mercoledì, ottobre 18, 2017

MEDEAS

Medeas
di Andrea Pallaoro
con Catalina Sandino Moreno, Brian F O'Byrne
USA, Messico, 2013
genere, drammatico
durata, 97'


La distribuzione dell’opera prima di Andrea Pallaoro, regista passato alle cronache per aver diretto Charlotte Rampling in Hanna, film che le ha permesso di vincere il Leone d’oro come migliore attrice, ripropone l’annosa questione legata ai problemi legati al circuito cinematografico italiaoa, colpevole di aver ignorato un gioiello come Medeas, esordio del cineasta veneto, passato tre anni fa in una sezione collaterale della Mostra e poi finito nell’oblio. Complimenti, dunque, alla Fondazione Cineteca Italiana che ha deciso di presentarlo a Milano con una serie di anteprime destinate a fare d’apripista per altre visioni in giro per il paese. Un’occasione tanto più preziosa quanto può esserlo quella di recuperare un film davvero ben fatto, e, nondimeno, propedeutico alla visione della trilogia dedicata a personaggi femminili di cui per l’appunto Medeas costituisce il primo atto. Trasferitosi da tempo negli Stati Uniti, il regista decide di debuttare con una storia ambientata in un’America rurale che ricorda da vicino quella attraversata dai personaggi del primo cinema di Terrence Malick. Se ambienti e personaggi risultano perfettamente calati nella realtà della storia, forma e contenuto sono per buona parte di matrice europea. Così è infatti la fonte d’ispirazione, costituita dalla tragedia di Euripide che Pallaoro riprende, facendo del corrispettivo maschile il carnefice e non la vittima, come pure la sostanza di un racconto dove molto è lasciato al non detto, e in cui sono i silenzi dello sguardo a riportare a galla malesseri e incomprensioni e, ancora, dov’è la luce netta e abbacinante dell’estate a illuminare le oscurità di un rancore che un poco alla volta si trasforma in tragedia.




Prima di Hannah e in attesa dell’ultimo capitolo, Medeas conferma (a posteriori) la predilezione di Pallaoro per un tipo di melodramma in cui le pulsioni dei personaggi invece di esplodere nel solito carosello emozionale vengono compresse all’interno di un dispositivo controllato e celebrale che le riporta sullo schermo asciugate da ogni tipo di eccesso e manierismo. Come già in Hannah, Pallaoro dialoga con il fuori campo attraverso una dialettica che, lasciando al non visto gli aspetti più cruenti della vicenda e portandone in primo piano le sole conseguenze, ci presenta la summa di una condizione umana impotente e sconfitta ancora prima di combattere. Come accade sempre più spesso nel cinema indipendente americano, anche Pallaoro propone allo spettatore la visione di un paesaggio naturale la cui edenica bellezza è destinata a fare da contrappunto al caos delle relazioni umane, in una rappresentazione da paradiso perduto che Medeas restituisce con una precisione che in buona parte è dovuta all’efficacia del suo impianto visuale. In questo modo le ferite dell’anima si traducono sullo schermo con inquadrature che separano i protagonisti dal resto del contesto e che tagliandone i corpi, filmati in modo parziale o attraverso semplici dettagli, trasferiscono sul visivo i turbamenti interiori e le pulsioni più nascoste. Si diceva poi del fuori campo, e di come il cinema di Pallaoro fosse in grado a sfruttarne l’utilizzo. Ebbene, è proprio la scelta di stringere la macchina da presa sui personaggi anziché aprirla all’estensione del territorio che circonda il ranch, così come quella di privilegiare una pienezza visiva che in qualche modo si oppone alla rarefazione della prateria americana, a rendere come meglio non si potrebbe il senso d’oppressione derivato da un destino che non lascia scampo ai protagonisti della storia. Il tutto sottolineato da un’afflato lirico – davvero sorprendente in un film così controllato – che rende ancora più struggente l’epilogo finale. Da non perdere.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

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