venerdì, agosto 31, 2012

Venezia 69 (3)


Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di  Venezia lontano dagli schermi -2 giornata

Se il buongiorno si vede dal mattino i primi due film del concorso ufficiale confermano le premesse di un festival poco propenso alle smancerie e molto concentrato sulla materia cinematografica. Divisi da una concezione della settima arte che si differenzia soprattutto nel modo di raccontare che è tanto esplicito, diretto ed un po' scontato nel caso di Xavier Giannoli e del suo "Superstar", storia di un uomo colpito da improvvisa celebrità, quanto rarefatto e criptico in quello del collega russo Kiril Serebrennikov autore di "Izmena" celebrazione del tradimento e dell'ossessione amorosa diluite con numerose digressioni, i due registi portano al festival un cinema che esaurisce le sue cartucce nel buio della sala e poi diventa quasi timido quando si accendono le luci. Nessun proclama, nessuna dichiarazione ad effetto, nessuna eccentricità riesce a riempire i taccuini dei giornalisti che almeno in questa fase iniziale sembrano adeguarsi al clima di mestizia generale rinunciando anche alla pruriggine solitamente stimolata dalla visione di corpi avvinghiati e copulanti come quelli messi in mostra dal film russo, o forse frenati da un appeal attoriale scarsamente fisognomico - nel caso di Kad Merad protagonista di "Superstar" bisognerebbe utilizzare altri appellativi - oppure troppo sofisticato come quello della bella Cecile de France o dell'enigmatica Franziska Petri. Una qualità mediatica che invece non mancherebbe a Michael Cimino, femmineo e levigato dietro gli immancabili occhiali neri, giunto a Venezia con la versione restaurata de "I cancelli del cielo" film maledetto per il flop che mise fine all'esistenza della United Artists. Escluso dal cinema per ragioni poco chiare, sospeso in un'identità sessuale volutamente indefinita Cimino concentra su di se le caratteristiche dell'artista maledetto che fa discutere e divide. Peccato che il protocollo legittimi la sua morte artistica con un Leone alla carriera e poi gli lasci appena il tempo per i soliti discorsi di circostanza, quelli in cui il cinema si veste di ringraziamenti e galateo. A proposito di ritorni ieri c'è stato quello graditissimo di Wyona Ryder rediviva dopo il periodo autolesionistico che gli ha fatto perdere lo status di star ed ora intezionata a recuperare con il distacco di un esperienza che gli si leggeva negli occhi spalancati e smarriti che accompagnavono risposte messe in fila con difficoltà e pudore. Accanto a lei meno grazioso ma ugualmente impacciato Michael Shannon, attore in ascesa e protagonista insieme all'attrice americana dell'interessante "The Ice Man" biografia di un killer della mafia realmente esistito che fu capace di uccidere più di 200 persone. Il film passato in una sezione collaterale sembra essere di quelli capace di accendere le fantasie del pubblico desideroso di emozioni forti, ma chi lo vorrà vedere fuori dal lido dovrà sperare nel buon senso della distribuzione italiana che per il momento non l'ha ancora opzionato. A concludere la giornata ci pensa Valerio Mastandrea che le cronache dicono bravissimo nel ruolo del padre fedigrafo ed in difficoltà economiche de "Gli equilibristi" di Ivano de Matteo. Alla sua faccia un pò così ed all'ironia sdrucita delle seu espressioni il compito di farci fare uscire il sorriso troppo a lungo latitante. Seduto accanto a lui ride persino la Bobulova. Abbiamo detto tutto.

Abbiamo parlato di:

Superstar (Fra 2012)
Xavier Giannoli

con Kad Merad, Cecile de France

Izmena (Russia 2012)

di Kirill Serebrennikov

con Franzisca Petri, Dejan Lilic

The Ice Man

di Ariel Vromen

con Michael Shannon, Wynona Ryder

Gli equilibristi (Italia 2012)

di Ivano de Matteo

con Valerio Mastandrea, Barbora Bobulova

giovedì, agosto 30, 2012

New Hollywood (4): Il cacciatore



"The deer hunter"/"Il cacciatore"
di: M.Cimino
USA - 1978
con: R. De Niro, C. Walken, M. Streep, J. Savage, J. Cazale
132'

Forse c'e ' stato un tempo in cui ci siamo trovati bene con noi stessi, in cui
abbiamo provato a vivere e ad amare. Ora questo tempo e' finito. "Adesso", come
ammonisce Henry Miller, "siamo soli e siamo morti. Non cambierà stagione".
Allora resteremo così, tra noi, ad intonare mesti "God bless America",
preparando la tavola di questa che sarà la nostra infinita ultima cena.
Tale e' l'apparente conclusione/epitaffio di una delle più controverse pietre
angolari della storia della cinematografia americana degli ultimi decenni, un
film che e' insieme romanzo di formazione e ritratto dell'amicizia virile, war-
movie e racconto intimista, corposo e dolente melodramma: "The deer hunter"/"Il
cacciatore" (1978) di Michael Cimino.
Controversa perché - al di la delle polemiche contingenti relative soprattutto
ad alcune sequenze in cui la violenza e' mostrata senza infingimenti o alle fin
troppo dibattute scene inerenti la macabra partita della "roulette russa",
(metafora con ogni probabilità del tutto indigesta di un paese che con la
guerra nel sud-est asiatico si pianta da sola la pistola alla testa) - Cimino
e' un regista che rappresenta un'anomalia anche all'interno di quella variegata
galassia di autori che impose nuove idee e nuovi schemi al cinema USA
dell'epoca e che fu ribattezzata New Hollywood.




Di formazione artistica, studi di architettura, di arti grafiche, un dottorato
in pittura a Yale, di carattere al tempo schivo e spregiudicato, Cimino guarda
San dagli inizi all'universo delle immagini e del cinema come ad un sistema di
segni che nella più ampia disinvoltura nell'utilizzo delle forme e dei
linguaggi può concorrere allo scopo di restituire - in una sorta di tela
immaginaria senza contorni - lo sforzo di libertà di una mente creativa.
Non a caso, a proposito del suo esordio,
"Thunderbolt and Lightfoot"/"Una calibro 20 per lo specialista" (1974), il
regista riflette sul fatto "che ciò che costituisce i ricordi più vividi, ciò
che ci appare ancora vivo, sono i momenti di libertà, la gioia di vivere".
Questo desiderio di scoperta, di esplorazione del mondo, di nuove possibilità
espressive senza mediazioni, soprattutto senza "prudenze", se da un lato lo
accomuna agli esponenti ormai celeberrimi della New Hollywood di fine anni '70
- Spileberg, Lucas, Coppola, Scorsese, De Palma, Milius, Bogdanovich, per
citarne alcuni - tutti, con ovvie sfumature stilistiche e contributi personali,
interessati ad esempio alla rivisitazione riveduta e corretta di certi "miti"
tipicamente americani (l'individuo, la comunità, l'amicizia, la giovinezza e il
rapporto con il tempo, l'afflato morale o moralistico, i riti d'iniziazione



alla vita, l'esperienza del sangue ne della morte); alla riscoperta in chiave
lirica del paesaggio; ancora, alla trasformazione dei canoni e dei modi di
fruizione del mezzo cinematografico; dall'altro, lentamente, ma con una
inesorabilità che nel tempo e' andata acuendosi, lo ha emarginato, escluso
dagli ingranaggi produttivi, proprio in ragione di questo suo irrequieto
aggirarsi tra i generi ( road- movie, melodramma, affresco storico, noir
metropolitano, western suo generis...) ma sarebbe più giusto dire nel cuore
stesso della più grande macchina deputata ala creazione dell'immaginario
collettivo mondiale mai esistita.



E sempre senza rete, con generosità, come un abbraccio.
Ad esempio, senza "zattere" produttive (vedi, per dire, l'abilità di Spielberg
e Lucas di giostrare a proprio favore l'innovazione tecnologica o la maestosa
"tirannia" esercitata da Coppola sul suo cinema adulto, seppur con esiti
autolesionisti, se non disastrosi: il fallimento della Zoetrope e il cronico
disagio a mettere in piedi nuovi progetti). Senza rielaborazioni teoriche,
riletture e aggiornamenti di capisaldi dottrinali (si pensi all'operazione
vasta e profonda sotto questo punto di vista portata avanti da cineasti come De
Palma e Bogdanovich, acutissimi conoscitori del cinema come strumento di
invenzione/reinterpretazione della realtà). Senza un retroterra socioculturale
fortemente caratterizzato da cui imparare e attingere suggestioni (si noti il
ruolo delle origini, della tradizione, della comunità italo-americana nella
storia di uno come Martin Scorsese, con tutto il suo corredo di ricordi, di
fervori e di attriti tra due culture; così come la precoce attrazione per il
cinema, la fascinazione per il mondo delle gang di strada, il basso continuo di
un ambiente religioso frequentato, ripudiato ma mai totalmente rimosso).
Ebben, la mancanza di tutto ciò, con tutti i limiti e le approssimazioni del
caso, le possibili complicità, inerzie e incapacità dello stesso autore, fa di
Cimino una sorta di strana escrescenza piantata - e non e' un paradosso - nel
bel mezzo del cinema americano, sorta di opacità di continuo ignorata, grumo
oscuro che nessuno nota più oramai da lire un quindicennio (l'ultima prova del
nostro, "Sunchaser"/"Verso il sole", fa male pure scriverlo, risale al 1996 !).
E l'approccio fornito alla materia di quello che resta il suo film di maggiore
impatto emotivo di massa e riscontro mediatico, "Il cacciatore" appunto, -
cinque Oscar, tra cui miglior film e miglior regia - non si discosta molto da
quanto detto.



Innanzitutto e' bene ricordare il periodo in cui la storia del film prende
corpo: più o meno il 1976.
Se si considera come data ufficiale d'inizio del conflitto vietnamita il 1964
e il cosiddetto "incidente" del Tonchino (sorvolando sul
A presenza nell'area di consiglieri militari statunitensi già dalla seconda
meta del decennio precedente); che il ritiro definitivo delle forze americane
e' del 1973 e che la caduta di Saigon risale al 30 aprile 1975 - "April is the
cruellest month..." ricorda Eliot e per gli USA e' un ricordo straziante - ci
si rende conto quanto sia per certi versi inquietante la proposta all'occhio e
al cuore americano medio di una pellicola come "Il cacciatore" nel 1978.
Data per acquisita la storica diffidenza della major hollywoodiane a trattare
temi di stretta attualità politica o sociale, dal momento che il sorgere di
contrasti, di tensioni, l'eventualità tutt'altro che remota al tempo di vere e
proprie forme di sabotaggio, influisce negativamente suo profitti, unico e solo
scopo da sempre dell'industria cinematografica a stelle e strisce, esisteva un
reale problema di come porsi di fronte a quella che giorno dopo giorno andava
sempre più assumendo i contorni di un'autentica tragedia nazionale, di una
sconfitta umana, civile e morale, al punto da essere da quel momento in poi
citata-evocata-esorcizzata ad ogni coinvolgimento in arme del paese.
Cimino - in compagnia del solo Coppola col suo quasi coevo (1979) "Apocalypse
now" gioca da subito la carta di un percorso obliquo rispetto agli stilemi
abbastanza consolidati del "war movie", in specie in salsa americana. Ovvero,
evita l'approccio naturalistico, eccessivamente ancorato alla realtà (il
Vietnam e' il primo conflitto seguito si può dire in diretta dalla televisione
e riproposto da tutti i mezzi di comunicazione di massa. "Realtà"  ventiquattro
ore su ventiquattro, quindi) e opta per una scelta emblematica, simbolica,
spesso dagli accenti elegiaci e melodrammatici, addirittura - in Coppola -
grotteschi/allucinatori (in "Apocalypse now" la guerra e' una sorta di iper-
spettacolo insensato, fuori controllo, nonché sanguinoso).
Ciò che ispira Cimino e' più che altro la grande tradizione della letteratura
avventurosa e di formazione/scoperta del secolo precedente, spesso incentrata
sulla ricerca di una via di uscita dalla"civilizzazione" e sulla riconquista di
una variante della primitiva condizione "naturale". Già il titolo originale,
"The deer hunter", più o meno "Il cacciatore di cervi", richiama il James
Fenimore Cooper di "The deer slayer", "L'uccisore di cervi", romanzo del 1841
facente parte del ciclo detto "Leather stocking tales", in cui sono variamente
presenti spunti come l'analisi dell'individuo e il suo rapporto con la natura;
la passione per la caccia intesa come confronto leale; la fratellanza e
l'amicizia; la solidarietà nel lavoro; l'inscrizione della vita umana entro la
riproposizione di rituali come il matrimonio o l'esperienza bellica dalla quale
acquisire consapevolezza; tutti in buona parte riletto e rielaborati dal film
nelle figure del gruppo di amici che ne compone l'ossatura e il centro.
Mike (R. De Niro), Nick (C. Walken), Steven/Steve (J. Savage) Stanley/"Stosh"
(J. Cazale), John (G. Dzundza), e Axel (C. Aspergren), sono un gruppo di amici
che vive in un piccolo borgo siderurgico della Pennsylvania, Clairton. Quasi
tutti occupati nella locale acciaieria, trascorrono il tempo tra il lavoro,
qualche birra nel locale di John, occasionali battute di caccia al cervo,
timide avances alle ragazze del posto, tra cui Linda (M. Streep). Richiamati al
fronte per il conflitto in Vietnam nell'imminenza del matrimonio di uno di loro
(Steven), partiranno in tre, ognuno dei quali vedrà la propria vita cambiare da
cima a fondo. Mike tornerà coperto di decorazioni ma sempre più chiuso in se
stesso, attaccato alla propria disciplina interiore che lo ossessionerà
persuadendolo di non aver fatto abbastanza per riportare a casa il suo grande
amico Nick e che gli impedirà anche di vivere un rapporto sereno e magari
compensatorio con Linda, promessa sposa di Nick ma non indifferente al fascino
ombroso e controverso di Mike. Nick, il più mite, "puro" dei tre troverà la
morte in una Saigon in preda al caos della smobilitazione forzata e del
precipitoso quanto poco onorevole ritiro delle truppe americane, nel gorgo
passivo di un folle rilancio alla scommessa efferata della "roulette russa".
Steven, timido e timoroso, finirà i suoi giorni su ma sedia a rotelle
orribilmente mutilato. Nulla, insomma, sarà come prima. Per nessuno.
Suddiviso in tre grandi "blocchi" della durata di circa un'ora ciascuno, il
film si snoda in ampie e solenni sequenze dagli accenti alternativamente epico-
contemplativi (le scene relative alle battute di caccia in montagna);
descrittive/naturalistiche (le lunghe immagin del matrimonio di Steven riprese
secondo la geometria autentica di un rito ortodosso); malinconiche/
melodrammatiche ( le riflessioni in primis di Mike e Nick riguardo alle proprie
attese per il futuro; le loro perplessità sentimentali e la volontà ribadita di
rinsaldare l'aspra amicizia che li lega. "Non venissi tu a caccia, ci andrei da
solo", confessa Mike a Nick); goliardico-cameratesche ( le risate, i canti,  e
le battute al bar davanti al biliardo; gli scherzi al promesso sposo Steven;
gli scambi a base di freddure e nonsense: "Ma tu dici solo d'accordissimo, Axel
?". "D'accordissimo", risponde Axel.


Denominatore comune, l'atteggiamento dei personaggi, in particolare quelli
principali, che sembrano assistere, quasi trascinati da una forza più grande di
loro, allo sbriciolamento delle loro esistenze. Forza che non e' solo il flusso
distruttivo centripeto della guerra ma pure e forse soprattutto una specie di
oscura dannazione che prima o poi raggiunge e travolge tutto, come non ci fosse
possibilità di scampo, una volta usciti da quella condizione originaria che
solo Mike - sorta di figura archetipica: eroe e asceta, guerriero e filosofo -
anche a costo di subire lo scherno degli amici, fa di tutto per preservare. Un
equilibrio ancestrale che si regge su l'amore e il rispetto per il mondo che ti
accoglie; sulla lealtà che "devi" a qualunque forma di vita esistente perché
anch'essa parte di un respiro più grande - tutta la piccola mistica del "colpo
solo" e' racchiusa in una laconica nota di Mike: "Il cervo non ha il fucile".
Eppero' anche e primariamente sull'essenza davvero drammatica e irriducibile
riconosciuta alla morte, che nella ritualità di un gesto letale ma sincero
trova la sua sacralità e in parte si ridimensiona, si "umanizza", mentre
lasciato all'arbitrio o al capriccio non e' che la banalità più vuota dentro
uno stupido gioco di annientamento (la roulette russa).
Recitato da attori in stato di grazia, su tutti fa piacere ricordare uno
splendido Christopher Walken - Oscar come migliore attore non protagonista -
che racchiude il suo Nick entro una bolla di magica beatitudine ("Mi piacciono
gli alberi in montagna. Perché... Sono diversi"), un alone d'imponderabilita
prima che il destino si incarichi di distruggerla, confinandolo in una febbrile
e assorta follia. Poi, un ottimo De Niro, nei panni di Mike il leader del
gruppo, lontano galassie dalla sbiadita indolenza che caratterizza quasi tutta
la seconda parte della sua carriera. Quindi, un'incantevole e introversa Meryl
Streep, dai lunghissimi capelli biondi e l'incarnato diafano, Madonna
rinascimentale incerta e profondamente infelice, in eterno divisa tra
l'intransigenza quasi monastica di Mike e la dolcezza disarmata di Nick.
Infine, una menzione particolare e' il gustoso John Cazale, sardonico e
attaccabrighe, sempre "con in mano quella stupida pistola, che non sa nemmeno
usare" (Mike), che - ahinoi - non vide mai l'uscita del film per via di un tu
ore alle ossa che lo porto via poco prima.
Impercettibilmente il film e' come avvolto dalla partitura musicale di Stanley
Myers che ogni volta diffonde sulle immagini una pellicola di una conturbante
quanto contagiosa tristezza. Fuso con essa, la mano esperta di Vilmos Zsigmond
ritrae con toni morbidi in cui prevalgono le gradazioni scure il capitolo delle
nozze di Steven; si avvale di lampi di colore più marcati nella parte centrale
dedicata alla guerra vera e propria e desatura il più possibile a luce
nell'epilogo, il momento del dolore e del silenzio.
"Il cacciatore" nelle mani di Michael Cimino finisce per comporsi come un
ingrato ma riuscito equilibrio di elegia ed epica; di ricostruzione storica e
gusto per la vita quotidiana di provincia; robusto dramma bellico e ostinazione
per l'avventura in un mondo che già non vuole più saperne; occhio partecipe
alle vicende individuali e interrogazione inesausta sulle aspirazioni e sui
destini di un'intera nazione: perché, dopotutto, sembra suggerirci questo
cineasta forzatamente scomparso dalla mappa del nostro immaginario, intorno a
quel tavolo, il tavolo del dolore e della disperazione, appesantiti, storditi o
vinti dalle sofferenze, dai rimpianti, dalle grettezze, un po' ci siamo anche
noi. E se vogliamo ricominciare, e' insieme che dobbiamo farlo.

(di TheFisherKing)

Festival del cinema di Venezia 69 (2)




Identificazione di una mostra: la 69 edizione del Festival di Venezia lontano dagli schermi - 1 giornata

Dunque la mostra ha preso il via ieri sera con la cerimonia di presentazione ed il film d’apertura di Mira Nair dedicato al confronto multiculturale tra oriente ed occidente dopo l’11 settembre. Una via di mezzo tra spettacolo ed impegno com’è nella consuetudine delle opere chiamate a tagliare il nastro di partenza del carnevale festivaliero. Se dovessimo affidarci alle prime sensazioni desunte dalla lettura dei giornali e dai primi post comparsi sulla rete “The Reluctant Fundamentalist” sembra il classico film girato per accontentare tutti e quindi per non soddisfare nessuno. Vi si narra di un prodigioso analista di Wall Street di origine pakistano perfettamente integrato nel sistema americano costretto a rivedere le sue posizioni quando l’attentato dell’11 settembre lo rende il terminale dei sospetti di un America ferita e xenofoba. Un soggetto di massima attualità travasato sullo schermo dall’omonimo romanzo (di successo) il film della Nair corre il rischio di semplificare troppo e di romanzare molto a favore di una storia che si lascia contaminare anche dal sentimento amoroso quando si sofferma sulla relazione del protagonista con una bella e ricca ragazza che ha la faccia di Kate Hudson. La critica si è divisa ma in modo tiepido, come se già sapesse che in fondo il primo giorno serve solo a scaldare la dialettica in attesa dei nomi che contano, quelli per cui vale la pena spendere ossequi o lanciarsi in quei dissensi che come a San Remo non solo fanno parte del gioco ma assicurano anche l’innalzamento dell’audience, imprescindibile anche da queste parti. La musica è invece protagonista del documentario “Enzo Avitabile Music Life”che il grande Jonathan Demme ha dedicato al poliedrico Enzo Avitabile ed alla sua World Music: il ritratto dell’uomo e dell’artista è ancora più eccezionale se pensiamo alla caratura del regista americano, al talento di uno sguardo capace di fissare per sempre le imprese dei “Talking Heads” nel bellissimo “Stop Making Sense”, e poi alla valorizzazione di un musicista che in Italia conoscevano in pochi e che per Demme è invece oggetto di sconfinata ammirazione.
Al contrario è di una popolarità da rotocalco che si riempivano le immagini provenieti dal lido, ieri monopolizzato da bellezze nostrane e d’importazione si alternavano sul red carpet: da Letizia Casta promossa giurata ma sempre intenzionata ad investire sulla bellezza con un completo di pizzo nero che prometteva il paradiso, al confronto tra signore in rosso targato Violante Placido in vacanza di lavoro e Katia Smutniak madrina della mostra, ed ancora Kate Hudson in versione nude look e poi, quasi per confermare un presente italico pieno di derive Valeria Marini con vestito che lasciava scoperta la parte bassa della schiena quasi a voler indirizzare i flash su quel tatuaggio a livello gluteo distogliendo l'attenzione da un viso irriggidito dai bisturi della chirurgia (si fa perdire) estetica. Uno spettacolo mediatico sobrio a detta dei presenti nel rispetto del momento presente e con il direttore della mostra Alberto Barbera lui si riluttante, assente vistoso al momento della presentazione delle giurie capitanate da un emozionatissimo (anche lui, si anche lui) Michael Mann. Insomma tutto nella consuetudine per una giornata d’apertura che si chiude con un dubbio: ma sarà vera la voce che la divina Casta è in rotta con Stefano Accorsi? E’ con questa domanda senza risposta che si chiude il sipario, forse nei prossimi giorni ne sapremo di più.
Abbiamo parlato di:
The Reluctant Fundamentalist (Usa 2012) di Mira Nair con Ritz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland. Genere: drammatico
Enzo Avitabile Music Life (Usa/Italia 2012) di Jonatham Demme. Genere: documentario 

mercoledì, agosto 29, 2012

Venezia 69 (1)


Identificazione di una mostra: la 69 edizione del Festival di Venezia lontano dagli schermi
Giornata d'apertura.

Ci siamo: dopo il letargo estivo il cinema in Italia riprende a respirare con l'apertura del festival di Venezia giunto alla sua sessantanovesima edizione sotto gli auspici di un nuovo direttore artistico, Alberto Barbera, tornato sul luogo del delitto dopo crudele defenestrazione. E'lui la novità più importante di una manifestazione inevitabilmente condizionata dalla crisi economica e quindi perfettamente attagliata alle usanze di un cerimoniere che ha sempre fatto della sobrietà una delle  principali caratteristiche delle sue direzioni. Il risultato è già evidente in un programma notevolmente dimagrito per numero di film e sezioni che li ospitano, e nella scelta di privilegiare la qualità delle opere alla presenza degli attori che secondo Barbera avrebbero condizionato in negativo le precedenti edizioni con selezioni calibrate a misura di un divismo da prima pagina.

Detto di "The Master" di PT Anderson, attesissimo anche per il presunto riferimento alla vita ed alle opere di Ron Hubbard il fondatore di Scientology (le cronache ci dicono di un Tom Cruise niente affatto contento del film), di Brian De Palma tornato al cinema con il lesbo thriller "Passion" remake di un film francese (Crime D'amour)mai passato dalle nostre parti, di Terence Malick improvvisamente prolifico ed ora in concorso con il melò "To the Wonder", ed ancora di Kim Ki Duk, di Kitano ed altri notissimi registi, l'attesa cinefila si rivolge soprattutto ai nomi nuovi, quelli di cui prima del festival non conosci nulla e che poi tornando a casa metti nel posto migliore della valigia. Una condizione normalmente soddisfatta dalle sezioni collaterali dove solitamente trovano posto i nomi meno spendibili, quelli troppo giovani oppure usi ad un linguaggio poco commestibile anche per un festival che fa dell'arte cinematografica il suo biglietto da visita. Ed infine non per ordine d'importanza gli italiani presenti meno degli anni scorsi ma ben visibili in concorso con tre film (Bellocchio, Ciprì ed F. Comencini) e poi  sparpagliati un pò ovunque nel programma. Tra questi attendiamo con particolare curiosità l'esordio registico di Luigi Lo Cascio e del suo "La città ideale" utopia ambientalista che si confronta con la contemporaneità, "Gli equilibristi" di Ivano De Matteo che riporta in primo piano le conseguenze della crisi economica attraverso la separazione di una coppia costretta a condividere gli stessi spazi per mancanza di soldi, ed infine "L'intervallo" dell'esordiente Leonardo di Costanzo con una vicenda di segregazione e degradazione in cui sono due teen agers a farla da protagonisti.

Un menù ricco e variegato di cui icinemaniaci proveranno a parlare dalle retrovie, cercando di interpretare il puzzle di sensazioni, notizie e commenti provenienti dal lido. E poi sempre su questo blog presentando a breve le recensioni di due opere come "Badlands" di T. Malick ed "Il cacciatore" di Michael Cimino con lo scopo di partecipare ai festeggiamenti che i due registi riceveranno durante il festival. Oggi intanto si parte con la cerimonia d'apertura presentata da un emozionantissima Katia Smutniack, e con il primo film in concorso "The Reluctant Fundamentalist" nelle parole della regista Mira Nair un romanzo di formazione ed un thriller di sentimenti ambientato ai giorni dell'11 settembre. Che la festa cominci, buon cinema a tutti.

Biennale di Venezia 2012 

martedì, agosto 28, 2012

Film in sala dal 29 Agosto 2012

 
 Il CAVALIERE OSCURO - IL RITORNO (Usa 2012)
Regia Christopher Nolan
Cast: Christian Bale - Gary Oldman - Tom Hardy - Anne Hethaway
Genere: Azione, Drammatico



 




EVA (Spa 2011)
Regia: Kike Maillo
Cast: Marta Etura - Claudia Vega - Daniel Bruhl
Genere: Drammatico










MONSIEUR LAZHAR (Can 2011) 
Regia: Philippe Falardeau
Cast: Sophie Nélisse - Jules Philip - Danielle Proulx
Genere: Drammatico
BABYCALL (Nor 2011)
Regia: Pal Sletaune
Cast: Noomi Rapace - Kristoffer Joner
Genere: Thriller










EL CAMPO (Italia, Argentina 2011)
Regia: Hernán Belón
Cast: Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Matilda Manzano
Genere: Drammatico


 





WOMB  (Germania, Francia, 20120)  
Regia: Benedek Fliegauf
Cast: Eva Green, Matt Smith, Lesley Manville, Peter Wight,
Genere:  Drammatico










LA FAIDA (Usa, Albania, Danimarca, Italia, 2011) 
Regia: Joshua Marston
Cast: Tristan Halilaj, Sindi Lacej, Refet Abazi
Genere: Drammatico








Amaro Amore (Italia, 2010)
di Francesco Henderson Pepe
con Aylin Prandi, Francesco Casisa, Malik Zidi,
genere: Drammatico









La Patente (Italia 2011)
di Alessandro Palazzi
con Andrea De Bruyn, Ernesto De Stefano, Isabel Gondim
genere:Commedia

New Hollywood (3): Incontri ravvicinati del terzo tipo


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"Incontri ravvicinati del terzo tipo"/"Close encounters of the third kind"
USA, 1977
-->
S. Spielberg
Con: R. Dreyfuss, F. Truffaut, T. Garr, C. Guffrey



Ciò che si racconta e' subito detto: in diverse parti del pianeta compaiono
all'improvviso segni che prefigurano la possibilità di un contatto con una
civiltà extraterrestre. Individui diversi, provenienti dai posti più disparati,
convergono ai piedi di una sperduta montagna nel cuore degli Stati Uniti, certi
che la propria vita stia per cambiare.
Uno di questi e' Roy Neary (uno spassoso e frenetico Richard Dreyfuss),
elettricista di provincia, ingenuo e allegro, amante dei cartoni animati, padre
squinternato con figli molto più svegli di lui (altro tratto tipico di
Spielberg) e con una consorte Ronnie (Teri Garr) più madre che moglie. Una
volta avuto il suo di "segno", Roy non esiterà a fare letteralmente a pezzi la
sua casa e la sua esistenza ordinaria per inseguire l'"ispirazione"
materializzataglisi davanti in via definitiva una sera a cena, sagomando a
colpi di forchetta la massa informe del suo pure'.
Giocato sulla rincorsa continua tra attesa e svelamento in un crescendo da
rivelazione messianica, il film non cede mai alla speculazione filosofica
spicciola, alla concettualizzazione profonda: Roy e l'altro centro del film, il
bambino Barry (Cary Guffrey), chiamati da forze irresistibili, sanno solo che
devono andare. Sono fiduciosi, non hanno paura. Coetanei nello spirito (Roy e
Barry sembrano quasi più l'uno il fratello maggiore dell'altro che un adulto
sposato e un bambino di pochi anni), superano le contraddizioni e i quesiti
immani impliciti nell'incontro di due civiltà "aliene" tra loro, nello slancio
entusiastico di una condizione genuinamente infantile, pre-razionale, pre-
logica, che addirittura non abbisogna di parole per compiersi (anche
l'Autorita, incarnata dai militari e dagli scienziati che coordinano le
operazioni in vista dell'"arrivo", elaborano un sistema di comunicazione
affidato a gesti elementari della mano e ad una limitata serie di suoni da
ripetere in sequenza), come se il disperato bisogno di avere un interlocutore -
dialogare con se stessi, con gli altri, con l'universo - la necessita' di
stabilire un legame, fosse così impellente, così radicato nell'animo umano e
non ulteriormente posticipabile, da rendere accessorio e persino dannosa la
presenza dii una qualunque forma di linguaggio strutturato, complesso, quindi
di per se' ambivalente e, peggio, equivocabile.
Al grado zero dell'espressione, non resta che il concerto di lampi soffusi e
il ballo morbido delle astronavi; incrociare lo sguardo con una altro te stesso
venuto da chissà dove e tendere la mano.
La fantasmagoria sensoriale di un film innanzitutto ancora bellissimo-da-
vedere come e' "Incontri...", non può prescindere da un apparato tecnico
conosciuto nei suoi meandri più intimi e calibrato al dettaglio (punto questo
della maestria tecnica sempre poco riconosciuto a Spielberg; così come
l'eccezionale naturalezza, ammirata da uno come Kubrick che ne era un vero e
proprio studioso, nella costruzione delle scene di massa).
Alla supervisione degli effetti speciali affidata al "kubrickiano" Douglas
Trumbull e a Roy Arbogast dobbiamo la magnificenza delle architetture
"impossibili" dell'astronave madre, il leggendario "lampadario" che arriva a
roteare completamente su se stesso sino a levitare a qualche metro da terra
davanti agli occhi esterrefatti dei privilegiati ammessi al primo "contatto". A
operatori del calibro di Vilmos Zsigmond, John A. Alonzo e Laszlo Kovacs si
ascrive l'incanto blu cobalto del cielo stellato che all'improvviso si anima di
punti di luce stranamente concordi nelle loro traiettorie e l'inimitabile
bagliore pastoso - una sorta di oro in polvere - del deserto sconvolto da una
tempesta di sabbia durante il prologo.
Si fa strada, in conclusione, l'ipotesi - l'utopia, per certi versi - di una
"fantascienza adolescente", che da questa deriva tutte le incongruenze e le
presunzioni ma pure e soprattutto gli slanci, le curiosità, i gesti sovversivi.
Prova ne e' la presenza, davvero preziosa e molto più che simbolica, di
Francois Truffaut, raro esempio di vero "adolescente adulto", nei panni del
capo delegazione scientifica Claude Lacombe, l'unico a "sentire" le ragioni
interiori di Roy, fino a sussurrargli nel modo più aperto, fraterno e limpido:
"Io la invidio", perché davvero compartecipe della stessa emozione, dello
stesso modo stupito, appassionato e irrequieto di stare al mondo, di affrontare
la vita (il cinema) tanto da far pensare - perché e' bello e giusto pensarlo, a
questo punto - che guardare "Incontri..." e' come guardare Antoine Doinel che
una volta giunto in riva al mare alza gli occhi al cielo.
seconda ed ultima parte


(di TheFisherKing)

lunedì, agosto 27, 2012

ITALIA '70 IL CINEMA A MANO ARMATA (23) BERSAGLIO ALTEZZA UOMO


Bersaglio altezza uomo (Ita-Tur 1979)
Regia: Guido Zurli
Cast: Luc Merenda - Kabir Inanir - Pamela Villoresi - Gabriella Giorgelli - Paola Senatore
IL FILM: Siamo in Turchia e l'ispettore dell'interpol keaton (Merenda) è sulle tracce di un gruppo di narcotrafficanti.
I criminali cercano di sbarazzarsi del poliziotto con ogni mezzo, ma keaton è imprendibile e ammazza chiunque si metta sulla propria strada.
Il campione di tiro Gengis (Inanir) viene contattato dai narcotrafficanti per essere ingaggiato allo scopo di uccidere l'ispettore keaton grazie alla sua infallibile mira.
Ovviamente, il campione rifiuta la proposta e per essere più convincenti i trafficanti prima gli ammazzano la madre e successivamente violentano la moglie.
A questo punto non può far altro che accettare, ma d'accordo con Keaton, Gengis finge di fare quello che i gangster vogliono da lui.
Insieme all'ispettore, poi, collabora alla definitiva sconfitta della banda, che viene arrestata.
IL COMMENTO: Grazie alla co-produzione turca il cast messo insieme per questo tardo poliziottesco non è  malaccio ma il risultato è indigeribile.
Luc Merenda è ridotto al ruolo di comprimario per far posto al divo locale Kabir Inanir.
Improponibile la premessa del film: vengono commessi omicidi e violenze per convincere il campione di tiro al piattello ad accettare un compito che qualsiasi killer adeguatamente retribuito potrebbe svolgere. 
Per carenza di mezzi e denari gli inseguimenti si svolgono tutti a piedi e gli attori turchi sono di una incapacità imbarazzante.
Gli inutili e lunghi scontri a fuoco, il numero esagerato di morti ammazzati e la banalità dei dialoghi completano il disastro in salsa turca messo in piedi dal toscano Guido Zurli. 
Bersaglio altezza uomo è una delle ultime tappe del poliziottesco, che nel 1979 era già in pieno declino.
CURIOSITA': Il regista Guido Zurli insieme a Giacomo Gentilomo aveva diretto nel 1963 Le verdi bandiere di Allah, alla cui sceneggiatura avevano partecipato Sergio Leone e Umberto Lenzi. 
Fabrizio Luperto

Film Telecomandati: Panic Room



Quando David Fincher gira "Panic Room" è ancora un regista incompreso. I suoi film sono controversi - Fight Club, 1999 - non capiti - The Game,1997 - ed incassano al di sotto delle previsioni ("Alien 3"). Tra le accuse che gli vengono rivolte c'è quella di essere un virtuoso dell'immagine e di girare pellicole che assomigliano a videoclip, settore da cui il regista proviene, oppure (in Italia) avallando un concetto di cinema ormai sorpassato si tende a sottovalutarlo ed a non considerarlo un autore perchè non firma le sceneggiature dei suoi film (forse Clint Eastwood non lo è un  perchè utizza copioni altrui?).
"Panic Room" prende il titolo dalla safe room nella quale madre e figlia si nascondono per sfuggire ai tre malfattori che irrompono nella casa per impossessarsi di una refurtiva custodita proprio all'interno del bunker. Da quel momento poi la vicenda si trasforma in una guerra di trincea che metterà a dura prova per opposti motivi la resistenza di entrambi i contendenti.


Fincher continua quindi ad inseguire il cinema di genere allestendolo come spazio privilegiato di una scacchiera in cui l'interazione dei personaggi è il frutto di una dialettica che privilegia la dimensione psicologica e mentale. "Panic Room" traduce queste caratteristiche in un meccanismo di una spettacolarità ai limiti della perfezione in cui tensione ed adrenalina sono veicolate attraverso movimenti di macchina geometrici, che oltrepassano in termini di riprese i limiti imposti dagli spazi ristretti dell'ambientazione (il film si svolge tutto in interni)
con lunghe carellate che uniscono senza soluzione di continuità la compartimentazione architettonica della casa ed eliminano le distanze tra i personaggi. Determinante il contributo degli attori con in testa Jodie Foster assolutamente credibile nella sua maschera di paura e determinazione ed ancora di Kristen Stewart giovanissima ed irriconoscibile in una versione Tomboy  che è lontanissima dall'immaginario che gli avrebbe valso il consenso dei teen agers di tutto il mondo.

Panic Room,
Usa 2002
di David Fincher
con Jody Foster, Kristine Stewart, Jared Leto
durata 112'

Canale 5 ore 2330

domenica, agosto 26, 2012

Batman tra Tim Burton e Christopher Nolan: schizofrenia d'autore

 Approfitto del gentile invito di un amico che mi ha invitato ad una discussione forumistica per ritornare su un personaggio cinematografico come Batman tra i più prolifici per la quantità di film che lo hanno celebrato, ed in questi giorni di nuovo in voga per l'attesa che precede l'uscita di una nuova storia cinematografica a lui dedicata. Non c'è dubbio che una vita così lunga sia soggetta a tendenze e situazioni che non sempre dipendono dalle caratteristiche intrinseche di cui dispone il personaggio e la serie, parlo ad esempio dei cambiamenti che la società impone al cinema mainstream oppure delle caratterizzazione provenienti dalla fonte primaria costituita dalla testata della dc comics ma soprattutto da quella sorta di romanzi disegnati che sono la Graphic Novel di Frank Miller e David Mazzucchelli veri e propri innovatori del personaggio che ora conosciamo. Tralasciando ciò che precede la rivisitazione bartoniana anche per motivi di scarsa conoscenza credo di poter affermare senza ombra di smentite che il meglio di Batman si trovi ai due estremi del periodo che dal 1989 arriva ai giorni nostri, con il dittico di Tim Burton da una parte e la trilogia di Christoper Nolan dall'altra.

L'ipperealismo e l'eccessività esibita e freak del mondo e dei personaggi dell'autore di "Edward mani di forbice" lasciano il testimone ai noir urbani ed al realismo delle rappresentazioni del regista inglese. Un confronto non ad armi pari perchè il primo arriva a Batman con uno status d'autorialità già affermato, il secondo invece con una carriera ancora da consolidare. Uno da sfogo alle sue ossessioni, un’altro le deve trovare. Ed è proprio qui secondo me che sta il nocciolo della questione ed ancora una volta le differenza. Burton rimane se stesso, modella ed inventa in maniera originale ma sempre nell'ottica di una consapevolezza acquisita, Nolan invece forse alla ricerca di un equilibrio tra cinema low budget e produzione blockbuster si fa prendere la mano e dopo una discreta partenza, parlo dei primi due episodi in cui l’importanza dell’icona e della macchina produttiva di cui dispone gli impongono una certa soggezione e quindi una minore propensione all’autoreferenzialità, arriva al traguardo forte di un successo come quello del sopravvalutato “Inception” che produce un gigantismo così saturo di tutto che ad un certo punto sfugge di mano anche al suo demiurgo. 

Ci troviamo così a confrontarci con l'atto conclusivo, quello da cui il regista si commiata dall'eroe, che fa fatica a stare in piedi; debole nonostante l’apparenza muscolare e tonitruante, o forse proprio per questo. Nolan fa di tutto per far funzionare il meccanismo: cuce e rattoppa incongruenze narrative - difetto in parte emerso anche in "The Prestige" - ed i molti sottotesti (la crisi finanziaria, l'ingiustizia sociale, la mistica della paura e del coraggio, la derive del potere etc.)con immagini di raccordo che spiegano e spiegano, ma si dimenticano di approfondire personaggi e psicologie - clamorosa la superficialità con cui viene trattata una new entry come Catwoman ma anche Bane risulta alla lunga piuttosto incolore - condensano il tempo presente in una battuta, oppure danno vita ad un action poco dinamica, che talvolta perde di vista i tempi dilatandoli a dismisura con un montaggio alternato che adotta  lo stesso meccanismo a spirale allargata usato con "Inception". Il film avrebbe bisogno di una cura dimagrante come quelle che riuscivano al Nolan di "Following",1998 capace di condensare la visione del mondo in soli 69' mentre adesso non gli bastano neanche tre ore. Troppo. Anche per uno che ha una doppia personalità come Bruce Wayne.

Summer of Sam (1999) : Dance Sequence







"The Sum of Sam" era bello anche per scene come questa in cui il ballo diventa la possibilità di esprimere la qualità del rapporto tra i due protagonisti e riesce compensare con un overdose di sensualità il clima di panico e di terrore che la città di New York visse durante l'estate del 1977 quando un serial killer faceva strage di uomini e donne lungo le strade del bronx. Spike Lee racconta quel lasso di tempo attraverso lo sguardo e le vicissitudini di un gruppo di giovani alle prese con i problemi di una vita che non riesce ad uscire dagli orizzonti del quartiere. Mira Sorvino, John Leguizamo ed un irriconoscibile Adrien Brody in versione punkeggiante sono gli attori di un film in cui Lee pur rimanendo nella grande mela sembra portare il suo sguardo oltre il ghetto afroamericano per scoprire che le differenze non sono poi tanto diverse. Godetevi il filmato e quando arriverete alla fine può essere che avrete già voglia di vedervi tutto il film: ne varrebbe la pena.

Twixt



Da quando ha deciso di ritornare al cinema dopo una pausa lunga dieci anni FF Coppola non ha mia nascosto il suo desiderio: lavorare con lo spirito ed i mezzi produttivi degli esordi. Tutto ciò si è tradotto in tre film che  nella loro reciproca diversità esprimono sul piano pratico la voglia di libertà creativa più volte professata dal regista americano. Sul piano cinematografico questa dimensione si è manifestata in una semplicità quasi naive perfettamente corrispondente all’esiguità dei mezzi produttivi (gli ultimi lavori sono stati autofinanziati dal regista)e nel contempo adatta a generare la freschezza quasi ingenua che contraddistingue i lavori degli esordienti.  
Così dopo la traduzione cinematografica di un opera letteraria (“A youth without a youth”,2007) ed il viaggio nella memoria di un amarcord fortemente autobiografico (Tetro, 2009)l’attenzione del regista si è rivolta al cinema di genere attraverso la realizzazione di “Twixt” una ghost story di stampo classico per tipicità di stilemi e situazioni. Protagonista è infatti uno scrittore le cui aspirazioni letterarie sono frustrate dalla necessità di assicurarsi vitto e alloggio con i proventi derivati dalla scrittura di romanzi horror di seconda fascia. Oppresso dall’agente letterario che gli chiede un nuovo libro ed oberato da scadenze debitorie che la petulante moglie provvede a ricordargli, Hall Baltimore (un Val Kilmer corpulento e stranulato) arriva in una piccola cittadina della provincia americana per promuovere le sue opere. Accolto dall’indifferenza dei locali ed adulato da uno sceriffo (Bruce Dern) che si propone di coadiuvarlo nella stesura di un romanzo incentrato su un recente caso di omicidio, Hall riceve dapprima la visita di una spettrale ragazzina e successivamente incontra il fantasma dello scrittore Edgard Allan Poe che lo introduce ad un tragico fatto di sangue accaduto in quei luoghi molto tempo prima.
 
Calato in un paesaggio notturno ad alta valenza pittorica per la stilizzazione degli sfondi disegnati con tratto iperrealista e continuamente squarciato da isolate pennellate di colore “Twixt” seppur costruito su un plot che non prevede sorprese nell’ alternanza tra reale ed onirico e nel suo incanalarsi verso esiti piuttosto scontati nella risoluzione dei dilemmi messi in campo è invece interessante dal punto di vista delle suggestioni e dei rimandi innescati dal confronto tra i due scrittori, Hall e Poe, diversi ma complementari al discorso di un arte, quella della scrittura, che per Coppola è la risultante di una commistione tra alto (Poe) e basso (Hall) ed è imprescindibile dalla componente autobiografica, preferibilmente tragica, alla quale l’artista si rifà per alimentare la propria ispirazione ed esorcizzare i suoi fantasmi personali. Ed è proprio nella coincidenza tra la metafisica presente nella trama del film – i fantasmi veri e propri con le loro eterne sofferenze – e la raffigurazione di un interiorità quella del protagonista, affogata nella dipendenza alcolica e distrutta dal ricordo della figlia prematuramente scomparsa – i fantasmi metaforici - che il film prova a fare la differenza, puntando ad uno stupore più intellettuale che emotivo come testimonia il tasso di paura piuttosto ridotto rispetto agli standard raggiunti dall’horror contemporaneo. E se il disvelamento dei misteri che circondano lo scrittore (ad un certo punto la gente che lo circonda inizierà a morire)a partire da quello relativo alla strage dei bambini di un orfanotrofio accaduta anni addietro confluiranno nel finale del romanzo da consegnare al suo agente in cambio dell’anticipo, la catarsi della storia si concentra in una delle scene finali  quando il protagonista confessa tra le lacrime il senso di colpa per aver mancato l’appuntamento più importante, quello che probabilmente avrebbe permesso alla figlia di essere ancora viva.
 
Ed è proprio la commistione tra finzione ed esperienza autobiografica realizzata con la sovrapposizione delle due tragedie,quella di Hall ma anche quella di Coppola segnato indelebilmente dalla morte del figlio (“Peggy Sue Got Married”,1986 ed “I giardini di pietra”,1987 sono ispirati a questo avvenimento); ed ancora nella similitudine tra le precarietà finanziaria del regista, obbligato a lavorare su commissione per pagare i debiti provocati dal fallimento della Zoetrope, e le vicissitudini di Hall costretto a scrivere cose che non ama per potersi pagare da vivere, che il  cinema dell’autore italo americano almeno per un momento riesce a toccare vertici di pura autenticità, sostituendo il gioco intellettuale con frammenti di vita vissuta. Se così non fosse “Twixt” sarebbe ricordato nella carriera del suo regista come escursione nel cinema di genere e si dimenticherebbe in un attimo per la debolezza dei suoi meccanismi interni.

sabato, agosto 25, 2012

New Hollywood (2): Incontri ravvicinati del terzo tipo









"Incontri ravvicinati del terzo tipo"/"Close Encounters of The Third Kind"
di: Steven Spielberg
con: R. Dreyfuss, F. Truffaut, T. Garr, C. Guffrey
USA, 1977




Una delle cose per le quali saremo sempre grati ad un cineasta fondamentale
come  Steven Spielberg e' di certo averci suggerito di guardarlo meglio il
cielo notturno, per vederlo con altri occhi.Dopo l'esperienza del suo "Incontri ravvicinati del terzo tipo"/"Close
encounters of the third kind" (1977), il cielo notturno, il cielo di sempre,
non e' stato più lo stesso. Abbiamo cominciato ad aspettarci qualcosa da lui,
come avessimo sopra la testa uno scrigno di prodigi sempre li' li' per
schiudersi e solo la nostra pigrizia, la nostra paura, ci impedisse di forzarlo
per scoprire portenti mai visti, magari. O inconcepibili orrori. O, forse, solo
semplici promesse. Ne' esaltanti ne' deprimenti ma promesse.
In particolare, questo accadeva quando il ragazzo d'oro di Hollywood ci chiedeva - a sua imitazione, noi con l'immaginazione, lui con le sue predilette panoramiche laterali ad abbracciare più campo visivo possibile - di scrutare il cielo notturno da un'altura, in lontananza, preferibilmente durante una placida sera di fine primavera - niente vento, qualche nuvoletta sbrindellata
all'orizzonte - mentre col suo armamentario di stelle e blu silenzioso s'andava a sistemare sopra una cittadina qualunque che, smessi gli abiti del decoro e delle responsabilità, si stiracchiava nel respiro lungo dell'ennesimo giorno che finisce.
La semplicità, l'ingenuità (spesso, a volte con ragione, rimproverata a Spielberg), l'elementare radicalita' di un'immagine come questa, basta quasi da sola - vista la potenza evocativa con cui si oppone al logorio degli anni e delle coscienze - a rinvigorire l'essenziale pianta della "meraviglia" e la
dice abbastanza lunga sul fascino pressoché intatto del film presso un numero incalcolabile di persone.
Del resto, il primordiale meccanismo emotivo/estetico della "meraviglia" proprio con la leva degli Spielberg - pensiamo solo, come esempio, al suo più noto compagno di avventura, George Lucas - e con il cambiamento tecnologico e produttivo che ha caratterizzato tutta la prima parte degli anni settanta (si attua proprio in questo periodo un rovesciamento delle prospettive di fruizione dell'opera cinematografica: l'esperienza legata al cinema diventa un momento di
fascinazione visivo/spettacolare prima che uno scavo psicologico; un alternarsi di stati emozionali prima che un'indagine razionale, spianando il terreno all'avvento dei cosiddetti "blockbuster", gigantesche macchine narrative per l'intrattenimento di massa), si impone e permea di se buona parte della Nuova Hollywood emersa come frutto tardo di un cinema che era stato glorioso e creatore di modelli ma stava esaurendo la propria spinta propulsiva e
soprattuto stentava a rinnovarsi.
Non a caso, uno dei motivi che ridiede vigore al cinema americano e lo rese compiutamente "moderno", coestensivo al mondo che si andava trasformando, fu quel nuovo modo di sentire, d'interpretare i fermenti culturali della società dell'epoca - figlio anche, in parte, della stagione della controcultura e di cui Spielberg fu uno dei più capaci interpreti - e di tenere insieme cose apparentemente inconciliabili, tipo la sostanziale sfiducia nell'agire
dell'uomo e delle sue istituzioni e un'attesa febbrile per una sorta di ricomposizione universale ad opera magari di "forze" esterne. O anche l'appoggio quasi sentimentale ad istanze movimentiste e ambientali e uno sfumato, diffidente quanto si vuole, ma inequivocabile ritornare sull'"american way of life" (famiglie operaie o middle class da foto ricordo con cane,
mountain bike, garage con attrezzi e campo di mini basket). E poi un
atteggiamento antiretorico di fondo, la dimestichezza con i moduli narrativi televisivi, con l'universo dei cartoni e dei comics, una vaga religiosità coincidente con una specie di umanitarismo salvifico o quanto meno consolatorio, a confliggere, in apparenza, con un solido realismo pure se circoscritto alla descrizione degli eventi più che votato all'analisi delle cause che li hanno originati.Dopo il successo planetario de "Lo squalo" (1974), Spielberg può concretamente mettere le mani sul proprio cinema, scegliere i soggetti, scriversi le sceneggiature, indirizzare produttivamente gli sforzi: in sostanza, concentrarsi sui modelli tematici, narrativi, stilistici sopradetti. Avere il controllo totale dell'opera, insomma. Agire in pressoché completa libertà
creativa, lasciare che l'immaginazione si prenda le sue rivincite.
In tal senso "Incontri..." e' quanto di più diretto, "orizzontale" e
"meraviglioso" Spielberg abbia mai proposto, almeno nella prima parte della sua carriera, e come canone di sviluppo di storie generalmente sempre molto lineari, poco inclini cioè alle complicazioni drammaturgiche, come ai rovelli
intellettualistici.

- parte prima -
(di The FisherKing)






venerdì, agosto 24, 2012

Film in sala del 24 Agosto 2012

TUTTI I RUMORI DEL MARE (Ita-Ung 2012)
Regia: Federico Brugia
Cast: Sebastiano Filocamo - Mimmo Craig - Rocco Siffredi
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
MADAGASCAR 3 (Usa 2012)
Regia: Eric Darnell, Tom Mcgrath

giovedì, agosto 23, 2012

Damsels in Distress - ragazze allo sbando


Dopo così tanto tempo era difficile che qualcuno si ricordasse di lui. Non c'è quindi da stupirsi che ad un campione come Whit Stillman rimasto al palo per più di una decade - il penultimo "The Last Days of Disco" era datato 1998 - sia toccata in sorte una distribuzione italiana da scampolo di fine estate, penalizzata non solo dal calendario ma anche da uno strillo pubblicitario che lo ha venduto come un chick flick di seconda fascia. Niente di più falso considerato che il cinema del regista americano è da sempre un contenitore perfettamente oliato di intelligenza, raffinatezza ed understatement. Qualità presenti in dose massiccia anche in questo "Damsels in distress" storia di ambiente universitario con "fanciulle in pericolo" che Violet e le sue amiche cercano di salvare attraverso un volontariato iperattivo ed un po' bigotto, svolto presso il centro di prevenzione suicidi situato all'interno del campus. Una sfida difficile per la tendenza soprattutto femminile di reagire nel peggiore dei modi ai rovesci amorosi nei confronti del quale le ragazze adottano un prontuario di espedienti che rovesciano stereotipi e tendenze. In questo modo andare alle feste è una missione sociale, i ragazzi carini sono da evitare perché fonte di guai mentre i nerd sono preferibili per la gratificazione derivata dall'aiutarli a crescere. Un mondo di regole e di comportamenti codificati a priori destinato a scontrarsi con l'irrazionalità dell'esistenza ed in particolare con l'attrazione verso Xavier e Fred, studenti irresistibili e guasconi.

Utilizzando schemi da teen movie con l'ambiente scolastico ed i vari sodalizi a simulare la palestra che prepara alla vita, ed innestando forme cinematografiche come il musical alla Fred Astaire e Ginger Rogers citato nella splendida sequenza conclusiva oppure la commedia americana degli anni d'oro con dialoghi very sharp ed un personaggio come quello di Violet a deliniare il modello di femminilità vittoriana tipica del genere, con bigottismo e repressione incapsulati all'interno di una vocazione da novella Giovanna d'Arco - in questo la sceneggiatura è abile a tenere la protagonista perennemente in bilico tra innocenza e fanatismo - "Damsels in Distress" è un film che sotto la sua evidente apparenza si rivela complesso e sfuggente. Infatti se è vero che il tono procede in direzione di una leggerezza derivata da un meccanismo di continua catarsi, in cui la difficoltà delle situazioni è stemperata dall'ironia della scrittura e dall'esasperazione degli aspetti fisici e caratteriali dei personaggi, dall'altra il film lavora sottotraccia per destabilizzare ogni certezza.
In questo modo se le figure umane sono descritte a tutto tondo, anche nel modo di vestire - la diversità di Violet è marcata da un taglio di capelli retrò e da vestiti elegantemente castigati alla maniera di Katharine Hepburn - è anche vero che la fotografia è contrastata, le fonti di luce artificiali (un riflesso biancastro lambisce le figure umane)la materia del film drammatica con temi come alienazione e disagio giovanile, l'intreccio barocco a causa di un' affettività sottoposta a continui aggiustamenti.

 Facendo i conti con i problemi del suo tempo e non accontentandosi più di essere il semplice cantore d'esistenze da upper class Stillman allarga gli orizzonti del suo cinema per colpire al cuore la classe dirigente americana nei luoghi dove nasce e s'istruisce con un ritratto al vetriolo che non risparmia niente a proposito di confraternite, giornalini scolastici, livello intellettivo ed ipocrisie dei giovani virgulti. Siamo dalle parti di "Le regole dell'attrazione" in versione agrodolce con in più la capacità di giocare con gli stilemi del cinema di genere. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalla performance di Greta Gerwig, irriconoscibile nei panni di Violet a cui dona una sensualità sempre sul punto di esplodere e movenze dolcemente sgraziate. E' lei la ragazza cinematografica dell'anno, sicuramente una di quelle con cui varebbe la pena uscire, anche per un solo appuntamento.
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, agosto 22, 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

A Gotham City è in arrivo una tempesta. Ad annunciarla non è il bollettino meteorologico perché le ragioni non dipendono da cambiamenti atmosferici o sconvolgimenti climatici. La nuova catastrofe trova spiegazione nel passato di Batman, difensore della città deciso ad espiare con un esilio forzato le morti del procuratore distrettuale Harvey Dent ma soprattutrto dell'amata Rachel di cui si sente in parte responsabile. A chiedersi che fine abbia fatto sono in molti: dal commissario Gordon (Gary Oldman)che fu testimone di quegli eventi ed ora ripulisce la città dai malfattori al posto dell'eroe, ad Alfred il maggiordomo che rimprovera a Bruce Wayne una scelta di vita mortificante ed ingiusta, al giovane poliziotto John Blake legato in maniera indiretta al miliardario per aver beneficiato dell' attività filantrofiche della Wayne Enterprises. Insieme a loro se lo domanda anche la comunità locale in cerca di un nuovo messia quando Bane, il cattivo di turno legato in qualche modo alla setta delle ombre che già nel primo episodio della saga aveva tentato di impossessarsi della città, minaccia di farla saltare in aria Gotham dopo averla isolata e ridotta all’anarchia.

 
Ed è proprio il ritorno del figliol prodigo con tutte le  implicazioni connesse con la sua perdurata assenza a costituire la parte migliore e più importante del film, quella in cui la vicenda riesce a costruire un tessuto di luce e di ombre nel quale personaggi vecchi e nuovi mettono a punto la loro presenza all’interno della storia. E’ in questa fase, quella che precede l'inzio dello scontro, che Nolan riesce a trovare la sintesi quasi perfetta tra la magniloquenza di una messa in scena da film blockbuster ed il minimalismo da cinema d'autore necessario a preparare il terreno emotivo  di ciò che seguirà. Un’antefatto che riesce a regalarsi la scena più bella in termini di adrenalina e di spettacolo con le immagini di un dirottamento aereo ripreso direttamente a bordo di un troncone della carlinga spezzata ed in picchiata verso il nulla, in cui Bane ed i suoi accoliti si prodigano per portare a termine il primo tassello di un’ascesa inesorabile. Un groviglio di mani e di corpi ridotti in uno spazio strettissimo e schiacciati da una ripresa frontale che sembra voler togliere aria all’ambiente. Minuti contati che riescono a fermare il tempo per l’assenza di qualsiasi punto di riferimento che non sia il vuoto che circonda quella gente. E poi dopo una piccola pausa ancora una sorpresa con l’entrata in scena di Celina Kaye, alias Catwoman, sexy e ambigua anche in tenuta da cameriera e fin da subito alle prese con un furto messo a punto proprio nella villa di Bruce Wayne. Sarà proprio quell’irruzione a riportare sullo schermo la faccia consunta dell’eroe sofferente, a rimettere in gioco il passato ed il presente di un uomo che non riesce a perdonarsi l’incapacità di salvare le persone che gli stanno più a cuore. Passaggi di una densità psicologica pregnante ma sviluppati con la dimestichezza di chi deve fare i conti con un pubblico abituato a toccare con mano prima di credere. Un equilibrio che si perde quando l’alterego mascherato decide di fermare la minaccia criminale. Da lì in poi il cinema di Nolan perde equilibrio per assumere la forma di una spirale che si allarga progressivamente verso l’esterno, accumulando nelle sue infinte rivoluzioni temi, significati e colpi di scena sempre nuovi che complicano ed affaticano per eccesso una sceneggiatura costretta a tenere insieme la trama con molteforzature e poca verosimiglianza.

A stento coperte dal tourbillon degli eventi e dall'invadenza della colonna musicale sono molte le cose che non tornato a cominciare dal maquillage
imposto al personaggio di Bane (un Tom Hardy più che mai muscolare) prima invincibile e poi mera comparsa quando il colpo di scena posticcio che lo lega ad uno dei personaggi vicini all’entourage di Bruce Wayne c’è lo restituisce senza più la sua proverbiale ferocia assassina; oppure la rivelazione che riguarda il commissario Gordon, sbugiardato in diretta televisiva e messo alla gogna dal collega idealista John Blake per aver mentito ai cittadini di Gotham, e poi come se nulla fosse raffigurato a capo della resistenza locale in maniera carismatica ed eroica.

Così nel tentativo di contenere un materiale cresciuto a dismisura Nolan da una parte aumenta il minutaggio, dall’altra cerca lucidità narrativa inserendo una quantità di sequenze interlocutorie, utilizzate per cucire e semplificare i passaggi più contorti. Il risultato è didascalico, a volte ripetitivo, penalizzante nei confronti di un personaggio come Catwoman (Anne Hatheway in giudicabile) molto sponsorizzato dalla produzione ma in fin dei conti messo in secondo piano rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi ed ancora non esaltante in un villain come Bane penalizzato da una maschera metallica alla Hannibal Lecter perennemente indossata da cui alla fine Nolan non riesce a ricavare altro che forza bruta e voce metallica. In questo modo tra considerazioni mistiche (la paura è la spinta per superare i propri limiti), riferimenti millenaristici (il sacrificio della città e la sua palingenesi serviranno a mondare i peccati di una società corrotta) e richiami alla crisi contemporanea – un poliziotto rifiuta di difendere Wall Street perché strumento di potere della classe agiata mentre Bane istituisce un tribunale rivoluzionario per giustiziare i ricchi colpevoli di aver amministrato con sommo egoismo – “Il ritorno del cavaliere oscuro” si conclude con un finale apertissimo che dal punto di vista commerciale potrebbe dare vita a diversi tipi di format (reebot o sequel)a cui sappiamo già Nolan non prenderà parte. Un cambiamento che potrebbe giovare al regista ed anche alla serie.

lunedì, agosto 20, 2012

Ritratti: Jennifer Connelly (3)


Le cose prendono un altro verso quando nel volgere di un paio di anni la Connelly gira "Scomodi omicidi/"Mulholland Falls", 1995, di Lee Tamahori; "Dark city/"id., 1997 di Alex Proyas e "Innocenza infranta"/"Inventing the Abbotts", 1997, dell'irlandese Pat O'Connor .
Ad eccezione del tentativo un po' leccato e dal passo soapoperistico del film di O'Connor in cui la Connelly c' e' e non c' e', si vede e non si vede, e quando si vede e' quasi sempre nuda, le prove fornite nei lavori di Tamahori e
di Proyas dicono almeno un paio di cose interessanti: la prima e' che la Connelly e' ormai a proprio agio nei panni di donne non contemporanee - donne del ricordo, cioè, della recriminazione -.

In "Scomodi omicidi", attorniata da un cast eccezionale che va da Nock Nolte a John Malkovich, da Melanie Griffith a Chazz Palminteri, via via sino a Michael Madsen, a Chris Penn, addirittura a Andrew McCarthy e Rob Lowe, si trova al
centro, al tempo stesso come dark lady e vittima, di una oscura trama governativa e di tresche amorose incrociate intessute più di rabbia e disperazione, di cinismo e sopraffazione che di reale trasporto umano, in cui la puntuale ricostruzione d'epoca non e' mero arredamento ma arricchisce di una sfumatura di rimpianto la consapevolezza definitiva dell'impossibilita di recuperare una qualsiasi forma di redenzione.

La Connelly, puttana e agnello sacrificale, pone con una certa leggerezza di
fondo il suo appeal retro' al servizio di una storia fondamentalmente cupa,
agita e subita da uomini stanchi e rancorosi, uscendo di scena quasi subito e
da questo momento rappresentando - di fatto - l'unico vero motivo di rimpianto
per chi resta.

Di contro - ed e' il secondo aspetto - nel curioso e poco apprezzato film di
Proyas, l'attrice porta alle estreme conseguenze questo stilema della donna-di-
un-altro-tempo (e' qui una "crooner" di locali notturni in una città
all'apparenza anni '40 non solo dickianamente ma proprio "fisicamente" sospesa
nello spazio e nel tempo, entro una notte perenne, specchio dell'oblio indotto
da una razza aliena manipolatrice della memoria umana), innervandolo pero' di
toni intimisti e malinconici, dove la bellezza del viso e della voce (non
dimentichiamo che la Connolly, in originale, ha un timbro piuttosto morbido,
profondo, in ogni caso estraneo, per capirsi, al tipico "squittio"
dell'intercalare americano al femminile) sembrano assumere i connotati al
contempo di una forma di resistenza alla prevaricazione delle coscienze, di uno
squarcio di luce inatteso, di una specie di estrema consolazione.

di TheFisherKing