venerdì, ottobre 11, 2013

GRAVITY


di: Alfonso Cuaron
con: Sandra Bullock, George Clooney

- USA/GB 2013 -
90 min

Che differenza passa tra la meraviglia e la suggestione? Si potrebbe dire, tirando il guinzaglio al cinismo, quella che sbircia da due lontananze - che potrebbero essere benissimo quelle che legano/separano due astronauti a spasso nello spazio - Kubrick e Cuaron. Se, infatti, in "2001: odissea nello spazio" (1968), capostipite della cosiddetta "nuova fantascienza" ma, realisticamente, spartiacque per il Cinema tutto, tirato spesso per le code di rondine del frac di questi tempi e lasciando da parte le complesse implicazioni linguistiche e filosofiche, si veniva comunque chiamati a condividere un'esperienza percettivo/sensoriale mai data prima, prolessi di qualunque "meraviglia"; nell'opera di Cuaron (regista di formazione umanistica, vedi, ad esempio, "Paradiso perduto" (1998); persona curiosa e disposta a cimentarsi in campi diversi, "Y tu mama tambien" (2001), passando per "Harry Potter e il prigioniero di Azbakan" (2003), fino al cupo "I figli degli uomini" (2006)) ci troviamo più nella condizione di colui che avendo sentito parlare della meraviglia - presunta o reale che sia (ma il film di Kubrick e' meraviglia) - cerca appigli sicuri per evocarla giocando appunto di suggestioni, cioè confidando che la meraviglia possa scaturire dalla loro semplice sommatoria. Fermo restando che qualunque paragone con lo "shining"/sguardo-che-vede-oltre del grande americano sarebbe di per se' punitivo e forse anche un po' ingeneroso, e' innegabile che "Gravity" "orbiti" intorno a coordinate immaginifiche, mnemoniche, oniriche, che il tempo - anche i tempi abissali della fantascienza - hanno finito per standardizzare, inducendo tutta una serie di reazioni automatiche nell'occhio di chi (ri)guarda, di rimandi e associazioni (possiamo, volendo, viaggiare in lungo e in largo nello "spazio" del Cinema, partendo dall'era gloriosa della conquista delle stelle di "Uomini veri" di Kaufman (1983); notare di sfuggita l'ovvia scia derivativa da "Apollo 13" di Howard (1995); "Fly me to the moon" con gli spavaldi vecchietti eastwoodiani di "Space cowboys" (2000); vorticare pericolosamente nel vuoto su uno sfondo color argilla con "Missione su Marte" di De Palma (2000) e verificare la possibilità di qualche spasmo residuale da "La moglie dell'astronauta" di Ravich (1999), e così via) che l'"esperimento" kubrickiano aveva forse non annullato del tutto ma di certo fatto invecchiare di colpo, obbligando il modo stesso di fruire il prodotto - nel caso "fantastico" - ad un lavoro impervio ma avvincente di ridefinizione e quindi di scoperta. Allo stesso modo - ma per converso - non si può negare al regista messicano lo sforzo messo in atto - tutt'altro che scontato, se diamo una semplice occhiata in giro e non limitandoci solo alla fantascienza - per armeggiare sull'equilibrio sempre instabile tra schietto slancio ad esprimere un tot di riflessione personale e le necessita' più corrive (il che non vuol dire necessariamente stupide) del cosiddetto "mainstream". "Gravity", in questo senso, e' il naturale ibrido di una proposta che solletica le aspirazioni artistiche di un autore dovendo in ogni caso fare i conti col tanto amato/odiato "gusto medio". E come tutte le opere che nascono alla luce di un siffatto compromesso, il film di Cuaron gioisce/patisce per i pregi/difetti scatenati dalla frizione continua delle sopraddette spinte: le istanze "metaforiche" da un lato, ipotetico quanto impegnativo sentiero verso la "meraviglia"; quelle spettacolari e relative all'intrattenimento dall'altro, scorciatoia aperta al transito della "suggestione".

Sinuosamente silenzioso, amniotico, per quasi tutta la sua durata, "Gravity" si apre con un impalpabile piano sequenza che accoglie tre astronauti variamente indaffarati in riparazioni, alle cui spalle si staglia, meraviglioso ed enigmatico, il "pianeta blu", sempre come in magico bilico sul precipizio nero dello spazio profondo (il "wild blue yonder" herzoghiano, dal quale un alieno invece proviene): sono immagini favolose - curate da Emmanuel Lubezki, da qualche tempo collaboratore anche di Malick - che, come si dice, "vincono senza giocare " e alle quali, per una volta, il 3D regala qualcosa o, perlomeno, nulla sottrae. Cuaron segue due uomini - un tecnico e il comandante della missione Matt Kowalsky (George Clooney) all'ultima sortita "extraterrestre", tutto preso dalla sfida di battere il record di permanenza nello spazio - il terzo dell'equipaggio essendo una donna, Sandra Bullock, ingegnere biomedico dal nome maschile, Ryan, perché "mio padre voleva un maschio", assecondando il moto di rotazione terrestre placidamente, a dire con periodica ripetizione di inquadrature e angolazioni, pur lasciando intatta la struttura dell'opera, calibrata e compatta, e insieme quello scarto, la sottile frenesia di corpi immersi in un elemento a loro non congeniale, scevro dagli impacci dovuti al peso, rarefatto, gelido.

L'imprevisto prende forma quando i russi decidono di sbarazzarsi di un vecchio satellite facendolo esplodere mettendo così in circolo masse di detriti che prendono a vorticare nella centrifuga orbitale come pericolosi proiettili... Da qui, "Gravity" avvia la sua articolata "procedura di rientro", smarrendo via via la forza e la fascinazione delle immagini di apertura, primigenie e arcane, sofisticatissime perché essenziali: l'incedere muto di un mondo vivo e colorato nell'oscurità, con una stella incandescente ma destinata a spegnersi a fargli da traino, visto dall'angolatura privilegiata della "prospettiva esterna". A dire: tutto il potenziale simbolico e paradigmatico di quelle forme, di quelle vie di fuga, di quel "nero" - lo spazio infinito come proiezione in scala dell'inconscio - che in Kubrick rimaneva tale, anzi finiva per moltiplicarsi, per risuonare in una sinfonia di allusioni, di richiami che si allargava mano mano che il film lo "inseguiva" e ne interrogava il senso, nell'opera di Cuaron, davvero come se si fosse oggetto di un'imperiosa attrazione verso il suolo, si "precipita", non solo in un contesto esclusivamente "narrativo" ma pure ordinariamente "personale" che, oscillando tra dolori mai del tutto metabolizzati, rimpianti, occasioni perdute, "seconde opportunità" e il fin troppo frequentato corollario - molto caro all'immaginaro propagandistico a stelle e strisce - pasciuto a colpi di "tieni duro", "vuoi tornare a casa o vuoi mollare ?" et., conduce la pellicola su un percorso guidato di prevedibile accumulo il quale per rivitalizzare la suggestione iniziale deve ricorrere più volte ad allegorie elementari ed "opportunistiche", spesso in sospensione sul confine insidioso tra psicoanalisi e new age (la posizione fetale; le sequenze di "rinascita" con tanto di tubazioni a scimmiottare il cordone ombelicale; la fuoriuscita dall'acqua come emersione alla vita; la "riconquista" della posizione eretta) e a scivolare, quasi in gesto di resa, su piccole incongruenze e forzature (la pioggia "statistica" di rottami lambisce sempre e non urta mai l'indomita astronauta; la stazione orbitante cinese viene raggiunta a forza di sbuffi da un estintore; la violenza dell'attrito con l'atmosfera sbriciola tutte le parti vaganti della suddetta, tranne la capsula di salvataggio della nostra eroina che, provata e sfinita, trova anche il modo di dare saggio di non comuni doti di apneista).

Sandra Bullock, nei panni della volenterosa dottoressa Stone, da uno scossone alle sue limitate capacita' espressive aderendo al personaggio con misurato mimetismo, incontestabile abnegazione (e qualche ululato di troppo). Clooney, da par suo, mostra che e' possibile prendere commiato dalla Terra come ci si alza da un tavolo di poker a fine partita in uno dei tanti "Ocean" che ne hanno allineato il personaggio al gusto di massa, ossia modulando il sarcasmo e gigioneggiando in sottrazione su un morbido tappeto di note country. Davvero meticoloso - al punto da acquisire toni struggenti - il repertorio di oggetti che formano il piccolo universo autosufficiente dell'"antiquariato del futuro": le tute spaziali sovietiche color caramello e dalle innumerevoli pieghe; la rilegatura dei protocolli operativi ad anelli di metallo a scatto; le pulsantiere dei comandi a bottoni quadrati/rettangolari scanalati; le chiusure manuali dei boccaporti delle stazioni e delle navicelle; le valvole a rubinetto che regolano i livelli di ossigeno...


TFK

2 commenti:

Lidia Zitara ha detto...

Come sempre, il blog dei Cinemaniaci dice tutto in maniera equilibrata.
Anche io ho le medesime sensazioni riguardo al film.
Una "cosa buona" è la breve durata. Una trama così non avrebbe tenuto due ore. Giusto chiuderla prima. per me un buon film, ma niente di memorabile. Molto distante da "2001", sia come tematiche che come stile, a dire il vero non capisco come la critica li abbia più volte accostati

nickoftime ha detto...

Ciao Lidia,
d'accordo con il tuo pensiero a proposito dell'accostamento Gravity/2001...

personalmente ho apprezzato due cose:la prima è la sensazione di straniamento quando al termine del film ho dovuto fare i conti con la certezza che quello che avevo visto non era vero ma frutto di sofisticati effetti speciali.

La seconda invece riguarda il coraggio di Cuaron che ha investito tanta magnificenza in un film praticamente da "camera", con personaggi e dialoghi praticamente rarefatti..per me una scommessa vinta.

buona giornata