lunedì, ottobre 20, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: SOUL BOYS OF THE WESTERN WORLD

Festival internazionale del film di Roma -5 giornata
Soul Boys of the Western World
di, G.Hencken
durata, 112′


Forse non aveva proprio tutti i torti Faulkner quando annotava che “il passato non e’ mai davvero del tutto passato”. E, parimenti, è improbabile che una osservazione di uguale tenore ma meno perentoria possa trovare maggiore applicazione in una società come quella odierna – la società dei consumi e dell’ obsolescenza programmata dei prodotti – uno dei pilastri fondativi della quale è proprio la riproposizione ciclica d’interi segmenti della sua storia, in una sorta di “inesorabile ritorno dell’uguale” che – si potrebbe persino calcolarlo – non risparmia (praticamente) nulla.
Se, poi, si restringe questo principio ad un particolare settore del vivere associato, a dire quello del generico intrattenimento/spettacolo, ecco che si nota come la tendenza alla replicazione si approssimi al cento per cento. All’interno di una reiterazione così serrata, non hanno mai smesso di saltare fuori, prima o poi, i cosiddetti “anni ’80”, di cui, a fasi alterne, si continua a dire tutto e il contrario, contribuendo, in via ulteriore, alla loro perpetuazione. A pensarci – per quanto su una scala limitata -la sensazione/condanna di vivere in un eterno presente, deriva anche in parte da questo: da una sistematica riesumazione/riproposizione/riciclo di tendenze, di modelli (con tutto il loro strascico di atteggiamenti più o meno esteriori, veri o presunti cambi di mentalità, piccole manie, et.) che finiscono per rallentare il tempo in una specie di onnicomprensiva contemporaneità.
Non stupisce più di tanto, allora, ritrovarsi “fra le mani”, oggi, movimenti artistici e relativi protagonisti – sulla cui idea di definitivo tramonto i meno inclini alla nostalgia o i pragmatici duri e puri almeno una volta si sono baloccati – perché è un po’ come se non se ne fossero mai andati. Testimonianza di quanto accennato può essere questo “Soul boys of the Western world” del britannico George Hencken, documento incentrato sulla storia del gruppo pop degli Spandau Ballet, cresciuto su ciò che restava del movimento punk di fine anni ’70 e – mutati gusti e costumi – capaci di afferrare un successo planetario che ha visto il suo apogeo al momento dell’uscita dell’album “True” (1982), per scemare piano piano lungo il decennio, fino allo scioglimento, alle controversie legali, alla malattia (superata) di uno dei membri. Prendendo le mosse dalle origini proletarie omiddle class dei cinque ragazzi, Hencken si avvia da subito sul sentiero ben tracciato delle “biografie in musica”, ossia in una sorta di diligente lavoro di repertazione che, intervallando cinegiornali d’epoca, programmi televisivi che contestualizzano i fatti, fotografie e filmini dell’archivio privato dei musicisti, offre un quadro d’assieme in cui si sovrappongono le tinte contrastate del desiderio di riscatto, quelle del genuino amore per la musica, come un certo gusto per lo sberleffo unito ad un altrettanto puntuale scaltrezza nella gestione degli affari, la cui sostanziale prevedibilità, però, alla lunga, non viene intaccata neanche dal montaggio nervoso.
Si rincorrono così, accanto alle hit più famose della band (la quale, si stenterà a crederlo, ha emesso i primi vagiti su sonorità punk), “True”, “Highly strung”, “Through the barricades”, “Gold”, “I’ll fly for you”, e assieme a tutto il corollario di mise improbabili, pettinature vaporose, limousine e migliaia di adolescenti in delirio, immagini che giustappongono la scena dei locali londinesi di inizio anni ’80, il ritorno ad una musica più ballabile, l’avvento del decennio della Thatcher, “Top of the Pops”, MTV, Live-Aid, perché impossibilitate ad offrire una qualunque prospettiva che non sia la loro semplice riproposta in un moto circolare che preclude all’analisi l’utilizzo di uno dei suoi strumenti più efficaci: la vera distanza. Nel lavoro di Huncken tale distanza non può darsi dal momento che pressoché tutto ciò che è mostrato è ancora presente – magari mutato ma nemmeno tanto – e continua a tornare e a passare, come un lieve detergente su una superficie senza asperità (gli Spandau saranno di nuovo in tour a partire dal 2015). Amen.
TFK (voto **)



domenica, ottobre 19, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT

Festival internazionale del film di Roma -4 giornata
A girl walks home alone at night”
di Ana Lily Amirpour
USA 2014
durata, 99′

Non v’è alcun dubbio che, adesso come nel passato, fare film di genere “vampiresco” sia un’operazione estremamente complessa. C’era riuscito recentente Jarmoush col suo “Only lovers left alive”, risposta d’autore a “Twilight” e spazzatura simile. Il tentativo di Ana Lily Amirpour è quello di ambientare la storia di una vampira in una cittadina iraniana.
Se a risultare assai interessanti sono messa in scena e un’elegantissima fotografia in bianco e nero, la sceneggiatura appare debole e pretenziosa. La narrazione, non andando, di per sé, a parare da nessuna parte, appare ancor più confusionaria nell’impiastro citazionistico  privo di qualsiasi consequenzialità: si parte dall’iconografia alla James Dean per passare alla nauvelle vague, mettendo in mezzo Sergio Leone e cinema underground europeo. I troppi silenzi, nel tentativo di dare un’aura ancor più misteriosa alla pellicola, finiscono per negare ogni possibilità d’evoluzione o quantomeno di comprensione dei personaggi. Infine l’amore/odio tra la cultura mediorentale e quella americana viene fuori in maniera esageratamente melensa, con la vampira che, iconograficamente e metaforicamente, veste i panni della donna islamica.
Sicuramente è mirabile, quanto inusuale, il tentativo d’ambientazione di un genere che sembra avere poche vie di fuga. Meno esaltante, e di parecchio, è l’esecuzione.
Antonio Romagnoli (voto **)

IL GIOVANE FAVOLOSO

Il giovane favoloso
di Mario Martone
con Elio Germano, Michele Riondino, Isabella Aragonese
Italia, 2014
genere, biografico
durata, 137'

Un brillante futuro dietro le spalle per la prima volta di Leopardi al grande schermo.

Il giovane favoloso, applauditissimo alla settantunesima edizione del festival di Venezia, è arrivato nelle sale da poco, monopolizzando il panorama cinematografico italiano. Mario Martone, forte di una recente messa in scena delle Operette Morali (2011), nonché della vittoria del premio leopardiano La Ginestra, dirige Elio Germano in un biopic che incarna alla perfezione tutti gli stereotipi e i miti che ingiustamente accompagnano la figura del filosofo, poeta e filologo di Recanati.

La vicenda procede lentamente e indugiando sull'inessenziale, dalla fanciullezza del conte Giacomo trascorsa nella natia casa—in cui sono peraltro state girate molte scene— fino alla morte, esplorandone gli amori folli, lo studio matto, la rabbia giovane e inesplosa. La verve istrionica di Germano, esaltata dal difficile confronto con Massimo Popolizio nel ruolo dell'austero padre —come già accadde in Mio fratello è figlio unico di Luchetti—, e ravvivata dalla presenza di Michele Riondino nei panni dell'amorevole amico Antonio Ranieri, scivola spesso nell'eccesso, quasi fosse uno dei protagonisti di Freaks.


Splendida la fotografia capace di rendere la magnificenza di una natura di cui Giacomo avverte l'ineluttabile superiorità, tale persino da ricordare alcune tele paesaggistiche di Friedrich. Peccato per una scelta musicale schizofrenica —si passa da Rossini all'elettronica con grande nonchalance— che non contribuisce alla caratterizzazione del personaggio, spesso lasciata alla semplice lettura dell'intensa corrispondenza che Leopardi intrattenne con Pietro Giordani, suo mentore e guida spirituale. Il giovane favoloso è stato descritto da Martone come un "Kurt Cobain dell'Ottocento ". Lettura degli eventi "originale", dettata forse da un certo desiderio di rendere appetibile ai più
uno spirito complesso come Leopardi. Ma ormai non ci stupiamo più di nulla e con questa definizione il regista, lungi dall'avvicinare il poeta alla nostra sensibilità di moderni, finisce per stringere l'occhiolino a Schopenhauer e alla sua concezione del Mondo come nostra personale rappresentazione.

L'unica cosa che — con un pizzico di fantasia e grande generosità— potrebbe avvicinare Germano al celebre cantante è solo una colonna sonora tendente al groove, non certo quella malinconiaincapace di evolvere in ribellione che attanaglia il Leopardi secondo Martone a una a stasi che
tradisce la vivacità intellettuale del filosofo. Non a caso del suo mondo interiore —nella realtà variegato, nella pellicola racchiuso quasi unicamente dal vocabolo "malinconico"— viene proposta una ricostruzione visionaria, resa attraverso allusive occhiati omosessuali, abbuffate di gelato, frequentazioni di postriboli, il tutto sul continuo tintinnio della stessa lagna. È apprezzabile il tentativo di mostrare lo iato che divide l'animo del giovane filosofo tra ciò che vorrebbe fare e ciò cui invece si vede costretto da cause di forza maggiore —ora il padre, ora la malattia—. Ma quante domande e continue ricerche accompagnarono l'opera di Leopardi, qui invece immobile, quasi la macchietta del depresso nella sua stalattica posizione di gobbo infelice, seguace passivo delle idee rivoluzionarie dell'amico Ranieri!

Talvolta il silenzio sa essere più ribelle di mille grida —l'apparente quiete del poeta questo ci insegna—, ed è un vero peccato che anche il buon Leopardi sia stato così infelicemente tradito.
Erica Belluzzi

sabato, ottobre 18, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: AS THE GODS WILL

Festival internazionale del film di Roma -3 giornata
As the gods will
di Miike Takashi.
Giappone, 2014
120'



Miike Takashi e' un autore eclettico, controverso, quindi alterno, comunque sempre ben disposto a non tirarsi indietro di fronte agli argomenti spinosi, come alla possibilità di trarre conseguenze poco in linea con l'acquiescenza corrente. Si prenda ad esempio questo "As the gods will" e il suo modo di mettersi di traverso - alla solita maniera che coniuga sarcasmo ai limiti dell'irrisione, crudeltà beffarda, spietatezze assortite, isolate tregue in cui a fatica si fa largo la riflessione stranita o scampoli di un desiderio di vicinanza autentica, in genere negletta se non, persino, inesistente - rispetto a quella che potremmo definire con scarsa fantasia "lo stato dell'arte della modernità" ai tempi della sistematica disgregazione dei rapporti e dell'imporsi in sua vece di una condizione (post-qualcosa, meta-qualcosa, chi sa più dirlo con certezza ?) sempre più mediata (di fatto, di continuo ri-generata) dalla onnipresenza tecnologica e dai suoi più possenti bracci armati: il denaro e le merci (intese come consumo nel senso più generico del termine).

Da decenni l'Occidente si gingilla col concetto di pulsione di morte, finendo con l'averlo interiorizzato nei modi di una resa psicologica ed etica al dato-di-fatto, la superficie inerte del quale viene talvolta increspata da esplosioni di violenza pressoché immediatamente rimosse (o mal interpretate o nemmeno analizzate) nell'illusione che il mastice a base di solvibilità e oggetti  richiuda la crepa e soprattutto regga. Ebbene, Miike prova a fermarsi un istante, a guardare più da vicino il tessuto di questa realtà in apparenza dai colori vividi e subito riconoscibili quanto instancabile nel garantire che domani non sarà altro che l'ennesimo oggi, e addentrandosi nelle vite di coloro - che già solo fisicamente rappresentano il futuro - su cui quella realtà punta per imporsi una volta per tutte: un gruppo di giovani uomini e donne. Nel caso, liceali.

Alla luce di ciò, se l'esistenza di gran parte della gioventù odierna e' ritmata in maniera serrata e monotona sul progressivo allontanamento dalla pratica quotidiana dei fatti (per quanto scoraggianti, insensati, banali essi siano: pensiamo alla piaga sociale degli otaku, qui ritratti tra l'ironico e il patetico) a favore di una reiterazione fondata sull'utilizzo passivo dei manufatti tecnologici, sull'assenza o limitazione degli stimoli, sul restringimento conseguente degli orizzonti ad un qui-e-ora di primo acchito eternamente promettente ma via via inflessibile, fino al momento di mostrarsi al dunque di una scelta col suo vero volto - un ghigno severo ed esigente - diventa allora sensato scaraventarne un esemplare - Takahama Shun, Takeru Amaya e Akimoto Ichiko ne incarnano nel film l'epitome più rappresentativa - all'interno di un contesto (un gigantesco cubo bianco opaco che staziona/veleggia nei cieli, subito ribattezzato dai media accorsi golosi, "il cubo di Hokkaido") tarato su misura della logica stringente di un videogioco ad eliminazione graduale dei suoi partecipanti.

Shun - annoiato e depresso quanto sensibile e di fondo disgustato di una vita già senza vie d'uscita -; Amaya - egoista e violento, prevaricatore e cinico, votato alla conservazione di se stesso come eletto di una stirpe superiore che ha il dovere morale di eliminare i più deboli -; Ichiko - dai capelli decolorati e dall'animo in bilico tra una frivola spensieratezza, una indefinita attrazione per Shun e un grumo più intimo fatto di solitudine e frustrazione - insieme ad altri appartenenti alla loro sfera comune, assurgono così a rango di protagonisti di un gioco (la vita-agli-albori-del-terzo-millennio) in cui si prende teoricamente parte a tutto e alla fine si muore spesso per niente, ossia o per capriccio o per caso.

Miike concentra la sua attenzione sul carnevale folle ma, letteralmente, iperrealista che coinvolge/usa i ragazzi; sui loro volti stravolti dal terrore, dall'incredulità, come da una sorta di serafica apatia, costruendo una messinscena al solito pulsante nei colori vistosi (il sangue, le luci della città, i tramonti al limite dell'oleografia) e veemente nelle scansioni (a cui non poco contribuisce anche il tipico piglio assertivo nipponico) ma controllata e inflessibile nell'aderenza ad una programmatica inerzia fondata sul legame di causa-effetto. Ciò che si perde, fatalmente, nel meccanismo del "passaggio al livello successivo", si recupera nella coerenza di un pessimismo che non ammette infingimenti o scorciatoie. Perché se il Male alla fine non muore, il Bene non trionfa e la sopravvivenza e' mera questione di fortuna, non d'intelligenza, non di abilita', non di forza: se, in altre parole e a conti fatti, e' questa " la volontà di Dio", sembra lecito e addirittura  morale sentenziare alla maniera di Shun: "Se Dio ha creato tutto questo, che si fotta !".


TFK (voto: ****)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: X+Y

Festival internazionale del film di Roma - 2 giornata- 
X+Y di Morgan Matthews
United Kingdom, 2014


Attraverso il fenomeno del sogno ogni uomo diviene artista, attraverso il fenomeno dell’ebbrezza ogni uomo diviene opera d’arte. Scomodiamo, in questa sede, l’Apollo ed il Dioniso di Nietzsche poiché “X + Y”, già nella sintesi stessa del titolo, raccoglie l’intera dialettica - destinata a non avere risoluzione -  riguardante l’elemento razionale ed il proprio prodotto opposto, laddove i segni da una parte rimandano alla passione per la matematica, dall’altra fanno riferimento ai cromosomi eterosomi.

La storia di Nathan è quella di un ragazzo al contempo autistico e genio della matematica, con tutti i problemi, specie  nelle relazioni sociali e personali, che ciò comporta.

Lungi dall’essere la classica ascesa “all’americana”, nella quale il protagonista disadattato e malvoluto è solito prendere la rivalsa finale su tutti, “X+Y” è un fitto e pregiato tessuto tirato fuori dalle psicologie estremamente complesse di tutti i personaggi (in particolare della madre e del professor Humphreys, mentore del ragazzo, interpretato genialmente da Rafe Spall), perfettamente tarati nel dare una precisa linea drammaturgica al film, e le psicosi del protagonista, riportate con grande naturalezza dall’interprete Asa Butterfield (che ricorda vagamente Elijah Wood nei suoi momenti migliori).

L’innamoramento con la sua compagna Zhang innescherà il processo dialettico di cui parlavamo qualche riga fa, dando dunque dinamismo alle emozioni del giovane protagonista che, chiuso nella sfera cinica/matematica, fino ad allora unico pianeta a lui noto ed accessibile, tenterà addirittura di capire, invano, l’amore attraverso una formula:

“Ed ecco che Apollo non poteva vivere senza Dioniso”.
Antonio Romagnoli (voto****)

giovedì, ottobre 16, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: MY ITALIAN SECRET. THE FORGOTTEN HEROES


 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA - 1 GIORNATA
 "My italian secret. The forgotten heroes".

di: O.Jacoby.

- USA 2013 -

92'


Tra i modi per rintracciare - nella grande matassa della Storia - uno dei suoi bandoli fondamentali, la Memoria, c'è quello utilizzato da Oren Jacoby nel suo documento "My italian secret...", centrato sulle vicissitudini di coloro i quali durante il Fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e l'occupazione nazista in Italia, si adoperarono - spesso a rischio della vita propria e di quella dei relativi congiunti - nel salvataggio di donne, uomini e bambini di religione ebraica, come sui ricordi di chi e' sopravvissuto grazie a loro.

A fungere da leva di trazione e scioglimento dei possibili fili di una vicenda così vasta e dolorosa e' nientemeno che Gino Bartali (le cui parole sono rese dalla voce roca e profonda di Roberto Loggia), singolare tipo di campione, anti-personaggio, uomo di poche parole, di comprovata fede, fermo nelle proprie convinzioni al punto da rigettare al mittente l'onda pateticamente adulatoria con cui il regime Fascista, fingendo di lodarne le virtù sportive, tentava di annettersi simbolicamente il suo trionfo al Tour de France del 1938, mentre - ed e' una prima pagina dell'epoca a ricordarcelo - promulgava le leggi razziali. Bartali - che, tra l'altro, fatto non così usuale, vinse ancora al Tour nel '48 - maturo' presto l'intendimento (la guerra era ormai alle porte) di prodigarsi per quanto gli fosse stato possibile allo scopo di arginare un orrore che - avremmo scoperto qualche tempo dopo - superava di gran lunga le peggiori aspettative. Conscio che la sua condizione di atleta celebre e assai amato gli concedeva ancora - seppur nelle ristrettezze e nei controlli imposti dalla dittatura - un certo margine di manovra, comincio', con la scusa d'impegnative sessioni di allenamento in giro per una grossa fetta del centro Italia, a fare da corriere speciale per il recapito di documenti d'identità falsi che promettevano almeno la possibilità per gli ebrei ancora rimasti sul suolo nazionale e non ancora rastrellati, di nascondersi, prima, e di tentare la carta dell'espatrio, poi.

Ne emerge, in filigrana, il ritratto di un individuo schivo quanto deciso a non arrendersi ad una evidenza terribile e in apparenza senza via di scampo. Se a ciò aggiungiamo che egli per oltre mezzo secolo poco parlo' e malvolentieri del suo ruolo negli anni più difficili - quelli successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943, al rastrellamento, ad esempio, nel ghetto ebraico di Roma nell'ottobre di quello stesso anno, e, in generale, quelli dell'occupazione nazista in Italia - ecco che arriviamo al cuore del lavoro di Jacoby il quale, partendo appunto da Bartali, ricostruisce tutta una serie di circostanze analoghe che hanno avuto per protagonisti un numero imprecisato eppure notevole di persone comuni che non hanno esitato a giocarsi la vita per salvarne delle altre (qui il "segreto" del titolo di cui "The forgotten heroes" intende rendere testimonianza).

Il passo di una narrazione basata sull'alternanza di documenti d'epoca e resoconti di uomini e donne che hanno superato attimi atroci ma non li hanno mai dimenticati, e' reso più vivido da brevi inserti di ricostruzione di finzione che illuminano di una concretezza più plateale frammenti di eventi rievocati dalle voci di chi li ha vissuti, in un misto ancora non risolto di orrore e meraviglia, in parte mitigato dalla rassicurazione di una prossimità umana ancora possibile. E' per tale motivo, forse, che l'erede di uno di coloro che si spese per la salvezza di decine d'inermi, allo slancio di una scampata che lo definisce "eroe", risponde: "No. E' un uomo".
TFK
(voto: ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: WE ARE YOUNG, WE ARE STRONG

FESTIVAL DEL FILM DI ROMA-1 GIORNATA We are young, we are strong 
di Burhan Qurbani

Germania 2014

durara, 123’’

Opera seconda del regista Burhan Qurbani, la pellicola si presenta da subito interessante, sia per manifattura che per argomento. La trama narra degli scontri, di matrice xenofoba, avvenuti a Rostock nel 1992, dove alcuni naziskin hanno assaltato un edificio che ospitava numerosi vietnamiti.

Il film è narrato sia dal punto di vista delle controparti - ovvero skinhead ed immigrati -, sia dal punto di vista, in maniera tanto realistica quanto avvilente,  della politica  doppiogiochista e/o impotente. La prima parte, interamente in bianco e nero, delinea in maniera dettagliata la psicologia dei personaggi attraverso i quali è filtrata la vicenda – anche se si perde, forse, un po’ troppo nel dettagliare le vicissitudini adolescenziali, che rubano la scena al resto-. Il film diventa a colori quando la prefazione, tirata un po’ troppo per le lunghe, passa al fatto di cronaca in sé. Tutto diventa crudo ed in balia di una violenza verace che trova il suo specchio nell’incendio, nonostante la cronaca sia reale quasi onirico, che distrugge ogni speranza.

Quello dell’immigrazione, specie nella fase che sta attraversando l’europa, è un argomento oltremodo delicato, e lo è ancor di più ambientato in un teatro come la Germania. Il razzismo - come il film, seppur in tutti i suoi difetti, ci fa cogliere - non è mai una ragazzata o lo scherzo di una bambina: il razzismo è un cancro in metastasi frutto di  una cultura, quella occidentale europea, che fatica a levare le macchie di sangue dai propri panni ormai putridi e maleodoranti. La pietra scagliata, sul finale, dal bambino alla vietnamita, è denuncia ad cultura che s’identifica nel peccato originale dei secoli trascorsi e di quelli a venire.
Antonio Romagnoli
(Voto ***)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: GUIDA TASCABILE PER LA FELICITA'

Festival del film di Roma-1 giornata
Guida tascabile per la felicità
di R Mayer
Usa, 2014
durata, 



Nel contesto verdissimo del mid-east USA, David Portnoy - per gli amici "Dave" - e' un adolescente educato e sulle sue che passa buona parte del tempo tra il liceo, sessioni ludiche declamate in latino e una grande passione ereditata dalla madre (prematuramente scomparsa e origine di una lacerazione interiore che stenta a rimarginarsi): il birdwatching, portato avanti, tra l'altro, con dedizione e competenza tali da mettere alla prova anche le gerarchie accademiche.

Nell'imminenza del nuovo matrimonio del padre (un J.LeGros barbuto e un po' imbolsito), con Giuliana, infermiera che aveva accudito sua madre negli ultimi giorni, Dave s'imbatte in un esemplare - considerato a tutti gli effetti estinto - di "Anatra del Labrador", il quale, al momento di essere immortalato nella foto che ne rivelerebbe l'esistenza, si dilegua, ponendo le basi per una mobilitazione collettiva a scopo ricerca nei boschi che coinvolge gli amici del cuore (membri fondatori e unici aderenti al club ornitologico che hanno fondato), Ellen, ragazzina fotografa provetta poi non così insensibile al fascino svagato ma inquieto di Dave, e un professore, erudito delle specie volatili, interpretato da Ben Kingsley (in uno dei suoi ritratti di uomo pedante ma dall'indole, di fondo, saggia e comprensiva).

Sul crinale che separa teen comedy e breve glossario per l'apprendistato di una corretta educazione sentimentale, l'opera di Meyer scivola lieve e discreta nella sua prevedibilità giocandosi la carta migliore coi volti gentili e puliti dei suoi giovani protagonisti, campioni di una ennesima America - quella, nel caso, della middle-class bianca che insiste-sul-dialogo, si sforza di essere introspettiva, bada a ciò che mangia, schiva le droghe, respinge le scene truci dei film - a suo modo marginale e un tanto fuori dal tempo, portata com'è ad interiorizzare il dolore, a discuterne (limitando al minimo il ricorso al turpiloquio o all'enfasi emotiva) e cercando nel rapporto più stretto con l'ambiente naturale un itinerario (e un senso) alternativo all'apparente eternità dell'iper-materialismo odierno.

Tascabile anche nella durata, "Guida..." ha il pregio di non pretendere di essere di più di quello che e': un garbato omaggio all'autenticità dei sentimenti e allo splendore nervoso della giovinezza. (Colonna sonora indie di prammatica).


TFK
(voto: ***)





FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: SOAP OPERA

 Festival del film di Roma-1 giornata
Soap Opera
di Alessandro Genovesi
Italia 2014
durata, 
 
Nel panorama Italiano, ormai, anche la commedia esige un salto di qualità che la porti verso lidi, se non addirittura più autoriali, sicuramente di maggior gusto rispetto alla tradizione di cinepanettoni e simili, tradizione dalla quale Genovesi proviene e, ahinoi, nella quale è  ancora immerso fino al collo.
La storia procede alla narrazione di personaggi stravaganti che, vivendo tutti nello stesso condominio, incrociano le proprie problematiche e le proprie esistenze in maniera non proprio convincente.
Seppur con un tentativo - timido - di messa in scena che tenta di differenziare la nuova fatica di Genovesi dal filone basso/commerciale, “Soap Opera” è un film scritto male e recitato peggio, ed il fatto che i momenti di silenzio siano pressoché inesistenti non è quindi una proprietà da cui trarre vantaggio. Tra un Fabio de Luigi impacciatissimo, una Cristiana Capotondi che trascende l’apatia e le dubbia riuscita sullo schermo della coppia comica “Ale e Franz” (l’unico a salvarsi è Ricky Memphis), Genovesi non riesce a far a meno d’ inserire battutacce e gag di basso livello per provare a strappare qualche risata - secondo noi non ci riesce nemmeno per mezzo secondo - allo spettatore più ingenuo.
Ripensando, come accennavamo in apertura, ad una tradizione di commedia cinematografica italiana che sta producendo titoli degni di nota (pensiamo a “Smetto quando voglio” o a “La buca”), o al programma interessantissimo previsto per il festival capitolino, quest’edizione ha scelto come film di apertura un titolo che, spiace dirlo, non supera la soglia della decenza.
Antonio Romagnoli
(voto: *)

mercoledì, ottobre 15, 2014

9 EDIZIONE FESTIVAL DI ROMA

Incastrato fra due manifestazioni di robusta tradizione - la storica kermesse lagunare, da un lato, ed il sempre più intraprendente appuntamento all'ombra della Mole, dall'altro - il giovane Festival romano (quello che si terra' a breve sarà la nona edizione), nonostante l'aggiustamento - pare definitivo - della sua collocazione, continua a correre il rischio di giocare il ruolo del proverbiale vaso di coccio tra quelli di ferro. Probabilmente anche per tale motivo la macchina organizzativa, presieduta per la terza volta da Marco Müller, ha messo in campo alcune contromosse: la più plateale e di rottura rispetto alla consuetudine, e' quella di affidarsi alla valutazione del pubblico attraverso il sistema della Giuria popolare. Più interessante, la scelta di proporre - nell'ambito del possibile - una varietà di lavori tale da tracciare una linea continua tra il cosiddetto Cinema mainstream (le sue declinazioni d'autore, le sue multiformi vie di fuga) e l'emergere di linguaggi che, grazie all'innovazione tecnologica, stanno velocemente quanto inesorabilmente ridisegnando i contorni oltreché dell'estetica dell'immagine, quelli della sua creazione e fruizione. Sette sezioni sono state predisposte al fine di soddisfare la curiosità del pubblico-dei-grandi-numeri, così come quella degli attratti dall'insolito. Accanto agli ultimi parti di personaggi celebri o di culto (per dire, il Fincher più recente, con la coppia Pike/Affleck; la serie tv di Soderbergh; il nuovo di Miike - tra l'altro insignito di un premio -) troviamo, infatti, autori magari meno noti ma di una certa attrattiva (pensiamo al Daldry di "Trash"; al Moverman di "Time out of mind" - con R.Gere -; al Anderson di "Stonehearst asylum"; al Gilroy di "Nightcrawler", con J.Gyllenhaal) a cui si possono affiancare il Gunn del blockbuster "Guardiani della galassia", il redivivo Kevin Smith di "Tusk"; così come il J-P. Jeunet di "Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet", e un certo numero di ipotetiche sorprese: "X + Y" dell'inglese Matthews; "Eden" di M. Hansen-Love; "A girl walks home alone tonight" di A.L. Amirpour; "Phoenix" di C.Petzold e il nero francese "La procheine fois je viserai le coeur" di C.Anger. Tutto in abbinamento e stimolante continuità con, ad esempio, "Grafica e iPhone, istruzioni per l'uso"; "Tutti i segreti dell'animazione in 3D"; "The salt of the Earth" di J.Salgado e W.Wenders, fino alla presentazione (e premiazione) di web series, uno dei recenti frutti dello scambio tra Cinema e Rete. Con tutta evidenza, c'è da scegliere. Staremo a vedere.
 
TFK

martedì, ottobre 14, 2014

THE EQUALIZER

IL VENDICATORE

Regia: Antoine Fuqua

Cast: Denzel Washington, Chloë Grace Moretz, Marton Csokas, Bill Pullman

2014 USA - Thriller - 131 min




In un panorama dove, ormai, anche il cinema mainstream necessita di trovare una propria dimensione autoriale, "The equalizer" prova ad entrare prepotentemente in quest'ottica, con l'orchestra diretta da uno come Antoine Fuqua, che affida il ruolo di solista a Denzel Washington.

La storia è quella di Robert McCall, uomo in apparenza semplice col passato da agente segreto. Il resto della storia, ahinoi, s'immagina facilmente.

Il tentativo, di cui si parlava in apertura, di restituire un linguaggio interessante ad un cinema prettamente d'intrattenimento, s'infrange in una sceneggiatura che definire prevedibile sarebbe ingiusto nei confronti del termine. Ed in effetti il pretesto narrativo - la ragazza picchiata a sangue -, che srotola la ferraginosa vicenda, esce di scena (e ci rientra in maniera ancora più ridicola) con un' imprecisione strutturale spaventosa. Inutile anche il tentativo letterario, riversato nel parallelo con "Il vecchio e il mare" di Hemingway che, nel tentativo di elevare il film di livello, lo fa ulteriormente inabissare. I tratti positivi si nascondono nell'abilità visionaria di Fuqua, che ha delle trovate degne di nota in una regia che deve reggere i tanti effetti speciali imposti, ancora una volta senza far centro, dallo script. Ottimo anche Washington, che riesce a rendere interessante un personaggio che non avrebbe le basi scritte per esserlo.

Alla fin dei conti "The equalizer" si limita ad essere un "Denzel Washington contro tutti", dove lo scontro tra l'ex agente della CIA e la mafia russa - una guerra fredda portata avanti anche col cinema, ancora una volta la colpa va data alla fase di scrittura - contribuisce ancora di più a lasciare in bocca un sapore orribile. Se non altro "The equalizer" è la conferma del fatto che un film, per quanto ben recitato e tecnicamente ben fatto, non può essere dimentico della fase di scrittura e di una solida base strutturale. Attendiamo Fuqua sugli schermi con opere di ben altra levatura.

di Antonio Romagnoli

lunedì, ottobre 13, 2014

"QUESTA NON E' PIU' LA TUA CARNE" - il cinema di David Cronenberg


"I'm the changingman,
built on shifting sands.
Yeah...
I'm a changingman,
waiting for the bang,
to light a bitter fuse...".
- P.Weller -



Molte volte e' stata sottolineata l'impronta intrinsecamente mutante del cinema di David Cronenberg. Non e' difficile, infatti - e pur limitandosi a ripercorrere, secondo il tenue rigore della suggestione, il folto intrico dei rimandi e delle associazioni possibili - registrare l'evidenza per cui il corpus (nel senso più prossimo alla concretezza del termine) dell'opera del regista canadese (da Toronto, 1943) sin dai primi tentativi di "Transfer" (1966), per giungere al più recente "Maps to the stars" (2014), si sia distinto per un'inerzia orientata alla trasformazione continua, confliggendo con l'ambiente circostante quanto spesso offrendosi esso stesso come materia di sperimentazione per i rivolgimenti, le sollecitazioni ambivalenti, le antinomie e quindi i traumi e le sofferenze che man mano emergevano dal respiro amplissimo - non per questo meno agitato - di quella transizione che una consunta abitudine ci ha ammaestrato ad indicare col termine di modernità (più o meno post).

Ciò che davvero colpisce, pero', in questo incessante, affascinante/inquietante divenire, e' la curiosità e la pervicacia con cui e' stato assecondato, come se solo un processo sistematico di dissezione fosse in grado di produrre modificazioni tali nel tessuto delle narrazioni (che, come ci ha illustrato Lyotard, "hanno perso credibilità, indipendentemente dalle modalità di unificazione che le vengono attribuite: sia che si tratti di racconto speculativo, sia di racconto emancipativo... Nuovi linguaggi vengono affiancandosi agli antichi: i linguaggi macchina, le matrici della teoria dei giochi, le nuove notazioni musicali, il linguaggio del codice genetico, i grafi delle strutture fonologiche... E' con tali prospettive che il mondo post-moderno ha a che fare. La nostalgia della narrazione perduta e' anch'essa perduta per la maggior parte della gente") da incarnare/delineare il metodo più consono per avvicinare la struttura segreta di un unicum  teorico (la vita, la realtà, lo spazio, il tempo, i rapporti, la morte...) concepito come organico, a cui mal si attagliano categorizzazioni perentorie o, comunque, assai caratterizzate - il realismo, l'iperrealismo, l'horror o il body horror e quello che si potrebbe definire (ma e' solo uno spunto) esistenzialismo teratologico - limitate, a ben vedere, proprio dalla prevalenza al loro interno di una matrice di chiara derivazione culturale (a dire, razionale/psicologica), mentre esso - prima di ogni altra cosa - consiste e si esprime in complicità diretta ad uno scorrere, un fluire (o ad un incepparsi, come ad un superfetare), che e' innanzitutto una risposta/reazione metabolica, la replica per l'appunto di natura fisica ad uno stimolo: qualcosa, come che sia, che non può prescindere dall'attività del sostrato materiale di cui e' fatto. Conseguentemente - e ciò e' senza dubbio poco usuale - si plasma e si offre la rappresentazione e l'esperienza di un universo senziente a trecentosessantagradi nel quale anche quello che siamo soliti considerare inanimato vive una sua vita organica, la quale, moltiplicando all'infinito le occasioni della percezione (rendendola, ipso facto, totale), si dibatte, subisce alterazioni, si deforma, si riproduce, si ammala, seguendo un itinerario più affine alla fisiologia che alla logica. Impossibile da non richiamare alla memoria e agli occhi, in tal senso, in una voluta elencazione caotica, la sensualità prorompente delle linee/curve dei bolidi di "Crash", pronta a riproporsi in una versione più tornita e tonica - parente stretta del salutismo di massa di fine/inizio millennio - nei fianchi ultra-neri, ultra-lucidi, della limousine-utero di "Cosmopolis" ancheggiante nel traffico impazzito mentre il tumore delle Crisi devasta il Mondo-del-Denaro-e-delle-Merci. Il palpitare ammiccante delle macchine da scrivere-scarafaggio in "The naked lunch". O i mugolii erotici degli apparecchi televisivi in "Videodrome"; l'ergonomia intrigante/respingente della tecnologia radicale proposta dagli strumenti chirurgici in "Dead ringers". E i filamenti sensibili di "Spider"; l'epidermide nuda dei gamepods di "eXistenZ"; il profilo amichevole dei farmaci circolanti in "Maps..." e via così...

Tale pre-condizione soffonde le creature filmiche di Cronenberg di una particolarissima membrana (fatta di oggetti, di spazi, di recente, sempre più di vuoti) allusiva eppure partecipe - a volte come testimone in apparenza distaccata; altre, come vera e propria deuteragonista - delle vicende dei personaggi in carne ed ossa, e parimenti presente nel ruolo d'interprete rivelatrice del grado di materializzazione delle derive abbracciate/subite dall'umano in un contesto colonizzato dal combinato disposto della trimurti Tecnica/Capitale/Merci. E questo quasi senza soluzione di continuità, in modo elusivo ma insinuante; aspro ma non di rado pregno di un grottesco tanto essenziale quanto imprevedibile e tragico (pensiamo, per dire, alla stasi maliziosa del distributore d'acqua nella sequenza d'apertura di "History of violence", elemento la cui innocenza e richiamo ancestrale alla vita contrasta e stride, alla fine, col suo effettivo fungere da concausa dell'esecuzione brutale della ragazzina - potenziale ultimo testimone di fatti delittuosi ancora caldi - che proprio nelle sue vicinanze, poco oltre una porta, aveva cercato riparo), e, in definitiva, precisamente in virtù della progressiva spoliazione delle architetture, della ricercata rarefazione dei punti di fuga, della sempre più calibrata ridefinizione delle scenografie e dei decor (nella stragrande maggioranza dei casi a cura di Carol Spier). Essa, cioè, si lascia lentamente svelare, percepire, sollecitando sensazioni miste tra smarrimento, ansia muta e attesa impotente dell'irrompere di un'insidia paziente e spietata, per il tramite di frequenti inquadrature di primo acchito anodine o lato sensu non-narrative che pero' palesano la forma di un'epifania capace di cogliere il progredire degli stadi di avanzamento di un processo di trasfigurazione pressoché sempre intaccato o deviato verso un mesto (o spaventoso) collasso/principio di decomposizione, la cui morbosità e' accentuata e al tempo resa fascinosa dalla compostezza e dall'algore della messinscena - combinazione di geometrie oramai rigorose al punto da tallonare l'astrazione - in simbiosi con movimenti della mdp talmente programmatici da sfidare sovente il crinale oscuro tra banalità e sublime, osservazione para-scientifica di una patologia auto-immune che indifferente divora l'ambiente biologico che la ospita e folgorazioni anticipatrici riguardo un futuro nemmeno tanto di la' da venire, di certo già all'opera, magari "dinanzi ad una specie di senso orribile, pesantemente posato sulle cose, e che sembrerà aver l'aria di attendere" (J-P. Sartre, "La nausea").

All'interno di un organismo (cinema) dotato di prerogative siffatte, il dissolversi o quanto meno l'assottigliarsi - ad esempio - di categorie (talvolta) salvagente a cui abbiamo dato il nome di vero, verosimile, ricordo, passione, allucinazione, nevrosi, fiducia, pragmatismo et., e' quasi un'ovvietà. Meno banale - e il riferimento si appunta al decorso cronenberghiano attuale - e' il tentativo di mostrare quanto resta e soprattutto cosa germina dall'estrema difficoltà' di far presa delle suddette categorie, coestensive di fatto ad una sorta di maelstrom perpetuo che tende all'entropia massima e che ricorda da vicino la notazione heideggeriana per cui "anche se tutto sarà stato visto, la curiosità inventerà qualcosa di nuovo": pervasività tecnologica, idolatrie acritiche, manipolazioni pubblicitarie e politiche, violenze tanto efferate quanto fulminee e cicliche, diffusione su scala planetaria di nuovi agenti patogeni, circolazione capillare di composti chimici e farmaceutici, prese di posizione in ogni istante reversibili, stili di vita intercambiabili inseriti, uno ad uno, in un dettagliato prezzario, abulie subdolamente incoraggiate, rancori indefiniti, illusori antagonismi... Quanto e cosa si acquista/si perde - ammesso che la faccenda possa ancora porsi in questi termini - nella quotidianità sempre più simile ad una mutazione performativa tale da rendere ancor piu palpabile - per contrasto - lo sconcerto del Roquentin sartriano allorché si dichiara "stupito, dinanzi a questa vita che mi vien data, data per niente" (J-P. Sartre, op. cit.); come pure gli ipotetici scenari (addirittura, chissà, già vissuti ma rimossi, in una specie di eterno-ritorno-dell'oblio) nei quali "si realizza ciò che al tempo dell'illuminismo storico era stato percepito attraverso la già evidente disequazione fra l'accelerazione dei progressi della tecnica e la sostanziale stasi dell'immaginazione morale, che abdica alle sue funzioni riconfigurative a vantaggio del meccanismo del calcolo razionale... Le grandi utopie sociali, che immaginavano la capacita' dell'uomo di trasformarsi e di trasformare il modo stesso di vivere insieme, hanno lasciato il posto alla piccola utopia della tecnica che inventa strumenti prodigiosi, ma lascia l'uomo così com'è, nella sua solitudine e nella sua angoscia. Spesso, anzi, si limita solo a centuplicarne la crudeltà, il potere di far male e di distruggere" (A.Tagliapietra, "Icone della fine"). Ma anche, cosa e' la percezione e cosa la orienta. E in particolare: cosa (e fino a che punto) e' ormai passibile di un nostro incontrovertibile, attivo coinvolgimento, quando si fa sempre più palese una condizione che, per tanti versi, può dirsi già trans-umana. Quanto mai significative, allora, appaiono le parole di un uomo riflessivo e presago come J.G. Ballard - fatalmente incontrato da Cronenberg ai tempi di "Crash" (il film, 1996) - annotate a mo' di postfazione per l'omonimo romanzo risalente al 1973. Osserva Ballard: "Il fatto principale del ventesimo secolo e' il concetto di possibilità illimitata. Questo predicato della scienza e della tecnologia si fonda sul concetto di moratoria del passato (di irrilevanza, anzi di morte del passato) e sull'illimitatezza di alternative offerta al presente... [tesi - in quasi contemporanea elaborazione che ne retrodata l'origine di un secolo abbondante - avanzata anche dallo storico C.M. Cipolla nel suo "Storia economica dell'Europa pre-industriale", nel quale, tra l'altro, si legge: "Nel 1850 il passato non e' più solo passato: e' morto... Comincio' ad emergere una società basata sull'attività mercantile e manifatturiera e ispirata a ideali di praticità e di guadagno... Sul piano delle idee, la caratteristica saliente era data da un indirizzo utilitaristico e meccanicistico e da una forte e progressiva inclinazione verso la misurazione quantitativa e la sperimentazione... Gli uomini erano diventati meccanici. E una folla crescente di dotti, dilettanti e artigiani si dedico' sempre più attivamente a inventare e sperimentare meccanismi"]". Prosegue Ballard: "Le nostre concezioni del passato, del presente e del futuro vanno sempre più, forzatamente, modificandosi... viviamo in un mondo quasi infantile... governato da fantasie di ogni specie: promozione di prodotti di massa, pubblicità, politica esercitata come una branca della pubblicità, volgarizzazione immediata di scienza e tecnologia in immagini popolari, confusione e fusione di identità nel settore dei beni di consumo, svuotamento di ogni libera e originale risposta immaginativa all'esperienza da parte della televisione... In passato abbiamo sempre dato per scontato che il mondo esterno rappresentasse la realtà, per quanto confusa o incerta, e che il mondo interno della mente, con il suo contenuto di sogni, speranze, aspirazioni, rappresentasse il regno della fantasia e dell'immaginazione. Ora anche questi ruoli sembrano essersi capovolti. Il metodo più prudente ed efficace per affrontare il mondo che ci circonda e' quello di considerarlo un puro e semplice parto del fantastico; per converso, l'unico nodulo di realtà che ci rimanga e' quello che abbiamo nel cervello".

Le valutazioni di Ballard - lineari ma alquanto sofisticate - assumono, ai fini della nostra indagine, un rilievo particolare perché riescono a circoscrivere, quasi sovrapponendocisi, l'ambito di reazione del cinema di Cronemberg a tutta una serie di sollecitazioni, come visto, spesso contrastanti o di non immediata intelligibilità (nonché suscettibili di modificazioni sistematiche e poco o punto prevedibili). L'ennesima demolizione del dato di realtà operata a suo tempo in "eXistenZ" e riemersa - a margine delle digressioni rappresentate da "History of violence" e "Eastern promises" - in versione alta, e in costume, in "A dangerous method" (in cui la tensione fra tentativo di analizzare e irreggimentare da parte della scienza/ragione e riottosità spontanea di pulsioni improvvise o violente, non si compone ma sparge frammenti isolati di esperienze, di desideri, di conflitti, che già appartengono ad un domani in rapidissima gestazione), deflagra in "Cosmopolis" e "Maps to the stars", nei quali il vero ha definitivamente (?) lasciato il posto ad un intrico vischioso fatto di deliri solipsistici, frequentazione di malattie incubate o in larga parte di origine somatica, dipendenza da qualunque sostanza - naturale o artificiale -, intermezzi allucinatori, parentesi oniriche colpevolizzanti, ossessioni e impuntature puerili, assimilazione distorta di una quantità imprecisata d'informazioni che origina divagazioni falsamente esplicative o risposte emotive esagerate, strambi patetismi, sesso sintetico (nel triplice senso di rapido, brutale e impersonale), interludi di puro vuoto, in cui l'umano (quello con cui finora abbiamo trafficato) fa di rado capolino, miscelato com'è a qualcosa che galleggia in una soluzione fisiologica che consta, grosso modo, di una debolissima reminiscenza di se', di atteggiamenti in perenne odore di parodia e di un quid (ancora) imponderabile a base di osceno, di sadismo impassibile, di tecnologia scientemente dominante un grumo fisico e psichico infinitamente rimodellato e sideralmente glaciale, non così estraneo, forse, a quell'"organismo umano" che, sempre secondo Ballard, "e' una mostra di atrocità di cui egli e' involontario spettatore". Complicato argomentare, altrimenti, attorno, ad esempio, i tratti dell'eruditissima imperturbabilità dei luminari dell'anima (Freud/Jung) a fronte di una galassia interiore che essi non hanno la minima idea di come padroneggiare; o a una generale spossatezza di fondo, quasi mutuata da quella dell'occhio del protagonista di "Cosmopolis", ipnotizzato dai grafici computerizzati dei listini di Borsa di tutto il mondo o reso vacuo da un'attività sessuale tanto frequente quanto atona, a tratti indistinguibile dai climax propri di quei grafici. O, ancora, alla frenesia insensata delle star hollywoodiane e della gente-che-conta in "Maps to the stars" - alle loro lagne, fissazioni e opportunismi a circuito chiuso - già e di gran lunga involucri/ricalchi di una umanità che più insiste a scimmiottare se stessa - letteralmente, ormai, a mettersi-in-scena - più da se stessa si congeda, in quella "prospettiva angosciosa della perdita, per cui essa accumula, giorno dopo giorno, sulla scena del mondo, le cose svuotate, che vi permangono, tuttavia, come sacchi flosci, come involucri spettrali... Spettri e fantasmi come quelli che, a volte, fanno la loro comparsa tra gli ammassi polverosi di oggetti desueti ed inutili, accumulati, nel corso del tempo, in un'immensa soffitta di cianfrusaglie simboliche e ricordi culturali" (A.Tagliapietra, op. cit.). Eppure e' proprio su uno di questi ultimi sussulti semi disincarnati che Cronenberg si sofferma e isola "l'istante congelato quando ognuno vede cosa c'è sulla punta della forchetta"; quello che osa insinuare ciò-che-stiamo-diventando e innesca il riflesso che porta a cercare una mano e a stringerla (il finale di "Maps..."); a fissare il cielo, a chiudere gli occhi e addirittura a immaginare di ricongiugersi al pulviscolo cosmico, prima che, una volta per tutte - come già aveva visto Eschilo - "ciò che attende alle soglie del buio" e "col tempo fiorisce... tornerà a prender(ci)".


TFK

domenica, ottobre 12, 2014

...E FUORI NEVICA

...E fuori nevica
di Vincenzo Salemme
con Vincenzo Salemme,  Carlo Buccirosso, Nando Paone, Margareth Madè, Giorgio Panariello, Paola Quattrini, Maurizio Casagrande
Italia, 2004
genere, commedia
durata, 94'


Ciò che c’è di bello in ...e fuori nevica! è quel che manca.

Per festeggiare i vent’anni della pièce teatrale che l’ha reso noto, Vincenzo Salemme ha deciso di onorare la ben riuscita commedia con un prodotto cinematografico di dubbio valore. Nelle sale a partire dal 16 ottobre ..e fuori nevica! passerà al vaglio del giudice più severo, il pubblico, che fino a pochi anni fa – l’ultima rappresentazione fu nel 2000 –, rideva sulle note di una viva e genuina comicitàdal sapore napoletano. Dal teatro al cinema come se nulla fosse, la storia rimane praticamente invariata.

Enzo Righi (Vincenzo Salemme), vive cantando su navi da crociera quando un giorno una telefonata lo avvisa dell’imminente lettura testamentaria della defunta madre. Dopo quasi trent’anni di assenza, torna nella natale Napoli da cui era fuggito poco dopo la morte del padre lasciando la madre e Stefano (Carlo Buccirosso), impiegato sfortunato in amore, a prendersi cura del fratello Cico (Nando Paone), mentalmente disabile. Forte dell’eredità che sta per riscuotere, Enzo, chiuso nel suo microcosmo di immaturità ed egoismo, non poteva sospettare la condizione che la madre in punto di morte aveva posto affinchè i figli potessero godere della casa: la convivenza.

Che la locuzione repetita iuvant non sia da applicare ad ogni costo lo mostra una narrazione lenta, piatta, prevedibile, ed, è proprio il caso di dirlo, già vista. La storia procede tale quale la conosciamo senza alcuna evoluzione o perizia registica, cadendo anzi nelle sabbie mobili di una sceneggiatura statica che vuol rendere a tutti i costi ogni situazione equivoca, ogni battuta degna di una risata. Peccato che l’effetto raggiunto sia quello di portare gli spettatori a ridere non con i protagonisti, ma del regista. Tutta questa felicità ostentata risulta grottesca – quasi come l’esibizione cabarettistica di Enzo con cui il film si apre –, imbarazzante e fuori luogo. Già il mondo oltre la buia sala cinematografica ci obbliga ad essere sorridenti sempre e comunque; non lasciamo che anche la settima arte si pieghi con mera acquiescenza al diktat della società dello spettacolo. Pensando che la riunione dei tre protagonisti, indubbiamente affiatati anche nella recitazione, sarebbe stata condizione necessaria e sufficiente a risvegliare il plauso di pubblico e critica, Salemme si è forse dimenticato che la differenza fra cinema e teatro non si riduce al fatto che nel primo caso “si guardano” le cose mentre nel secondo “si ascoltano” le parole – come ha avuto modo di affermare durante un’intervista–,ma va ben oltre. Sebbene l’uscita di una strana creatura con un animo da teatro e un corpo da cinema sia risultata agghiacciante, essa è solo l’ennesima conferma dell’ingiusto stillicidio cui sta andando incontro il teatro, e che la pellicola ha il merito –assolutamente inconsapevole– di evidenziare. Insomma, non tutto il male vien per nuocere.
Erica Belluzzi

MAZE RUNNER

Maze Runner- Il labirinto
di Wes Ball
con Dylan O Brien, Kaya Scodelario
Usa, 2014
genere, fantascienza, avventura
durata, 114'

Se nel cinema hollywoodiano esistesse un decalogo di regole dedicate al mestiere del produttore cinematografico, siamo sicuri che tra queste non mancherebbe quella relativa allo sfruttamento dei filoni cinematografici. Una certezza che un film come "Maze Runner" conferma in maniera lampante per una serie di caratteristiche, produttive e di contenuti, che si rifanno con minime varianti ad una lista di titoli (solo quest'anno possiamo citare "The Divergent" e "The Giver") che a partire dal seminale "Hunger Games" sembrano aver sostituito nel cuore dei più giovani e negli incassi al botteghino la passione per il fantasy, fino a qualche tempo fa genere principe per investimenti e visibilità.
"Maze Runner" infatti altri non è che l'ennesima replica di una serie di epigoni che, sulla scia della saga tratta dai libri di Suzanne Collins, raccontano - con le forme del cinema di fantascienza e d'avventura - di mondi futuribili e possibilmente distopici, dominati da sovrastrutture, umane e artificiali, che si propongono come una versione aggiornata e corretta del grande fratello Orwelliano. Un Leviatano a cui, qui come altrove, si oppone un gruppo di giovanissimi che per ragioni sconosciute è costretto a vivere all'interno di una radura circondata da mura invalicabili, e da un labirinto popolato da crudeli creature, i pericolosi Dolenti. Privi di memoria ma rinfrancati in termini d'intrapendenza dalla fermezza di Thomas, deciso a scoprire la verità sul perchè di quella condizione, i ragazzi si troveranno invischiati in una serie di avventure e di scoperte che cambieranno per sempre la loro vita.
Tratto da una tetralogia di romanzi scritti da James Dasher, "Maze Runner" trova già nella natura "letteraria" i motivi di una serialità che il film rivela soprattutto nel falso movimento della progressione narrativa, concentra in special modo sulla ripetitiività di una serie di "prove" -da superare- che rendono il viaggio dei protagonisti simile a quello "da fermo" dei videogame, in cui ad ogni fallimento corrisponde un nuovo inizio.

Una mancanza di alternative che ormai appartiene in maniera strutturale al cinema per ragazzi, e che però "Maze Runner" riesce ad allineare ad una sobrietà generale che rispecchia tanto la messinscena, minimale nella costruzione di ambienti ridotta all'osso e spesso scarsamente illuminati, quanto nell'uso degli effetti speciali, sgargianti solo quando si tratta di sciorinare le crudeli possiblità dei guardiani del labirinto. In questo senso lo spettacolo del film risulta quasi tradizionale e quindi, pur con tutti i limiti imposti dal cinema blockbuster, piuttosto verosimile. Così, se il giudizio complessivo sull'operazione lo si potrà dare solo al termine del suo corso (la seconda parte della saga è già in fase di produzione) le premesse poste in essere da questo primo episodio, insieme ai retroscena messi in campo nelle scene finali, lasciano ben sperare.

sabato, ottobre 11, 2014

TUTTO PUO' CAMBIARE

Tutto può cambiare
di John Carney
con Mark Ruffalo, Kiera Knightley
Usa, 2013
genere, commedia, drammatico
durata, 104'
 
 

Se la musica è una componente fondamentale nella costruzione del linguaggio cinematografico, è pur vero che la sua colonna sonora può essere usata, a seconda dei casi in funzione drammaturgia, sottolineando così la temperatura emotiva di un particolare passaggio scenico, oppure diventare essa stessa oggetto privilegiato dell’indagine filmica. In maniera discreta ma comunque preminente entrambe le caratteristiche agli occhi dello spettatore in  “Tutto può cambiare”, commedia sentimentale con sfumature drammatiche che racconta la precarietà esistenziale di due tipi umani, Dan e Greta, caduti in disgrazia per eccesso d’altruismo e finalmente decisi a risollevarsi unendo le risorse di un talento genuino ma misconosciuto nella realizzazione del disco che dovrebbe rilanciarne le ambizioni personali e di carriera. Una scommessa che ha il sapore della favola per le caratteristiche di vulnerabilità delle parti in causa (Dan è un produttore discografico che vive sugli allori di un successo ormai lontano, Greta una cantante alla sua prima, importante verifica) e per una scenografia umana e geografica capace di assecondare la purezza dei protagonisti, attraverso squarci urbani di assoluta empatia. Come capita quando, depurata delle sue caratteristiche più frenetiche e commerciali, New York offre al film un atmosfera da “piccolo mondo antico” con le performance canore realizzate tra vicoli e strade del mitico East Village. 



“Tutto può cambiare” non si discosta dal tracciato tipico di storie come quella che vede protagonisti Mark e Gretta, in cui, sullo sfondo di un sogno americano - che in questo caso riguarda soprattutto la ragazza, migrante in cerca d’amore e di un pò di successo - volontà e ottimismo riescono a ribaltare la condizione di partenza, sostituendo la paura di non farcela in altrettanti attestati di fiducia e di autostima. Una prevedibilità che si stempera in parte quando il film decide di rinunciare all’ accumulazione degli aspetti più spettacolari e sorprendenti, normalmente utilizzati dalle produzioni mainstream, a favore di una narrazione costruita sui mezzi toni e su un intimismo favorito dalle belle interpretazioni di Mark Ruffalo, e soprattutto di Kiera Knightley, assolutamente credibile in un ruolo "musicale"che fonde determinazione e fragilità, ed al quale l’attrice inglese fornisce la dose di sensibilità necessaria  a realizzare quell’empatia che costituisce il punto di forza di un film altrimenti normale.

lunedì, ottobre 06, 2014

SIN CITY : A DAME TO KILL FOR



SIN CITY : UNA DAMA PER CUI UCCIDERE

Regia: Robert Rodriguez

Cast: Rosario Dawson, Mickey Rourke, Bruce Willis, Eva Green, Jessica Alba,
Jaime King, Josh Brolin, Michael Madsen, Clive Owen,
Joseph Gordon-Levitt, Julia Garner, Juno Temple, Ray Liotta, Jamie Chung

2014 USA - Crime/Action - 102 min




Dopo svariati anni dalla prima collaborazione, Robert Rodriguez e Frank Miller riportano sugli schermi “Sin City” col capitolo “A dame to kill for”. Inutile dire che, da quando la storia del cinema ne ha visto la nascita, i “sequel” – per non parlare dei “prequel” – hanno sempre avuto la particolare tendenza a non rispettare le aspettative imposte dal successo del predecessore; “Sin city: A dame to kill for” è una delle rare eccezioni che confermano la regola. Se il primo film aveva sicuramente un’impronta più autoriale – e, per certi versi, anche più sperimentale -, qui la maturazione tecnologica e narrativa ne riprende la ricerca, donando al fumetto di Miller una forma molto più compatta e che, questa volta, non lascia da parte la vena spettacolare. Mentre resta fedele il tocco fotografico e fumettistico, è particolarissimo e riuscito l’utilizzo del 3D, usato, più che per ottenere strabilianti effetti speciali, per dare profondità di campo nello spazio scenografico/digitale all’interno del quale sono mossi gli attori. Dal punto di vista narrativo, invece, l’eliminazione dei capitoli – principali fautori del tocco autoriale dell’originale, che vedeva come “regista d’onore” anche Quentin Tarantino – favorisce una dinamica ritmica perfetta e che non si lascia sfuggire nemmeno un momento di noia. A convincere e, quindi, a rendere l’operazione riuscita, sono anche gli attori, sia le vecchie guardie che i nuovi arrivati. Riuscendo a confermare “Sin city” come il momento più alto della sua filmografia, Robert Rodriguez ci regala un cinema ancora una volta squisito e, nell’ancora più rafforzata iconografia della “femme fatale” – Eva Green e Jessica Alba sono divine – un’opera post-romantica: prima ci accarezza, poi morde le labbra fino a farle sanguinare.

AR

venerdì, ottobre 03, 2014

PARTY GIRL

Party Girl
di  Marie Amachoukeli-Barsacq, Claire Burger e Samuel Theis
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 95'


Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Thesis, giovane trio francese formatosi presso la prestigiosa scuola di cinema parigina Fémis, hanno addolcito la sessantasettesima edizione del Festival di Cannes con un prodotto di rarefatta bellezza e morbida semplicita', vincendo nella categoria Un certain regard e Camera d'or.

A dispetto di quel che il titolo potrebbe farci credere “Party Girl” e' la storia di un'adolescente con le rughe, Angélique -l'ironia del contrappasso- accompagnatrice di professione, che si trova ora a dover scegliere se accettare una proposta di matrimonio che le consentirebbe di cambiar vita, o se continuare a perdersi in notti brave con le ragazze del night, amiche e sorelle.

Al confine -certo- fra Germania e Francia stanno il suo locale e la sua vita: al confine non sempre cosi' chiaro della terza età' è ormai giunta, sebbene tutto di lei, dall'aspetto di una moderna "vecchia imbellettata" all'eloquio colorito, ne palesino la più totale assenza di consapevolezza.
Che fare?

La pellicola, che non a caso inizia e finisce sulla strada -ma si badi bene, sempre la stessa- si muove lungo il percorso di redenzione in cui ci aspetteremmo di accompagnarla e lasciarla, ma solo per rigettarne tutti i comodi porti che Angélique intravede di fronte a sé.
Forse colmi di quella sicurezza che gli occhi marini della protagonista palesano in ogni singolo guizzo, i tre coraggiosi registi fanno vincere l'individualità e l'inclinazione del singolo, intessendo un elogio alla liberta' di scelta di ciascuno, anche se si tratta di onorare ciò che non e' moralmente accettato. Notevole come la contrapposizione tra amor sacro e amor profano obbedisca ad una pudicizia e a un candore cui non siamo certo più abituati.

Il ritratto di questa moderna eroina che si batte contro tutti, compresi i quattro figli che suo malgrado sono riusciti ad uscire dalla giovinezza, e' reso particolarmente efficace e coinvolgente da una narrazione laica che ricorda a tratti il (neo)realismo dei fratelli Dardenne: sfoggiando un corpo vero, invecchiato e appesantito dagli anni, Angélique Litzneburger, incantevole nella sua prima volta come attrice, interpreta se stessa sotto la direzione del figlio Theis.
Un andamento che flirta col documentario -non a caso forma del progetto originario- ma si arricchisce della finzione, mostrando ancora una volta che, per dirla con Wilde, la vita imita l'arte più di quanto l'arte non imiti la vita.

Erica Belluzzi

Film in uscita da Giovedì 2 Ottobre 2014

LA TRATTATIVA
di Sabina Guzzanti
con Sabina Guzzanti, Antonio Bruschetta, Enzo Lombardo,
Sabino Civilleri, Filippo Luna, Franz Cantalupo, Nicola Pannelli, Michele Franco
2014 ITA - Mockumentary- 108 min

PEREZ.
di Edoardo De Angelis
con Luca Zingaretti, Marco D'Amore,
Simona Tabasco, Gianpaolo Fabrizio, Massimiliano Gallo
2014 ITA - Drammatico - 94 min

SIN CITY - UNA DONNA PER CUI UCCIDERE
Sin City: A Dame to Kill For
di Robert Rodriguez
con Rosario Dawson, Mickey Rourke, Bruce Willis, Eva Green, Jessica Alba,
Jaime King, Josh Brolin, Michael Madsen, Clive Owen,
Jamie Chung, Joseph Gordon-Levitt, Julia Garner, Juno Temple, Ray Liotta
2014 USA - Crime/Action - 102 min

MEDIANERAS, INNAMORARSI A BUENOS AIRES
Medianeras
di Gustavo Taretto
con Javier Drolas, Pilar López de Ayala, Inés Efron, Rafael Ferro
2014 GER/SPA/ARG - Drammatico - 95 min

FRATELLI UNICI
di Alessio Maria Federici
con Raoul Bova, Luca Argentero, Carolina Crescentini, Miriam Leone
2014 ITA - Commedia - 89 min

TAKE FIVE
di Guido Lombardi
con Peppe Lanzetta, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster, Gaetano Di Vaio
2014 ITA - Drammatico - 100 min

UNA PROMESSA
Une Promesse
di Patrice Leconte
con Rebecca Hall, Richard Madden, Alan Rickman, Maggie Steed, Christelle Cornil
2013 BEL/FRA - Drammatico - 98 min

ANNABELLE
di John R. Leonetti
con Annabelle Wallis, Alfre Woodard, Eric Ladin
2014 USA - Horror - 98 min

THE BOXTROLLS - LE SCATOLE MAGICHE
di Graham Annable, Anthony Stacchi
2014 USA - Animazione - 100 min