domenica, ottobre 16, 2011

This must be the place

This must be the place
di P. Sorrentino


L’occasione della vita. E’ questa l’urgenza più evidente che muove il nuovo film di Paolo Sorrentino. Un lasciapassare guadagnato sul campo, tra una platea di intenditori per nulla condizionati dalle faccende di casa nostra. “Il divo” era riuscito a parlare la lingua dei Santi e si era imposto con la forza delle idee. Questa volta invece sono proprio quelle che vengono a mancare. Rivestite dei soliti abiti luccicanti, le evoluzioni del maestro napoletano, rimangono nell’aria per mancanza di peso specifico.

Un ex rock star, abulica ed un po’ rimbambita si mette in viaggio per scovare il criminale nazista, colpevole di aver perseguitato il padre passato a miglior vita in apertura di racconto. A Sorrentino basterà questo spunto per allestire un circo di personaggi altamente stravaganti, ed in sintonia con il mood del protagonista impegnato in una ricerca a forte valenza personale ed introspettiva.

Una formula risaputa, quella del paesaggio americano associato ad una struttura “on the road”, e qui funzionale alla sovrapposizione tra regista e personaggio, entrambi alla scoperta di un mondo sconosciuto. Una sinergia di parole e soprattutto di sguardi, da cui ci si aspetterebbe qualcosa di più della riproduzione di un immaginario che non diventa mai personale, ma riproduce paesaggi e silenzi appartenenti ad altri.

Ed è proprio questo scollamento tra lo stupore di Cheyenne/Sorrentino e una resa visuale soprattutto mediatica, a rendere le immagini pur belle del regista napoletano delle bolle vuote, prossime a scoppiare senza aver lasciato il segno.
E mentre questo accade il film si lascia passare attraverso un corollario di incontri caratterizzati quasi esclusivamente dalla grottesca stravaganza della situazioni – pensiamo al tipo tatuato del bar, o all’indiano che senza dire una parola si ficca nel pick up di Cheyenne per un passaggio verso il nulla, o ancora al bambino sovrappeso che offre al cantante l’opportunità di riappropriarsi dell’antico mestiere – ma privi di qualsiasi specificità psicologica o narrativa.

Ed anche la conclusione, fredda come il paesaggio innevato in cui si svolge, con il nazista costretto ad un inesorabile contrappasso dopo aver elencato con precisione enciclopedica i motivi delle sue azioni, conferma una vaghezza tenuta insieme dalla maschera clownesca dell’attore oscarizzato e da uno swing musicale, quello si davvero degno di tale allestimento.

Paradossalmente però "This must be the place" si avvia ad essere il miglior risultato commerciale del regista, mentre all'orizzonte già si affaccia la promozione per un avventura da Oscar.

A conferma di un film più spendibile sul piano commerciale che artistico, ed anche una risposta indiretta alla frase pronunciata da Cheyenne a proposito di un artisticità perseguita a tutti costi.

Questa volta Sorrentino ha deciso di lavorare.







15 commenti:

Kelvin ha detto...

Sono d'accordo. Sorrentino dirige un film fatto di molta forma e poca sostanza. La confezione è 'deluxe' ma le idee latitano: la storia è abbastanza banale e si ha la sensazione, per me alquanto sgradevole, che l'Olocausto diventi quasi un pretesto per imbastire una trama.
E' vero comunque che Sorrentino è l'unico regista di respiro 'internazionale' che abbiamo in Italia: e questo film, pur se imperfetto, all'estero può funzionare. Ce lo auguriamo.

Anonimo ha detto...

Se il film funzionerà sarò contento, però questo non cancella la sensazione di un film da cui mi sono sentito escluso..grazie per l'intervento.

nickoftime

veri paccheri ha detto...

ciao nick, di questa prova di sorrentino ho letto pareri fortemente contrastanti: chi si è sentito toccare il cuore, chi si è commosso, chi indignato e chi come te è rimasto deluso per la freddezza di tanta perfezione e vastità di scena.
non mi resta che cercare di vederlo per farmene una mia opinione.
volevo però domandarti una cosa.
cosa intendi precisamente quando nel tuo commento affermi che ti sei sentito "escluso"?
grazie mille! ciao

nickoftime ha detto...

..escluso perchè è un film che non è riuscito a trasportarmi all'interno della sua storia, a farmela partecipare..sono rimasto spettatore ed anche molto distaccato...paradossalmente Sorrentino con quello che di sicuro non è il suo film più riuscito sta incassando al botteghino cifre mai raggiunte in appena un week end..un dato che non può non far riflettere...ciao

Fabrizio ha detto...

Quasi totalmente d'accordo.
E la storia dell'olocausto mi puzza parecchio.

Fabrizio ha detto...

CATTIVI PENSIERI: Non vorrei che il buon Sorrentino (di cui sono un estimatore della prima ora)abbia fatto il furbo in un ottica commerciale e futura che potrebbe catapultarlo verso qualche nomination agli Oscar. Mi spiego meglio:1)Il ruolo di Mary era indispensabile affidarlo alla figlia di Bono Vox? o è stato fatto a scopi pubblicitari? 2)Visto che la narrazione è praticamente ridotta ai minimi termini, la scelta dell'Olocausto, che da sempre piace ai giurati dei premi Oscar (Benigni, Polanski)mi puzza non poco; 3)la scelta dell'olocausto ha facilitato la distribuzione americana? Visto che distribuiscono i fratelli ebrei Weinstein; 4)Nei titoli di coda, che vanno sempre letti per intero, viene addirittura citata una sorta di collaborazione/supervisione del Centro Wiesenthal. per cosa? visto che l'olocausto viene appena sfiorato, per le quattro foto che ci vengono mostrate, oppure per ottenere una sorta di "visto di autenticità" o molto più probabilmente la benevolenza della lobby ebraica dell'entertrainment americano?
Senza rancore, maestro.

nickoftime ha detto...

...L'olocausto è materia a rischio: anche Benigni con "la vita è bella"fu accusato di opportunismo. Io però voglio rimanere concentrato sul film per cercare di capire come sia stato possibile un tonfo di quel genere..

nickoftime ha detto...

..su ondacinema qualcuno faceva notare la mancanza di senso di molti movimenti di macchina..ed io anche su quello sono d'accordo..in Must be the place molte cose non sembrano fatte a vantaggio della storia ma per dimostrare la bravura di chi le fà..

parsec ha detto...

esagerati esageratissimi i movimenti di macchina soprattutto all'inizio, non suppliscono alla carenza narrativa e sembrano proprio dire 'guardate quanto sono bravo! finalmente anch'io posso esaltare il mio talento grazie ai mezzi importanti della produzione americana' La tecnica e i movimenti però risultano molto cool e piacciono tanto al pubblico abituato ad un cinema più semplice che quando vede sti film, come dice Nick, si sente più intelligente e dice del film che è profondo... Mentre invece è tutto soltanto accennato. Non solo, ma quanti temi ci ha messo dentro? Ci sono tutte le tematiche già abbondantemente affrontate in anni e anni di cinema americano, già viste e già trattate di sicuro meglio: la crisi esistenziale, il rapporto padre-figlio, gli ampi spazi e sovrumani silenzi del paesaggio naturale americano, gli indiani mistici, la comunità ebraica, l'olocausto. Me ne sfuggirà qualcuno.
Mi aspettavo comunque esattamente questo risultato, e nonostante ciò, il film mi è molto piaciuto a tratti e non piaciuto in generale.
Al prossimo intervento vorrei divi cosa penso riguardo al tema dell'olocausto nel film di Sorrentino, perché ci vedo finalmente qualcosa di nuovo.

Anonimo ha detto...

be..a questo punto non ci resta che aspettare il tuo prox intevento...sono veramente curioso di sentire la tua..anche perchè è veramente difficile dire qualcosa di nuovo su questo tema..

nickoftime

Anonimo ha detto...

Sui movimenti di macchina e più in generale sul comparto visuale ci sarebbe molto da dire. Questo settore ha guadagnato uno spazio importante dal punto di vista "narrativo" quando, di fronte ad una realtà non più lineare, ha aiutato i registi a ricostruirla sullo schermo. Le immagini sono diventato uno strumento che poteva integrare la parola per restituire cosa significava "essere vivi" (esrpessione usata dallo scrittore Foster Wallace). In pratica hanno permesso di restituire la complessità sensoriale di un esistenza satura di imput; hanno materializzato il flusso di coscienza contemporaneo.La conseguenza è stata un accrescimento delle qualità tecniche dei registi, a cui però non ha fatto seguito anche quella relative alle competenze più classiche..la sfida dei nuovi registi sarà quello di conciliare la forma con la sostanza..

nickoftime

parsec ha detto...

parlapàs...

Anonimo ha detto...

cioè?..

nickoftime

parsec ha detto...

è un modo di dire torinese per esprimere ammirazione/stupore. Ciao

Anonimo ha detto...

..ed io che avevo cercato di tradurlo andando a consultare un dizionario di francese..eheh...buona giornata..dimenticavo..aspetto il tuo punto di vista innovativo sull'olocausto..sono curosissimo...ciao

nickoftime