sabato, febbraio 25, 2012

Hugo Cabret

Hugo Cabret
regia di M. Scorsese

Un cinema agli antipodi di ciò che è stato.
Martin Scorsese dopo il riconoscimento dell’Academy sembra intenzionato ad esaltare la magnificenza della grande industria hollywoodiana con allestimenti che ne omaggiano a diversi livelli la storia e le possibilità.
E se quest’anno gli strilli di copertina gli sono stati, in parte, rubati dall’altrettanto celebrativo "The Artist", splendida sintesi del potere taumaturgico di un cinema che non c’è più, è pur vero che la cadenza produttiva e le ingenti risorse del laboratorio scorsesiano, un circolo di virtuosi al quale da qualche tempo appartiene anche il nostro Dante Ferretti, sono diventate il marchio di fabbrica di un cinema che cerca di ridurre le distanze tra le diverse stagioni cinematografiche.

In questo senso “Hugo Cabret” si presenta prima ancora di essere girato come un esempio di questo meticciato: prodotto da leggere e da guardare Hugo è un romanzo (di formazione) sotto forma di fumetto, graphic novel per la precisione, che nella sua forma cinematografica riesce a mettere tutti d’accordo. Rivisitazione aggiornata delle favole (nere) dickensiane, con Parigi al posto di Londra e la stazione di Paris Montparnasse a rappresentare idealmente il microcosmo picaresco ed aneddotico dello scrittore, il film si trasforma gradatamente in una scorribanda cinefila quando Scorsese, dopo aver soddisfatto le esigenze di merchandising di un prodotto fintamente destinato ai bambini, si lascia andare alla sua grande passione passando il testimone al vero protagonista del film, ovvero George Méliés, il grande sperimentatore, l’uomo capace di dare forma alla scoperta dei fratelli Lumière, caricando le immagini di un potere divinatorio che dà vita ai sogni.

Dopo averci abbagliato con il mirabolante dinamismo della cinepresa, utilizzata non solo nella sua propensione cinetica ma anche ordinativa - quello della stazione per natura dispersivo e frammentario diventerà un mondo regolato da leggi e principi - Scorsese si tuffa anima e corpo nella vicenda di un uomo sepolto nell’oblio che lui stesso si è costruito per annegare l’amarezza di un tempo grande si ritrova a vivere nel più assoluto anonimato.

Ed è proprio nel raccontare la parabola di un artista prima dimenticato e poi riscoperto grazie alle attenzioni del giovane protagonista che Scorsese fa rivivere se stesso sullo schermo: Méliés infatti nell’economia del film rappresenta non solo l’amore per il cinema ma anche la vicenda autobiografica del regista italo americano, dapprima escluso dalle grandi produzioni e poi definitivamente rilanciato dal sodalizio con Leonardo Di Caprio, per Scorsese un Hugo Cabret in carne ed ossa.

Un identificazione totale quindi, spirituale ed anche fisica, con il mitico pioniere che però finisce per attenuare la potenza del ritratto iniziale, relegando le vicissitudini del piccolo protagonista a quelle autoriali e personali dell’autore. Un peccato veniale condivisibile se non fosse per quella sensazione di scollamento tra le due vicende, quella dell’orfano in cerca di una famiglia, e quella di Méliés, in cerca del suo pubblico, che neanche l’incontro tra i due personaggi, suggellato da un finale di ritrovata normalità riesce a far dimenticare. Così la sincerità degli intenti deve fare i conti con la parziale artificialità del risultato.

Una coesistenza che Scorsese tiene in piedi più con il mestiere che con il cuore. Il piacere rimane in superficie, come un lembo di pelle destinato a staccarsi dopo lunga abbronzatura.

Si goda il sole il vecchio Martin, ad accendere i falò ci penserà qualcun’altro.

3 commenti:

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

come ben dici, due vicende scollate e per me solo una delle due (quella di melies) davvero interessante.
l'altra è una robetta...

Anonimo ha detto...

ciao Marco, lo sdoppiamento è evidente e purtroppo rende il film irrisolto ed un pò artificiale...il mestiere del regista riesce a coprire questa sensazione solo jn parte ma i pubblico se n'è accorto, penalizzandolo al botteghino ben oltre le aspettative di chi l'ha prodotto..

nickoftime

Lidia Zitara ha detto...

Ciao Amici Cinemaniaci,
sono finalmente riuscita a vedere questo film ieri, in tv.
Vista la sua popolarità, i circoli di lettura intitolati "Hugo Cabret", il numero delle volte che compare nei post dei blog, per questo quel motivo, credevo davvero qualcosa di meglio.
E dire che ero partita con attese assolutamente basse, perché (diciamocelo), un buon film lo annusi dal trailer, da uno spezzone di pochi secondi, da una suggestione.
Ne avevo ricavato l'impressione di qualcosa di molto favolistico ma comunque con una certa solidità.
Dalla prima scena, in cui la telecamera vola tra personaggi che sembrano più finti di un rendering per il progetto di un centro commerciale, ho capito che non mi sarebbe piaciuto.
E finalmente mi posso confessare, perché qui è un rifugio sicuro: durante la visione non potevo fare a meno di concentrarmi sui difetti di sceneggiatura (un film spezzato in due, come avete già detto, con allungamenti del brodo che propio non ci stanno), di effetti, di fotografia, di recitazione. Perché è proprio mal recitato, e Cabret è un bambino mefistofelico e antipatico, tanto che il personaggio che risulta più memorabile è l'odioso ispettore ferroviario.
Per me è un film molto commerciale, dedicato a un pubblico di analfabeti cinematografici (combinati peggio di me), o di adulti poco interessati che hanno accompagnato i bambini, i quali, a loro volta, si saranno ben stufati dopo la prima ora e avranno preso a giocare col cellulare.
Io non so neanche perché li fanno, film così, so solo che questi ampi riconoscimenti attestati da un certo tipo di informazione mainstream, mi fanno arrabbiare. Perché l'estetica è crollata, e se "Hugo Cabret" viene premiato con un 7, allora film-spazzatura prendono la sufficienza.