lunedì, dicembre 31, 2018

BLACK MIRROR - BANDERSNATCH


Black Mirror - Bandersnatch
di David Slade
con Fionn Whitehead e Will Poulter
USA, 2018
Fantascienza
durata, variabile ma intorno ai 90'


Black Mirror ci ha sempre abituati a qualcosa di nuovo, ma questa volta Charlie Brooker (autore e padre spirituale del franchise) si è superato. Normalmente ogni volta che si preme il tasto “play” prima di un nuovo episodio di questa serie ci si aspetta di vedere uno spaccato – amplificato ma realistico – sulle debolezze dell’uomo e sulle conseguenze dannose che le stesse hanno sul genere umano, o magari una piccola anticipazione di un futuro distopico - non troppo lontano - verso cui il mondo sta andando alla deriva.
Questa volta però è diverso, almeno per tre motivi: in primis perché non si tratta di una nuova stagione ma di uno speciale (nello stesso stile in cui gli autori lanciarono nel 2014 lo speciale di Natale ansiogeno “White Christmas”); in secondo luogo perché è un film-episodio che guarda al passato più che al futuro; ma soprattutto perché quella che si ha di fronte non è un’unica opera, ma almeno 5 differenti pellicole che lo spettatore può mixare a piacimento giocando a fare Dio o il regista (la differenza in questo caso è quanto mai sottile) per qualche momento.

Detta così può sembrare incomprensibile come cosa, per cui va subito precisato che “Bandersnatch” è a tutti gli effetti il primo film interattivo della piattaforma Netflix…e se non è un momento epico questo, poco ci manca.
Interattività in questo caso significa potere decisionale: lo spettatore infatti, grazie all’ausilio del pc o di altri strumenti con il touch pad, può decidere quali scelte il protagonista deve compiere, quali oggetti prendere o ancora quali azioni compiere. La linea temporale a volte è confusa, ma regole del gioco sono semplici e riassumibili in “ogni scelta è diversa ma tutte sono si influenzano reciprocamente”. 

Immaginate quindi ad esempio di essere davanti a Morpheus di Matrix – a cui questo speciale sembra ispirarsi molto – e di avere l’opportunità di scegliere se prendere la pillola rossa e scoprire così quant’è profonda la tana del bianconiglio, o prendere la pillola blu e vedere cosa sarebbe accaduto a Zion se Neo non avesse preso quella decisione. O ancora: chissà quante volte durante un film horror avete urlato allo schermo “no, non entrare!” sperando che il malcapitato vi sentisse.
Bene, “Bandersnatch” è tutto questo e molto di più: è libero arbitrio (anche se in alcuni scelte è soltanto apparente), è tornare indietro nel tempo e vedere dove ti porta la scelta sbagliata, è prendere 10 volte la stessa strada sapendo che facilmente durante il percorso incontrerai nuovi sentieri che ti condurranno ad altri scenari.

Il protagonista di questo speciale di Black Mirror è Stefan Butler, un giovane adolescente degli anni 90 in fissa con i videogiochi e la programmazione che decide di sottoporre alla software house “Tuckersoft” la propria idea per un nuovo gioco ispirato al libro-avventura della madre “Bandersnatch”. Esattamente come questo episodio, il libro (e conseguentemente il gioco) è stato scritto in modo tale che lo spettatore/lettore/giocatore possa decidere in maniera autonoma – o averne l’illusione – verso quale direzione veicolare la narrazione.

Ad attenderlo alla Tuckersoft c’è il suo idolo di sempre, il famoso programmatore di videogame Colin Ritman, il quale in tutto e per tutto ricorda la figura di Tyler Durden di “Fight Club”, facendo di fatti dubitare più volte il sottoscritto che vi scrive sulla sua reale esistenza.
Da questo momento in poi e da questo preciso incontro, dopo che lo spettatore verrà chiamato a prendere un paio di decisioni ininfluenti per la storia (diciamo di riscaldamento per capire come funziona questa nuova interattività), inizia il vero labirinto narrativo. 
Diverse saranno le scelte da compiere, diversi ed esponenziali gli scenari che si aprono dopo ogni decisione, e diverse le conseguenze che tali azioni avranno sui vari livelli temporali della storia. Perché se c’è una cosa che deve essere chiara a chi si approccia a questo nuovo episodio è che non è solo il futuro che può essere riscritto, ma anche il passato che ti sembrava di aver già vissuto.
Sono 5 i finali alternativi previsti verso cui lo spettatore verrà indirizzato in base alle strade che ha deciso di percorrere durante il cammino, per un totale di circa 90 minuti previsti per una narrazione completa standard, ma che saranno sicuramente molti di più qualora vogliate stravolgere le vostre scelte già compiute e tornare sui vostri passi per conoscere lo scenario alternativo.
Gli amanti di Black Mirror inoltre potranno riconoscere nei vari filoni narrativi i tanti Easter Eggs presenti (più o meno esplicitamente) dei precedenti episodi della serie: da “Metalhead” a “White Bear” passando per “San Junipero”.

Quello che si avverte quando si conclude la visione di tutti i finali è un senso di completezza e perfezione che quasi dà fastidio considerando la cura dei dettagli e la correlata imprevedibilità della storia. Sicuramente c’è aria di premi per la sceneggiatura (Charlie Brooker) e per la regia (David Slade, lo stesso di “The Twilight Saga: Eclipse” e di varie episodi di serie come “Breaking Bad” e “Hannibal”), entrambe sensazionali ed avveniristiche. Perché la storia può sicuramente piacere o non piacere (forse un po' piatta rispetto al passato), ma dopo la delusione della 4° stagione ecco finalmente un titolo per Black Mirror che riporta lustro e rende onore ai capolavori degli anni precedenti
Lorenzo Governatori

1 commento:

V A L E R I O // F A S T I D I O ha detto...

Meh... non lo so.
Mettiamola così: nel mondo delle storie a bivio quello che ha fatto Black Mirror con questo titolo equivale a quanto di meglio ci si possa aspettare. Non credo si possa pretendere di più. Regia, sceneggiatura, recitazione, fotografia... tutto ma proprio tutto è perfetto.
Allora perché non mi convince? Forse è proprio per questo meta linguaggio. Forse proprio per questa finta illusione di controllo. È un aspetto divertente in principio ma rivela presto i suoi limiti.
Personalmente ho faticato a sentirmi coinvolto dal racconto; io non voglio scegliere per i protagonisti, voglio affidarmi a un narratore esperto. Ogni scelta che mi viene posta davanti ha lo stesso effetto delle luci che si accendono in sala alla fine del primo tempo; mi tirano fuori dal racconto. Sottolineano la presenza di un autore. È quasi come se durante la scena madre scorgessi in un riflesso l’operatore dietro la cinepresa o dall’alto dell’inquadrqtura facesse capolino un microfono.
L’esperimento l’ho trovato interessante. Ma spero si concluda qui.