sabato, febbraio 28, 2015

IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

Il segreto del suo volto
di Christian Petzold
con Nina Hoss, Ronald Zerhfeld
Germania, 2014
genere, drammatico
durata, 98' 



Per coloro che avevano avuto modo di vedere "La scelta di Barbara" di Christian Petzold, non deve essere stata una sorpresa. Eppure anche di fronte alla conferma di un talento emerso dopo anni di gavetta si rimane comunque stupiti. Perchè "Il segreto del suo volto", il nuovo film del regista tedesco, doveva confrontarsi con un tema, quello dell'olocausto che per forza di cose lo metteva a rischio di una certa dose di retorica intellettuale ed emotiva. La storia, ambientata nella berlino che si apprestava a rinascere dalle ceneri della seconda guerra mondiale aveva per protagonista, Lenny, ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento e costretta a cambiare volto per ripare ai danni lasciateli da quella terribile esperienza. Sorvolando sul valore simbolico innescato dal gioco di rimandi provocato dalle caratteristiche di un cambiamento fisiognomico che mette in scena il dramma di un popolo costretto a nascondere la propria identità, "Il segreto del suo volto" sfugge alle convenzioni del genere inscenando una sorta di thriller hitckockiano, allorchè la donna sotto mentite spoglie si ritrova a impersonare se stessa per conto dell'ignaro marito che attraverso la "resurrezione" della moglie creduta morta, spera di impossessarsi della di lei eredità.

Siamo dalle parti de "La donna che visse due volte", con la brava Nina Hoss nella parte di Kim Novak, a impersonare il doppio ruolo di vittima e carnefice del mondo che l'ha tradita e che ora pretende di far finta di nulla. E non solo, perchè il paesaggio ambientale e sopratutto emotivo, con il martirio psicologico di Lenny, pronta a sacrificare se stessa pur di ritrovare il proprio amore, ricorda un modello femminile molto vicino a quello raccontato da Rainer Werner Fassbinder.


Senonchè "Il segreto del suo volto", sulla scia del film che lo aveva preceduto, opera un salto netto rispetto alla maggior parte delle storie d'amore oggi in circolazione, proponendosi nella forma di un melò raffreddato che risulta tanto più coinvolgente quanto più risultano implosi i sentimenti che lo attraversano. Petzold ci riesce, oltrechè per la bravura degli attori (la Hoss come pure Ronald Zerhfeld era stati protagonisti di "La Scelta di Barbara"), grazie ad un montaggio fatto di stacchi netti, che rimandano ad oltranza il momento della catarsi, e ad un uso della messinscena che nell'iperrealismo dei colori e nell'uso espressionistico delle ombre, riesce a far parlare gli stati d'animo dei protagonisti. Con in più il gioiello della scena finale, una delle più belle tra quelle che possiamo ricordare, in cui le note e le parole di "Speak Low" di Kurt Weill cantata da Nelly sublimano in maniera perfetta la tragedia della Shoah e insieme costituiscono un inno all'amor perduto destinato a rimanere nel cuore del fortunato spettatore. Presentato in anteprima al festival di Toronto e, fuori concorso, all'ultima edizione del festival di Roma, "Il segreto del suo volto" è un film da non lasciarsi sfuggire.

venerdì, febbraio 27, 2015

PATRIA

Patria
di Felice Farina
con Francesco Pannofino, Roberto Citran
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 87'


Miscelare poesia ed analisi sociale, specie col mezzo cinematografico, è un'operazione assai complessa e rischiosa. Impresa tentata, e solo in piccola parte riuscita, nel "Patria" di Felice Farina.

Protagonista è Salvo, operaio - a sua detta di destra/"berlusconiano" - che, alla notizia della chiusura della fabbrica, s'arrampica in cima ad una torretta per iniziare la sua protesta assieme al collega rappresentante sindacale/acerrimo nemico comunista.

Interessante notare come il montaggio, andando a ricercare un po' i modi dell' "Hiroshima mon amour" di Resnais, costruisca minuziosamente, attraverso un'alternanza d'immagini di repertorio solo in apparenza casuale, la storia disastrosa/-ata della prima e della seconda Repubblica. A ridimensionare questo pregevole lavoro di stampo poetico/documentaristico c'è, però, la storia di finzione, che regge poco sul piano della sceneggiatura, aggiungendo pressoché nulla all'interessante dialettica cui facevamo cenno in precedenza, perdendosi anzi in una retorica melensa e prolissa.

Nonostante nel film di Farina in larga parte, bisogna dirlo, il cinema non assolva al proprio compito, "Patria" ha il pregio di mostrare come gli eventi della storia italiana, dal secondo dopoguerra in poi - e questo è un aspetto che getta una luce tutt'altro che positiva sull'avvenire - siano il naturale e fluido susseguirsi di un dramma che, gettando un occhio lucido sull' hic et nunc della nostra italietta, sembra non avere fine: la Storia non insegna, ritorna.
Antonio Romagnoli

giovedì, febbraio 26, 2015

VIZIO DI FORMA

Vizio di forma
di PT Anderson
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Jena Malone, Owen Wilson
Usa, 2014
genere, giallo, commedia, drammatico, grottesco
durata, 148' 

 
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Seppur paradossale, un buon inizio per parlare onestamente di “Vizio di Forma” (Inherent Vice), è tenere a mente quale propria guida e traguardo, ciò che disse Rainer Maria Rilke, e cioè che le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica.Vizio di forma è il settimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson e il primo adattamento cinematografico del testo di uno dei novellisti più interessanti e complessi
dello scorso secolo, Thomas Phynchon. Quando Shasta (Katherine Waterstone) si palesa in casa dell'ex fidanzato Larry Sportello, soprannominato "Doc" (Joaquin Phoenix, e si è già detto tutto), un investigatore privato hippie tossicodipendente, supplicandolo di aiutarla ad uscire dai pasticci, siamo catapultati in un turbinio di situazioni paradossali e allucinatorie senza capo nè coda. Il rischio di perdersi nei meandri della trama e delle vicende in cui Doc
deve infilarsi cautamente, o in cui si trova più spesso invischiato, è altissimo, ma forse questa volta dobbiamo rassegnarci e, per dirla sofisticamente, riconoscere che è più furbo chi si lascia ingannare. Voler dare una spiegazione all'Odissea del protagonista è praticamente impossibile nonché inutile e fuorviante, considerando che sin dalla prima scena ci troviamo in un labirinto in cui la Fortuna e il Caso —spesse volte anche il Caos— muovono la trama e gli avvenimenti assurdi in cui Doc si trova coinvolto.  La vicenda, del tutto incidentale, procede a matrioska. Se inizialmente Shasta vuole semplicemente l'aiuto dell'ex per evitare che l'uomo con cui si frequenta —un imprenditore edilizio egomaniacale "tecnicamente ebreo ma che vuole essere nazista"— venga internato in un ospedale psichiatrico dalla moglie e dall'amante di lei, ben presto Doc, si troverà a dover fare i conti, uno dopo l'altro, con la scomparsa di Shasta, con un'ex eroinomane (Jena Malone) il cui marito sassofonista (Owen Wilson) è scomparso in misteriose circostanze, e con molti altri eventi misteriosi. 



L'atmosfera che avvolge questo incessante susseguirsi di avvenimenti è nebulosa e psichedelica, certamente debitrice di The Long GoodBye —non sarà un caso se la pellicola ha vinto l'Altman Award—, di cui Robert Elswit alla fotografia e Anderson alla regia hanno evocato l'immagine squisitamente ingenua e granulata —resa grazie al 35 mm—, e il sottofondo noir e surreale. Come nel film di Altman, il protagonista è un disadattato, eroe con tutte le caratteristiche dell'antieroe, che assiste alla collisione dei valori e delle culture che hanno delineato il passaggio dagli anni '60 agli anni '70 in America. La vicenda è ambientata nel 1970 a Gordita Bech, che fisicamente si trova a
Manhattan Beach  (Los Angeles), sebbene la funzione principale che svolge nell'economia del film sia quella di porsi quale sito spartiacque tra le battaglie, gli ideali e le grandi speranze del '68 e gli scompensi autoritari che vennero poi. Seguendo la vicenda attraverso gli occhi di Doc scopriamo assieme a lui che nulla è come sembra:  la politica è complottistica, i funzionari corrotti, gli ideali, ridicolizzati. 


Lo scenario che Anderson va dipingendo è, ancora una volta, tristissimo, perfetta fotografia di quello che per Pynchon sarebbe stato il mondo nuovo, mentre per noi è, ahimè, assodata realtà. Se con “The Master”, aveva dipinto l'alienazione post seconda guerra mondiale e la nascita di settereligiose, e con “There Will Be Blood” la nascita di una nazione, ora con Inherent Vice, abbiamo la consapevolezza che ogni ideale puro o romantico é svanito del tutto, e che questo film altro non è che un amaro ritratto di un piccolo mondo antico.
Erica Belluzzi 

martedì, febbraio 24, 2015

IO STO CON LA SPOSA

Io sto con la sposa
di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry
Italia, Palestina
genere, docu-fiction
durata, 89'
 

Negli scorsi mesi si è fatto un gran parlare di "Io sto con la sposa", film indipendente realizzato da un gruppo di attivisti in lotta per i diritti di migranti e i richiedenti asilo politico.
Peccato che, scemata l'onda dell'entusiasmo radical-alternativo per il film, l'argomento sia praticamente già caduto nel dimenticatoio, e fra cento anni i nostri figli leggeranno sui libri di storia che migliaia di persone sono morte nella speranza di riuscire ad attraversare un mare che è di tutti.
Il 20 ottobre 2013 alla stazione Garibaldi di Milano tre amici al bar, Gabriele del Grande —giornalista e scrittore—,  Khaled Soliman Al Nassiry —poeta ed editore— e Tareq Al Jabr —poeta e traduttore—, furono avvicinati da un ragazzo palestinese che chiese loro da quale binario partisse il treno per la Svezia.  Dopo avergli risposto che non era previsto alcun treno con quella destinazione, lo interrogarono sulla sua storia, scoprendo così che Abdallah era uno dei pochi superstiti del naufragio di Lampedusa dell'11 ottobre, durante il quale 250 migranti persero la vita o furono dispersi in mare. Lentamente prese forma nei tre amici l'idea di inscenare un matrimonio —d'altronde, chi fermerebbe mai un corte nuziale?— e condurre così Abdallah e altri quattro palestinesi e siriani scampati a Lampedusa, in Svezia, paese che rappresenta un'eccezione europea per quanto concerne la concessione di diritto d'asilo a rifugiati politici.


Trovata la sposa, Tasmin Fared, un'attivista politica amica dei tre registi-i errori del piano, in meno di due settimane crearono una vera e propria troupe cinematografica. È estremamente difficile volere definire "Io sto con la sposa" entro i confini di un qualche genere preciso. Guardando il diario di bordo di questa strana accozzaglia di uomini e donne elegantemente vestiti che attraversano l'Europa in quattro giorni, dal 14 al 18 novembre 2013 col sogno di raggiungere la terra non promessa ma tanto desiderata, abbiamo la sensazione di avere di fronte un documentario, qualcosa di talmente vero che parlarne in germini cinematografici sembra possa macchiarne la veracità. Eppure di questo si tratta: un documentario su un esperimento antropologico, una missione di salvezza, un audace viaggio della speranza che è al contempo una messinscena, un finto corteo matrimoniale utilizzato come mezzo per raggiungere il fine sperato.


A metà strada fra il Road movie e la fiaba sociale, la realizzazione di "Io sto con la sposa" è stata possibile grazie a un capillare  processo di donazione da parte di più di centomila sostenitori autonomi che sono venuti a conoscenza del progetto tramite un crowdfunding di Indiegogo.
Certo il film non spicca per brio o scioltezza narrativa, i momenti di stasi sono molti, ma considerando che questo prodotto è unico, che alcuni "attori" recitavano una parte ma al contempo rischiavano la prigione se fossero stati scoperti, che altri tecnici hanno seguito la troupe per tutta Europa, e che siamo di fronte a un prodotto inedito, è una fortuna che possiamo condividere insieme ai suoi protagonisti, questo viaggio sentimentale e di speranza verso una vita migliore.
Erica Belluzzi

WORDS WITH GODS

Words with Gods
di Artisti vari
Messico, Usa 2014
genere, drammatico
durata, 129' 


Cosa spinge un regista di successo a disfarsi della proprie abitudini cinematografiche per tornare a frequentare quelle forme di linguaggio utilizzate negli anni degli esordi. Nel caso dei lungometraggi realizzati per il progetto di “Words with Gods” il motivo emerge in maniera netta dal filo rosso che attraversa le tante storie raccontate nel film, incentrate sul rapporto tra l'uomo e il divino. Il tentativo di individuare il legame che unisce l'esistenza delle persone con le forme di religiosità che normalmente le appartengono, costituisce di per sé una sfida alle regole del gusto e del commercio, che un autore ambizioso non si lascia sfuggire.

 
Aiutati e insieme costretti dalle limitazioni del minutaggio, i nove registi che firmano l'opera non si sono fatti pregare ne in termini di fantasia che di poetica, allestendo uno spettacolo che in ogni singolo frammento si mantiene coerente all’assunto di partenza. A far la differenza in questo caso non sono i contenuti del soggetto, ne i dettagli di un rapporto con il divino caratterizzato da sentimenti di inadeguatezza e di smarrimento, descritti così efficacemente dalla pioggia di sangue che conclude il segmento diretto da Guillermo Arriaga; oppure condensati nella disperazione di un uomo che cerca di comprendere il perchè di una tragedia che gli ha portato via moglie e figli, nel passaggio che Hideo Nakata dedica alle vittime dello tsunami del 2004. Perché “Words of Gods” è soprattutto un confronto di realtà geografiche e sociali diverse e di punti di vista spesso agli antipodi: si pensi al grottesco contrappasso della commedia degli equivoci proposta da Alex de la Iglesia, in cui un killer in fuga si ritrova sul letto di morte di un vecchio moribondo per impartirgli l’estrema unzione, accostato alla messinscena teatrale e solenne di Amos Gitai, con la declamazione di brani tratti dall'antico testamento utilizzati per commentare scene di ordinaria belligeranza che rimandano al conflitto israelo palestinese.

Come spesso accade nei film realizzati a più mani, anche "Words with Gods" mostra i suoi difetti quando si tratta di trasformare le peculiarità che lo contraddistinguono in un unicum organico e compatto. Il risultato è necessariamente altalenante e subordinato al desiderio dello spettatore di non perdersi il pezzo di bravura del proprio beniamino. Tra quelli qui presenti (ricordiamo tra gli altri Mira Nair, Warwick Torton, Hector Babenco, Jose Padilha) ritroviamo con piacere Emir Kusturica, corpo massiccio e spirito indomito, prestato alla cinepresa per il percorso d’ascesi del sacerdote ortodosso da lui stesso interpretato. Il tormento gratuito di quella via crucis e l’estasi che ne consegue, è solo uno dei molti percorsi che il film ci propone, ma in eguale misura concorre alla definizione di un’anima che “Words with Gods” dimostra comunque di possedere.

venerdì, febbraio 20, 2015

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL'ESISTENZA

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
di Roy Andersson
con Nils Westblom, Holger Andersson
Norvegia, 2014
durata, 110'


Ci sono pellicole, tanto colte quanto raffinate, di norma molto apprezzate negli ambienti festivalieri, delle quali i pregi esaltati da un pubblico di nicchia diventano paradossalmente difetti agli occhi di fruitori più commerciali.

E' questo il caso di "Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza" - vincitore della settantunesima edizione del festival di Venezia -, tragicommedia suddivisa in trentanove "quadri", che narra di due venditori di maschere e denti da vampiro.

Andersson, regista che dimostra di possedere un intelletto fine, miscela il solito gusto nonsense scandinavo ad innovazioni linguistico/immaginifiche permesse da un'abile e ragionata decodifica dello strumento digitale.

L'errare quasi strascicato dei protagonisti - i quali potrebbero essere benissimo personaggi creati dalla penna di Beckett - conduce a soffermarsi, in maniera neppure troppo seria - e la poca seriosità è stranamente l'elemento più inquietante -, sul martirio che l'uomo infligge a sé stesso nell'invenzione e nella reiterazione del quotidiano e, quindi, sull'impossibilita di trarne godimento. 

"Un piccione seduto su un ramo..." nasconde dietro vari elementi - farsa/dramma; apatia/agonia; morte/marketing -  la fine annunciata e/o già avvenuta della nostra presunta contemporaneità. La stasi, dunque attesa, diventa illusione del divenire, dunque ricerca - ricerca che, quindi, è destinata a fallire -, andando a determinare la condizione attuale-eterna-senza scampo dell'umanità:

En cherchant Godot.
Antonio Romagnoli

giovedì, febbraio 19, 2015

CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO

50 sfumature di grigio
di Sam Taylor Johnson
con Dakota Johnson, Jamie Dorman
Usa 2105
genere, drammatico
durata, 125'

Se, come crediamo, l'intenzione dei produttori era quella di creare un macchina acchiappa soldi, possiamo dire che l'intento sia stato raggiunto e che "50 sfumature di grigio" è fin da adesso uno dei film più importanti della stagione. Aggiungiamo per onesta di cronaca che il compito non era dei più difficili, trattandosi di tradurre in immagini uno dei libri più letti del pianeta e sapendo in anticipo che il sesso sopratutto se torbido come quello descritto dalla scrittrice inglese E L James costituisce l'elemento che più di altri spinge lo spettatore medio alla visione di un film. 


Appurato che gli inserti dedicati ai torridi accoppiamenti tra Anastasia Steele (Dakota Johnson)  e Christian Grey (Jamie Dornan) almeno sullo schermo non mostrano niente di più che non possa essere visto su un qualsiasi canale televisivo, insomma roba da educande o poco più, quello che rimane da rilevare si trova soprattutto nelle caratteristiche dell'innamoramento tra i due personaggi, che ripropone per somme linee la favola di Cenerentola e del principe azzurro rimodellata su principi di un edonismo estetico esasperato e vuoto. Se poi aggiugiamo la presenza di una sottotrama che, nel tentativo di Anastasia di convertire il suo amante a più salutari principi, mette in scena quelle caratteristiche femminili di martirio e di redenzione che la ragazza incarna quando sceglie di sottomettersi alla personalità dominante del suo partner, allora c'è ne abbastanza per affermare che "50 sfumature di grigio" altro non è che il remake di una vicenda che appartiene alla storia del genere umano, e in particolare all'eterno dualismo tra ragione e sentimento.  Al di là di ogni giudizio, il film potrebbe diventare il reperto di una civiltà in declino per mancanza di idee.

SELMA


Selma
di Ava Duverany
con David Oyelowo, Tom Wilkinson, Cuba Gooding Jr.
Usa, 2014
genere, biografico
durata, 127'

Nell'epoca di Obama, presidente degli Stati Uniti d'America, il colore della pelle può diventare un business molto remunerativo, sia in termine di soldi che di considerazione. Evitando di ripetere in questa sede le implicazioni sociologiche e politiche connesse con il desiderio di ricompattare un paese lacerato dalla strage dell'11 settembre, rilanciando un sentimento di unità nazionale capace di coinvolgere le cosiddette minoranze storiche, è impossibile non rilevare come il vento del cambiamento abbia influenzato la produzione cinematografica statunitense. E non è forse un caso che a beneficiarne sia stata proprio la comunità afroamericana promossa al ruolo di protagonista da una serie di film (da "12 anni schiavo" a "The Butler") che ne rivisitano le tappe più importanti e drammatiche della sua emancipazione. Va in questa direzione anche il nuovo lavoro di Ava DuVerany, appena nominata agli Oscar per la regia di "Selma", ricostruzione degli eventi che nel 1965  videro Martin Luther King alla testa di una marcia organizzata per protestare contro la violazione del diritto di voto dei cittadini di colore da parte del governatore dello stato dell'Alabama George Wallace. 
 
 
Perfettamente in linea con quel tipo di cinebiografia che fa di tutto per rendere commestibile (e quindi commerciale) l'eccezionalità dei suoi protagonisti, "Selma" ha dalla sua il fatto di raccontare il passato senza isolarlo dal tempo presente ma anzi di metterlo in comunicazione con la nostra contemporaneità, identificabile negli scenari di intolleranza e di disuguaglianza sociale come pure negli echi di una guerra sporca e lontana  (in Vietnam) che sembrano parenti stretti della "crisi" che attraversa le nostre vite. Ecco che allora, pur nella consapevolezza di un resoconto che mette in secondo piano le contraddizioni dell'uomo (incostante sul piano dei rapporti coniugali)  per esaltare il carisma del "predicatore", non si può fare a meno di partecipare alla vicende raccontate sullo schermo con una partecipazione più coinvolta ed emozionata del solito. Se poi aggiungiamo che "Selma" rompe anche un tabu cinematografico, facendo di Ava DuVerany la prima regista afroamericana nominata agli Oscar allora il dado è tratto e il film inevitabilmente promosso.

lunedì, febbraio 16, 2015

BYZANTIUM

"Byzantium".


di: N.Jordan.
con: S.Ronan, G.Arterton, S.Riley, D.Mays, C.Landry Jones, J.Lee Miller.

- Irl, GB 2012 -
117'



"Io ricordo tutto. Questo e' il mio fardello", commenta a voce bassa, assorta, quasi tra se', Eleanor/Ronan di fronte al suo giovane interlocutore, Frank/Landry Jones, che tenta di aprire timide brecce in un riserbo che appare inscalfibile, protetto com'è da un segreto secolare sconvolgente. E proprio il ricordo, malinconico, a volte struggente, assieme ad una delle sue architravi maggiori - la nostalgia - e in parallelo ai furori del desidero e alle incognite del tempo, percorre, al modo delle pagine di diario redatte con febbrile mestizia dalla stessa Eleanor, "Byzantium", ultimo lavoro di Neil Jordan - datato 2012 - dopo l'incursione nella tradizione gaelica di "Ondine" (2009).

Se, come ha notato anche Houellebecq, "la nostalgia non e' un sentimento estetico, e non e' neanche legata al ricordo di una felicita'. Si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male", e' pensabile, una volta operata accorta torsione del contesto - nel caso, fantastico-horrorifico, imperniato sulle vicende di due donne vampiro, essendo l'altra Clara/Arterton - ipotizzare un'ulteriore sfumatura drammatica di questo concetto legata al destino privilegiato ma crudele dei cosiddetti non-morti, inchiodati qui in una sorta d'infinita adolescenza e prima giovinezza, inerente lo smacco di una nostalgia per terre mai viste, per esistenze alternative, proprio per questo in teoria in grado di spezzare i vincoli di un'eternità esuberante ma coatta: Bisanzio, appunto, ipotesi evocativa quant'altre mai di un'idea di approdo ove consumarsi in via definitiva o rinascere, provvisoriamente materializzata nelle architetture fatiscenti di un omonimo Hotel affacciato su un mare più cupo del cielo che lo sovrasta.

La parabola viziosa di Eleanor e Clara, vincolata nel cerchio di istanti che sembrano trascorrere ma in realtà si limitano ad allungare gli estremi di una decrepitezza i cui tratti esteriori restano sempre e comunque gentili e floridi, si nutre, per un verso, dei canoni e delle convenzioni tipiche del genere che, come si sa, ha precedenti letterari e cinematografici - addentellati inclusi - sterminati, arricchita, qua e la', di un gusto ematico-sessuale diretto, pressoché innocente, nella sua prorompente inesorabilità: ingordo e impetuoso quello di Clara, al passo con l'uso di un corpo sodo e desiderabile, espediente infallibile e fonte inesauribile di sostentamento; più tormentato, sul cammino appena abbozzato di una impossibile sublimazione, come punteggiato da alterni sensi di colpa o dubbiose ritrosie, quello di Eleanor; per l'altro, si astiene, pressoché del tutto, da una raffigurazione saccente o trionfante del personaggio-vampiro, optando per un intimismo di fondo spossato, quasi sine nobilitate, in ogni caso privo di echi "dandy" o della tetra grandeur spesso consustanziale a questo spicchio d'immaginario e da Jordan stesso raccontata oltre vent'anni fa in "Intervista col vampiro". Clara ed Eleanor - tanto la Arterton e' a suo agio nel disporre, grazie ad un erotismo intraprendente, delle miserie umane, al punto da eliminarle quando si frappongono sulla via dell'autoconservazione; tanto la Ronan, occhicerulea, di continuo in bilico tra incredulità, flebile fiducia e afflizione, tratteggia Eleanor come una creatura scissa tra un metabolismo dannato che pretende l'appetito famelico del sangue e un animo che invoca la quiete o, quantomeno, la condivisione di un destino impietoso - attraversano insieme lo spazio e i giorni fissando dimora dove capita (in genere fra i resti degradati di una modernità la cui desolazione e' pari solo alla sua presunta - in ogni caso, gelida - funzionalità), litigando, nutrendosi, forzando la fatale indole entro i contorni di una fragile stabilita', sfuggendo le insidie di persecuzioni arcane e remote, divise tra determinazione a resistere e anelito ad una tregua, mentre attorno a loro si svolge l'ennesima versione di un mondo inospitale tante volte già incontrato, giunto oggi ad accomunare nell'eterno presente - sebbene su piani diversi, eppure, paradossalmente, non così distanti - vampiri e uomini, entrambi ormai, forse, del tutto impossibilitati a fare tesoro delle parole già disincantate di Yeats: "Appena libero dalla natura/mai più assumerò la mia forma corporea da una qualsiasi cosa naturale/Ma piuttosto una forma come quella che gli orefici traggono dall'oro.../A cantare ai signori e alle dame di Bisanzio/Di ciò che e' passato, di ciò che sta passando o che verra'".

Tratto da un testo teatrale, "A vampire story", di M.Buffini, "Byzantium" e' stato presentato nel 2012 al Toronto Film Festival. Non e' mai arrivato nelle sale italiane.

TFK

sabato, febbraio 14, 2015

"DOVE SIETE FINITI TUTTI?"- ATTORNO A "CHELSEA ON THE ROCKS" DI ABEL FERRARA

Chelsea on the Rocks
di Abel Ferrara
Usa, 2008
genere , documentario
durata, 88'


L’Hotel Chelsea, illustre alloggio di svariate celebrità - da Mark Twain a Jimi Hendrix; da Dylan Thomas a Stanley Kubrick; da Frida Kahlo  a Jack Kerouac che, peraltro, lì scrisse “On the road”, dai più riconosciuto come testamento della beat generation -, situato la seven e l’eight avenue di Manhattan, viene ripreso dall’occhio dissacrante e dissacrato di Abel Ferrara.

Barcamenandosi tra testimonianze e racconti - laddove la realtà è più bizzarra di qualsiasi edulcorata e fittizia immaginazione - di chi è stato al Chelsea, senza mostrare didascalie che identifichino gli intervistati e, soprattutto, mescolando scene ricostruite a perle di repertorio - tutto nel tentativo, sublime e raffinato, di ricreare in chi guarda un’atmosfera simile a quella respirata da chi l’ha vissuto -, Ferrara immagina, a ragione, le camere di quell’albergo come un crocevia della morte dal quale sono passati, necessariamente, tutti coloro che hanno rappresentato il definitivo crepuscolo degl’idoli.

Tutto quello che succede nel Mondo succede a New York, tutto quello che succede a New York succede al Chelsea”.


Luogo di culto, vero e proprio templio di artisti e bohémien - o presunti tali -, gestito da Stanley Bard - più un mecenate che un gestore d’albergo -, il Chelsea era effettivamente un microcosmo che viveva il/del costante frantumarsi del sogno americano - e che, sempre grottescamente al passo coi tempi, ancora vive, vista la nuova gestione che ne ha cancellato il passato, per quanto controverso, dedicandosi alla più bieca speculazione -. Parimenti Ferrara, che da attento osservatore ed analista non si ferma alla mera fascinazione estetica dei trascorsi all’interno di quelle stanze - più che altro i classici cliché, scontati quanto inevitabili, ricamati attorno al “sex, drug and rock ‘n’ roll: in particolare qui si ricalcano le figure trasandate e controverse di Sid Vicious e di Janis Joplin -, affianca le immagini, accompagnando la parabola del Chelsea parallelamente alla storia americana contemporanea, del Vietnam e dell’attentato alle Twin Towers: il primo avvenimento che va di pari passo con gli anni della contestazione, delle lotte per i diritti civili, del fermento culturale ed artistico - tra i tanti, Arthur C. Clark lì scrisse “2001-Odissea nello spazio” -; il secondo invece, definitivamente, per forza di cose, rappresenta il crollo del castello di carte/termine dell’illusione - come dicevamo sopra, la nuova gestione è mirata in ottica esclusivamente speculativa, difatti gli abitanti storici che ancora risiedevano al Chelsea sono stati tutti sfrattati; in precedenza l’Hotel, e Bard in particolar modo, seppur con tutte le contraddizioni del caso, faceva del dare una mano agli artisti il proprio unico intento -.

La frase scelta come titolo di quest’articolo - che, per inciso, Ferrara pone al termine del documentario, messa in bocca ad una Joplin che la urla camminando spaesata tra i corridoi ormai vuoti dell’albergo - sembra sancire, quindi, la fine di un’epoca o, più semplicemente, la fine:

Dove sono finiti tutti?
Antonio Romagnoli




venerdì, febbraio 13, 2015

SEI MAI STATA SULLA LUNA?

Sei mai stata sulla Luna?
di Paolo Genovese
con Roul Bova, Liz Solari, Sergio Rubini, Emilio Solfrizzi
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 90'
 
 
 
 
Che la commedia italiana rappresenti l'anima più commerciale del nostro cinema è un fatto acclarato. A dirlo sono prima di tutto i numeri che riguardano non solo l'ingente quantità di biglietti staccati al botteghino ma anche la grande mole di capitali investiti nello specifico settore. Una tendenza questa, che non può essere disgiunta dal valore intrinseco dei singoli film ma che anzi deve essere tenuta in considerazione in sede di analisi per cercare di valutare al meglio il lavoro di un autore sulla cresta dell'onda come Paolo Genovese, e di un film, "Sei mai stata sulla Luna?", che è paradigmatico dei pregi e dei difetti della sua categoria.
Proveniendo dal mondo della pubblicità, Genovese è un uomo di mestiere nel senso più stretto del termine, per il fatto di concepire il suo lavoro in funzione del pubblico e di pensare in termini di immagini. Nel cinema questa attitudine si è tradotta in una capacità di sintesi e in una chiarezza di linguaggio che deve molto alla cura del comparto visuale, e in particolare alla ricchezza di informazioni contenute all'interno della cornice filmica. "Sei mai stata sulla luna" se ne giova quando si tratta di caratterizzare un universo fatto di antipodi, con il lusso freddo e sfarzoso della grande metropoli opposto al colori naif dello strapaese meridionale e pugliese, come pure nell'enfatizzare le distanze tra l'attivismo presenzialista e nevrotico di Guia (Liz Solari), la manager di moda protagonista della storia, e lo spontaneismo ruspante e un pò gaglioffo di Tony (Raoul Bova), il fattore della masseria che la donna ha deciso di mettere in vendita. 
 
 
Diversamente, nel momento in cui la storia prende piede, e la favola della "bisbetica domata" si trasforma in una sorta di apologo delle vita agreste e delle virtù contadine, con la bellona convertita al pragmatismo cafone ma sincero del suo aitante pretendente, il film mostra la sua debolezza, non riuscendo mai a rispondere in termini di contenuti alla precisione dell'allestimento scenico. Stereotipi e prevedibilità abbondano in un film che comunque riesce a intrattenere grazue alla solidità degli attori (Da Sergio Rubini a Emilio Solfrizzi) chiamati a dar manforte alla fotogenia delle due primedonne.
 
 
Ma il punto non è questo, perchè qui non si tratta di mettere alla gogna un film che nelle sue premesse popolari e generaliste si porta a casa comunque il risultato, quanto di fare il punto sull'omologazione di un genere come quello della commedia, costretto a svendersi per tenere testa all'inesauribile sete di un mercato schizzofrenico e monotematico. Se poi aggiugiamo che, sempre più spesso, i campioni d'incasso sono proprio quei film che sacrificano la confezione all'anarchia (A parte il fenomeno Zalone ricordiamo gli exploit di Francesco Mandelli e Maccio Capotonda) allora è evidente che il mercato è saturo e il cambiamento, necessario.

giovedì, febbraio 12, 2015

LA SCOMPARSA DI ELEANOR RIGBY

La scomparsa di Eleanor Rigby
di Ned Benson
con Jessica Chastain, James McAvoy, William Hurt, Isabelle Huppert
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 123'

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore. Se lo chiedeva Raymond Carver in uno dei suoi racconti meglio conosciuti e citati ("Birdman" di AG Inarritu si apre proprio con una frase tratta da quest'ultimo). Amare ed essere amati rimane ancora oggi una delle condizioni fondamentali dell'esistenza umana, eppure almeno nel cinema attuale il tentativo di scavare e comprendere questa dimensione emotiva non gode di grande considerazione. A meno che non si tratti di un nume tutelare - pensiamo a Truffaut ma anche a Eric Rohmer, tanto per restare in Francia - i film che ci hanno provato sono stati snobbati sia dalla critica, quasi sempre a disagio quando si tratta di scrivere di una materia che per forza di cose la mette in gioco sul piano più intimo e personale, che dal pubblico, ingolfato di feuilleton televisivi e perciò ansioso di scrollarsi di dosso il surplus ansiogeno prodotto da quel genere di storie, privilegiando i sorrisi e le risate delle nostre cinecommedie. 
Solo così si può spiegare l'insuccesso di un film come "La scomparsa di Eleanor Rigby", melodramma sentimentale che viviseziona le cause di un matrimonio ormai finito, ragionando sui motivi di una separazione, quella tra Eleanor e Connor, analizzata secondo i punti di vista, distinti e separati, delle parti in causa. Se il progetto originale prevedeva due diversi lungometraggi (regolarmente presentati al festival di Cannes 67), ognuno dei quali dedicato all'esperienza del singolo personaggio, il film che il pubblico avrà modo di guardare altro non è che una combinazione di entrambi i segmenti, sintetizzati e messi insieme per favorire la distribuzione nelle sale cinematografiche. 


Seppur stravolto nel suo intento originale, il film diretto da Ned Benson non manca certo di coinvolgimento, catapultandoci senza troppo tergiversare nel mezzo di un dramma già conclamato, e poi ribadito dal tentato suicidio di Eleanor, salvata per "caso" dal suo istinto di morte e quindi ricoverata presso la casa degli spaventati genitori. In attesa che il destino faccia il suo corso, il film racconta il tentativo di aggrapparsi al ricordo di un amore distrutto dalla perdità di un figlio ma soprattutto descrive "la scomparsa" di quello stato di grazia che aveva accompagnato i momenti più belli di quella relazione. 
 

Una dimensione interiore che il debuttante Ned Benson traduce con una scrittura classica, fatta di riferimenti cinematografici espliciti ("Un uomo e una donna" di Claude Lelouch) di situazioni raccontate in modo minimale (si pensi alla scena, splendida, del tentato suicidio, gestita in un contesto di assoluta quotidianità) e di una disperazione dignitosa e muta. Di certo non possono sfuggire allo spettatore più avvezzo le conseguenze in negativo di un editing così sostanzioso (circa 60' in meno della versione originale) , come lo è per esempio il divario di spessore psicologico tra i due protagonisti e le figure familiari, la cui importanza nell'economia del film è più intuita che dimostrata. Una riduzione che non riesce a scalfiggere la cristallina interpretazione di Jessica Chastain, empatica senza enfasi nel suo ruolo di donna tradita dalla vita. A lei e al suo personaggio va il nostro cuore, e pensiamo, quello delle spettatrici.

TAKEN 3- L'ORA DELLA VERITA'

Taken 3- l'ora della verità
di Oliviere Megaton
con Liam Neeson, Forest Whitaker, Maggie Grace, Famke Janssen
Francia, 2015
genere. azione
durata, 112'
Giunta al suo terzo capitolo la saga di Bryan Mills, ex agente della CIA costretto a tornare in azione per difendere la sua famiglia non mostra segni di stanchezza, rilanciando le avventure del suo protagonista all'interno di un panorama perfettamente integrato  con luoghi  e iconografie  dell'action movie americano. Una metamorfosi non casuale quella di "Taken", e in totale sintonia con la carriera del "produttore" Luc Besson, il tycoon francese capace di venire a patti con le radici della sua cultura, liofilizzata negli aspetti più nobili e successivamente espansa attraverso una grandeur rintracciabile non solo nella fiducia di poter competere - dal punto di vista commerciale - con le major hollywoodiane, sfidate e più di una volta surclassate sul loro stesso terreno (gli stratosferici incassi di "Io vi troverò" e di "Lucy" ne sono un esempio) ma di poterlo fare con una mimesi estetica che ha pochi precedenti.


"Taken" nasceva come tipico prodotto di rincalzo, pensato e realizzato come "copia conforme" dell'originale americano: era infatti un action movie che mutava le caratteristiche di genere, applicandole però ad un contesto prettamente imitativo. Besson e chi per lui ( ieri Pierre Morel, oggi Oliviere Megaton) immaginarono una Parigi losangelina, trapiantandovi una storia la storia di un giiustiziere americano costretto a volare in Europa per salvare moglie e figlia rapite da una banda di manigoldi.  A parlare inglese era il ritmo incalzante delle sparatorie e degli inseguimenti come pure il protagonista Liam Neeson, attore allora in ribasso ma abbastanza yankee per essere annoverato nella categoria del bad cop cinematografico. Oggi invece, e qui arriviamo a "Taken 3 - L'ora della verità", la sensazione è quella di trovarsi di fronte al classico film d'azione americano: non solo perchè dopo una serie di avventure ambientate totalmente o in parte nel vecchio continente, gli Stati Uniti ritornano a essere il naturale far west della storia, e neanche per il fatto che Neeson, rivitalizzato dall'entusiasmo degli spettatori ha nel frattempo acquistato l'dentità necessaria a imporre il suo personaggio senza bisogno di ricorrere ad "aiuti" esterni. La ragione più intima e forse più banale risiede invece nella trama di una sceneggiatura che rispettando il trend in vigore (da "Tovarek" a "The Equalizer") scegli i cattivi di turno tra i figli della nuova Russia. Un omologazione non da poco per un prodotto scontato ma comunque godibile. Gli spettatori applaudono divertiti e questo basta a Besson per continuare ad andare avanti senza troppi cambiamenti.

martedì, febbraio 10, 2015

THE PRESIDENT

The President
di Mohsen Makhmalbaf
con Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili
Iran 2014
genere, drammatico
durata, 115' 




Sebbene la finzione filmica si premuri di affermare fin dal primo fotogramma che la storia narrata da Mohsem Makhmalbaf, regista iraniano in esilio da dieci anni, è ambientata in un paese sconosciuto, allo spettatore d'oggi verranno alla mente fin troppi luoghi in cui essa potrebbe aver avuto luogo. "The President" narra la parabola di successo, caduta e (forse) redenzione di uno spietato dittatore che un giorno, a seguito di un colpo di stato, cade in disgrazia ed è costretto a fuggire assieme al nipotino dall'odio dei suoi sudditi, divenuti ora i suoi aguzzini.

Il dittatore, chiamato "Sua Maestà" persino dai membri della famiglia, vede riversare contro di sé l'odio con cui ha trattato il suo popolo.
Le parti si invertono: il sadismo, il cinismo e la brutalità con cui per anni ha regnato, vengono usati contro di lui da genti esauste, incapaci ormai di conoscere altra legge che non sia quella della vendetta e dell'odio.
La ragione ha abbandonato la mente di ogni persona che egli incontra lungo la sua fuga; i militari che prima lo proteggevano ora gli danno la caccia, la sua famiglia lo abbandona, mentre i contadini che un tempo tenevano appesa in casa la sua fotografia, ora ne inneggiano la morte, speranzosi di poter riscuotere la taglia posta sulla sua testa.

Il film, girato in Georgia, spicca per una scenografia parlante, in cui il paesaggio, roccioso e austero, amplifica le efferatezze cui il protagonista assiste lungo la fuga: sfruttamento minorile, violenze, stupri, torture, realtà che l'uomo  tenterà  di spiegare al nipotino fingendo che tutto quello scenario di guerra non sia altro che lo sfondo falso di una pantomima.Certo questa messinscena richiama l'intelaiatura di "La vita è bella", con la piccola differenza che mentre in questo caso i due si limitavano a fuggire dal male senza averlo minimamente causato, in "The President" il dittatore è vittima e artefice della sua stessa ignobile fine.

Mentre i primi minuti del film ritraggono la famiglia reale nella sontuosa e scintillante reggia da cui viene presa ogni decisione riguardante il destino di un'intera nazione, man mano che la vicenda avanza la caduta viene enfatizzata anche da colori sempre più cupi e tetri, in sintonia con l'ambiente petroso in cui nonno e nipote si trovano, piccoli e miserabili come qualsiasi altro uomo in fuga dalla guerra civile.

In questo senso emblematica è la trasformazione fisica cui il protagonista andrà soggetto, prima fiero nei suoi panni regali, poi curvo e sofferente, simile a un qualsiasi barbone coi capelli lunghi e la barba incolta, il viso segnato dalla sofferenza. Se inizialmente il personaggio del protagonista non suscita in noi alcuna empatia, in un secondo momento diviene ai nostri occhi più umano, quasi fosse un nonno qualsiasi che cerca di difendere il nipote dagli orrori della guerra. In ogni momento della turbolenta vicenda, il presidente protegge disperatamente il bambino, forse proiezione del suo infantilismo e dell'amore per lo status privilegiato di cui godeva, tutelandolo dalla crudele realtà.

Nonostante questi accenni impressionistici siano sufficienti a delineare efficacemente la psiche del protagonista, pare che lo scopo di Makhmalbaf sia stato quello di portare lo spettatore a riflettere su un tema tanto caro alla politica d'oggi e di ieri, se cioè la coazione e la reiterazione della violenza  ai danni del vecchio oppressore possano davvero essere le fondamenta di uno Stato pacifico.
Puo la democrazia nascere da un gesto violento?
Dalla tragedia greca passando per Shakespeare, quello della vendetta è un tema assai caro alla tradizione occidentale e, ahimè, attuale: la scena finale in cui il popolo trova il dittatore è certamente memore dell'impiccagione di Saddam Hussein. Al contrario, con raffinatezza ed  eleganza il regista è in grado di ricreare un mondo di violenze e barbarie mantenendo sempre alta la pudicizia delle immagini, che non descrivono volgarmente ma permettono piuttosto che sia lo spettatore ad immaginare.

Erica Belluzzi

domenica, febbraio 08, 2015

JUPITER- IL DESTINO DELL'UNIVERSO

Jupiter-Il destino dell'universo
di Wachowski
con Channing Tatum, Mila Kunis, Eddy Redmayne
Usa, 2015
genere, fantascienza
durata, 127'



Lo scopo ultimo/unico dell’uomo moderno è il profitto.
I fratelli Whachowski, che nella propria filmografia annoverano titoli di alto livello - secondo noi anche il recente “Cloud Atlas”, stroncato da critica e pubblico, è un titolo meritevole  alla pari dei film più riusciti -, sembrano aver voluto costruire attorno a quest’epitaffio/incipit l’ultima fatica titolata “Jupiter”.

Il film narra di una moderna Cenerentola - interpretata da una Mila Kunis poco convincente, sicuramente attrice più adatta alle piccole commedie americane - che, per questioni genetiche, si trova ad essere una sorta di regina che ha potere su buona fetta dell’universo conosciuto e non. 

Nonostante il film sia visivamente d’impatto - si ripesca moltissimo, tra gli altri, dall’immaginario appartenente a Terry Gilliam, che non a caso in “Jupiter” fa una figurazione speciale -, la tematica trattata, seppur in voga nella più recente produzione cinematografica, non è ben approfondita e sembra restare in superfice, così come il contorno poco “corccante” fornito da una sceneggiatura per lo più di basso livello.
Nonostante sia mirabile il tentativo di vagliare e sperimentare il più possibile su territori nuovi, gli autori di “Matrix”, questa volta, arrivano a partorire un’opera inconsistente come forse mai avevano fatto - i sequel di “Matrix”, ovviamente sono esclusi -:

A dirla tutta, l’unico colpo di scena del film è che Sean Bean non muore.
Antonio Romagnoli

sabato, febbraio 07, 2015

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE!

Non sposate le mie figlie!
di Philippe de Chauveron
con Christian Clavier, Chantal Lauby, Ari Abittan
Francia, 2014
genere, commedia
durata, 97'


Dopo “Giù al nord” e “Quasi amici”, l’industria cinematografica francese, pur mantenendosi su un registro leggero, adatto al grande pubblico, riesce comunque a non scemare nella volgarità o nel fallimentare, come dimostra il successo di pubblico  – e di botteghino– di “Non sposate le mie figlie!”. Il segreto? Aver trovato un tema facilmente esportabile sul mercato europeo e internazionale, facendo buon viso a cattivo gioco a realtà complesse come la globalizzazione e  l’incontro/scontro di etnie, religioni e costumi differenti.

Claude e Marie Verneuil sono una famiglia modello: borghese, conservatrice, gaullista e provinciale. Convinti di avere una mentalità aperta, hanno educato le quattro figlie seguendo il precetto cristiano dell’amore verso il prossimo e il diverso. Peccato che queste abbiano preso particolarmente a cuore tale insegnamento, tanto da decidere di sposarsi l’una con un algerino, l’altra con un ebreo di Tel Aviv e la terza con un cinese.

Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu? (questo il titolo originale del film), che suona come un “cosa abbiamo fatto al buon Dio” (per non avere neanche un genero cattolico?), si domandano sfiduciati i coniugi, dopo un pranzo di famiglia. Amareggiati dalla scelta delle tre ragazze, pongono tutte le speranze nella più piccola, fiduciosi che regalerà loro un matrimonio cattolico.
Tuttavia le loro aspettative andranno deluse, quando un bel giorno la ragazza della famiglia annuncerà loro che sposerà un cattolico originario della Costa D’Avario, quindi nero. 
La notizia avrà un’eco fatale sull’equilibrio appena trovato dal melting pot famigliare, tanto da indurre la madre alla depressione e il padre sull’orlo della crisi di nervi.
Come per le commedie citate, la vicenda scivola all’insegna dell’ unpolitically correct, snocciolando stereotipi e clichè su arabi, israeliani, asiatici e africani, in una vera e propria querelle verbale di luoghi (fin troppo) comuni, che talvolta fanno ridere, se non fosse per la pedanteria e l’eterno ritorno di alcuni di essi che, a lungo andare, impolverano la scorrevolezza della sceneggiatura. È apprezzabile il tentativo di affrontare malattie come la depressione – o la tetraplegia per “Quasi amici”- con  una punta di  sana ironia, che consente di riderci sopra senza sentirsi per questo insensibili.


 
Purtroppo, nemmeno questa produzione riesce ad esimersi totalmente dalle logiche di mercato che impongono un finale moraleggiante, tanto che dispiace terminare nel buonismo, totalmente discronico rispetto al cinismo e al sarcasmo fino a quel momento protagonisti.
“Non sposate le mie figlie!” strizza l’occhiolino a “Indovina chi viene a cena”, di cui ricalca le dinamiche all’interno del nucleo famigliare.
Certo il paragone fa (troppo) onore alla nuova pellicola di Philippe de Chauveron, che però non è assolutamente in grado di toccare la sagacia e l’intelligenza di fondo che invece permeano il capolavoro di Stanley Kramer, configurandosi piuttosto come un prodotto di facile consumo e risata immediata.
Molto interessante è invece il valore sociale di entrambe le opere, così lontane nel tempo ma così vicine per  un sentimento xenofobo che, nonostante i decenni che le separano, pare non morire mai.
Il film è uscito in patria nella primavera dello scorso anno, e sarebbe stato interessante vedere se i guadagni al botteghino sarebbero comunque stati sbalorditivi se fosse uscito, come in Italia, nel momento della retorica vittimistica del “Je suis Charlie”.
Erica Belluzzi

venerdì, febbraio 06, 2015

BIAGIO

Biagio
di Pasquale Scimeca
con Marcello Mazzarella
Italia, 2014
genere, biografico
durata, 90'


Nel cinema contemporaneo essere indipendenti può anche riguardare ragioni di convenienza, come sanno bene le Major hollywodiane, presenti in buon numero e sotto mentite spoglie in una vetrina commercialmente appetibile come quella allestita ogni anno dal Sundance Film Festival, promise land del cinema dai fa te. Al contrario esiste ancora un ristretto gruppo di cineasti per cui lavorare al di fuori della grande distribuzione e con possibilità economiche limitate rimane ancora oggi prerogativa necessaria e sufficiente. Mettendo da parte ogni esterofilia e guardando in casa nostra, non c'è dubbio che pasquale Scimeca insieme a pochi altri rappresenti il prototipo del cineasta a cui ci riferiamo.
Ad avvalorare quanto detto ci pensa "Biagio", il suo ultimo film, dedicato alla vita e alle opere di Biagio Conte, passato alla storia per aver fondato - nella Palermo dei nostri giorni- tre comunità destinate ad accogliere e a occuparsi di persone senza fissa dimora. Sulla carta infatti il progetto presentava tutte le caratteristiche del modello agiografico così in voga sia nel cinema che nella televisione, e cioè un tema edificante come può esserlo quello di una conversione religiosa votata alla carità e all'amore verso il prossimo, come pure  l'eccezionalità di un personaggio che nella scelta di vivere in assoluta povertà e insieme agli ultimi della terra, si riallaccia agli esempi più alti della tradizione francescana.


Nelle mani di Scimeca la santità del protagonista (laica e radicale come a suo tempo fu quella di "Placido Rizzotto"), pur presente nell'evidenza dei fatti non viene mai utilizzata per nobilitare il materiale narrativo, ne per suscitare l'ammirazione del pubblico, normalmente schiacciato dall'esaltazione dell'elemento carismatico. "Biagio" è piuttosto l'incontro con la dimesione esistenziale del personaggio, scandagliata nella sua dialettica con un paesaggio umano e naturale filmato con la stessa austerità che contraddistingue l'ascesi del protagonista. Ma "Biagio" è anche la testimonianza di un cinema che si mette in discussione, e che - attraverso le parole pronunciate nella scena finale dalla voce fuori campo- trova senso nel valore salvifico e morale di ciò che racconta. Non dimenticando che Marcello Mazzarella nei panni del protagonista dimostra di essere uno degli attori più bravi e sottovalutati del cinema italiano.



giovedì, febbraio 05, 2015

BIRDMAN



Birdman
di Alejandro Gonzales Inarritu
con Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 199'

La prima cosa da fare guardando il nuovo film di Alejandro Gonzales Inarritu è quella di non lasciarsi intimorire dal gioco di rimandi indotti dalla complessità dell' apparato formale. Oltre al racconto di una storia incentrata sulla crisi  di un divo caduto in disgrazia (del cinema) che cerca di rilanciarsi attraverso l’allestimento di uno spettacolo teatrale, “Birdman” è prima di tutto un sofisticato marchingegno di citazioni letterarie e cinematografiche, alimentate dalla fantasia di una messinscena modulata sui diversi stati di coscienza del protagonista. Febbrile e contraddittorio nei confronti del mondo esterno, l’attore Riggan Thomson è in realtà un uomo divorato dalla paura – di non farcela - che lo risucchia all’interno di una nevrosi, resa manifesta dal dialogo intessuto con Birdman, alter ego cinematografico che ritorna e si fa palesa in un “doppio” ingombrante e molesto . Il film di Inarritu enfatizza questo dimensione interiore, collocando la vicenda all’interno di un teatro che, nella concentrazione dello spazio abitativo e nella suddivisione del fabbricato su piani diversi, finisce per diventare estensione del subconscio del personaggio. Oppure la fa esplodere con toni surreali e tragicomici nelle rabbiose reazioni di Thompson che, alla pari di Birdman si disfa degli avversari con la potenza dei suoi straordinari poteri.



Nel gioco di specchi e nei rimandi messo in piedi da Inarritu entrano in campo rimembranze ricercate e colte, che fanno capo soprattutto a Raymond Carver, autore del libro che Thomson vuole portare in scena e presente, in generale, nella disillusione malinconica e rassegnata che accomuna i vari personaggi; e ancora, passando al cinema, ai possibili collegamenti con un capolavoro come “All That Jazz” di Bob Fosse, palesemente citato nel make up iniziale del protagonista che fa il verso al Joe Gideon interpretato da Roy Schneider. Ma come dicevamo  “Birdman”, riesce ad andare oltre la sua pur magnifica apparenza, facendo sue le caratteristiche di un umanesimo universale e poetico mai cosi pienamente formulato dall'autore, e messo a punto, paradossalmente, in quello che fin qui è il film più americano tra quelli diretti dal regista messicano. 

 
A farcelo dire è il disperato bisogno d’amore che si cela sotto i comportamenti schizofrenici di Riggan Thomson (Michael Keaton in profumo di Oscar) o in quelli scostanti e umorali di Sam (Emma Stone nel suo ruolo più maturo), la figlia sacrificata alle ambizioni di carriera; per arrivare allo sincerità sconsolata e guascona di Mike Shiner, forse il personaggio più affascinante tra i tanti interessanti messi in campo dal film, interpretato da un straordinario Edward Norton. Una sincerità di sentimenti che va di pari passo con una regia che si lascia dietro gli antichi virtuosismi e che nella ricerca insistita del piano sequenza riesce a rendere la ricerca di libertà perseguita dal protagonista. Tra i candidati al premio Oscar per la miglior regia Alejandro Inarritu è il nostro favorito. 

mercoledì, febbraio 04, 2015

THE ICEMAN

di: A.Vromen
con: M.Shannon, R.Liotta, W.Ryder, C.Evans, R.Davi, D.Schwimmer, J.Franco, S.Dorff.
- USA 2012 - Drammatico - 105 min.


Con tutta evidenza, portava in se' qualcosa in più della sua delicata malinconia la strofa per cui "c'è un posto nel cuore dove tira sempre il vento". Come che sia, una traccia di tale assunto può essere, ad esempio, evinta dalla paradossale, inquietante e realissima parabola - ricostruita a partire dal romanzo di A.Bruno, The 'Iceman': the true story of a cold-blooded killer - di Richard "Ritchie" Kuklinski, detto anche, in maniera più spiccia (e spregiativa) "polacco", monade impenetrabile all'interno dei meandri della quale di vento deve esserne soffiato parecchio, a giudicare almeno dal centinaio e passa di decessi violenti che il suo imperversare ha causato in un intervallo di tempo di poco superiore al ventennio - tra la meta' degli anni '60 e il volgere degli '80 - entro i paraggi silenziosi dei sobborghi e delle aree suburbane della costa orientale degli Stati Uniti, luoghi cari, per intendersi e per dire, ai nevrotici e agli insoddisfatti perenni tratteggiati da Richard Yates nei suoi romanzi e racconti.

Tipico rappresentante del super-uomo-qualunque la cui persistenza nel corpo sociale risulta direttamente proporzionale alla sua relativa invisibilità, Kuklinski (incarnato con piglio implacabile da divinità sumera da Shannon) e' un uomo schivo, taciturno, agli occhi delle cosiddette persone comuni non di rado imprevedibile e stravagante, che, alla prima frattura netta nel rincorrersi anonimo dei giorni non esita, in una sorta di personale chiusura del cerchio della schizofrenia dell'individuo-massa e allo scopo di porvi argine, ad abbracciare il vuoto - già ai tempi ben solido e capillarmente distribuito - spezzando in un due monconi la sua esistenza. Da questo istante in poi abbiamo, infatti, da un lato, il Kuklinski ex montatore a cottimo di film porno per il mercato illegale dove sguazzano, tra gli altri, ceffi alla Roy DeMeo/Liotta; il sedicente agente di cambio o l'intermediario immobiliare, tre-persone-in-una, le quali, sul più classico dei fili di rasoio si sbattono per tenere in piedi e compartimentare il ménage familiare con annessa routine quotidiana (in ossequio ai dettami del vuoto standard per antonomasia a nome vita normale); dall'altro, il metronomico sicario al soldo del crimine organizzato, prima, e in singolare e autosufficiente connubio con un altro originale della morte-al-lavoro, "Mr.Freezy"/Evans, poi, coincidenza che innesca l'avviamento di una vera e propria succursale del massacro, munita tanto di oliata catena di montaggio (eliminazione/macellazione/refrigerazione), quanto di un variopinto e macabro armamentario di litoti coerenti nella loro asettica corrispondenza ad un reticolo di rapporti sanguinari che appunto e solo nel sangue trova la sua incontrovertibile ragion d'essere e fonte di ossigeno per la sussistenza del triangolo denaro/fedeltà-omertà/punizione.
Ed e' esattamente questa doppiezza vuota - che Vromen tallona e descrive senza distrazioni (ecco il pregio più grande di un film comunque teso e disperato), come coordinate esclusive di un mondo tumefatto e disadorno che non ammette altro da se' se non il trionfo della Morte, in lucido e misurato controcanto, per inciso, con l'invalsa rappresentazione tra il favolistico e il caramellato che ha colonizzato una gran fetta dell'immaginario relativo agli anni '60 e '70, in più ben restituito, nel gioco delle strade deserte, dei vicoli sudici, dei cortili solo in apparenza confortevoli, degli interni sempre minacciati da un buio incombente, dal viluppo di luci opache ma dense, anch'esse raggelate, intessuto da Bobby Bukowski, già collaboratore decisivo per Moverman e Pellington - che finisce per collocare un uomo fondamentalmente solo, la cui proverbiale freddezza e' in parte ascritta all'irrigidimento conseguente ad un'infanzia ispessita dalle vessazioni, proprio sul punto di congiunzione - e ovvia critica instabilità - tra due abissi tali ma contraddittori, entrambi latori di uno specifico e, alla lunga, incontrollabile orrore: quello sedimentato dalla mediocrità, dall'ipocrisia e dal grigiore del (presunto) decoro piccolo-borghese, di primo acchito desiderabile e preferibile (una moglie giovane e, tutto sommato, devota, che ha il viso aggiustato e le grazie appesantite di Winona Ryder; due ragazzine graziose per figlie, di certo ignare e innocenti, eppure circonfuse da una soave petulanza; i rituali meccanici, tuttavia nell'immediato consolatori, della convivialita' e delle frequentazioni); e quello arcigno, crudele e irrazionale che ribolle sottotraccia, tra gli istanti ansiosi di una vita senza tregua, di molteplici umori arcaici, clanici, ossessivamente carnali, proprio della delinquenza, della generica illegalità, da prassi e per geni incline a secernere l'inumano in quantità non smaltibili dall'animale sapiens medio.

Esclusa dalla resipiscenza, dalla redimibilità, dalla riabilitazione (il polacco si vide comminare diversi ergastoli, mori' in carcere nel 2006 in circostanze ancora non del tutto chiare, non ebbe mai più contatti con la famiglia), la scia rossa di Kuklinski resta impressa come l'assorta constatazione di Marcus/Dafoe in "John Wick" (a margine, dignitosa serie-B, questa, passata quasi inosservata assieme all'equalizer di Fuqua, esempi di cinema-di-filiera i cui protagonisti, nel particolare, palesano più di un aspetto in comune con l'uomo di ghiaccio), "Niente accade per un motivo. Oggi non e' che un giorno tra gli altri", ossia come la promessa ribadita da quel vento di tornare a spazzare di nuovo e daccapo la Terra.


TFK

lunedì, febbraio 02, 2015

GEMMA BOVARY

Gemma Bovary
di Anne Fontaine
con Fabrice Luchini, Gemma Arterton
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 99'



Sono passati più di centocinquant’anni da quando Gustave Flaubert travolse la letteratura presentandosi al mondo con Madame Bovary –celebre la frase Madame Bovary c’est moi–, ma pare che l’adultera più famosa della letteratura francese abbia ancora qualcosa da dirci.
Fortunatamente Flaubert non può assistere all’ennesima banalizzazione del suo romanzo, la cui protagonista è spesse volte trivialmente assimilata al ruolo di meretrice o casalinga annoiata, come è perfettamente in grado di fare Anne Fontaine  con Gemma Bovery, presentato in concorso alla 39° edizione del Toronto Film Festival. 
La Bovary della Fontaine non ha nulla dell’archetipo letterario e cinematografico che ha ispirato intere generazioni di donne a rifuggire la noia e il quieto vivere, né al tempo stesso vuole proporsi quale moderna anti-eroina progressista, ma si accontenta piuttosto di essere un punto d’incontro tra una triste commedia sexy e una meditazione meta-letteraria sul rapporto che intercorre fra l’arte e la vita.
Basato sulla novella grafica di Posy Simmonds, la vicenda è narrata in flashback attraverso gli occhi di Martin Joubert (Fabrice Luchini), a partire dal momento in cui legge i diari di Gemma (Gemma Arterton), il cui contenuto andrà ben presto a mescolarsi coi suoi personali ricordi di quel che accadde alla giovane donna. 
Dal presente della narrazione Martin torna con la memoria  al momento in cui, dopo anni di vita parigina decise di tornare in Normandia –regione in cui Flaubert scrisse il suo capolavoro–, per riprendere in mano l’attività paterna assieme alla moglie. L’arrivo di Gemma con il marito Charles (Jason Fleming) scuote completamente la vita e l’equilibrio del pacifico Martin, che in un solo attimo assiste all’ “epilogo di dieci anni di tranquillità sessuale”. 
Il suo sguardo, implorante e bramoso verso Gemma, tradisce una passione suscitata tanto dal desiderio fisico quanto dal suo personale amore per il romanzo di Flaubert, arrivando al punto di scorgere nella vita di Gemma inquietanti parallelismi con quella di Emma Bovary. 

Né la regia né la sceneggiatura paiono essere minimamente preoccupate per la profondità tematica di cui il testo originario è portatore, tanto da prostituire la vicenda a mero intrattenimento. Tale leggerezza è anche il più grande difetto della pellicola, poichè risulta difficile trovarsi realmente coinvolti nella vicenda di Gemma. Come l’eroina flaubertiana, la donna vive in una casa fatiscente attorniata da uno splendido appezzamento terriero nella campagna francese, e la sua noia e disaffezione sono il tipo di problema che può permettersi di avere solo chi  non ha altre vere responsabilità da affrontare. Considerando il secolo e mezzo che separa le due donne, Gemma è  più libera di lasciare in qualsiasi momento una vita banale che non sopporta –e che non per questo la rende una persona non banale, come invece Charles sostiene-, ma per le convenzioni di questa storia, la regista cerca disperatamente di convincere il pubblico che la protagonista non abbia altre possibilità.
Se non altro, Fontaine sa come rendere le sue attrici ammalianti e in ogni fotogramma la Arterton è a dir poco luminosa, ritratta come una femme fatale a cui quasi  nessun uomo può sfuggire. Ma purtroppo alla fisicità  dell’attrice viene attribuita una  importanza eccessiva, tale da rendere caricaturale e troppo sospirata –oltre che del tutto fuori luogo– una sequenza in cui  Martin le insegna come impastare il pane.


" Gemma Bovery" ha difficoltà a muoversi oltre la superficie della storia. Come narratore, Martin è una figura quasi bidimensionale, la cui psicologia non è assolutamente indagata. Non è possibile  spiegare il suo bisogno d’amore senza ricorrere a generiche considerazioni circa l’età e  la mancanza di charme della moglie (Isabelle Candelier). Mentre il film prosegue, l’ossessione di Martin per Gemma sfiora il patetico e, come per i vari uomini della vita di lei – il marito, l'amante o l'ex-fidanzato–, anche lui diventa semplicemente una pedina in una partita di scacchi già giocata. 
La sceneggiatura si muove goffamente su due binari paralleli, presentandosi dapprima in veste di dramma leggero con sprazzi di commedia, poi come fedele trasposizione del romanzo di  Flaubert. E’ suggerita una soluzione che colpevolizzi tutti gli uomini di Gemma, responsabili del suo destino. Peccato che lo studio narrativo e la superficialità registica non consentano di rendere ragionevoli conclusioni di questo genere –di per sé già estremamente opinabili–. Ne deriva l’impressione che la Fontaine stessa non abbia colto il significato dell’opera flaubertiana se, per bocca della protagonista, la definisce “una storia banale ma raccontata da un genio”.
Erica Belluzzi