martedì, ottobre 14, 2008

Il matrimonio di Lorna


Due film in uno: nel primo vi sono le certezze e la determinazione della protagonista, un immigrata albanese decisa a sacrificare la sua integrità morale per un bar che vuole aprire insieme al fidanzato. Nulla sembra distorglierla dai suoi propositi, neanche quel marito tossicomane (Jeremie Renier) che ha sposato in cambio di denaro e che presto lascerà al sua esistenza senza futuro. Poi a metà del film, la morte del coniuge, assassinato dai complici (Fabrizio Rongione) di lei fa saltare il banco. E’ un salto netto, vertiginoso, senza preavviso. La ragazza che avevamo conosciuto e forse giudicato non esiste più; Il suo passo è diventato incerto, non lineare, erratico, scandito da traiettorie senza metà ed in sintonia con lo mondo circostante che sembra agevolare questo smarrimento, sostituendo i limiti del contorno urbano e industriale con le aperture e gli spazi aperti della campagna belga.
E’ li che la vediamo per l’ultima volta, sola e delirante, intenta ad accudire un senso di colpa che sembra non lasciarli scampo. Un film disumano se non fosse per quella sequenza centrale, breve ma folgorante, che si inserisce nel solco del prima e dopo della storia: in quella casa che assomiglia ad una camera di albergo si consuma il cuore del film; Lorna (Arta Dobroshi) ha la bellezza di chi torna alla vita e quell’abbraccio all’uomo che l’ha fatta sentire importante con la verità del suo dolore, ha lo slancio di chi ama davvero. La religione dei fratelli Dardenne è tutta lì, in quella fusione di corpi chè è condivisione di umanità, in cui le differenze ci avvicinano a chi ci sta di fronte. Tutto il resto, anche in questo film, è "noumeno".

Le tre scimmie


Ceylan è un pittore dell’ anima che nella sua pur breve carriera si è già conquistato uno zoccolo di fedelissimi ed una serie di premi nei principali festival internazionali (quest’ultimo ha ricevuto il premio per la miglior regia al festival di Cannes 2008): i suoi sono film che lasciano alle immagini il compito di spiegare i contenuti ed anche “Le tre scimmie” non sfugge a questa regola. Ambientato nella periferia di una Istanbul arcaica e misteriosa, la storia si dipana in maniera lenta ma inesorabile a partire da un delitto mai commesso di cui Eyup, marito di Hacer e padre di Ismail si assume la colpa in cambio di denaro e prosegue con le conseguenze di quel gesto all’interno del nucleo famigliare apparentemente unito ma in realtà lacerato dalla perdita del figlio minore e costruito sulle ipocrisie dei suoi componenti.
Ad una trama quasi rarefatta, nella quale sembra non accadere nulla e che privilegia situazioni che appartengono ad un cinema esistenziale fortemente autoriale, fa da contraltare la profondità dei significati e la densità delle atmosfere che Ceylan costruisce utilizzando la cinepresa come il pennello di un pittore: fuori dal tempo i tre protagonisti sembrano quasi sospesi in uno stato di perenne dormiveglia in cui il la realtà sembra reagire al loro stato d’animo. Il fischio del treno che si fa spazio tra le fessure di una finestra, il rumore dell’acqua attraversata da un natante, il crepitio improvviso di un temporale, o il fruscio di una folata di vento così come un gesto apparentemente insignificante vengono soppesati e quasi dilatati all’infinito dallo sguardo dell’autore fino a diventare essi stessi il simbolo di una condizione umana condannata all’incomunicabilità ed alla sofferenza. Intarsiata dal perfetto gioco di luci ed ombre, la fisognomica dei protagonisti che ha il sapore dell’antico, ed i loro sguardi muti e pure grondanti un emotività troppo a lungo implosa completano la topografia di un film che lascia a chi lo guarda la possibilità di entrarvi dentro e completarlo con la sensibilità ed il vissuto che gli appartiene

Miracolo a Sant'Anna




"In un momento di cambiamento radicale ringrazio Fabrizio e Carmen per il sostegno della loro amicizia"

YES WE CAN”, lo slogan del candidato democratico alla Casa Bianca deve aver contaggiato anche un battitore libero come Spike Lee, solitamente lontano dagli happening mediatici, e qui al contrario impegnato nella causa con un film che spinge verso una rivitazione della storia americana in chiave “Afro” ed ambisce al risultato più alto, per la volontà di legare la forma del suo cinema ai contenuti ed allo stile del neoralismo italiano.
Un omicidio senza movente e le giustificazioni che l’assassino rilascia ad un intraprendente giornalista sono il pretesto per un viaggio nel passato in cui si raccontano le vicende di un gruppo di “Buffalo Soldier”, soldati afroamericani che durante la seconda guerra mondiale militarono nelle fila dell’omonima unità, composta per la maggior parte da uomini di colore, qui costretti a condividere la realà della vita partigiana e le vicissitudini della popolazione occupata, dopo che un imboscata finita in tragedia li ha costretti a riparare all’interno del dispositivo avversario dislocato nella campagna toscana. L’incontro con un bambino misteriosamente scampato al massacro del titolo insieme alle relazioni che i superstiti stabiliscono con la componente locale danno modo al regista di ridisegnare non tanto la storia, che anche nella versione di Lee rimane alquanto romanzata e spesso di parte, ma l’iconografia che di essa è stata data dalla cinematografia statunitense che ha sempre escluso la presenza afroamericana dalla celebrazione dei suoi caduti. Un impegno non indifferente e che da solo basterebbe a costruire una carriera viene doppiato dall’incursione nelle vicende italiche, "illustrate" attraverso una serie di sottotrame, ora politiche, ora personali che finiscono per distaccarsi da quella principale e che forzatamente ne condividono lo spazio filmico. Acuita da un unità narrativa (il protagonista che racconta la storia) continuamente contraddetta (molti episodi appartengono alla memoria del regista demiurgo e non a quella del narratore che di fatto non era a conoscenza degli stessi), il film sembra incapace di sostenere la complessità della materia e fallisce anche sul piano empatico, distraendo lo spettatore con continui cambi di scena (e di toni) e togliendo ai personaggi ed ai loro interpreti il tempo necessario per andare oltre la finzione e superare lo stereotipo nel quale rimangono relegati. Ad eccezione della scena della carneficina del Serchio, in cui con un montaggio alternato tra la faccia della sirena tedesca che vuole far desistere i soldati dal combattere e quelle di chi invece non si tirera indietro, andando incontro ad un massacro costruito come se fosse quello del Soldato Ryan, in un crescendo di orrore crudele e grottesco, Miracolo a Sant Anna sembra un opera rimasta ancora sul quaderno del suo autore: girare sui luoghi che furono teatro di quegli avvenimenti, utilizzare un formato che diminuisce lo scarto tra realtà e finzione, così come il rifarsi al meglio del cinema war movie (ma oltre a Rossellini Eastwood e Spielberg anche Benigni meriterebbe i diritti d’autore per la caratterizzazione del bambino che ricalca quello da lui creato per la “Vita è bella”) deve essere il punto di partenza ed invece finisce per diventare il solo motivo di interesse: Lee interroga la Storia senza attenderne le risposte ma invece sottomettendola ad un ideologia che magari funziona quando scaturisce dal vissuto, ma diventa stucchevole e didascalica quando deve affrontare realtà che non gli appartengono. Con questo spirito si finisce per annullare le diversità, -L’eccidio di Stazzema è un urgenza risolta in maniera frettolosa, mentre le differenze tra “rossi e neri” sembrano appartenere alla celebre frase morettiana a proposito dei film di Alberto Sordi – a tutto vantaggio di chi ama nelle polemiche ci sguazza (tante sono state quelle che hanno preceduto l’uscita del film) ed a detrimento dello spettatore che vorrebbe vedere un opera compiuta. Dispiace per Lee, solitamente efficace ed anche per la compagine italiana impegnata a riacquistare una credibilità internazionale a cui quest’opera non rende un buon servizio.

Zohan


ZOHAN (Usa 2008)
Regia: Dennis Dugan
Cast: Adam Sandler - John Turturro - Emmanuelle Chriqui - Lainie KazanTrama:

Zohan è un efficientissimo agente delle forze speciali israeliane, decide di mollare tutto per andare a fare il parrucchiere a Manhattan. Zohan è il più famoso agente del Mossad, osannato in Israele per i numerosi successi ottenuti nella lotta contro i Palestinesi e in particolare contro il suo nemico numero uno, l'altrettando famoso e idolo del popolo palestinese Phantom.Approfittando di uno scontro all'ultimo sangue con il suo rivale, Zohan si finge morto e raggiunge gli Stati Uniti dove ha intenzione di diventare parrucchiere.

Cercare di far ridere il pubblico su un argomento come quello del terrorismo è esercizio difficile di questi tempi ma Adam Sandler ci riesce con una comicità sopra le righe che punge equamente israeliani e palestinesi, e puntando molto sulla fisicità del suo personaggio.
Prima ora del film a dir poco scoppiettante con gag intelligenti e irresistibili, su tutte quella che vede alcuni palestinesi aspiranti terroristi che compongono il numero verde di Hezbollah per acquistare armi e si sentono rispondere da una segreteria telefonica che "...il servizio di fornitura di armi è momentaneamente sospeso a causa dei colloqui di pace attualmente in corso, il servizio riprenderà appena questi saranno falliti...".
Ottimo John Turturro nei panni di Phantom e "apparizioni speciali" per Mariah Carey, John Mcenroe e Henry Winkler.
Finale con inevitabile messaggio di pacifica convivenza.



lunedì, ottobre 06, 2008

BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

Brad Pitt
Dopo la straordinaria e pluripremiata (giustamente) parentesi di NON E' UN PAESE PER VECCHI, i fratelli Coen tornano al cinema a loro più caro, vale a dire la commedia nera.
BURN AFTER READING è un meccanismo ad orologeria, i Coen applicano gli schemi e i clichè della spy-story con precisione, infarcendoli con gli elementi classici del tragicomico: personaggi bizzarri, situazioni improbabili, folle intreccio degli eventi.


La prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un divertissement studiato e ragionato, niente di più, insomma un bel pacco regalo con nulla dentro.In realtà presto emerge prepotentemente la volontà dei fratelli del Minnesota di mettere alla berlina i costumi dell'americano medio.

Infatti i Coen raccontano che lifting e denaro sono in cima ai pensieri di molti, che tutti sono propensi a tradire e che l'etica e la moralità sono andate a farsi benedire da un pezzo.

Cast di alto livello con John Malkovic su tutti e con Clooney e Pitt che buffoneggiano per tutto il film.

Pellicola gradevole e ovviamente ben confezionata.

ITALIA '70 - IL CINEMA A MANO ARMATA

Seconda puntata - I Registi

Ovviamente come tutti i generi cinematografici, anche il poliziottesco ha avuto i 'suoi' registi.
Una pattuglia di artigiani della celluloide che in molti casi si erano già cimentati con altri generi e che in futuro avrebbero fatto altrettanto seguendo la moda del momento.
Di seguito dei brevi ritratti di quei registi che più di altri hanno contribuito al successo del poliziesco italiano.

SERGIO MARTINO
Regista prolifico ha frequentato tutti i generi cinematografici: giallo, horror, poliziesco, erotico, commedia scollacciata.I titoli di maggior successo di S.Martino sono: il giallo LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971) e il comico L'ALLENATORE NEL PALLONE (1984).
spicca I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE (1973) prodotto da Carlo Ponti, un giallo di buona suspence con sprazzi gore che fu distribuito anche negli Usa con il titolo di TORSO.

Filmografia Poliziesca:
Milano trema: la polizia vuole giustizia 1973;
I corpi presentano tracce di violenza carnale 1973;
La città gioca d'azzardo 1975;
La polizia accusa: il servizio segreto uccide 1975;
Morte sospetta di una minorenne 1975.

UMBERTO LENZI
Giustamente considerato uno dei maestri del poliziesco, esordisce alla regia nel 1961 e ottiene una certa notorietà con i gialli-sexy.
Il vero successo arriva con i polizieschi, in pochissimi anni gira film tra i più belli del genere, primo tra tutti MILANO ODIA: LA POLIZIA NON PUO' SPARARE capolavoro assoluto del genere a cui dedicheremo una specifica puntata.
Insieme a Tomas Milian e allo sceneggiatore Dardano Sacchetti creò il personaggio di Er Monnezza che appare in IL TRUCIDO E LO SBIRRO (1976) e LA BANDA DEL GOBBO (1977), sino al tradimento che Tomas Milian fece nei confronti di Lenzi, interpretando Er Monnezza nel film (minore) di Stelvio Massi, LA BANDA DEL TRUCIDO (1977).
Rotto il sodalizio con Tomas Milian, LENZI tira fuori dal cilindro un nuovo protagonista per i suoi film: MAURIZIO MERLI con il quale gira NAPOLI VIOLENTA (1976) e IL CINICO L'INFAME IL VIOLENTO che originariamente si doveva chiamare INSIEME PER UNA GRANDE RAPINA - infatti anche il trailer distribuito poche settimane prima dell'uscita del film riportava quest'ultimo titolo - che fu cambiato all'ultimo momento su insistenza di LENZI.
Passato il periodo poliziesco LENZI tornò ad un suo vecchio amore, il cannibal-horror.
Difatti, LENZI nel 1972 aveva già diretto un film passato inosservato e mal distribuito per problemi di censura dal titolo IL PAESE DEL SESSO SELVAGGIO, ma sulla scia del successo e dello scandalo provocato da Ruggero Deodato con il suo CANNIBAL HOLOCAUST nel 1979, LENZI torna a frequentare il genere con 2 pellicole, vale a dire
MANGIATI VIVI (1980) e CANNIBAL FEROX (1981).

Filmografia Poliziesca:
Milano Rovente 1973;
Milano odia: la polizia non può sparare 1974;
L'uomo della strada fa giustizia 1975;
Il giustiziere sfida la città 1975;
Napoli violenta 1976;
Il trucido e lo sbirro 1976;
Roma a mano armata 1976;
La banda del gobbo 1977;
Il cinico, l'infame, il violento 1977;
Da Corleone a Brooklyn 1979.

ENZO G. CASTELLARI
Figlio del regista Marino Girolami è considerato il maestro italiano del cinema d'azione. Si è cimentato con diversi generi, dallo spaghetti-western all'avventuroso, ma deve la sua notorietà al poliziesco avendo girato 2 film considerati pietre miliari del genere: LA POLIZIA INCRIMINA LA LEGGE ASSOLVE (1973) e IL CITTADINO SI RIBELLA (1974), a quest'ultimo titolo dedicheremo una puntata della nostra rubrica.
Altri titoli di successo di Enzo G. Castellari sono il western VADO L'AMMAZZO E TORNO (1967) e il film di guerra QUEL MALEDETTO TRENO BLINDATO (1977) del quale Quentin Tarantino sta scrivendo il remake.

Filmografia Poliziesca:
La polizia incrimina la legge assolve 1973;
Il cittadino si ribella 1974;
Il grande racket 1976;
La via della droga 1977;
Il giorno del cobra 1980.

STELVIO MASSI
Pur essendo uno dei più prolifici registi del genere poliziesco, in realtà raramente ha girato film al di sopra della media ad eccezione del suo primo poliziesco, vale a dire il notevole SQUADRA VOLANTE (1974) con Gastone Moschin e Tomas Milian.
S. MASSI va però ricordato per una intuizione a dir poco geniale che gli regalò la notorietà.
Negli anni '70 in Italia si vendevano settimanalmente milioni di copie di fotoromanzi, divo indiscusso di queste pubblicazioni quasi tutte edite dalla Edizioni Lancio, era il belloccio FRANCO GASPARRI.
Massi pensò a cosa sarebbe successo a milioni di donne italiane che impazzivano per Gasparri, che si presentava loro in mini foto in formato cartaceo, se lo si fosse portato sullo schermo, cioè parlante ed in movimento. Ebbe così inizio la serie di 3 film di MARK e fu un successo strepitoso, sebbene si trattasse di filmetti scritti velocemente e dalla trama esilissima che puntavano tutto sulla presenza dell'aitante Gasparri.

Filmografia Poliziesca:
Squadra volante 1974;
Mark il poliziotto 1975;
Mark il poliziotto spara per primo;
Macrò - Giuda uccide il venerdi 1975;
Mark colpisce ancora 1976;
La legge violenta della squadra anticrimine 1976;
Il conto è chiuso 1976;
La banda del trucido 1977;
Poliziotto sprint 1977;
Un poliziotto scomodo 1978;
Poliziotto senza paura 1978;
Il commissario di ferro;
Sbirro, la tua legge è lenta ...la mia...no! 1979;
Speed driver 1980;Poliziotto solitudine e rabbia 1980;
Speed cross 1980.

lunedì, settembre 29, 2008

Il Matrimonio di Lorna


IL MATRIMONIO DI LORNA (Bel-Ita-Fra 2008) - Lorna, ragazza albanese impiegata in una stireria di Liegi, fa parte di una organizzazione criminale composta oltre che da lei, dal fidanzato albanese che vive in Germania e da un tassista italiano. Il loro spietato piano prevede che Lorna sposi, ovviamente con matrimonio bianco e dietro pagamento di una piccola somma, il tossicodipendente Claudy al solo scopo di ottenere la cittadinanza belga, una volta morto il tossico Lorna sposerà un russo che a sua volta otterrà lo status di cittadino belga, il tutto con la mediazione del tassista italiano Fabio e la complicità del fidanzato.

Non tutto fila liscio però, il tossicodipendente infatti, dopo il matrimonio si sforzerà di guarire complicando il piano della banda.
Lorna è apparentemente cinica, pronta a tutto pur di ottenere ciò che vuole, ma quando il marito tossico è vicino alla completa guarigione e i complici di Lorna decidono di ucciderlo tramite overdose per non veder sfumare i loro guadagni, la giovane albanese non ci sta e si sforza di trovare un piano alternativo per raggiungere il suo scopo senza macchiarsi di un omicidio.
Confusa, impietosita, Lorna 'regala' al marito tossico un rapporto sessuale che è un vero e proprio attacco alla logica economica che tiene insieme i complici.
Un drogato, un autoescluso dalla società, in quanto anello debole, può e deve essere soppresso in nome del profitto, ovvero le fondamenta dell'economia capitalistica applicata dalla piccola criminalità.
Lorna è spiazzata dai suoi stessi sentimenti, il bambino immaginario che pensa di portare in grembo è in realtà la speranza di 'partorire' una nuova vita, il tentativo di far ri-nascere la sua morale.

Jean-Pierre e Luc Dardenne maestri indiscussi del cinema europeo, 2 volte vincitori a Cannes con ROSETTA (1999) e L'ENFANT (2005), tornano a ferire lo spettatore con IL MATRIMONIO DI LORNA anch'esso premiato a Cannes 2008 per la migliore sceneggiatura.
I fratelli belgi si presentano con uno stile leggermente diverso da quello a cui ci avevano abituato; la macchina a mano non la fa più da padrona e la cinepresa da 35 mm ha sostituito la 16 mm.
Capaci come nessuno di raccontarci storie di dolore e speranza, i Dardenne ci regalano grandissimo cinema parlandoci ancora di esistenze marginali con il loro stile gelido che sa fare male.Ovviamente scritto, sceneggiato, diretto e anche co-prodotto dagli inossidabili fratelli di Vallonia.

giovedì, settembre 25, 2008

Film in sala da venerdi' 26 settembre

Sfida senza regole
regia: Jon Avnet
genere: azione
prod.: USA

La Mummia - La Tomba dell'Imperatore Dragone
regia: Rob Cohen
genere: azione
prod.: Germania, Canada, USA

Albakiara
regia: Stefano Salvati
genere: commedia
prod.: Italia

Fireflies in the Garden
regia: Dennis Lee
genere: drammatico
prod.: USA

Un marito di troppo
regia: Griffin Dunne
genere: commedia
prod.: Gran Bretagna

giovedì, settembre 18, 2008

Film in sala da venerdi' 19 settembre

Burn After Reading - A prova di spia
regia: Ethan Coen, Joel Coen
genere: commedia
prod.: USA

Star Wars: The Clone Wars
regia: Dave Filoni
genere: animazione
prod.: USA

Black Sheep
regia: Jonathan King
genere: commedia
prod.: Nuova Zelanda

The Rocker - Il batterista nudo
regia: Peter Cattaneo
genere: commedia
prod.: USA

mercoledì, settembre 17, 2008

LA POLIZIA RINGRAZIA - Italia '70 - il cinema a mano armata - (1)

La Polizia Ringrazia
regia di Stefano Vanzina


(il film capostipite del genere)

Tutto ebbe inizio nella primavera del 1972, quando nelle sale arrivò "LA POLIZIA RINGRAZIA".
A gettare le granitiche fondamenta del poliziesco italiano fu Stefano Vanzina (Steno), che per la prima volta, firmò un film con il suo vero nome e cognome, rinunciando allo pseudonimo che tanta fortuna gli aveva portato.
Vanzina elaborò con maestria la lezione del noir italiano del grande Fernando Di Leo (I ragazzi del massacro - 1969) fondendolo con il cinema politico-criminale di Lizzani (Banditi a Milano - 1968) e Damiani (Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica - 1971) nonchè a quello più prettamente politico di Rosi e Petri.

Enrico Maria Salerno L'intuizione di Vanzina sta nel fatto di non "puntare in alto", ma di trattare argomenti che tutti conoscono, problemi con cui il cittadino comune si trova a dover fare i conti tutti i giorni, ma che erano tabù per i media del periodo.
La criminalità comune, quella fatta di scippi, prostituzione, rapine è un argomento che il potenziale pubblico tocca con mano quotidianamente, quando non ne è addirittura vittima. Dal lato politico Vanzina, non tratta i grandi intrighi di palazzo, la massoneria ecc. ma trame politiche semplici, raccontate senza fronzoli e facilmente interpretabili da chiunque.
Fu questa "semplicità" alla quale va aggiunta una massiccia dose di violenza efferata, cruenta e finalmente visibile, a fare presa sul pubblico che riempì i cinema italiani decretando il successo strepitoso del film con 1 miliardo e 700 milioni di incasso nel 1972!!!
Da quel momento in poi il cinema italiano, per almeno 5 anni, non sarebbe più stato uguale a prima, era iniziata la gloriosa stagione del "Poliziottesco".

LA POLIZIA RINGRAZIA (Italia 1972)
Regia: Stefano Vanzina
Cast: Enrico Maria Salerno, Mariangela Melato, Mario Adorf, Franco Fabrizi, Cyril Cusack, Laura Belli, Corrado Gaipa, Giorgio Piazza, Ezio Sancrotti, Jurgen Drews, Piero Tiberi.
Trama: Il Commissario Bertone, capo della squadra omicidi di Roma, indaga su una serie di delitti che lui sospetta abbiano matrice politica (di destra). Scopre chi c'è dietro i delitti e cerca di sventare un possibile colpo di stato. La ricerca dei colpevoli lo porterà fino alle alte sfere della polizia e della magistratura. Non gli sarà consentito andare oltre.

IL FILM: Un'organizzazione di giustizieri, l'Anonima Anticrimine, inizia a farsi giustizia da sè, raccogliendo simpatie tra i cittadini (esasperati dall'impotenza delle forze dell'ordine) e tra alcuni esponenti della polizia, ma non quella del commissario Bertone (Salerno), che seppur convinto dell'inadeguatezza delle leggi in vigore, dall'alto della sua fedeltà alle istituzioni democratiche, intende mettere fine alla situazione venutasi a creare.
L'Anonima Anticrimine ripulisce la città a suo modo, rapinatori, prostitute, omosessuali vengono giustiziati senza tregua e i cadaveri vengono fatti ritrovare sistemati davanti a cartelloni pubblicitari che invitano i cittadini a tenere pulita la loro città (geniale).
A pensarla in maniera diametralmente opposta c'è una giornalista (Melato) sostenitrice di una giustizia più garantista.La situazione precipita quando un malvivente, per coprirsi la fuga a bordo di una moto prende in ostaggio una ragazza (L. Belli, la bella per eccellenza del poliziesco italiano).
Quando la fuga si fa disperata il bandito scaraventa giù dalla moto la donna mandandola a sbriciolarsi sotto le ruote di una Giulia verde oliva della polizia, in quella che è considerata una delle scene madri di tutto il genere poliziottesco.Il criminale in fuga ha paura, si sente braccato dall'Anonima Anticrimine più che dalle forze dell'ordine e si costituisce tra le braccia di Bertone, che nel frattempo ha scoperto chi manovra i fili dell'organizzazione di giustizieri.
Bertone affronta la mente dell'organizzazione e lo avverte di essere in possesso di dossier che è pronto a consegnare alla magistratura, ma i dossier sono già stati ritrovati e distrutti da esponenti della polizia vicini all'organizzazione e Bertone cade sotto i colpi di un vero e proprio plotone di esecuzione dell'Anonima Anticrimine.

IL COMMENTO: Il film denuncia la situazione di immobilismo in cui versa la giustizia italiana.
L'unico mezzo per contrastare la ferocia criminale è la possibilità che la legge possa rispondere al piombo con altro piombo.
La pellicola mette a confronto le due metodologie (quella reazionaria, ferocemente repressiva e quella eccessivamente garantista) di applicazione della legge, lasciando il giudizio allo spettatore.
Vanzina è molto bravo e furbo a prospettare la situazione prima da destra e poi da sinistra e chiude il cerchio cercando il modo di non mettere la polizia eccessivamente in cattiva luce.
Sceneggiato dallo stesso regista con Lucio De Caro, confezionato senza fronzoli badando al sodo, LA POLIZIA RINGRAZIA è film secco, essenziale, diretto, un pugno nello stomaco per l'epoca.

CURIOSITA' - NOTIZIE: le musiche del film sono di uno dei maestri del genere, ovvero Stelvio Cipriani.
L'incasso, come già detto in precedenza fu di 1 miliardo e 700 milioni di lire, un'enormità per l'epoca e sopratutto per una produzione italiana di questo tipo.Il film fu benevolmente recensito dal Messaggero, tiepidamente ma comunque non negativamente dalla Stampa e in maniera sostanzialmente negativa dai pochi giornali di sinistra che se ne occuparono.

Fabrizio Luperto

giovedì, settembre 11, 2008

Film in sala da venerdi' 12 settembre

Hancock
regia: Peter Berg
genere: Azione
prod.: USA

Piccolo grande eroe
regia: Colin Brady, Dan St. Pierre, Christopher Reeve [II]
genere: Animazione
prod.: Canada, USA

Il respiro del diavolo
regia: Stewart Hendler
genere: drammatico
prod.: USA

Il papà di Giovanna
regia: Pupi Avati
genere: drammatico
prod.: Italia

Le 3 scimmie
regia: Nuri Bilge Ceylan
genere: drammatico
prod.: Turchia

mercoledì, settembre 10, 2008

ITALIA '70 - IL CINEMA A MANO ARMATA


Omicidi, rapimenti, prostituzione, droga.
Sono passati quasi quarant'anni da quando questi argomenti lasciarono le grigie stanze delle questure ed entrarono a sirene spiegate nei cinema italiani, lasciando una traccia indelebile nella storia del cinema di genere italiano degli anni 70.
In quegli anni nasceva il glorioso poliziesco italiano, successivamente diventato dispregiativamente "poliziottesco" quando il genere, ormai inflazionato, andava esaurendosi.

Realistici o demenziali, geniali o banali, ben confezionati o approssimativi questi film hanno entusiasmato gli spettatori di una generazione e riempito le sale.
Spesso bollate dalla critica come pellicole brutte e stupide se non addirittura reazionarie o fasciste, destinate ad un pubblico poco più che analfabeta, si dimentica che molte di queste produzioni a bassissimo budget hanno finanziato per anni il cinema impegnato o d'autore, grazie ad incassi stratosferici per l'epoca.
Gran parte di questi film in realtà erano basati quasi esclusivamente sulle scene d'azione, mentre dialoghi e contenuti passavano in secondo piano, ma non mancano ottimi esempi che forniscono realistici spaccati di vita criminale, interessanti riletture personali, suggestive ambientazioni noir.

ITALIA '70 - IL CINEMA A MANO ARMATA spazio curato dal nostro FABRIZIO LUPERTO vuole essere un piccolo simpatico viaggio (a puntate) alla scoperta del cinema poliziesco italiano e di chi ha contribuito a farlo diventare un fenomeno di costume.

Per questo motivo, quelle che seguiranno non saranno delle vere e proprie recensioni ma un insieme di notizie, informazioni, curiosità e aneddoti che riguardano i film, i registi, i produttori, gli attori che hanno fatto la storia di questo genere cinematografico.

Per i nostalgici della Giulia 1300, delle rapine in banca a passamontagna calzato, dei poliziotti che estorcono confessioni a suon di cazzotti, delle starlette casereccie allergiche al silicone, è arrivata l'inafferrabile banda dei Cinemaniaci.....e la polizia brancola nel buio!!!

Un giorno perfetto

Tratto dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco e sceneggiato da Petraglia, UN GIORNO PERFETTO poteva essere considerato una sorta di esame per F. Ozpetek, infatti, per la prima volta il regista di origine turca era chiamato a misurarsi con un film non scritto da lui.
Ozpetek addolcisce molto il romanzo della Mazzucco facendo perdere forza alla storia, i dialoghi in qualche occasione sono poco consoni e in contrasto con l'atmosfera che si vorrebbe molto realistica.

Il film scorre benino quando il regista si limita a descrivere le situazioni, quando, raramente, cerca di approfondire, il risultato non è dei migliori.Ozpetek vorrebbe che i silenzi, gli sguardi dei protagonisti spiegassero molto della storia, ma evidentemente questo modo di girare, apprezzato in altre occasioni, non si rivela abbastanza forte per ottenere il risultato sperato.

UN GIORNO PERFETTO è un film stereotipato, telefonato, con passaggi da fiction tv.La bravura di Mastrandrea e della Ferrati non basta a sopperire alle mancanze della scrittura e a dare ai personaggi quello spessore psicologico di cui necessitano.

Il regista F. Ozpetek Insiegabile il personaggio interpretato dalla Guerritore e ancora più difficile capire quale contributo porta all'economia del film la storia parallela che vede protagonista l'onorevole.Da salvare il dialogo di inizio film tra il poliziotto napoletano e la vicina di casa di Antonio e la bella risposta che l'onorevole rifila al figlio che vuole lasciare l'università..

In concorso a Venezia 2008. E pensare che c'è ancora chi si chiede perchè il Festival di Cannes è nettamente superiore alla mostra nostrana, basta raffrontare i film italiani selezionati per concorrere a Cannes (Gomorra e Il Divo) con questo ultimo lavoro di Ozpetek.

domenica, settembre 07, 2008

Mostra del Cinema di Venezia 2008

La 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, organizzata dalla Biennale di Venezia, e diretta da Marco Muller, si svolgera' al Lido di Venezia dal 27 agosto al 6 settembre 2008.


Definiti i componenti delle giurie internazionali della 65. Mostra del Cinema:
Venezia 65: Wim Wenders (Presidente), Juriy Arabov, Valeria Golino, Douglas Gordon, John Landis, Lucrecia Martel e Johnnie To.
Orizzonti: Chantal Akerman (Presidente), Nicole Brenez, Barbara Cupisti, José Luis Guerin e Veiko Õunpuu.
Premio Luigi De Laurentiis per la migliore Opera Prima: Abdellatif Kechiche (Presidente), Alice Braga, Gregory Jacobs, Donald Ranvaud e Heidrun Schleef.
Corto Cortissimo: Amos Poe (Presidente), Gianni Rondolino e Joana Vicente.

La Mostra si aprira' quest'anno con Burn After Reading, scritto e diretto dai premi Oscar Joel e Ethan Coen.



PS: caro Ethan, questo post e' per te, una sorta di luogo-diario dove annotare tutto cio' che vedrai a Venezia. Raccontaci tutto cio' che potrai!

giovedì, settembre 04, 2008

Film in sala da venerdi' 5 settembre

Decameron Pie
regia: David Leland
genere: drammatico
prod.: USA, Italia, Gran Bretagna, Lussemburgo

Un giorno perfetto
regia: Ferzan Ozpetek
genere: drammatico
prod.: Italia

X-Files: Voglio crederci
regia: Chris Carter
genere: fantascienza
prod.: USA, Canada

Reeker - Tra la vita e la morte
regia: Dave Payne
genere: Horror
prod.: USA

The Air I Breathe
regia: Jieho Lee
genere: drammatico
prod.: USA

Redbelt
regia: David Mamet
genere: azione
prod.: USA

Martyrs
regia: Pascal Laugier
genere: thriller
prod.: Francia, Canada

venerdì, agosto 29, 2008

Film in sala da sabato 30 agosto

sab 30 agosto
The Ten - I dieci comandamenti come non li avete mai visti
regia: David Wain
genere: commedia
prod.: USA

mar 2 settembre
La terra degli uomini rossi - Birdwatchers
regia: Marco Bechis
genere: drammatico
prod. : Italia, Brasile

giovedì, agosto 28, 2008

Film in sala da venerdi' 29 agosto

Kung Fu Panda
regia:Mark Osborne, John Stevenson.
genere: animazione
prod.: USA

Presunta innocenza
regia: Joby Harold
genere: dramamtico
prod.: USA

Doomsday
regia: Neil Marshall
genere: thriller
prod.: Gran Bretagna, USA, Sudafrica

Sex List - Omicidio a tre
regia: Marcel Langenegger
genere: azione
prod.: USA

Animanera
regia: Raffaele Verzillo
genere: dramamtico
prod.: Italia

Deep Water
regia: Louise Osmond, Jerry Rothwell
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna

The Hurt Locker
regia: Kathryn Bigelow
genere: drammatico
prod.: USA

Eldorado Road
regia: Bouli Lanners
genere: drammatico
prod.: Francia, Belgio

venerdì, agosto 22, 2008

Film in sala da venerdi' 22 agosto

Denti
regia: Mitchell Lichtenstein.
genere: horror
prod.: USA

Piacere Dave
regia: Brian Robbins
genere: commedia
prod.: USA

Non mi scaricare
regia: Nicholas Stoller.
genere: commedia
prod.: USA

Shrooms - Trip senza ritorno
regia: Paddy Breathnach
genere: horror
prod.: Irlanda

Gli animali innamorati
regia: Laurent Charbonnier.
genere: documentario
prod.: Francia

domenica, agosto 17, 2008

Identikit di un delitto

L'inizio è col botto: le panoramiche di un paesaggio americano desertico e provinciale attraversato da una macchina su cui si sofferma l’attenzione della telecamera si alternano a primi piani dell’uomo che la guida, in fuga o forse all’inseguimento di se stesso prima ancora che degli altri: fermi immagini rapidissimi ed una fotografia sgranata sembrano fatti apposta per lasciar passare una serie di istantanee che si sovrappongono una sull'altra, riproducendo la confusione mentale e le ossessioni del protagonista, un funzionario dello Stato che si occupa della sorveglianza di cittadini schedati per reati di natura sessuale.
Divorato dai sensi di colpa per una morte di cui si crede responsabile, l'uomo sfoga la sua rabbia perseguitando gli insoliti clienti con modi che spaziano dall’insulto verbale all’agguato fisico, che lo stesso realizza con metodica ferocia. Un inferno di solitudine e di rabbia destinato a restare tale se non fosse per quelle scene iniziali in cui si ritrovano i motivi di un film (la sparizione di una ragazza, il contraltare pulito e quasi verginale rappresentato dalla collega del protagonista) che parla di peccato e redenzione, con una storia che si mantiene continuamente a contatto con il lato più oscuro dell’essere umano, alimentandolo con particolari e situazioni che appartengono ad un campionario patologico che sembra non risparmiare nessuno. Rispetto ai modelli del genere quello di Gere appartiene alla schiera degli antieroi, non ultimo il Batman di Nolan, di cui risulta più facile distinguere le analogie più che le differenze con il mondo a cui si oppone; ridotte le distanze con la materia del contendere ed in assenza delle istituzioni civili, punti di riferimento disintegrati in una miriade di interessi e particolarismi, all’individuo non resta che l’iniziativa personale, la crociata portata avanti con una dialettica priva di interlocutori; tutto, anche il sesso, che nel film è sempre legato ad immagini di sofferenza e morte, diventa puro antagonismo, strenua opposizione all’invasione del proprio spazio personale. Fedele al cliché del cinema noir, Lau (Infernal Affair), è più interessato alle atmosfere ed allo sviluppo delle psicologie che al meccanismo dell’indagine, costruita con una linearità che contrasta con lo stile frammentario e l’ambiguità compositiva dell’opera. La difficoltà di interpretare una realtà in continua mutazione, la complessità della natura umana continuamente minacciata dalla sua stessa essenza, ma anche l’eterno contrasto tra bene e male, con quest’ultimo in netta minoranza, sono rese con un andamento sincopato, non solo nel montaggio ma anche nelle dinamiche interne, in cui la sintesi del video clip convive in maniera dinamica con una rappresentazione del tempo soggettiva ed indipendente dallo sviluppo visivo, che infatti si alterna, con tutte le sue potenzialità, su un sottofondo pressoché immutabile di suoni e parole che sono la rappresentazione della vita interiore del protagonista. Richard Gere è efficacissimo nell’interpretazione di un uomo capace di tutto mentre Claire Denis gli tiene testa con una mix di determinazione e vulnerabilità. A differenza di altri colleghi che l’avevano preceduto (vero Wong Kar Wai ?) l’esordio statunitense di Lau riesce ad interpretare il malessere americano senza snaturare il proprio cinema che continua a distinguersi per l’efficacia e la comunicatività dell’espressione visiva.

X-FILES: voglio crederci

Quando Skully entra nella casa/ufficio di Mulder, una specie di ectoplasma schiacciato dalla solita galleria di fantasmi personali, supplicandolo a rientrare in servizio per risolvere l'immancabile mistero (indagare sulla scomparsa di un agente dell'FBI che vediamo sparire per mano di due loschi individui) ci siamo detti: "meno male che l'ha fatto"...che l'affascinante patologa,ormai restituita alla sua professione, sia riuscita a buttarsi indietro un passato doloroso e complicatissimo per tornare dall'uomo che ama e ricominciare dove tutto era finito; ed invece con il passare dei minuti ci si rende conto che Mulder aveva ragione; che la sua voglia di farla finita con la caccia alle streghe nasceva dalla consapevolezza di non poter aggiugere nulla di nuovo rispetto a quanto già detto in precedenza; che la necessità di credere nelle realtà alternative (I WANT TO BELIEVE recita il famoso poster con l'UFO in primo piano) stava diventando una favola nera capace di ingurgitarlo in una spirale infinita di ossessioni ed emarginazione.
Peccato che nessuno abbia voluto credere alla sua voglia di solitudine, costringendolo nuovamente in una dimensione di protagonismo che non gli appartiene più e soprattutto peccato che il mitico Chris Carter si sia convertito a mammona ed abbia messso in piedi questo spettacolo raffazzonato e senza mordente, per lucrare ancora qualche soldo alle spalle del mitico duo. A mancare, oltre alle idee, è la voglia di continuare a stupire e la stanchezza di una coppia, di attori e di personaggi, costretta a frequentarsi dentro e fuori dal set per almeno una decade. Nonostante le buone intenzioni, almeno da parte dei due protagonisti(a Carter non possiamo concedere nessuna scusante)che al di fuori del successo televisivo non hanno lasciato memoria sugli schermi cinematografici e magari tentano il loro asso nella manica con un rilancio in grande stile, e la benevola predisposizione degli aficioandos, disposti a chiudere un occhio sul valore della paerformance, il nuovo capitolo di X-FILES non riesce a portare a casa il risultato. Il rinnovato connubio non produce le variazioni chimiche necessarie a rinvigorire una storia che sposta la detection dal mistery al realismo cronachistico, con una serie di riferimenti che rilanciano in maniera scontata alcuni temi di strettissima attualità (il contrasto tra scienza e fede,la biogenetica, la sperimentazione medica ed anche la politica in senso stretto con il faccione di Bush ripreso in primo piano mentre il tema musicale della serie lo propone in maniera grottesca come il nemico pubblico della nazione americana)ma fiaccano il meccanismo della suspence, riducendo il racconto a pura routine televisiva. Il paesaggio della provincia americana immerso nella neve sullo stile di FARGO, le facce monocordi dei due protagonisti e una tensione erotica tutta mentale, eternamente giocata sul contrasto di orizzonti diversi eppure uguali, una serie di situazioni che sembrano appartenere al campionario del cinema WEIRDO (ad un certo punto vediamo un cane con due teste e poi, in uno scenario da Frankestein de noantri, assemblaggi tra teste maschili e corpi femminili) sono gli ingredienti di un performance che non riesce a soddisfare tanta attesa.

L'uomo che amava le donne

Una delle cose migliori che ci possa capitare in questo sito è che qualcuno accetti di scrivere le sue impressioni su un film che ha amato; la cosa è ancora più lieta quando chi lo fà, come nel caso del nostro odierno recensore, è una persona che condivide le coordinate esistenziali della nostra esistenza. L'augurio che possiamo farci è che queste considerazioni siano foriere di successive frequentazioni..e perchè no di nuove passioni cinematografiche.
NICKOFTIME

L’uomo che amava le donne

(di Marcello)
Sono stato sollecitato a scrivere queste brevi considerazioni su “L’uomo che amava le donne” da un caro amico, appassionato di cinema, il quale vuol forse prendersi gioco di me e della mia inadeguatezza nel ruolo di critico del grande schermo; dopo una iniziale esitazione ho tuttavia deciso di stare al gioco ed ecco, senza ordine e soprattutto senza alcuna velleità di giudizio, alcune impressioni sul lavoro di Truffaut.
Nel film il passaggio da una scena all’altra è repentino, talora così brusco da disorientare chi si aspetta il fluido dipanarsi di una curiosa vicenda umana. Dinanzi a ciò che sembra l’incompleto montaggio delle riprese rinvenute in uno dei cassetti di Betrand all’indomani della sua morte, l’attenzione dello spettatore è attratta ancor più dalle immagini che, si presume, manchino all’appello. Charles Denner si muove in uno sfondo caratterizzato da una luce opaca, con tonalità che paiono sfumare verso toni del giallo e del verde e che avvalorano l’ipotesi del filmato amatoriale. Egli non è alla ricerca di una stabilità sentimentale e rifugge tanto dal menage familiare quanto dalla chiassosa compagnia degli amici: l’equilibrio che è costretto a studiare con i modellini di aereo in laboratorio, Bertrand lo ritrova nella vita privata, alla guida della sua Alfa Romeo, alla ricerca di un nuovo paio di belle gambe da aggiungere alla sua collezione.

Il fascino delle donne di Bertrand è accresciuto dall’autenticità dei loro corpi, da quei piccoli difetti che ne esaltano il sex-appeal allontanandole dallo stereotipo di bellezze irraggiungibili. Dinanzi alla loro femminilità qualunque uomo, almeno per una volta, vorrebbe essere Bertrand, vivere una stagione di sregolatezza con la quale allontanare lo spettro di un’esistenza ordinata, composta, ma proprio per questo terribilmente grigia.

Mi sono chiesto se Bertrand sia stato felice e sono giunto alla conclusione che sicuramente non è stato più infelice di altri: non solo ha fatto ed ottenuto ciò che cercava, ma gli è stato risparmiato il decadimento che lo avrebbe prima o poi trasformato in un riprovevole vecchio vizioso. Il protagonista abbandona la scena prematuramente, ma da eroe, alla vigilia di un’ennesima “battuta di caccia”. Per lui l’onore delle armi da parte di un’interminabile corteo di donne, fra di loro assai diverse, ma accomunate dal rimpianto nei confronti di chi, cambiando la compagna ogni sera, ha dimostrato un amore commovente e smisurato verso il genere femminile.

venerdì, agosto 15, 2008

Film in sala venerdi' 15 agosto

Identikit di un delitto
regia: Andrew Lau
genere: azione
prod.: USA

lunedì, agosto 11, 2008

Il treno per il Dajerleeng

Il treno per il Dajerleeng è un film di opposte tendenze non solo nelle immagini che alternano momenti di stasi, emblematicamente rappresentate dallo sguardo tenero ed un po’ catatonico dei tre protagonisti a quelle del movimento, con il treno colorato come uno yellow submarine che ne costituisce una costante, presente fin dal titolo e poi all’interno della storia dall’uso continuo dei rallenti che ne enfatizzano la componente catartica e liberatoria, ma anche nel paradigma di essere o non essere che caratterizza i personaggi e le loro azioni: chiamati a recitare un ruolo che non gli appartiene – il patriarca, il padre, il marito, i tre personaggi reagiscono dando vita ad una serie di piccole fughe e micidiali ritorni, a cui contribuiscono in egual misura gli incidenti della vita e quelli messi in atto con l’aiuto delle miscele di alcool e barbiturici che i tre ingollano a cadenza regolare.
Il padre, la madre, la fiducia, l’amicizia, i legami parentali sono segni di valenza opposta, presenze e assenze che agiscono in un continuo divenire dove la vita e la morte appartengono ad un processo di consapevolezza e di definizione di sé che no finisce mai. E come in un 68 parigino a cui alludono i riferimenti culturali e musicali (la Francia nelle musiche e nel prologo ma anche i riferimenti all’altrove indiano) ma soprattutto il progressivo smarcamento dalle figure parentali i tre fratelli realizzeranno un percorso di emancipazione in cui non mancheranno delusioni e dolore ma anche la vitalità scanzonata di chi ha fatto pace con se stesso. La pop art cinematografica di Andersonn si conferma all’altezza delle attese colorando la tela delle immagini con lo stile surreale delle sue composizioni, in cui losballo psichedelico delle immagini si unisce alla stravaganza picareresca dei suoi personaggi, dando vita ad un mondo in cui i riferimenti reali perdono il loro significato primario per diventare gli strumenti dello sberleffo e del non sense che si oppongono alla crudezza della vita. In questo senso l’India, per il suo tripudio di colori ma anche per le sue contraddizioni, impossibili ma reali, è lo scenario ideale di un opera in cui la fluidità visiva (sintetizzata dalla sequenza finale del treno in movimento) e l’inconsistenza del suo tessuto narrativo rappresentano insieme la forza ed il punto debole di questo film.

Interview

Interview è il titolo della famosa rivista americana creata da Andy Warhol per dare voce alle icone del mondo dello spettacolo americano. Uno spazio immaginifico eppure reale dove l’immaginario popolare concepito sulla metrica di quello mediatico e spettacolare si legava a quello personale e privato delle “Star di consumo”. Interview è anche un primo film di una trilogia scritta e diretta da Teo Van Gogh, l’iconoclasta regista olandese, ucciso da un militante islamico per la sua presunta irriverenza nei confronti della religione coranica. Infine Interview, ultimo atto di questo breve excursus monotematico è insieme il remake del film olandese, diretto ed interpretato (insiema a Sienna Miller) da Steve Buscemi ed anche la sintesi tra la frivolezza del modello cartaceo menzionato all’inizio dell’esposizione, in cui l’intervista era l’occasione di un ulteriore spettacolo e quello militante (e perciò serio) del cineasta europeo. Paradossalmente il doppione americano, oltre a garantire una notorietà inaspettata e forse una nuova vita alle opere dell’artista defunto ( è ancora una volta lo strumento mediatico a leggittimare l’esistenza degli oggetti) conferisce alla storia un surplus di significato che amplifica la sovrapposizione tra cio che vediamo e cio che è.
Se infatti lo strapotere dello strumento tecnologico e mediatico, facitore di senso ma anche simbolo di un umanità incapace di rapportarsi con se stessa senza la presenza di un agente esterno (nel film i protagonisti sembrano derivare da qualcos’altro: una telecamera, una persona, un computer, la televisione, una soap opera, il cellulare) non puo trovare migliore rappresentazione nella realtà americana, lo stesso accade anche per l’icona divistico e sessuale che Sienna Miller si porta con sé e che sembra corrispondere fino all’ultimo al suo corrispettivo filmico, un attrice con un successo da rotocalchi e film commerciali, impegnata a promuovere se stessa sulle pagine impegnate del giornale per cui lavora il riluttante giornalista (il suo direttore gli ha assegnato l’incarico dopo aver scoperto che i suoi articoli di politica internazionale erano gonfiati con dettagli inesistenti) che la deve intervistare.. Tutto sembrebbe scontato ma gli stereotipi iniziali- lei bella e stupida/lui colto ed intelligente saranno ribaltati nel corso di una nottata (l’iniziale distacco tra le parti in causa si trasformerà in un momento esperienziale che assomiglierà ad un resoconto psicanalitico) che sembrerebbe riconfermare il relativismo del motto “nulla è come sembra”. Simile al teatro, che il film ricalca nel rispetto delle sue dinamiche interne (unità di luogo/tempo/spazio) Interview diventa puro cinema quando la cinepresa si incolla alle figure che occupano la scena per restituire al corpo la sua posizione di privilegio e relegando il resto (i discorsi, le argomentazioni, le prese di posizione) ad un essenzialità completare ma non necessaria. Di fronte al fascino seducente ed al corpo peccaminoso della bella protagonista non esiste alternativa se non assumersi il rischio di venirne surclassato. Un ultimo tango a New Jork che ci ferma sul più bello per dispensarci una visione del mondo dove non c’è posto per i teneri di cuore.

In amore niente regole

"Letherheads" è il titolo originale di questa commedia dai toni farseschi che prende a prestito un background sportivo e tutto maschile come quello legato alle vicissitudini di una squadra di Football americano agli arbori del nascente sistema professionistico, per rinverdire un genere caro all’Hollywood dei tempi d’oro come quello della "guerra dei Sessi" aggiornando la mitica coppia Tracy/Hepburn con la meno carismatica per colpa di lei Clooney/Zelwegger e dando vita ad una storia che vede lo smaliziato ed ormai maturo Jack e lo sbarbino sulla cresta dell’onda, uniti da un maschilismo bambinesco ed un po’ ottuso, ma separati da una carriera che scorre su binari diversi, impegnati a contendersi, a suon di swing e scazzottate, l’amore della bisbetica giornalista che li segue per immortalare le imprese del giovane fenomeno, diventato una leggenda per un impresa guerresca di incredibile coraggio.
Se la classicità del Clooney attore è fuor di discussione per un telento così naturale da farci dimenticare che il cinema è innanzitutto finzione, così non accade per il suo alter ego registico che al terzo tentativo, forse il più difficile per le distanze antropologiche che ci separano da quegli indimenticabili prototipi, riesce a restituire la superficie sofisticata ed a tratti anche la spensieratezza della grande commedia americana, ma fallisce nel tentativo di penetrare i meccanismi che l’anno resa indimeticabile: i dialoghi fitti di umorismo ed intelligenza, la voglia di trasgredire con il sorriso sulle labbra ma soprattutto la capacità di trasformare un ensemble eterogeneo in un meccanismo ad orologeria lasciano il posto ad un film che è più attento al rispetto filologico ed alla mimesi delle sue componenti piuttosto che all’incarnazione di quegli stilemi. Ad aumentare i rimpianti ci si mette anche la scelta di un corrispettivo femmile che sembra più dettata da motivi di amicizia che artistici. In definitiva “In amore niente regole” si mantiene coerente con le scelte personali ed anticommerciali del suo autore, ma si prende una pausa dal rigore cinematografico che aveva caratterizzato le sue ultime apparizioni.

Riprendimi

L’incipit iniziale suona quasi come un presagio durante la fruizione del film: d’apprima non ci si bada, cercando di interessarsi alla sua storia, cosa difficilissima per tutti coloro che ogni settimana si dedicano, con volontà autopunitiva alla visione del cinema italiano contemporaneo, caratterizzato come non mai da un overdose nevrotica e sentimentale che alterna in maniera schizzofrenica scenari da romanzo rosa ad impaludamenti pseudo bergmaniani, poi, colti da una noia che si mischia allo stupore per l’insulso sviluppo degli eventi, quella frase sembra l’unica cosa che giustifichi l’operazione.
Infatti non è l’implorazione della protagonista, lasciata su due piedi da un marito stufo della routine familiare ed alla ricerca di qualcosa che torni ad ispirare la sua arte (entrambi lavorano nel cinema: lui fa l’attore lei la montatrice) ma l’atto di riprendere come fosse un “tranche de vie” quella situazione a fornire il senso del film. L’idea del cinema nel cinema corredato da tutto l’apparato metacinematografico così come l’uso di uno stile che oltre a fare il verso alla novelle vague francese, sciorina tutto, ma proprio tutto il campionario del cinema indipendente americano (è la cosa ha funzionato visto che il film è entrato nel prestigioso cartello del festival di Robert Redford) è imbrigliato all’interno di un contenitore fintamente pauperistico ed invece dotato di quell’eleganza piaciona che sicuramente non deluderà l’immaginario consumistico e modaiolo ma avvilisce quasi subito le speranze di una presunta diversità. Se la Negri voleva dimostrarci di conoscere a memoria i manuali dei fratelli Lumiere ci è riuscita. Se invece, e questo noi crediamo, voleva convincerci di averne imparato la lezione “Rimprendimi” non riesce a passare l’esame e rimanda la sua autrice a tentativi meno pretenziosi.

Non pensarci

Torna Andrea Zanasi dopo un decennio di latitanza e almeno due film che ci erano rimasti nel cuore (Nella mischia, A domani) per raccontare ancora una volta una storia di passaggio, una specie di linea d’ombra sentimentale e tragicomica imperniata sulle vicissitudine di uno strampalato ed inconcludente chitarrista, che ha la faccia, o sarebbe meglio dire la maschera di Valerio Mastrandrea, impegnato in un difficile quanto salutare revival familiare. Ed anche questa volta, a dispetto dell’anagrafe e di un evidenza che sembrebbe dire il contrario, Zanasi ci mette di fronte ad un umanità che affronta i problemi della vita con lo stupore, lo smarrimento ma anche la leggerezza dell’universo adolescenziale per tratteggiare un percorso di liberazione e di crescita che assomiglia ad una resa dei conti surreale e per nulla scontata, fatta di alti e bassi, di momenti felici e di occasioni perdute, a volte crudele ma in fin dei conti necessaria alla vita.
Tutto il film è giocato sulle facce e sui corpi dei personaggi; più della trama, che in fin dei conti non dice nulla di nuovo sull’ ipocrisia dei rapporti familiari e sulle solite delusioni generazionali, conta il modo con cui il regista si serve degli attori per rappresentare queste situazioni. E’ dà li, dal contrasto tra le dimensioni pantagrueliche ma vitali del fratello sull’orlo di una crisi di nervi interpretato da Battiston e quello segaligno ed ossuto del protagonista, da quello sensuale e materno della puttana santa di Caterina Murino, a quello androgino ed asessuato di Anita caprioli, una sorella che è una specie di stella polare attorno alla quale ruota il resto della ciurma, che il film prende quota. Ma il film non potrebbe essere tale se non ci fosse la presenza Monstre di Valerio Mastrandrea, interprete perfetto di un simpatico idiota che in qualche modo sembra aggiornare in chiave fumettistica (la sua fisicità è una via di mezzo tra lo Zanardi Pazienziano ed il Lucky Luke Bozzettiano) lo studente perdigiorno di “Tutti giù per terra” grazie ad una recitazione di grande spontaneità. Ed è proprio quest’area da fumetto in carne ed ossa che il film assume dal suo protagonista a rendere “Non pensarci” qualcosa in più di un semplice divertissment, ma anche, e ci verrebbe da dire “meno male” in meno di un film autoriale.

Indiana Jones

Steven Spielberg è un regista da sempre impegnato a superare i limiti della propria vicenda personale. E’ accaduto da subito in film come "Duel" e "Lo squalo", in cui le forme di una paura archetipa e primordiale mascheravano il tentativo di emanciparsi dai fantasmi di un quotidiano segnato da intolleranza e solitudine, presente nell’atmosfera claustrofobica e minacciosa che caratterizzava quelle storie e linea d’ombra per una riappacificazione personale e collettiva che nel dittico extraterrestre("Incontri ravvicinati" ed "E.T."), si traduceva nell’apertura verso il mondo, inteso come territorio senza confini, patria universale di tutti gli essere, umani e non, e dal punto di vista cinematografico definivano uno sguardo capace di mostrare la straordinaria ricchezza di quella scoperta. La ritrovata fiducia nelle umane sorti, a cui non deve essere stata estranea l’euforia edonistica dei primi anni 80’ sfociò nell’overdose espositiva di Indiana Jones, in cui Spielberg mostra al massimo grado la capacità di fondere memoria ed attualità, di riuscire a collegare la tradizione del cinema classico con le opportunità delle nuove tecniche cinematografiche.
Le capacità di parlare per immagini viene affiancata da una fluidità narrativa che tiene conto delle accelerazioni imposte dalla moda imperante del video clip. In questo senso Indiana Jones rappresentava perfettamente l’euforia di un periodo storico dove la rappresentazione del male scaturiva più dalle capacità di immaginazione che dall’eco di eventi bellici pressochè assenti, e soprattutto il punto di non ritorno di un talento che avrebbe sentito la necessità di allontanarsi da quella giovinezza per lasciare spazio ad opere di impegno storico e civile (Amistad, Shindler’s list, Munich). E’ quindi inevitabile che il quarto episodio della saga, costruito sulla falsa riga dei precedenti, con buoni e cattivi impegnati nella caccia dell’arcano tesoro, mostri tutti i limiti di un aggiornamento che deve fare i conti con un passato che gli ha tolto ogni sorpresa ed una sceneggiatura che non riesce a valorizzare il realismo di un repertorio acrobatico ed effettisticocome sempre all’avanguardia. La capacità di lavorare sul genere “contaminadolo” con i tempi e le battute della slap stick comedy così come il velato erotismo che si accompagnava alla ruvida galanteria dello sciupafemmine dal cuore d’oro lasciano il posto ad uno spettacolo che procede come un video game (le tappe per arrivare al tesoro costituiscono i diversi livelli di difficoltà), di cui il giocatore/spettatore conosce in anticipo le mosse. Anche il sorriso da simpatica canaglia che era stato il marchio di fabbrica dell’attore/personaggio e che da solo costituiva il senso del film, mostra i segni della lunga militanza, mentre il personaggio di Shia Lebouf, la novità che il film vorrebbe proporre anche in vista di un passaggio di consegne che l’ultima scena (di un posticcio quasi imbarazzante) sembrebbe smentire, risulta troppo debole, non solo in termini di scrittura ma anche sotto il profilo della fisicità attoriale, per fare da contraltare all’indomito leone. Una malinconica nostalgia, resa attraverso una fotografia morbida e continuamente inframezzata da ombre che sembrano venire da un epoca lontana, è il sentimento che più di tutti si lega ad una riproposizione di cui francamente non si sentiva la necessità.

Quando tutto cambia

Il personaggio interpretato da Helen Hunt è quello di una donna arrivata ad un bivio. Da una parte continuare a vivere con un marito adolescente ed incapace di sostenere il suo ruolo coniugale, e dall’altra seguire l’istinto del suo orologio biologico che le impone drastiche decisioni, come quella di restare incinta del figlio che lei desidera sopra ogni cosa, ed in maniera meno velata ma non meno urgente decidere cosa fare della sua vita. La sua faccia, pallida e sciupata ci dice di un esistenza infelice, vissuta in secondo piano rispetto all’umanità che la circonda e di cui si occupa e che sembra ignorarla per via di quel modo di fare contrassegnato da un understatement naturale.
Nel film tutto ciò occupa lo spazio necessario a creare i presupposti di un cambiamento lungo e doloroso, contrassegnato da sorprese insieme belle ma anche dolorose, che la protagonista attraverso dapprima con lo smarrimento e le nevrosi che abbiamo imparato a conoscere nel cinema di Cassavetes (qui punto di riferimento imprescindibile) e poi con la consapevolezza di una pienezza esistenziale finalmente raggiunta. Helen Hunt costruisce la storia in maniera essenziale con un lavoro di sottrazione che investe non solo gli attori, contenuti nei loro estri (la redivivaBetty Midler, simpatica ed insolitamente sobria) così come nella tendenza a mettersi in disparte (Colin Firth finalemente in un ruolo dove deve mostrare un certo temperamento) ma anche gli ambienti, ritagliati sui protagonisti da cui sembrano acquistare una dimensione di lateralità, con quegli scorci della città newjorkese, appartati e lontani dall’iconografia ufficiale, una specie di terra di mezzo illuminata da un sole malato e scandita da ritmi che appartengono all’america di provincia. Dietro la finzione traspare una messa a nudo sofferta ma sincera in cui il riconoscimento delle proprie radici culturali (siamo in pieno yddish newyorkese) convive all’interno di una esperienza personale che rivendica la propria automia. Senza proclami e con un battage pubblicitario ridottissimo la Hunt realizza un viaggio personale e collettivo che ci riguarda da vicino ed in cui ognuno si può ritrovare a patto di riconoscere gli alti e bassi della propria umanità

Sanguepazzo

Sanguepazzo è un film che non passa inosservato non solo per una presenza divista (Bellucci e zingaretti), che, per quanto discutibile ed in parte derivata da fortune extracinematografiche, è fisicamente debordante e quasi fisiologica ad un informazione specializzata sempre più attratta dal luccichio della confezione, ma soprattutto per il coraggio di ritornare a parlare di un periodo che oggigiorno tutti sembrano aver dimenticato, per la superficialità o la convenienza con cui quegli avvenimenti vengono manipolati, ed ancora una volta stravolti, a favore delle situazioni contingenti. Uomini ed idee che sembrano non appartenere più a nessuno, tanta è la voglia di dimenticare o di ricordare nella maniera meno sconveniente, e che qui ci vengono riproposti con quelle contraddizioni che sono tipiche innanzitutto degli esseri umani e poi, forse delle ideologie che si scelgono. La storia di Luigi Valenti e della Ferida, massimi interpreti di un divismo cinematografico che a dire il vero non lascio opere memorabili, sono i protagonisti di un film che ha una duplice lettura.
La prima fa riferimento ad un genere cinematografico come il melodramma che trova nella biografia dei due protagonisti, la cui reciproca dipendenza (molto più forte e mortifera di quella provocata dall’abuso di droghe e psicofarmaci, di cui i due furono sfrenati consumatori), va vista quasi a ribadire i codici di questi film nella reciproca attrazione per le caratteristiche di segno opposto, il soggetto ideale a cui applicare gli umori discontinui ed appassionati, gli slanci e le cadute, le fughe e gli eterni ritorni che sono da sempre le caratteristiche dell’amor fou. La seconda invece si rivolge alla storia, cercando di ricostruire il ventennio, attraverso una sintesi dei momenti più significativi che tiene conto del punto di vista di personaggi ed in questo senso ci offre una prospettiva della guerra che si allontana dalle normali rappresentazioni: lontani dai campi di battaglia, ma anche dalle contrapposizioni politiche, Valenti e la Ferida vissero quei momenti attraverso la lente deformante del loro successo e di un mondo che , nonostante tutto continuava a farli sentire immuni dalla tragedia che si stava compiendo. Giordana traduce queste due componenti, privilegiando gli aspetti melodrammatici, resi attraverso una luminosità contrastata, in cui i colori accesi delle figure si contrappongono alle oscurità dei contorni, per dare vita ad un immaginario barocco che si riallaccia a Visconti, ma anche a Fassbinder, per non tralasciare il cinema americano di Powell e Pressburger, ed imperniati su una recitazione di ottimo livello, soprattutto per la Bellucci che riesce a farsi dimenticare per assumere una pietas tutta femminile, che neanche una morte annunciata riesce a far desistere, che vale anche per i ruoli di supporto, con Alessio Boni visibilmente dimagrito, e finalmente capace di una performance che si sottrae ai soliti isterismi. Giordana gira pensando al cinema e non alla televisione (l’opera è una produzione Rai), e lo sottolinea non solo nel background in cui si svolge la vicenda (cinecittà e successivamente, con la Repubblica di Salò, Venezia con la sua mostra del cinema) e nella grandiosità delle atmosfere, che hanno bisogno dei silenzi senza luce della sala per essere apprezzati, ma anche nella scena che apre e chiude il film, con quella pellicola che continua a scorrere attraverso la bicicletta dei due ragazzini che l’hanno raccolta e la trascinano con sè tra le macerie della città bombardata, a testimonianza della forza di raccontare che il cinema continua ad esprimere con inesauribile vitalità.

Il Divo

I meriti de "Il divo" vanno ricercati nella forma con cui il regista è riuscito a raccontare un personaggio tra i più controversi della nostra storia recente. E’ singolare come tutti i film appena presentati a Cannes, siano uniti da un medesimo processo interpretativo che si serve della realtà come un impalcatura necessaria, ma la supera, cercando di coglierne la verità con gli strumenti che solo il cinema può offrire a chi le sa sfruttare. E di questa opzione Sorrentino rappresenta il miglior interprete, non solo per la qualità del suo linguaggio cinematografico ma per la volontà di concepire il film in quanto tale, senza l’intervento di mezzi o scorciatoie che appartengono ad altre forme di espressione. Un patto con se stesso che equivale nella cinematografia del regista all’impatto che Pulp Fiction ebbe nella carriera di Quentin Tarantino; una sorta di otto e mezzo post moderno dove confluisce tutto il meglio (tanto) ed il peggio (poco) di un artista che continua a plasmare la forma del suo cinema.
Ancora una volta il centro della scena è occupato da un personaggio Faustiano, costruito a partire da un evidenza fisica, che sembrebbe definirlo, per la preponderanza della fisognomica rispetto a tutto il resto, e poi quasi senza che c’è ne accorgiamo inizia l’autopsia, in cui la cinepresa ed i suoni diventano il bisturi di una ricerca che affonda e distingue sui motivi di quell’esistenza. Il paragone è avvalorato una staticità quasi post-mortem che avvolge i personaggi e che sembra dare a Sorrentino l’impulso necessario per scandagliare l’ogetto della sua osservazione. Andreotti, è solo l’ultimo arrivato in una galleria di personaggi, inquieti ed inquietanti, ma sembra riassumerili tutti per la sua capacità camaleontica di assumere, seppur con variazioni impercettibili, una delle tante facce del suo poliedrico carattere. Inoltre, la caratteristica di occupare il guado che divide il sacro dal profano, gli permette di rivestire situazioni di per se rappresentanti della massima espressione della nostra civiltà con un corredo che pesca a piene mani da un immaginario che si ciba di cultura popolare, con le canzoni di Renato Zero ed i riferimenti all’artigianato cinematografico dei 70’, per poi passare a quella più impegnata ed impegnativa, in cui il lato grottesco ed onirico ha la meglio sull’immediatezza del dato cronachistico o sul memoriale storico, ed in cui svolge un ruolo fondamentale l’apparato dei suoni, veri e propri vettori di questa esperienza sensoriale e capace di tenere insieme le differenti componenti. Il divo è un opera rock,alla pari di certi film psichedelici, ma anche una liturgia, dove al posto dei prelati prende posto una galleria di freak che sembra il remake del famoso capolavoro del cinema muto. I movimenti di macchina hanno la forza di certi pugni ben assestati da cui è difficile riprendersi ed è quasi un bene che nella seconda parte, quella in cui il film deve incominciare a tirare le fila ed in cui Sorrentino, costretto ad abbassare i ritmi finisce quasi per imballarsi, si abbia il tempo di fare un po’ d’ordine ed avviarsi alla fatidica “10 ripresa”. La reticenza del politico, abituato a parlare per anedotti e l’insondabilità del versante privato di cui esiste poco e niente (a parte la gestualità ridotta delle mani che sono il segno di noia o simpatia verso l’interlocutore di turno) costringono Sorrentino ad una ricostruzione immaginata, che talvolta diventa inevitabilmente didascalica per chi è ha conoscenza dei fatti, quando deve introdurre o circoscrivere personaggi ed eventi. Lì il cinema di sorrentino arretra, diventando qualcosa di simile alle filippiche di Travaglio, che appassionano per carità ma sono distanti dall’estetica del film.

Noi due sconosciuti

Il cinema di Susan Blier ha una costituzione fortemente carnale. Il corpo è il codice imprescindibile a cui far risalire l’intera esperienza umana ed i suoi film c’è lo mostrano senza sprecarne un solo centimetro: figure intere di una plasticità sfumata e quasi impalpabile si alternano ad improvvise esplosioni del dettaglio anatomico in cui il corpo, tolto dal suo contesto abituale ed osservato come fosse al microcoscopio smette di rappresentare se stesso per diventare il veicolo di un emozione o di uno stato d’animo; pause emotive che interrompono il ritmo del flusso filmico e lo portano nelle zone del cuore, dove la parola parola si libera del suo scheletro vocale per diventare l'essenza di quel concetto.
Dietro la spontaneità dogmatica, si individua un metodo conoscitivo che procede per scomposizioni successive, arrivando a delineare un quadro di assoluta coerenza. Partendo dalla scena iniziale, con il protagonista che guarda la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua, e poi continuando con inquadrature che privilegiano la fisognomica del volto ed in particolare quello dell’occhio, la cinepresa ricostruisce il ritorno alla vita di un ex avvocato distrutto dalla droga e di una donna che ha appena perso il marito. La superficie corporea diventa lo spazio privilegiato della comunicazione: i pori della pelle sono i vasi comunicanti di un malessere che si ciba di notti insonni e decibel musicali. Seguendo l’esempio del miglior cinema scandinavo e proseguendo un discorso personale che si sposta in avanti , non solo dal punto di vista geografico, per la capacità di destreggiarsi anche all’interno di uno starsystem che sottomette il talento alle necessità produttive, ma anche artistico, adattando la sua poetica alle coordinate di un mondo che non ha bisogno del senso di colpa per giustificare le sue azioni, la Blier abbandona le atmosfere raffreddate e le asprezze che avevano contraddistinto i lavori precedenti, accentuando sfumature e mezzi toni, privilegiando le morbidezze crepuscolari ed i colori autunnali di un direttore della fotografia come Tom Stern(Mystic River, Million dollar baby), la cui arte essenziale ed appassionata viene somatizzata nelle immagini di quieta disperazione che attraversano lo schermo. Seppur con leggere varianti la regista ci offre un altra storia di legami parentali in cui la famiglia, intesa non solo dal punto di vista istituzionale ma anche come luogo privilegiato degli affetti, è lo specchio di un equilibrio personale al di fuori del quale è impossibile vivere: la donna in difficoltà che il marito si ferma ad aiutare esponendosi all’imprevedibile reazione dell’uomo che la stava malmenando, così come la tendenza autodistruttiva del personaggio di Del Toro causata dall’inevitabile nevrosi lavorativa ed anche il tentativo del vicino di casa desideroso di divorziare da una moglie che lo tiranneggia sono spinte centripete che pur rispondendo a motivazioni diverse ed in fin dei conti giustificabili, sono le premesse del caos e della disperazione. Benicio Del Toro sottrae peso e volume al suo corpo debordante con un linguaggio gestuale ed espressivo che ci fa credere quello che vuole. La dipendenza (sia chimica che affettiva), pur presente con i suoi rituali di cadute e redenzione rimane marginale rispetto alle priorità dell’essere umano che vuole riappropriarsi della propria dignità. Halle Berry, non gli è da meno, in un ruolo che richiede determinazione e sensibilità ed a cui l’attrice si presta con la solita empatia.

Go Go Tales

L’inizio del film è strepitoso: in un atmosfera volatile e misteriosa fatta di inquadrature ravvicinate e prospettive che sfidano le leggi di gravità , guardiamo il personaggio di Willem Dafoe adagiato su un divano in uno stato di incosciente dormiveglia (eyes wide shut) mentre sembra osservare o forse sognare le gambe di una graziosa ballerina (Manuela Zero) in calze bianche e tutù rosa. L’assenza del sottofondo acustico si mescola con una fonte luminosa innaturale e metafisica, simile a quella di certi dipinti caravaggeschi, in cui la plasticità dei corpi sembra il frutto di una consistenza senza peso e la dimensione del tempo si cristalizza in un istante in cui sembra dischiudersi la verità del creato. Gli sguardi si incrociano senza vedersi lasciando intendere un legame che contrasta con l’isolamento delle loro figure riprese singolarmente e circondate da un oscurità che potrebbe nascondere distanze siderali.
Un raccoglimento estatico modulato sulle frequenze di un cinema da camera e fortemente introspettivo che si rompe nella scena successiva, in cui sembra riversarsi tutto quello che ci era stato risparmiato in termini di dinamismo cinematografico ed opulenza espressiva, con un primissimo piano di corpi femminili esibiti e scrutati nelle pose lascive di una musica da lap dance, mentre sullo sfondo intravediamo uomini in cerca di un arrapamento a pagamento. E’ l’inizio di un sabba frenetico e sguaiato in cui in rapida successione veniamo a conoscenza dei problemi di denaro che rischiano di far chiudere il Paradise, un gogo club gestito in maniera fin troppo estemporanea da Jack Ruby (Dafoe), eroico e patetico come si conviene a tutti i personaggi Ferrariani, e della variopinta fauna che vi prende parte. Il sogno di una felicità concreta seppur temporanea viene continuamente spezzato dal ritmo sincopato di dialoghi argot al limite del tragicomico e dalla congestione di situazioni tipiche della screw ball comedy che sembrano voler destituire il sogno dell’improbabile impresario. Ed è proprio nell’atmosfera onirica e pierrottesca della seconda parte della storia che riprendere le atmosfere ovattate della sequenza d’apertura per mostrare la vena più poetica del regista, quella in cui il maledettismo tout court lascia il posto alla spontaneità dell’emozione e soprattutto all’amore incontrastato per la messa in scena di quel sogno qualunque esso sia, che il film si ricompatta, riprendendo a ragionare sulla ragioni di un arte che non può essere disgiunta dagli agguati della vita, sempre pronta a riservare sorprese ed incoffessabili segreti. Dopo Mary Ferrara continua la sua esperienza italiana con un'altra opera che sembra rivolta innanzitutto a se stesso, per le componenti autobiografiche su cui è costruita (il mondo dello spettacolo con le sue vicissitudini ma anche le derive della dipendenza) e per la presa di coscienza di una personalità esaltata ed insieme depressa da un umanità debordante ed egotista. GoGoTales è’ un dietro e fuori le quinte sulle dinamiche di un cinema (il Paradise) e di un autore (Jack Ruby) che tracima direttamente dagli alti e bassi della vita. Le Gogogirls, quasi sempre in “abiti da lavoro” e pronte a tutto pur di portare a casa la pagnotta, sono l’elemento che più di altri occupa la scena, ma la loro proposizione continuamente associata a qualcos’altro ed accompagnata da un cabaret che ne disinnesca le pulsioni erotiche diventa il simbolo di una mercificazione del corpo evidente nelle sequenze che alternano in rapida successione i dettagli anatomici delle ballerine e le discussioni intorno alla cronica mancanza di denaro o nel dettaglio delle banconote (false) che ornano mutandine e giarrettiere e che il regista considera, come ha ampiamente dimostrato con una filmografia in cui il feticcio mediatico delle attrici prevale sulla loro sostanza attoriale (su tutte Madonna e Claudia Shiffer), come un arredo del locale, necessario come tutto il resto alla riuscita dell’ impresa. Di fronte al palcoscenico che divide l’arte dalla vita, Ferrara si iscrive al partito di coloro che le considerano momenti inscindibili di un'unica esistenza e ne afferma l’unità evitando movimenti di macchina perentori (la telecamera non da la sensazione di attraversare quello spazio ma di rimanervi sempre di fronte) ma spostando continuamente le prospettive e collegandole attraverso le azioni e gli spostamenti dei protagonisti ed il senso del loro ragionamenti. Un umanesimo ribadito da riprese effettuate ad altezza uomo, per affermare una totale condivisione dell’esperienza in atto, e con una distanza che non comprime i personaggi ma li lascia liberi di agire, di esprimere la loro natura senza alcun giudizio morale. Nulla si sovrappone davanti all’occhio dell’autore e quando questo succede, come nei fotogrammi in cui la realtà è filtrata attraverso gli schermi di un impianto a circuito chiuso, con immagini freddamente sgranate e monocolori, ciò che appare risulta malato ed ambiguo e soprattutto privo di quella vitalità che accompagna ogni momento della pellicola.

La notte non aspetta

Los Angeles rimane il miglior posto dover ambientare una storia di sbirri corrotti ed angeli caduti. Questo vale soprattutto quando il padrone del vapore è uno sceneggiatore d’eccezione come James Elroy che ha vissuto in prima persona l’imperturbabile presenza e le ammalianti chimere di questa città, trasformando le sue strade in percorsi mentali ed abissi dell’anima.
Nel tentativo di dare carne ai suoi blues letterari l’accompagna un regista che finora si era accontentato di un solo film(Harsh times), peraltro malmenato dalla critica ed ignorato dal pubblico, e di una serie di sceneggiature (S.W.A.T, Fast and Furious, Training days) in cui il tema della diversità (seppur dentro i confini del mainstream hollywoodiano) era raccontato con il dinamismo del cinema videoclip ed attraverso una violenza con parecchi accessori prelevati direttamente dal cinema exploitation degli anni 70. In questo caso però le sirene tentatrici di una città abituata a sedurre con le sue contraddizioni sembrano aver perso le antiche lusinghe a favore di uno scenario che prefigura una nuova età del ferro; la discontinuità della sua topografia, mai ripresa nel suo insieme ma riprodotta in maniera frammentata, con inquadrature che privilegiano l’immobilità degli sfondi e spezzano le linee degli ambienti, l’anonimato degli scorci urbani che seppellisce i santuari del divismo e del successo sotto un inesauribile ripetizione di case prefabbricate e colate di cemento, le nuove gerarchie di potere con i suoi totem e una serie di adoratori deliranti, sono i segni tangibili di un feudalesimo moderno, di una restaurazione primordiale dove la violenza dei gesti è l’unica qualità che permette la sopravvivenza. Un Far West metropolitano insonne e senza pace, in cui la presenza femminile è stata cancellata da un overdose di muscoli pompati e teste appena rasate. Il denaro come valore fondante (nel film i dollari vengono stipati nel muro a doppio fondo della casa di uno dei protagonisti) di una società che non esiste più è il motivo scatenante di una storia costruita a scatole cinesi in cui tutti tradiscono tutti e dove la giustizia è solo un altro modo per instaurare una nuova tirannia. Montaggio invisibile, campo e contro campo, prevalenza di primi piani ed immagini di raccordo ad uso puramente didascalico ( il tramonto che precede l’inizio delle ostilità e poi l’alba che suggella la catarsi della fine sono un esempio di queste esemplificazioni) rappresentano una scelta di campo verso un pubblico che non deve avere nessun dubbio su quello che succede (in controtendenza con le trame complicatissime ed alambiccate dello scrittore) e sulla logica che unisce la successione delle scene, ma che così facendo rende vano il sangue versato sullo schermo. Il regista e lo sceneggiatore fanno fatica ad amalgamare i loro apporti ed il film ne soffre quando deve integrare gli aspetti legati al resoconto di genere, quali sparatorie, inseguimenti e rese dei conti, a quelli prettamente esistenziali, in cui il visibile tende all’essenziale e si apre a nuove dimensioni. Johan Ludlow (Reeves), il detective dell’LPD, è un antieroe che cerca la sofferenza per colmare il vuoto di una moglie che non ha saputo salvare; in segno di espiazione offre il suo corpo ad un padre/padrone che approfitta della situazione e gli offre quanto chiede; un patto scellerato, una legge non scritta (il male genera solo male dice Reeves a proposito del suo lavoro), l’impossibilità del bene ( affermata nella scena finale) sono le tappe di una via Crucis che non riesce a concludersi, condannando il poliziotto ad un esilio esistenziale misurato dall’ultima sequenza, in cui lo sguardo si stacca dagli avvenimenti per contemplare la città, distante ed irraggiungibile come i desideri che non riusciamo a soddisfare.

venerdì, agosto 08, 2008

Film in sala giovedi' 8 e giovedi' 14 agosto

8 agosto
Ombre dal passato
regia: Masayuki Ochiai
genere: Horror
prod.: USA

14 ago
Le cronache di Narnia: il Principe Caspian
regia: Andrew Adamson
genere: fantastico
prod.: USA, Gran Bretagna

venerdì, agosto 01, 2008

FIlm in sala da venerdi' 1 agosto

Il nome del mio assassino
regia: Il nome del mio assassino
genere: thriller
prod.: USA

Nella rete del serial killer
regia: Gregory Hoblit
genere: drammatico
prod.: USA

The Love Guru
regia: Marco Schnabel
genere: drammatico
prod.: USA

Il peggior allenatore del mondo
regia: Tom Brady
genere: commedia
prod.: USA

Andersen - Una vita senza amore
regia: Eldar Ryazanov
genere: avventura
prod.: Russia, Italia, Germania

Grace is gone
regia: James C. Strouse
genere: drammatico
prod.: USA

mercoledì, luglio 23, 2008

Film in sala da venerdi' 25 luglio

Il cavaliere oscuro
(The Dark Knight)
regia: Christopher Nolan
genere: azione
prod.: USA

Dante 01
regia: Marc Caro
genere: fantascienza
prod.: Francia

-2 - Livello del terrore
regia: Franck Khalfoun
genere: thriller
prod.: USA

Invincible
regia: Werner Herzog
genere: drammatico
prod.: Gran Bretagna, Germania, Irlanda, USA

Big City
regia: Djamel Bensalah
genere: commedia
prod.: Francia

martedì, luglio 22, 2008

Film in sala... che ho dimenticato di segnalare! (I'm Veri sorry)

Hellboy - The Golden Army
regia di Guillermo Del Toro. Con Ron Perlman, Selma Blair, Jeffrey Tambor, azione, USA

Le morti di Ian Stone
Regia di Dario Piana con Mike Vogel, Charlie Anson, Christina Cole, horror, USA

Rogue - Il solitario
Regia di Philip G. Atwell con Jet Li, John Lone, Jason Statham, azione, USA

Il mio sogno piu' grande
Regia di Davis Guggenheim con Carly Schroeder, Elisabeth Shue, drammatico, USA

La canzone piu' triste del mondo
regia di Guy Maddin. Con Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, musicale, Canada

Un'estate al mare
Regia di Carlo Vanzina, commedia, Italia

Wanted - Scegli il tuo destino
Regia di Timur Bekmambetov con Angelina Jolie, James McAvoy, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann, Terence Stamp, azione, USA

Funny Games
egia di Michael Haneke con Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, thriller, Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania, Italia

Agente Smart - Casino totale
regia di Peter Segal, con Steve Carell, Anne Hathaway, The Rock, Alan Arkin, comemdia, USA

L'incredibile Hulk
regia di Louis Leterrier con Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth

Che la fine abbia inizio
regia di Nelson McCormick. Con Brittany Snow, Scott Porter, horror, USA

Joshua
regia di George Ratliff. Con Sam Rockwell, Vera Farmiga, Celia Weston, thriller, USA

Ken il Guerriero - La leggenda di Hokuto
regia di Takahiro Imamura, Animazione, Giappone

E venne il giorno
regia di M. Night Shyamalan con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, fantascienza, USA, India

Sex and the City
regia di Michael Patrick King. Con Sarah Jessica Parker, commedia, USA

La notte non aspetta
regia di David Ayer. Con Keanu Reeves, Forest Whitaker, azione, USA

In viaggio per il college
regia di Roger Kumble. Con Martin Lawrence, Raven-Symone, commedia, USA

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza
regia di Cao Hamburger. Con Michel Joelsas, Germano Haiut, drammatico, Brasile

Noi due sconosciuti
regia di Susanne Bier. Con Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny, drammatio, USA

Charlie Bartlett
regia di Jon Poll. Con Anton Yelchin, Robert Downey Jr., comemdia, USA

Il diario di Jack
regia di Mike Binder. Con Ben Affleck, Rebecca Romijn, John Cleese, commedia, USA

Funny Games

(di Fabrizio Luperto)
Gli americani hanno scoperto M. Haneke solo di recente, grazie alla retrospettiva a lui dedicata dal Museum of Modern Art e, come al solito, ci hanno capito poco.

Ne e' dimostrazione questo remake di FUNNY GAMES, che nelle intenzioni dei produttori americani probabilmente doveva essere qualcosa da accostare al genere TORTURE-PORN, quello di HOSTEL e SAW per intenderci, che tanti soldi sta fruttando al botteghino.


Una volta ingaggiato, pero', Haneke ha girato questo auto-remake (che non a caso ha voluto chiamare U.S. Version) sfidando la produzione, rifacendo provocatoriamente
scena per scena lo stesso film del 1997, probabilmente per ribadire la sua dimensione di autore.
Il regista austriaco, autore di quel capolavoro assoluto che e' LA PIANISTA, ingiustamente scippato della Palma d'Oro a Cannes dal nostrano LA STANZA DEL FIGLIO di Moretti, ripropone anche in chiave USA tutti i suoi marchi di fabbrica: racconto distaccato, nessun coinvolgimento emotivo, nessun tentativo di giustificare o spiegare.
Come nella versione originale, anche il remake di FUNNY GAMES, inchioda alla poltrona lo spettatore non concedendogli nessuna via di fuga, costringendolo a guardare e addirittura ad interagire con i torturatori.
Guardare cosa poi? Nulla. Perchè la grandezza di Haneke è proprio nel non mostrare assolutamente nulla delle sofferenze inflitte agli ostaggi, ma lasciarle immaginare allo spettatore.
Il fatto che a 10 anni di distanza dal FUNNY GAMES originale, questa versione riscuota un discreto successo e risulti ancora attuale, conferma che nel 1997 Haneke era in netto anticipo sui tempi. (Fabrizio Luperto)

mercoledì, luglio 02, 2008

Film in sala da venerdi' 4 luglio

Wanted - Scegli il tuo destino
(esce il 2-luglio)
regia: Timur Bekmambetov
genere: azione
prod.: USA

Cambio di gioco
regia: Andy Fickman
genere: commedia
prod.: USA

Perfect Creature
regia: Glenn Standring
genere: azione
prod.: Nuova Zelanda, Gran Bretagna

Signal
regia: David Bruckner, Dan Bush, Jacob Gentry
genere: horror
prod.: USA

Boogeyman 2 - Il ritorno dell'uomo nero
regia: Jeff Betancourt
genere: horror
prod.: USA