mercoledì, gennaio 01, 2014

American Hustle-L'apparenza inganna

American Hustle-l'apparenza inganna
di David O.Russel
con  Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Jennifer Lawrence
Usa, 2013
genere, drammatico
durata, 138'
 


In “I Heart Huckabees – Le strane coincidenze della vita”, il suo film più personale e sfortunato associava le disfunzioni dell’anima alla capacità di indagarne le ragioni da parte di una coppia di detective specializzati nella ricerca di logiche esistenziali. Era il 2004 e David O. Russell, alla stregua dei suoi personaggi aveva trovato il modo di mettersi nei guai, dilapidando le credenziali acquisite dopo il successo di “Three Kings” con le circonlocuzioni filosofiche di un racconto senza capo ne coda. Ordinaria anormalità che O. Russell gradatamente è riuscito a rivestire di una riconoscibilità rintracciabile nella scelta di storie e generi tipicamente americani. Dapprima la parabola sportiva di un boxer proletario in “The Fighter”, poi a seguire la favola romantica di un amore sui generis ne “Il lato positivo”, per arrivare ai giorni nostri con una crime story dal sapore classico che risponde al nome di “American Hustle”, titolo scelto per raccontare una vicenda realmente accaduta sul finire degli anni ’70. L’idillio amoroso tra il genio della truffa Irving Rosenfeld (Christian Bale visibilmente sovrapeso) e la sciantosa Sydney Prosser (una sensualissima Amy Adams) sua compagna di malefatte si trasforma infatti in una pagina di cronaca americana quando i due, smascherati dall’Fbi, sono costretti a collaborare nell’operazione Ascam che permise di assicurare alla giustizia un buon numero di politici disonesti e corrotti. 


Fin qui nulla di strano se non fosse che O. Russell, pur preoccupandosi di tenere desta l’attenzione sulle varie fasi di un operazione effettuata sottocopertura, e di conseguenza pensata e portata a termine con strategie delinquenziali che prevedono una buona dose di travestimenti e depistaggi, e’ interessato soprattutto alla creazione del microcosmo umano e relazionale dei personaggi, come al solito caratterizzato da una un’instabilità emotiva che nei film del regista diventa il collante energetico per incollare l’uditorio alle vicende dello schermo. Come quella che sprigiona da Irving e Sidney, i protagonisti della storia, alla ricerca di una vita migliore e di qualcuno che sappia contenere gli eccessi di una sensibilità sin troppo sviluppata, ma anche di chi in qualche modo diventa partecipe della loro esistenza: l’agente Richie Maso ad esempio (Bradley Cooper) affascinato dai modi e dalla personalità della coppia, ed allo stesso tempo intenzionato a portare a termine una missione che gli permetterebbe di mettersi in luce presso i propri superiori, e poi la sconclusionata Rosalyn (Jennifer Lawrence brava in un ruolo per lei nuovo), la moglie di Irving, incapace di stare sola, e per questo per nulla disposta ad accettare le conseguenze di un matrimonio oramai agli sgoccioli. 

Se l’origine dello strano sodalizio deriva dalle necessità connesse con gli sviluppi dell’azione, e dalla volontà di portare in dote al film la carica di suspense e d’imprevisto richiesta dai codici del genere poliziesco, progressivamente questa caratteristica lascia il campo ad un balletto di apparenze e di false verità, in cui il desiderio comune di farla franca rispetto ai ricatti della vita si trasforma in un alternanza di infingimenti che non risparmia nessuno, e che da il via ad una valzer delle coppie fatto di amicizie vere o presunte – “non ho mai avuto un amico come te” dice Irving a Carmine Polito, il funzionario che cerca di incastrare ma di cui rimane stregato – e di relazioni sentimentali che si sciolgono e si ricompongono in men che non si dica.



Fortemente caratterizzato dalla particolarità della sua collocazione temporale, “American Hustle” risponde alle esigenze dei film in costume, con una ricostruzione d’epoca più umanistica che filologica, quest’ultima peraltro soddisfatta dai colori di una fotografia dalle sfumature d’orate a ricreare il glamour esibito e vitale di quella stagione, e nella compilation musicale composta dai pezzi più in voga del momento. Così la precisione degli ambienti e per esempio il confronto tra l’arredamento minimale della casa east side in cui vive Sidney, e la disordinata pienezza di quella di quella del New Jersey dove Rosalyn abita insieme al figlio che Irving ha adottato, più che ricostruire un pezzo di storia americana è il modo per delineare la differenza di mentalità tra le due donne, e la risposta che esse danno al naturale bisogno di emancipazione e di felicità che per entrambe deve molto al gradiente di femminilità utilizzato per conquistare la controparte maschile. Elegante e sofisticato quello di Sidney, pacchiano ed appunto volgare quello di Rosalyn. E lo stesso vale per le escursioni nei locali alla moda, con la scena del ballo in discoteca (sono i tempi della disco music e dello studio 54) e la danza sensuale di Sidney che serve ad O. Russell per rappresentare il senso di frustrazione della donna al tempo stesso la sua voglia di reagire alle indecisioni di Irving, manipolato da una moglie che non riesce a lasciare. La tendenza a privilegiare i moti dell’anima e’ sottolineata anche dai movimenti della telecamera, con carrellate in avanti ed all’indietro che mettono da parte qualsiasi intenzione di naturalismo cinematografico per restituire il subbuglio emozionale e l’ambivalenza comportamentale dei vari protagonisti. 

Ma “American Hustle” e’ anche la conferma della capacità di O. Russell di saper lavorare sul corpo degli attori e sulla loro iconografia, che nel caso di Bale e della Adams sono stravolte e rinnovate da particolari fisici vistosi – la pinguedine del primo- oppure – la nudità della seconda- accennati quel tanto che basta per accendere la fantasia degli astanti, confermando un camaleontismo che nel caso della Adams potrebbe valerle un Oscar. E se alla fine della visione rimane qualche perplessità sulla fluidità dell’intreccio riguardante la detection poliziesca, appesantita dalla ridda di nomi e ramificazioni (ad un certo punto entrerà in campo anche la mafia capeggiata da un Robert De Niro in versione cameo) alla fine a prevalere è la nitidezza di un bisogno d’amore che il fool for love di “American Hustle” in fin dei conti rappresenta.

2 commenti:

salvatore mastia ha detto...

Capolavoro assoluto

nickoftime ha detto...

Chi mi conosce bene sa che mi hai tolto le parole di bocca^^