sabato, maggio 10, 2014

SUPER 8


di: J.J.Abrams

con: J.Courtney, E.Fanning, K.Chandler, R.Griffiths,
R.Lee, R.Eldard, N. Emmerich, G.Basso, Z.Mills
- USA 2012 -
Fantascienza - 112 min


Giunto tra noi nel '66 - l'anno di "Fahrenheit 451", per dire, ma pure di "Un milione di anni fa" curato da Harryhausen e di "Katango" di Honda, come del terremoto musicale di "Pet Sounds" - J.J.Abrams (Jeffrey Jacob), alla terza prova con "Super 8", decide di fare tutto da solo in sede di scrittura e regia e di cominciare il lucido itinerario degli omaggi mirati della sua operazione affettuosa ma non devozionale a partire dalla co-produzione (Spielberg), dall'egida sotto cui darle forma (la Amblin Entarteinment, assieme alla Bad Robot e alla Paramount) e dall'officina specializzata a cui attingere per le meraviglie visive (la ILM, figlia prediletta della LucasFilm). Alla fine il risultato, lo si può dire subito, e' un'opera che amalgama fantastico e romanzo di formazione - di gusto amabilmente retro', passione cinefila e ricalco della medesima - messa a contatto con tensioni giovanili di vario genere (emotive, sessuali, legate al rivelarsi del mondo e all'apprendimento) e venature horror, elementi entrambi trattati con occhio più vicino alla contemporaneità.

La vita e' dura per chiunque a qualunque latitudine ma nel cuore della provincia americana, gli anni '80 alle porte, una madre scomparsa in circostanze tragiche e pochi anni sulle spalle, può assumere anzitempo sfumature orientate alla disperazione, se non si e' dotati di una tenace fantasia e - perché no - di una non comune abilita' artigianale. Joseph Lamb, detto Joe, orfano di madre (elegante bellezza all-american che appare tanto di rado quanto più si fissa nella memoria) tenuta sempre vicino al cuore dentro un ciondolo e da far rivivere nelle immagini dei filmini amatoriali di famiglia (il primo "super 8"), costruisce sorprendenti modellini, legge fumetti, gira in bici e fa parte della troupe - "tecnico" per il sonoro, gli effetti speciali e il trucco - di un film a tema "zombie", in corsa per un premio scolastico, tenuto insieme dal coetaneo regista e migliore amico Charles Kaznik, fanatico dell'horror e sempre a caccia d'inquadrature memorabili. Incastrando a fatica i pezzi della "grande opera", Kaznik si accorge della mancanza di un ingrediente decisivo: l'altra meta' del cielo. Quale utopia più grande, allora, del ruolo di protagonista per la più bella della scuola (di cui sia lui che Joe sono innamorati), la biondissima Alice Dainard (una assai più sorprendente della sorella Dakota, Elle Fanning), che di sicuro "non accettera' mai", invece accetta ? La storia e' destinata comunque a prendere una piega se possibile ancor più imprevista, nell'istante in cui girando in esterni, al crepuscolo, presso una linea ferroviaria, l'intero gruppo di ragazzi (altri tre amici completano la combriccola dei "cinematografari" in erba: Martin, Preston e Cary) assiste al deragliamento, indotto dalla presenza di un pick-up che marcia contromano sui binari, di un misterioso treno lanciato a velocità folle targato US Air Force dal quale - a frittata fatta - "qualcosa" fugge nella notte...

Le ragioni del Cinema fantastico si differenziano da quelle degli altri generi (pensiamo, molto schematicamente, alla rocciosa "solidità" dei canoni western; alle inderogabilità di un "meccanismo" logico - o sovvertitore della logica - per il noir; alla scansione dei "tempi" nella commedia e nel melodramma) per una specie di magica "coesistenza" di atmosfere, di suggestioni, di rimandi, tale da far si che ogni narrazione abbia, insieme, il rarissimo sapore dell'esperienza ultimativa e il respiro lungo di un'unica gigantesca avventura (della vita adesso, con tutto quello che può starci dentro. E dei tempi a venire, ossia di ciò che sarà, domani): un continuum sul serio in grado di rendere più permeabili le barriere dello spazio e del tempo. In tal senso, un lavoro come "Super 8", prodigo di riverberi, di recuperi, di quasi millimetriche riproposizioni, si pone come punto di vista supplementare - leggermente scentrato, più malinconico e ansioso - nel flusso di questa perenne epopea dell'inventiva. Per tale ragione, gli evidenti debiti contratti con l'immaginario in primis spielberghiano - la provincia, il generico mid-west tutto villette e prospettive alberate dai cui incroci ritrarsi verso l'alto con morbidi dolly a catturare punti di fuga più ampi; il cielo notturno stellato che si appoggia/incombe sulle cittadine silenti; le numerose famiglie allargate più o meno disfunzionali (in ogni caso, molto americane) con - quando presenti - genitori indaffarati e bonari, torme di fratelli e sorelle, in specie i piccoli e piccolissimi, chiacchieroni e spaccatutto; pomeriggi trascorsi in bicicletta con l'amico del cuore a fare le pulci al mondo; quella dimensione del "sovrannaturale", dell'"extraterrestre", accostata davvero come una "possibilità" reale ma più ancora come "stupore", "incanto" per le sorprendenti diversità che può assumere quella strana condizione che e' Esistere, scarto antropologico miglia e miglia lontano (a distanze siderali, verrebbe da dire) dall'atteggiamento di altero scetticismo che antepone sempre o quasi la rielaborazione tragica o simbolica, tipica di contesti e mentalità più "razionali" - si saldano quasi per intero allorché Abrams si appropria di quegli snodi, di quelle soluzioni formali (spesso di manciate d'inquadrature) per declinarle nei termini di una sensibilità che alla ribalderia e all'"ottimismo del meraviglioso" di Spielberg oppone un qual disinganno e una malcelata mestizia.


Ecco che, allora, ai voli senza rete dei mini-bikers in "ET", si risponde con le corse contro il tempo in cunicoli sottoterra, bui e ingombri di corpi/riserve-di-cibo e rottami. Così come, alla blanda "guerra generazionale" all'interno dei nuclei familiari (se non ad una chiara sovrapposizione di ruoli - adulto/adolescente - per il Dreyfuss di "Incontri ravvicinati..."), fanno distorta eco gli attriti brutali - e si lascia immaginare persino violenti - reiterati nel vincolo antagonista tra Joe, ragazzino ferito dall'assenza della madre, e il padre Jackson, vice-sceriffo chiamato dagli eventi a tenere le redini dell'intera comunità: alla stessa maniera di quello tarato su una iniziale indifferenza e incomunicabilità tra Alice e il di lei padre Louis. E alla spensieratezza della prima giovinezza, si affiancano qui i germi di una condizione simile all'innamoramento (l'"attrazione" già detta di Joe e di Charles per la bella-dall'aria-triste Alice); le pose "cool" mutuate dal rock (in gruppo si accenna "My Sharona": "Ooh, you make my motor run, my motor run/Gun it comin' off the line, Sharona..."). All'abbraccio interculturale tra forme di vita ("noi" e gli "alieni"), si sostituisce l'ostilità venata di disperazione di una creatura "costretta" ad agire da mostro (risultando così, più imparentata allo xenomorfo distruttore di "Cloverfield" - produzione abramsiana di tre anni prima - che agli "strani bambini" di "Incontri" o al tenerissimo "moccioso" ET). Ma sopra ogni altra cosa, alla fascinazione ludico/sportiva connaturata all'età, si sovrappone la precoce predilezione per la manipolazione della materia, per l'esercizio pratico dell'immaginazione (i modellini e il "trucco" per Joe, richiamo esplicito ad un'intera tradizione artistica made in USA che a partire dal genio di Disney si replicherà' tante volte, in tanti altri itinerari non meno geniali, come quelli di Arnold, del già citato Harryhausen, per giungere a quello di Corman, inesauribile tuttofare della settima arte), prerogativa per definizione senza spazio e senza tempo. E da qui al piacere di narrare storie, il passo non può che essere breve. Da qui al Cinema c'è Charles Kaznik e il suo film sugli zombie, a dire il "super 8" propriamente detto (assieme alle camerette tappezzate di locandine di "Halloween" e "Star Wars", nel cui tipico disordine, tra felpe, guantoni da baseball e palloni da basket, fanno capolino pile di fumetti, libri illustrati e piccoli telescopi), con le sue riprese incerte, le sue acerbe invenzioni, il suo bisogno di essere "sviluppato", proprio come la pellicola che scorre dentro la cinepresa e produrrà la visione segreta e rivelatrice della realtà. Di conseguenza, il gesto di Abrams ha poco di agiografico (quindi di consolatorio) ma si caratterizza più per essere un tentativo di ulteriore prolungamento delle coordinate del "fantastico", nel senso di un'accorta quanto appassionata catalogazione/revisione dei suoi elementi più esteriori e d'immediata fruibilità, ovvero di una parte consistente della struttura portante di questo mondo.

Su tale linea, infine, seguendo la medesima inerzia, si può muovere il ragionamento circa i corpi e i volti (quelli dei ragazzi, in particolare, gli adulti essendo caratteristi più o meno affermati, quindi quasi sempre una garanzia di continuità, almeno per il cinema a stelle e strisce) sui quali e' stata giocata una delle scommesse (vinte) del film: l'incarnato chiaro, le facce pulite su cui si rincorrono imbarazzi e meraviglie, riecheggiano forse, ancora, l'America trionfante e soddisfatta di Rockwell. Al di sotto, pero', si agitano animi travagliati e tutt'altro che paghi, la cui febbrile curiosità e' già legata a doppio filo (al netto dei drammi personali) alle inquietudini e alle accelerazioni di una società in cui la rivoluzione tecnologica detta anche i tempi di una maturazione interiore sempre più serrata e inderogabile che nei fatti tende ad erodere proprio quelle che, in ogni luogo e istante, sono considerate le prerogative dell'età: leggerezza, entusiasmo, ingenuità. Joe, Charles, Alice e il resto del gruppo, in altre parole, con i loro walkie talkie, i primi walkman, le cineprese, la guida senza patente, il rapporto con l'Altro/Alieno di certo timoroso ma impostato da subito secondo la prassi "adulta" del dialogo e della comprensione, paiono con naturalezza andare a collocarsi - in una immaginaria galleria di ritratti della "giovane America" - dalle parti di una anticipata seppur informe assennatezza che, prendendo congedo dal piglio invece più propriamente scanzonato e "infantile" dei pari età spielberghiani, si approssima ad un punto di equilibrio "moderno" fra estremi rappresentati, da un lato, dalle monadi devianti e desolate di Araki e Korine (e per altri versi, di Van Sant e di Solondz) e, dall'altro, dalla naivete', caustica e deliziosamente saccente, dei pargoli di Anderson.

TFK

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