giovedì, maggio 24, 2018

ABDELLATIF KECHICHE: TROPPO LIBERO PER ESSERE ANCHE DI MODA


Riflettendo a proposito della tiepida accoglienza riservata a Metkoub, My Love - Canto uno esiste il sospetto che a influenzare il disamore nei confronti dell'opera dell'autore franco tunisino non vi sia solo la lesa maestà provocata dalla presunta visione maschilista del corpo femminile, cosa di cui il regista si sarebbe imprudentemente (in epoca di Me too) macchiato soffermandosi oltre il dovuto sul fondoschiena della sensuale Ophélie Bau. Pensiamo infatti che la predetta disaffezione sia anche frutto di qualcos'altro e, per esempio, dello scarto estetico e di contenuti lasciato intravedere con la realizzazione de La vita di Adele, opera accolta non senza diffidenza e con qualche fastidio per la spregiudicatezza con cui viene filmata la passione tra le due protagoniste, e oggi confermato con un progetto come quello di Metkoub, My Love, incentrato sull'estate di un gruppo di giovani belli e vacanzieri.

Così, se nella prima parte di carriera a suscitare il consenso nei confronti di titoli come La schivata, Cous Cous e Venere Nera era stata l'attitudine engagé di certi temi e la presenza di personaggi "forti" e fuori dagli schemi, non sorprende più di tanto che la celebrazione di una gioventù priva di sovrastrutture politiche e sociali, e votata ai godimenti tipici della propria età fatichi a conquistare gli appassionati della prima ora. L'overdose di felicità, l'insopprimibile voglia di vivere e la ricerca del piacere che contraddistingue l'esistenza di Amin e dei suoi coetanei mette a disagio e provoca sconcerto tra gli amanti del cinema d'autore. Senza sofferenza e privo di appigli ideologici il cinema di Kechiche rischia di essere considerato inattuale e sorpassato anche se in realtà non lo è. Non si tratterebbe comunque di una novità: a suo tempo è successa la stessa cosa anche a Kusturica e Von Trier, passati dalle stelle alle stalle per ragioni che poco c'entrano con la settima arte.
Carlo Cerofolini

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