lunedì, maggio 23, 2016

INVISIBILI: COP CAR

Cop Car
di Jon Watts.
con Kevin Bacon, James Freedson-Jackson, Hays Wellford, Shea Whigham.
USA 2015
thriller
durata, 88'

Se l'America è anche quel luogo (non solo geografico) dove magari non vorresti essere ma non riesci a smettere d'immaginare, ciò è dovuto, con buona approssimazione, al fatto che le numerose e spesso feroci antinomie che lo percorrono esercitano una seduzione non meno persuasiva delle sue altrettante e non meno feroci peculiarità. Invano, infatti, si cercherebbe altrove il medesimo coinvolgimento che scaturisce da una singolare commistione di naturalezza e impudenza, torpida passività e insospettabile determinazione, ingenuità e scaltrezza, amalgama che il corpo americano secerne e diffonde come il ritmo stesso del suo enorme respiro.

Stavolta l'attenzione è catturata dall'asincrono rifiato in sedicesimo emesso da Harrison/H.Wellford e Travis/J.Freedson-Jackson, ragazzini più o meno decenni, occhi e mimica di chi ha già visto e subìto troppo da non desiderar che andarsene, fosse pure a zonzo nel niente-sempre-all'erta delle idle lands di una piccola contea del nord-est del Texas - tra grano a perdita d'occhio ed ettari residuali lasciati a se stessi, con, in lontananza, morbidi rilievi a fungere da involontari punti di riferimento - intaccando il silenzio a colpi di turpiloquio alternato, almeno fino a quando, giunti ad argomentare attorno al fatidico "fuck", ecco che un moto di perplessità ("No. Questa è eccessiva") prelude al più strambo degl'imprevisti: l'avvistamento, al centro di una radura ai margini di un boschetto isolato, di quella che - almeno in apparenza - ha tutte le caratteristiche di un'auto della Polizia abbandonata. Sembra la cuccagna. Per un volta, il gioco e la possibilità dell'avventura hanno la meglio in un sol colpo sull'avvilimento precoce e sul grigiore. Pia illusione, in verità. Neanche a dirlo, l'incanto durerà poco perché, al solito, le apparenze ingannano...

Scritto assieme al fido C.Ford (con cui il nostro aveva già sceneggiato il proprio esordio ad alta tensione, "Clown", del 2014), "Cop car", di Jon Watts, ribadisce (intorno ad un intreccio che in parte strizza l'occhio alle atmosfere stranite e capricciose di Lansdale; per altro - sebbene in trasparenza - si affianca ai fasti archetipici dell'iniziazione alla vita a stelle e strisce che rimonta - con ben altra spensieratezza, a ben vedere - ai vagabondaggi picareschi di Twain, per disgregarsi, via via, di disillusione in disillusione - e per tornare al Cinema - nei modi e nelle forme delle quasi coetanee angustie viste di recente in lavori come "Mud" di Nichols o "Joe" di Gordon Green), un certo numero d'interessanti scremature: messinscena all'osso, in primis (spazi aperti muti quanto vigili; interstatali allusivamente sgombre; agglomerati umani devitalizzati come vesciche incongrue nella desolazione); fraseggio laconico e funzionale. E aspri e fulminei glissando ad interporsi a lentezze e momenti morti i quali, non fosse per un'impertinente brezza di mezza stagione, renderebbero del tutto irrecuperabile il gelo dell'unanime inerzia emotiva, persino nel cuore di una terra calda per antonomasia. Quadro che l'autore completa - recuperando in coerenza ciò che, per altri versi, smarrisce in originalità - con l'apporto d'interpretazioni intessute col filo d'un empatia tanto flebile quanto testarda nel ribadire la propria aderenza fisica al genere sapiens (si fa per dire), insieme vittima e complice di una sorta d'ineluttabile circolarità.

Travis ed Harrison, ad esempio ed in altre parole, per l'appunto tale resilienza oppongono alla perfida retorica dello Sceriffo Kretzer - crudele gaglioffo animato dalla consueta asciuttezza inquieta di Kevin Bacon - anche se, sottolinea Watts, siffatta strategia delinea solo e daccapo, con ogni probabilità, il percorso obbligato della strada di casa, ossia la certezza illusoria di simulacri sfiniti (famiglie distrutte o difettose), al cospetto della quale le tanto agognate vie di fuga svaniscono ancora, frustrate nella mediocre oscenità di un ininfluente salvare-il-salvabile. Non c'è più Twain, allora. Sparito pure l'indomito Thoreau. Da quel dì che 9 è tornato 6.
TFK

1 commento:

Michele Borgogni ha detto...

Gran bel film che si inserisce nel filone del revival anni 80 che nel 2015 è andato per la maggiore :)