venerdì, luglio 19, 2013

Cult Movies: "Escape from New York"/"1997: fuga da New York"


di: J. Carpenter
con: K.Russell, L.Van Cleef, E.Borgnine, D.Pleasence. I.Hayes, H.D.Stanton, A.Barbeau
- USA 1981 -
99 min

Terminata l'avventura di "The fog" (1979), Carpenter si persuade a cimentarsi con la riproposizione in chiave personale di un vecchio capolavoro di fantascienza - da lui conosciuto a menadito - in parte attribuito (in genere, i crediti portano la doppia firma, e l'altra e' quella di Christian Nyby) ad uno dei registi da lui più amati, Howard Hawks: "The thing from another world"/"La cosa da un altro mondo" del 1951. Ritardi produttivi, pero', lo inducono a rispolverare una vecchia idea della meta' degli anni Settanta, non lontana dalle suggestioni controverse originate dal clima politico (il Vietnam, il Watergate) dell'America del tempo. Intorno a questo grumo narrativo ma con un taglio decisamente più agile - e soprattutto piu ironico - nasce "Escape from New York"/"1997: fuga da New York", antesignano degli scenari futuribili delle moderne società soggette ad un impercettibile quanto inesorabile processo di disgregazione morale e materiale (cominciano a vedersi e ad imporsi nell'immaginario collettivo - più o meno contemporanea e' la saga di "Interceptor"/"Mad Max", 1979, che condivide con l'opera carpenteriana ambientazioni ed umori simili - immense lande ridotte a "terra di nessuno", come cupe metropoli quasi disidratate dall'interno, disseminate di ruderi e stipate di rifiuti, anche umani, entrambe avanzi/trappole - qui Manhattan e' addirittura una sterminato laboratorio di espiazione di massima sicurezza - di un Progresso che, si insinua, mai avuto davvero sotto controllo, destinato a replicare se stesso in un cieco sedimentarsi ciclico e incoerente nella prospettiva rassegnata perché indifferente, di un imminente collasso); precursore della rappresentazione di una mutazione antropologica nel segno - allo stesso tempo - della supremazia degli istinti più feroci di sopravvivenza e di una gerarchizzazione definitiva in senso tribale/carismatico dei ruoli.

Misurate panoramiche dall'alto e minacciosi squarci prospettici del sinistro muro di cinta che avvolge l'isola e la separa dal resto di New York (Carpenter nulla dice di "come" e soprattutto "se" ancora si vive nel resto della città, ad amplificare il senso di angoscia e potenziale catastrofe che aleggia su tutta la vicenda) introducono la missione platealmente "suicida", ed assegnata obtorto collo, di Snake Plissken (Kurt Russell in un ruolo a cui il tempo e la passione di sempre nuovi estimatori ha regalato contorni semi-leggendari) - ex soldato pluridecorato ora fuoriuscito ribelle pronto per la detenzione, taciturno e beffardo, allergico all'autorità e ai compromessi, di fondo anarchico e disincantato - volta a recuperare il Presidente USA precipitato all'interno della "zona morta" del super penitenziario e probabile ostaggio delle bande che se ne contendono il predominio. Cugino di primo grado, potremmo dire, del Napoleone Wilson di "Distretto 13" (1976) e quasi gemello del Jim MacReady de "La cosa" (1982), Plissken, puerilmente reso in italiano col nome di "Jena" - cosa che, in prima battuta, rende incomprensibile la presenza di diversi tatuaggi anguiformi sul suo corpo - e' un uomo scontroso, tendenzialmente laconico e diffidente, figlio in questo della lunga tradizione di eroi/antieroi polemici e contro-il-Sistema cari a Hawks (e al western), armato pero', oltreché di un suo codice morale e quindi di una lealtà di base, come di un addestramento che lo ha abituato a contare solo su se stesso, anche di un mugugnante sarcasmo che lo avvicina tanto ai personaggi solitari ma scanzonati e baldanzosamente cinici di Leone quanto agli impassibili "riequilibratori di torti" di eastwoodiana memoria. Lapidarie e icastiche, infatti, restano alcune sue battute: a parte il tormentone (ripreso e variato da quello che inseguiva lo stesso Wilson in "Distretto 13" e divertito marchio di fabbrica carpenteriano, da sempre amante di impercettibili variazioni su certi temi e di gustosi "in-jokes"), "Avevo sentito dire che eri morto", a cui Plissken o non risponde o commenta con uno sguardo in tralice o, ancora, ribatte con qualche sillaba stiracchiata, vanno ricordate, a mo' di esempio, talune frasi rivolte al personaggio di Van Cleef (Bob Hauck, sovrintendente dell'isola-galera, non a caso passibile di una pronuncia prossima a "hawk", "falco", il che spiegherebbe, da un lato, in termini anche simbolici, l'opposizione fisica e psicologica tra i due personaggi principali - la Serpe e il Rapace - eternamente in lotta per capovolgere a proprio favore i destini di predatore e preda, e renderebbe, dall'altro - ora una volta per tutte - inutile oltreché ridicola la scelta del sopracitato appellativo "Jena") che tenta di persuaderlo dell'importanza della missione il cui successo e' legato alla sorte del Presidente (figura, e' bene evidenziarlo, tratteggiata su toni di rara grettezza e viltà e sardonicamente interpretata da D. Pleasence, a dirla lunga sulle riflessioni del cineasta di Carthage in merito alla politica, non solo americana, e al generico establishment). Affermazioni asciutte e puntute tipo: "Presidente di che ?" o, a ruota, "Fate un altro Presidente", esemplificano in pochi secondi l'indole di Plissken - di fatto, cobra impossibile da incantare e solo provvisoriamente coercibile - il suo "taglio" concettuale e di conseguenza il suo atteggiamento di figura emblematica classica la cui integrità/fedeltà alla parola data trova nelle traversie frapposte dal caso e nell'ostinazione nonostante tutto ad opporvisi la leva per issarsi - pur nel limitato spazio di un'avventura, ribadiamolo, subita - a rango di autentico slancio umano solidaristico.

Non meno interessante, in un film in cui la fluidità del montaggio (prendendo, ad esempio, la sequenza del volo notturno in aliante di Plissken per guadagnare un luogo oggi di tutt'altro spessore "filosofico" e "metaforico", il tetto del World Trade Center, ci si trova tra le mani una vera e propria sintesi registica di creazione e sviluppo della suspense, raggiunta avvalendosi di pochi ma calibratissimi strumenti espressivi: alternanza cadenzata di primi piani del protagonista intento ai comandi e inquadrature ampie del mezzo che scivola nel buio oltre la barriera di cinzione al di sopra della celebre "skyline" newyorchese; preminenza di un sonoro avvolgente ma discreto - la scena, oltretutto, e' quasi completamente priva di dialogo - nel riprodurre il volo dell'aliante come eco sibilante/insidiosa dell'atmosfera che regna al suolo; esibizione di effetti speciali semplici ma funzionali, tipo il display che fornisce a Plissken una mappatura digitalizzata della rotta con le sagome degli edifici e le relative proporzioni e distanze), la rapidità generale della messinscena alternata al muto indugiare di alcuni frangenti a suggerire un pericolo sempre dietro l'angolo, l'ambientazione notturna e claustrofobica, segnano i riferimenti di un'opera lineare e compatta - non meno interessante, si diceva - e' il ragionare di Carpenter attonito e in sostanza pessimista riguardo le condizioni di vita nelle megalopoli moderne come allegoria molto concreta di un virus, di un'infezione, che sta minando alle fondamenta le stesse ragioni della convivenza civile. In effetti, la relativa prossimità temporale che salda gli avvenimenti narrati nella finzione cinematografica - 1997 - all'anno in cui viene realizzato il film - 1981 - parla in trasparenza un linguaggio esplicito e svela un intento molto più "realistico" che "fantascientifico". Proprio agli inizi degli anni'80, infatti, si ricordano voci polemiche o turbate levarsi a proposito dello stato di relativa bancarotta e parallelo dilagare del degrado di diverse città americane, tra cui, appunto, New York (strade invase dai rifiuti, scioperi, tensioni). Lavorando su tali presupposti, l'immaginazione di Carpenter e quella dello scenografo e designer Joe Alves hanno, diciamo così, gioco relativamente facile nel ricostruire ampie vedute e ambienti della Grande Mela (Madison Square Garden compreso), in equilibrio tra decadenza con reminiscenze gotiche e scampoli dell'incipiente post-modernità, a conferma, al netto dei singoli esiti, del sincero spirito "cormaniano" del regista, da sempre artefice /testimone di un cinema tanto inventivo quanto artigianale.



Del film, come sovente gli accade, Carpenter, oltre alla regia, cura soggetto, sceneggiatura e commento musicale. Nel 1996, pare su amichevole "pressione" proprio di Russell, l'autore americano torna sul luogo del delitto e firma "Escape from L.A." / "Fuga da Los Angeles", seguito dell'opera del 1981 e dilatazione delle avventure di Snake Plissken.


TFK

2 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Cultissimo, uno dei migliori di Carpenter.
Tra l'altro, io ho sempre trovato efficace anche il bistrattato sequel.

TFK ha detto...

Plissken sta (e resterà a lungo) dentro molti di noi. Sostengo la tua valutazione su "Fuga da Los Angeles", film molto più disperato e pessimista di quello che si e' voluto riconoscere. Grazie JF.