mercoledì, agosto 23, 2017

BABY DRIVER - IL GENIO DELLA FUGA. INCONTRO CON KEVIN SPACEY

La promozione italiana di “Baby Driver” è l’occasione per incontrare l’attore americano Kevin Spacey che nel lungometraggio di Edgar Wright interpreta il ruolo di Doc, capo banda del sodalizio criminale in cui milita Ansel Elgort, il protagonista del film. Poco propenso a prendersi sul serio, Spacey ha risposto di buon grado alle domande dei presenti, tornando spesso sul suo rapporto con il mestiere dell’attore.


Qualche tempo fa aveva dichiarato che non avrebbe più interpretato i ruoli che l’avevano fatto diventare famoso. E’ ancora di questa idea.
La risposta a quella domanda derivava dal contesto in cui mi era stata rivolta. In quel momento della mia carriera avevo bisogno di fare cambiare perché come artista  sentivo il bisogno di crescere . Ora quegli stessi ruoli li potrei di nuovo interpretare perché sono interessato a ricostruire la mia carriera d’attore e a farmi di nuovo conoscere ad Hollywood dopo l’assenza conseguente ai miei impegni con il teatro Old Vic di Londra. In generale, oggi mi interessa partecipare a una storia in cui il mio personaggio abbia una parte significativa.

Come il Doc di “Baby Driver”. 
Ho accettato di fare “Baby Driver” perché trovo che Edgar Wright sia un regista brillante e divertente, e per il fatto che mi aveva offerto una parte a cui non potevo dire di no.

Il fatto che lei abbia spesso interpretato il ruolo del bad guy riscuotendo grande successo è forse il segno che il pubblico non ama più un certo tipo di buonismo. 
E’ lei a definirli bad guys. Io non giudico i miei caratteri ma mi limito a interpretarli. Fare una distinzione tra bene e male non appartiene al mio processo interpretativo, perché ogni volta che sono coinvolto in un film l’unico obiettivo è quello di far vivere il mio personaggio come fosse una persona reale. Poi è vero quello che dice, e cioè che da vent’anni a questa parte il pubblico si sia affezionato ai cosiddetti anti eroi. Direi che questo fenomeno è diventato rilevante a partire dalla serie de  “I Soprano”. 


Quali sono stati i suoi modelli d’attore e quelli della sua vita privata.
Per ciò che riguarda gli attori la lista è lunga. Ho avuto la fortuna di avere una madre che amando il teatro e il cinema mi ha fatto conoscere la bravura di artisti come Henry Fonda e Katherine Hepburn e ancora Spencer Tracy , James Stewart e Betty Davis. Parlando invece delle persone capaci di influenzare la  mia vita, dico Jack Lemmon, che mi è stato vicino quando ero giovane, e poi Alan J Pakula, uno dei primi registi che si è battuto per me. 



Quali sono i ruoli che non accetterebbe mai.
Le uniche parti che non accetto sono quelle scritte male. Sono molto aperto a qualsiasi tipo di ruolo. La gente crede che noi attori possiamo scegliere le parti che vogliamo, invece succede che fai quelle che ti offrono o quelle che puoi fare se sei libero da altri impegni. L’unica cosa che mi spaventa è la stupidità. 

E’ vero che in “Baby Driver” avete recitato a tempo di musica?
Si. Wright è arrivato alle prove con la colonna sonora già assemblata e   mentre leggevamo il testo c’è la faceva sentire. La cosa ha conferito alle prove un andamento molto sexy e pieno di ritmo. Sul set avevamo delle cuffiette che ci permettevano di muoverci a ritmo di musica fino a quando non subentravano i dialoghi. E così per tutta la durata delle riprese


Lei si è dedicato molto alla produzione di opere altrui. Ci può dire qualcosa di più a proposito di questa attività.
Come produttore mi piace essere un facilitatore, colui che mette insieme le persone giuste per un determinato progetto. Cerco di scegliere l’attore e il regista migliore, gli do fiducia e poi li lascio andare, rimanendo a osservare in che maniera le cose prendono forma. Ho fatto così per molti anni quando ero direttore dell’Old Vic Theatre. 

Nella sua carriera ha interpretato personaggi piuttosto complicati da portare sullo schermo. Pensa che sia cosi.
Ho sempre pensato che sia stupido affermare che è stato difficile interpretare una parte. Per me recitare è un immenso divertimento. Svegliarmi e recarmi ogni giorno sul set è un vero piacere. La sintesi di quello che sto dicendo la si trova in un monologo che ho fatto qualche tempo fa. In esso il personaggio ricorda come fosse duro quando il padre lo mandava a lavorare nei campi, e della decisione di fare altro nella vita diventando avvocato, mestiere che rispetto al precedente gli diede la sensazione di non avere più lavorato in vita sua. E’ questa la percezione che ho quando giro un film.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)








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