venerdì, febbraio 19, 2010

Gli occhi di Penelope (1) - A SINGLE MAN

A SINGLE MAN
regia di Tom Ford


recensione di Penelope


"A single man" è il primo – di una lunga serie, spero – film di Tom Ford, fascinosissimo ex stilista del gruppo Gucci.
Lo avevo osservato ed ascoltato qualche giorno prima mentre veniva intervistato da Fabio Fazio, su Raitre. Non posso negare di essere rimasta ammaliata dal personaggio, da quel modo singolare di atteggiarsi sulla poltrona Frau dello studio, che trovava troppo bassa per i suoi gusti. Impeccabile nel suo abito nero, non riusciva a rilassarsi completamente su quella poltrona, tant’è che non ne ha mai sfiorato lo schienale. L’eleganza innata nella postura diritta e nei gesti morbidi tradiva già una spiccata sensibilità d’artista, che non si ferma all’estetica perfetta di cui è evidentemente l’incarnazione, ma che spazia interpretando e rendendo proprio un mondo che fino a ieri non gli apparteneva, quello dei cineasti. E così, quel vezzo terribilmente bello ed accattivante di aggrottare le sopracciglia in un’espressione profonda mi ha rapita e convinta ad andare al cinema a vedere il suo film.
Le premesse non mi hanno tradita. Il film è un piccolo capolavoro estetico, dall’impatto visivo fortissimo. Tratto dal romanzo omonimo dell’inglese Isherwood, il film racconta di un amore omosessuale che è terminato tragicamente, e del dolore lancinante che la conseguente solitudine provoca nel protagonista.
Il nostro “enfant prodige” sembra non lasciare nulla al caso. I colori dall’aurea bronzea proiettano lo spettatore con estrema immediatezza in quei malinconici anni ‘60 co-protagonisti del film, così delicatamente ricostruiti attraverso le ambientazioni ed i costumi. L’atmosfera restituita all’occhio è perfetta e mai ingabbiata in cliché o stereotipi. Ford riesce con gran naturalezza a costruire un mondo visivo che coinvolge senza mai travolgere, riuscendo a mantenere quella necessaria distanza emozionale tra il pubblico e la pellicola. Per raggiungere questo difficile ma riuscitissimo equilibrio estetico, Ford si affida a raffinate tecniche di ripresa cinematografica, riuscendo così a non sbagliare una sola inquadratura. Un esempio particolarmente efficace, a mio avviso, sono gli effetti di riquadratura presenti in alcune scene, dove talvolta convivono nella stessa dimensione spaziale i prepotenti occhiali del protagonista, lo specchietto retrovisore e il parabrezza della macchina, come se fossero testimoni di una scena nella scena, quasi a voler contenere e riflettere le potenzialità emotive dei personaggi. Molto interessante è anche l’ordine caratteristico dei molti elementi “in serie” protagonisti di alcune scene: i tanti fucili tutti nella stessa posizione parallela, le bottiglie in fila sugli scaffali dei bar, le macchine parcheggiate con perfetta geometria, suggeriscono l’idea di un ordine superiore ed esterno al personaggio a cui quest’ultimo vuol tendere caparbiamente.
Il film non è privo di ammiccamenti al linguaggio della comunicazione pubblicitaria, ed incastona alcuni passaggi in veri e propri cammei: l’uso del bianco e nero che il regista utilizza per ricordare alcuni momenti di vita del protagonista trascorsi con il compianto partner fa l’occhiolino a famosi spot pubblicitari dove corpi scolpiti ed adagiati su rocce quasi perpendicolari donano ai sensi dello spettatore una gradevole sensazione olfattiva. Che dire dello sfondo tutto hitchcockiano che, libero e blu, sorveglia il protagonista nel silenzio notturno di Los Angeles? E non si tratta dell’unica citazione cinematografica. Ford riesce a stimolare i ricordi dello spettatore e suggerisce una biondissima, fumante e muta Brigitte Bardot, un esplicito ed intraprendente James Dean, e ci serve su un vassoio d’argento lo spettro di Audrey Hepburn, che serpeggia dal romanzo di Truman Capote “Colazione da Tiffany” alle capigliature cotonate delle segretarie, agli abiti optical di una Julianne Moore già moralmente proiettata verso la realtà sessantottina.
Ma i pregi del film non si limitano solo agli aspetti stilistici ed estetici. Il film racconta una bella storia, la storia di una solitudine vissuta profondamente, di una lacerata intimità gridata a se stesso e non condivisa. Lo spettatore partecipa nonostante tutto al dolore del protagonista, ma lo fa con la discrezione del dovuto rispetto, e con un atteggiamento non urlato. L’equilibrio, dunque, non è solo caratteristica dell’impianto stilistico, ma costituisce il trait d'union tra questo e i sentimenti raccolti dal film. I personaggi sono delineati con estrema precisione ed accuratezza, e trasmettono allo spettatore le proprie difficoltà, i propri malesseri, senza mai essere invadenti. Ogni parola, ogni azione è dettata da una eleganza dell’animo e da una sensibilità delicatamente riportata in scena dagli attori. Le percezioni emotive risultano amplificate da un uso intelligente dell’accompagnamento musicale, talvolta sostituito dal nudo parlare degli elementi della natura, a sottolineare i momenti decisivi e tragici della storia. Il professore universitario George nasconde al mondo il suo dolore, e lo fa rendendosi quasi trasparente al cospetto di una società, quella dei sixties americani, che si esprime attraverso la quotidianità vissuta dai vicini di casa, attraverso i primi timori studenteschi nei riguardi della guerra fredda e delle altre trasformazioni storico-politiche in atto, attraverso la presa di coscienza della futura classe borghese americana dei pericoli dell’emarginazione delle minoranze, pericoli sollecitati dallo stesso professore George alla sua classe. E mentre contribuisce nel suo piccolo alla crescita culturale della nazione non senza successo (in particolare uno dei suoi alunni coglie nelle sue parole il profondo bisogno di riscontro), George soffre terribilmente di quella mancanza che gli deturpa l’anima. In questo ruolo imponente, Colin Firth convince senza alcun dubbio, e regala agli spettatori la percezione della sua intima disperazione.

4 commenti:

marina ha detto...

Credo che meglio di così non si potesse commentare il film "A Single Man". Film che mi ha lasciata, dopo la parola fine, immobile sulla poltrona della sala cinematografica per le sansazioni che mi aveva trasmesso per quanto fosse stato bello e commuovente. Colin Firth eccezionale nella recitazione. Anche quando non proferisce parola, parlano il suo viso ed i suoi occhi. Film da vedere assolutamente. Spero inoltre che riesca a conquistarsi l'Oscar come miglior attore protagonista, perchè se lo merita ma, anche il solo fatto di essere stato nominato, mi auguro porti ancora maggior lustro alla sua lunga carriera di attore.

Anonimo ha detto...

sono d'accordo con quanto scrive marina. complimenti per il blog. A.R.

Anonimo ha detto...

Ringrazio marina e A.R. per i commenti positivi. Inoltre, vorrei anche ringraziare i gestori di questo blog che, pur non conoscendomi, sono stati fiduciosi nei miei confronti e mi hanno regalato la possibilità di esprimere le mie opinioni da questo singolare "cantuccio". Spero di non abbassare con le mie chiacchiere il livello contenutistico già altissimo del blog!!! Grazie a tutti voi e in particolare a Fabrizio, mio tramite!! Un saluto, Penelope.

veri paccheri ha detto...

ciao Penelope, la tua recensione rende perfettamente l'idea e le atimosfere del film. "A single man" è certamente da vedere.
grazie a te, ciao