientras Duermes di Balaguerò, l'horror di Fresnadillo The Intruders, il nuovo di Woody Allen e la biografia rock di George Harrison di Martin Scorsese.

Direttamente dal 29° Torino Film Festival il report degli inviati sul campo de I Cinemaniaci

Premi

Miglior Film: A Annan Veg/Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (Islanda 2011)

Premio Speciale della Giuria: Ex aequo 17 Filles/17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin (Francia 2011) e Tayeb, khalas, yalla/Ok, enough, goodbye di Rania Attieh e Daniel Garcia (Emirati Arabi Uniti/Libano 2011).

Miglior Attore: Martin Compston per Ghosted di Craig Viveiros (Regno Unito 2011).

Miglior Attrice: Renate Krossner per Vergiss dein ende/Way home di Andreas Kannengiesser (Germania 2011).

Giuria

Jerry Schatzberg (Presidente, USA), Michael Fitzgerald (USA), Valeria Golino (Italia), Brillante Mendoza (Filippine) e Hubert Niogret (Francia).

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Film in concorso

WIN WIN - MOSSE VINCENTI (Usa 2011)

Regia: Tom McCarty

Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.

Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy Ryan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.

Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).

Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.

Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.

Mosse Vincenti è forse l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili.

Il regista è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.

Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.

Fabrizio L.

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LE VENDEUR (Canada 2011)

Regia: Sèbastien Pilote

Michel, è un vedovo vicino alla pensione che vive in Quebec e lavora con successo presso una concessionaria di automobili.

Il lavoro lo assorbe quasi completamente, unici momenti di svago, sono quelli che trascorre con la figlia e il nipotino.

Vite piatte, senza alcuno slancio, sguardi che si incrociano ma che non si incontrano, conoscenti ma non amici e tanti dettagli a raccontare una comunità che non può dirsi veramente tale.

Solitudine, rabbia, impotenza, la discesa all'inferno di una intera comunità raccontata con una certa grazia, ma infarcita da una inutile ruffianeria in fase di scrittura.

Fabrizio L.


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VERGISS DEIN ENDE (Germania 2011)

Regia: Andreas Kannengiesser

Hannelore, cura amorevolmente il marito gravemente malato.

In un momento di disperazione abbandona il marito e segue il misterioso vicino di casa sino ad una sperduta casa che si trova sul Mar Baltico.

Ad occuparsi del marito resta il figlio della coppia, ovviamente impreparato ad affrontare la situazione.

Stati d'animo che si sovrappongono per una storia cupa raccontata con mano delicata.

Il regista pur non privandoci di alcune scene piuttosto forti, non affonda i colpi, quasi a voler rispettare il dolore dei protagonisti.

Grande prova della protagonista Renate Krossner, giustamente premiata dalla giuria.

Fabrizio L.

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....segue seconda parte

giovedì, dicembre 15, 2011

Film in sala dal 16 dicembre 2011

Finalmente la felicità
(Finalmente la felicità)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Leonardo Pieraccioni

Il Gatto con gli stivali
(Puss In Boots)
GENERE: Animazione
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Chris Miller

Le Idi di Marzo
(The Ides of March)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: George Clooney

Sherlock Holmes - Gioco di ombre
(Sherlock Holmes: A Game of Shadows)
GENERE: Azione, Giallo, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Guy Ritchie

Vacanze di Natale a Cortina
(Vacanze di Natale aCortina)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Neri Parenti

lunedì, dicembre 12, 2011

Real Steel- Cuori d'acciaio

"Real Steel" è un film circoscritto all'interno di un universo maschile. Anche il robot, Atom, nelle sue caratteristiche morfologiche e di potenza non sembra fare eccezione. Con lui ci sono un padre ed un figlio, costretti a condividere la vita dopo l’improvvisa morte della madre. Amore a tempo determinato, quanto basta per aspettare il ritorno dei parenti, al quale il piccolo è stato affidato per indisponibilità paterna. A rompere gli indugi la necessità di guadagnarsi da vivere attraverso gli incontri di Robot boxe, la disciplina che nel 2020 ha sostituito gli esseri umani con le macchine. Ad attenderli ci sarà addirittura la scalata al titolo mondiale, con la possibilità di affrontare l’invincibile detentore.
Costruito su una progressione che assomiglia ad un videogioco, con difficoltà destinate a crescere con il passare dei minuti, e caricato di un immaginario che fa coincidere il riscatto sportivo con quello personale, alla maniera di film come Rocky ed ancor più Over the top - ricordato da vicino non solo nella replica del contesto familiare, anche lì privato della figura materna, ma anche per le somiglianza tra i personaggi interpretati in questo da Hugh Jackman ed allora da Silvester Stallone - Real Steel aspira ad essere qualcosa di più rispetto ad un intrattenimento al passo con le mode del momento, quella dei robot mutaforme alla maniera dei Transformers.
Prodotto da Steven Spielberg ed ispirato ad un racconto di Tim Matheson (I’m legend), il film è in realtà un storia di formazione che, attraverso le difficoltà ed anche i pericoli che padre e figlio si troveranno ad affrontare, riesce a parlaci della precarietà dei rapporti familiari, ma anche della possibilità del singolo di cambiare la propria vita. Lasciando che lo spettacolo faccia il suo corso in maniera routinaria nei combattimenti che scandiscono la strada di avvicinamento all'incontro decisivo, il regista Shawn Levy si preoccupa di costruire un contraltare psicologico ed emozionale lavorando sulle performance attoriali e sull’empatia dei personaggi.
Ed è proprio la capacità di rendere credibile la progressiva presa di coscienza del padre rispetto alle proprie responsabilità, e nel bisogno d’amore soddisfatto dal bambino nel rapporto con il robot, da lui trasformato in un compagno di giochi - ad un certo punto la macchina da presa soffermandosi sul primo piano di Atom sembra quasi adombrare l'ipotesi di una coscienza - a ristabilire gli equilibri di un prodotto che accontenta anche il cuore. In questo senso il film riesce anche a supplire l’impiego ridotto della componente femminile ed in particolare di Evangeline Lilly, ancora alla ricerca di una dimensione cinematografica e qui impegnata in una performance ridotta a poche battute. Nulla a che vedere con quelle ben più corpose dei suoi colleghi, impegnati a dar fondo alle proprie risorse, anche fisiche, offerte dai rispettivi ruoli. Il finale lascia intendere ulteriori seguiti.
(pubblicata su Roma giorno e notte.it)

venerdì, dicembre 09, 2011

MOSSE VINCENTI

MOSSE VINCENTI
Trama: Mike, avvocato con famiglia a carico è in grossa crisi economica.
Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.
Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy Ryan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.
Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).
Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.
Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre, la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.
Mosse Vincenti è l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili, con l'aggiunta, attualissima, della crisi economica in cui ogni mezzo per racimolare denaro indirizza le relazioni tra le persone.
Thomas McCarthy è tra i registi indie americani più talentuosi ed è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti, manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.
Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.
In concorso al 29° Torino Film Festival.

giovedì, dicembre 08, 2011

Film in sala dal 9 dicembre 2011

Almanya - La mia famiglia va in Germania
(Almanya - Willkommen in Deutschland)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Yasemin Samdereli

Ligabue - Campovolo 2.0
(Ligabue - Campovolo 2.0)
GENERE: Documentario, Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA:

Cambio vita
(The Change-Up)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David Dobkin

Mosse vincenti
(Win Win)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Thomas McCarthy

The Artist
(The Artist)
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Michel Hazanavicius

mercoledì, dicembre 07, 2011

1921- Il mistero di Rookford

1921- Il mistero di Rookford

Inizialmente la cosa più evidente è la distanza. Della protagonista, una donna che nasconde il proprio dolore in uno scetticismo pragmatico, fatto di impostori da smascherare e tesi da confutare – Florence è una cacciatrice di fantasmi - dai suoi interlocutori, faticosamente ma comunque calati anima e corpo nelle credenze da cui lei li vuole liberare, tra il paesaggio urbano della Londra di inizio 900 da cui prende le mosse la vicenda, e quello brumoso di Rookford dove si trova l’istituto per orfani in cui la protagonista cercherà di confutare la connessione tra la morte di un bambino e le apparizioni di una misteriosa presenza. Ma soprattutto nello iato tra la conferme inseguite da Florence con il pretesto dell’indagine e la verità che invece verrà a scoprire come conseguenza di quell’azione.

In mezzo, tra l’inizio e la fine c’è una ghost story sviluppata secondo i canoni del genere a cominciare dalla cornice in cui si svolge la vicenda, il countryside inglese tradizionalmente depositario di una cultura abituata a confrontarsi con il soprannaturale , d’altronde l’inventore del romanzo gotico Horace Walpole era proprio di quelle parti, l’ambientazione, una haunted house identificata con la residenza di un antica e nobile famiglia inglese, corredata di tutti gli accessori del caso, dal fantasma opportunamente dilazionato per meglio spaventare, agli interni dislocati in modo da conservare sempre una bella dose di mistero, ed un’eroina attrezzata di tutto punto – i marchingegni per acciuffare l’ineffabile disturbatore hanno la capacità di valorizzare una modernità d’altri tempi – e dal carattere di ferro, quasi un'antesignana della Ellen Ripley di "Alien"
Indispensabili per organizzare le spettacolo, questa caratteristiche non servirebbero allo scopo, in un film del genere riferibile esclusivamente al tasso di spavento ed adrenalina provocato allo spettatore, se in cabina di regia non ci fosse un regista capace di saperle amalgamare.
Ed è proprio l’equilibrio delle dosi, di ciò che appartiene al fantastico, nelle sue fantasmagoriche manifestazioni, e di quello che invece rappresenta il fattore umano, la costruzione psicologica dei personaggi ed il plausibile sviluppo delle loro azioni, ad assicurare il funzionamento di un film che è anche la storia di un umanità ripiegata in un dolore sordo e paralizzante.
Nick Murphy lavora in economia, un'unica location ed effetti speciali ridotti al minimo nell'intenzione di agire sull’inconscio dello spettatore, alternando la stilizzazione delle immagine (la fotografia desaturata con prevalenza di grigi e neri e la capacità di comporre l’inquadratura valorizzando il rapporto tra lo spazio e le figure) con riprese attaccate al volto della protagonista per restituirne le emozioni.
Per Rebecca Hall, attrice versatile ed alquanto sfumata, il ruolo di Florence potrebbe essere quello della definitiva consacrazione.

martedì, dicembre 06, 2011

MIRACOLO A LE HAVRE

MIRACOLO A LE HAVRE
regia di Aki Kaurismaki


Il lustrascarpe Marcel Marx (Andrè Wilms) vive di stenti con l'amata moglie Arletty (Kati Outinen) in un poverissimo quartiere di Le Havre.

Dopo il ricovero in ospedale della moglie, a cui viene diagnosticato un tumore, Marcel incontra l'impaurito Idrissa (Blondin Miguel) ,un ragazzino del Gabon fuggito dal suo Paese su un container per raggiungere la madre che vive a Londra.

Sapendo che il ragazzino è ricercato dalla polizia, Marcel decide di nasconderlo nella sua casa chiedendo l'aiuto degli altri abitanti del quartiere.

La denuncia di un vicino di casa metterà nei guai il generoso lustrascarpe.
Clochard, perdenti, diseredati, ultimi, taverne fumose, bar di periferia, squallide botteghe.

I personaggi e i luoghi del cinema tabagista ed alto tasso alcoolico del maestro finlandese tornano, dopo quasi un lustro, in questa pellicola ambientata in Normandia.

Il cinema splendidamente surreale di Kaurismaki vira sulla favola senza rinunciare a raccontare storie dense di dramma e solitudine con l'aggiunta (questa è la grande novità) della speranza.

Al centro del racconto ci sono gli argomenti classici del regista : il lavoro, lo sfruttamento, l’emarginazione, le lotte di classe, la povertà, la dignità degli ultimi.
La maturità e la consapevolezza linguistica di Kaurismaki, le geometrie che soffocano gli statici protagonisti nell'inquadratura e la stilizzazione estrema, impressionano per forza ed efficacia e fanno di Miracolo a Le Havre un film maturo e pregno di indignazione, che il regista finlandese racconta con tono sommesso, sguardo poetico e soprattutto senza traccia di buonismo.

Probabilmente con Miracolo a Le Havre, la maniera di fare cinema di Kaurismaki raggiunge l'esempio più alto; i dialoghi sono ridotti al minimo, i personaggi non hanno nessuna vigoria fisica e sono, se possibile, ancora più statici del solito, tanto da sembrare in parecchie inquadrature attori di fotoromanzi, con lo spettatore che attende da un momento all'altro la comparsa della nuvoletta con impressa la scritta della frase pronunciata.
Che a Kaurismaki questo mondo non piaccia granché e che riponga pochissima speranza nel genere umano è cosa risaputa, ma in questa pellicola, l'autore scandinavo lascia spazio alla speranza o meglio al miracolo.

Un miracolo (una rivoluzione) da affidare al suo protagonista (che non a caso si chiama Marx), e i suoi amici ,che pur passando ore a bere e fumare in squallidi bar, al momento opportuno, sanno benissimo con chi schierarsi senza tentennare un attimo, perfettamente coscienti delle sembianze del nemico.

Ovviamente imperdibile.












giovedì, dicembre 01, 2011

Film in sala dal 2 dicembre 2011

1921 - Il mistero di Rookford
(The Awakening)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Nick Murphy

Cani di paglia
(Straw Dogs)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rod Lurie

Il giorno in più
(Il giorno in più)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Massimo Venier

La cosa
(The Thing)
GENERE: Fantascienza, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Matthijs van Heijningen Jr.

Le nevi del Kilimangiaro
(Les neiges du Kilimandjaro)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Robert Guediguian

Lo schiaccianoci 3D
(The Nutcracker in 3D)
GENERE: Azione, Musical, Fantasy, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, Ungheria
REGIA: Andrei Konchalovsky

Midnight in Paris
(Midnight in Paris)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Woody Allen

Napoletans
(Napoletans)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luigi Russo

martedì, novembre 29, 2011

Midnight in Paris

L’americano in terra straniera è stato un tema che ha attraversato la letteratura di quelle parti, ed anche il cinema non ha disdegnato l’argomento, traendolo a sua volta dalla pagina scritta oppure reinventandolo a secondo delle diverse esigenze. Fatto sta che l’incursione di Woody Allen a Parigi con una coppia di turisti in viaggio di piacere e di lavoro, se è vero che il personaggio principale è uno sceneggiatore in cerca di spunti per la stesura del suo primo romanzo, pur essendo in linea con il cineturismo del regista americano non è una novità sul piano cinematografico, per la presenza di un altro film omaggio come Tutti dicono i love you, ambientato quasi interamente nella capitale francese.


Trattandosi di Woody Allen c’era comunque la speranza di una boccata d’aria fresca, non fosse altro per l’effervescente fantasia a cui ci ha abituato il regista di Manhattan. Ed invece, partendo da uno spunto interessante, basato su quel misto di nostalgia e fascinazione per un tempo, la belle epoque, ed una generazione, quella cosidetta “perduta”, tanto irripetibili quanto agognate da chiunque associ la creazione artistica all’esistenza bohemiene, Midnight in Paris si risolve con una storia divisa in due parti, quella reale, al seguito della coppia e delle sue differenze temperamentali, e quella fantastica, vissuta dal novello romanziere che allo scoccare della mezzanotte si ritrova magicamente immerso nella ronda culturale che attraversò la Parigi a cavallo degli anni 20/30. E se la prima assume subito una funzione comprimaria, preparando personaggio e spettatore ad una meraviglia che nasce anche dallo scarto con la prosaicità della vita ordinaria, è la seconda a non reggere il confronto con le aspettative di chi guarda.
Lo stupore di Gil (intrepretato da un Clive Owen in versione intellettuale), condiviso per i primi momenti, diventa successivamente un giochino prevedibile per la sfilata di personaggi/cameo, intepretati dall’attore di turno con performance mimetiche vicine alla maniera (si pensi al Dalì di Adrian Brody ma anche all’Hemingway di Corey Stoll ma si potrebbe continuare) il cui solo pregio è quello di ricordarci la prolificità di una stagione artistica irripetibile, ma che lascia l'amaro in bocca sul piano complessivo, per un allestimento che non va oltre l’aneddoto.

Se a questo si aggiunge anche la meccanicità con cui le due dimensioni di intersecano fra loro, risolta dal passaggio che Gil riceve di volta in volta dalla star di turno, si capisce come Midnight in Paris non sia in grado di sostenere la meraviglia dell’incipit. Un Allen al lumicino quindi, nonostante il ritorno a tempi più personali come quello dell’artista incompreso e frustrato, sempre alla ricerca di una dignità e di un accettazione di cui sente la mancanza, ma soprattutto della dicotomia tra la vita sognata e quella reale. Una versione che magari accontenterà il box office mai così generoso nei suoi confronti, ma che non mancherà di lasciare indifferenti, e questo sia detto senza commettere atti di lesa maestà nei confronti di un autore impareggiabile.
(pubblicata su Roma giorno e notte.it)



venerdì, novembre 25, 2011

Scialla (stai sereno)


Bruno e Luca sono costretti ad una convivenza ravvicinata. Lui è un uomo disilluso che ha smesso di insegnare ed ora fà il ghost writer di autobiografie di personaggi dello spettacolo, l'altro uno studente di liceo un pò svogliato e con la fissa della box. Inizialmente ciò che li unisce è la simpatia di chi riconosce nell'altro una persona fuori dagli schemi, successivamente la scoperta di essere padre e figlio. Francesco Bruni esordisce con una storia che in parte riprende luoghi già affrontati come sceneggiatore dei film di Daniele Virzì: Roma innanzitutto, indagata nella sua dimensione gergale e giovanile (Caterina và in città) e poi il senso di sconfitta sparso a piene mani tra i personaggi della storia (N- Io e Napoleone) e della finzione, ed anche una certa contrapposizione tra cultura alta e bassa, qui raffigurata dalla figura dell'attempato protagonista alle prese con un mondo che può fare a meno dei libri e delle scuole, come quello di Tina, la pornostar di cui Bruno si sta occupando, felicemente di successo per ragioni diametralmente opposte.

Diviso in un prima e dopo generato dalla scoperta del legame famigliare, Scialla è un film sull'importanza dei valori familiari, inizialmente negati dalla deriva esistenziale di Bruno, refrettario a qualsiasi contatto che non sia giustificato da motivi mercantili (le svogliate ripetizioni rifilate a studenti poco interessati) e poi ribaditi dal risveglio affettivo e dalla vigoria fisica con cui lo stesso inizierà ad occuparsi dell'istruzione del figlio. Motivi che Bruni traduce con una velata malinconia che si stempera in momenti di lirismo metropolitano, come quelli in cui la telecamera segue gli spostamenti cittadini dei protagonisti in sella al motociclo (Moretti docet), oppure in una serie di situazioni, tra l'ironico ed il divertente, come quelle relative alle conversazioni tecniche in cui la pornostar spiega allo scrittore i segreti del mestiere, oppure agli sfottò tra il professore ed padroni del bar da lui frequentato. Il rischio è quello di ridurre il mondo ad un aneddoto, cosa che a volte succede (i siparietti con il bidello che non perde occasione di ricordare a Luca l'esatta definizione del suo lavoro, oppure il boss a cui Luca ruba la droga che obbliga i suoi scagnozzi a serate da cineforum con la visione di film come "I 400 colpi"); di fare un apologia su una generazione, quella sessantottina, rappresentata da Bruno, colpevole di non saputo dare seguito ai propri ideali, ma comunque da salvare per averci almeno creduto. Peccati veniali riscattati ampiamente da un umanita profusa a piene mani nel personaggio di Bruno, a cui Bentivoglio dona un amabilità sgualcita ma assolutamente sincera, interamente risolta da una recitazione che negli ultimi film stava diventando un cliche e che qui invece si riscalda con il fuoco della vita. Non gli è da meno l'esordiente Scicchitano, l'altro esordiente del film.

giovedì, novembre 24, 2011

UNA SEPARAZIONE

UNA SEPARAZIONE
regia di Asghar Faradhi
(Iran 2010)


Siamo nell' Iran dei nostri giorni. Simin (Leila Hatami) ha deciso di separarsi dal marito Nader (Peyman Moaadi).
La donna, già in possesso del permesso di espatrio, ha intenzione di lasciare il Paese con la figlia, l’uomo però, non vuole abbandonare il padre (Ali-Asghar Shahbazi) malato di Alzheimer.
Quando Simin si trasferisce dalla madre, Nader assume Razieh (Sareh Bayat), donna molto religiosa, per assistere il genitore malato.
Ogni volta che ci si trova davanti ad una recensione di un film iraniano, ci si imbatte nella solita frase: "..il regista è bravo ad aggirare la censura.." cosa che, sono sicuro, è capitato anche nel caso di Una Separazione.
La mia domanda è: perché il cinema iraniano deve essere obbligatorimente politico-rivoluzionario-antiregime? perché non può essere semplicemente buon cinema?
Buon cinema come Una Separazione di Asghar Faradhi che, nonostante lo si voglia inquadrare nel solito clichè, non è un film che tratta questioni apertamente politiche e quindi, il suo autore non ha bisogno di inventare stratagemmi o compiere un triplo carpiato per aggirare le maglie della censura.
Faradhi, costruisce il suo film con i volti, i gesti e soprattutto le parole.
Il regista iraniano è bravo a cambiare continuamente punto di vista su quanto accade e ogni volta che si presenta la possibilità di un qualsiasi svelamento, fa marcia indietro, alimentando la curiosità dello spettatore che già è stato privato della visione dell'evento cruciale della storia che ha avuto luogo fuori campo.
Una Separazione, in alcuni frangenti, potrà sembrare eccessivamente dilatato, anche se mai noioso.
Da vedere e rivedere (e ascoltare) due sequenze: quella iniziale, dove l'inquadratura è una soggettiva del giudice delegato a decidere sull'istanza di separazione, e quella rigurdante la telefonata che la badante effettua presso l'ufficio preposto per chiedere se può cambiare la biancheria intima all'anziano che assiste.
Film trionfatore all’ultimo festival di Berlino dove oltre all’Orso d’Oro come miglior film, ha anche vinto quelli d’argento eccezionalmente assegnati all'intero cast maschile e femminile.
Una separazione è film prezioso assolutamente da vedere.

Film in sala dal 25 novembre 2011

Anche se è amore non si vede
(Anche se è amore non si vede)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Salvatore Ficarra, Valentino Picone

Happy Feet 2
(Happy Feet Two)
GENERE: Animazione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Australia
REGIA: George Miller (II)

Inti-Illimani: Dove cantano le nuvole
(Donde las nubes cantan - Inti-illimani)
GENERE: Documentario, Musical
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Cordio, Paolo Pagnoncelli

Miracolo a le Havre
(Le Havre)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Finlandia
REGIA: Aki Kaurismäki

Real Steel
(Real Steel)
GENERE: Azione, Drammatico, Fantascienza
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Shawn Levy

Tower Heist: colpo ad alto livello
(Tower Heist)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brett Ratner

lunedì, novembre 21, 2011

Tower heist

Tower heist

Tra Commedia ed action movie, il nuovo film di Brett Ratner è un puzzle di icone e situazioni cinematografiche: la struttura innanzitutto, imperniata su un colpo impossibile, quello architettato dagli impiegati di un lussuoso condominio (The Tower) ai danni di un losco finanziere che si è impossessato dei loro risparmi.
E poi il suo sviluppo, suddiviso in tre parti con un prologo utilizzato come introduzione ed amalgama dei personaggi seguito dalla pianificazione e dallo svolgimento della rapina.
Ad idearlo è Josh Kovacs, un ottimo Ben Stiller, leader per caso di una banda di improvvisati malviventi a cui si aggrega in qualità di consulente Slide (Eddie Murphy), appena uscito di prigione.

Il modello di riferimento è quello di "Ocean Eleven", ripreso nell'apparente improvvisazione di un meccanismo, fuori e dentro al film, perfettamente oliato, ma anche in uno sviluppo che non perde mai di vista il ritmo, scandito non solo dall'obiettivo del regista sempre aperto ad evitare situazioni claustrofobiche con aperture che evidenziano lo spazio della scena e la coralità dell'azione, ma anche da una sceneggiatura capace di alternare i toni - dalle spacconerie di Eddy Murphy all'esistenzialismo della poliziotta disillusa interpretata da Tèa Leoni, passando per la canagliesca arroganza di Alan Alda nel ruolo del cattivo - senza perdere di vista il divertimento e la dialettica.

In secondo ordine ed alla maniera de "I soliti ignoti", il fatto di giocare sull'immaginario dello spettatore, avvicinato dal fatto di rivedersi tale e quale sullo schermo, con le inadeguatezze della propria vita riprodotte in un proposito, quello a cui l'impresa è finalizzata, sproporzionato alle proprie forze.
Non mancano neanche i riferimenti all'attualità, con la presenza di speculazioni finanziarie fraudolente e datori di lavori pronti a licenziare su due piedi. Ma la drammaticità che ne deriva è solo un pretesto per giustificare a priori l'operato della stravagante sodalizio.
Finalizzato da un cast all star capaci di rinunciare ai propri vezzi attoriali, "Tower heist" non mancherà di divertire persone di ogni età per la sua voglia di rivincita nei confronti del mondo.






domenica, novembre 20, 2011

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1

Andamento sinusoidale. Nello sviluppo della saga d'amore e vampirismo ormai alla quarta puntata, quest'ultima si inserisce pienamente in una tendenza che, nel corso dei vari episodi ha evidenziato un discontinuità, tanto nelle scelte del registro stilistico, quanto nella qualità finale del prodotto. Infatti, pur mantenendo inalterata la centralità di temi, che nella tormentata storia d'amore tra Bella ed Edward riflettono non solo le aspettative emozionali di una tribù di giovanissimi alla disperata ricerca di valori e di certezze - ed in questo la celebrazione del matrimonio le soddisfa entrambe - ma anche lo spirito dei tempi - nella contrastata ricomposizione delle diversità, non solo quella biologica dei due giovani, ma anche nelle alleanze estemporanee tra licantropi e vampiri - l'epopea continua cambiare pelle.
Dopo l'indipendenza di "Twilight" (2008), il narcisismo di "New Moon" (2009), ed i brividi di "Eclipse" (2010), è la volta del conformismo di "Breaking Dawn", prima tranche di una conclusione dilazionata con una seconda uscita programmata per il prossimo anno, e qui messa in moto da una serie d'eventi, il matrimonio dei promessi sposi, la gravidanza di Bella, ed il tentativo dei licantropi di uccidere il nascituro, che gettano le basi per un finale con i fuochi d'artificio. Una prospettiva stimolante, per il momento costretta a fare i conti con un preludio banalizzato dalla contabilità delle strategie produttive, e dall'arte di un regista, al tempo di "Demoni e Dei" fieramente indipendente, ma oramai sottomesso a questo tipo di logiche.

Che il compito non fosse facile si sapeva in anticipo: da una parte le aspettative di uno stuolo di appassionati attentissimi al rispetto delle fonti, e per questo poco disposti ad accettare interpretazioni eterodosse, dall'altra le esigenze dei produttori desiderosi di allungare il brodo per ragioni di moneta.
In più la schematicità della trama, rigidamente imperniata su due momenti successivi, il matrimonio prima, la gravidanza poi, sviluppati allo specchio, nella loro commistione tra dimensione individuale, resa ansiogena da complicazioni connaturate alla natura eccezionale di quel legame, e collettiva, con la celebrazione della famiglia allargata (unico nucleo di possibile convivenza) e dei suoi rituali, ampiamente rappresentati nelle frasi di rito e nei modi di circostanza manifestate dai parenti e dagli amici della coppia, utilizzati per ricondurre gli eccessi di una vicenda strutturalmente anomala nel recinto della tradizione e della correttezza politica.
Bill Condon ci mette però del suo con un linguaggio cinematograficamente anonimo, in cui la bidimensionalità delle inquadrature, realizzate con riprese prive di un minimo di profondità, e la piattezza del montaggio, usato senza alcuna funzione di senso ma solamente nel suo meccanico accumulare, si riflettono sulla vicenda, e soprattutto nelle psicologie dei personaggi, riducendone di molto la portata, relegandoli ad un ruolo puramente figurativo, esauriti nel riflesso della propria immagine; figurine di un album sfogliato più per abitudine che per reale urgenza.
Ed anche sul piano meramente estetico, il film non rende un buon servizio al divismo degli attori, Kristen Stewart e Robert Pattinson, alle prese con una crescita anagrafica che si riversa sulla freschezza delle loro espressioni, eternamente giovani nella memoria filmica, ed invece alterate sullo schermo dai mutamenti fisiologici, palesemente rivelati quando la telecamera si avvicina ai loro volti senza adeguarsi all'avvenuto cambiamento. Una mancanza che diventa il segno di un film troppo sicuro di sé, adagiato sulle ali di un consenso derivato dal solo fatto di esistere.
Ma di questo e degli eventuali consuntivi ci sarà modo di riparlare.

(pubblicata su ondacinema.it)






sabato, novembre 19, 2011

Torino Film Festival [dal 25-nov al 3-dic 2011]

Dal 25 novembre prossimo al 3 dicembre la città di Torino ospiterà la 29° edizione del Torino Film Festival, kermesse cinematografica alla cui guida da alcuni anni figura il regista Gianni Amelio, affiancato dalla giornalista e scrittrice Emanuela Martini e da un folto team di esperti in gran parte proveniente dal gruppo editoriale di Film Tv.

Una delle retrospettive del Festival è dedicata al regista Robert Altman.
Il festival presenterà gli oltre quaranta lungometraggi diretti da Altman per il cinema e la televisione e una selezione delle serie televisive firmate dall’autore in cinquant’anni di carriera.
La retrospettiva, curata da Emanuela Martini e corredata da un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro, sarà preceduta da un’ampia mostra fotografica allestita negli spazi del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana.

E' invece il regista francese Eugène Green il protagonista dell'Omaggio della sezione "Onde".
Eugène Green sarà a Torino per accompagnare l'integrale della sua opera cinematografica, a partire dal suo film d'esordio, Toutes les nuits (2001, Premio Delluc Opera Prima) sino alla Religiosa Portuguesa (in Concorso a Locarno nel 2009).

Rapporto confidenziale, la sezione monografica del Torino Film Festival, è dedicata al cinema di Sion Sono, l’eccentrico, poeta, romanziere e cineasta giapponese che partecipa alla Quinzaine des realizateurs con Guilty of Romance.

giovedì, novembre 17, 2011

Film in sala dal 18 novembre

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1
(The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 1)
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy, Sentimentale
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bill Condon

Anonymous
(Anonymous)
GENERE: Drammatico, Storico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Gran Bretagna
REGIA: Roland Emmerich

Il Buono, il matto, il cattivo
(The Good, the Bad, the Weird)
GENERE: Western
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Corea
REGIA: Kim Jee-woon

Il mio angolo di paradiso
(A Little Bit of Heaven)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USAjavascript:void(0)
REGIA: Nicole Kassell

Scialla!
(Scialla!)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Bruni

mercoledì, novembre 16, 2011

Pina 3D

PINA 3D
regia di Wim Wenders


Pina Baush è stata tra le più importanti e note coreografe mondiali di balletto.
Nata nel 1940 e da poco scomparsa (2009), Pina Baush è legata al teatro-Danza, termine adottato negli anni '70 da alcuni coreografi tedeschi per indicare una forma d'arte diversa dal balletto e dalla danza moderna e che include elementi recitativi.

Nel 1973 fondò il "Tanztheater Wuppertal Pina Bausch", il corpo di ballo per il quale curò personalmente corografie e formazione. I suoi spettacoli riscossero fin da subito grande successo, con riconoscimenti in tutto il mondo. Pina rivoluzionò il balletto, diede ad esso un nuovo codice espressivo ed una nuova forza. Il balletto diventò vita reale, forza e fragilità, trasformazione.

"La novità del suo lavoro non consiste tanto nell'invenzione di nuove forme e nuovi gesti, da riprodurre uguali a se stessi, quanto nell'interpretazione personale della forma che si vuole rappresentare, entrambe sostenute dal concetto basilare del rapporto (che è della danza così come di ogni forma di vera arte) tra fragilità e forza .
Un altro elemento di novità è costituito dall'interazione tra i danzatori e la molteplicità di materiali scenici di derivazione strettamente teatrale - come le sedie del Café Müller - che la Bausch inserisce nelle sue composizioni.
Da citare anche il rapporto interpersonale che seppe sempre intracciare coi suoi allievi, basato su un rapporto di reciproco rispetto e di affetto mai gridato ma profondissimo. " (da Wikipedia)


L'intenso ed emozionante documentario di Wim Wenders, Pina, mette in scena le testimonianze dei ballerini che hanno lavorato negli anni con Pina Baush. I loro ricordi ricostruiscono il profilo di Pina Baush e ciò che lei è stata per loro e per il mondo dello spettacolo.
Pina vive ancora oggi nelle coreografie che i suoi danzatori portano avanti e sviluppano, vive nella vita di coloro che ne portano avanti il messaggio umano ed artistico.

Un corpo di ballo, quello di Baush, che divenne presto una famiglia, un luogo franco dove trovare un nuovo linguaggio per sè e per esprimere l'inesprimibile, per ritrovare la propria voce.
I ballerini, emozionati, commossi, molto partecipi al progetto, offrono loro stessi ed i loro ricordi per omaggiare una delle più innovative artiste della danza contemporanea.
Il corpo possiede un proprio linguaggio che non ha necessità di parole. Le loro tstimonianze sono ora ricordi ora stralci di danza, movimenti e colori.
Alle tante e toccanti testimonianze si alternano momenti di ballo ed estratti di interviste a Pina Baush.

Assai apprezzabile il lavoro di Wenders che ancora una volta riesce a sposare, con discrezione e originalità, la propria creatività e il proprio acume alla profondità espressiva delle coreografie della Baush ed alla intensità umana dei protagonisti.

Consigliato a tutti. Non importa se non si è preparati in fatto di danza o teatro, questo doc saprà stupirvi e regalarvi emozioni lucide e violente, che arriveranno al cuore senza passare della parola.

Non sappiamo spiegarci i motivi ma molte emozioni ci nascono in cuore portandoci consapevolezza profonda.
Pina Baush comprese questo magico meccanismo e scelse la via diretta del corpo e delle tante forme di comunicazuine alternative alla parola per mettere in scena le proprie opere.

magia della vita.

Pina Baush riuscì a dare un nuovo linguaggio a ciò che nella parola non può essere espresso.

martedì, novembre 15, 2011

Festival internazionale del film di Roma: Incontro con Michael Mann



L'incontro con uno dei maestri del cinema contemporaneo ci consegna il ritratto di un uomo concreto, disponibile ma determinato a portare avanti un discorso cinematografico che non può prescindere dal reale

Tra gli eventi speciali della Mostra del cinema internazionale del film di Roma il fiore all'occhiello è stato sicuramente la lezione di cinema di Michael Mann, curata e presieduta da Mario Sesti ed Antonio Monda, amanti prima che esperti di cinema americano. L'occasione è stata un modo per conoscere un cineasta che anche sul palco dell'Auditorium ha confermato la sua fama di uomo concreto, disponibile ma determinato a non lasciarsi coinvolgere troppo da interpretazioni che negli anni hanno esaltato i suoi film come oggetti di avanguardia dal punto di vista tecnico e metacinematografico. Alla pari di qualsiasi altro lavoro anche quello del regista, dice Mann, è un mestiere che non può sottrarsi al rigore delle sue regole. Ed essendo, in questo caso, il risultato di una speculazione strettamente legata agli elementi del reale ne consegue una riproduzione trasfigurata quel tanto che basta per fare spettacolo senza tradire l'origine della sua natura. Va sicuramente in questa direzione la scena della guerriglia urbana di "Heat - La sfida" (1995), generalmente esaltata per la sua iperbolica rappresentazione, ed invece frutto, secondo Mann, di un'abitudine violata dall'arsenale militare utilizzato dalla banda di Neil McCauley, a cui i poliziotti, anche quelli reali, non sarebbero abituati. E' l'addestramento quotidiano, le tattiche di combattimento diventate oggetto di studio nelle aule universitarie, la costruzione di un set organizzato come fosse un campo militare a renderlo orgoglioso. Un lavoro certosino, quasi monacale che Mann afferma nella scelta del brano che apre l'evento, un sequenza tratta dal suo film d'esordio "Strade violente" ("The Thief", 1981), in cui lo spettatore è chiamato a seguire il pulviscolo impazzito di fiamme e di metallo provocato dalla fiamma ossidrica di Frank (James Caan) impegnato a forzare la cassaforte della banca che sta svaligiando. Un'esaltazione del gesto minuziosa ed insistente, anche in termini di minutaggio, tesa a prosciugare nella monotona descrizione della procedura le istanze più romanzesche del genere (l'heist movie) ed insieme a delineare, nell'accostamento tra la manualità dell'azione e la figura del protagonista, ripresa nello stacco successivo, la natura pragmatica di quella storia. Una propensione al reale doppiata dalla sequenza tratta da "Miami Vice" (2006), la rivisitazione del suo lavoro televisivo, ancora una volta imperniata sulla ripetizione del segno: in questo caso l'inquadratura dall'alto del natante che cavalca le onde per portare a compimento il destino di una relazione impossibile, quello tra l'agente della narcotici Sonny Crockett e di Isabella, la donna che sta sorvegliando e di cui si innamorerà. Anche qui la manifestazione dell'umano non può fare a meno di ricordarci le sue implicazioni materiali, con le scene della coppia ad aprire e chiudere lo spezzone, in un rapporto di dipendenza con la panoramica marina che esprime in un totale, fatto di acqua e motori, la fluida irruenza di quel legame.


E' impossibile ricavare il minimo compiacimento da un regista sempre pronto a rintuzzare i suoi interlocutori, come avviene quando Mario Sesti lo vorrebbe in qualche modo debitore di John Ford ("My Darling Clementine" è uno dei film preferiti dall'artista) ammirato ma non imitato dal regista americano, che risponde negativamente ad eventuali eredità provenienti da quella direzione, oppure nel rifiutare lo stile quale categoria adatta a riassumere le sue forme cinematografiche. Per Mann tutto si riduce ad una questione di sostanza: dalla scelta degli attori, spesso determinata dalla ricerca di un interpretazione che fosse frutto di una reazione ad un ruolo differente da quelli interpretati in precedenza - fu così per il Russel Crowe appena uscito da "Il gladiatore" e chiamato ad interpretare "Insider" (1999), Daniel Day Lewis, che gli studios ritenevano troppo gracile ed intellettuale per il ruolo di Hawkeye in "L'ultimo dei mohicani" (1992) e per Tom Cruise, il ragazzo della porta accanto trasformato in un killer freddo e spietato in "Collateral" (2004) all'uso del digitale, praticato per le possibilità di allungare la durata delle singole riprese, o per cogliere la profondità della notte losangeliana. E ancora, quando rispondendo a proposito del suo rapporto con i produttori afferma che quelli preferiti sono coloro che mettono a disposizione il budget e poi si tolgono dai piedi. Insomma, prima del regista, la lezione ci consegna un uomo che sa cosa vuole, e se lo prende, anche a costo di diradare la produzione filmica ("oggigiorno realizzare film richiede molto più tempo che nel passato"). E nel profluvio di applausi e di parole, la chiusa con il nuovo lascito del regista, il teaser dell'episodio che farà da apripista per una nuova serie televisiva targata Hbo, "Luck", una specie di "The Sopranos" ambientato nel mondo delle corse, dominato dalla presenza attoriale di due mostri sacri come Dustin Hoffman e Nick Nolte, ed una serie di progetti da realizzare per il cinema, tra cui una storia ambientata in un Medioevo ricostruito secondo una prospettiva interna a quel periodo. La consacrazione è ancora lungi dall'essere un commiato.

(pubblicata su ondacinema.it)