mercoledì, marzo 17, 2010

REVANCHE - TI UCCIDERO'

REVANCHE - TI UCCIDERO'
Regia: Gotz Spielmann

Il ladruncolo Alex (Krisch) si guadagna da vivere come tuttofare in un bordello ed ha una relazione con Tamara (Potapenko), una prostituta che esercita nello stesso locale.
Quando gli amanti intuiscono che il proprietario del bordello sospetta fortemente che tra i due esista una relazione, decidono di fuggire per non incappare nelle ritorsioni del boss e dei suoi scagnozzi.
Per procurasi il denaro necessario Alex e Tamara rapinano una piccola banca di un anonimo paesino, tutto sembra andare per il meglio, ma il casuale intervento del poliziotto Robert porterà all'uccisione involontaria di Tamara.
Da quel momento l'unico pensiero di Alex sarà la vendetta, ma la sua esistenza andrà a sbattere contro quella di Robert e Susan, lui poliziotto e marito premuroso caduto in depressione dopo l'uccisione di Tamara, lei commessa che ha il solo scopo di avere un figlio che il marito non riesce a dargli.

Il regista austriaco disegna questo REVANCHE come una tragedia classica, arricchendola con una trama solo apparentemente semplice, ma in realtà molto più complessa e ricca di colpi di scena che vengono serviti allo spettatore senza clamore ma quasi sottovoce.
Spielmann è bravo a descrivere lo squallore delle esistenze dei due protagonisti; Lui è un fallito, un ladruncolo di periferia, un emarginato, finito a fare un lavoro umiliante; lei una ragazza ucraina che fa la prostituta e che sopporta con rassegnazione lo squallore del "mestiere" fatto di mani invadenti, angherie di ogni tipo, sperma e violenza.
Alex e Tamara, due sconfitti che mettono insieme le loro vite offese usando come collante un amore disperato che ha la sola funzione di fornire speranza in un qualsiasi futuro.
Sguardi pieni d'odio, silenzi, attese, questi gli ingredienti di questo noir spiazzante, carico di tensione e dalle atmosfere rarefatte che indaga sull'odio, il peccato e l'egoismo.

Sorprendente la scelta di ambientare un noir (da sempre di ambientazione cittadina) nella campagna austriaca e regia che ammicca ad alcuni grandi maestri europei (Haneke, e per alcuni aspetti Kaurismaki) con la mdp fissa quasi a delineare l'oppressione delle esistenze dei protagonisti.

Candidato all'Oscar 2009 come miglior film straniero.

Tipico esempio di film europeo che il pubblico italiano raramente premia al botteghino.

Sbagliando.

martedì, marzo 16, 2010

Gli occhi di Penelope (3) – IL CONCERTO

IL CONCERTO

Un giorno degli inizi di Dicembre 2008, dietro consiglio di un collega col quale credo di condividere un certo gusto per il buon cinema, decisi di iscrivermi ad un corso: "Il mestiere del critico dal cinema ai nuovi media". Per i sei mesi successivi, ho trascorso tutte le settimane in attesa di quell’appuntamento del Venerdì sera, che mi vedeva uscire di soppiatto dall’ufficio ed imboccare la strada per la metropolitana. Fermata Porta Nuova, e poi giù per la meravigliosa, e pedonale, via Lagrange, a Torino. Ogni Venerdì, stesso itinerario, per raggiungere l’incantevole Galleria Subalpina di piazza Castello, sede dell’AIACE.
Il corso prevedeva la preparazione di un lavoro finale, il progetto di un intervento critico.
La passione per il cinema e per la musica mi ha portato a fondere e confondere le due arti nel mio progetto di fine corso, che si prefiggeva di raccontare la musica nel cinema, e di analizzarla nel suo divenire protagonista della scena. Il mio interesse era quindi rivolto ad approfondire il connubio tra i due linguaggi, musicale e cinematografico. A questo scopo, ho voluto scegliere, come modello ed esempio, un universo musicale che ha sempre esercitato su di me un fascino magnetico, quello caratteristico dei popoli in continuo movimento, capaci di vivere profondamente le proprie tradizioni in musica e allo stesso tempo di rielaborarne l’essenza, cullati dagli spostamenti spaziali e temporali. La musica fa tappa, con gli uomini, nei luoghi visitati, ed incontrando nuove culture e tradizioni, muta, si trasforma, accoglie l’intuizione del diverso e si contamina, dando origine ad una metamorfosi che arricchisce se stessa ed il suo ospite. Poi riparte, e ricomincia la trasformazione, fino a far perdere di vista, quasi completamente, le coordinate dello spazio e del tempo. Ed è così che la musica dei gitani, partita in tempi antichissimi dalla lontana India, si colora delle sonorità balcaniche e rom nell’Europa dell’est, incorpora il temperamento iberico tramutandosi in flamenco, e regala i natali, in terra franco-belga, ad un genio assoluto di nome Django Reinhard, padre del jazz Manouche.
Con gli zingari, in moto perenne e quasi sempre volontario, anche gli ebrei, sebbene costretti alla diaspora. Ed è stato proprio mentre progettavo il mio intervento critico “La musica delle diaspore va in scena” che ho avuto l’occasione di rivivere e riscoprire quello che considero uno dei momenti cinematografici più belli e commoventi dedicati all’incontro musicale tra due culture, quella gitana e quella ebraica, così intimamente diverse, ma che un destino comune ha reso spesso molto somiglianti. Il film da cui ho tratto l’intera scena di un duello musicale tra le due comunità, combattuto a suon di clarinetti e violini, balli e canti yiddish e ottoni tzigani, colorate danze zingare e il più ordinato ma non meno corpulento entusiasmo ebraico, che trova la sua naturale risoluzione in una delirante festa comunitaria, in cui cedono all’estasi del ballo anche due pseudo guardie naziste, è “Train de vie – Un treno per vivere”, grande successo di Radu Mihaileanu.
Il regista romeno, di formazione cinematografica francese, ha sempre testimoniato, attraverso le sue opere, una enorme generosità nei confronti della musica, che spesso è musica della sua gente e della sua terra. Con “Train de vie” sembra quasi voler celebrare la sua stessa vita, quella di un ebreo di Bucarest, figlio di comunisti, il cui cognome avrebbe evocato l’incanto delle atmosfere yiddish, se non fosse stato modificato, dopo il disastro nazista, in uno dal suono decisamente più romeno. E così, l’incontro-scontro tra le due culture e la mutua trasformazione vivono e prendono corpo nei suoi film, allo stesso modo in cui l’anima ebrea e quella tzigana si plasmano e si modellano a vicenda nell’uomo Mihaileanu, dando luogo ad una convivenza vivace e cinematograficamente prolifica.
Con il suo ultimo film “Il concerto”, Mihaileanu concede a se stesso ed ai suoi spettatori il rapimento sublime della musica classica. Andreï Filipov, un direttore d’orchestra moscovita caduto in disgrazia durante il regime di Breznev per aver difeso alcuni suoi orchestrali ebrei, trascorre gli ultimi trent’anni della sua vita facendo le pulizie al Bolshoi di Mosca. Fino a quando, un giorno, l’intercettazione involontaria di un fax gli cambia l’esistenza: un teatro parigino, lo Chatelet, invita l’orchestra del Bolshoi a tenere un concerto. Quel “Concerto per violino e orchestra” di Tchaikovsky, rimasto sospeso nell’anima del direttore e da lui stesso interrotto per combattere al fianco dei suoi amici ebrei, sognato per decenni, rinasce nella mente e nel cuore febbricitanti di Andreï. Così comincia una grottesca avventura che vede la vecchia compagnia di orchestrali riunirsi dopo trent’anni, e spacciarsi per la grande orchestra del Bolshoi.
La creatività favolistica ed il rigore del classico si mescolano dando luogo ad una bizzarra alchimia, che pare essere dominata dai numeri. Mihaileanu sembra quasi voler affidare alla matematica il ruolo di giudice supremo, di genitrice artistica della musica che, proprio come fa una madre, cerca di imporre le sue regole all’estro filiale. Si conta durante tutto il film: i partecipanti alle manifestazioni politiche, ai matrimoni kitsch dei nuovi borghesi russi, alle nostalgiche riunioni di partito. E poi naturalmente si contano gli orchestrali, i soldi, i compensi. I numeri, però, sono quasi sempre raggiunti a stento, e si fa fatica, si lotta per cercare di rimanere agganciati a quell’ideale matematico di perfezione, sino a sacrificare l’austerità dei comportamenti, in nome di quel principio machiavellico che esalta i fini e giustifica i mezzi. Il numero diventa ossessione ed oppressione, e la svolta giunge con un fragoroso e liberatorio “non rompere i coglioni con i numeri!!!”.
Raccolti tutti i membri dell’orchestra, alcuni dei quali recuperati nei relativi campi rom d’appartenenza - Mihaileanu cita se stesso in “Train de vie” quando ripropone la vita nei campi, i balli e i canti attorno alle roulotte illuminate dalla luce fioca dei falò, gli abiti delle donne lucenti di folklore gitano, e i denti d’oro degli uomini dal violino manouche - comincia il divertente viaggio verso Parigi. Il regista si diletta non poco con i luoghi comuni costruiti dal mondo occidentale sui suoi personaggi, e diverte lo spettatore giocando con il “temperamento slavo”, con la maniacale propensione ebraica verso il commercio ed il denaro, con la spiccata tendenza dei nomadi alla malavita ed alla dispersione (seppur nella città romantica, con tanto di comprensione!), con la supremazia cinese nel mondo dei cellulari, con i miti del comunismo russo ridotti a piccole matrioske, e col gas a cui l’occidente non può permettersi di rinunciare, anche a costo di sopportare le innocue minacce di un fastidioso ed egocentrico magnate russo. Infine, non si può non notare lo sgambetto birichino che viene rivolto alla popolazione colta francese, quella che frequenta i teatri e le grandi orchestre internazionali, che, nel suo essere bacchettona, crede davvero di essere davanti alla (improbabile) grande orchestra del Bolshoi.
Controparte dell’inverosimile e del grottesco è la componente melodrammatica della storia, la cui intensità viene spesso sottolineata dall’uso del bianco e nero sulle immagini sfocate della memoria di Andreï. La follia di quell’impresa, il profondo affetto per la giovane violinista francese, l’amore smisurato per la musica, il riscatto di Andreï direttore e uomo, e con lui quello dei musicisti ghettizzati trent’anni prima, il ricordo della dolorosa deportazione e della triste fine dell’amica violinista di un tempo, confluiscono vorticosamente nell’agognata esecuzione del “Concerto per violino e orchestra” di Tchaikovsky. Tutti, russi, zingari ed ebrei sono chiamati a condividere la stessa magia e si ritrovano uniti dal potere travolgente della musica. Infatti, la musica si impossessa inesorabilmente della scena, spazzando via qualsiasi altro elemento della storia, ridotto a semplice dettaglio. Il pubblico in sala si sostituisce inconsapevolmente alla platea del teatro parigino, e vive il crescendo di emozioni come se stesse davvero assistendo a quel concerto. Cadono tutte le barriere tra lo spettatore ed il film, e campeggia una sola certezza, sapientemente guidata dalle espressive mani del direttore, quella della musica di Tchaikovsky nelle orecchie e nei cuori di chi è presente, con l’impulso strozzato di applaudire, alla fine.
A vincere (e convincere) sono la bacchetta spezzata di Andreï portatrice di dolorosi ricordi, la condivisione estatica interna alla pseudo orchestra, le voluttuose emozioni suscitate nello spettatore, tutti elementi di un film che non ha generi, o che forse li contiene tutti quanti. L’incantesimo di quando il cinema incontra la musica.

sabato, marzo 13, 2010

Mine vaganti

MINE VAGANTI
di Ferzan Ozpetek


Con MINE VAGANTI, ambientato in una Lecce solare e splendente, Ozpetek unisce l'ironia che da sempre lo contraddistingue alla profondità degli argomenti trattati, percorrendo la via della commedia pura, seppure un po' patinata, come forse non era ancora riuscito a fare.
In questo nuovo lungometraggio il regista turco affronta i temi a lui più cari quali la famiglia, la omosessualità, la ricerca della propria dimensione e strada, alla scoperta delle personali vocazioni, mettendo in scena una commedia umana e privata, non priva di momenti tragici.

Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna a Lecce dopo la laurea per aiutare la famiglia nella gestione del pastificio. Manca da casa da molti anni, da quando è partito per Roma per studiare. Il padre lo sapeva laureando in economia e lo attende da tempo alla porta di casa per affidare a lui, ed al fratello maggiore Antonio (A. Preziosi) le redini dell'azienda.
Tommaso, introverso e gentile, gradualmente cerca di riabituarsi alle non semplici geometrie famigliari e riprende il dialogo con Antonio con cui non parla da molto tempo e al quale confida l'intenzione di dichiarare in famiglia il proprio disinteresse per l'azienda e la propria omosessualità. Il gesto avrebbe di certo gettato scompiglio in tutti e scatenato le ire del padre bigotto e orgoglioso, con l'auspicato suo vantaggio di essere cacciato di casa e quindi liberato di un fardello che non vuole portare. Ma Tommaso non sembra essere così sicuro delle proprie intenzioni, come cerca di far vedere, anzi, sembra cercare in lui un coraggio e una chiarezza non ancora definiti.
Si apprende ben presto che Tommaso ha aspirazioni da scrittore e non da manager e che a Roma ha studiato lettere e frequentato l'ambiente omosessuale. A Roma lo attende Marco e tutta una vita da costruire secondo i suoi sogni.
Ad una cena di famiglia con il futuro socio di azienda, Tommaso sta per fare le tanto pesanti dichiarazioni. Ma è Antonio, con sorpresa e sgomento generale, a rivoltare le carte in tavola, rubandogli la parola e parlando ai genitori di se stesso, in un coming out spiazzante: da sempre omosessuale Antonio si dichiara stanco di nascondersi e di fingere. Non è il figlio maggiore che il padre aveva sempre pensato di avere e reclama la propria libertà.
Ed è da qui che tutto inizia, è da qui che si sviluppano le storie di tutti i personaggi, intessendo un mosaico corale che aiuterà Tommaso a trovare la via giusta per sè.

Ozpetek intreccia molte storie su tre livelli narrativi: i nonni, i genitori e i figli rappresentano tre generazioni a confrontro che si scontrano e si inseguono alla continua ricerca della verità privata e da condividere. Ozpetek sfrutta ancora una volta i flash back e mescola passato al presente in un continuo intreccio, fino ad un finale felliniano in cui i personaggi del passato si uniscono a quelli del presente in una danza di pace e di unione.
Ma in MINE VAGANTI ritroviamo anche richiami alla iconografia omosessuale di Gus Van Sant, senza però mai raggiungerne la perfezione e l'emotività di sguardo.
E c'è anche tanto cinema di Ozpetek stesso, forse in una involontaria citazione di se stesso. MINE VAGANTI è fitto di banchetti e cene: il cibo non manca mai ed anche in questa occasione è il campo in cui potersi incontrare, aprire, parlare, è il mezzo attraverso il quale esprimere i propri stati d'animo, da cui trarre vita (si pensi al pastificio) e la morte.
La musica sottolinea il tono ironico e e lo sguardo leggero dell'opera e la sceneggiatura, ben strutturata, sfodera dialoghi allo stesso tempo godibili e di spessore.
Ozpetek racconta tragedie e catarsi di famiglia sempre con gradevole lievità e misurato candore.
Gli si perdonano la eccessiva patinatura e perfezione di messa in scena, soprattutto nell'apprezzare i carateristi scelti nel casting.
Bravo Scamarcio in un ruolo delicato e difficile da mettere in scena. Molto apprazzabili tutti gli ali altri attori (Elena Sofia Ricci quasi irriconoscibile e credibile, Lunetta Savino forse solo un po' forzata, Preziosi bellissimo e naturale), eccezion fatta, a mio personale parere, per Fantastichini che risulta purtroppo un po' troppo caricato, spesso al limite del grottesco.
Ma in una commedia, in questa, che mi ha fatto ridere e riflettere e star bene e che ti fa uscire dalla sala col cuore leggero, può starci tutto.

Voto 7

venerdì, marzo 12, 2010

Eastwood attualmente sta girando il thriller soprannaturale 'Hereafter'

Roma, 11 marzo 2010 - Senza un attimo di tregua. Clint Eastwood - attualmente impegnato alla lavorazione del thriller soprannaturale Hereafter - già pensa al prossimo progetto.

Il film sarà incentrato sulla figura di J. Edgar Hoover, storico capo dell'FBI che - dal 1935 - contribuì in modo determinante ad affinare la struttura per combattere il crimine organizzato. Rimasto a capo dell'FBI, 48 anni, fino alla morte, avvenuta nel '72, Hoover non si è mai sposato, dando adito già a partire dagli anni '40 ad insistenti voci sulla sua presunta omosessualità.

Prodotto dallo stesso Eastwood, insieme a Brian Grazer, alla Malpaso di Robert Lorenz e alla Imagine Entertainment di Ron Howard, il film sarà basato su uno script di Dustin Lance Black, premio Oscar per la sceneggiatura originale di 'Milk', diretto da Gus Van Sant, che lo scorso anno portò alla statuetta anche Sean Penn, miglior attore protagonista.

(fonte Il Giorno)

giovedì, marzo 11, 2010

Il missionario

IL MISSIONARIO
Regia di Roger Delattre


Mario (Bigard) dopo sette anni passati in galera per il furto compiuto ai danni di una gioielleria, viene rilasciato per buona condotta.
Ad attenderlo ci sono i suoi due complici che reclamano la propria parte di bottino e che alle resistenze di Mario, prima fanno saltare in aria l'auto e poi danno fuoco alla casa del loro ex socio.
Sentitosi in pericolo, Mario chiede aiuto a suo fratello Patrick (Strajmayster) giovane prete che lo invia da Padre Etienne, sacerdote in uno sperduto paesino dell'Ardèche, dove potrà nascondersi fingendosi seminarista.
Indossata la tonaca il burbero Mario raggiunge il paese, dove viene accolto dal sindaco e dalle autorità che pensano sia il nuovo parroco, visto che nella notte Padre Etienne è morto.
Come il fortunatissimo GIU' AL NORD, anche IL MISSIONARIO fa dell'ironia su abitudini, costumi e usi degli abitanti della provincia francese.
L'esordiente regista, anche se la storia non è originalissima, realizza una commediola leggera e piacevole, mai volgare, tutta giocata sugli equivoci che propone anche una riflessione sull'eterno contrasto tra ebrei e musulmani.
Giocando con il galeotto falso prete, che con i suoi modi bruschi riesce a risolvere i problemi dei suoi parrocchiani e con il giovane vero prete represso che scopre le gioie materiali della vita, vengono messe in scena le debolezze dell'uomo ma anche i grandi slanci di generosità.




Film in sala dal 12 marzo 2010

Appuntamento con l'amore
(Valentine's Day)
GENERE: Commedia, Romantico
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Garry Marshall

Chloe

(Chloe)
GENERE: Drammatico, Thriller
NAZIONALITÀ: Canada, Francia, USA
REGIA: Atom Egoyan

Donne senza uomini
(Zanan-e bedun-e mardan)
GENERE: Commedia, Drammatico, Storico
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Shirin Neshat

La valigia sul letto
GENERE: Commedia
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Eduardo Tartaglia

Legion
(Legion)
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Scott Stewart

Mine vaganti
GENERE: Drammatico
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ferzan Ozpetek

Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini
(Percy Jackson & the Olympians: The Lightning Thief)
GENERE: Commedia, Fantasy
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: Chris Columbus

martedì, marzo 09, 2010

The hurt locker

The hurt locker
regia di K. Bigelow
(pubblicato da Nickoftime il 24 ottobre 2008)


Lo sfondo ricorda il paesaggio lunare che appartiene ai luoghi dell’anima ma anche a quelli desunti dalla cronaca del tempo presente: la guerra come dimensione che annichilisce la dignità dell’uomo e la riduce, attraverso i suoi simboli più vistosi (le insegne, la divisa, le armi) in una ad una componente del meccanismo che la alimenta. Ma è lì, nel cuore del problema, che tutto si azzera e la retorica della democrazia si trasforma in una lotta contro il tempo: quello della bomba che sta per esplodere, ossessivo ed onnipresente, ma anche quello della tregua, scandito dal conto alla rovescia che accompagna e sottolinea in maniera drammatica, per il sentore di non riuscire ad arrivare al traguardo, le missioni di una squadra di artificieri nella capitale irachena.
E’ proprio laggiù, tra macerie reali (desunte dal contesto contingente) e metaforiche (quelle che appartengono alla vita dei tre protagonisti) che la Bigelow organizza il "rendez vous" con il suo cinema, tornando a respirare la libertà ed il dinamismo delle produzioni a basso budget. Un ritorno sulla terra, a base di “macchina a mano ed olio di gomito”, per denudare la notizia e restituircela nella crudezza della sua complessità.
La cronaca giornaliera, roboante ed adrenalinica quanto basta per stimolare le sinapsi dell’autrice, si mescola con i sentimenti di un privato tratteggiato in maniera minimalista ed imploso negli sguardi di quegli uomini e nella reticenza delle loro parole.
Americano nel privilegiare l’azione all’astrazione, "The Hurt Locker" non tralascia niente di questa sporca guerra: ci sono bambini che muoiono e soldati che uccidono, c’è l’onnipotenza di chi si crede vincitore ma anche il sudore freddo della paura. Ma è soprattutto il senso di tragica fatalità, continuamente presente negli sviluppi e nelle conclusioni delle vicende che occupano la scena e reso tangibile nel protagonista principale, un soldato che non può fare a meno della guerra- dopo i vampiri de "Il buio si avvicina" ed i surfisti di "Point break", la Bigelow ripropone con successo un personaggio "Addicted" - che il film riesce a superare le barriere del genere, diventando ben presto un resoconto sulla condizione umana.
Se la messa in scena della guerra appare estremamente veritiera, convince la volontà della Bigelow di dare un nome a coloro che la combattono, al di là delle ideologie e delle ragioni di parte.
Un cast di quasi sconosciuti (Makie l’avevamo visto in "She hate me" di Spike Lee e nel mai distribuito "Half Nelson", film nominato all’Oscar per la formidabile interpretazione di Ryan Gosling) e due star (Ralph Fiennes e Guy Pierce) che scompaiono quasi subito ci danno il senso di un opera che riduce le distanze e punta dritta al cuore dello spettatore.


K. Bigelow ha vinto l'oscar 2010 come miglior regista.

The Blind Side

The Blind Side
regia di John Lee Hancock


Il segno dei tempi continua ad ispirare il cinema mainstream statunitense e dopo il successo personale di molti attori afroamericani ed un aumento delle produzioni incentrate su quella comunità, arriva sugli schermi "The Bind Side" di JL Hanckok, biopic dedicata all’incredibile ascesa di Michael Oher, passato dalle privazioni del ghetto ai successi del football, di cui lo stesso è diventato una delle stelle più fulgenti.

CONTINUA A LEGGERE LA RECENSIONE SU ONDACINEMA.IT






Per questa performance Sandra Bullock si è aggiudicata il premio Oscar 2010 come miglior attrice protagonista.

giovedì, marzo 04, 2010

Film in sala dal 5 marzo 2010

Alice in Wonderland
( Alice in Wonderland )
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tim Burton

Crazy Heart
( Crazy Heart )
GENERE: Drammatico, Musical
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Scott Cooper

Diamond 13
( Diamond 13 )
GENERE: Azione, Poliziesco, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Belgio, Francia, Lussemburgo
REGIA: Giles Behat

L'amante inglese
( Partir )
GENERE: Drammatico, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Catherine Corsini

Revanche - Ti ucciderò
( Revanche )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Austria
REGIA: Götz Spielmann

Shutter Island
( Shutter Island )
GENERE: Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Martin Scorsese

mercoledì, marzo 03, 2010

Gli occhi di Penelope (2) - IL RICCIO

Il riccio
regia di Mona Achache


"Il riccio" è la trasposizione cinematografica che una regista esordiente, tale Mona Achache, fa di un romanzo che nel 2006 ha segnato l’editoria francese (e non solo), facendo razzia di premi letterari: "L’eleganza del riccio" di Muriel Barbery.
Ho avuto il piacere di leggere il romanzo durante le ultime vacanze natalizie e, fortunatamente, appena prima dell’uscita del film nelle sale.
Avendo assolutamente gradito la lettura, che ha fatto balzare il romanzo nella mia personalissima top-ten delle preferenze letterarie, non ho potuto (né voluto) esimermi dall’andare a vedere il film, pur nella consapevolezza che una delusione avrebbe potuto tendermi un agguato. Psicologicamente preparata, ho varcato la soglia della sala.
Siccome non sempre le ciambelle riescono col buco, è capitato che l’autrice del romanzo abbia disconosciuto la pellicola, non ritenuta evidentemente degna di rappresentare su schermo quanto era già stato rappresentato su carta. Ma cosa è giusto aspettarsi da una operazione di questo genere?
In fondo, a ben pensarci, il romanzo in questione non è tra quelli che più si prestano ad una trasposizione cinematografica. Se lo si vuol guardare dal mero punto di vista della storia raccontata, bastano poche parole per riassumerne i punti salienti: c’è una portinaia parigina segretamente coltissima, una bambina aspirante suicida di famiglia ricca e dall’intelligenza superiore, un giapponese di mezza età perspicace e sensibile che si incontrano in un condominio alto-borghese. Un punto di partenza un po’ scarno per l’impianto narrativo di un film. Ma potrebbe essere proprio tale pochezza di accadimenti a costituire quella crepa in cui una giovane regista vuole coraggiosamente infilare la sua sfida cinematografica. La sfida è quella di riportare sul grande schermo l’atmosfera elegiaca del romanzo, la profondità delle tante riflessioni sofisticate, di riempire quei silenzi filosofici che rendono il libro gustoso ed allo stesso tempo confortante e dolcemente consolatorio, senza tradire o stravolgere le intenzioni intellettuali e lo stile dell’autrice. Sarà riuscita Mona Achache a compiere una siffatta impresa?
Io credo di sì. La regista compie un parallelo a mio parere molto riuscito: laddove nel romanzo la piccola Paloma è intenta a scrivere una sorta di diario, in cui annota i “pensieri profondi” e i “movimenti del mondo”, nella trasposizione della Achache lo stesso personaggio vuol cristallizzare le proprie considerazioni in un film, e lo si vede aggirarsi nelle varie situazioni con una vecchia videocamera, a riprendere i suoi familiari ed a descriverne le caratteristiche filtrandole attraverso i suoi occhi consapevoli e rassegnati. Dunque, pare sussistere l’uguaglianza “libro=film” non solo per il fatto che la storia raccontata è tratta, o almeno ispirata a quella di un romanzo, ma anche grazie alla scelta dello strumento di comunicazione dedicato al pubblico, che nel romanzo è giustamente un diario, quindi un altro scritto, e che nel film, nella massima coerenza, è un altro film. E così, ancora una volta, sia in letteratura, sia nella cinematografia, si vuol rendere omaggio al grande commediografo latino Plauto, colui il quale forse per primo scelse di svelare agli spettatori l’illusione del teatro mettendo in scena la rappresentazione teatrale stessa, dando i natali al cosiddetto meta-teatro. La regista, quindi, sceglie di mettere in scena la messa in scena, e non lo fa solo attraverso l’occhio della videocamera di Paloma, ma utilizza anche un altro registro linguistico, il cartoon, rivelando con innocente abilità i misteri di quel magico meccanismo che mette in moto le figure. E’ proprio così, usando questi strumenti, che l’arguta Paloma si racconta e racconta della delusione nei confronti del mondo che la circonda.
Il risultato è una sfiziosa favola moderna, i cui protagonisti sono significativi, seppur nella discrezione e nel garbo delle proprie personalità. L’atmosfera del romanzo viene disfatta e poi sapientemente ricostruita risultando in un alleggerimento complessivo dei temi trattati, il quale però non smarrisce il senso più profondo ed intimo del racconto della Barbery, ma si limita a sottacerne alcune introspezioni, che, seppur indispensabili all’economia del romanzo, nel film sarebbero apparse solo di contorno. Il messaggio dell’incontro e della comprensione dell’altro al di là delle apparenze giunge allo spettatore con una certa chiarezza, grazie all’efficacia delle due anime in incognito Reneè e Paloma, che trovano conforto e si nascondono dietro la maschera che la società ha attribuito loro, e grazie alla bravura di monsieur Ozu nel riconoscerne la prelibatezza e nello stanare il loro nascondiglio, con fiuto da vero cane da tartufo.
Le tante digressioni filosofiche del romanzo cedono il posto ad una certa leggerezza con cui la regista riempie i silenzi narrativi della storia. E lo fa con trovate graziose e sobrie, che spaziano dai disegni murali nella stanzetta di Paloma, fusione di creatività e razionalità, all’uso di fittizi cieli stellati, dal gusto infantile e fiabesco, alle tante citazioni letterarie, artistiche e cinematografiche che sembrano animarsi e vivere nella singolare concierge. Tutto questo viene annegato in un cocktail vincente a base di cartoon, di colori vivaci e di un linguaggio moderno ed accattivante. Particolarmente riusciti sono i visi e le espressioni delle due attrici protagoniste, che comunicano col solo sguardo, spento quello di Reneè, rassegnatamente disincantato quello di Paloma.
Insomma, l’autrice del romanzo ha messo questo film nella “boccia dei pesci rossi”. Ma tra la “boccia dei pesci rossi” e i “sempre nei mai”, ci sono infinite vie di mezzo, e questo film si pone in ottima posizione.

martedì, marzo 02, 2010

Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)

Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)
(regia di Arnaud Desplechin)


Dopo aver fatto i conti con la Storia ed aver chiuso nella tomba qualsiasi proposito di impegno politico e sociale, Despleshin si mette dietro le spalle il lavoro precedente tuffandosi nei miasmi dolciastri e vagamente retrò di "Comment je me suis dispute'...", film che fin dal titolo cerca di disimpegnarsi dalle arzigogolate acrobazie de "La sentinelle", per abbracciare una forma di narrazione apparentemente umorale e che fa sua una sintassi cinematografica, in cui gli accostamenti tra le singole scene non sono la conseguenza di un ordine precostituito, farmaceutica esecuzione di un piano di bordo studiato al millimetro, ma altresì la manifestazione di un interiorità che vuole liberarsi dei suoi fardelli, e ci riesce utilizzando la bile al posto del compasso, le sinapsi al posto della chimica, arrivando a dimostrare come qualsiasi costruzione, filosofica, scientifica o sentimentale debba fare i conti con le incognite della vita.

Così la "malattia" di Paul Dedalus, assistente universitario alle prese con un empasse esistenziale che gli impedisce di indirizzare i propri sforzi verso un comun denominatore ( vita borghese e promozione sociale oppure bohemien e rigurgiti ancestrali), la fidanzata decennale di cui sembra vergognarsi, una girandola di amici ed amanti incapaci di soddisfarne l’adolescenziale curiosità, il lavoro accademico e l’avanzamento di carriera frenato dalla comparsa di un ex collega diventato titolare della cattedra di Epistemologia ed a lui inviso a causa della disputa riportata in cartellone, diventano lo specchio di una generazione in cerca di identità in un "Monde sans pitie2, per dirla con le parole di un altro film che, in qualche modo anticipa e non risolve tematiche e situazioni qui presenti, e che lo stesso Desplechine aveva sceneggiato insieme all’amico Eric Rochant.

Il risultato è un opera ondivaga, a tratti debordante, per l’overdose dialettica che accompagna le vicende del protagonista, continuamente sospese tra fenomenologia e psicanalisi ( la storia del film è il resoconto di una guarigione oggettivata dalla seduta/confessione di Paul sul lettino del suo analista), per le numerose divagazioni che si soffermano su episodi poco rilevanti rispetto al centro del problema ma che, nondimeno, aiutano a far montare lo smarrimento generale dei personaggi, per la densità dei rimandi letterari (P.Roth e Joyce in prima linea), cinematografici (su tutti "Mon oncle d’amerique" di Alain Resnais) ed autobiografici, e fin ultimo per la compresenza di uno tono, farsesco ed insieme tragico, che diventerà uno dei tratti più distinguibili del cinema che verrà; caratteristiche di un arte che appare ancora incapace di contenersi ma già mostra una sincerità a tratti disarmante. Attraversato come al solito da uno stuolo di attori che non tarderà ad affermarsi (da Emanuelle Devos a Chiara Mastroianni, da Denis Podalydes a Jeanne Balibar sono per dirne alcuni) il film segna il passaggio di consenge tra Emanuelle Salinger, il feticcio degli esordi e qui relegato ad una parte da comprimario, e Mathieu Almaric, futuro protagonista dei capodopera del regista, e qui alle prese con un ruolo la cui performance rischia di mangiarsi il resto della truppa. In corcorso al Festival di Cannes del 1996, "Comment je me suis dispute (ma vie sexuelle)" vinse il Caesar per la migliore promessa maschile assegnato allo stesso Almaric: un premio quasi profetico alla luce degli odierni risultati.

lunedì, marzo 01, 2010

Cinema calibro 9.

E' disponibile nelle librerie il nuovo libro di Fabrizio Luperto, "Cinema calibro 9. Guida al poliziottesco", Manni.

dal sito dell'editore:

"Questo libro è la prima guida del poliziesco all’italiana, genere cinematografico che negli anni Settanta ha avuto incredibile successo.
Gli ingredienti: inseguimenti e sparatorie, sangue e stupri, delinquenti e commissari baffuti, giustizieri fai da te e massacri truculenti.
Liquidato dalla critica dell’epoca come reazionario e fascista, ha avuto il merito di portare sul grande schermo la cronaca nera; ha finanziato il cinema d’autore grazie agli incassi strabilianti dovuti all’equazione sale piene e produzioni a basso costo; ci ha regalato pellicole del valore di Cani arrabbiati e personaggi come Er Monnezza.
Cinema calibro 9 è un manuale dettagliato con schede di film, attori, registi, colonne sonore, curiosità e frasi celebri, arricchito da un dizionario di 200 titoli, per riscoprire uno dei filoni più interessanti del cinema italiano."

Anno 2010, 124 pagine - € 12.00 - ISBN: 978-88-6266-229-1
Note: Con inserto a colori

Si rimanda al dettaglio sul sito di MANNI EDITORI


 deagostinilibri.it

venerdì, febbraio 26, 2010

MOON

Moon
regia di Duncan Jones


Scritto e diretto dal regista pubblicitario Duncan Jones, qui al suo esordio per il grande schermo, Moon riprende i temi del filone fantascientifico, omaggiando classici del genere.
Girato con un budget ridotto all’osso, il film racconta la storia dell’astronauta Sam Bell (Sam Rockwell) impegnato, da tre anni, nella base lunare Selene, della società americana Lunar, per seguire e monitorare l’estrazione di helium 3, indispensabile per risolvere la crisi energetica terrestre.
Bell è accompagnato, nella sua attività e permanenza alla base, dal robot Gertie (la cui voce è interpretata da Kevin Spacey), dalle fattezze e comportamenti di kubrickiana memoria e che oltre a interloquire in stile umanoide comunica con emoticons.
A due settimane dalla conclusione del suo mandato, Bell inizia ad accusare seri problemi di salute che rapidamente lo portano ad aggravarsi e ad avere delle allucinazioni. La perdita di concentrazione dovuta a queste ultime, improvvise e scioccanti, causano a Bell un incidente durante una missione sul suolo lunare.
Cosa sta succedendo?
Perché improvvisamente c’è un altro Sam Bell nella base, irascibile ed inatteso?
Jones riece a tenere la tensione lungo tutto il film amplificando queste domane come cerchi nell’acqua fino al finale. La prova è ben riuscita anche grazie alla splendida performance di Sam Rockwell, qui impegnato quasi in un monologo che lo porta ad interpretare vari livelli emotivi e di coscienza.
Apprezzabile anche la colonna sonora, semplice ed asciugata nonché affabilmente ossessiva, che ben si adatta al clima di estraniamento e di progressivo risveglio di coscienza del protagonista.
Le sequenze girate in esterno risultano di pregante impatto visivo, tanto da rimandare alla mitica serie tv Spzazio 1999.
Voto 8

giovedì, febbraio 25, 2010

NORD

Norvegia.
Il viaggio di Jomar, ex campione di sci che depressione e crisi di panico hanno relegato in una stazione sciistisca come guardiano, inizia quando qualcuno gli rivela che una sua ex ha avuto un figlio da lui.
Con motoslitta, alcool e pillole, parte, lottando e sfidando le proprie paure.
Ultima esitazione: prima di una galleria (prima di immergersi in se stesso?), ma poi, via, lungo paesaggi completamente bianchi di neve, dove la presenza umana è rara.
La solitudine di un viaggio, che altro non è che un viaggio interiore, alla ri-scoperta di sè; per ritrovare il proprio io, che paure, ansie, depressione hanno annebbiato e nascosto.
E ora via, verso la vita (il figlio, come metafora della vita), attraverso dolori quasi insopportabili, case che bruciano, una bambina, un giovane e un vecchio che rappresentano l'unica umanità che incontra sul suo percorso (le tre età della vita?).
Solitudine, momenti che sfiorano il grottesco, tragicomici.
Tempeste di neve, cielo grigio, che alla fine del viaggio diventa assolato.
Ed è la vita!
Citando l'Ulisse di Joyce: "Forza, ora. E la via sia".
Visione del film consigliata, insieme a quella di "osare, affinché la via sia"


Film in sala dal 26 febbraio 2010

Codice: Genesi
( The Book of Eli )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2010 DATA DI USCITA: 26/02/2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Albert Hughes, Allen Hughes

Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giovanni Veronesi

Invictus
( Invictus )
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Clint Eastwood

Nord
( Nord )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Norvegia
REGIA: Rune Denstad Langlo

Senza apparente motivo
( Incendiary )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Sharon Maguire

lunedì, febbraio 22, 2010

L'uomo nero

L'uomo nero
regia di Sergio Rubini


Con L'uomo nero Sergio Rubini torna ai temi a lui piu' cari quali la Puglia e la famiglia, in un percorso di ricordo e di catarsi che impreziosice un inequivocabile omaggio al suo paese di origine.
ambientato nella profonda provincia di Bari, Rubini dirige, ed interprta, la storia di Ernesto Rossetti, capostazione di uno sperduto paesino con velleità artistiche, che sogna di diventare un ammirato pittore. Ispirato da Cezanne, ma tuttavia umiliato da un critico d'arte locale che non perde occasione per stroncarlo sul quotidiano del Paese, Ernesto rincorre i sogni di gloria sbattendosi tra una incessante insoddisfazione ed uno sconfortante senso di fallimento.

La vita artistica di Ernesto si intreccia indissolubilmente con la sua vita famgiliare. La moglie, interpretata da Valeria Golino, è una insegnante che sostiene, con affanno e preoccupazione, i continu tentativi del marito di raggiungere la fama artistica.
Le vicende di famiglia sono narrate attraverso lo sguardo del piccolo figlio Gabriele, che si muove con curiosità e timore tra i giganti della sua famiglia: il padre frustrato ed affascinante, lo zio Pinuccio (Scamarcio) adorabile e donnaiolo, la madre presente e preoccupata.

La pellicola riporta indietro nel tempo e dà modo a Rubini di mettere in scena la figura del padre, in un percorso di comprensione, ricordo e catarsi profonde.
Ma il film è anche un abbraccio all'infanzia, alle sue meraviglie ed ai suoi primi traumi. Ed un luminoso omagio alla Puglia estiva inondata di luce.

Lo stesso Rubini, in conferenza stampa, ha dichiarato. "Lo spunto per girare L'uomo nero nasce da un ricordo dell'infanzia: la memoria di un macchinista che lanciava caramelle ai bambini lungo i binari. Sono perciò partito da quell'immagine e dalla voglia di tornare a lavorare con Domenico Starnone con cui condivido un padre ferroviere e pittore. Ci siamo seduti a tavolino e abbiamo messo insieme pezzi della nostra storia personale. All'inizio temevamo che potesse venirne fuori un racconto sfilacciato e confuso, più tardi, al contrario, che ci fosse invece troppa trama e che quest'ultima avrebbe finito per soffocare il clima e il sapore del film, che era la cosa che ci stava più a cuore. A volte penso di non poter fare a meno di tornare a me stesso e se uno non torna a se stesso che cosa racconta?"

Ottima prova del regista pugliese, che si conferma sempre più autore di storie popolari e capace di raccontare il nostro Pese con il giusto miscuglio di serietà ed ironia, senza mai perdere il contatto con la realtà.
Golino e Scamarcio supportano, con buona riuscita, l'interessante opera.
Di Fabrizio Gifuni possio parlare praticamente solo di cameo, come per le tante comparsate o i ruoli minori asseganti ad attori comunque amati e noti al grande pubblico (si vedano ad esempio Maurizio Micheli ed Anna Falchi).

Voto 8

Le Refuge

Le Refuge
(regia di François Ozon
)

Dopo aver scoperto che il compagno tossicodipendente è morto e lei è rimasta incinta, Mousse decide di portare avanti la gravidanza rifugiandosi nella villa di campagna di un ex spasimante. Il suo isolamento è interrotto dal fratellastro del morituro che al contrario degli altri familiari le offre il suo sostegno ed un po' di compagnia in attesa dell'evento. La convivenza forzata ed insieme voluta, darà il via ad un confronto di amore ed odio che confluirà nella scoperta di sé e dell'altro, con un finale sorprendente ma in linea con la poetica iconoclasta del suo autore.




Continua a leggere la recensione di LE REFUGE di nickoftiome su ONDACINEMA.IT





venerdì, febbraio 19, 2010

Gli occhi di Penelope (1) - A SINGLE MAN

A SINGLE MAN
regia di Tom Ford


recensione di Penelope


"A single man" è il primo – di una lunga serie, spero – film di Tom Ford, fascinosissimo ex stilista del gruppo Gucci.
Lo avevo osservato ed ascoltato qualche giorno prima mentre veniva intervistato da Fabio Fazio, su Raitre. Non posso negare di essere rimasta ammaliata dal personaggio, da quel modo singolare di atteggiarsi sulla poltrona Frau dello studio, che trovava troppo bassa per i suoi gusti. Impeccabile nel suo abito nero, non riusciva a rilassarsi completamente su quella poltrona, tant’è che non ne ha mai sfiorato lo schienale. L’eleganza innata nella postura diritta e nei gesti morbidi tradiva già una spiccata sensibilità d’artista, che non si ferma all’estetica perfetta di cui è evidentemente l’incarnazione, ma che spazia interpretando e rendendo proprio un mondo che fino a ieri non gli apparteneva, quello dei cineasti. E così, quel vezzo terribilmente bello ed accattivante di aggrottare le sopracciglia in un’espressione profonda mi ha rapita e convinta ad andare al cinema a vedere il suo film.
Le premesse non mi hanno tradita. Il film è un piccolo capolavoro estetico, dall’impatto visivo fortissimo. Tratto dal romanzo omonimo dell’inglese Isherwood, il film racconta di un amore omosessuale che è terminato tragicamente, e del dolore lancinante che la conseguente solitudine provoca nel protagonista.
Il nostro “enfant prodige” sembra non lasciare nulla al caso. I colori dall’aurea bronzea proiettano lo spettatore con estrema immediatezza in quei malinconici anni ‘60 co-protagonisti del film, così delicatamente ricostruiti attraverso le ambientazioni ed i costumi. L’atmosfera restituita all’occhio è perfetta e mai ingabbiata in cliché o stereotipi. Ford riesce con gran naturalezza a costruire un mondo visivo che coinvolge senza mai travolgere, riuscendo a mantenere quella necessaria distanza emozionale tra il pubblico e la pellicola. Per raggiungere questo difficile ma riuscitissimo equilibrio estetico, Ford si affida a raffinate tecniche di ripresa cinematografica, riuscendo così a non sbagliare una sola inquadratura. Un esempio particolarmente efficace, a mio avviso, sono gli effetti di riquadratura presenti in alcune scene, dove talvolta convivono nella stessa dimensione spaziale i prepotenti occhiali del protagonista, lo specchietto retrovisore e il parabrezza della macchina, come se fossero testimoni di una scena nella scena, quasi a voler contenere e riflettere le potenzialità emotive dei personaggi. Molto interessante è anche l’ordine caratteristico dei molti elementi “in serie” protagonisti di alcune scene: i tanti fucili tutti nella stessa posizione parallela, le bottiglie in fila sugli scaffali dei bar, le macchine parcheggiate con perfetta geometria, suggeriscono l’idea di un ordine superiore ed esterno al personaggio a cui quest’ultimo vuol tendere caparbiamente.
Il film non è privo di ammiccamenti al linguaggio della comunicazione pubblicitaria, ed incastona alcuni passaggi in veri e propri cammei: l’uso del bianco e nero che il regista utilizza per ricordare alcuni momenti di vita del protagonista trascorsi con il compianto partner fa l’occhiolino a famosi spot pubblicitari dove corpi scolpiti ed adagiati su rocce quasi perpendicolari donano ai sensi dello spettatore una gradevole sensazione olfattiva. Che dire dello sfondo tutto hitchcockiano che, libero e blu, sorveglia il protagonista nel silenzio notturno di Los Angeles? E non si tratta dell’unica citazione cinematografica. Ford riesce a stimolare i ricordi dello spettatore e suggerisce una biondissima, fumante e muta Brigitte Bardot, un esplicito ed intraprendente James Dean, e ci serve su un vassoio d’argento lo spettro di Audrey Hepburn, che serpeggia dal romanzo di Truman Capote “Colazione da Tiffany” alle capigliature cotonate delle segretarie, agli abiti optical di una Julianne Moore già moralmente proiettata verso la realtà sessantottina.
Ma i pregi del film non si limitano solo agli aspetti stilistici ed estetici. Il film racconta una bella storia, la storia di una solitudine vissuta profondamente, di una lacerata intimità gridata a se stesso e non condivisa. Lo spettatore partecipa nonostante tutto al dolore del protagonista, ma lo fa con la discrezione del dovuto rispetto, e con un atteggiamento non urlato. L’equilibrio, dunque, non è solo caratteristica dell’impianto stilistico, ma costituisce il trait d'union tra questo e i sentimenti raccolti dal film. I personaggi sono delineati con estrema precisione ed accuratezza, e trasmettono allo spettatore le proprie difficoltà, i propri malesseri, senza mai essere invadenti. Ogni parola, ogni azione è dettata da una eleganza dell’animo e da una sensibilità delicatamente riportata in scena dagli attori. Le percezioni emotive risultano amplificate da un uso intelligente dell’accompagnamento musicale, talvolta sostituito dal nudo parlare degli elementi della natura, a sottolineare i momenti decisivi e tragici della storia. Il professore universitario George nasconde al mondo il suo dolore, e lo fa rendendosi quasi trasparente al cospetto di una società, quella dei sixties americani, che si esprime attraverso la quotidianità vissuta dai vicini di casa, attraverso i primi timori studenteschi nei riguardi della guerra fredda e delle altre trasformazioni storico-politiche in atto, attraverso la presa di coscienza della futura classe borghese americana dei pericoli dell’emarginazione delle minoranze, pericoli sollecitati dallo stesso professore George alla sua classe. E mentre contribuisce nel suo piccolo alla crescita culturale della nazione non senza successo (in particolare uno dei suoi alunni coglie nelle sue parole il profondo bisogno di riscontro), George soffre terribilmente di quella mancanza che gli deturpa l’anima. In questo ruolo imponente, Colin Firth convince senza alcun dubbio, e regala agli spettatori la percezione della sua intima disperazione.

giovedì, febbraio 18, 2010

Film in sala dal 19 febbraio 2010

Afterschool
( Afterschool )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Antonio Campos

Che fine hanno fatto i Morgan?
( Did You Hear About the Morgans? )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Marc Lawrence (II)

Il figlio più piccolo
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2010 DATA DI USCITA: 19/02/2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Pupi Avati

Il Missionario
( Le missionnaire )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Roger Delattre

Il richiamo della foresta 3D
( Call of the Wild 3D )
GENERE: Drammatico, Avventura, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Richard Gabai

La bocca del lupo
GENERE: Drammatico, Docufiction
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Pietro Marcello

L'Uomo Fiammifero
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Marco Chiarini

Promettilo!
( Zavet )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Francia, Serbia
REGIA: Emir Kusturica

Wolfman
( The WolfMan )
GENERE: Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Joe Johnston

mercoledì, febbraio 17, 2010

INVICTUS

INVICTUS
(regia di Clint Eastwood)


E’ difficile parlare dei maestri perché di loro si è detto già tutto, e quando lo si fa’ si rischia di parlare dell’ovvio, oppure di ledere l’aura di intoccabilità che li circonda quando il film non soddisfa le aspettative.
E’ questo il caso di Invictus, ultimo film di Clint Eastwood, un artista già in odore di santità, e che attraverso un episodio della vita del celebre Mandela si cimenta nuovamente con gli eventi della Storia, immergendoli all’interno di una poetica del quotidiano che fa i conti con la vita e misura la grandezza degli uomini dalla dignità dei loro gesti più che dal clamore dei resoconti cronachistici.

Anche nella scelta di raccontare attraverso un episodio minore la lungimiranza, per altri versi eclatante, del vecchio leader alle prese con i problemi di un paese ancora lacerato dalle tensioni razziali, ed in profonda crisi economica, (l’unificazione della Nazione passò anche attraverso al successo mondiale della nazionale di rugby sottratta all’esclusività dei soli Afrikaners e restituita alla popolazione nella sua totalità) Eastwood conferma la sua predilezione per una marginalità che racchiude l’essenza delle cose.
Ma anche qui, come già in passato gli era capitato, il regista è costretto a fare i conti con il passo della Storia, che concede molto in termini di fascinazione, ma esige anche un dimensione ufficiale che in qualche modo sembra togliere il respiro a quella privata e particolare del regista americano.
Così dopo un inizio folgorante, in cui il passaggio della scorta presidenziale, con le diverse reazioni dei ragazzi impegnati sui rispettivi campi di gioco è da solo significativo del momento storico, ed alcuni accenni al privato di Mandela alle prese con una paternità piena di rimorsi (un altro must del regista), il film inizia lentamente ma in maniera inesorabile a deragliare verso una narrazione che deve dare conto dei fatti e cede il passo al resoconto.
Insomma una sorta di prigione in cui rimane coinvolta la spontaneità di Morgan Freeman, imbrigliata da una performance interessata esclusivamente a replicare l’iconografia ufficiale del personaggio, ed il professionismo di Matt Damon, alle prese con un ruolo che non gli offre molte chance anche in termini di minutaggio.

Certo non mancano qua e là reminescenze di grande cinema, soprattutto negli spazi dedicati al rapporto tra Mandela ed il capitano della squadra (saranno proprio i suggerimenti del primo a ridare ossigeno ad un team senza identità e sull’orlo di essere disciolto), ma per il resto si cade nell’anneddotica sociale, con il bambino di colore che segue la partita insieme ai poliziotti che poco prima lo scacciavano, e sportiva, con inquadrature dello stadio stracolmo a simboleggiare la ritrovata unità ed una partita finale dilatata all’infinito dall’uso di un rallentì a rischio di maniera.
Insomma, per chi scrive si tratta di un film che non toglie niente alla fama del suo autore ma che neanche aggiunge nulla rispetto ad una carriera che non finisce di stupire, se è vera la notizia di un prossimo thriller soprannaturale (Hereafter) con Matt Demon protagonista.

giovedì, febbraio 11, 2010

PARANORMAL ACTIVITY

PARANORMAL ACTIVITY (Usa 2007)

Versione 1

L'incredibile storia di questo film ha inizio nel
2007.
Oren Peli gira il suo film in appena una
settimana, con una troupe di sole 3 persone e con un budget
misero di appena 15.000 dollari.
Il regista invia il suo film a numerosi festival, ma
solo lo Screamfest di Los Angeles inserisce PARANORMAL
ACTIVITY nel programma.
Il film viene notato da Steven Spielberg che lo
acquista per poter girare un sequel con la sua Dreamworks,
poi cambia idea, si accorda con la Paramount e organizzano
delle proiezioni nelle cittadine studentesche statunitensi
che ovviamente vanno tutte esaurite.
Il resto è storia recente.
PARANORMAL ACTIVITY costato solo 15.000 dollari
(Avatar è costato 450 milioni di dollari) ha
incassato solo negli Usa oltre 100 milioni di dollari e se,
come sembra, il successo sarà confermato anche in
Europa, si accinge ad attaccare il record dei record,
detenuto da GOLA PROFONDA (1972 - ma in Italia uscito
nel 1977) costato 25.000 dollari e che ha incassato in
tutto il mondo, home video compreso, oltre 600 milioni
di dollari.
PARANORMAL ACTIVITY ha una struttura elementare: una
giovane coppia continua a sentire strani rumori
all'interno della casa, la donna addirittura confida al
fidanzato di avvertire delle presenze durante le ore
notturne.
Per scoprire cosa succede durante la notte, i due
decidono di piazzare una telecamera nella stanza da letto
per filmare quello che avviene mentre dormono.
Oren Peli confeziona un horror
dell'inconscio di ambientazione casalinga, puntando
tutto sulle paure quotidiane, senza bisogno di scomodare
serial killer, mostri, zombie e sopratutto senza sprecare
ettolitri di vernice rossa.
L'esordiente regista fa fruttare al massimo
la piccola idea di partenza e ci costruisce su un intero
film, inoltre è bravo ad utilizzare al meglio i pochi
elementi (e risorse) a disposizione, vale a dire tonfi,
grugniti, scricchiolii.

Versione 2
Basta con questa storia del filmato ritrovato!
Lo abbiamo già visto in REC(2007), in CLOVERFIELD
(2008) e in quello che è considerato il padre del
genere, vale a dire THE BLAIR WITCH PROJECT (1998) come ci
è stato più volte spiegato dalla gran parte della stampa
in questi giorni.
Se invece avete un minimo di fiducia nel sottoscritto,
e sopratutto se avete uno stomaco abbastanza forte, vi
consiglierei di andare a cercare
l'ipercensurato CANNIBAL HOLOCAUST (1979) e vi
accorgerete che la storia del filmato ritrovato
era già stata portata sul grande schermo
dall'italianissimo Ruggero Deodato.
Anche se ultimamente l'horror sta segnando il
passo evidenziando chiari segni di stanchezza,
Paranormal Activity non può essere preso sul serio.
Due persone a corto di neuroni una volta preso atto
che la casa è infestata da presenze demoniache affrontano
il problema in scioltezza.
Mentre preparano la cena discutono amabilmente se sia
il caso di contattare un esorcista piuttosto che un
sensitivo, come se parlassero dell'idraulico o
dell'imbianchino e poi se ne vanno tranquillamente a
dormire.

La pochezza di tutto l'impianto è palese, anche
perchè ricalca storie già viste.
Si passa il tempo a sbadigliare in attesa
delle riprese notturne sperando in qualche sussulto che
non arriverà mai.
Miracoli del
marketing.

Film in sala dal 12 febbraio 2010

Lourdes
( Lourdes )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Austria, Francia
REGIA: Jessica Hausner

Amabili resti
( The Lovely Bones )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna, Nuova Zelanda, USA
REGIA: Peter Jackson

Maga Martina e il libro magico del draghetto
( Hexe Lilli, der Drache und das magische Buch )
GENERE: Fantastico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Australia, Germania, Italia
REGIA: Stefan Ruzowitzky

Scusa ma ti voglio sposare
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Federico Moccia

giovedì, febbraio 04, 2010

Film in sala dal 5 febbraio 2010

Adam
( Adam )
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Max Mayer

An Education
( An Education )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Lone Scherfig

Bright Star
( Bright Star )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Australia, Francia, Gran Bretagna, USA
REGIA: Jane Campion

Il concerto
( Le concert )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Radu Mihaileanu

Paranormal Activity
( Paranormal Activity )
GENERE: Horror, Thriller
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Oren Peli

lunedì, febbraio 01, 2010

Baciami ancora

Baciami ancora

Muccino, Procacci e Medusa schierano la meglio gioventù del cinema italiano e organizzano un bombardamento mediatico di rara intensità per il sequel de L'ULTIMO BACIO.
Fastose autocelebrazioni alla presenza di sorridenti dignitari di corte hanno segnato la settimana televisiva che ha preceduto l'uscita del film.
Il regista romano durante il soggiorno americano ha imparato i meccanismi dell'entertainment hollywoodiano e lo catapulta speranzoso sugli schermi italiani mettendo in scena un sequel infarcito di grossi nomi ai quali aggiunge la sua buona tecnica registica.
Il risultato è un film che si porta addosso i segni evidenti della sua estrema commerciabilità, che sicuramente avrà un buon riscontro al botteghino, che negli USA porta dritto allo status di grande regista, ma in Europa non funziona così e Muccino rischia di ritrovarsi in fondo al gruppo mentre le sagome dei suoi giovani colleghi Sorrentino, Garrone e Crialese si allontanano all'orizzonte.
Gabriele Muccino, che si preoccupa persino di citare il suo datore di lavoro americano Will Smith, si rivolta con voluttà negli stessi ingredienti de L'ULTIMO BACIO, vale a dire autodistruzione fisica e amorosa, occasioni perse e rimpianti, ma questo suo nuovo affresco generazionale è lontano anni luce dalla freschezza e dall'aggressività del primo capitolo.
Un paio di passaggi di buon cinema non salvano questo baraccone piacione dalle dinamiche prevedibili, senza grinta, che si trascina stancamente per due ore.
Sceneggiato come una telenovela sudamericana, condito con tragedie che non riescono a sembrare serie e fastidiosamente infarcito di pubblicità, BACIAMI ANCORA delude le attese e a tratti irrita nel vedere sprecato il talento dei protagonisti, (vittima eccellente il bravo Favino che interpreta un personaggio macchietta) e sopratutto quando il pupillo di Will Smith ci ripropone la stessa scena di lutto già vista in SATURNO CONTRO di Ozpetek.
Restiamo in attesa della prossima puntata dove, azzardiamo, la figlia di Carlo (Accorsi) e Giulia (Puccini) sarà alle prese con i primi amori; il padre naturale del figlio di Marco (Favino) e Veronica (Piazza) si rifarà vivo reclamando la paternità del bambino e Alberto (Cocci) tornerà dal suo viaggio.
BACIAMI ANCORA insieme a Baaria è la grande operazione commerciale di questa stagione dell'Italia cinematografara. Quella di Tornatore, come sappiamo, è miseramente fallita, questa di Muccino la dimenticheremo presto..
Tanto rumore per nulla.

venerdì, gennaio 29, 2010

THE ROAD

THE ROAD
by WAYNE JOHNSON from CANADA


I must admit that I did enjoy this movie. I had recently finished the book and was extremely surprised that it moved me (the book) as much as it had. This was my first experience with Cormac McCarthy’s written word. I had viewed NO COUNTRY FOR OLD MEN some years back but had not made the connection.

I must begin with my impressions of the book THE ROAD. The experience was completely unexpected. My wife had purchased the book as a Christmas present for me. I would have never bought the book as I make a rule to avoid the movie / book combination as one of the two consistently disappoints in my case. I tend to watch most movies with Viggo Mortensen therefore I had consciously decided to take the movie version of THE ROAD as opposed to the book. So…there I was with the book and plenty of time. I said what the heck and plunged in. The event was certainly worth the time.

THE ROAD (book) is dark, gloomy, terrifying at times, sad always, and almost without hope. How does McCarthy accomplish this? He plays on our individual imagination concerning the unknown but absolutely possible - something that has been in the background of our existence for 70 years. The nuclear holocaust and life (or some version of it) thereafter.

Getting back to the movie. As is typically the case for most and always for me – the movie never lives up to the book. No change in this circumstance, however I must admit it was a satisfying attempt.

The movie THE ROAD was almost as dark, gloomy, terrifying, and sad but just did not quite match up to the book. The actors for the most part suited the characters and my vision. Mortensen was excellent while the child actor playing his son was OK. It would have been a tall bill for any great and accomplished actor to carry off the degree of fear, hunger, fatigue, and loneliness that boy must have felt. Charlize Theron was a welcome surprise. In the book, the mother plays a small but crucial role and I think the selection of such a great actor to play this minute but pivotal role was fantastic. We see a bit more of the mother in the movie than in the book but it works well.

What I enjoyed the most with this movie was the context. It is what it is! The director shows you what is happening and essentially you are left alone to make up your own mind. No innuendo or implied messages. All the survivors, cannibals or “good guys,” are doing what they have to do to endure. The director and McCarthy are not judging them. They are just showing us what is occurring. There is almost no attempt to pull at heartstrings or to illicit emotion for or against a character. The script and the screenplay are stark and very frugal.

Mortensen’s character is a study within the movie. At the outset, we see what appears to be the consummate dad. The father who would do anything to ensure his son has the best chance at survival. These attributes would logically lead someone to believe the father would always do the right thing and take the morale high road. Not the case. Mortensen’s character will do anything…anything….to ensure his son lives to see another day. This anything entails deserting those in need of help, sharing only under extreme duress, threatening a man’s life who had robbed them, and finally and ultimately killing two men who had threatened his son.

The movie is not absolutely true to the book as is usually the case. In the book McCarthy describes a scene where the father and son come across a mother who had roasted her newborn for meat. I guess that vision was too extreme for the big screen.

In conclusion a good movie and well worth the effort in my case. I do not know if this assessment would have been the same if I had not read the book previously. There are few words in the movie and when they are spoken they are usually quiet or whispered. To have a grip on the context via a read of THE ROAD prior to the movie experience would be my recommendation.

giovedì, gennaio 28, 2010

Film in sala dal 29 gennaio 2010

Alvin Superstar 2
( Alvin and the Chipmunks: The Squeakquel )
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Betty Thomas

Baciami ancora
GENERE: Commedia, Drammatico, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gabriele Muccino

Bangkok Dangerous - Il codice dell'assassino
( Bangkok Dangerous )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Danny Pang, Oxide Pang

mercoledì, gennaio 27, 2010

Intervista a nickoftime su film tv

Sul settimanale di cinema e televisione FILM TV di questa settimana (uscito ieri 27 gennaio 2010 e relativo alla settimana dal 30 gennaio al 6 febbraio) c'è una bella, bellissima intervista al nostro caro Nickoftime.

Leggi tutta l'intervista


Clicca sull'immagine sottostante per ingrandirla e leggere l'intervista:



L'uomo che fissa le capre

Poche parole di poco valore le mie, ma mi piaceva comunque menzionare, seppure con due righe, questa commedia targata USA che, forse, in pochi sono riusciti a vedere al cine.
Forse ispirato da un'incredibile storia vera e trasposizione del libro di Jon Ronson, ad opera di Grant Heslov, sceneggiatore di "Good Night, and Good Luck ", "L'uomo che fissa le capre" è una commedia demenziale, nera e dissacrante che fa il verso all'esercito americano e al senso di autorità e reverenza che questa suscita.
Gli autori mettono in luce i punti deboli del corpo militare d'eccellenza americano e smontano, su situazoni davvero buffe, il mito americano dei corpi speciali dei marines e delle missioni segrete in genere, e tutto quel "gesso" che si porta addosso.
Il film è scritto bene e scorre fluidamente. cast di tutto punto, dall'ottimo George Clooney al divertente Jeff Bridges (adoro Jeff Bridges) fino alla conferma moderata del protagonista Ewan McGregor.
Peccato per la solita voce fuori campo, tuttavia ben inserita, un po' in stile diario di bordo, un po' per sostenere la complessa narrazione.
Il prodotto pare una singolare produzione nel panorama attuale: una commedia impegnata che fa il verso a tante reali demenzialità, con buon gusto e arguzia.
C'è pure un Kevin Spacey in gran forma.

Il canto delle spose


IL CANTO DELLE SPOSE (Francia 2008)
Regia: Karin Albou


Nour e Myriam sono due ragazze legate da una forte amicizia nonostante siano una musulmana e l'altra ebrea e conducano una vita per molti versi differente.
La musulmana Nour, benché giovanissima, è già stata promessa in sposa per volere della famiglia a suo cugino Khaled, anche se vorrebbe tanto frequentare la scuola come la sua amica ebrea Myriam.
L'ingresso della Wehrmacht a Tunisi, nell'autunno del 1942, cambierà per sempre la vita di Myriam e di sua madre Tita, alla quale non sarà più permesso di lavorare in quanto ebrea.
A questo punto la situazione si ribalta, Myriam sarà costretta dalla madre a sposare un ricco medico, per continuare a sperare nella vita, mentre Nour rimanda il matrimonio con Khaled perché quest'ultimo non riesce a trovare lavoro.
IL CANTO DELLE SPOSE è un buon film che cambia continuamente, si passa dal dramma della guerra, al film di formazione, per approdare al documentario antropologico e accreditare la tesi per cui le divisioni tra arabi ed ebrei vedrebbero responsabili gli europei e tedeschi in particolare.
Regia attenta che si concentra sugli oggetti e fa largo uso di primi piani.
Ottime prova per le due giovani protagoniste.
Finalmente anche sugli schermi italiani con due anni di ritardo, anche se nel nostro Paese era stato presentato in anteprima nel novembre 2008 al 26° Torino Film festival.

martedì, gennaio 26, 2010

Up in the air - Tra le nuvole

"Senza peso" è l'aggettivo più appropriato per definire l’ultima fatica di Jason Reitman: l’accostamento, lungi dall’essere una simpatica sciarada da accostare ad un titolo che molto deve all’assenza di massa corporea, è invece il risultato opinabile di una serie di fattori che ne caratterizzano la sua consistenza.
Costruito sulla notorietà del suo attore principale, ancora una volta alle prese con un personaggio la cui empatia (per mestiere licenzia le persone) poco si addice al target hollywoodiano, e forte di un impianto drammaturgico imperniato sulla nuova pandemia rappresentata dalla precarietà lavorativa, “Up in the air” si muove all’interno di due tendenze opposte e per questo uguali: da una parte vi è il movimento continuo e la mancanza di legami affettivi di Ryan Bingham (il suo motto è "Moving is living"), un tipo abituato a scivolare tra le pieghe della vita grazie ad una filosofia affinata nel corso degli anni con una applicazione maniacale, e persino teorizzata nelle conferenze itineranti che lo stesso si ritaglia nel corso dei suoi viaggi di lavoro, dall’altra la voglia di stabilità ed i valori famigliari delle sue "vittime", quegli impiegati che egli stesso dovrà mandare a casa; avversari uniti dal tentativo di ricondurre la realtà all’interno di una dimensione privata e personale ed egualmente perdenti di fronte agli scarti della vita.
Tematiche con un peso specifico non indifferente soprattutto se le si vuole convogliare all’interno di un film che si mantiene in equilibrio tra il realismo dell’assunto (nella parte degli impiegati licenziati Reitman fa recitare non attori a cui il destino ha riservato lo stesso destino) e la costruzione di un personaggio che non riesce mai a far dimenticare il fascino del suo interprete.
E così, inconsapevolemente stregato dal magnetismo della star, o più probabilmente perché i cromosomi del suo cinema appartengono al cinema più leggero,Reitman sposta progressivamente la vicenda sul fronte privato, preferendo soffermarsi sui dolori borghesi dell’azzimato Werther piuttosto che sulle problematiche sociali della moltitudine silenziosa: tra sguardi malandrini e camicie inamidate, serate al chiaro di luna e notti galeotte "Up in the air" si scioglie come neve al sole, concedendo molto al pubblico femminile sia in termini di divismo (Clooney sembra quello della pubblicità del caffè) che di emotività.
Il richiamo al cinema degli anni 70, vagheggiato nella centralità di un indagine psicologica che non perde mai di vista i tempi dello spettacolo, così come nella scelta di brani proveniente da quel periodo (Crosby, Still e Nash) non diventa mai sostanza ma semplice rimpianto di un epoca che non esiste più.
E come spesso accade al cinema di Jason Reitman, la voglia di piacere a tutti i costi (ci riuscì persino con lo sgradevole protagonista di "Thank you for Smoking") sommata alle necessità di un genere a cui il pubblico delega la funzione di sublimare la realtà, diventano l’antidoto contro qualsiasi tentativo di andare oltre il semplice intrattenimento.
Vittorie e sconfitte si equivalgono in un qualunquismo generale che nulla toglie alla riuscita del prodotto (il pubblico ripaga questa politica decretando il successo del regista) ma lascia l’amaro in bocca per le promesse non mantenute.

giovedì, gennaio 21, 2010

UP

...SCOIATTOLO!!!

UP è il film ideale perché in un solo film c'è tutto quello che si può vedere al cinema ed ha il grande pregio di essere universalmente comprensibile.
Se Wall-E, l'ottimo pasticcino da gustarsi con il te, era l'eccellente commedia romantica, UP è la pagnotta appena sfornata e profumata da divorare in ogni momento della giornata, in cui commedia, sentimento, dramma, poesia, azione, fantascienza e avventura sono impastati in una commistione perfetta, leggera, nutriente ed altamente digeribile.
La sceneggiatura, i tempi, le battute, i personaggi, tutto è perfetto, ci si commuove, si ride di pancia, si ride di testa, si gode di uno stupendo panorama, ci si riconosce nelle dinamiche dei personaggi, nei sogni sacrificati alle incombenze quotidiane e si realizza quanto la vita sia purtroppo breve e quanto il nostro cuore sia il motore capace di renderla la più bella delle avventure.
Tra le tante cose geniali sono da citare la perfetta sintesi dell'esistenza e della vita di coppia nei primi minuti del film, i cani weirdo che racchiudono nella loro caricatura pregi e difetti della specie e l'esploratore-scienziato che per follia e bizzarria ricorda molto i personaggi un pò toccati interpretati da Vincent Price.

Voto 10


Film in sala dal 22 gennaio 2010

A Single Man
( A Single Man )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tom Ford

Cuccioli e il Codice di Marco Polo
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Sergio Manfio, Francesco Manfio

Il quarto tipo
( The Fourth Kind )
GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller, Mystery
ANNO PROD: 2009 DATA DI USCITA: 22/01/2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Olatunde Osunsanmi

L'uomo che verrà
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giorgio Diritti

Nine
( Nine )
GENERE: Drammatico, Musical, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Rob Marshall

Tra le nuvole
( Up in the Air )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jason Reitman

mercoledì, gennaio 20, 2010

SHERLOCK HOLMES

Avendo a disposizione un pomeriggio troppo lungo e azzurro il film può essere godibile, adattissimo ad un pubblico junior e ai più pigri grazie alla (o a causa della) linearità della narrazione, delle ampie e dettagliate spiegazioni dei misteri fornite dallo stesso Holmes in flash back e per la logica elementare, didascalica e un pò naive che rimette in ordine tutto senza alcuna fatica da parte dello spettatore.
Si tratta di un Holmes modernissimo dal look very cool, dall'atteggiamento da action-man esperto in tecniche di combattimento e autodifesa, amante del Bello, intellettuale ma romantico e acutissimo segugio di segni e tracce ai limiti del credibile.
Ottimo Jude Law sotto tutti i punti di vista (assolutamente credibile e bello da vedere), bravo il fiume in piena-Robert Downing anche se sfocia però nella gigioneria, bella la fotografia e la Londra metropoli zozza e cosmopolita.

Più che il legame di natura professionale è originale e divertente la relazione umana tra Holmes e Watson che tra schermaglie amorose e cameratismo maschile si atteggiano come una coppia di adolescenti amanti gelosi e apprensivi.

Nonostante il genere non ci sono picchi di adrenalina, tutto è piuttosto controllato, purtroppo prevedibile e non c'è grande spazio per le emozioni o per la suspense - in effetti Guy Ritchie ha preferito a queste l'umorismo. Un'altra cosa che non mi è piaciuta è lo stile CSI - che io trovo estremamente noioso - con cui Holmes ricostruisce mentalmente crimini e scene del crimine.

Voto 6/7

giovedì, gennaio 14, 2010

Film in sala dal 15 gennaio 2010

Avatar
( Avatar )
GENERE: Azione, Fantascienza, Thriller, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: James Cameron

La prima cosa bella
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Paolo Virzì

giovedì, gennaio 07, 2010

Classifica di gradimento dei FILM USCITI IN ITALIA NEL 2009

Consuntivi di fine d'anno che sono anche un auspicio per quelli che ci attendono nella prossima stagione: nella lista dei mie preferiti tante buone opere ed un vincitore assoluto: UN PROPHETE di J Audiard.

Quale è la Vostra personale classifica dei 10 migliori film del 2009?


UN PROPHETE di J Audiard.
Senza rinunciare alle regole del cinema di genere, Audiard realizza un microcosmo che riproduce su scala ridotta le problematiche di un paese alle prese con i fantasmi di un integrazione realizzata solo a parole e costretta a confrontarsi con la rabbia di chi viene emarginato.

VINCERE di Marco Bellocchio.
Bellocchio realizza un film che è figlio del suo tempo producendo un Kolossal che ha i costi di un film d’essai senza per questo venire meno alla meraviglia ed all’epicità del genere. Un gioiello che magari non aggiunge niente sul piano della conoscenza dei fatti storici ma li reinterpreta in maniera originale ed alla luce di una personalità che non scende a compromessi.

THE READER di S. Daldry.
The Reader e' un film girato in continuita' con le precedenti opere di un regista che ricerca la verita attraverso la caratterizzazione dei personaggi verso i quali fa convergere il resto della sua arte.
Kate Winslet, perfetta nel combinare le contraddizioni di una carnalita' angelica ed insieme infernale, e' efficace nell'evitare inopportune (per il tono dimesso del film) pericolose monopolizzazioni e rende credibile la mancanza di senso vissuta dal suo personaggio

PUBBLIC ENEMIES di M Mann
La vita del bandito più celebre d’America diventa il pretesto per la riscoperta di un pezzo di storia americana che Michael Mann ricostruisce sulla base di un resoconto che evita la leggenda e preferisce la realtà dei fatti. La vita pubblica di John Dillinger, passato alle cronache per l’abilità malavitosa dopo una giovinezza trascorsa in riformatorio, diventa l’epitaffio di un esistenza bruciata dalla voglia di vivere e dalla consapevolezza della caducità del tempo e delle cose

ADVENTURELAND di G Mottola
Mottola realizza un “amarcord” in cui le caratteristiche della commedia giovanilistica ed a tratti anche demenziale, soprattutto per quanto riguarda i personaggi di contorno (il nevrotico datore di lavoro o l’amico che si diverte a molestarlo) vengono stemperate dalla storicizzazione della vicenda, ambientata nel 1987, e dal realismo con cui il regista descrive le incomprensioni e l’incomunicabilità che da sempre contraddistinguono le esistenze sospese tra un presente insoddisfacente ed un futuro ancora da costruire.

AMORI ED ALTRI CRIMINI di S Arsenijevic
Un intreccio tipicamente noir che Stefan Arsenijevic traveste con i toni della commedia e del melo’ per rappresentare un mondo alle prese con i postumi della guerra e con una crisi economica che rischia di farlo scomparire.

IL MIO AMICO ERIC di Ken Loach
Il segno dei tempi pare aver condizionato anche Ken Loach se è vero che persino un regista come lui, abituato ad affondare le mani nei miasmi della vita ed allergico agli artifici hollywoodiani, questa volta si affida ad un personaggio di fantasia (nel senso che Eric Cantona è una proiezione del protagonista appassionato di calcio e fan del giocatore) per dare vita ad una storia che ripropone gli stilemi del suo cinema ma li arricchisce con un immaginazione ed una leggerezza sconosciuta

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di Niels Arden Oplev
'Uomini che odiano le donne' è un noir che porta di nuovo alla ribalta l’indagine investigativa, non più funzionale alla sovraesposizione del personaggio principale ma collegamento coerente di elementi apparentemente inconciliabili.

TENDERNESS di John Polson
La cognizione del dolore attraverso i gesti di una quotidianità, sofferta ma indispensabile a reiterare la sensazione di esistenza, altrimenti percepita come vuoto asettico ed impalpabile. Roger Polson dopo una manciata di esperienze dedicate al cinema di genere esordisce in quello d’autore con un opera che deve molto al cinema di Clint Eastwood.

KINATAY di Brillante Mendoza
Ispirato da un neorealismo che riesce a far dimenticare la povertà dei mezzi, "Kinatay" (carneficina), potrebbe essere il fratello meno noto ma non per questo meno efficace di altrettanti noir, con un surplus di verità che soltanto cinematografie distanti da quelle occidentali riescono ad avere. Mendoza usa la notte come le note di una partitura in nero, e attraverso giochi di luce riesce a rendere indimenticabile il volto del male senza spiegarlo ma limitandosi a mostrarlo per quello che è, con immagini che non forzano la realtà, ma allo stesso tempo capaci di diventare l’espressione di quello che non vediamo, dell’abisso che diventa azione concreta, capace di annichilire la materia.

Film in sala dal 8 gennaio

Il riccio
( L'Élégance du hérisson )
GENERE: Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Mona Achache

Io, loro e Lara
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Carlo Verdone

Rec 2
( [Rec] 2 )
GENERE: Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Jaume Balagueró, Paco Plaza

Hatchet
( Hatchet )
GENERE: Commedia, Horror
ANNO PROD: 2006
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Adam Green

Il mondo dei replicanti
( Surrogates )
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jonathan Mostow

Soul Kitchen
( Soul Kitchen )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Germania
REGIA: Fatih Akin