martedì, febbraio 13, 2007

Vero come la finzione

La dimensione spazio temporale è un ostacolo nella comprensione del fine ultimo delle cose: questo concetto, quasi una religione nei 70 con le esperienze extrasensoriali di artisti ed intellettuali di varia estrazione sembra tornato in voga anche nel cinema con l’opera di registi come Jonze Gondry ed appunto Forster che attraverso un cinema stravagante e fuori dai canoni si immergono nelle nevrosi dell’uomo moderno alla ricerca di risposte che diano un senso ad un esistenza altrimenti fredda e disumana. Pur con le proprie peculiarità i nostri sono convinti che per rompere queste barriere e provare a capirci qualcosa sia necessario mischiare le carte e quindi non distinguere più tra sogno e realtà, arte e vita, riso e pianto; la vita ridotta a materia grezza diventa strumento vivo nelle mani del regista demiurgo che non senza dolore smaschera gli inganni, evidenzia le contraddizioni, oggettivizza i comportamenti, trova, forse, le soluzioni. Così succede anche in “Vero come la finzione”dove il percorso di oggettivazione si avvale dell’elaborazione creativa, in questo caso letteraria come strumento per sovvertire i normali parametri della realtà ed iniziare un viaggio ai limiti della sanità mentale in cui la perdità di sé è il male necessario per ritrovare se stessi e gli altri. Nel film che si avvale di un cast di fuoriclasse sposati alla causa emerge innanzitutto il binomio amore /thanatos vita/morte tanto caro al regista e mai come in questo caso mostrato in tutta la sua ineluttabile inscindibilità: il contrasto a prima vista evidente si ricompone a poco a poco in un unicum che è l’essenza stessa della vita che trova la sua piena realizzazione nell’unione delle sue mille manifestazioni. Il tema non è nuovo nella filmografia del regista ma qui appare finalmente centrato, spurio da sperimentalismi e titubanze che ne avevano in parte inficiato i risultati. Lo stile è diventato più sobrio, quasi geometrico nel disegnare le traiettorie geografico esistenziali di un personaggio che ha il merito di farci apprezzare la vena drammatica di Will Farrel capace di dar vita ad un Pierrot moderno che commuove e suscita ilarità grazie ad una mimica sottotraccia che è caratteristica dei cavalli di razza.

1 commento:

Annice ha detto...

Good words.