sabato, settembre 22, 2018

OGNI PERSONA E' UNICA E IMPORTANTE: INTERVISTA AD ABEL FERRARA REGISTA DE PIAZZA VITTORIO

"Piazza Vittorio" è cinema di Ferrara allo stato puro, vitale e allo stesso tempo tragico. Conquistati dall'ultimo lavoro del regista newyorkese abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda al grande regista americano.


Le note di Woodie Guthrie che accompagnano le immagini di Piazza Vittorio stabiliscono un parallelo tra l’Italia di oggi e l’America dei primi del novecento, e ancora tra te e gli intervistati. La California e l’Italia sono terre promesse destinate a deludere chi è convinto di trovarvi la soluzione ai propri problemi.

Questa canzone è stata scritta per le persone che scappavano dalla fame e dalle terribili condizioni di vita dell’America della Grande depressione alla ricerca della terra promessa. Guthrie canta la disillusione di chi arriva e scopre che esiste poco o nulla di ciò che pensava. Esattamente quello che è successo a molte delle persone che ho incontrato in piazza Vittorio. Le aspettative deluse della gente fuggita dal proprio paese e immigrata in Italia è la stessa dei miei connazionali quando agli inizi del ‘900 arrivarono in California sperando di trovarvi la soluzione ai loro problemi.

In controtendenza con il pensiero di molti degli intervistati, ci sono anche personaggi come Willem Dafoe e Matteo Garrone che si dicono felici e ispirati dal fatto di abitare a Piazza Vittorio. Mostrarli ti serviva per evidenziare le contraddizioni presenti nella realtà italiana, oppure era l’espediente utile per creare una variante narrativa?

La reazione delle persone che vengono dall’Africa può essere estesa anche ad artisti affermati come Dafoe e Garrone. Quando riesci a mettere il microfono davanti a qualcuno non importa se è una persona comune o un personaggio famoso, lui vuole solo parlare. C’è l’extra comunitario che viene dalla Nigeria e poi Garrone che dai Parioli è immigrato a Piazza Vittorio (ride). Molte delle persone che vedi nel film le puoi incontrare ogni giorno nella piazza o nelle strade limitrofe. Ognuno di loro ha un proprio universo anche se arriva dallo stesso luogo degli altri. Succede come a Roma, in cui ci sono diversi quartieri e quindi diversi mondi. San Giovanni, Santa Maria Maggiore e Prati sono sempre all’interno della capitale, ma allo stesso tempo rappresentano un mondo a sé, un microcosmo all’interno della grande città. Così è per gli immigrati che ho intervistato. Ogni persona è unica e per questo vale la pena di raccontarla.

Se guardo alle facce che si alternano davanti alla mdp non posso non cogliere la somiglianza con i personaggi dei tuoi film di finzione, così come il melting pot di Piazza Vittorio è molto simile a quello dei posti che sei abituato a raccontare. Dipende dal tuo sguardo o è solo l’umanità a essere uguale in ogni parte del mondo?

Può essere che le somiglianze di cui parli esistano davvero. La realtà però è che ho acceso la camera e ho detto a qualcuno: “se parli ti do 20 euro o 100 dollari”. Dopodiché ci sono voluti 200 per farlo smettere (ride). Una volta che li fai iniziare le persone vanno avanti a oltranza e ti raccontano tutti i loro problemi, indipendentemente dal posto in cui ti trovi. D’altronde chi è che non vuole essere raccontato? Soprattutto se per farlo viene pure pagato.


In alcune sequenze tu e la tua troupe entrate dentro l’inquadratura. Era questo un modo per condividere la condizione degli intervistati? Te lo chiedo perché in una di queste scene ti rivolgi a loro dicendogli di sentirti anche tu un migrante.

Non si tratta di questo. Più semplicemente io sono lì e filmo le persone che vedo. Così, oltre agli intervistati dentro il quadro entrano la camera, il microfono e me stesso intento a interagire con le persone con le quali lavoro. Tutto qui. Più interessante è sapere che Piazza Vittorio è nato da una collaborazione con la scuola di Sentieri Selvaggi che si trova vicino alla piazza. Ho pensato al documentario come a una sorta di diario personale e molte delle cose che vedi sono state filmate con il cellulare.

Tu lavori da sempre in maniera indipendente. Che differenze ci sono oggi rispetto agli inizi della tua carriera?

Nessuna, tranne il fatto che, se fai un film a Los Angeles, a New York, o qui a Roma, a cambiare è solo il tipo di business. Come regista non devi farti condizionare da queste cose, non puoi fermarti a dormire, ma solo adattarti alla situazione e sperare di fare grandi film.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

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