Total Recall - Atto di forza
di Les Wisemam
Nel film di Michael Gondry, "Se mi lasci ti cancello"(2004),il personaggio interpretato da Jim Carrey si faceva cancellare dalla testa il ricordo di un amore finito male. Ridley Scott nel suo "Blade Runner" (1982) istilla il dubbio che anche il passato dell' agente Deckard come quello degli androidi a cui dà la caccia sia stato ricostruito attraverso un innesto di ingegneria genetica. Al contrario in "Total Recall - Atto di forza" di Les Wiseman la memoria fittizia ed artificiale è una scelta consapevole, una palliativo adottato da Douglas Quaid per sconfiggere la monotonia della vita. E'sottile ma efficace l'insistenza con cui il cinema torna ad un tema di stretta attualità come quello della manipolazione della mente presentandolo non più come il risultato di una stregoneria o di una qualche metafisica ma piuttosto come un processo scientifico ormai consolidato. In questo senso il contributo di Philip K. Dick è stato determinante non solo per la quantità di riletture allestite da Hollywood a proposito dei suoi libri ma anche e soprattutto per la verosimiglianza con cui ogni dettaglio di questo "nuovo mondo" ha trovato nella scrittura del romanziere americano la sua versione più potente in termini di comunicazione ed empatia.
In questa nuova versione di "Total Recall - Atto di forza" che assembla nel titolo italiano anche il prototipo diretto da Paul Verhoven nel 1990 ed interpretato da Arnold Schwarzenegger, Douglas Quaid è l'ago della bilancia di una lotta di potere e di sopravvivenza tra i superstiti di una guerra (chimica) che ha ridotto la terra in una landa desolata: da una parte la nazione di Britannia, conservatrice ed imperialista, dall'altra quella di La colonia, libera e rivoluzionaria. Quaid scopre infatti di non essere un cittadino qualunque,felicemente sposato e con una vita sempre uguale,bensì un famigerato agente segreto, temporaneamente neutralizzato nella sua azione da un lavaggio del cervello che ha cambiato i suoi ricordi. Sconvolto dall'inquietante rivelazione e braccato da chi lo vorrebbe nelle sua fila, l'uomo viene aiutato nella fuga da una rappresentante delle forze rivoluzionarie che promette di rivelargli la verità sulle vicende del suo oscuro passato.
Il compito di Les Wiseman presentava diverse difficoltà, a cominciare da quelle derivanti dalla difficoltà di rendere cinematografica una storia pensata per la pagina scritta. Una trasposizione che solo per restare al cinema tratto dalle opere di Philip K. Dick non era stata quasi mai all'altezza delle aspettative, ma che nel caso del film diretto da Verhoven aveva creato un vero e proprio culto. Ed è proprio il film diretto dal regista olandese, per il suo essere non solo un termine di paragone ingombrante a causa del carisma e della personalità di chi lo ha realizzato, ma anche per la vicinanza in senso cronologico con l'opera di Wiseman, a condizionare lo sguardo di questa ennesima rivisitazione.
Se lo scheletro della storia rimane sempre uguale "Total Recall - Atto di forza" apporta delle modifiche sia dal punto di vista narrativo, escludendo qualsiasi riferimento a Marte ed alle implicazioni sulla vicenda che prima il libro e poi il film di Verhoven invece avevano, sia da quello formale, eliminando le venature ironiche e la vivacità coloratissima un po' camp presente nella fauna bizzarra e grottesca dell'originale.
Il risultato è un cupo action thriller metropolitano in cui la fantascienza nella sua componente visionaria ed innovativa viene azzerata da una messa in scena ricalcata con poca inventiva su modelli precedenti quando si tratta di rendere l'antagonismo tra le due nazioni, definito in maniera schematica dall'opposizione tra male (Britannia) e bene (La colonia), simboleggiati dalla prevalenza di luce o di ombra che caratterizza le immagini riferite ad una o all'altra.
E poi realizzato prelevando a piene mani soprattutto da un film seminale come "Blade Runner", di cui Wiseman riprende architetture, atmosfera ed estetiche - poca luce, una pioggia incessante e sovraffollamento sono le caratteristiche evidenti di questa similitudine - ma anche di Star Wars (1997) e de "Il quinto elemento" (1997) sparpagliati qua e là nei dettagli di un oggettistica che va dalle automobili gravitazionali alle autostrade sospese nell'aria e sviluppate ad altezza grattacielo. Ma quello che lascia veramente a desiderare è la mancanza di tensione che dovrebbe scaturire dall'ambiguità di una storia sospesa tra reale e virtuale, e dall'incertezza di un identità, quella del personaggio principale, in continua fluttuazione tra le diverse ipotesi che gli vengono messe di fronte nel tentativo di farlo propendere da una parte all'altra della lotta.
Wiseman non conosce altra variante al di fuori della cruenta caccia all'uomo condita di inseguimenti, sparatorie e presunti colpi di scena ripetuti all'infinito. Dopo venti minuti si è capito quasi tutto, ed allo spettatore non rimane altro che sorbirsi il cosiddetto bagno di sensazioni fracassone ed invadente che in molte produzioni mainstream non è più spettacolo ma puro riempitivo. Colin Farell mono espressivo nel suo broncio perennemente accigliato ma anche le due belle statuine che gli fanno compagnia - Kate Beckinsale prelevata direttamente dalla saga di Underworld e Jessica Biel atletica e sottoimpiegata - sono il biglietto da visita di una produzione di cui non si sentiva assolutamente il bisogno.
(pubblicata su ondacinema.it)
http://www.ondacinema.it/film/recensione/total_recall_atto_forza.html
lunedì, ottobre 15, 2012
Total Recall - Atto di forza
sabato, ottobre 13, 2012
Apocalypto
Apocalypto
regia di Mel Gibson
Più vicino agli estri dinamici dell'"Ultimo dei Mohicani" di Mann che al furore mistico del suo precedente "The passion", Gibson confeziona con "Apocalypto" un solido film di avventura, veloce e ferino, che supera di puro muscolo le
solite polemiche sulla violenza, nonché lo snobismo e la pedanteria di buona parte dell'intellighenzia europea per l'ennesima volta impastoiata nella stesura degli elenchi delle cantonate storiche, antropologiche e linguistiche (tutto il film e' parlato nel dialetto originale dei luoghi), anziché attenta a valutare ciò che ogni film innanzitutto e': spettacolo di finzione.
E lo spettacolo orchestrato dall'attore/regista australiano/americano funziona. Il passo dell'azione e' rapido, nella seconda parte quasi frenetico ma sempre preciso.
Nell'insieme, la durata, due ore abbondanti, non pesa mai. Jaguar Paw - Zampa di Giaguaro - guerriero e cacciatore Maya, viene fatto prigioniero da una tribù rivale e trasferito in ceppi attraverso la giungla insieme ad altri superstiti del massacro e della distruzione del villaggio natio per essere offerto come carne da sacrificio agli dei. Miracolosamente scampato al rito dell'asportazione del cuore, si da alla fuga lottando da un lato contro gli inseguitori decisi a finirlo e dall'altro contro il tempo che insidia la moglie incinta e il figlioletto (sottratti d'astuzia alla strage iniziale grazie ad una cavità del terreno dalla quale pero' non possono uscire e che alla
lunga diventerebbe la loro tomba).
Se il tema dominante del film, sottolineato dalla necessita ribadita più volte di "trovare un nuovo inizio", e' la sopravvivenza ad ogni costo, la volontà, proprio perché la fine incombe, di riaffermare la vita e con essa la possibilità di rimettere in moto la Storia, ecco che la sorte specifica del
popolo Maya diventa sfondo - a tratti brutale, a tratti intimistico, talvolta enfatico, sempre coloratissimo, comunque la parte più debole del film - di un meccanismo molto più grande e inesorabile di fronte al quale anche le beghe nozionistiche svelano la propria inconsistenza e retrocedono a pretesti, se non
a veri e propri atti di ridicolo involontario o, chissà, interessato. Ciò che
conta - sembra dire Gibson - e' l'affermazione per cui ogni società - nel caso una
società "arcaica" ma lo stesso varrebbe per qualunque avventura umana in un
altro tempo e in un altro luogo - e' un corpo vivo che cresce, invecchia e
muore (non necessariamente di morte tranquilla) e che non e' detto che quando
due civiltà vengono a contatto (il film si chiude sull'approdo dei galeoni spagnoli verso cui Zampa di Giaguaro manifesta un atteggiamento più che guardingo) hanno voglia di conoscersi, si integrano e si migliorano.
Concetti semplici all'apparenza, eppure oggi come oggi rimossi o dimenticati se e' vero, come e' vero, che la "moderna" comunità in cui viviamo si considera l'apice
perfettibile della civilizzazione solo a partire da se stessa.
Concetti che cineasti come nel caso Gibson - a modo loro - sentono il bisogno di riproporre alla nostra attenzione, privilegiando qui la semplicità della narrazione e
sollecitando quel tanto di senso del meraviglioso che ancora abita gli occhi
dello spettatore.
regia di Mel Gibson
Più vicino agli estri dinamici dell'"Ultimo dei Mohicani" di Mann che al furore mistico del suo precedente "The passion", Gibson confeziona con "Apocalypto" un solido film di avventura, veloce e ferino, che supera di puro muscolo le
solite polemiche sulla violenza, nonché lo snobismo e la pedanteria di buona parte dell'intellighenzia europea per l'ennesima volta impastoiata nella stesura degli elenchi delle cantonate storiche, antropologiche e linguistiche (tutto il film e' parlato nel dialetto originale dei luoghi), anziché attenta a valutare ciò che ogni film innanzitutto e': spettacolo di finzione.
E lo spettacolo orchestrato dall'attore/regista australiano/americano funziona. Il passo dell'azione e' rapido, nella seconda parte quasi frenetico ma sempre preciso.
Nell'insieme, la durata, due ore abbondanti, non pesa mai. Jaguar Paw - Zampa di Giaguaro - guerriero e cacciatore Maya, viene fatto prigioniero da una tribù rivale e trasferito in ceppi attraverso la giungla insieme ad altri superstiti del massacro e della distruzione del villaggio natio per essere offerto come carne da sacrificio agli dei. Miracolosamente scampato al rito dell'asportazione del cuore, si da alla fuga lottando da un lato contro gli inseguitori decisi a finirlo e dall'altro contro il tempo che insidia la moglie incinta e il figlioletto (sottratti d'astuzia alla strage iniziale grazie ad una cavità del terreno dalla quale pero' non possono uscire e che alla
lunga diventerebbe la loro tomba).
Se il tema dominante del film, sottolineato dalla necessita ribadita più volte di "trovare un nuovo inizio", e' la sopravvivenza ad ogni costo, la volontà, proprio perché la fine incombe, di riaffermare la vita e con essa la possibilità di rimettere in moto la Storia, ecco che la sorte specifica del
popolo Maya diventa sfondo - a tratti brutale, a tratti intimistico, talvolta enfatico, sempre coloratissimo, comunque la parte più debole del film - di un meccanismo molto più grande e inesorabile di fronte al quale anche le beghe nozionistiche svelano la propria inconsistenza e retrocedono a pretesti, se non
a veri e propri atti di ridicolo involontario o, chissà, interessato. Ciò che
conta - sembra dire Gibson - e' l'affermazione per cui ogni società - nel caso una
società "arcaica" ma lo stesso varrebbe per qualunque avventura umana in un
altro tempo e in un altro luogo - e' un corpo vivo che cresce, invecchia e
muore (non necessariamente di morte tranquilla) e che non e' detto che quando
due civiltà vengono a contatto (il film si chiude sull'approdo dei galeoni spagnoli verso cui Zampa di Giaguaro manifesta un atteggiamento più che guardingo) hanno voglia di conoscersi, si integrano e si migliorano.
Concetti semplici all'apparenza, eppure oggi come oggi rimossi o dimenticati se e' vero, come e' vero, che la "moderna" comunità in cui viviamo si considera l'apice
perfettibile della civilizzazione solo a partire da se stessa.
Concetti che cineasti come nel caso Gibson - a modo loro - sentono il bisogno di riproporre alla nostra attenzione, privilegiando qui la semplicità della narrazione e
sollecitando quel tanto di senso del meraviglioso che ancora abita gli occhi
dello spettatore.
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ripescaggi
giovedì, ottobre 11, 2012
Film telecomandati: Vivere e morire a Los Angeles
Vivere e morire a Los Angeles
di William Friedkin
Nell'esistenza di un poliziotto la vita e la morte sono facce della stessa medaglia. Una consapevolezza che un regista come Friedkin aveva già raccontato nel realismo senza sconti dell'indimenticabile "Il braccio violento della legge" (1971) drammatico resoconto del lavoro e delle vicissitudini di una squadra di agenti della narcotici di NY. A quattordici anni di distanza, e dopo aver esplorato alcuni dei tabù più rimossi della società americana ("Cruising",1985 e "L'esorcista". 1971 sono alcuni esempi della sua vena iconoclasta) Friedkin ci riprova con questo noir dai toni amari e disincantati, catapultato nella galassia cinematografica per anticipare la chiusura dell'immaginario patinato degli anni 80. Per farlo utilizza le tendenze di quell'epoca, dando spazio ad una virilità di trasudante machismo, a corpi maschili sovraesposti e tonici, ad un montaggio forsennato, e modulato sulle note di un tormentone da hit parade. In realtà sotto i modi spicci e lo sprezzo del pericolo Friedkin faceva scorrere il nichilismo di chi non lascia spazio ad alcun romanticismo.
Mentre sfrecciano sulle strade di una Los Angeles periferica e marginale, colorata da una luce senza anima ( il direttore della fotografia è Robby Muller, autore delle luci dei film più importati di Wim Wenders) ed alleggerita dalla dance music dei Wang Chung, gli agenti Chance e Pankow devono fare i conti con il divenire
del tempo. Tutto scorre, anche troppo nel film di William Friedkin. E la morte arriva quando meno te lo aspetti.
Film che rema contro, ai tempi dell'uscita "Vivere e morire a Los Angeles" fu scambiato per qualcos' altro ed ebbe in sorte il destino di chi sta troppo avanti. Nonostante questo sono in molti a ricordare la scena dell'inseguimento automobilistico in cui il regista sembra cedere il volanteallo spettatore, ed ancora la presenza di un William Petersen lontano da esclusività televisive. Accanto a lui un altro William che risponde al nome di Defoe, giovane ma già carismatico per interpretare il cattivo a cui gli agenti danno la caccia. Fatto apposta per chi non ama le cose scontate.
Vivere e morire a Los Angeles
di William Friedkin
con William Petersen e William Dafoe
drammatico, USA 1985
durata 116'
Rai Movie ore 23, 20
di William Friedkin
Nell'esistenza di un poliziotto la vita e la morte sono facce della stessa medaglia. Una consapevolezza che un regista come Friedkin aveva già raccontato nel realismo senza sconti dell'indimenticabile "Il braccio violento della legge" (1971) drammatico resoconto del lavoro e delle vicissitudini di una squadra di agenti della narcotici di NY. A quattordici anni di distanza, e dopo aver esplorato alcuni dei tabù più rimossi della società americana ("Cruising",1985 e "L'esorcista". 1971 sono alcuni esempi della sua vena iconoclasta) Friedkin ci riprova con questo noir dai toni amari e disincantati, catapultato nella galassia cinematografica per anticipare la chiusura dell'immaginario patinato degli anni 80. Per farlo utilizza le tendenze di quell'epoca, dando spazio ad una virilità di trasudante machismo, a corpi maschili sovraesposti e tonici, ad un montaggio forsennato, e modulato sulle note di un tormentone da hit parade. In realtà sotto i modi spicci e lo sprezzo del pericolo Friedkin faceva scorrere il nichilismo di chi non lascia spazio ad alcun romanticismo.
Mentre sfrecciano sulle strade di una Los Angeles periferica e marginale, colorata da una luce senza anima ( il direttore della fotografia è Robby Muller, autore delle luci dei film più importati di Wim Wenders) ed alleggerita dalla dance music dei Wang Chung, gli agenti Chance e Pankow devono fare i conti con il divenire
del tempo. Tutto scorre, anche troppo nel film di William Friedkin. E la morte arriva quando meno te lo aspetti.
Film che rema contro, ai tempi dell'uscita "Vivere e morire a Los Angeles" fu scambiato per qualcos' altro ed ebbe in sorte il destino di chi sta troppo avanti. Nonostante questo sono in molti a ricordare la scena dell'inseguimento automobilistico in cui il regista sembra cedere il volanteallo spettatore, ed ancora la presenza di un William Petersen lontano da esclusività televisive. Accanto a lui un altro William che risponde al nome di Defoe, giovane ma già carismatico per interpretare il cattivo a cui gli agenti danno la caccia. Fatto apposta per chi non ama le cose scontate.
Vivere e morire a Los Angeles
di William Friedkin
con William Petersen e William Dafoe
drammatico, USA 1985
durata 116'
Rai Movie ore 23, 20
FIlm in sala dal 12 ottobre 2012

TUTTI I SANTI GIORNI
di Paolo Virzì
Commedia ITA 2012 - 01 Distribution - 102"
Micol Azzurro, Luca Marinelli, Thony, Giovanni Laparola
Benedetta Barzini

TOTAL RECALL
di Len Wiseman
Fantascienza USA/CAN 2012 - Sony - 118"
Colin Farrell, Kate Beckinsale, Jessica Biel, Bryan Cranston

PARANORMAN
di Chris Butler, Sam Fell
Animazione USA 2012 - Universal Pictures - 92"

ON THE ROAD
di Walter Salles
Drammatico FR/UK/USA 2012 - Medusa - 137"
Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Kirsten Dunst,
Tom Sturridge, Viggo Mortensen, Amy Adams, Alice Braga,
Steve Buscemi

TAKEN - La Vendetta
(Taken 2)
di Olivier Megaton
Action/Thriller FR 2012 - Fox - 91"
Liam Neeson, Maggie Grace, Famkke Janssen

KILLER JOE
di William Friedkin
Comedy/Drama USA 2011 - Bolero Film - 103"
Emile Hirsch, Matthew McConaughey, Thomas Haden Church,
Gina Gershon, Juno Temple
IRON SKY
di Timo Vuorensola
Azione, Fantascienza GER/FIN/AUS 2012 -Moviemax - 93"
Renate Richter, Wolfgang Kortzfleisch, Vivian Wagner, Stephanie Paul
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film in uscita 2012
mercoledì, ottobre 10, 2012
ParaNorman
ParaNorman
di Sam Fell e Chris Butler
L'animazione non è un genere ma uno strumento. Dopo aver visto "ParaNorman" non è difficile essere d'accordo con l’affermazione del suo produttore. Infatti se il film diretto da Sam Fell e Chris Butler appartiene di diritto alla categoria delle opere realizzate sulla scia dei cartoon più famosi c'è più di una caratteristica che lo avvicina ai film tradizionali.
Innanzitutto l'uso dello stop - motion, tecnica che riproduce un mondo di fantasia ma costruito sulla falsariga di quello vero e con modellini miniaturizzati ripresi dal vivo. E poi la presenza di uno sguardo che non si lascia condizionare dalla peculiarità del formato e si manifesta senza limiti di creatività.
A testimoniarlo basterebbero le battute iniziali in cui la solitudine di Norman, un ragazzino con poteri paranormali che gli permettono di vedere le anime dei defunti, è rappresentata con un collage ravvicinato di immagini che isolano in maniera fotografica punti diversi del paesaggio cittadino. Istantanee marginali e sghembe, con prospettive sfuggenti che portando in primo piano una natura dimenticata e prosaica come quella di una ruota di bicicletta appoggiata al muro di una casa, oppure di un cielo spezzato dalle sagome dei pali della luce e dai fili elettrici che da quelli si diramano (si potrebbe citare il Coppola di “Rumblefish”,1983 o il Van Sant di “Drugstore cowboy”,1989), nature morte che fanno sentire il peso di una vita infelice ed oscura.
E che dire poi della presentazione del personaggio principale, con la macchina da presa pronta a sacrificare gli elementi principali della sua fisognomica per delinearne la condizione attraverso il movimento dei piedi ed inquadrature rasoterra, metafora di un peso esistenziale che non vede orizzonti e spinge verso il basso.
Pezzi di grande cinema pronti a cedere il testimone all’azione ed all’avventura quando Norman, coadiuvato da un eterogeneo manipolo di aiutanti, sarà chiamato a salvare la città dalla maledizione di una terribile strega.
E’ qui che “ParaNorman” si scatena con lo spettacolo pirotecnico e spaventevole che mette di fronte uno contro l’altro gli zombi resuscitati dal potere del maligno, e la squadra di teen agers guidata dal protagonista. Una parentesi che fa da preludio ad un finale altamente poetico, dove la resa dei conti tra il bene ed il male si traduce in un atto d’amore e di sacrificio ricompensata con la tregua delle ostilità e con un lieto fine che mette d’accordo grandi e piccini.
Estremamente curato nei dettagli ambientali così come nella resa delle espressioni facciali; rivestito con le forme del cinema di genere – zombie movie ed hero movie, quest'ultimo richiamato dalla responsabilità che Norman sente rispetto all'utilizzo dei suoi poteri - “ParaNorman” è in realtà una favola che parla di diversità declinata sotto diverse prospettive, e distribuita anche sugli altri partecipanti, da Neil, il migliore amico di Norman deriso dai compagni di scuola per il suo sovrappeso, agli zombie sospesi in un limbo che li separa dall’agognato oblio, e costretti a vagare in una realtà estranea e spaventosa, con un ribaltamento dei ruoli che ad un certo punto li farà fuggire inorriditi da un’umanità quella si veramente mostruosa.
Come "Coraline" anche quest'ultimo trova il senso della vita confrontandosi con l'aldilà, ed il messaggio di crescita e di riconciliazione con cui Norman si congeda dagli spettatori è un segno positivo in tempi così grami.
di Sam Fell e Chris Butler
L'animazione non è un genere ma uno strumento. Dopo aver visto "ParaNorman" non è difficile essere d'accordo con l’affermazione del suo produttore. Infatti se il film diretto da Sam Fell e Chris Butler appartiene di diritto alla categoria delle opere realizzate sulla scia dei cartoon più famosi c'è più di una caratteristica che lo avvicina ai film tradizionali.Innanzitutto l'uso dello stop - motion, tecnica che riproduce un mondo di fantasia ma costruito sulla falsariga di quello vero e con modellini miniaturizzati ripresi dal vivo. E poi la presenza di uno sguardo che non si lascia condizionare dalla peculiarità del formato e si manifesta senza limiti di creatività.
A testimoniarlo basterebbero le battute iniziali in cui la solitudine di Norman, un ragazzino con poteri paranormali che gli permettono di vedere le anime dei defunti, è rappresentata con un collage ravvicinato di immagini che isolano in maniera fotografica punti diversi del paesaggio cittadino. Istantanee marginali e sghembe, con prospettive sfuggenti che portando in primo piano una natura dimenticata e prosaica come quella di una ruota di bicicletta appoggiata al muro di una casa, oppure di un cielo spezzato dalle sagome dei pali della luce e dai fili elettrici che da quelli si diramano (si potrebbe citare il Coppola di “Rumblefish”,1983 o il Van Sant di “Drugstore cowboy”,1989), nature morte che fanno sentire il peso di una vita infelice ed oscura.
E che dire poi della presentazione del personaggio principale, con la macchina da presa pronta a sacrificare gli elementi principali della sua fisognomica per delinearne la condizione attraverso il movimento dei piedi ed inquadrature rasoterra, metafora di un peso esistenziale che non vede orizzonti e spinge verso il basso.
Pezzi di grande cinema pronti a cedere il testimone all’azione ed all’avventura quando Norman, coadiuvato da un eterogeneo manipolo di aiutanti, sarà chiamato a salvare la città dalla maledizione di una terribile strega.
E’ qui che “ParaNorman” si scatena con lo spettacolo pirotecnico e spaventevole che mette di fronte uno contro l’altro gli zombi resuscitati dal potere del maligno, e la squadra di teen agers guidata dal protagonista. Una parentesi che fa da preludio ad un finale altamente poetico, dove la resa dei conti tra il bene ed il male si traduce in un atto d’amore e di sacrificio ricompensata con la tregua delle ostilità e con un lieto fine che mette d’accordo grandi e piccini.
Estremamente curato nei dettagli ambientali così come nella resa delle espressioni facciali; rivestito con le forme del cinema di genere – zombie movie ed hero movie, quest'ultimo richiamato dalla responsabilità che Norman sente rispetto all'utilizzo dei suoi poteri - “ParaNorman” è in realtà una favola che parla di diversità declinata sotto diverse prospettive, e distribuita anche sugli altri partecipanti, da Neil, il migliore amico di Norman deriso dai compagni di scuola per il suo sovrappeso, agli zombie sospesi in un limbo che li separa dall’agognato oblio, e costretti a vagare in una realtà estranea e spaventosa, con un ribaltamento dei ruoli che ad un certo punto li farà fuggire inorriditi da un’umanità quella si veramente mostruosa. Come "Coraline" anche quest'ultimo trova il senso della vita confrontandosi con l'aldilà, ed il messaggio di crescita e di riconciliazione con cui Norman si congeda dagli spettatori è un segno positivo in tempi così grami.
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anteprime,
recensioni
martedì, ottobre 09, 2012
Kino cinema
IL KINO
presenta Rassegna LA SOSPENSIONE DELL’INCREDULITA’ Roma, 9 – 12 ottobre
c/o Il Kino – Via Perugia 34 - Roma
presenta Rassegna LA SOSPENSIONE DELL’INCREDULITA’ Roma, 9 – 12 ottobre
c/o Il Kino – Via Perugia 34 - Roma
Avrà inizio domani – martedì 9
ottobre e si concluderà venerdì 12, presso il cinema Kino di Roma
(via Perugia, 34), la mini-rassegna dal titolo La
sospensione dell’incredulità – Suspension of Disbelief,
realizzata in collaborazione con Wunderkammern, galleria d’arte
contemporanea di Roma. La rassegna, attraverso film, video e dibattiti, vuole
essere una riflessione su come funzioni la magia del cinema, quella magia
che porta lo spettatore ad abbandonarsi completamente, dimenticare la finzione,
per entrare in un rapporto completamente empatico con quello che sta vedendo.
Il programma della rassegna prevede alle ore 20:00 di domani – martedì 9 ottobre – l’incontro introduttivo con lo sceneggiatore Gino Ventriglia e a seguire, alle ore 21:00, proiezione di Le Mepris (Il Disprezzo), di Jean-Luc Godard (Fra, 1963, 105′). Mercoledì 10 ottobre è di scena alle ore 21:00 l’horror di The Blair Witch Project, diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez (Usa, 1999, 86′). Giovedì 11 ottobre, sempre alle 21:00, il truffautiano L’amour en fuite (L’amore fugge) (Fra, 1978, 94′), mentre a concludere, venerdì 12 ottobre, alle ore 21:00, il mockumentary I’m Still Here (Joaquin Phoenix. Io sono qui), diretto Casey Affleck (Usa, 2010,108′).
Per prenotazioni: info@ilkino.itIl programma della rassegna prevede alle ore 20:00 di domani – martedì 9 ottobre – l’incontro introduttivo con lo sceneggiatore Gino Ventriglia e a seguire, alle ore 21:00, proiezione di Le Mepris (Il Disprezzo), di Jean-Luc Godard (Fra, 1963, 105′). Mercoledì 10 ottobre è di scena alle ore 21:00 l’horror di The Blair Witch Project, diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez (Usa, 1999, 86′). Giovedì 11 ottobre, sempre alle 21:00, il truffautiano L’amour en fuite (L’amore fugge) (Fra, 1978, 94′), mentre a concludere, venerdì 12 ottobre, alle ore 21:00, il mockumentary I’m Still Here (Joaquin Phoenix. Io sono qui), diretto Casey Affleck (Usa, 2010,108′).
www.ilkino.it
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Eventi Roma
lunedì, ottobre 08, 2012
Un giorno Speciale
UN GIORNO SPECIALE
regia di F. Comencini
"Un giorno speciale" di Francesca Comencini è il tentativo di raccontare le difficoltà dei giovani di oggi ad inserirsi nel mondo del lavoro.
Questo è quanto ha dichiarato la regista:
" È il tentativo di ritrarre due ventenni alle prese con le ansie riguardo al loro futuro, soprattutto professionale. Un giorno speciale si svolge nell’arco di una giornata che è un piccolo romanzo di formazione per i due giovani. Mi è sembrato opportuno raccontare il punto chiave che, a mio avviso, è il lavoro e l’inquietudine intorno a questo."
"Un giorno speciale" offre uno sguardo amaro sulla realtà lavorativa ma anche sui giovani di oggi, cresciuti sui modelli televisivi ai quali disperatamente cercano di assomigliare e tormentati da ansie e rabbia radicate in rapporti famigliari difficili.
Lo sguardo della Comencini è venato di rabbia,
amaro, a tratti "violento", così come violenta è la realtà in cui i personaggi si ritrovano immersi, che senza sconti li fa andare avanti a suon di dure prove.
Marco e Gina appartengono al ceto medio della popolazione, persone semplici dalle poche possibilità e che sperano in un aiuto dei potenti, in amicizie influenti, per potersi affermare, diventare qualcuno e potersi riscattare dalla massa dalla quale provengono.
Ma mentre Gina lo fa quasi con un senso di vedetta, Marco è tormentato continuamente da sensi di colpa e inadeguatezze e dalla difficoltà ad accettare compromessi indecenti.
Sono i loro genitori a veicolare le loro vite, su questi binari preferenziali, percorsi al caro prezzo di alte rinunce e sacrifici.
Marco e Gina si riscopriranno presto vittime delle ansie delle loro stesse madri e pedine di un meccanismo piu grande di loro, al quale sceglieranno di sottrarsi in un due modi differenti.
La madre di Gina cresce la figlia nel sogno di vederla un giorno famosa e osannata su tutte le reti televisive, la madre di Marco affronta una vita di rinunce e fatiche per affidare alle raccomandazioni del prete di quartiere la possibilità di avviare al lavoro il figlio, depresso, demotivato, disilluso.
Il film a mio avviso fallisce nel suo tentativo di eviscerare le problematiche reali dell'inserimento del lavoro e dei nostri giovani ventenni, forse per causa di una sceneggiatura che si limita a raccontare due casi singoli, per altro piuttosto chiusi nel clichè.
Gina è una ragazza "narcisa", vittima del suo nevrotico problema caratteriale: ce ne accorgiamo all'inizio quando è adorata e coccolata dalla madre, che spera di farne una dea reale,e quando, sola in camera, si bacia allo specchio; e ce ne accorgiamo anche sui titoli di coda, dove la vediamo guardare senza alcuna emozione un programma televisivo molto vicino al talkshow reality, dopo aver incontrato l'onorevole ed aver scelto la via piu conveniente per se stessa; e ce ne accrogiamo anche quando la stessa regia ammicca a tale narcisismo riprendendoila distesa sulle scale di piazza di Spagna come fosse una Loren o una Ekberg in un film felliniano.
Gina dimostrerà la capacità di fare scelte estreme pur di ottenere ciò a cui mira, dissociando il proprio corpo dalla propria emotività - che ben presto ha seppellito in sè.
Per perseguire i sogni della madre, fatti propri, Gina paga il prezzo della dissociazione dai prorpri stati emotivi per dievenire solo un corpo. E' questo il suo modo di sfuggire al meccanismo, rinunziando a Sè.
Ecco che la mercificazione di se stessa è in parte da lei accettata come necessaria alla sopravvivenza,a lla accettazione in famiglia, e sfruttata ed in parte presa come il prezzo da pagare per raggiungere il trono.
Nel suo sguardo triste, sfuggente e furbetto cogliamo la disperazione, la vendetta verso il sistema e la famglia, il desiderio inespresso di essere salvata.
Marco è un bravo ragazzo che ha rinunciato da tempo a lottare per il proprio presente, per i propri sogni, per costruire la propria strada.
Non ha vitalità, un corpo abbandonato al proprio peso, nè sogni, non ha desideri particolari, solo la speranza di riuscire bene nel mestiere che la madre gli ha procurato, per non deluderla ancora una volta.
E' un ragazzo insicuro e gentile, che fatica a tenere le redini della propria esistenza.
Il giorno speciale vissuto insieme a Gina risveglierà in lui una coscienza e la voglia di perseguire il proprio ideale di vita, morale e sociale, ma lo farà con l'irruenza e la disperazione che ne hanno fatto di lui un sonnacchioso ribelle, ovvero nel modo piu sbagliato e goffo che poteva scegliere.
A differenza di Gina, Marco riesce a mantenere aperto un varco verso i propri sentimenti, ma resta un eroe triste e affranto, che vaga nel buio della notte inseguendo una chimera.
Comencini chiude il racconto di formazione con ferale amarezza, lasciando un tenue spiraglio su Marco, che forse troverà le ragioni e la forza per reinventarsi.
Roma fa da scenografia in un modo grandioso: è molto affascinante la sequenza girata ai Fori Imperiali, in cui vediamo l'accostamento tra le due vite di questi due giovani, che si abbracciano e si sostengono e che rappresentano il futuro, e le rovine della città, materiale diroccato e sgretolato che evoca la distruzione interiore dei due ragazzi ma anche il loro stesso fascino seduttivo.
Marco e Gina sono bellissimi e impreparati, vergini di fronte alla vita.
Gina è disincantata e pronta a tutto, Marco è timidio e spaurito e non potrà essere il suo salvatore.
Due anime in cerca di amore, di un modo per colmare il proprio devastante vuoto interiore.
Bellissima la fotografia di Bigazzi che da sola fa il film. Buona colonna sonora, in gran parte originale. Buono il montaggio.
Francesca Comencini utilizza molto i primi piani, siamo spesso "addosso" a queste due vite spezzate.
A differenza de l'"Intervallo", in cui dove due giovani vite si incontrano sempre per caso e dal cui incontro germoglierà qualcosa di nuovo, "Un giorno speciale" sembra restare sterile, improduttivo, una foto statica che non offre una reale evoluzione; è un film tutt'altro che innocente e leggero, ma che non convince del tutto nel suo tentativo di denuncia e critica e che chiude su una modalità piuttosto negativa.
E' tuttavia un prodotto interessante che porterà a riflettere e ad alimentare dibattiti.
Apprezzabile Valentini Giulia, nel ruolo di Gina; meglio Filippo Scicchitano (visto in Scialla!), nel ruolo di Marco, molto naturale e con qualcosa da dire.
regia di F. Comencini
"Un giorno speciale" di Francesca Comencini è il tentativo di raccontare le difficoltà dei giovani di oggi ad inserirsi nel mondo del lavoro.
Questo è quanto ha dichiarato la regista:
" È il tentativo di ritrarre due ventenni alle prese con le ansie riguardo al loro futuro, soprattutto professionale. Un giorno speciale si svolge nell’arco di una giornata che è un piccolo romanzo di formazione per i due giovani. Mi è sembrato opportuno raccontare il punto chiave che, a mio avviso, è il lavoro e l’inquietudine intorno a questo."
"Un giorno speciale" offre uno sguardo amaro sulla realtà lavorativa ma anche sui giovani di oggi, cresciuti sui modelli televisivi ai quali disperatamente cercano di assomigliare e tormentati da ansie e rabbia radicate in rapporti famigliari difficili.
Lo sguardo della Comencini è venato di rabbia,
amaro, a tratti "violento", così come violenta è la realtà in cui i personaggi si ritrovano immersi, che senza sconti li fa andare avanti a suon di dure prove.
Marco e Gina appartengono al ceto medio della popolazione, persone semplici dalle poche possibilità e che sperano in un aiuto dei potenti, in amicizie influenti, per potersi affermare, diventare qualcuno e potersi riscattare dalla massa dalla quale provengono.
Ma mentre Gina lo fa quasi con un senso di vedetta, Marco è tormentato continuamente da sensi di colpa e inadeguatezze e dalla difficoltà ad accettare compromessi indecenti.
Sono i loro genitori a veicolare le loro vite, su questi binari preferenziali, percorsi al caro prezzo di alte rinunce e sacrifici.
Marco e Gina si riscopriranno presto vittime delle ansie delle loro stesse madri e pedine di un meccanismo piu grande di loro, al quale sceglieranno di sottrarsi in un due modi differenti.
La madre di Gina cresce la figlia nel sogno di vederla un giorno famosa e osannata su tutte le reti televisive, la madre di Marco affronta una vita di rinunce e fatiche per affidare alle raccomandazioni del prete di quartiere la possibilità di avviare al lavoro il figlio, depresso, demotivato, disilluso.
Il film a mio avviso fallisce nel suo tentativo di eviscerare le problematiche reali dell'inserimento del lavoro e dei nostri giovani ventenni, forse per causa di una sceneggiatura che si limita a raccontare due casi singoli, per altro piuttosto chiusi nel clichè.
Gina è una ragazza "narcisa", vittima del suo nevrotico problema caratteriale: ce ne accorgiamo all'inizio quando è adorata e coccolata dalla madre, che spera di farne una dea reale,e quando, sola in camera, si bacia allo specchio; e ce ne accorgiamo anche sui titoli di coda, dove la vediamo guardare senza alcuna emozione un programma televisivo molto vicino al talkshow reality, dopo aver incontrato l'onorevole ed aver scelto la via piu conveniente per se stessa; e ce ne accrogiamo anche quando la stessa regia ammicca a tale narcisismo riprendendoila distesa sulle scale di piazza di Spagna come fosse una Loren o una Ekberg in un film felliniano.
Gina dimostrerà la capacità di fare scelte estreme pur di ottenere ciò a cui mira, dissociando il proprio corpo dalla propria emotività - che ben presto ha seppellito in sè.
Per perseguire i sogni della madre, fatti propri, Gina paga il prezzo della dissociazione dai prorpri stati emotivi per dievenire solo un corpo. E' questo il suo modo di sfuggire al meccanismo, rinunziando a Sè.
Ecco che la mercificazione di se stessa è in parte da lei accettata come necessaria alla sopravvivenza,a lla accettazione in famiglia, e sfruttata ed in parte presa come il prezzo da pagare per raggiungere il trono.
Nel suo sguardo triste, sfuggente e furbetto cogliamo la disperazione, la vendetta verso il sistema e la famglia, il desiderio inespresso di essere salvata.
Marco è un bravo ragazzo che ha rinunciato da tempo a lottare per il proprio presente, per i propri sogni, per costruire la propria strada.
Non ha vitalità, un corpo abbandonato al proprio peso, nè sogni, non ha desideri particolari, solo la speranza di riuscire bene nel mestiere che la madre gli ha procurato, per non deluderla ancora una volta.
E' un ragazzo insicuro e gentile, che fatica a tenere le redini della propria esistenza.
Il giorno speciale vissuto insieme a Gina risveglierà in lui una coscienza e la voglia di perseguire il proprio ideale di vita, morale e sociale, ma lo farà con l'irruenza e la disperazione che ne hanno fatto di lui un sonnacchioso ribelle, ovvero nel modo piu sbagliato e goffo che poteva scegliere.
A differenza di Gina, Marco riesce a mantenere aperto un varco verso i propri sentimenti, ma resta un eroe triste e affranto, che vaga nel buio della notte inseguendo una chimera.
Comencini chiude il racconto di formazione con ferale amarezza, lasciando un tenue spiraglio su Marco, che forse troverà le ragioni e la forza per reinventarsi.
Roma fa da scenografia in un modo grandioso: è molto affascinante la sequenza girata ai Fori Imperiali, in cui vediamo l'accostamento tra le due vite di questi due giovani, che si abbracciano e si sostengono e che rappresentano il futuro, e le rovine della città, materiale diroccato e sgretolato che evoca la distruzione interiore dei due ragazzi ma anche il loro stesso fascino seduttivo.
Marco e Gina sono bellissimi e impreparati, vergini di fronte alla vita.
Gina è disincantata e pronta a tutto, Marco è timidio e spaurito e non potrà essere il suo salvatore.
Due anime in cerca di amore, di un modo per colmare il proprio devastante vuoto interiore.
Bellissima la fotografia di Bigazzi che da sola fa il film. Buona colonna sonora, in gran parte originale. Buono il montaggio.
Francesca Comencini utilizza molto i primi piani, siamo spesso "addosso" a queste due vite spezzate.
A differenza de l'"Intervallo", in cui dove due giovani vite si incontrano sempre per caso e dal cui incontro germoglierà qualcosa di nuovo, "Un giorno speciale" sembra restare sterile, improduttivo, una foto statica che non offre una reale evoluzione; è un film tutt'altro che innocente e leggero, ma che non convince del tutto nel suo tentativo di denuncia e critica e che chiude su una modalità piuttosto negativa.
E' tuttavia un prodotto interessante che porterà a riflettere e ad alimentare dibattiti.
Apprezzabile Valentini Giulia, nel ruolo di Gina; meglio Filippo Scicchitano (visto in Scialla!), nel ruolo di Marco, molto naturale e con qualcosa da dire.
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italia,
recensioni
domenica, ottobre 07, 2012
Resident Evil: Retribution
Resident Evil: Retribution
di Paul W.S.Anderson
Certamente non si doveva aspettare quest'ultimo capitolo per certificare lo stato di salute di unasaga tenuta in piedi più dalle mire economiche dei produttori che dall'ispirazione dei suoi contenuti.
Eppure i precedenti pur nella riproposizione di un soggetto derivato da un videogame e quindi per natura tendenzialmente votato alla ripetizione, erano comunque riusciti a rivitalizzare la vicenda introducendo nuovi personaggi e lavorando sul paesaggio, continuamente contaminato da elementi appartenenti ad altro genere (dallo zombi al western). Questa volta invece Anderson e soci si sono incartati con una sceneggiatura che mette insieme passato, presente ed anche futuro, inventandosi una storia che grazie alla possibilità di clonazione della società farmaceutica Umbrella Corporation fa resuscitare buoni e cattivi inserendoli in una sorta di paesaggio virtuale fatto di città megalopoli riprodotte ed usate per testare i virus da vendere al miglior offerente, nelle quali Alice ed i suoi compagni si troveranno a combattere per la sopravvivenza del genere umano.
Costruendo una storia che enfatizza le possibilità del cinema spettacolare con rewind e forward utilizzati a più non posso, ed utilizzando diverse piattaforme che nell'alternanza delle citta palcoscenico individuano i livelli di un percorso ad ostacoli che assomiglia ad un videogioco, Paul W.S.Anderson mette in scena una specie di otto e mezzo fantascientifico non solo per la compresenza di vecchio e nuovo a cui accennavamo poc'anzi, ma anche a causa della continua commistione tra realtà e sogno, escamotage viene resa plausibile la possibilità di questa nuova versione di Resident Evil. L'impressione però è che la regia cerchi a tutti i costi di nascondere la mancanza di idee ricorrendo a continue accelerazioni della storia che in questo modo non ha un attimo di tregua ma allo stesso tempo non produce sorpresa. Ed anche considerandola la fidelizzazione nei confronti di un personaggio come Alice, versione aggiornata di una femminilità mascolina alla Helen Ripley di "Alien", film citato nel particolare maxillofacciale del mostro e nella sua maniera di conservare le vittime dentro bozzoli simili a quelli del film di Scott, non si può non constatare l'interpretazionefin troppo compassata di Milla Ionovich, a cui manca forse l'inconsapevolezza della prima volta per rendere credibile un personaggio che ha esaurito la sua fascinazione. Il finale della storia con lo scenario apocalittico che si prospetta ai sopravvissuti del mortifero T Virus autorizza a pensare a nuovi seguiti. Molto dipenderà dal responso del box office.
di Paul W.S.Anderson
Certamente non si doveva aspettare quest'ultimo capitolo per certificare lo stato di salute di unasaga tenuta in piedi più dalle mire economiche dei produttori che dall'ispirazione dei suoi contenuti.
Eppure i precedenti pur nella riproposizione di un soggetto derivato da un videogame e quindi per natura tendenzialmente votato alla ripetizione, erano comunque riusciti a rivitalizzare la vicenda introducendo nuovi personaggi e lavorando sul paesaggio, continuamente contaminato da elementi appartenenti ad altro genere (dallo zombi al western). Questa volta invece Anderson e soci si sono incartati con una sceneggiatura che mette insieme passato, presente ed anche futuro, inventandosi una storia che grazie alla possibilità di clonazione della società farmaceutica Umbrella Corporation fa resuscitare buoni e cattivi inserendoli in una sorta di paesaggio virtuale fatto di città megalopoli riprodotte ed usate per testare i virus da vendere al miglior offerente, nelle quali Alice ed i suoi compagni si troveranno a combattere per la sopravvivenza del genere umano.
Costruendo una storia che enfatizza le possibilità del cinema spettacolare con rewind e forward utilizzati a più non posso, ed utilizzando diverse piattaforme che nell'alternanza delle citta palcoscenico individuano i livelli di un percorso ad ostacoli che assomiglia ad un videogioco, Paul W.S.Anderson mette in scena una specie di otto e mezzo fantascientifico non solo per la compresenza di vecchio e nuovo a cui accennavamo poc'anzi, ma anche a causa della continua commistione tra realtà e sogno, escamotage viene resa plausibile la possibilità di questa nuova versione di Resident Evil. L'impressione però è che la regia cerchi a tutti i costi di nascondere la mancanza di idee ricorrendo a continue accelerazioni della storia che in questo modo non ha un attimo di tregua ma allo stesso tempo non produce sorpresa. Ed anche considerandola la fidelizzazione nei confronti di un personaggio come Alice, versione aggiornata di una femminilità mascolina alla Helen Ripley di "Alien", film citato nel particolare maxillofacciale del mostro e nella sua maniera di conservare le vittime dentro bozzoli simili a quelli del film di Scott, non si può non constatare l'interpretazionefin troppo compassata di Milla Ionovich, a cui manca forse l'inconsapevolezza della prima volta per rendere credibile un personaggio che ha esaurito la sua fascinazione. Il finale della storia con lo scenario apocalittico che si prospetta ai sopravvissuti del mortifero T Virus autorizza a pensare a nuovi seguiti. Molto dipenderà dal responso del box office.venerdì, ottobre 05, 2012
Padroni di casa
Padroni di casa
regia di Edoardo Gabbriellini
Prima della sua presentazione le aspettative nei confronti dell'opera
seconda di Edoardo Gabbriellini erano molte. Da quella più venduta dai
giornali, e forse anche dalla produzione, che riguardava il ritorno al
cinema di Gianni Morandi, alla presenza della coppia Germano/Mastandrea,
vale a dire due degli attori più rappresentativi del nostro movimento
cinematografico e non solo. Si trattava di verificare la bontà di una
scelta, quella effettuata dai selezionatori, che aveva visto "Padroni di
casa" come unico rappresentante di una cinematografia per il resto,
volutamente o no, latitante da queste parti.
E poi, forse, la cosa più importante, di rivedere all'opera un attore che aveva esordito alla regia molti anni fa e che da quel momento aveva fatto perdere le sue tracce almeno per quel che riguarda il lavoro dietro la macchina da presa. Insomma, un insieme di cose che rischiavano di sotterrare questo film prima ancora della sua proiezione. Invece, al termine di una visione terminata tra gli applausi di un pubblico visibilmente soddisfatto, siamo qui a scrivere di un film che ci ha convinto pienamente.
Anche in questo caso le ragioni sono molteplici. Innanzitutto la scelta di realizzare un prodotto anomalo nella sua mescolanza di generi e di toni.
"Padroni di casa" infatti parte con un registro da commedia, con i due protagonisti intenti a scherzare e scambiarsi battute lungo la strada che li sta portando a lavorare nella villa del popolare cantante Fausto Mieli (Gianni Morandi), situata in un paesino dell'appennino Tosco-Emiliano. Discorsi ciarlieri e ricchi di battute com'è il rapporto tra Cosimo ed Elia, fratelli e imprenditori edili che non se la mandano a dire, ma che comunque riescono a sopportarsi con affetto sincero.
Il clima di spensieratezza è però spezzato da una serie di piccoli inconvenienti con la comunità locale che gradualmente sposteranno gli umori della pellicola a toni dapprima più seri e poi finanche drammatici con una escalation finale carica di tensione e adrenalina, che galleggia tra il thriller e l'horror di matrice americana ("Un tranquillo week di paura" di John Boormann potrebbe essere uno dei modelli del film).
In secondo luogo, la scelta di ribaltare la percezione di un'icona positiva come quella di Gianni Morandi per un ruolo carico di ambiguità, in cui il sorriso del cantante/divo si trasforma in maniera convincente in maschera di spietato cinismo. Infine, una regia che riesce a rendere naturale e fluido un materiale complesso e stratificato non solo per i rimandi ad alcuni temi di bruciante attualità, come quelli dell'alienazione giovanile, del successo come valore da raggiungere a tutti i costi, della disabilità come peccato da nascondere e di cui vergognarsi, presente nella figura di Moira (Valeria Bruni Tedeschi in una prova degna dell'Actor's studio), la moglie di Mieli costretta su una sedia a rotelle, ma che sa mettere in rapporto dialettico lo stato d'animo dei personaggi con la claustrofobia di un paesaggio naturale che circoscrive gli orizzonti, che costruisce la drammaturgia del film con mano sapiente, spargendo qua e là segni e presagi di quello che dovrà accadere e utilizza il montaggio alternato per sottolineare i momenti topici della narrazione. Come nella sequenza che precede l'epilogo in cui alla felicità di Mieli, tornato finalmente sul palco dopo anni di forzata assenza, viene anteposto l'odio e la paura di una feroce caccia all'uomo destinata a finire nel sangue.
"Padroni di casa" è un esame superato a pieni voti grazie anche al supporto di due attori come Elio Germano e Valerio Mastandrea, autore assieme a Gabbriellini anche della sceneggiatura, per i quali è oggi pleonastico spendere ancora aggettivi per una bravura ormai assodata.
( Recensito su ondacinema.it )
regia di Edoardo Gabbriellini
Prima della sua presentazione le aspettative nei confronti dell'opera
seconda di Edoardo Gabbriellini erano molte. Da quella più venduta dai
giornali, e forse anche dalla produzione, che riguardava il ritorno al
cinema di Gianni Morandi, alla presenza della coppia Germano/Mastandrea,
vale a dire due degli attori più rappresentativi del nostro movimento
cinematografico e non solo. Si trattava di verificare la bontà di una
scelta, quella effettuata dai selezionatori, che aveva visto "Padroni di
casa" come unico rappresentante di una cinematografia per il resto,
volutamente o no, latitante da queste parti. E poi, forse, la cosa più importante, di rivedere all'opera un attore che aveva esordito alla regia molti anni fa e che da quel momento aveva fatto perdere le sue tracce almeno per quel che riguarda il lavoro dietro la macchina da presa. Insomma, un insieme di cose che rischiavano di sotterrare questo film prima ancora della sua proiezione. Invece, al termine di una visione terminata tra gli applausi di un pubblico visibilmente soddisfatto, siamo qui a scrivere di un film che ci ha convinto pienamente.
Anche in questo caso le ragioni sono molteplici. Innanzitutto la scelta di realizzare un prodotto anomalo nella sua mescolanza di generi e di toni.
"Padroni di casa" infatti parte con un registro da commedia, con i due protagonisti intenti a scherzare e scambiarsi battute lungo la strada che li sta portando a lavorare nella villa del popolare cantante Fausto Mieli (Gianni Morandi), situata in un paesino dell'appennino Tosco-Emiliano. Discorsi ciarlieri e ricchi di battute com'è il rapporto tra Cosimo ed Elia, fratelli e imprenditori edili che non se la mandano a dire, ma che comunque riescono a sopportarsi con affetto sincero.
Il clima di spensieratezza è però spezzato da una serie di piccoli inconvenienti con la comunità locale che gradualmente sposteranno gli umori della pellicola a toni dapprima più seri e poi finanche drammatici con una escalation finale carica di tensione e adrenalina, che galleggia tra il thriller e l'horror di matrice americana ("Un tranquillo week di paura" di John Boormann potrebbe essere uno dei modelli del film).
In secondo luogo, la scelta di ribaltare la percezione di un'icona positiva come quella di Gianni Morandi per un ruolo carico di ambiguità, in cui il sorriso del cantante/divo si trasforma in maniera convincente in maschera di spietato cinismo. Infine, una regia che riesce a rendere naturale e fluido un materiale complesso e stratificato non solo per i rimandi ad alcuni temi di bruciante attualità, come quelli dell'alienazione giovanile, del successo come valore da raggiungere a tutti i costi, della disabilità come peccato da nascondere e di cui vergognarsi, presente nella figura di Moira (Valeria Bruni Tedeschi in una prova degna dell'Actor's studio), la moglie di Mieli costretta su una sedia a rotelle, ma che sa mettere in rapporto dialettico lo stato d'animo dei personaggi con la claustrofobia di un paesaggio naturale che circoscrive gli orizzonti, che costruisce la drammaturgia del film con mano sapiente, spargendo qua e là segni e presagi di quello che dovrà accadere e utilizza il montaggio alternato per sottolineare i momenti topici della narrazione. Come nella sequenza che precede l'epilogo in cui alla felicità di Mieli, tornato finalmente sul palco dopo anni di forzata assenza, viene anteposto l'odio e la paura di una feroce caccia all'uomo destinata a finire nel sangue.
"Padroni di casa" è un esame superato a pieni voti grazie anche al supporto di due attori come Elio Germano e Valerio Mastandrea, autore assieme a Gabbriellini anche della sceneggiatura, per i quali è oggi pleonastico spendere ancora aggettivi per una bravura ormai assodata.
( Recensito su ondacinema.it )
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anteprime,
recensioni
Un sapore di ruggine ed ossa
Un sapore di ruggine ed ossa
regia J. Audiard
Rabbia, tanta rabbia e poi sangue indotto o provocato a seocndo dei casi. Non era facile tornare a fare cinema dopo il consenso planetario rivcevuto per il penultimo film. D'altronde era successo anche a Matteo Garrone bloccato dalla paura di non essere all'altezza della aspettativer dopo lil successo di "Gomorra". Ed invece per quelle coincidenze di cui è piena la vita capita che entrambi, Audiard e Garrone si ritrovino a compete per la Palma d'oro al festival di Cannes con i loro nuovi film. Di Garrone hanno parlato (anche troppo) le cronache nostrane mentre più nascosta era rimasta l'opera del regista francese, liquidata come contenitore di una grande prova d'attrice, quella di Marion Cottillard e nulla più. Una lacuna risolta con l'anteprima nazionale del film che riporta alla ribalta l'umanesimo tout court del regista francese e la sua poetica fatta di ferite e guarigioni. In questo caso però la storia smette di essere al servizio di un solo personaggio, ma facendo un passo indietro e riallacciandosi idealmente ad un film come "Sulle mie labbra" torna a parlare di amour fou con due protagonisti, un uomo ed una donna che si dividono la scena. In questo senso Audiard on si smentisce presentandoci ancora una volta due outsiders della vita, Alain pugile in cerca di fortuna e Stephanie, un'addestratrice di orche alle prese con gli ultimi scampoli di una relazione finita male.
Il loro incontro è casuale, distratto, fatto di una lontananza destinata a finire quando Stephanie per reagire alle conseguenze di un incidente di lavoro che l'ha privata delle gambe dedidedi telefonare ad Alain nel frattempo entrato nel giro dei combattimenti clandestini. Restare insieme non darà facile.
Affamato di esistenza il cinema di Audiard la mette in scena con generosità, senza risparmiarci i dettagli più scabrosi, come quelli esposti nelle scene d'amore tra i due amanticon i moncherini di Stephanie esorcizzati dall'appetito sessuale di lui, oppure nell'esaltazione del sangue e della lotta che precede l'inizio di ogni match, con la carica di adrenalina sfogata da Alain ricorredo ad atti autolesionistici come quello di sbattere ripetutamente la testa su un sedile o sbattere i pugni contro qualsiasi cosa gli passi sottomano.
Oppure prendendo di petto l'esistenza ed il male che comporta con un vitalismo rude ma sincero, che riesce a fare a meno di eventuali gentilezze anche nel rapporto tra padre e figlio ma che non può rinunciare all'esuberanza del corpo, terminale di violenza e di dolcezza,ma in ogni caso mezzo attraverso il quale è destinata a passare la condanna o la salvezza degli uomini, come il film testimonia nella tragica sequenza in cui verso la fine del film saranno coinvolti Alain e suo figlio.
Audiard traduce la materia incandescente di "De Roulle et d'os" con una costruzione istintuale che privilegia la spontaneità a discapito degli equilibri interni tenuti in piedi più dalla natura ondivaga dei personaggi, sempre pronti a sconfessare se stessi con decisioni svincolate da qualsiasi conformismo, che dalla coerenza dell'impianto.
Ne derivano traiettorie sfuggenti e contrapposte, da quelle rarefatte ed oniriche rappresentate dall'elemento acquatico e marino, collegate al lavoro di Stephanie ma anche alla presenza del mare, in grado di regalare ai due protagonisti un'armonia altrimenti negata dale rispettive vicissitudini. al altre più concrete, fatte di corpi e di carne, dove il sentimento si traduce in azioni repentine ed animalesche riferite agli accoppiamenti occasionali dell'uomo oppure alle sue reazioni incontrollate che rischiano di fargli perdere ciò che più ama.
Audiard ha il pregio di approfondire i personaggi, di restituirli dal di dentro, mentre rischia di perdersi in un eccesso di variazioni ed aggiunte.
Marion Cotillard fa quello che sa fare mentre Matthias Schenaerts nel ruolo di Alain ha la spudoratezza che ben si addice all'anarchia organizzata del regista francese.
(anteprima del 17 giugno 2012)
regia J. Audiard
Rabbia, tanta rabbia e poi sangue indotto o provocato a seocndo dei casi. Non era facile tornare a fare cinema dopo il consenso planetario rivcevuto per il penultimo film. D'altronde era successo anche a Matteo Garrone bloccato dalla paura di non essere all'altezza della aspettativer dopo lil successo di "Gomorra". Ed invece per quelle coincidenze di cui è piena la vita capita che entrambi, Audiard e Garrone si ritrovino a compete per la Palma d'oro al festival di Cannes con i loro nuovi film. Di Garrone hanno parlato (anche troppo) le cronache nostrane mentre più nascosta era rimasta l'opera del regista francese, liquidata come contenitore di una grande prova d'attrice, quella di Marion Cottillard e nulla più. Una lacuna risolta con l'anteprima nazionale del film che riporta alla ribalta l'umanesimo tout court del regista francese e la sua poetica fatta di ferite e guarigioni. In questo caso però la storia smette di essere al servizio di un solo personaggio, ma facendo un passo indietro e riallacciandosi idealmente ad un film come "Sulle mie labbra" torna a parlare di amour fou con due protagonisti, un uomo ed una donna che si dividono la scena. In questo senso Audiard on si smentisce presentandoci ancora una volta due outsiders della vita, Alain pugile in cerca di fortuna e Stephanie, un'addestratrice di orche alle prese con gli ultimi scampoli di una relazione finita male.
Il loro incontro è casuale, distratto, fatto di una lontananza destinata a finire quando Stephanie per reagire alle conseguenze di un incidente di lavoro che l'ha privata delle gambe dedidedi telefonare ad Alain nel frattempo entrato nel giro dei combattimenti clandestini. Restare insieme non darà facile.
Affamato di esistenza il cinema di Audiard la mette in scena con generosità, senza risparmiarci i dettagli più scabrosi, come quelli esposti nelle scene d'amore tra i due amanticon i moncherini di Stephanie esorcizzati dall'appetito sessuale di lui, oppure nell'esaltazione del sangue e della lotta che precede l'inizio di ogni match, con la carica di adrenalina sfogata da Alain ricorredo ad atti autolesionistici come quello di sbattere ripetutamente la testa su un sedile o sbattere i pugni contro qualsiasi cosa gli passi sottomano.
Oppure prendendo di petto l'esistenza ed il male che comporta con un vitalismo rude ma sincero, che riesce a fare a meno di eventuali gentilezze anche nel rapporto tra padre e figlio ma che non può rinunciare all'esuberanza del corpo, terminale di violenza e di dolcezza,ma in ogni caso mezzo attraverso il quale è destinata a passare la condanna o la salvezza degli uomini, come il film testimonia nella tragica sequenza in cui verso la fine del film saranno coinvolti Alain e suo figlio.
Audiard traduce la materia incandescente di "De Roulle et d'os" con una costruzione istintuale che privilegia la spontaneità a discapito degli equilibri interni tenuti in piedi più dalla natura ondivaga dei personaggi, sempre pronti a sconfessare se stessi con decisioni svincolate da qualsiasi conformismo, che dalla coerenza dell'impianto.
Ne derivano traiettorie sfuggenti e contrapposte, da quelle rarefatte ed oniriche rappresentate dall'elemento acquatico e marino, collegate al lavoro di Stephanie ma anche alla presenza del mare, in grado di regalare ai due protagonisti un'armonia altrimenti negata dale rispettive vicissitudini. al altre più concrete, fatte di corpi e di carne, dove il sentimento si traduce in azioni repentine ed animalesche riferite agli accoppiamenti occasionali dell'uomo oppure alle sue reazioni incontrollate che rischiano di fargli perdere ciò che più ama.
Audiard ha il pregio di approfondire i personaggi, di restituirli dal di dentro, mentre rischia di perdersi in un eccesso di variazioni ed aggiunte.
Marion Cotillard fa quello che sa fare mentre Matthias Schenaerts nel ruolo di Alain ha la spudoratezza che ben si addice all'anarchia organizzata del regista francese.
(anteprima del 17 giugno 2012)
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recensioni
giovedì, ottobre 04, 2012
ParaNorman - Trailer italiano ufficiale
Bombardati a destra ed a manca da proposte d’ogni genere il film d’animazione sta vivendo una fase interlocutoria, testimoniata non solo dalla mancanza di innovazione che ancora qualche anno rappresentava uno dei punti di forza di questo prodotto, ma anche per la presenza poco fantasiosa di pietre miliari del settore riproposte in versione restaurata, oppure serializzate con un numero sempre maggiore di episodi. Insomma un’originalità ridotta al lumicino a cui il mercato cerca di ovviare con l’uscita di “ParaNorman” diretto da Sam Fell e Chris Butler, storia di una cittadina invasa dagli zombi e di Norman il ragazzino dotato di poteri paranormali che la dovrà salvare. Definito come un incrocio tra "Breakfast Club" di John Hughes e "Fog" di John Carpenter, “ParaNorman” nasce con i crismi dell’eccezionalità perché oltre a rappresentare il secondo esperimento di cartoon girato in stop - motion ed in 3D è stato prodotto dallo stesso studios (LAIKA) già artefice di “Coraline e la porta magica” a tutt’oggi considerato il migliore esempio di cinema in versione tridimensionale.
In questo caso però i produttori assicurano di aver superato ogni limite, facendo cose che solitamente la tecnica dello stop - motion sconsiglia come l’utilizzo di scene di massa con molte comparse ed inseguimenti, sovrapposizioni di dialoghi primi piani e reaction shots, con i due terzi delle riprese girate in ambienti esterni. Le premesse di uno spettacolo emotizionante, divertente e fantasioso ci sono tutte. Icinemaniaci lo vedranno in anteprima e di questo vi parleranno nella settima che sta per arrivare. Seguiteci.
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anteprime,
editoriali
FIlm in sala dal 5 ottobre 2012

All'ultima spiaggia
(All'ultima spiaggia)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Gianluca Ansanelli
CAST: Dario Bandiera, Aurora Cossio, Alessandro Di Carlo, Carmine Faraco, Giuseppe Giacobazzi, Antonio Giuliani
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Gianluca Ansanelli
CAST: Dario Bandiera, Aurora Cossio, Alessandro Di Carlo, Carmine Faraco, Giuseppe Giacobazzi, Antonio Giuliani

Step Up 4 Revolution 3D
(Step Up 4)
GENERE: Drammatico, Romantico, Musicale
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Scott Speer
CAST: Kathryn McCormick, Ryan Guzman, Alyson Stoner, Adam G. Sevani, Chadd Smith, Stephen Boss
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Scott Speer
CAST: Kathryn McCormick, Ryan Guzman, Alyson Stoner, Adam G. Sevani, Chadd Smith, Stephen Boss

Ted
(Ted)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Seth MacFarlane
CAST: Mila Kunis, Mark Wahlberg, Patrick Warburton, Laura Vandervoort, Seth MacFarlane, Joel McHale
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Seth MacFarlane
CAST: Mila Kunis, Mark Wahlberg, Patrick Warburton, Laura Vandervoort, Seth MacFarlane, Joel McHale

Un giorno speciale
(Un giorno speciale)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Francesca Comencini
CAST: Filippo Scicchitano, Giulia Valentini
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Francesca Comencini
CAST: Filippo Scicchitano, Giulia Valentini
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film in uscita 2012
mercoledì, ottobre 03, 2012
Elles
Elles
di Malgorzata Szumoska
Il potere si esprime con molteplici manifestazioni. Ha i contorni di una vita agiata fatta di case illuminate ed ottimamente arredate, di un marito dalla posizione invidiabile e di figli che crescono con la possibilità di avere tutto. Oppure all’opposto è un espressione di dominio che utilizza impulsi primordiali soddisfatti di nascosto, per non svegliare il sonno ipocrita di chi preferisce continuare a mentire per non guardare in faccia il risultato di quello che siamo. Esteriormente pessimista “Elles” di Malgorzata Szumoska è in realtà un melodramma che tenta di conciliare differenze economiche e culturali della Francia di oggi mettendo in scena l’incontro tra Anne, giornalista di una prestigiosa rivista, e due giovani studentesse, Charlotte e Alicja, prostitute per la necessità di mantenersi agli studi. Se il pretesto è quello di documentare un fenomeno in forte progressione nel mondo giovanile, con il passare del tempo l’occasione diventerà per la donna una presa di coscienza capace di mettere in discussione il suo ruolo di madre e di moglie. Una metamorfosi costruita dapprima sulla contrapposizione di valori, borghesi e progressisti quelli di Anne, dettati dall’opportunismo e dalla contingenza quelli delle due ragazze, ma anche sull’attrazione per il proibito esercitata sulla donna dalla sfrenata spudoratezza di quelle ragazze senza vergogna. Una dimensione di lotta quotidiana e di esistenze descritte senza istanze ideologiche ne consolatorie che il cinema della Szumoska offre il meglio di sé con alcuni momenti forti che esplorano il rapporto tra i clienti e le ragazze ed in cui il sesso anche spinto(in una di queste una delle ragazze si inginocchia per ricevere le urine dell’amante)prende il posto delle parole e delle giustificazioni che invece affollano l’esistenza di Anne soffocata dall’apatia di una vita ordinaria e priva di emozioni. Ma quando gli appunti del block notes smettono di essere uno scoop lavorativo per diventare confidenze e persino amicizia, spingendo la giornalista ad identificarsi nei sentimenti delle sue interlocutrici – la sequenza in cui Anne e Charlotte in due posti diversi si dividono sullo schermo l’atto di entrare in una stanza il simbolo è chiaro - il film inizia a perdere lucidità, quasi avesse paura di farsi coinvolgere mettendosi allo stesso livello del narrato. Lo scarto è netto anche nelle immagini che tolgono di mezzo le nudità – il bacio lesbo tra Anne e Alicja viene sfumato con una mancata messa a fuoco della scena - e laddove presenti la riducono a corollario del teorema principale che finisce per mettere tutto e tutti sullo stesso piano. Fuori Hollebeque quindi, ripreso nella critica circoscritta ad un certo ceto radical chic e nella visione del sesso ad esclusivo consumo di uomini belli e danarosi, e via libera ai "comizi d’amore" durante nei quali, anticipando anche il senso della chiusa finale, la natura femminile rinuncia ai godimenti della carne (esemplare l’amplesso doloroso a cui è costretta Charlotte quando in precedenza l’avevamo vista leggera e divertita) per privilegiare la parte materna, quella che comprende e consola.
Ed è proprio la conclusione con la sequenza in cui Anne distribuisce da mangiare al marito ed ai figli all’indomani di una notte in cui tutto sembrava irrimediabilmente compromesso, il suggello alla ricomposizione degli equilibri familiari ed i compromessi del film. Un ottica riparatoria quella di “Elles” che assomiglia banalmente a tanto cinema commerciale, con il suo happy end imposto se non fosse per la presenza straordinaria di Juliette Binoche bellissima e sensuale anche senza spogliarsi, ed in grado di infiammare lo schermo con il primo piano di un orgasmo riassunto negli spasmi del volto contratto dal piacere. E’ lei l’unica ragione di una visione altrimenti perdibile.
di Malgorzata Szumoska
Il potere si esprime con molteplici manifestazioni. Ha i contorni di una vita agiata fatta di case illuminate ed ottimamente arredate, di un marito dalla posizione invidiabile e di figli che crescono con la possibilità di avere tutto. Oppure all’opposto è un espressione di dominio che utilizza impulsi primordiali soddisfatti di nascosto, per non svegliare il sonno ipocrita di chi preferisce continuare a mentire per non guardare in faccia il risultato di quello che siamo. Esteriormente pessimista “Elles” di Malgorzata Szumoska è in realtà un melodramma che tenta di conciliare differenze economiche e culturali della Francia di oggi mettendo in scena l’incontro tra Anne, giornalista di una prestigiosa rivista, e due giovani studentesse, Charlotte e Alicja, prostitute per la necessità di mantenersi agli studi. Se il pretesto è quello di documentare un fenomeno in forte progressione nel mondo giovanile, con il passare del tempo l’occasione diventerà per la donna una presa di coscienza capace di mettere in discussione il suo ruolo di madre e di moglie. Una metamorfosi costruita dapprima sulla contrapposizione di valori, borghesi e progressisti quelli di Anne, dettati dall’opportunismo e dalla contingenza quelli delle due ragazze, ma anche sull’attrazione per il proibito esercitata sulla donna dalla sfrenata spudoratezza di quelle ragazze senza vergogna. Una dimensione di lotta quotidiana e di esistenze descritte senza istanze ideologiche ne consolatorie che il cinema della Szumoska offre il meglio di sé con alcuni momenti forti che esplorano il rapporto tra i clienti e le ragazze ed in cui il sesso anche spinto(in una di queste una delle ragazze si inginocchia per ricevere le urine dell’amante)prende il posto delle parole e delle giustificazioni che invece affollano l’esistenza di Anne soffocata dall’apatia di una vita ordinaria e priva di emozioni. Ma quando gli appunti del block notes smettono di essere uno scoop lavorativo per diventare confidenze e persino amicizia, spingendo la giornalista ad identificarsi nei sentimenti delle sue interlocutrici – la sequenza in cui Anne e Charlotte in due posti diversi si dividono sullo schermo l’atto di entrare in una stanza il simbolo è chiaro - il film inizia a perdere lucidità, quasi avesse paura di farsi coinvolgere mettendosi allo stesso livello del narrato. Lo scarto è netto anche nelle immagini che tolgono di mezzo le nudità – il bacio lesbo tra Anne e Alicja viene sfumato con una mancata messa a fuoco della scena - e laddove presenti la riducono a corollario del teorema principale che finisce per mettere tutto e tutti sullo stesso piano. Fuori Hollebeque quindi, ripreso nella critica circoscritta ad un certo ceto radical chic e nella visione del sesso ad esclusivo consumo di uomini belli e danarosi, e via libera ai "comizi d’amore" durante nei quali, anticipando anche il senso della chiusa finale, la natura femminile rinuncia ai godimenti della carne (esemplare l’amplesso doloroso a cui è costretta Charlotte quando in precedenza l’avevamo vista leggera e divertita) per privilegiare la parte materna, quella che comprende e consola.
Ed è proprio la conclusione con la sequenza in cui Anne distribuisce da mangiare al marito ed ai figli all’indomani di una notte in cui tutto sembrava irrimediabilmente compromesso, il suggello alla ricomposizione degli equilibri familiari ed i compromessi del film. Un ottica riparatoria quella di “Elles” che assomiglia banalmente a tanto cinema commerciale, con il suo happy end imposto se non fosse per la presenza straordinaria di Juliette Binoche bellissima e sensuale anche senza spogliarsi, ed in grado di infiammare lo schermo con il primo piano di un orgasmo riassunto negli spasmi del volto contratto dal piacere. E’ lei l’unica ragione di una visione altrimenti perdibile.
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recensioni
lunedì, ottobre 01, 2012
Woody
Woody
regia di Robert B. Weide
A
chi decidesse di realizzare un documentario su un regista così famoso da
essere
teorizzato e discusso per oltre quaranta anni, con analisi spinte fino
all’eccesso quando hanno incluso aspetti privati della sua vicenda umana
per
far tornare i conti di un arte tanto leggera quanto inafferrabile,
si offrirebbero due opportunità: quella di realizzare un opera
celebrativa a carattere divulgativo oppure, in alternativa, tentare di
approfondire queste due
componenti con sguardo rinnovato ed inedito. Robert B. Weide, autore di
"Woody" presentato come evento speciale all'ultima edizione del festival
di Cannes, ci
illude sulle sue possibilità, riuscendo inizialmente ad infrangere la
distanza che
separa
l’uomo dall’artista.
Così gli esordi di un talento precoce ma già determinato assumono la forma di immagini di repertorio in bianco e nero rubate ai localini off del village dove Allen imparò il mestiere esibendosi come stand up comedian, e poi con qualche scampolo prelevato da talk show ante litteram in cui il ragazzo veniva invitato per la sua capacità di improvvisare battute talmente esilaranti da fargli guadagnare ancora studente il primo contratto di lavoro in un giornale.
Premesse accompagnate da testimonianze familiari come quelle della madre ancora una volta castrante nel rimproverare al figlio una freddezza eccessiva, e della sorella, diventata poi una sorta di factotum del regista, ed infine, meraviglia tra le meraviglie, inserti che ci permettono di violare il tempio della creazione alleniana, con sequenze girate all’interno dello studiolo in cui Allen scrive le sue sceneggiature, e dove trovano posto la mitica Olimpia, la macchina da scrivere che da sempre mette in fila le parole del regista, e gli strumenti di un lavoro dal sapore artigianale (Allen non fa uso di pc), con taglierini e colla indispensabili per una sorta di montaggio a mano che assembla estratti cartacei di scene e dialoghi sopravvissuti alla selezione operata dall'autore.
E poi ancora una passeggiata per le strade del quartiere nelle quali ritroviamo i luoghi dell’infanzia e della prima giovinezza come la casa natale abitata da una famiglia numerosissima, il cinema, oggi trasformato in multisala, ed anche la scuola frequentata con scarso entusiasmo ed a rischio della propria incolumità. Passaggi interessanti ma rapidissimi, appena il tempo di mostrarli e subito abbandonati per la necessità di fare i conti con una produzione cinematografica tanto bulimica quanto ricca di titoli indimenticabili. Una sfida difficile ma non impossibile se Weide avesse applicato alla quantità di materiale disponibile un punto di vista capace di decostruire il cinema di Allen secondo categorie cinematografiche ed esistenziali.
Ed invece scegliendo di raccontare in maniera cronologica e
con un unico schema (le scene dei film si alternano agli interventi di
chi vi ha partecipato) "Woody" si appiattisce in una narrazione
scontata e ripetitiva. Weide privilegia specialmente la
prima parte
di carriera, quella dei grandi film (“Io e Annie”(1977),
“Manhattan”(1979),
“Stardust
Memories”(1980), “Anna e le sue sorelle”,1986)mentre mischia molto e fa
vedere poco
della
seconda, quella segnata dal divorzio scandaloso da Mia Farrow -
affrontato con molte omissioni - e dei film girati
all’estero. Se “Woody” è efficace nel far emergere l’attitudine di un
regista che ha
evitato di adagiarsi sugli allori, di seguire l’onda del consenso
cambiando
quasi sempre rotta all’indomani di un grande successo - ad " Io ed Annie"
e "Manhattan" seguirono rispettivamente produzioni totalmente
differenti come "Interiors",1978 e "Stardust Memories"- è invece
incapace di
indagarne il processo creativo, di
approfondire il rapporto tra l’artista e la sua creazione, suggerendo la presenza di uno forte componente
autobiografica
- più volte nel corso degli anni il regista ha smentito il collegamento
tra la sua vita e quella inventata per i suoi personaggi - quando
all’inizio
“Woody” legittima i ricordi del regista con sequenze di film (“Radio
Days”,1987) che sembrano la trascrizione per immagini di quelle
affermazioni,
oppure riducendo gli aspetti tecnici del suo mestiere alla sola
collaborazione con
Gordon Willis, il grande direttore della fotografia che “insegno ad
Allen il
modo di posizionare la macchina da presa”, dimenticandosi di contribuiti
altrettanto importanti come quelli di due maestri come Sven Nickvist,
fedelissimo di Bergman (“Fanny ed
Alexander”,1982)e di Carlo De Palma, sodale di Antonioni ("Deserto
Rosso",1965).
Insomma un lavoro, quello di Weide, preoccupato di confezionare il giusto tributo al regista che abbiamo imparato a conoscere, ma che non aggiunge nulla a tutto quello che avremo voluto sapere su di lui e che invece continuiamo ad ignorare.
regia di Robert B. Weide
A
chi decidesse di realizzare un documentario su un regista così famoso da
essere
teorizzato e discusso per oltre quaranta anni, con analisi spinte fino
all’eccesso quando hanno incluso aspetti privati della sua vicenda umana
per
far tornare i conti di un arte tanto leggera quanto inafferrabile,
si offrirebbero due opportunità: quella di realizzare un opera
celebrativa a carattere divulgativo oppure, in alternativa, tentare di
approfondire queste due
componenti con sguardo rinnovato ed inedito. Robert B. Weide, autore di
"Woody" presentato come evento speciale all'ultima edizione del festival
di Cannes, ci
illude sulle sue possibilità, riuscendo inizialmente ad infrangere la
distanza che
separa
l’uomo dall’artista.Così gli esordi di un talento precoce ma già determinato assumono la forma di immagini di repertorio in bianco e nero rubate ai localini off del village dove Allen imparò il mestiere esibendosi come stand up comedian, e poi con qualche scampolo prelevato da talk show ante litteram in cui il ragazzo veniva invitato per la sua capacità di improvvisare battute talmente esilaranti da fargli guadagnare ancora studente il primo contratto di lavoro in un giornale.
Premesse accompagnate da testimonianze familiari come quelle della madre ancora una volta castrante nel rimproverare al figlio una freddezza eccessiva, e della sorella, diventata poi una sorta di factotum del regista, ed infine, meraviglia tra le meraviglie, inserti che ci permettono di violare il tempio della creazione alleniana, con sequenze girate all’interno dello studiolo in cui Allen scrive le sue sceneggiature, e dove trovano posto la mitica Olimpia, la macchina da scrivere che da sempre mette in fila le parole del regista, e gli strumenti di un lavoro dal sapore artigianale (Allen non fa uso di pc), con taglierini e colla indispensabili per una sorta di montaggio a mano che assembla estratti cartacei di scene e dialoghi sopravvissuti alla selezione operata dall'autore.
E poi ancora una passeggiata per le strade del quartiere nelle quali ritroviamo i luoghi dell’infanzia e della prima giovinezza come la casa natale abitata da una famiglia numerosissima, il cinema, oggi trasformato in multisala, ed anche la scuola frequentata con scarso entusiasmo ed a rischio della propria incolumità. Passaggi interessanti ma rapidissimi, appena il tempo di mostrarli e subito abbandonati per la necessità di fare i conti con una produzione cinematografica tanto bulimica quanto ricca di titoli indimenticabili. Una sfida difficile ma non impossibile se Weide avesse applicato alla quantità di materiale disponibile un punto di vista capace di decostruire il cinema di Allen secondo categorie cinematografiche ed esistenziali.
Ed invece scegliendo di raccontare in maniera cronologica e
con un unico schema (le scene dei film si alternano agli interventi di
chi vi ha partecipato) "Woody" si appiattisce in una narrazione
scontata e ripetitiva. Weide privilegia specialmente la
prima parte
di carriera, quella dei grandi film (“Io e Annie”(1977),
“Manhattan”(1979),
“Stardust
Memories”(1980), “Anna e le sue sorelle”,1986)mentre mischia molto e fa
vedere poco
della
seconda, quella segnata dal divorzio scandaloso da Mia Farrow -
affrontato con molte omissioni - e dei film girati
all’estero. Se “Woody” è efficace nel far emergere l’attitudine di un
regista che ha
evitato di adagiarsi sugli allori, di seguire l’onda del consenso
cambiando
quasi sempre rotta all’indomani di un grande successo - ad " Io ed Annie"
e "Manhattan" seguirono rispettivamente produzioni totalmente
differenti come "Interiors",1978 e "Stardust Memories"- è invece
incapace di
indagarne il processo creativo, di
approfondire il rapporto tra l’artista e la sua creazione, suggerendo la presenza di uno forte componente
autobiografica
- più volte nel corso degli anni il regista ha smentito il collegamento
tra la sua vita e quella inventata per i suoi personaggi - quando
all’inizio
“Woody” legittima i ricordi del regista con sequenze di film (“Radio
Days”,1987) che sembrano la trascrizione per immagini di quelle
affermazioni,
oppure riducendo gli aspetti tecnici del suo mestiere alla sola
collaborazione con
Gordon Willis, il grande direttore della fotografia che “insegno ad
Allen il
modo di posizionare la macchina da presa”, dimenticandosi di contribuiti
altrettanto importanti come quelli di due maestri come Sven Nickvist,
fedelissimo di Bergman (“Fanny ed
Alexander”,1982)e di Carlo De Palma, sodale di Antonioni ("Deserto
Rosso",1965). Insomma un lavoro, quello di Weide, preoccupato di confezionare il giusto tributo al regista che abbiamo imparato a conoscere, ma che non aggiunge nulla a tutto quello che avremo voluto sapere su di lui e che invece continuiamo ad ignorare.
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