martedì, luglio 30, 2013

The Lone Ranger

The Lone Ranger
di Gore Verbinski
con J.Deep, Armie Hammer, H.B. Carter
Usa 2013
genere, western, avventura, azione 
durata, 149' 
Il genere western è un monolite a se stante, praticamente irriducibile a qualsiasi tentativo di riformularne la proposta. La storia lo dimostra persino quando, nel tentativo di rilanciarlo sono accorsi al suo capezzale attori e produttori di grido costretti, salvo rare eccezioni – “Balla con i lupi”1990 e “Gli spietati”1992 - a constatarne un carattere senza compromessi e legato indissolubilmente ad una stagione irripetibile del cinema americano. Se poi si tratta di trovare una spiegazione a questo “The Lone Ranger”, ultimo  di una serie di prodotti escogitati per ravvivare la vulgata con toni da commedia ed esperienze metafisiche, allora il discorso si fa ancora più scoraggiante, con precendenti di potenziali campioni come "Wild Wild West", (1999) e "Monsters and Aliens" (2011) che tali non sono mai diventati. Ed allora ci si potrebbe chiedere per quale motivo il trio Bruckheimer/Verbinski/Deep tanto oculato nelle scelta dei progetti su cui investire tempo e soprattutto denaro sia stato capace di impatanarsi in un'operazione così rischiosa, tentando di coniugare John Wayne e Gary Cooper a Stan Lauren ed Harold Loyd. Eccesso d’onnipotenza forse, visto lo strepitoso successo della saga de "I Pirati dei Caraibi"di cui i tre sono stati i principali artefici, o forse il fatto di poter contare su un classico del genere come quello delle avventure dell’improbabile sceriffo, John Reid, e del suo aiutante Tonto, un indiano alla mister Magoo, impersonato manco a farlo a posta da un Johnny Deep, lui si ormai perso in una battaglia personale alla rincorsa del travestimento più bello del reame. 

Un riferimento quello di Jack Sparrow e della sua banda non del tutto campato in aria se è vero che “The Lone Ranger” sembra in qualche modo la messainscena dello stesso format, con canyon e  praterie al posto del mare e delle isole, e personaggi, ancora una volta “in costume”, impegnati a sfidare il male con una comicità picaresca e slapstick all'interno di uno spirito avventuroso da luna park delle meraviglie. In questo caso c’è di mezzo una banda di assassini capitanati da Butch Cavendish, ed il proposito di consegnarlo alla giustizia da parte del cavaliere solitario, diventato tale in sostituzione del fratello, ucciso dallo spietato manigoldo. 

Diviso in due sezioni, con la prima, introduttiva, che da modo ai personaggi di presentarsi e di stabilire le dinamiche delle azioni successive, e la seconda a far la parte del leone, con scontri interminabili e sfide mirabolanti, “The Lone Ranger”punta molto sulla magnificenza del paesaggio, nell'intento di far scaturire il mistero e l'imponderabilità del fato dalla sublime potenza della sua natura desolata e selvaggia. Ma il talento morfologico del territorio, le  doti funamboliche della macchina da presa, ed uno spartito di battute non proprio memorabili non riescono a compensare la ripetizione di un canovaccio di interminabile durata, con treni in corsa e duelli rusticani duplicati a più non posso. Delusione che riguarda anche gli attori: da Armie Hammer (The Lone Ranger), privo della necessaria personalità a Johnny Deep (Tonto), a cui viene a mancare l'effetto sorpresa, quello che aveva preso in contropiede i cultori del suo cinema predisponendoli ad una sobria accettazione di una trasformazione attoriale diventata pantomima, per non parlare della presenza bozzettistica di Helen Boham Carter, sempre più a suo agio nel ruolo di regina dei freak. Il botteghino per una volta aiuta, decretando un flop così altisonante da mettere in archivio eventuali seguiti.

lunedì, luglio 29, 2013

Sound of My Voice

Sound of My Voice
di Zat Batmanglij
con Britt Margling, Christopher Denham,  Nicole Vicius
genere, thriller, drammatico
Usa 2011
durata, 85'


Esiste un margine delle cose e degli uomini oltre al quale non si può andare. Qualcosa di inspiegabile che lascia insoddisfatti, ma che in fondo costituisce il lato più affascinante dell'esistenza. Il cinema di Zat Batmanglij  da spazio a quel confine con osservazione paziente e muta, nella fiducia che la verità si manifesti in maniera improvvisa e con situazioni apparentemente insignificanti.

Un assunto che appartiene di diritto a "Sound of my voice" storia di un indagine "sottocopertura" che diventa il motivo di un introspezione privata e personale che coinvolge i due protagonisti, una coppia di pseudo giornalisti, Peter e Lorna (un'affascinante Nicole Vicius), intenzionati a smascherare le presunte fandonie di una setta, la cui leader afferma di provenire dal futuro. Se il film parte dalla certezza che Maggie, carismatica e determinata, sia una manipolatrice spinta da scopi molto più pragmatici della salvezza delle anime che professa ai propri seguaci, il processo di disvelamento riserverà impensabili retroscena a cominciare dalle personalità dei due "detective", meno stabili e più fuori dalle righe di quello che le premesse  lasciavano intendere, con un crescendo di ipotesi  inquietanti e sorprendenti che proiettano "Sound of my voice" nella dimensione dell'incredibile e del paranormale.

 

Realizzato secondo uno schema che verrà riproposto nel film successivo ("The East"2013) con Batmanglji e Margling oltre che regista ed interprete presenti anche nelle vesti di sceneggiatori, "Sound Of My Voice" è un esordio all'insegna del genere che però non disdegna incursioni nel cinema d'autore, soprattutto quando costruisce una tensione che esula dai clichè dell'azione e del colpo di scena, ma deriva direttamente dal volto dei personaggi e dalla bravura del regista di sapervi leggere umori e stati d'animo. 

Immerso in un atmosfera sospesa e dilatata, concentrato in spazi chiusi e claustrofobici ed illuminato da una luce plumbea quand'anche artificiale, il film di Batmanglji è anche la conferma di un'attrice in ascesa, Brit Marling ("Another Earth", 2011 ma anche "Le regole del silienzio", 2013) che per il momento riesce a sfruttare il mistero di un volto da gioconda "preraffaelita" per costruire visioni di uno spaesamento su cui si riversano le paure di un paese in cerca di  nuove identità.
(icinemaniaci.blogspot.com)

giovedì, luglio 25, 2013

Wolverine-L'immortale

Wolverine-L'immortale (The Wolverine)
di James Mangold
con Hugh Jackman, Tao Okamoto,Will Yun Lee
Usa 2013
genere, azione/avventura
durata, 126'


Il successo di un personaggio non nasce mai dalla penna che lo inventa. Quello di Wolverine in particolare è il frutto di un imponderabilità che sfugge persino il contesto storico e culturale che l'ha tenuto a battesimo. Ricordiamo che il personaggio nasce nella metà degli anni '70 con apparizioni cameo in vari albi della Marvel per poi imporsi definitivamente negli anni successivi grazie al lavoro e soprattutto ai testi di un fuoriclasse come Chris Claremont, autore degli X-Men a partire dalla fine dello stesso decennio. Arruolato dal dottor Xavier nella rinnovata formazione di giovani mutanti Wolvie rappresenta il contraltare perfetto agli umori che attraversano il gruppo. Provenienti da un passato oscuro e misterioso, solitario e facile all'ira che manifestata con eslosioni di violenza inaudita, Wolvie regisce alle sollecitazione opponendo l'istinto alla ragione, l'aggressività al vittimismo, offrendosi al mondo in una dimensione di conflitto permanente.
Diversamente il corrispondente cinematografico della versione cartacea ha progressivamente normalizzato la complessità del nostro eroe, attenuando di molto la potenza degli archetipi sui cui il personaggio aveva costruito la sua ineguagliabile empatia. Questo per dire che il compito di James Mangold non era dei più facili. Da una parte le esigenze della Marvel desiderosa di allargare il numero dei fan smussando eventuali spigoli, dall'altra le responsabilità del regista nei confronti di un immaginario ormai consolidato nella mente dei lettori. Il risultato è questo "Wolverine - L'immortale" avventura giapponese in cui Logan si confronta con una parte della proprio passato e si innamora della bella Mariko, erede delle fortune di una potente famiglia, e per questo minacciata da una serie di nemici più o meno conosciuti. Scopriremo che c'è di mezzo l'immortalità di Wolverine, e la volontà di venirne in possesso da parte del cattivo di turno.

Dovendo evitare eccessi di violenza e situazioni "compromettenti" Mangold scende a patti con i suoi mecenati preservandoci da quell'hybris che nella versione cartacea era stato motivo di inaudita violenza. In più avendo a che fare con un prodotto per famiglia il regista fa sparire le conseguenze dell'amore tra Wolverine e Mariko proiettando la relazione all'interno di un quadro di platonica attrazione in parte favorita dalla differenza d'età delle parti in causa. Quello che perde in termini di scrittura Mangold lo recupera dal punto di vista delle atmosfere, facendo emergere dai chiaroscuri di una fotografia dai colori autunnali e dai primi piani di un Hugh Jackman particolarmente sofferente lo smarrimento di Logan a confronto con una cultura sconosciuta e per la prima volta senza poteri a causa del letale morso di Viper, incarnazione del male sinuoso e letale che ricorda da vicino Mistica, vecchia conoscenza degli allievi di Xavier.

Se il motivo principale del film, quello su cui punta l'intera operazione, è l'efficacia dei meccanismi legati all'avventura ed all'azione, peraltro realizzati puntando più sulle acrobazie del montaggio e la fisicità degli attori che sulle possibiltà degli effetti speciali  - la scena del combattimento iniziale, quella che si svolge durante il funerale ha un bell'impatto sulla storia con il mix tra arti marziali e sfida da O.K. Corral- ad emergere sul piano dei contenuti è il ritrovato senso della vita che paradossalmente per Wolverine scaturisce proprio da quei poteri che lo hanno reso inviso al resto dell'umanità. In un parterre quasi esclusivamente femminile risultano un pò stucchevoli gli inserti "onirici" di Fenice, defunta ma ossessivamente presente nella mente del protagonista, mentre simpaticamente efficace è il personaggio di Iukio, guerriera Ninja dai capelli rossi che sembra uscita da "Kill Bill" di Tarantino. Il finale del film fa pensare ad un suo impiego nelle puntate successive.

mercoledì, luglio 24, 2013

Pain and Gain- Muscoli e denaro

Pain and Gain- Muscoli e denaro
di Michael Bay
con Mark Whalberg, Dwayne Johnson, Anthony Mackie
Usa 2013
genere, commedia, drammatico
durata, 129'

La notizia da prima pagina è sicuramente quella di Michael Bay per un volta lontano da corrazzate produttive e coinvolto nella creazione di un opera  da "tre soldi". O quasi. Al cospetto della macchina da presa infatti ci sono attori come Mark Whalberg e Dwayne Johnson frequentatori assidui del cinema più ricco, e poi lo stile del regista che non rinuncia a mostrare i muscoli con dolly, panoramiche ed ubiquità dello guardo continuamente ribadite. A completare il quadro l'opulenza della Florida, paese per vecchi dove l'america in pensione si rifugia nel tentativo di allontanare il profumo della morte. In questa versione ottuagenaria del sogno americano Bay pesca la storia (vera) che non ti aspetti e la traduce in immagini raccontando le gesta del bodybuilder Daniel Lugo e dei suoi sgarruppati amici decisi a cambiar vita a discapito di Victor Kershaw, uomo d'affari ricco ed antipatico che i tre decidono di rapire e derubare.
"Io sono Daniel Lugo e credo nel fitness". Con queste parole inizia "Pain and Gain-Muscoli e denaro", il nuovo film del regista dei Trasformers. Un'affermazione destinata a diventare manifesto, se è vero che ciò che segue è il resoconto di un avventura picaresca e sghemba, incentrata sulla goffaggine e la stupidità di tipi umani la cui colpa maggiore è appunto quella di sostituire i muscoli al cervello. Lo dice il film attraverso le parole della voce over che commenta la conclusione della storia, c'è lo dicono le sue sequenze, ricolme di situazioni talmente assurde da metterne in dubbio la corrispondenza sul piano del reale. Ma la spontanea demenzialità di personaggi, come quello di Doyle (Johnson), un mezzo cervello ossessionato da Dio e dalla religione, ma anche  di Doorbell (Anthony Mackie) alle prese con impotenza da steroidi e con il bisogno di soldi per poterla curare, intercettano alla perfezione le nevrosi di un paese malato di successo e drogato da un sogno che non esiste più. Bay bollato dall'infamia di un cinema conservatore e tronfio (lo stesso che veniva affibbiato a quello pur buono di Tony Scott, regista a cui Bay potrebbe in qualche modo essere accomunato) in questo caso dimostra di saper plasmare la materia, contaminando lo spettacolo con spunti di riflessione; così accanto alle peripezie del progetto criminoso messo in piedi dai tre protagonisti il film accumula spaccati di innocenza perduta e corpi privati di qualsiasi identità. Bay c'è li propone attraverso composizioni usa e getta, che alla maniera di Andy Warhol concentrano all'interno dello singola immagine la forza ed insieme il limite della loro presenza. In questo modo tutto viene messo sullo stesso piano, dal culto della forma fisica omaggiata nei templi della ginnastica "medicinale" ai pacchetti di autostima di Johnny Wu, imbonitore mediatico a cui Ludo si rifà per trovare il coraggio delle proprie azioni, con la vita e la morte a passarsi il testimone di un ordinario assurdo e miserabile. Il regista costruisce fotogrammi come si faceva all'indomani degli anni '80, con scorie di videoclip aggrappate al dopo sbornia di quegli anni. Tra dramma e commedia, "Pain and Gain" inganna la depressione dei suoi contenuti con un doping formale che confonde il suo messaggio. Alla fine più che la cartolina di un declino il film di Bay potrebbe essere il segno della sua restaurazione, con i valori americani pronti a  rialzare la testa nello spaccato familiare idilliaco ed imperturbabile dell'investigatore Du Bois, seduto nel cortile in compagnia della moglie, ambedue impegnati a trovare la morale di quello che abbiamo visto. Una quiete dopo la tempesta, pronta ad ingoiarsi le disfunzioni di un sistema che non fa prigionieri. Per poi ricominciare, come nulla fosse mai stato.

martedì, luglio 23, 2013

Facciamola finita

Facciamola finita (This Is the End)
di Seth Rogen, Evan Goldberg
con Seth Rogen, James Franco, Jonah Hill, Michael Cena
Usa 2013
genere, commedia
durata 107'


A ognuno il suo. Negli anni '50 ci fu quello di Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis jr. soprannominato "Rat Pack", a indicare menage attoriali destinati a trasferire la bigger than life oltre i confini del set cinematografico. La tendenza fu rispolverata a partire dagli anni '80 con il gruppo di virgulti belli e un po' maledetti capitanati da Emilio Estevez e Rob Lowe, leader incontrastati del cosiddetto "Brat Pack", soprannome modificato quel tanto che serviva a sostanziare uno stile di vita eccessivo e votato allo sperpero. Il fenomeno proseguì negli anni successivi con cenacoli dal volto meno drammatico e più scanzonato: da quello riunitosi attorno a Ben Stiller in pieno anni '90, all'ultimo arrivato in termini di tempo e nato dal filone di quella commedia americana demenziale e un po' cinica, celebrata da Judd Apatow, e frequentata costantemente da tipi come Seth Rogen, Jonah Hill, Michael Cera e in parte James Franco, amici prima ancora che attori di riferimento per una buona fetta di giovanissimi, americani e non.

E sono proprio quest'ultimi nella parte di loro stessi a legittimare il sodalizio grazie all'idea di Seth Rogen, deciso a mettersi in gioco nelle vesti di regista immaginandosi assieme agli amici di sempre, alle prese con la fine del mondo, e soprattutto con le conseguenze di una convivenza troppo ravvicinata. Accade infatti che durante il party di festeggiamento per l'inaugurazione della casa di James Franco si scateni il pandemonio, con fasci di luce che piovono dal cielo, terremoti che squarciano la terra e una pletora di demoni pronti a far razzia di carne umana. Spargimenti di sangue e di paura a cui gli amici si sottraggono solo in parte e per miracolo, asserragliandosi dentro l'abitazione di Franco, trasformata per l'occasione in un vero e proprio bunker. Aspettando gli eventi avranno modo di scoprire gli egoismi e le ipocrisie di un'amicizia messa a dura prova dalla precarietà della loro condizione.

Scritto e anche diretto da Rogen in collaborazione con Evan Goldberg, "Facciamola finita" è un film "sotto mentite spoglie" che nasce all'insegna della commedia per soli uomini, scandita com'è dal solito rap onanistico di parole irripetibili e battute fulminanti, nella quale si innestano forme di cinema che si allargano all' horror e al disaster movie, seppure costantemente annaffiati dal cinismo corrosivo ed esilarante dei suoi intepreti. Rogen solletica il pubblico con la promessa di un voyerismo garantito dalla messa in scena di personaggi reali, chiamati a interagire con un'esistenza da "grande fratello" televisivo - e i continui riferimenti al privato delle star, scandagliato con modalità e bassezze da tabloid scandalistico, forniscono sicuro appeal - e presi in giro per le caratteristiche di una fama, la sua e dei suoi colleghi, costellata di banalità e qualche miseria - si pensi solo alla sessioni di playstation e droga considerate da Rogen e company come il massimo della vita - a emergere è invece una riflessione personale sul cinema e sul mestiere dell'attore. Ecco allora il susseguirsi di morti cinematografiche come quella toccata a Michael Cera, attore "cane" di cui nessuno si dispiace, doppiate da ragionamenti a voce alta in cui l'essenza della finzione non riesce a pareggiare le contingenze della vita, per non parlare della virilità maschile, uno dei miti del cinema americano e qui ridotta al grado zero dagli ammiccamenti di un Rogen spaventato e scosso che trova conforto e si addormenta tra le braccia di due compagni d'avventura. E poi ancora l'episodio della possessione di Jonah Hill e il successivo esorcismo che si fa gioco del genere, smontandolo con freddure come quella riferita al celebre film di William Friedkin (L'esorcista, 1973), preso in prestito quando, per confutarne la presunta filologia, uno dei protagonisti imita senza successo le litanie di Padre Merrin.

Rogen è efficace nel far coesistere la ricchezza dello script con i limiti del budget (il film si svolge quasi tutto in interni) e allo stesso tempo a cucire addosso al suo collettivo i significati di un non sense generazionale che si oppone alle difficoltà con totale disimpegno. Allo stesso tempo però si fa strada la sensazione di uno spettacolo che diversamente da quello messo a punto da Appatow, contaminato sempre di più da larghe porzioni di reale, finisce per girare un po' troppo su se stesso, rasentando l'esercizio di stile. A fronte della ricercata universalità dei temi e all'eclettismo filmico "Facciamola finita" rimane così imbrigliato in una peculiarità che farà felice soprattutto i cultori. In ogni caso quello di Seth Rogen è un esordio non disprezzabile e che assicura la promozione, seppur non a pieni voti. 
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, luglio 19, 2013

Cult Movies: "Escape from New York"/"1997: fuga da New York"


di: J. Carpenter
con: K.Russell, L.Van Cleef, E.Borgnine, D.Pleasence. I.Hayes, H.D.Stanton, A.Barbeau
- USA 1981 -
99 min

Terminata l'avventura di "The fog" (1979), Carpenter si persuade a cimentarsi con la riproposizione in chiave personale di un vecchio capolavoro di fantascienza - da lui conosciuto a menadito - in parte attribuito (in genere, i crediti portano la doppia firma, e l'altra e' quella di Christian Nyby) ad uno dei registi da lui più amati, Howard Hawks: "The thing from another world"/"La cosa da un altro mondo" del 1951. Ritardi produttivi, pero', lo inducono a rispolverare una vecchia idea della meta' degli anni Settanta, non lontana dalle suggestioni controverse originate dal clima politico (il Vietnam, il Watergate) dell'America del tempo. Intorno a questo grumo narrativo ma con un taglio decisamente più agile - e soprattutto piu ironico - nasce "Escape from New York"/"1997: fuga da New York", antesignano degli scenari futuribili delle moderne società soggette ad un impercettibile quanto inesorabile processo di disgregazione morale e materiale (cominciano a vedersi e ad imporsi nell'immaginario collettivo - più o meno contemporanea e' la saga di "Interceptor"/"Mad Max", 1979, che condivide con l'opera carpenteriana ambientazioni ed umori simili - immense lande ridotte a "terra di nessuno", come cupe metropoli quasi disidratate dall'interno, disseminate di ruderi e stipate di rifiuti, anche umani, entrambe avanzi/trappole - qui Manhattan e' addirittura una sterminato laboratorio di espiazione di massima sicurezza - di un Progresso che, si insinua, mai avuto davvero sotto controllo, destinato a replicare se stesso in un cieco sedimentarsi ciclico e incoerente nella prospettiva rassegnata perché indifferente, di un imminente collasso); precursore della rappresentazione di una mutazione antropologica nel segno - allo stesso tempo - della supremazia degli istinti più feroci di sopravvivenza e di una gerarchizzazione definitiva in senso tribale/carismatico dei ruoli.

Misurate panoramiche dall'alto e minacciosi squarci prospettici del sinistro muro di cinta che avvolge l'isola e la separa dal resto di New York (Carpenter nulla dice di "come" e soprattutto "se" ancora si vive nel resto della città, ad amplificare il senso di angoscia e potenziale catastrofe che aleggia su tutta la vicenda) introducono la missione platealmente "suicida", ed assegnata obtorto collo, di Snake Plissken (Kurt Russell in un ruolo a cui il tempo e la passione di sempre nuovi estimatori ha regalato contorni semi-leggendari) - ex soldato pluridecorato ora fuoriuscito ribelle pronto per la detenzione, taciturno e beffardo, allergico all'autorità e ai compromessi, di fondo anarchico e disincantato - volta a recuperare il Presidente USA precipitato all'interno della "zona morta" del super penitenziario e probabile ostaggio delle bande che se ne contendono il predominio. Cugino di primo grado, potremmo dire, del Napoleone Wilson di "Distretto 13" (1976) e quasi gemello del Jim MacReady de "La cosa" (1982), Plissken, puerilmente reso in italiano col nome di "Jena" - cosa che, in prima battuta, rende incomprensibile la presenza di diversi tatuaggi anguiformi sul suo corpo - e' un uomo scontroso, tendenzialmente laconico e diffidente, figlio in questo della lunga tradizione di eroi/antieroi polemici e contro-il-Sistema cari a Hawks (e al western), armato pero', oltreché di un suo codice morale e quindi di una lealtà di base, come di un addestramento che lo ha abituato a contare solo su se stesso, anche di un mugugnante sarcasmo che lo avvicina tanto ai personaggi solitari ma scanzonati e baldanzosamente cinici di Leone quanto agli impassibili "riequilibratori di torti" di eastwoodiana memoria. Lapidarie e icastiche, infatti, restano alcune sue battute: a parte il tormentone (ripreso e variato da quello che inseguiva lo stesso Wilson in "Distretto 13" e divertito marchio di fabbrica carpenteriano, da sempre amante di impercettibili variazioni su certi temi e di gustosi "in-jokes"), "Avevo sentito dire che eri morto", a cui Plissken o non risponde o commenta con uno sguardo in tralice o, ancora, ribatte con qualche sillaba stiracchiata, vanno ricordate, a mo' di esempio, talune frasi rivolte al personaggio di Van Cleef (Bob Hauck, sovrintendente dell'isola-galera, non a caso passibile di una pronuncia prossima a "hawk", "falco", il che spiegherebbe, da un lato, in termini anche simbolici, l'opposizione fisica e psicologica tra i due personaggi principali - la Serpe e il Rapace - eternamente in lotta per capovolgere a proprio favore i destini di predatore e preda, e renderebbe, dall'altro - ora una volta per tutte - inutile oltreché ridicola la scelta del sopracitato appellativo "Jena") che tenta di persuaderlo dell'importanza della missione il cui successo e' legato alla sorte del Presidente (figura, e' bene evidenziarlo, tratteggiata su toni di rara grettezza e viltà e sardonicamente interpretata da D. Pleasence, a dirla lunga sulle riflessioni del cineasta di Carthage in merito alla politica, non solo americana, e al generico establishment). Affermazioni asciutte e puntute tipo: "Presidente di che ?" o, a ruota, "Fate un altro Presidente", esemplificano in pochi secondi l'indole di Plissken - di fatto, cobra impossibile da incantare e solo provvisoriamente coercibile - il suo "taglio" concettuale e di conseguenza il suo atteggiamento di figura emblematica classica la cui integrità/fedeltà alla parola data trova nelle traversie frapposte dal caso e nell'ostinazione nonostante tutto ad opporvisi la leva per issarsi - pur nel limitato spazio di un'avventura, ribadiamolo, subita - a rango di autentico slancio umano solidaristico.

Non meno interessante, in un film in cui la fluidità del montaggio (prendendo, ad esempio, la sequenza del volo notturno in aliante di Plissken per guadagnare un luogo oggi di tutt'altro spessore "filosofico" e "metaforico", il tetto del World Trade Center, ci si trova tra le mani una vera e propria sintesi registica di creazione e sviluppo della suspense, raggiunta avvalendosi di pochi ma calibratissimi strumenti espressivi: alternanza cadenzata di primi piani del protagonista intento ai comandi e inquadrature ampie del mezzo che scivola nel buio oltre la barriera di cinzione al di sopra della celebre "skyline" newyorchese; preminenza di un sonoro avvolgente ma discreto - la scena, oltretutto, e' quasi completamente priva di dialogo - nel riprodurre il volo dell'aliante come eco sibilante/insidiosa dell'atmosfera che regna al suolo; esibizione di effetti speciali semplici ma funzionali, tipo il display che fornisce a Plissken una mappatura digitalizzata della rotta con le sagome degli edifici e le relative proporzioni e distanze), la rapidità generale della messinscena alternata al muto indugiare di alcuni frangenti a suggerire un pericolo sempre dietro l'angolo, l'ambientazione notturna e claustrofobica, segnano i riferimenti di un'opera lineare e compatta - non meno interessante, si diceva - e' il ragionare di Carpenter attonito e in sostanza pessimista riguardo le condizioni di vita nelle megalopoli moderne come allegoria molto concreta di un virus, di un'infezione, che sta minando alle fondamenta le stesse ragioni della convivenza civile. In effetti, la relativa prossimità temporale che salda gli avvenimenti narrati nella finzione cinematografica - 1997 - all'anno in cui viene realizzato il film - 1981 - parla in trasparenza un linguaggio esplicito e svela un intento molto più "realistico" che "fantascientifico". Proprio agli inizi degli anni'80, infatti, si ricordano voci polemiche o turbate levarsi a proposito dello stato di relativa bancarotta e parallelo dilagare del degrado di diverse città americane, tra cui, appunto, New York (strade invase dai rifiuti, scioperi, tensioni). Lavorando su tali presupposti, l'immaginazione di Carpenter e quella dello scenografo e designer Joe Alves hanno, diciamo così, gioco relativamente facile nel ricostruire ampie vedute e ambienti della Grande Mela (Madison Square Garden compreso), in equilibrio tra decadenza con reminiscenze gotiche e scampoli dell'incipiente post-modernità, a conferma, al netto dei singoli esiti, del sincero spirito "cormaniano" del regista, da sempre artefice /testimone di un cinema tanto inventivo quanto artigianale.



Del film, come sovente gli accade, Carpenter, oltre alla regia, cura soggetto, sceneggiatura e commento musicale. Nel 1996, pare su amichevole "pressione" proprio di Russell, l'autore americano torna sul luogo del delitto e firma "Escape from L.A." / "Fuga da Los Angeles", seguito dell'opera del 1981 e dilatazione delle avventure di Snake Plissken.


TFK

giovedì, luglio 18, 2013

Now You See Me-I maghi del crimine

Now You See Me-I maghi del crimine
di Louis Leterrier
con Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Mark Ruffalo, Melanie Laurent, Morgan Freeman
genere, thriller
Usa 2013
durata 115'

 
L'idea era buona, seppur in parte ricavata da meccanismi e situazioni utilizzati a suo tempo per le imprese di Danny Ocean e della sua banda ("Ocean Eleven", 2001). "Now you see me - I maghi del crimine" di Louis Leterrier infatti parla di colpi impossibili e sparizioni clamorose, messi a segno da una squadra di ladri sui generis, in questo caso un gruppo di maghi riuniti e guidati da un misterioso mentore. Lo scopo di tanto ardire è quello di guadagnarsi il biglietto per una cupola magica, il cui accesso dipenderà esclusivamente dalla riuscita delle missioni a cui di volta in volta vengono assegnati. A cercare di impedirlo la caparbietà dell'agente speciale Dylan Hobbs (Mark Ruffalo) e della collega francese Alma Dray (Melanie Laurent), compagni di lavoro in perenne disaccordo.

Louis Leterrier continua a lavorare sul genere inventandosi un mix di sicuro appeal: a farla da padrone nella distribuzione degli ingredienti è l'Heist Movie con modalità che sull'esempio dei predecessori - La trilogia di Ocean Eleven ma anche per fare esempi più recenti "Tower Heist" e "40 carati"- assegnano la prorità alla costruzione di un intreccio criminoso sviluppato a scatole cinesi, con verità continuamente ribaltate da depistaggi che assomigliano a giochi di prestigio. Ed in seconda battuta all'empatia dei personaggi, la cui credibilità necessaria a tenere in piedi l'ambaradan è frutto di un'efficenza scientifica ma stemperata dall'adozione di toni da commedia avventurosa. A completare la ricetta è invece un'estetica da Hero Movie, tipologia che si addice al regista ( ricordiamo la sua versione di Hulk girata nel 2008) e ripresa nella resa visiva della magia che seppure dichiaratamente falsa, viene presentata con la meraviglia e la potenza utilizzata nelle storie degli eroi Marvel e DC Comics, con salti nel vuoto, telecinesi ed altre diavolerie a tratteggiare l'eccezionalità dei nostri protagonisti.

Se l'impasto cinematografico funziona sul piano visivo e del mero intrattenimento, lo stesso non può dirsi per i suoi meccanismi interni. Infatti "Now you see me" invece di focalizzarsi su un unico colpo procede alla maniera dei videogiochi, sviluppandosi per livelli successivi. In questo modo i furti vengono “pensati” in maniera seriale, ogni volta più arditi nella forma ma sostanzialmente identici nella progressione, con l’organizzazione del piano e la sua realizzazione puntualmente seguiti da didascalici flash back che hanno il compito di svelare allo spettatore il backstage di quelle imprese. Di conseguenza la storia invece di stratificarsi e prendere quota assomiglia ad un dolce che non riesce a lievitare, sgonfiata sul più bello dalla ricerca di comprensibilità che appiattisce il resto delle sue componenti. A soffrirne di più sono le psicologie dei personaggi, legate per forza di cose al pragmatismo del film, e perciò costrette ogni volta a ripartire da zero, e poi la filosofia stessa della vicenda, improntata ad una grandeur che la pellicola esibisce attraverso i megashow organizzati dal gruppo per presentare le proprie imprese E' infatti il contrasto tra la promessa di contenuti grandiosi e la successiva traduzione, compressa all'interno di una narrazione episodica e pompata nelle sue accezione più fantasmagorica, a costituire l'anello debole di una rappresentazione che si esaurisce nelle possibilità funamboliche delle riprese. Divertente ma prevedibile "Now you see me" segnala anche il tentativo di Jesse Eisenberg di ampliare il suo repertorio con un personaggio solare e scanzonato, lontano dagli impacci nerd delle precedenti uscite. Un esperimento il suo, riuscito solo in parte.


mercoledì, luglio 17, 2013

Festival di Locarno 2013: il programma


Scrivo queste note dopo aver letto un agenzia che commentava il programma della 66 edizione del Festival di Locarno appena presentato nella cittadina svizzera. Il direttore è nuovo (Carlo Chatrian che i Torinesi hanno potuto conoscere al TFF) la linea editoriale inalterata, con un cartellone che cerca di esprimere un cinema fuori dai canoni senza dimenticarsi di quello che siamo soliti ritrovare nelle sale delle nostre città . Tra i nomi di "grido" la prima sorpresa è quella di ritrovare (in concorso) Pippo Delbono - Sangue è il titolo del suo film- in una sorta di seconda puntata del suo smartphone cinema, ma anche Bruno Olivero, absolute beginners con il suo "La variabile umana", noir all'italiana pieno di attori interessanti a cominciare da Silvio Orlando, ultimamente un pò sparito dallo schermo, e Giuseppe Battiston.

Guardando al di fuori dei nostri confini emerge ad una prima lettura la presenza importante del cinema asiatico, con i nuovi di Shinji Aoyama, Kiyoshi Kurosawa Hong Sang-soo e poi quello del cinema di lingua inglese solitamente omaggiato nelle proiezioni in Piazza Grande (si inizia con 2Guns con Washington e Whalberg) che anche quest'anno non smentiscono una spettacolarità variegata e non per forza mainstream: da "Wrong Cops" di Quentin Dupieux con Marilyn Manson a "Es Grandes Ondes" di Lionel Baier con Valerie Donzelli (anche regista di "Que D'amour") protagonista, ed ancora il nuovo di Richar Curtis con Rachel Mc Adams appena vista in "To The Wonder", e due vecchi come Herzog e Cuckor omaggiati nelle proiezioni di "Fitzcarraldo"  e "Ricche Famose"

Ancora in concorso il nuovo film di Corneliu Porumboiu, nome di punta del cinema rumeno, Educasao Sentimental di Júlio Bressane, "Une Autre Vie" di Emmanuel Mouret, commediante sopraffino e regista di Jasmine Trinca, ancora una volta prestata al cinema francese, e poi sezioni collaterali piene di nomi inediti e tutti da scoprire, senza dimenticare di nuovo Herzog che dona al festival la seconda parte dei documentari "Death Row", e che viene giustamente premiato con il Pardo alla carriera.

Ci sarebbe poi l'occasione di rivedere i migliori film di Castellitto, anche lui premiato con un riconoscimento che tiene conto delle totalità della sua produzione, attoriale e registica, di Di Costanzo e Frammartino presenti a Locarno con i loro giovani capolavori. Noi alcuni di questi film li vedremo insieme alla possibiltà di ascoltare i commenti a caldo di chi è riuscito a portarli qui. Speriamo di darvene conto, anche solo con piccoli frammenti, giusto per ricordarvi che il cinema anche ad Agosto è vivo e vegeto e lotta insieme a noi.

Film in sala dal 18 luglio 2013

Alex Cross
(Alex Cross)
GENERE: Thriller, Mystery
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Rob Cohen
CAST: Tyler Perry, Matthew Fox, Jean Reno, Rachel Nichols, Edward Burns, Giancarlo Esposito

Facciamola finita
(This is the end)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Evan Goldberg, Seth Rogen
CAST: James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Emma Watson, Paul Rudd, Jason Segel

Pain & gain - muscoli e denaro
(Pain and gain)
GENERE: Azione, Commedia, Drammatico
ANNO: 2013 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Michael Bay
CAST: Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Anthony Mackie, Ed Harris, Bar Paly, Rob Corddry

The Last Exorcism - Liberaci dal male
(The Last Exorcism Part II)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2013 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Ed Gass-Donnelly
CAST: Ashley Bell, Julia Garner, Spencer Treat Clark, David Jensen, Tarra Riggs, Louis Herthum

The lost dinosaurs
(The dinosaur project)
GENERE: Avventura
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna
REGIA: Sid Bennett
CAST: Richard Dillane, Natasha Loring, Matt Kane, Peter Brooke, Stephen Jennings

Film Telecomandati: APOCALYPTO


di Mel Gibson
USA 2006
139 min.
in programmazione su RAI 4
il 17-7-2013 alle 23.20 ca.


Più vicino agli estri dinamici dell'"Ultimo dei Mohicani" di Mann che al furore mistico del suo precedente "The passion", Gibson confeziona con "Apocalypto" un solido film di avventura, veloce e ferino, che supera di puro muscolo le solite polemiche sulla violenza, nonché lo snobismo e la pedanteria di buona parte dell'intellighenzia europea per l'ennesima volta impastoiata nella stesura degli elenchi delle cantonate storiche, antropologiche e linguistiche (tutto il film e' parlato nel dialetto originale dei luoghi), anziché attenta a valutare ciò che ogni film innanzitutto e': spettacolo di finzione.

E lo spettacolo orchestrato dall'attore/regista australiano/americano funziona. Il passo dell'azione e' rapido, nella seconda parte quasi frenetico ma sempre preciso.

Nell'insieme, la durata, due ore abbondanti, non pesa mai. Jaguar Paw - Zampa di Giaguaro - guerriero e cacciatore Maya, viene fatto prigioniero da una tribù rivale e trasferito in ceppi attraverso la giungla insieme ad altri superstiti del massacro e della distruzione del villaggio natio per essere offerto come carne da sacrificio agli dei. Miracolosamente scampato al rito dell'asportazione del cuore, si da alla fuga lottando da un lato contro gli inseguitori decisi a finirlo e dall'altro contro il tempo che insidia la moglie incinta e il figlioletto (sottratti d'astuzia alla strage iniziale grazie ad una cavità del terreno dalla quale pero' non possono uscire e che alla lunga diventerebbe la loro tomba).


Se il tema dominante del film, sottolineato dalla necessita ribadita più volte di "trovare un nuovo inizio", e' la sopravvivenza ad ogni costo, la volontà, proprio perché la fine incombe, di riaffermare la vita e con essa la possibilità di rimettere in moto la Storia, ecco che la sorte specifica del popolo Maya diventa sfondo - a tratti brutale, a tratti intimistico, talvolta enfatico, sempre coloratissimo, comunque la parte più debole del film - di un meccanismo molto più grande e inesorabile di fronte al quale anche le beghe nozionistiche svelano la propria inconsistenza e retrocedono a pretesti, se non a veri e propri atti di ridicolo involontario o, chissà, interessato. Ciò che conta - sembra dire Gibson - e' l'affermazione per cui ogni società - nel caso una società "arcaica" ma lo stesso varrebbe per qualunque avventura umana in un altro tempo e in un altro luogo - e' un corpo vivo che cresce, invecchia e muore (non necessariamente di morte tranquilla) e che non e' detto che quando due civiltà vengono a contatto (il film si chiude sull'approdo dei galeoni spagnoli verso cui Zampa di Giaguaro manifesta un atteggiamento più che guardingo) hanno voglia di conoscersi, si integrano e si migliorano.

Concetti semplici all'apparenza, eppure oggi come oggi rimossi o dimenticati se e' vero, come e' vero, che la "moderna" comunità in cui viviamo si considera l'apice perfettibile della civilizzazione solo a partire da se stessa. Concetti che cineasti come nel caso Gibson - a modo loro - sentono il bisogno di riproporre alla nostra attenzione, privilegiando qui la semplicità della narrazione e sollecitando quel tanto di senso del meraviglioso che ancora abita gli occhi dello spettatore.


TFK

martedì, luglio 16, 2013

Film Telecomandati: BLOOD DIAMOND


di Edward Zwick
USA 2006
143 min
in programmazione oggi 16-7-2013
su RETE 4 alle 21.10 c.a.

Sierra Leone, fine anni' 90. L'ex mercenario Archer (Di Caprio) scambia diamanti con armi che poi rivende al miglior offerente sullo scacchiere del perenne conflitto africano. Imprigionato, fa la conoscenza di Salomon (Hounsou), pescatore del posto, a cui la guerriglia ha rapito l'intera famiglia. Uniti da un misterioso diamante rosa che Archer vede come passaporto per una nuova vita e Salomon - che lo ha nascosto - come unico mezzo per riscattare il destino dei suoi cari - insieme alla giornalista americana Maddy Bowen (Connelly) inviata per scrivere un reportage sulla connessione diamanti/traffico d'armi/instabilità politica - inizieranno un pericoloso viaggio che cambierà i loro destini...

Il denominatore comune dei film di un regista di "grana grossa" come Zwick - mestierante abbastanza prolifico e capace di cimentarsi in generi diversi - e' sempre stata la tendenza a far prevalere il melodramma sull'azione pura, il tutto a scapito della narrazione (con l'eccezione del suo esordio risalente all' 86, "About last night", probabilmente perché basato sul testo di un cinico intelligente quanto inflessibile come Mamet), spingendo a volte l'enfasi ai limiti del grottesco (vedi "Vento di passioni"). Con questo "Blood diamond" il cineasta americano torna - anche per via di un soggetto che poco si presta alla tensione insistita su certe corde - ad uno svolgimento più serrato, riuscito nelle sequenze d'azione (anche se non c'è niente di realmente nuovo sotto il sole) e rafforzato dalla efficace secchezza di molti dialoghi. Giocoforza si riducono e diventano più digeribili le magagne di sempre: messinscena magniloquente, ricerca di immagini "evocative", digressioni frequenti troppo esplicative o troppo dilatate, colpi bassi assestati qua e la' allo scopo d'ingraziarsi il lato emotivo dello spettatore, sostanziale schematicità dei personaggi costretti a portare in giro psicologie incomplete o prevedibili.


Comunque sia, l'ingranaggio stavolta tiene (molto più, per dire, che nel precedente "L'ultimo samurai", 2003) e il film procede dignitosamente per le sue due ore e passa senza grosse sorprese ma pure senza maldestri svarioni. Messo da parte lo sbandamento derivante dall'abbondanza di carne al fuoco - il mercato parallelo dei diamanti; il traffico d'armi; il ruolo delle multinazionali; lo sfascio politico e sociale e il relativo clima di violenza permanente di molte nazioni africane; il dramma dei bambini-soldato; la cattiva coscienza occidentale, tutto assieme e tutto shakerato un po' a caso - resta il buon lavoro sulle scene di massa, in particolare su quelle di natura "militare", paragonabili per estetica e dinamicità agli scontri urbani del seminale "Black Hawk down" (2001) di Scott, nonché, da un lato, la sentita adesione "fisica" della star Di Caprio al suo mercenario con reminiscenze hemingwayane e, dall'altro, quella dell'indomito pescatore Hounsou. Per contro, ancora una volta risulta sacrificata la Connelly - raro esempio di bellezza aristocratica, "antica", in felice connubio con piglio e sagacia tipicamente moderni - incastrata nei panni di una donna un po' coscienza critica collettiva, un po' cuore e anima in pena, alla fine ne' l'una ne' l'altra.


Nobilita l'operazione la creazione dell'ennesimo fondo internazionale per la lotta alla fame e la simmetrica contro-campagna pubblicitaria della De Beers, regina malmostosa dei diamanti mondiali.

Cinque candidature all'Oscar 2007, tra cui quella per il migliore attore protagonista (Di Caprio) e quella per il migliore attore non protagonista (Hounsou).




TFK

lunedì, luglio 15, 2013

Amore carne

Amore carne
di Pippo Delbono
con Irene Jacob, Bobò, Marisa Berenson
Italia 2011
genere, drammatico
durata,75'



L'accostamento provoca un certo effetto, perchè ad essere messi uno di seguito all'altro sono due universi normalmente antitetici, ed allo stesso tempo complementari, con l'afflato amoroso se non contrapposto normalmente tangenziale alla consistenza evidente e prosaica della dimensione carnale. Ma non solo, perchè "Amore carne" il titolo del film di Pippo Delbono nel proiettare i due termini nell'assoluto di una composizione che non prevede altri accostamenti cancella in un attimo l'enfasi che solitamente accompagna questo tipo di parole, e nello stesso tempo ci fornisce le chiavi del mantra - "amore carne, amore carne" ripete a mò di nenia Delbono ad un certo punto del film - che permettono di entrare senza pregiudizi all'interno di un racconto filmico apparentemente ostile, certamente non facile. D'altronde non poteva essere altrimenti avendo a che fare con un artista che prima del cinema aveva avuto modo di esibire il suo talento innovativo ed anticonformista nei palcoscenici del mondo, con allestimenti teatrali fortemente contaminati da altre forme artistiche (danza e musica soprattutto) e mai disgiunti dalla vita, se è vero che molti dei suoi spettacoli affrontano temi sociali delicati e spesso scansati dalla cultura più ufficiale.

In questo caso a farla da padrone, almeno se vogliamo dare retta all'eco che ha preceduto l'uscita del film, è la scelta di girare utilizzando per quasi tutte le riprese uno smartphone, di cui Delbono si serve per raccontare di se e degli amici intercettati nel corso del viaggio esistenziale e geografico lungo le strade d'italia e d'Europa. In realtà se inquadriamo l'eccezionalità del mezzo filmico come una necessità innanzitutto linguistica, necessaria al regista per esprimere al massimo grado un'adesione alla vita che solo la presenza "invisibile" del cellulare poteva moltiplicare, ad interessare è la densità magmatica dell'esistenza che Delbono riesce a trovare attraverso la duttilità di uno strumento che riesce a condensare frammenti di vita dei più disparati: dalla messainscena della sieropositività, rubata all'ambulatorio d'ospedale dove Delbono di fronte all'ignara dottoressa si sottopone al prelievo del sangue facendo finta di non conoscerne gli esiti, all'anziana madre a cui il regista toglie l'audio per impedirsi di riascoltarne le litanie ed i rimbrotti, ad amici ed artisti (Irene Jacob, Tilda Swinton, Bobo, Marisa Berenson) chiamati a fissare con un espressione del volto o con un frammento del proprio vissuto i particolari di un esistenza che Delbono scompone in una serie di isole visive ed emozionali, supportate dai versi di poeti come Rimbaud, T.S. Eliot e Pasolini, e tenute insieme da un crogiolo di pulsioni che oscillano tra voglia di fuga ed immersione totale nelle vite degli altri.

Il risultato è un flusso di coscienza attraversato da sentimenti ambivalenti e da domande destinate a rimanere insolute tanto nella visione di una vecchiaia interrogata nei suoi aspetti meno retorici - illuminante è il vaticinio dell'ottuagenario solitario e spaventato da una realtà che finge di capire e di anticipare- che nei ricordi devastanti ed irredimibili dell'olocausto, scolpito nella visione muta e solitaria del campo di concentramento ripreso rigorosamente dall'esterno, a testimoniare nella volontà di non oltrepassarne il cancello un pudore per un dramma che non ha bisogno di ulteriori aggettivazioni. In questo modo "Amore carne" diventa l'attestato di un'arte irriducibile alle leggi del mercato ed allo stesso tempo espressione di una libertà che Delbono traduce senza fare sconti sulla comprensibilità dei contenuti. Da "sentire" e da ascoltare il film ha forse il limite di essere troppo legato all'esperienze extra cinema del suo autore di cui il lungometraggio sembra quasi filmarne un primo consuntivo. Delbono s'intravede a stento: un occhio, un pezzo di viso, a testimoniare forse il bisogno di dimenticarsi dentro l'occhio della "telecamera", come se sparire dallo schermo servisse ad immaginarsi al di fuori della vita che gli appartiene, riversato per il tempo della proiezione all'interno che gli/ci scorre davanti. Presentato a Venezia nell'ultimo anno della gestione di Marco Muller "Amore carne" arriva nelle sale dopo quasi due anni dalla prima apparizione. Come un alieno giunto sulla terra appare fuori posto, disturbante nella sua diversità.
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, luglio 12, 2013

TO THE WONDER



"To the wonder"/id.
di: T. Malick.
con: B. Affleck, O. Kurylenko, R. McAdams, J. Bardem, R. Mondello.
- USA 2012 -
112 min.

E' certo che esiste un posto nel nostro cuore "dove tira sempre il vento" - fraintendimenti, rancori, bassezze, veri e propri odi - Altrettanto vero è che ce n'è un ulteriore, quello dove le curiosità si ramificano e si fanno passioni, i moti dell'animo scalpitano e pretendono di essere chiamati "amore": un luogo che respira, fiorisce e splende quando si apre al mondo e all'altro. Tra i due spazi, materiali tanto quanto metaforici, più o meno ampi, più o meno angusti, trova posto una grande finestra che li divide e al tempo li mette in comunicazione: il cinema di Terrence Malick. Sin dai suoi esordi, infatti, l'autore americano ha disposto davanti ai nostri occhi gli strumenti di cui si sarebbe servito per rendere possibile uno scambio continuo tra le due regioni del cuore umano allo scopo di propiziarne, un giorno o l'altro, prima o poi, chissà, l'incontro in una sorta di "terra promessa della visione" di armonia e di gioia. Ecco, allora, lo slancio cieco, furtivo e violento eppure non privo di una sua selvatica innocenza dentro il corpo millenario di una natura enigmatica e impassibile di "Badlands" (1973); il corso silenzioso e solenne delle stagioni, il respiro morbido e indefettibile del Tempo che di quelle stagioni e' il tessuto invisibile ed essenziale: il paesaggio avvinto a doppio filo al panorama interiore e ai gesti spesso irrimediabili che esso concorre a produrre, di "Days of heaven" (1978). E poi - dopo un quasi ventennale silenzio - il buio della ragione, l'insensibilità e la ferocia che dilagano in mancanza del più elementare sentimento di vicinanza e fraternità nelle pieghe di un confitto miniatura perfetta di quell'altro che stagna nel pozzo nero della nostra natura e del quale "solo i morti hanno visto la fine" (Platone, "Menesseno"), di "The thin red line" (1998). Quindi l'amore irrealizzabile tra mondo come Natura/Ciclo (Pocahontas) e il mondo come Tecnica/Storia (J. Smith) di "The new world" (2005). E ancora, l'emersione del lato autobiografico - le difficoltà nei rapporti parentali; l'ambivalenza delle figure "padre" e "madre"; la morte improvvisa di un fratello tanto amato - come punto di convergenza e di rilancio delle direttrici che costituiscono la vicenda dell'uomo in quanto individuo e il suo ruolo di creatura-ingranaggio all'interno di un "corpo vivente universale" nella prospettiva (cristiana) di una approssimazione all'infinito degli affetti in vista della definitiva e trionfante edificazione dell'"albero della vita", di "The tree of life" (2011).

Con "To the wonder" - sesto lungometraggio accolto con insofferenza e non pochi lazzi alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012 - Malick insiste nel suo viaggio grandioso e marginale alle radici della solitudine, della (im)possibilità di amare durevolmente e delle afflizioni che tutto ciò imprime nelle esistenze di persone che la Modernità ha plasmato in monadi tanto libere sulla carta quanto nella pratica quotidiana orfane di riferimenti (o, se vogliamo, incapaci a gestire il campo libero creato dalla mancanza di riferimenti, che e' anche peggio) che la razionalizzazione estrema della nostra avventura esistenziale ha reso friabili, insoddisfacenti, troppo scopertamente contraddittori, facilmente opinabili, opportunisticamente reversibili. Via via sempre meno interessato alla progressione canonica del racconto, al peso logico-drammaturgico dei dialoghi (di continuo anticipati/resi superflui da una voce esterna), il regista di Waco ha preso a concentrarsi sui silenzi dei suoi personaggi, sui loro visi meditabondi, proiettando su di essi, come accennato, fasi ed episodi del proprio personale vissuto ed incrociando il suo sguardo con quelli di uomini e donne taciturni, a volte ombrosi, spesso malinconici e dall'aria trasognata e/o sperduta, fondamentalmente inappagati e oramai pressoché anedonici, lo stesso alla estenuata ricerca di un segno di speranza e riconciliazione, di un trasporto autentico di benevolenza ed empatia.

Parigi. Neil (Affleck) e Marina (Kurylenko), insieme. Con loro anche la figlia di lei, Tatiana. Neil e Marina visitano Mont Saint Michel, giocano con la marea che sale. Si guardano. Si toccano. Si amano. Stati Uniti. Un piccolo centro dell'Oklahoma nei dintorni del quale Neil porta avanti il suo lavoro (molto simile ad uno di quelli svolti nel passato dallo stesso Malick) basato su valutazioni di compatibilità ambientale di impianti industriali, in particolare petroliferi. L'amore ha bisogno del tempo per vivere. Neil e Marina vivono il loro come se il tempo non contasse. Ma il tempo consuma l'amore e predispone le cose al dominio della morte ("... e la' dove la morte, se profusa/non e' strage, ma solo mutamento/... consentimi il viaggio, amore, nelle tue mani... H. Crane, "Voyages III", da "White buildings", 1926). Della piccola comunità e' pastore padre Quintana (Bardem), roso da dubbi di fede e avvilito dal sospetto di fingere di provare ciò che prova verso il proprio ministero e quindi verso gli altri. Neil tenta di accarezzare la "meraviglia" durante il brevissimo interludio condiviso con una ragazza appartenente al passato, Jane (McAdams). Dal canto suo, Marina, seppur riparata a Parigi dopo la scadenza del suo visto di soggiorno e il naufragio della relazione con Neil, si risolve a tornare negli USA... Messo così, potremmo dire di trovarci dalle parti del melo'. Non fosse che nelle mani di Malick e non secondariamente sullo sfondo di un'America sempre più atterrita e devastata dalla povertà e dalla tossicità del Progresso, quasi fatalmente ci si addentra nei meandri di un sentire complessivo sull'uomo, su come ha deciso/subito il sistema che giorno dopo giorno sotto i suoi occhi si e' trasformato in una trappola di frustrazione e incomprensione (nel film, al netto del doppiaggio, si parlano quattro lingue diverse) e su come tutto questo complica quando non lede irrimediabilmente il suo rapporto con se' stesso, con l'altro, con la molteplicità irriducibile e senziente della realtà fisica.

Se "i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo", come ricorda Wittgenstein, allora i limiti del linguaggio di Malick (nel senso di ciò su cui egli ha scelto di argomentare, a dire, in ordine sparso, l'enfasi data al tema della grazia; l'ardire di un ideale di bellezza che non si limiti ad una funzione di "soprammobile di pregio dell'intelletto" o sterile "presa di posizione estetica" ma arrivi a permeare di se' lo sguardo sulle cose e i gesti di ogni giorno; un tentativo di ricomporre il dissidio biologico/psicologico tra Natura organismo vivente generatore e Cultura slancio creativo umano, sola eventualità per accedere, seppur momentaneamente, alla "meraviglia"), assumendo il mondo come "campo d'azione" e l'uomo come coscienza e tormento di essere parte del mondo, restano ancora validi nei presupposti, ben al di la' degli esiti che, come tali, sono per definizione esposti a successi e rovesci, intuizioni e corrivita', giri a vuoto, sgretolamenti, questi e quelle anche in "To the wonder" tutt'altro che assenti: da frivolezze prolungate da risultare sfuggenti per non dire irritanti, a scampoli di dialogo o di commento in equilibrio sul rasoio del sentimental-mellifluo; da birignao filosofici più simili ad avvitamenti del pensiero che a riflessioni compiute, a presenze (la Mondello) la cui imperscrutabilità e' totale: allo stesso Mont Saint Michel, "meraviglia d'Occidente", a cui in parte il titolo allude, utilizzato a fini poco più che esornativi. Premesse fondate pero', si diceva, anzi, per certi versi persino rivoluzionarie, in specie se disseminate come contraltari nel panorama iper-razionalista/sempre calcolante/un-mezzo-per-uno-scopo, in definitiva istituzionalmente cinico, nel quale viviamo/ci dibattiamo, perché profondamente e volutamente "anti-storiche", "anti-materialiste", sovente pure con misura "didascaliche" e "moraleggianti", come oramai non abbiamo più la forza e l'ingenuità non si dice di essere - o attorno a cui star li' a dibattere - ma, semplicemente, di ammetterne la legittimità. Malick, nel bene e nel male, fa questo, in pressoché beata/indifferente/maledetta solitudine (nel gran circo del cinema americano contemporaneo, la stessa dirittura, la stessa coerenza ad una "sensibilità del mondo" prima ancora che ad un'idea di Cinema - che, per quanto accennato, in fondo si ha gioco facile accostare ad un innocuo languore - e' possibile ascriverla solo a pochissime persone, due per tutte: Lynch e Cronenberg) vivisezionando e ricomponendo vaste parti delle sue opere (la pressoché intera mole del lavoro del regista texano ha subito corpose e mirate "mutilazioni": ore e ore di girato sacrificate/arrese/immolate al sogno/ostinazione della purezza, della redenzione - almeno parziale - attraverso l'immagine; dozzine di facce e corpi spesso appartenenti alla Hollywood che conta estromesse dalla mano adolescente - col concorso, qui, di ben cinque collaboratori per un montaggio, stavolta, più serrato - che pretende il fremito della bellezza suprema, carezzandola contropelo: solo in "To the wonder" non abbiamo visto/non vedremo mai ? Rachel Weisz, Barry Pepper, Amanda Peet, Jessica Chastain), spingendo la già leggendaria ricchezza dei colori e delle forme - da qualche tempo organizzate da Emmanuel Lubezki - oltre i confini del suo stesso di fatto innegabile "manierismo" (gli apparenti "sheltering skies", immensità monumentali ma fragili; gli alberi, potenze mute, tranquille e avvolgenti; le parole, sempre più sussurrate; gli sguardi, sempre più indifesi; la "retorica" sempre più esplicita e quindi, oggi come oggi, addirittura "oscena"), in quei territori silenziosi e isolati dove l'aria si fa sottile, il Cinema ha il respiro profondo e lungo del Mondo che da sempre vuole abbracciare/sostituire e il cuore si libera di un po' di quel vento che lo agita ma non lo illude di essere felice. "E all'improvviso/non una parola viene ma il pensiero di finestre alte/il vetro che assorbe il sole/e, al di la', l'aria azzurra e profonda che non mostra/nulla, che non e' da nessuna parte, che non ha fine". (P. Larkin, "High windows", da "High windows", 1974).



TFK

mercoledì, luglio 10, 2013

Film in sala dall'11 luglio 2013

Now You See Me - I maghi del crimine
(Now you see me)
GENERE: Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Louis Leterrier
CAST: Mark Ruffalo, Woody Harrelson, Dave Franco, Morgan Freeman, Isla Fisher, Michael Caine

Oggetti smarriti
(Oggetti smarriti)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Giorgio Molteni
CAST: Roberto Farnesi, Chiara Gensini, Giorgia Wurth, Michelangelo Pulci, Francesca Faiella, Davide Paganini

Pacific Rim
(Pacific Rim)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Guillermo del Toro
CAST: Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Ron Perlman, Clifton Collins Jr., Max Martini

Parental Guidance
(Parental Guidance)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Andy Fickman
CAST: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Uomini di parola
(Stand up guys)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Fisher Stevens
CAST: Al Pacino, Christopher Walken, Alan Arkin, Vanessa Ferlito, Julianna Margulies, Katheryn Winnick

Viramundo - un viaggio musicale con Gilberto Gil
(Viramundo)
GENERE: Documentario, Musicale
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Svizzera, Francia
REGIA: Pierre-Yves Borgeaud

mercoledì, luglio 03, 2013

WORLD WAR Z



"World war Z"/id.
di: M. Forster.
con: B. Pitt, M. Enos, D. Morse, A. Hargrove, S. Jerins, M. Fox, P. Favino.
USA 2013
115 min.

Ciò che da decenni un autore come George A. Romero continua a sottoporre alla nostra attenzione con l'"eterno ritorno" di un mondo dove ad intervalli più o meno regolari "germogliano" zombi, morti viventi o "non morti" che dir si voglia, e' la fotografia di accecante nitidezza (e proprio per questo ancora in parte sottovalutata nella sua valenza metaforica e precorritrice) del presunto "autentico" mondo - il nostro - così putrefatto al suo interno, così desolatamente infetto da almeno un paio di macrovirus uguali ed opposti - indifferenza e soddisfazione che non a caso rimano con iattanza e distruzione - da essere giunto al punto di figliare esso stesso una propria versione "degenerata" pronta a spazzarlo via (letteralmente: a divorarlo).

Nelle mani di un cineasta come Marc Forster (e, per l'occasione, di un committente del calibro di Brad Pitt che co-produce con la sua "Plan B"), professionista proteiforme negli interessi quanto alterno nei risultati - il suo pendolo cinematografico oscilla tra la candidatura all'Oscar di "Monster's ball" (2001) al bondiano "Quantum of solace" (2008), passando per "Neverland" (2004) e "Il cacciatore di aquiloni" (2007) - se la materia perde in profondità (implicazioni ulteriori di carattere antropologico/sociologico/politico che qui si stemperano in un generico sottofondo di critica ecologico-anticapitalista) acquista pero' in ampiezza, in scala, verrebbe da dire meglio, visto che il palcoscenico su cui si snodano i fatti gode della vastità dell'intero pianeta ai cui quattro proverbiali angoli - nel caso, Stati Uniti, Corea del Sud, Israele (un po' fuori centro il sottotesto polemico relativo alla costruzione di un muro gigantesco per tenere a bada le orde montanti in accostamento alle annose controversie storico-politiche di quelle terre), una abortita incursione in India, infine la Gran Bretagna - e non senza incognite e pericoli, viene sballottato il riottoso ex ispettore ONU Gerry Lane (che si avvale del volto gentilmente invecchiato del suddetto ed etermo "uomo ideale" Pitt) in cerca di uno sfuggente bandolo della matassa che risparmi all'umanit‡ lo strazio definitivo di un contagio tanto misterioso quanto pervasivo. (Il biologo - tipica testa d'uovo harvardiana - che partecipa in prima battuta alla ricerca di una via d'uscita, così riassume la situazione; "E' la Natura il miglior serial killer esistente. E come tutti i serial killer, vuole essere fermato e vuole un pubblico. A che scopo, infatti, essere il migliore se non lo vede nessuno ? Per questo Lei lascia tracce in giro, sparge briciole. In particolare, ama nascondere le debolezze dietro i punti forti").

Il merito maggiore di "World war Z" - adattamento del romanzo di Max Brooks del 2006 "World war Z: an oral history of the zombie war" - che alterna con discrezione saturazioni cromatiche a sfondi e primi e primissimi piani lividi angosciati e/o sofferenti e utilizza senza debordare l'effetto speciale in se' rappresentato dal corpo-automa degli zombi (qui capaci di diventare iperattivi se sollecitati dalla presenza umana o dalla ripetizione di suoni o rumori), e'quello di cumulare e distribuire lungo tutto lo svolgersi delle sue quasi due ore una tensione sottile eppure persistente (sebbene con qualche tollerabile cedimento) senza dover ricorrere a colpi bassi gratuiti, aggiustamenti posticci o - peggio ancora - ad esiziali "spiegazioni" (anche i siparietti sentimental-familistici sono ridotti al minimo contrattuale e concentrati come da standard, diciamo così, a basso impatto, all'inizio e all'apparente scioglimento della vicenda) ma affidandosi alla prontezza del montaggio, alla funzionalità dei dialoghi e soprattutto all'alternanza puntuale di affollatissime, frenetiche e "spaventose" scene di massa simil formicaio (tra individui che fuggono per ogni dove e zombi in forsennato inseguimento che si precipitano, si calpestano, ammucchiano enormi biche delle loro membra tourettiche su cui si arrampicano, i movimenti avvolgenti della mdp, in specie dall'alto, parlano chiaro di un organismo/società, di un metabolismo/mondo in cui la circolazione delle energie vitali e' contaminata e quindi prossima al collasso) e attimi di sospensione/rivelazione utili al protagonista per inchiodare dettagli ed indizi "fuori campo" a fornire, senza parole, strumenti per la decrittazione del rompicapo pandemico.

Nella generale adesione ai canoni di una narrazione lineare che non pretende di riscrivere o di assestare "colpi lunari" al ramo del "fantastico" su cui si e' momentaneamente assisa e di una professionale consistenza interpretativa - innegabile la verosimiglianza trasfusa dal divo Pitt al suo personaggio, in maniera che pure certe stucchevoli sfumature da "angelo premuroso" pronto al sacrifico estremo appaiono credibili perché gestite mediante un qual sottotono che l'attore americano maneggia oramai da tempo e con disinvoltura - e' da sottolineare, cosa poi non così ovvia, l'epilogo antiretorico, privo di alcuna ricomposizione e non strumentalmente aperto ad un eventuale seguito. "La lotta continua", sussurra Lane/Pitt. E per ora, tanto basta.



TFK

Film in sala dal 4 luglio 2013

The Lone Ranger
(The Lone Ranger)
GENERE: Azione, Western, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Gore Verbinski
CAST: Johnny Depp, Armie Hammer, Helena Bonham Carter, William Fichtner, Ruth Wilson, Tom Wilkinson

Dino e la macchina del tempo
(Dino Time)
GENERE: Animazione, Avventura, Family
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA, Corea del Sud
REGIA: Yoon-suk Choi, John Kafka

Il grande orso
(Den kæmpestore bjørn)
GENERE: Animazione, Avventura, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Danimarca
REGIA: Esben Toft Jacobsen

Italian Movies
(Italian Movies)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Matteo Pellegrini
CAST: Alexeï Guskov, Eriq Ebouaney, Anita Kravos, Michele Venitucci, Tiziana Catalano, Neil D’Souza

Questi sono i 40
(This is 40)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Judd Apatow
CAST: Paul Rudd, Leslie Mann, Jason Segel, Megan Fox, John Lithgow, Albert Brooks

The East
(The East)
GENERE: Azione, Drammatico, Thriller, Mystery
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Zal Batmanglij
CAST: Ellen Page, Alexander Skarsgård, Julia Ormond, Brit Marling, Shiloh Fernandez, Toby Kebbell

To the Wonder
(To the Wonder)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Terrence Malick
CAST: Ben Affleck, Rachel McAdams, Olga Kurylenko, Rachel Weisz, Javier Bardem, Barry Pepper

Violeta Parra went to heaven
(Violeta se fue a los cielos)
GENERE: Biografico
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Brasile, Argentina, Cile
REGIA: Andrés Wood
CAST: Francisca Gavilán, Thomas Durand, Christian Quevedo, Gabriela Aguilera, Luis Machín, Roberto Farias

SALVO

Salvo di Fabio Grassadonia, Vincenzo Piazza
con Sara Baiocco, Giuditta Perriera, Luigi Lo Cascio, Saleh Bakri
Italia 2013
genere, drammatico
durata,104'

L'inizio è qualcosa che non t'aspetti. Davanti a noi un killer fa strage di uomini con assoluta freddezza e feroce determinazione. Alcuni sono vittime inconsapevoli di un piano stabilito, altre la sfortunata conseguenza del tentativo di impedirlo. Tutto avviene in maniera repentina, inseguimenti, sparatorie, uccisioni a sangue freddo. Da togliere il fiato ma senza levare gli occhi dallo schermo. E sono proprio gli occhi dell'uomo che sta compiendo la sua missione, e successivamente quelli della ragazza che incontrerà nel corso dell'azione, a costituire il segno dominante di questa prima, lunga sequenza. Perchè "Salvo" il film d'esordio di Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza collegandosi ad una resa dei conti di stampo mafioso, con il protagonista a funzionare come arma contundente utilizzata dal boss del quartiere per leggittimare il suo potere, è certamente un film di genere, soprattutto nell'estetica di una violenza tutta giocata sul ritmo, la tensione ed anche una buona dose di spettacolarità. Ma in questo caso tutto questo non basta ad esaurire i significati di quell'inizio che getta le basi di un anomalia che rende "Salvo" diverso dagli omologhi film a sfondo mafioso. Esiste infatti un'altro piano di lettura che si innesta nella storia senza distrarla dall'obiettivo di raccontare la dimensione di un mondo atavico ed ancestrale, regolato da formule e strutture arcaiche, continuamente ribadite dalla presenza della gerarchia mafiosa, ed è il sottotraccia che coincide con lo sguardo di Salvo e Rita. Lui ha una vista da sparviero, lei è cieca. Lui si affida a quella per tenere sotto controllo gli uomini, lei forse l'adopera per proteggersi da loro. Durante la convulsa azione che apre il film la telecamera di Piazza e Grassadonia intercetta quello di Salvo ad intermittenza, ma in modo costante, come a stabilire un legame inscindibile tra la capacità di vedere e la superiorità sugli avversari. Poi in maniera paradossale tutto viene rovesciato, con Rita e la sua condizione di non vedente a scrivere le regole. Ancora una volta è la vista, seppur nella sua mancanza, a farla da padrone. Un primato stabilito dalle immagini prima ancora che dalla storia, con le morti sparate in "primo piano" quando la vicenda è collocata nella terra di nessuno di un paesaggio siciliano modello far west di cui Salvo, angelo sterminatore al soldo di Satana è il protagonista assoluto, e successivamente rese invisibili e lasciate "fuori campo", quando Rita entra in scena portando con se l'impossibilità tutta fisica di osservare quanto accade.

 

Piazza e Grassadonia inquadrano l'intrusione di Salvo nello spazio esistenziale di Rita su più livelli: quello esclusivamente narrativo che porterà all'incontro/scontro tra due realtà antitetiche, eppure destinate a compenetrarsi fino al punto di scambiarsi i ruoli, con Salvo a farsi carico del dolore e della sofferenza di Rita, dapprima liberata dal giogo della malattia, e poi, con un drammatico escalation, sottratta alla condanna inflittale da chi vorrebbe farle pagare il tradimento del fratello che Salvo ha ucciso di fronte a lei dopo essere entrato furtivamente nella loro casa. Quello metacinematografico, con Salvo, occhio che guarda senza essere visto - in un primo momento vediamo Salvo non rivelarsi a Rita ma seguirla silente nei suoi spostamenti nei vari ambienti della casa- ad impersonare il progressivo scivolamento dello spettatore all'interno della storia e della cornice filmica, coinvolto in prima persona con i fatti ed i personaggi attraverso un transfert che il film fa coincide con l'empatia di Salvo, talmente immedesimato dalla visione di quella sfortunata ragazza da risparmiarle la vita, mettendola al sicuro da chi la vuole morta.

 

E ancora mentre "Salvo" da una parte racconterà gli sviluppi di questa scelta, con il boss che ad un certo punto scoprirà il segreto ed intimerà al killer di completare il lavoro con l'uccisione della ragazza, il film di Piazza e Grassadonia continua il suo detour mettendo in scena il miracolo della guarigione di Rita ad opera di Salvo, a quel punto chiamato dalla storia ad un cammino di sacrificio e di martirio che sull'esempio del Cristo percorre le tappe di un calvario rappresentato con immagini che prendono in prestito l'iconografia sacra; valga per tutti quella che ritrae il corpo del protagonista adagiato su un divano con il braccio allungato e pendente alla maniera della pietà michelangiolesca, oppure ripercorrendo con progressione paradigmatica i passaggi più importanti, l'imposizione delle mani che fa tornare la vista alla ragazza, e poi cena condivisa e consumata dai due fuggiaschi mentre fuori ad aspettarli ci sono gli sgherri, e con loro la prospettiva di un convito che alla pari di quello pasquale potrebbe essere anche l'ultimo.

Grassadonia e Piazza con l'aiuto di un grande Daniele Ciprì, autore di una fotografia contrastata e densa di richiami, cinematografici e non - il western soprattutto, ma anche pittorici e caravaggeschi, per la qualità della luce che illumina i corpi, e quello di Salvo in particolare, in maniera estetizzante e sensuale - lavorano sulle forme del genere, qui utilizzate per mettere in risalto le contraddizioni delle proprie radici culturali. In questo modo la predominanza maschile messa in mostra dal film attraverso le imprese di Salvo e dei suoi compagni ha come contraltare il sodalizio matrimoniale che si prende cura di Salvo, e che, nella schiacciante supremazia della moglie/madre nei confronti del consorte/figlio (Luigi Lo Cascio), ma anche nella fascinazione di quest'ultimo nei riguardi di Salvo, sembra quasi volerci dire che la violenza maschile altro non è che la frustrazione per l'onnipotenza dell'essenza femminile. Ragguardevole ed inusuale per il nostro cinema è anche l'utilizzo del paesaggio e degli ambienti, ripresi soprattutto in interni e concentrati nello spazio chiuso di un edificio industriale abbandonato (come peraltro accadeva ne "L'intervallo" dell'esordiente Di Costanzo). Lungi dall'essere semplice accessorio, lo sfondo in cui si muovono i personaggi diventa parte integrante di una dialettica capace di approfondire i vari passaggi della storia: basti pensare all'inquadratura finale, con la linea del mare inquadrata a stento dalla telecamera posizionata dietro ai due protagonisti, seduti in attesa di fronte a quella vista. Il panorama spezzato ed in parte coperto dalle linee dei muri si sostituisce ai volti di Salvo e Rita, diventando l'espressione della precarietà di quellunione. E se anche "Salvo" nella seconda parte non è in grado di tenere testa alla potenza della sequenze d'apertura, il risultato finale è comunque positivo e da annettere a quel tipo di esordi che lasciano intravedere un futuro fatto di buon cinema . "Salvo" ha vinto la Semaine de la Critique all'ultima edizione del festival di Cannes. Unico film italiano quest'anno a portarsi via un premio dalla prestigiosa rassegna. 

(pubblicata su ondacinema.it)
 

lunedì, luglio 01, 2013

PROSPETTIVE D'AUTORE: LIKE FATHER, LIKE SON di Hirokazu Koreeda

Giapponese, una carriera più che ventennale, ed una personalità ecclettica, capace di manifestarsi attraverso serie tv, documentari e, per quanto ci interessa lungometraggi di vario genere ed argomento. Lui è Hirokazu Koreeda, appena premiato a Cannes con la palma d'oro alla miglior regia per il film "Like Father, Like Son", e prossimamente nelle sale italiane ad interrompere un digiuno distributivo che mai come questa volta sarebbe stato più ingiustificato. Del film in questione Koreeda non solo è regista ma anche sceneggiatore e montatore. Questo particolare, unito alla poliedricità complessiva della sua opera potrebbe far pensare ad una personalità spasmodica ed invasiva, ad un'esuberanza da animale cinematografico. Può essere. Di certo il cinema che abbiamo visto in "Like Father, Like Son" è esattamente il contrario. Koreeda infatti gira con mano delicata, con movimenti carezzevoli ed attenti. Il suo sguardo è a misura di un'umanità sondata nei rivoli di emozioni normalmente sottratti alla macchina da presa, e che invece il regista coglie attraverso una confidenza crescente con i  personaggi. Un cinema che si prende il tempo necessario, rivalutando l'importanza dei sentimenti, per una volta sottratti agli artificio dei reality e dei talk show. Per farlo Koreeda utilizza uno stile classico ed un tono elegiaco e poetico. Il risultato è un paesaggio di anime in via di definizione, ed un film che sembra provenire da un altra dimensione.

 Like Father, Like Son
di Hirokazu Koreda
con Lily Franky, Yoko Maki, Makiko Ono, Masaharu Fukuyama 
Giappone 2013
genere drammatico
durata 120'

Nell'era della comunicazione globale accade sempre più di rado che si assista a un film senza un bagaglio di conoscenze più o meno approfondito sull'autore di turno. La purezza dello sguardo è merce rara, e per questo la presenza di un'opera che permette allo spettatore contemporaneo di recuperare parte di una genuinità compromessa dal surplus informativo meriterebbe di essere salutata con il massimo dei favori. A questa casistica appartiene suo malgrado "Like Father, Like Son" di Hirokazu Koreeda, regista giapponese e uomo di cinema a tutto campo, se è vero che in una carriera più che ventennale, divisa tra lungometraggi, serie tv e documentari di vario genere e argomento, niente o quasi è giunto dalle nostre parti.

 
Ad interrompere il digiuno e a convincere gli esercenti ad una distribuzione anche italiana, ci voleva la visibilità offerta dalla vetrina cannense, e il premio alla miglior regia assegnato a Koreeda dal collega Steven Spielberg nell'edizione del festival appena conclusa. D'altronde non poteva essere altrimenti, considerato che "Like Father, Like Son" attraverso la struttura di un racconto incentrato su uno scambio di bambini, sottratti ai rispettivi genitori al momento della nascita, e sulle conseguenze che la scoperta del misfatto comporterà nella vita di due famiglie, mette in scena uno dei temi più cari al regista americano, quello dell'infanzia, qui trasposta nel rapporto tra un padre, Ryota, artefice di una vita dedicata al lavoro e al prestigio sociale, e Keita, figlio gentile e sensibile. Dopo aver appreso la notizia dello scambio ed aver conosciuto il figlio biologico e la famiglia che lo ha cresciuto, Ryota dovrà scegliere se ripristinare le condizioni di partenza, privilegiando la tradizione e i legami di sangue con il ritorno a casa del figlio naturale, oppure dare corso ai sentimenti ed all'affetto per Keita, lasciando tutto come prima.

 
Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento ("Il figlio dell'altra" ed "I figli della mezzanotte") "Like Father, Like Son" se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all'interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un'esistenza più a misura d'uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all'altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota, con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo "contraltare", una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore. Ma ciò che importa veramente a Koreeda, per una società abituata a far convivere il vecchio ed il nuovo, non è quello di rimarcare una linea di separazione tra gli uomini e il mondo, comune a tante storie del nostro cinema, rafforzando le differenze e l'incomprensione reciproca, bensì esattamente il contrario. A dircelo è il modo in cui ci restituisce le sequenze dedicate agli spostamenti che permetteranno alle due famiglie di conoscersi, con il tragitto coperto dalla macchina di Ryota per raggiungere il sobborgo dove vivono i Saiki, realizzata in campo lungo e con un tempo espanso ad enfatizzare l'importanza del momento, e la consapevolezza di un isolamento, quello di Ryota e della sua famiglia, chiusa nella torre d'avorio di un appartamento bello ma freddo ("sembra un hotel" afferma ad un certo punto Ryota riferendosi al lusso del proprio appartamento) che sta per giungere al termine. E anche l'amena semplicità da acquarello che riprende la scampagnata al fiume, in cui il ritrovato contatto con l'ambiente naturale va di pari passo con l'apertura verso "l'altro", sancita dai volti dei protagonisti sorpresi ma felici di ritrovarsi a quel punto, immortalati nella foto di gruppo, che, non a caso, fa bella mostra di sé nella locandina del film.
Ma "Like Father, Like Son" è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un'altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un'infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo. Tenero e commovente "Like Father, Like Son" è una pellicola di intensa umanità. E' un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un'edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.
(pubblicata su ondacinema.it)