Il revival dei morti viventi continua e, dopo gli umanoidi di I am Legend arrivano i nazi vampiri di "30 giorni di buio". Il riferimento alle condizioni meteo che fanno di Borrow, un villaggio dell'Alaska identico a quelli immaginati nei film di J.FORD ,il luogo ideale dove dimenticare tutto (ed infatti i personaggi vi dimorano in uno stato lisergico, immersi in un presente a tenuta stagna che in qualche modo li preserva dai pericoli dell'inconscio). L'apertura quasi simbolica, con quel tramondo tanto bello quanto effimero è l'ultima scintilla di poesia, simile alla porta oscura dell'Inferno dantesco prima dell'immersione in un mondo di tenebre e di sangue, in cui la lotta contro il male si trasforma ben presto in una resistenza ad oltranza fino alla prossima alba.Forte della lezione dei maestri del genere (Carpenter ma anche Romero) presenti non solo nell'evocazione del titolo ed in alcune citazioni (la nave su cui viaggiano i manigoldi. la nebbia che preannuncia l'arrivo del diavolo,la cittadina isolata e sotto assedio) ma anche le caratteristiche produttive che esaltano l'abilità nel valorizzare risorse finanziarie da B-movie (Carpenter in "Fantasmi da Marte" ci ha insegnato che la notte è un ottimo antidoto che valorizza gli effetti speciali e nasconde le carenze scenografiche). Uno stile fluido ma solido, che si increspa quando il buio si avvicina (ve lo ricordate il capolavoro della Bigelow ?, se no andatevelo a riguardare poi mi dite) con primi piani raggelati e bradisistiche accelerazioni che stimolano il subconscio dello spettatore. Il film vive sui contrasti psicologici (gli spazi sconfinati del territorio e quelli angusti e claustrofobici delle vittime così come nell'antitesi degli sguardi, quello dei vampiri, che si rinvigorisce con l'oscurità anteposto a quello cieco delle loro prede)e visivi (il sangue che scorre sul biancore della neve e le improvvise fiammate che interrompono il colore della notte), il cui effetto straniante riesce a trascinarti all'interno di una situazione senza uscita. Il regista costruisce uno spettacolo appiccicoso che inchioda alla sedia con una fantasia che si ciba di quotidianità (ancora Carpenter)- si pensi alla doppia valenza del potente Caterpillar, macchina infernale nell'incidente che cambia il destino della bella protagonista e successivamente strumento salvifico in una sequenza da sfida all'OK CORRALL (ancora Western- ed un mestiere che gli consente di tenere sempre alta la tensione.la visione del male come entitàsconosciuta eppure reale così come la rappresentazione sacrificale della vita necessaria alla continuazione della specie, sono la naturale conseguenza degli avvenimenti e non il frutto di una riflessione premeditata che dovrebbe secondo i soloni della 7 arte , ma qui per fortuna non accade, (anche se la visione della famiglia come proprietà privata grida vendetta), creare il messaggio capace di nobilitare l'anima pulp di questo tipi di prodotti ed invece finisce quasi sempre per imbrigliarne l'istinto. La faccia di Harnett, ripresasi dalla paresi facciale di Black Dhalia,è quella giusta per rendere credibili le emozioni di un uomo alle prese con qualcosa che sfugge alla sua comprensione




Il film non e' politico, ma porta a riflettere sulla difficile convivenza tra progresso ed integrazione razziale, tra realizzazione dei propori desideri e giudizio degli altri, tra progetti privati e convenzioni sociali.
Il film, affresco delicato e corale di una ricerca incessante della felicita' personale, celebra l'amicizia, l'amore, il fascino e la forza tutte al femminile.
Ottime le musiche originali (di Khaled Mouzanar) e l'intreccio narrativo, gradevoli i dialoghi.
L'America di Andersson è da sempre un Paradiso perduto non solo per le citazioni bibbliche(le colpe dei padri ricadono sui filgi dice la voce over di Magnolia) ed i riferimenti religiosi (la dissoluzione del nucleo famigliare è il peccato originale che nega la vita)continuamente richiamati ma anche per la condizione di esilio che afflige la sua umanità. Briciole di esistenza destinate all'oblio se non intervenisse la presa di coscienza di sè e degli altri che, in una condivisione esistenziale simile a quella descritta da Leopardi nella sua Ginestra, li emancipa da cotanto dolore.In questo senso le coordinate umane e psicologiche del "Cercatore di petrolio"impersonato in maniera sciamanica da D.D.Lewisnon si discostano da tali premesse; anche qui il passato familiare è all'origine di tutto ed è qualcosadi oscuro e doloroso.
(di Fabrizio Luperto) Pietro Paladini ha 43 anni, sua moglie Lara muore all'improvviso durante le vacanze estive.
(di Fabrizio Luperto) Ennesimo film del filone catastrofico, tornato in produzione dopo la "tregua" imposta dagli eventi dell'11 settembre.
La lista del Capolinea è l’elenco dei desideri da soddisfare prima di morire. Un modo come un altro per non pensare ad una morte che ha la faccia di un malattia ad orologeria ed il dolore subdolo del palliativo chemioterapico affrontato dai due protagonisti a seguito della terribile diagnosi.
familiare ed in senso più vasto ad una società che rinnega il senso dell’umano, la voglia di fuga che si mischia ad uno spirito d’avventura tipicamente americano, il concetto di esperienza come strumento indispensabile di conoscenza e comprensione sono le tappe di un ascetismo senza sangue e di una liberazione che appartiene al ciclo naturale delle cose e si presenta, con l’immagine del protagonista riflesso nel cielo in perfetta sintonia con il respiro dell’anima mundi, sintesi magistrale di un opera che riesce ad unire il linguaggio delle immagini con quello della parola, come un eterno ritorno a cui non c’è mai fine. Il paesaggio geografico di una bellezza struggente ed insieme crudele rimanda continuamente alle tappe emotive di questa ri-nascita, scandita nel film dai capitoli di un libro immaginario ed insieme reale (il film ci ricorda la bellezza di autori dimenticati od oggetto di facili semplificazioni come Jack London, Walden, Tolstoj) le cui frasi trovano rispondenza nella forza delle immagini che Penn costruisce con l’ispirazione di un poeta e la concretezza della vità, riuscendo ad eliminare dal suo cinema certi tic autoriali (uso esasperato del rallentì, spleen screen e distorsioni temporali al limite del sopportabile) e di scrittura (con storie che avevano la tendenza ad avvolgersi su se stesse) che lo emenacipano dal clichè elitario a cui si era relegato. Al contrario Into the wild è un film che rompe il muro di silenzio di un regista che ha ha imparato la lezione della vita e
la vuole condividere in maniera costruttiva, lasciando ad altri il culto della morte (anche se il finale potrebbe sconfessare quest’affermazione inducendo i giovanissimi ad una pericolosa rilettura) e preferendo la voglia di fare all’apatia dei discorsi che rimangono sulla carta. Allo Sturm und Drung del super uomo herzoghiano, capostipite di quell’umanesimo panteista che pervade il film, Penn affianca un tipo umano (a cui Emile Hirsh, in un interpretazione totale, regala la sua faccia da ragazzo della porta accanto) che sente con altrettanta intensità ma reagisce con una saggezza antica come il mondo che sta scoprendo. Penn ci invita a fare le cose in grande rifiutando i modelli di un autoemarginazione minimale e compiaciuta così come lo spontaneismo di chi vive alla giornata, proponendo una scelta radicale da non seguire in maniera letterale ma cogliendone attraverso il paradosso finale, l’urgenza dell’attuazione, prima che il velo dipinto distolga i nostri occhi dal vero senso della vita.
Harlem 1968. Frank Lucas: nero, affascinante, è la guardia del corpo di un anziano boss che gestisce il quartiere con metodi vecchio stampo, ascolta le preghiere della gente di Harlem e regala tacchini il giorno del ringraziamento.