Lo Scafandro e la Farfalla , il bel titolo del nuovo film di Julian Schnabel è di quelli destinati a rimanere nella testa non soltanto per l’accostamento audace dei sostantivi ma piuttosto per il mondo fiabesco evocato dalla sua lettura. Tratto dall’omonimo libro di JD Bauby, uomo di successo relegato su una sedia a rotelle dall’ ictus che lo ha reso catatonico ed incapace di parlare, il film ripercorre sotto forma di diario intimo e resoconto esperienziale quei terribili momenti, dalla scoperta della malattia alla difficile quanto insoddisfacente rieducazione, in cui anche il gesto più istintivo è il risultato di un lavoro lungo e faticoso fino alla decisione di iniziare la stesura del libro scritto per interposta persona attraverso i battiti dell’occhio sinistro rimasto miracolosamente illeso. Ed in effetti se lasciamo perdere le pretese di realismo legate alle vicissitudini del genere presenti ma non preponderanti ed i pregiudizi morali per i film che fanno “vedere” la malattia non sarà difficile trovare analogie tra lo sfortunato protagonista ed il fanciullo viaggiatore creato da Euxepery nel “Il piccolo principe”; ad accomunare i due naufraghi esistenziali non è solamente la consapevolezza di un destino già segnato ma piuttosto il loro approccio alla vita, la forza interiore con cui affrontano quest’ultimo viaggio, il senso panteistico con il quale gli si offrono, lo sguardo stupito ed una curiosità insaziabile per il sublime del mondo, le cui infinite meraviglie sembrano un giardino d’infanzia per bambini mai cresciuti ed il posto ideale per reinventare la propria esistenza. Esente dai soliti clichè pietistici e ricattatori, valga per tutti l’atteggiamento del protagonista deciso ad affermare se stesso e le sue scelte di uomo libero anche di fronte all’evidente impotenza fisica (il sentimento amoroso per l’amante confermato in maniera impietosa di fronte alla moglie che lo sta accudendo e l’irrefrenabile desiderio verso l’angelica infermiera) il film è girato per la maggior parte in soggettiva, con lo schermo che riproduce il mondo visto ed immaginato da Bauby, e si avvale di una struttura che mischia continuamente elementi onirici (la natura psichedelica e surreale ricorda quella immortalata da Godfrey Reggio in Koyaanisqatsi così come le apparizioni della dama ottocentesca desunte dal busto femmineo presente nell’ospedale) e naturalistici (le lettere dell’alfabeto scandite dalla logopedista ed i dettagli fisioterapici) che deve molto alla fantasia del pittore Schnabel capace di svincolare l’idea di bellezza dalla fisicità in cui l’abbiamo relegata e maestro nell’amalgamare sequenze che riproducono su pellicola una sensibilità aperta alle commistioni degli stili cinematografici (dalle sequenze in super 8 al video al video clip anni 80 dal flusso spezzato e rapsodico della novelle vague a quello lineare e televisivo, non dimenticando il primo piano dell’occhio cucito che rimanda a quello tagliato dell’indimenticaile capolavoro di Bunuel) e pittorici (esp/imp-ressionismo, surrealismo e pop art si mischiano e si confondono in un gioco di rimandi e suggestioni che rompono gli schemi e gridano libertà) ma anche alla tecnica insuperabile del suo direttore della fotografia Janusz Kaminski, uno dei migliori in circolazione impareggiabile nel ricreare i colori della memoria e quelli del sogno (la Farfalla), nel riprodurre i limiti fisici e le costrizioni della tomba di carne (lo Scafandro) così come le posture di un corpo che si ribella alla natura (le riprese a tre quarti a replicare il capo reclinato). Qualità che sono di per sé straordinarie ma che in fin dei conti risultano troppo controllate, frutto di uno studio a tavolino che conferisce al film originalità ma toglie respiro alle emozioni che finiscono per vivere di natura propria , nascono dall’evidenza dei fatti e non dalla drammaturgia della vicenda. Pur non essendo un capolavoro siamo di fronte ad un film di regia che si mantiene abbondantemente sopra la media e segna un deciso passo in avanti nella carriera dell’intraprendente autore.
Il revival dei morti viventi continua e, dopo gli umanoidi di I am Legend arrivano i nazi vampiri di "30 giorni di buio". Il riferimento alle condizioni meteo che fanno di Borrow, un villaggio dell'Alaska identico a quelli immaginati nei film di J.FORD ,il luogo ideale dove dimenticare tutto (ed infatti i personaggi vi dimorano in uno stato lisergico, immersi in un presente a tenuta stagna che in qualche modo li preserva dai pericoli dell'inconscio). L'apertura quasi simbolica, con quel tramondo tanto bello quanto effimero è l'ultima scintilla di poesia, simile alla porta oscura dell'Inferno dantesco prima dell'immersione in un mondo di tenebre e di sangue, in cui la lotta contro il male si trasforma ben presto in una resistenza ad oltranza fino alla prossima alba.




Il film non e' politico, ma porta a riflettere sulla difficile convivenza tra progresso ed integrazione razziale, tra realizzazione dei propori desideri e giudizio degli altri, tra progetti privati e convenzioni sociali.
Il film, affresco delicato e corale di una ricerca incessante della felicita' personale, celebra l'amicizia, l'amore, il fascino e la forza tutte al femminile.
Ottime le musiche originali (di Khaled Mouzanar) e l'intreccio narrativo, gradevoli i dialoghi.
L'America di Andersson è da sempre un Paradiso perduto non solo per le citazioni bibbliche(le colpe dei padri ricadono sui filgi dice la voce over di Magnolia) ed i riferimenti religiosi (la dissoluzione del nucleo famigliare è il peccato originale che nega la vita)continuamente richiamati ma anche per la condizione di esilio che afflige la sua umanità. Briciole di esistenza destinate all'oblio se non intervenisse la presa di coscienza di sè e degli altri che, in una condivisione esistenziale simile a quella descritta da Leopardi nella sua Ginestra, li emancipa da cotanto dolore.In questo senso le coordinate umane e psicologiche del "Cercatore di petrolio"impersonato in maniera sciamanica da D.D.Lewisnon si discostano da tali premesse; anche qui il passato familiare è all'origine di tutto ed è qualcosadi oscuro e doloroso.
(di Fabrizio Luperto) Pietro Paladini ha 43 anni, sua moglie Lara muore all'improvviso durante le vacanze estive.
(di Fabrizio Luperto) Ennesimo film del filone catastrofico, tornato in produzione dopo la "tregua" imposta dagli eventi dell'11 settembre.
La lista del Capolinea è l’elenco dei desideri da soddisfare prima di morire. Un modo come un altro per non pensare ad una morte che ha la faccia di un malattia ad orologeria ed il dolore subdolo del palliativo chemioterapico affrontato dai due protagonisti a seguito della terribile diagnosi.
familiare ed in senso più vasto ad una società che rinnega il senso dell’umano, la voglia di fuga che si mischia ad uno spirito d’avventura tipicamente americano, il concetto di esperienza come strumento indispensabile di conoscenza e comprensione sono le tappe di un ascetismo senza sangue e di una liberazione che appartiene al ciclo naturale delle cose e si presenta, con l’immagine del protagonista riflesso nel cielo in perfetta sintonia con il respiro dell’anima mundi, sintesi magistrale di un opera che riesce ad unire il linguaggio delle immagini con quello della parola, come un eterno ritorno a cui non c’è mai fine. Il paesaggio geografico di una bellezza struggente ed insieme crudele rimanda continuamente alle tappe emotive di questa ri-nascita, scandita nel film dai capitoli di un libro immaginario ed insieme reale (il film ci ricorda la bellezza di autori dimenticati od oggetto di facili semplificazioni come Jack London, Walden, Tolstoj) le cui frasi trovano rispondenza nella forza delle immagini che Penn costruisce con l’ispirazione di un poeta e la concretezza della vità, riuscendo ad eliminare dal suo cinema certi tic autoriali (uso esasperato del rallentì, spleen screen e distorsioni temporali al limite del sopportabile) e di scrittura (con storie che avevano la tendenza ad avvolgersi su se stesse) che lo emenacipano dal clichè elitario a cui si era relegato. Al contrario Into the wild è un film che rompe il muro di silenzio di un regista che ha ha imparato la lezione della vita e
la vuole condividere in maniera costruttiva, lasciando ad altri il culto della morte (anche se il finale potrebbe sconfessare quest’affermazione inducendo i giovanissimi ad una pericolosa rilettura) e preferendo la voglia di fare all’apatia dei discorsi che rimangono sulla carta. Allo Sturm und Drung del super uomo herzoghiano, capostipite di quell’umanesimo panteista che pervade il film, Penn affianca un tipo umano (a cui Emile Hirsh, in un interpretazione totale, regala la sua faccia da ragazzo della porta accanto) che sente con altrettanta intensità ma reagisce con una saggezza antica come il mondo che sta scoprendo. Penn ci invita a fare le cose in grande rifiutando i modelli di un autoemarginazione minimale e compiaciuta così come lo spontaneismo di chi vive alla giornata, proponendo una scelta radicale da non seguire in maniera letterale ma cogliendone attraverso il paradosso finale, l’urgenza dell’attuazione, prima che il velo dipinto distolga i nostri occhi dal vero senso della vita.
Harlem 1968. Frank Lucas: nero, affascinante, è la guardia del corpo di un anziano boss che gestisce il quartiere con metodi vecchio stampo, ascolta le preghiere della gente di Harlem e regala tacchini il giorno del ringraziamento.
Il Club di Jane Austen ripropone un cinema al femminile che negli anni 80 aveva trovato nuovo vigore attraverso produzioni più che altro indipendenti, nelle quali la struttura narrativa mutuata dal seminale The Big Chill (Il grande freddo di Lawrence Kasdan,1983) incontrava il flusso di coscienza e l’impressionismo Cassavetiano. Ricchi di quell’esuberanza artistica tipicamente Sundance ed esenti dalle esigenze di botteghino, questi film riportavano l’attore al centro della scena e rappresentavano un punto di incontro e di confronto, privato ed insieme artistico per diverse generazioni di attrici; una sfida umana e professionale per ritrovare l’entusiasmo degli inizi ed affinare il proprio repertorio. A suo agio con il testo scritto e l’universo femminile (sua la sceneggiatura di Memorie di una geisha) Swicord contestualizza le tematiche della Austen riproducendone il microcosmo affettivo e sentimentale all’interno del Club a lei dedicato, nel quale le protagoniste con cadenza mensile si ritrovano a discutere dei suoi libri, da cui traggono lo spunto per cercare di risolvere una vita amorosa sempre in bilico.
Dopo la solidarieta' iniziale, (in uno dei comizi torinesi Berlinguer dichiara il totale supporto del suo partito alle iniziative poste in essere) in cui la speranza prevale sulle difficolta' del reale, subentrano le differenze di vedute ed il movimento si divide: da una parte le vecchie generazioni schierate a favore di quel padrone che li ha salvati dall'indigenza delle origini, disposti a seguirlo nelle sue decisioni, dall'altra quelle nuove che rifiutano questa rassegnazione senza futuro e sono disposti a rischiare lo stipendio per invertire la tendenza. Sergio ed Emma scandiscono quei momenti attraverso le diverse fasi del loro amore e rappresentano insieme le due anime di quel movimento, quella nuda e pura (lui) che ci crede fino in fondo, l'altra decisa a tirarsi fuori (lei), ad abbandonare le utopie ed i sacrifici a favore di scelte pragmatiche e di carriera (laurearsi e sposare l'ingegnere che favorirebbe la sua ascesa). Le loro divergenze reali e immaginarie finiranno spazzate via dalla storia che portera' i protagonisti di quegli eventi e del nostro film ad un eguale risultato di sconfitta.
Essere figlio d’arte non deve essere cosa facile: il lasciapassare ereditato dal famoso genitore diventa alla lunga un condizionamento che sul piano artistico si traduce in una produzione senza spessore, eternamente indecisa sugli obiettivi (alti o bassi) da raggiungere e indecifrabile negli esiti finali: insomma un'opera spuria che nel caso della Comencini e del suo “Bianco e Nero” delude tutti: in primo luogo lo spettatore di cassetta, che si diverte a riconoscere se stesso sullo schermo, e poi quello, sparuto ma di tendenza, sopravvissuto all’ondata del cinepanettone.
That’s Entertainment. Questo è quello che si deve chiedere al film che riporta in vita per la terza volta (tante sono state le trasposizioni) le vicende dell’unico uomo sopravvissuto all’estinzione del genere umano provocata dal virus che essa stessa ha prodotto. Tratto da un romanzo di Richard Matheson diventato di culto per la carica visionaria della storia e le implicazioni ambientali e sociologiche che lo rendono più che mai attuale, I am legend si avvale della presenza dell’attore del momento, quel Will Smith, grazie al quale copioni come questo, ambientato in una New York cupa e terminale, priva del consueto cotè umano e di successo (per questo struggentemente bella), e con un solo personaggio sulla scena, ove si eccettui il cane (autore di una delle scene più struggenti di tutta la filmografia degli ultimi dieci anni) che lo accompagna restituendo al film una parvenza di umanità, possono andare in porto senza essere stravolti nella loro essenza.
Mai come in questo caso le definizioni risultano riduttive per esprimere cosa sia un film come Lust, caution: e questo non perché è difficile definire un opera siffatta e neanche per l’uso del termine melò, appropriato ad inquadrare la trama all’interno di quel codice, ma perché ci troviamo di fronte al miracolo del cinema alla massima potenza, quello che riesce a forzare la corazza del nostro cuore, quello capace di rapirci all’interno della storia e di rendere possibile l’esistenza di un'altra dimensione, fittizia ma reale come il personaggio che scende dallo schermo nella purpurea rosa del cairo di alleniana memoria.
Il 2007 è stato per Del Toro l’anno della svolta. Dopo un apprendistato d’autore nella terra natia (Cronos 1993) il “Peones” sbarcato ad Hollywood per realizzare il sogno americano c’è la fatta. “Il labirinto del fauno” al di là dei trionfi accademici ed il clamore del botteghino ci dice di un autore che sa cosa vuole e lo realizza con la stupefatta incoscienza delle origini. L’inizio era sembrato uguale a tanti altri: “Mimic”(1997) era il classico prodotto di uno spirito Cormaniano, citazionista quanto basta (Alien) e su misura per una passatempo televisivo.
Leggendo un intervista rilasciata dal regista di “Cous Cous” (ultrasponsorizzato dai “Pantaloni”che ancora ne piangono la mancata vittoria nella “Palude Veneziana”) in occasione della sua presentazione alla stampa italiana mi ha colpito la frase in cui, risponendo alla domanda sul tipo di cinematografia che lo ha ispirato Kechiche parla di “Ladri di biciclette” come esempio di quel “Cinema Mediterraneo” di cui vorrebbe riproporre lo spirito.
Fuori concorso al Torino Film Festival 2007, "Lars and the real girl" e' il classico film che solo parlarne ti viene voglia di rivederlo per l'originalita' della sua storia, il menage amoroso di un ragazzo disadattato con una bambola simil donna sullo sfondo della provincia americana, e per la freschezza della messa in scena, un surplus emotivo tentuto a bada da una scrittura ad orologeria e dalla bravura degli attori, su cui spicca Ryan Gosling, finalmente alle prese con un ruolo degno della sua bravura. Prodotto targato Sundance, il film riesce a coniugare le istanze che hanno reso famoso questo modello cinematografico (scelta di temi estranei al mainstream hollywoodiano, risorse produttive inversamente proporzionali alla liberta' espressiva) con la forza persuasiva del cinema americano degli anni d'oro.
Halloween e’ un film del 1978 diretto da John Carpenter, Halloween: the Beginning e’ un film del 2007 diretto da Rob Zombie. Basterebbe questa constatazione per capire la differenza tra il film originale, quello di Carpenter, ed il remake, quello di Zombie: e non parliamo solamente delle qualita’ artistiche, che per quanto riguarda Zombie sono tutte da dimostrare (La casa dei mille corpi, La casa del diavolinon ci convincono ), ma anche della dialettica sociale che ogni film si porta con se’, e che nel primo caso sembra rispondere ad un urgenza reale, spontanea (la fine degli anni ‘70 con le sue delusioni epocali) mentre il secondo nasce dall’esigenza, di far conoscere alle generazioni piu’ giovani le origini di un personaggio (dichiara il regista) e rilanciare le fortune (economiche) di un filone sopravvissuto all’usura del tempo. 

Ci voleva Redford, icona di un cinema liberal che pur non rinunciando all’intrattenimento si concede spesso all’analisi sociale ed alla denuncia del potere sotto tutte le sue forme, per organizzare una sorta di dialogo a quattro voci sui massimi sistemi americani, la politica e l’informazione, che diventa anche lo spunto per una riflessione sui miti fondanti della nazione e su cosa vuol dire essere americano, alla luce delle scelte dell’attuale governo statunitense.