martedì, gennaio 22, 2008

Il club di Jane Austen

Il Club di Jane Austen ripropone un cinema al femminile che negli anni 80 aveva trovato nuovo vigore attraverso produzioni più che altro indipendenti, nelle quali la struttura narrativa mutuata dal seminale The Big Chill (Il grande freddo di Lawrence Kasdan,1983) incontrava il flusso di coscienza e l’impressionismo Cassavetiano. Ricchi di quell’esuberanza artistica tipicamente Sundance ed esenti dalle esigenze di botteghino, questi film riportavano l’attore al centro della scena e rappresentavano un punto di incontro e di confronto, privato ed insieme artistico per diverse generazioni di attrici; una sfida umana e professionale per ritrovare l’entusiasmo degli inizi ed affinare il proprio repertorio. A suo agio con il testo scritto e l’universo femminile (sua la sceneggiatura di Memorie di una geisha) Swicord contestualizza le tematiche della Austen riproducendone il microcosmo affettivo e sentimentale all’interno del Club a lei dedicato, nel quale le protagoniste con cadenza mensile si ritrovano a discutere dei suoi libri, da cui traggono lo spunto per cercare di risolvere una vita amorosa sempre in bilico.
Il consesso letterario diventa quasi subito una terapia di gruppo nella quale i libri prendono vita attraverso il vissuto delle protagoniste, il cui cotè è perfettamente calato in quel mondo di frizzanti schermaglie e improvvise ritrosie, dove l’incapacità di lasciarsi andare fino in fondo è compensata da un crogiuolo di incontenibili contraddizioni che costituiscono quell’ onda di calda umanità negata ad oltranza da tanto cinema contemporaneo. In questo contesto non bisogna stupirsi se gioie e dolori vengono accomunati da una visione conciliante ed in fin dei conti consolatoria perché lo scopo dell’opera non è quella di fornire un prontuario sulla vita ma concedere allo spettatore uno sguardo svincolato da qualsiasi determinismo o presunta ideologia e riportarlo in quella sospensione emotiva dove il male non esiste e la felicità è una chimera a portata di mano. Interpretato da un gruppo di attrici tutte in parte tra le quali si distinguono l’emergente Emily Blunt, deliziosamente irriconoscibile rispetto al ruolo della nevrotica segretaria de il Diavolo veste Prada, Maria Bello, materna e sensuale nel ruolo di single impenitente, Kathy Baker, ironica e scansonata nell’interpretare una sorte di madre putativa per l’eccentrico gruppo, il Club di Jane Austen, nonostante la densità dei dialoghi che, specialmente nella seconda parte, quando il film tira le fila degli intrecci narrativi, rischiano di rallentarne il ritmo, è un film da consigliare a tutti coloro che amano le donne ma anche a chi, tra il genere maschile si lamenta di non conoscerne i segreti e continua a non capire che l’altra metà del cielo è più vicina di quanto si possa credere: basterebbe rimanere in silenzio per un momento e provare ad ascoltarla.

venerdì, gennaio 18, 2008

La signorina effe

Valeria Solarino
"La mia generazione"(1996)di Wilma Labate ce l'aveva fatta conoscere con una storia che era insieme la fine di un'epoca (quella del terrorismo) ed il resoconto di un'utopia irrealizzabile. La Signorina Effe costituisce il seguito ideale di quel film, non solo dal punto di vista cronologico (il 1980 e la sconfitta del movimento operaio andarono di pari passo con la recrudescenza dell'eversione), ma anche per la voglia di raccontare con malinconica nostalgia un mondo in via di estinzione, nel quale aveva ancora senso parlare di partito comunista e sciopero ad oltranza.
Il titolo del film derivato dal documentario "Signorina Fiat", di Giovanna Boursier, da cui il film prende spunto, fa riferimento, giocando con la poesia del torinese Gozzano (Signorina felicita, agli scenari del capoluogo piemontese, da sempre punto di riferimento e snodo focale per le sorti del proletariato italiano, descrivendo, attraverso l'amore contrastato dei due protagonisti, il clima e le vicende dei 37 giorni di sciopero organizzato dai lavoratori della FIAT per annullare i provvedimenti di cassa integrazione a zero ore di 25000 lavoratori, decisa dalla dirigenza per mettere fine alla crisi economica che l'attanagliava.
Il film ripercorre quei momenti attraverso spezzoni di repertorio che ci mostrano l'ondata di attenzione ed insieme di accorata partecipazione che portarono la questione operaia al vertice dei problemi nazionali. Dopo la solidarieta' iniziale, (in uno dei comizi torinesi Berlinguer dichiara il totale supporto del suo partito alle iniziative poste in essere) in cui la speranza prevale sulle difficolta' del reale, subentrano le differenze di vedute ed il movimento si divide: da una parte le vecchie generazioni schierate a favore di quel padrone che li ha salvati dall'indigenza delle origini, disposti a seguirlo nelle sue decisioni, dall'altra quelle nuove che rifiutano questa rassegnazione senza futuro e sono disposti a rischiare lo stipendio per invertire la tendenza. Sergio ed Emma scandiscono quei momenti attraverso le diverse fasi del loro amore e rappresentano insieme le due anime di quel movimento, quella nuda e pura (lui) che ci crede fino in fondo, l'altra decisa a tirarsi fuori (lei), ad abbandonare le utopie ed i sacrifici a favore di scelte pragmatiche e di carriera (laurearsi e sposare l'ingegnere che favorirebbe la sua ascesa). Le loro divergenze reali e immaginarie finiranno spazzate via dalla storia che portera' i protagonisti di quegli eventi e del nostro film ad un eguale risultato di sconfitta. La Signorina Effe ha il pregio di ricordarci un pezzo della nostra storia, attraverso un plot che deludera' chi ha vissuto quei momenti, per le semplificazioni che non rendono giustizia alla complessità del momento ma potra' interessare, per l'appeal dei protagonisti - un mix di corpi e facce che respingongono ed insieme attraggono (Valeria Solarino che recita con gli occhi e con lo sguardo e Filippo Timi, un corpo da Fronte del Porto ed una faccia da Serpico all'italiana) - il pubblico piu' giovane, che entra per la prima volta nella storia che fu dei propri genitori.
Wilma Labate confeziona un prodotto che ha i difetti di molta produzione italiana, con un linguaggio pressoche' televisivo e la mancanza di coraggio che gli impedisce di dire fino in fondo come stanno le cose (ma perche' non viene mai pronunciato il nome di Gianni Agnelli?), ma al contrario la capacita' di dirigere gli attori in una performance che alla alla fine costituisce il punto di forza del film.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Film in sala da venerdi' 18 gennaio

AMERICAN GANGSTER
AMERICAN GANGSTER
Regia: Ridley Scott
Genere: drammatico

IL CLUB DI JANE AUSTEN
THE JANE AUSTEN BOOK CLUB
Regia: Robin Swicord
Genere: drammatico

GLI ARCANGELI
GLI ARCANGELI
Regia: Simone Scafidi
Genere: drammatico

IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD
DIE FÄLSCHER
Regia: Stefan Ruzowitzky
Genere: drammatico

L’INCUBO DI JOANNA MILLS
THE RETURN
Regia: Asif Kapadia
Genere: thriller

RIPARO - ANIS TRA DI NOI
RIPARO - ANIS TRA DI NOI
Regia: Marco Simon Puccioni
Genere: drammatico

ALVIN SUPERSTAR
ALVIN AND THE CHIPMUNKS
Regia: Tim Hill
Genere: commedia

SIGNORINA EFFE

SIGNORINA EFFE
Regia: Wilma Labate
Genere: drammatico


grazie ad Anemicinema per gli elenchi :-)

Bianco e Nero

Essere figlio d’arte non deve essere cosa facile: il lasciapassare ereditato dal famoso genitore diventa alla lunga un condizionamento che sul piano artistico si traduce in una produzione senza spessore, eternamente indecisa sugli obiettivi (alti o bassi) da raggiungere e indecifrabile negli esiti finali: insomma un'opera spuria che nel caso della Comencini e del suo “Bianco e Nero” delude tutti: in primo luogo lo spettatore di cassetta, che si diverte a riconoscere se stesso sullo schermo, e poi quello, sparuto ma di tendenza, sopravvissuto all’ondata del cinepanettone. Una carriera freudiana (al contrario della sorella che ha trovato nel contesto contemporaneo l’ambiente ideale per un cinema dapprima intimista ed ora dichiaratamente civile) fatta di drammi a forti tinte(“Bestia nel cuore”) e Commedia leggera (“Liberate i pesci”) che la Comencini tenta di ricomporre all’insegna di quella Commedia all’italiana che a partire dai 50 voleva uscire dal ricordo della guerra senza tradire la realtà con uno sguardo accondiscendente e melenso. Modelli di un cinema diverso e da dimenticare se si vuole pensare a qualcosa di nuovo e imparare a camminare da soli, incominciando a lasciarsi coinvolgere, nella maniera disordinata e scomposta di chi il disagio lo vive veramente; puntando ad un prodotto che arriva al cuore del problema infischiandosene del gusto dominante e dei modelli precotti e di successo; provando a tirare fuori senza mediazioni ne ideologie (cosa che Bianco e Nero non fà) il mostro che c’è in noi, così da capire quello che c’è negli altri (d’altronde i grandi della commedia non interpretavano ma erano); in grado di leggere quella realtà che la Comencini vuole disvelare ed invece continua a disconoscere girandogli intorno con storielle infiocchettate di buoni propositi (in questo caso dimostrare che la differenza tra le persone la fa il cuore e non la pelle), ma risolte con le solite scorciatoie che evitano accuratamente il fosforo del pubblico e lo relegano nella solita apatia televisiva; senza “Parenti Serpenti” (quello si era un film che faceva male) che sembrano dei mostri ma in realtà non lo sono, e dialoghi che strizzano l’occhio ad un immaginario indeciso tra il boccaccesco (si fa per dire) Pieraccioniano (tutte le scene ambientate nella casa/lavoro della sorella della splendida protagonista) ed il decor borghese Ozpetekiano su cui il film sembra sparare e da cui non si emancipa neanche un momento. Bianco e nero è un film scaturito dai sensi di colpa di chi non sa rinunciare ai propri privilegi ma d’altro canto non ha neanche il coraggio di viverli liberamente; si contornia di volti (Fabio volo, un non attore che davanti alla telecamera fa la sua figura perché almeno per il momento ci si pone ancora come un principiante) e corpi rassicuranti (quello neutro e pieno di responsabilità dell’Angioini si contappone alla materna carnalità dell’attrice Africana) che non riescono mai a trasfigurare nella maschera delle nostre ipocrisie (nel film un integrazione razziale espressa a parole ma evitata nel privato) ed a incarnare i vizi privati e le pubbliche virtù enunciate dall’assunto del titolo (fuori belli dentro marci). Costretto a districarsi tra l’amor fou dei due protagonisti, impegnati a realizzare l’incontro delle razze dando vita all’ennesimo Love Story (con la differenza che lì era la malattia qui le diversità culturali a contrastare il lieto fine), e le ripercussioni dei rispettivi ambienti familiari, costruite con siparietti insufficienti a soddisfare le esigenze di genere, il film perde ritmo, e scialacqua la dose di simpatia guadagnata nei minuti iniziali con uno schema piatto e telefonato che sfocia in un happy end a cui si finisce per non credere.

martedì, gennaio 15, 2008

Io sono leggenda - I am legend

That’s Entertainment. Questo è quello che si deve chiedere al film che riporta in vita per la terza volta (tante sono state le trasposizioni) le vicende dell’unico uomo sopravvissuto all’estinzione del genere umano provocata dal virus che essa stessa ha prodotto. Tratto da un romanzo di Richard Matheson diventato di culto per la carica visionaria della storia e le implicazioni ambientali e sociologiche che lo rendono più che mai attuale, I am legend si avvale della presenza dell’attore del momento, quel Will Smith, grazie al quale copioni come questo, ambientato in una New York cupa e terminale, priva del consueto cotè umano e di successo (per questo struggentemente bella), e con un solo personaggio sulla scena, ove si eccettui il cane (autore di una delle scene più struggenti di tutta la filmografia degli ultimi dieci anni) che lo accompagna restituendo al film una parvenza di umanità, possono andare in porto senza essere stravolti nella loro essenza. E’ inutile farsi domande sull’ indispensabilità artistica della star holliwoodiana, perché la sua presenza è il lasciapassare necessario ad un opera non facile da digerire per un pubblico che va a cento all’ora e crede ciecamente all’immortalità degli eroi di celluloide. Piuttosto vale la pena soffermarsi sull’efficacia del meccanismo che riesce a coinvolgere senza rinnegarsi, attraverso un uso appropriato degli effetti speciali, funzionali al realismo della storia e sapientemente dosati, e con una struttura che riesce a coinvolgere perché destabilizza lo stato emotivo dello spettatore sottraendogli quello che normalmente è abituato a vedere, privandolo di quell’overdose di immagini e situazioni che finiscono per azzerare ogni capacità di reazione. Detto questo il film conserva il suo apparato di crudeltà grazie alla presenza di un nemico formidabile ed angosciante, una sorta di Erinni che si manifesta (Il buio si avvicina) in un modo ancestrale eppure concreto, un contraltare di noi stessi che ci fa pensare a come siamo diventati in un oggi che è già domani. Infarcito di citazioni cinefile (Il Silenzio degli innocenti, Castaway, Leon, Alien, The Village, tra gli altri), e supportato da una fotografia che enfatizza con luci soffuse e nostalgiche penombre, la nostalgica solitudine di una vita arrivata all’ultima fermata ed insieme la speranza di una nuova palingenesi, I am a legend dice che c’è ancora spazio per un cinema blockbuster che non offende la nostra intelligenza.

giovedì, gennaio 10, 2008

Lussuria - Lust, Caution

Mai come in questo caso le definizioni risultano riduttive per esprimere cosa sia un film come Lust, caution: e questo non perché è difficile definire un opera siffatta e neanche per l’uso del termine melò, appropriato ad inquadrare la trama all’interno di quel codice, ma perché ci troviamo di fronte al miracolo del cinema alla massima potenza, quello che riesce a forzare la corazza del nostro cuore, quello capace di rapirci all’interno della storia e di rendere possibile l’esistenza di un'altra dimensione, fittizia ma reale come il personaggio che scende dallo schermo nella purpurea rosa del cairo di alleniana memoria. Di fronte a questo, ogni termine appare inappropriato, e non rende merito ad un regista che riesce a riproporsi al di là dei generi e delle produzioni, con una poetica di ambiguità e decoro, buone maniere ed impulsi primordiali, senza venir meno ad una forma che si mantiene sempre alta, grazie ad un apparato scenografico e di costumi che si inserisce nel quadro complessivo senza alterarne il significato ma anzi arricchendolo, ad una fotografia che sa di vero ma è capace di ricreare un mondo che non esiste più, quello di un Europa in guerra con se stessa e delle favole , anche nere, dei nostri genitori. Ang Lee non bada a spese e mette a dura prova la scorza emotiva armonizzando Bene e Male, riducendo le distanze, annullando differenze, demolendo certezze come se la realtà non fosse mai esistita e ci trovassimo davanti ad un mondo nuovo, una foresta di simboli e parole dove tutto è il contrario di tutto: eros, amore, attenzione, indifferenza, impegno e distrazione, tutto è inscatolato nel prisma del regista che orchestra un supremo balletto con il genio di una mente sopraffina, capace di leggere nell’animo degli uomini come un demiurgo onniscente, che nulla risparmia e tutto ci mostra, anche quando sembra nasconderlo dietro la bellezza dei suoi protagonisti, capaci di parlare attraverso le reticenze dei gesti, la volutta degli occhi e gli amplessi della carne. Visconti ma anche Cronemberg per quel senso di pericolo imminente, per il caos freddo che si lascia intravedere dietro le stanze eternamente chiuse come i corpi nelle molteplici identità. Siamo grati al cinema ed al suo ambasciatore.

La nuova Hollywood messicana: Guillermo del Toro

Il 2007 è stato per Del Toro l’anno della svolta. Dopo un apprendistato d’autore nella terra natia (Cronos 1993) il “Peones” sbarcato ad Hollywood per realizzare il sogno americano c’è la fatta. “Il labirinto del fauno” al di là dei trionfi accademici ed il clamore del botteghino ci dice di un autore che sa cosa vuole e lo realizza con la stupefatta incoscienza delle origini. L’inizio era sembrato uguale a tanti altri: “Mimic”(1997) era il classico prodotto di uno spirito Cormaniano, citazionista quanto basta (Alien) e su misura per una passatempo televisivo. Poi di colpo, anche se niente accade per caso, l’incontro con i fratelli Almodovar (in veste di produttori) ed un film (L’espinoza del diablo 2001)che sembrava condurlo altrove, certamente lontano dal professionismo americano e che invece definisce un immaginario d’autore che rivisita la Storia (la Spagna del Caudillo) con la fantasia di una mente bambina che mischia sacro (politica e religione) e profano (credenze popolari e fiabe per bambini) e gli fa fare sul piano della produzione quella messa a punto artistica ( di una troupe di fedelissimi capitanata dal cinematographer Guillermo Navarro e di attori feticcio come Federico Luppi ed in seguito da quel ragazzo infernale di Ron Perlman) e di esperienza (organizzativa e di budget) per un futuro che sarà nuovamente americano (nel 2002 Blade 2 il capolavoro della trilogia sul Vampiro nero e Hellboy 2004,) ma caratterizzato, soprattutto nella vertiginosa (e necessaria perché in un cinema di immersioni/emersioni) avventura del “Fauno”(2006) da uno stile assolutamente personale che ha assorbito le istanze commerciali (che riconoscono la validità mercantile del “Racconto di formazione” e della “Ghost story”) all’interno di una poetica che ripropone in maniera più asciutta ma non meno anarchica il Thanatos del grande Jodorowsky. Più dei risultati artistici quello che colpisce è il percorso di emancipazione che ha portato il regista messicano diventare in breve tempo un autore a tutto tondo, che sul modello della New Hollywood anni 70 riesce a far convivere visione personale e necessità da mainstream. L’avventura continua.

Cinema mediterraneo

Leggendo un intervista rilasciata dal regista di “Cous Cous” (ultrasponsorizzato dai “Pantaloni”che ancora ne piangono la mancata vittoria nella “Palude Veneziana”) in occasione della sua presentazione alla stampa italiana mi ha colpito la frase in cui, risponendo alla domanda sul tipo di cinematografia che lo ha ispirato Kechiche parla di “Ladri di biciclette” come esempio di quel “Cinema Mediterraneo” di cui vorrebbe riproporre lo spirito. Pare di capire che Mediterraneo non è solo un luogo geografico e cinematografico ma anche uno stato dell’anima, che si ha ogni qualvolta il cinema riproduce il sentimento di appartenenza ad una cultura nata sulle sponde di quel mare che ha impregnato “Leuropalatina” delle contraddizioni necessarie ad assaporare il gusto della vita ed è stato il vettore di una cultura di sangue e passione, carnale e rarefatta, indolente ma innamorata, dove l’arte di arrangiarsi non è solo uno slogan ma la conseguenza di una condizione che viene da lontano. Un cinema meticcio che getta acqua sul fuoco del razzismo e delle differenze culturali evidenziando quegli elementi di contatto (i colori della natura ed il piacere della tavola, i legami tribali ed il vitalismo irrefrenabile) che si tramandano di generazione in generazione a dimostrare una comune dignità di cui qualche volta ci accorgiamo (mi riferisco a “Lamerica” capolavoro assoluto di Gianni Amelio dove seppur con una rotta diversa il regista calabrese arriva alle stesse conclusioni). “Cous Cous” titolo italiano che fa folklore e sgrezza ingiustamente la fantastica semplicità di quello originale (Le greine e le Mullet) al di là delle frasi retoriche e dei soliti schemi potrebbe essere il punto di partenza per un Dogma Levantino impossibile da definire eppure reale, senza regole e proclami, di anima e di carne, mistico e sensuale come i sogni concreti di un mondo che lotta per la vita.

Film in sala da venerdi' 11 gennaio

BIANCO E NERO
BIANCO E NERO
Regia: Cristina Comencini
Genere: drammatico

COUS COUS
LA GRAINE ET LE MULET
Regia: Abdel Kechiche
Genere: drammatico
IO SONO LEGGENDA
I AM LEGEND
Regia: Francis Lawrence
Genere: azione

L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
Regia: Sergio Martino
Genere: commedia

martedì, gennaio 08, 2008

Lars and the real girl

Fuori concorso al Torino Film Festival 2007, "Lars and the real girl" e' il classico film che solo parlarne ti viene voglia di rivederlo per l'originalita' della sua storia, il menage amoroso di un ragazzo disadattato con una bambola simil donna sullo sfondo della provincia americana, e per la freschezza della messa in scena, un surplus emotivo tentuto a bada da una scrittura ad orologeria e dalla bravura degli attori, su cui spicca Ryan Gosling, finalmente alle prese con un ruolo degno della sua bravura. Prodotto targato Sundance, il film riesce a coniugare le istanze che hanno reso famoso questo modello cinematografico (scelta di temi estranei al mainstream hollywoodiano, risorse produttive inversamente proporzionali alla liberta' espressiva) con la forza persuasiva del cinema americano degli anni d'oro. Favola per adulti con possibilita' di affascinare anche il pubblico dei giovanissimi, l'opera ha il potere di trasportare lo spettatore in un mondo senza tempo, in cui puo' succedere che le scelte di una comunita' (in questo caso la decisione di assecondare le scelte del protagonista) rispettino le ragioni del cuore piuttosto che gli interessi di bottega, e che la difficolta' del singolo diventi l'occasione per riscoprire un'umanita' dimenticata. Il regista racconta
il male di vivere con un empatia ed una comprensione che non diventa mai pietismo . E' geniale nell'oggettivare la malattia attraverso un espediente che unisce immaginario popolare e scienza psicanalitica in un tripudio di situazioni drammaticamente divertenti . Ryan Gosling e' perfetto nel restituire la goffaggine del protagonista, fatta di movimenti trattenuti e vestiti troppo stretti, nel farci sentire il suo senso di alienazione ma anche la spiazzante simpatia di una personalita' che agisce senza mediazioni e con angelica ingenuita' . Di diritto fra le cose migliori del 2007.

Halloween: the Beginning

Halloween e’ un film del 1978 diretto da John Carpenter, Halloween: the Beginning e’ un film del 2007 diretto da Rob Zombie. Basterebbe questa constatazione per capire la differenza tra il film originale, quello di Carpenter, ed il remake, quello di Zombie: e non parliamo solamente delle qualita’ artistiche, che per quanto riguarda Zombie sono tutte da dimostrare (La casa dei mille corpi, La casa del diavolinon ci convincono ), ma anche della dialettica sociale che ogni film si porta con se’, e che nel primo caso sembra rispondere ad un urgenza reale, spontanea (la fine degli anni ‘70 con le sue delusioni epocali) mentre il secondo nasce dall’esigenza, di far conoscere alle generazioni piu’ giovani le origini di un personaggio (dichiara il regista) e rilanciare le fortune (economiche) di un filone sopravvissuto all’usura del tempo.
Del prototipo la nuova versione mantiene la location, una anonima cittadina della provincia americana, e la tecnica in soggettiva usata da Carpenter per farci entrare nella testa del Mostro. La principale differenza sta nel fatto che il film di Zombie traduce in immagini i fatti che erano rimasti fuori dallo spazio filmico, e che costituivano l’antefatto ed insieme lo spunto drammaturgico della saga. Conosciamo cosi’ il nucleo familiare dell’efferato protagonista, un concentrato di menefreghismo e sensi di colpa avvilito dall’assenza della figura paterna e monopolizzato dalla madre ballerina di lap dance, nel quale e’ possibile rintracciare il germe di quel malessere che di li’ a poco diventera’ irrefrenabile voglia di morte, i tentativi di recupero psicologico operati dal Dottor Loomis, una sorta di padre putativo ed insieme la coscienza interna del film, efficace nel tirare le fila dell’interminabile escalation cosi’ come nel definire le inspiegabili manifestazioni del maligno, fino agli anni del carcere, dove si completa quella metamorfosi che trasformera’ lo spaurito bambinetto in una perfetta macchina di morte. Zombie gira secondo le regole del genere, confezionando un opera che rispetto agli standard appare piu’ sobria, meno gore ma lascia intendere che la suspence non risieda nella preparazione della scena ma nei convulsi movimenti di macchina e nelle urla assordanti delle vittime.Il sangue continua a scorrere, ma rispetto ad altri prodotti, il livello si mantiene sopportabile. Certo il film replica a memoria un mondo popolato da ninfette ninfomani e giovani sistematicamente arrapati, ma d’altronde e’ questo lo scenario preferito dal genere, quello che, secondo gli adepti, esorcizza al meglio i lati oscuri della nostra coscienza. Zombie dimentica la grottesca ironia e la vena surreale
che l’aveva fin qui contraddistinto, ed ai suoi proseliti, che ci dicono numerosi ed agguerriti, regala almeno un sorriso quando nelle file dei buoni fa recitare attori solitamente impiegati in ruoli totalmente opposti come Brad Dourif, Udo Kier e lo stesso Mc Dowell qui nella parte dello psichiatra dell’assassino. Chi si aspettava qualcosa di piu’ sul personaggio Meyers restera’ deluso, per i neofiti puo’ essere l’inizio di una nuova passione.

Bee Movie

A giudicare dagli sguardi dei bambini che lasciavano la sala, il personaggio dell’Ape anticonformista non entrera’ nel loro immaginario.
Sono loro infatti la cartina di tornasole per giudicare opere di questo tipo, quando come adulti ci si trova spiazzati da uno spettacolo di superlativa maestria tecnica ma francamente ripetitivo e troppo scontato per destare un minimo di interesse. In questo caso quindi quegli sguardi sono la conferma di un flop inatteso, specialmente in Italia (ma anche in America) dove le feste natalizie e la mancanza di un analoga concorrenza (nel 2006 ben tre cartoni animati si contendevano il botteghino) lasciavano prevedere ben altri risultati. Ispirato ad una altro prodotto Dreamworks, quel “Z la formica” di cui riprende l’incipit con il solito protagonista, ora come allora alle prese con una crisi di identita’ che mette a repentaglio la sua esistenza all’interno del mondo chiuso e perfettamente calibrato sugli interessi della comunita’, piuttosto che del singolo (qui la societa’ apesca e’ rappresenta come un falansterio che sacrifica la componente umana all’efficienza del risultato, ovvero la produzione del miele), Bee Moovie ne ricalca anche gli sviluppi, attraverso una storia che e’ insieme un viaggio avventuroso alla scoperta del mondo ed un percorso di crescita personale.

Se l’apparato scenico (la rappresentazione della societa’ delle Api e’ divertente e fantasiosa) e figurativo (la rotondita’ delle linee associata ad una luce diretta e colorata conferiscono alle immagini un sapore dolcemente infantile) confermano gli standar di settore cio’ non si puo’ dire della storia (scritta da Jerry Seinfield, comicocatodico di massima popolarita’ negli States e Deus ex machina dell’intera operazione) che si avvale di uno spunto brillante ma viene meno sul piu’ bello, quando, messo in moto il meccanismo narrativo lo sviluppo dell’azione non deriva dall’incontro delle specie, dal fatto che Barry, questo il nome del protagonista, possa interagire con gli uomini alla pari, come se le differenze biologiche non esistessero ma, dalle diverse prospettive con cui ognuno vive gli avvenimenti che si innescano nel corso della vicenda - e definiti i temi liberal-ecologici (un mix di salvaguardia dell’ambientale ed ecumenismo radical chic) perde tempo a descrivere gli “svolazzi”platonico amorosi del nostro campione ed affida lo snodo fondamentale ad una serie di sequenze ambientate in Tribunale, con Barry impegnato a fronteggiare le arringhe partigiane di un Orco travestito da Perry Mason. Insomma mancano la scivolate sulla buccia di banana, le battuttaccie fulminanti ed un po’ irriverenti (e la Dreamworks dovrebbe conoscerne l’efficacia), le invenzioni mirabolanti e surreali che da sempre fanno la felicita’ di quel pubblico giovane a cui spetta l’ultima parola sulla qualita’ dell’opera.

L'assassinio di Jesse James


A dispetto della sua fluvialita’ questo film si puo’ riassumere in un istante: Jesse James scende da cavallo e si piega sull’acqua resa ghiacciata dalla stagione invernale, quasi a riprendere la situazione del famoso dipinto del Caravaggio: sembra che stia cercando le prove di un recente passaggio, in realta’ il bandito si sofferma su altro, forse sta guardando la vita che verra’ oppure cerca di capire qual e’ stato il senso della sua esistenza. Chi lo sa? Poi, improvvisamente, quasi risvegliandosi da un sogno ad occhi aperti e senza un apparente motivazione, infrange quella visione con un colpo di pistola e riprende a cavalcare verso un destino ormai segnato.
La telecamera indugia un momento per osservare il passaggio di un pesce sotto lo strato di ghiaccio, quasi una morte anticipata, una metempsicosi senza dolore che ricorda il “Big Fish”Burtoniano o forse una soluzione salvifica sul modello del Bodisawtha, una vittoria dell’armonia sul caos del creato, un desiderio di espiazione senza dolore che rimane sospesa nel flusso della vicenda che si va costruendo. E’ questo il bello del film e forse anche il suo limite, quello di rimanere sempre sospeso sulla prossima scena, spiazzando solo gli impreparati per la mancanza di quell’apparato immaginario e narrativo che caratterizza il western in celluloide. Rivestito dall’etichetta del genere, “Jesse James” e’ in realta’ un film sull’impossibilita’ di riproporre un filone cinematografico che ha perduto per sempre la sua epica, spazzata via da un etica contemporanea che non lo capirebbe e da una percezione del mondo in cui le potenza dell’immaginazione ha lasciato il posto alla certezza della tecnica. Un cammino verso la fine che ricorda quella del “Dead Man” Jarmusciano, se non fosse per la diversita’ dei toni, surreali e stravaganti, qui dolenti e postmoderni, e per il diverso stile di recitazione, con un Brad Pitt piu’ che mai serioso e meditabondo che prende il posto del “Dead Deep” imbambolato e bambinesco, oltre alle evidenti differenze cromatiche (quelle di “Jarmush/Muller” rigorosamente in bianco e nero, quelle di “Molik/Deakins” che alternano i colori freddi e lividi del paesaggio naturale con quelli degli interni illuminati alla maniera di Wermer, quasi una “roulette russa” tra vivere e morire). La leggenda del bandito E’ messa a nudo dallo sguardo impietoso del suo assassino (Casey Afflek tanto antipatico quanto meritevole del massimo premio veneziano) ma seppure filtrata da un sentimento di odio amore non riesce a diminuire il suo fascino nero, il magnetismo sciamano degli sguardi persi nel vuoto della sua anima e di quelli che gli stanno attorno. Nel Novello Narciso interpretato da un divo che deve fare i conti con un privato da uomo adulto e cerca di rinnovare la sua arte con un cinema di sostanza, c’e’ anche l’essenza di un film capace di andare oltre la storia, di entrare dentro al mito senza lasciarsi scoraggiare dall’impresa, di inoltrarsi in una dimensione senza tempo dove solo l’alternarsi delle stagioni e la natura leopardianamente matrigna ci ricordano che esistiamo, che non siamo gia’ morti. Riesce a disegnare traiettorie esistenziali che sfuggono il parolaio quotidiano e si allineano con quelle dei grandi visionari (Malik e Mann per parlare del cinema recente) da cui li separa soltanto il compiacimento di chi sa di aver centrato il bersaglio.

Una nuova giovinezza

Leoni per Agnelli di Robert Redford (che si ricollega idealmente e quasi chiude il cerchio con il Clint Eastwood di Million Dollar Baby ovvero il rammarico di un passaggio di consegne impossibile, di una incomunicabilita’ generazionale definitiva nonostante le indubbie affinita’) delinea una tendenza nel cinema americano che prendendo spunto dagli avvenimenti bellici di fine secolo, ripropone sulle basi di un realismo nudo e crudo, spesso traumantico per un paese che piu’ di tutti sta pagando in termini di vite umane lo sforzo bellico messo in atto, un modello di giovinezza intesa non solo come eta’ anagrafica e di iniziazione alla vita ma come contenitore di quegli ideali di verita’ e giustizia che sono stati alla base della nascita della giovane democrazia d’oltreoceano e che hanno fatto sognare a colpi di peace and love and rock and roll (Across the universe) buona parte di quei registi che ora la raccontano sullo schermo.

Che sia invocata come un sogno riparatore ad un vita sacrificata alla conoscenza (A youth without a youth) o presa a modello come ritorno ad uno stato dell’eden dove non c’e’ spazio per l’ipocrisia dei valori famigliari (Into the wild) o di quelli istituzionali (leoni per agnelli) questo stato della vita viene sempre definito in analogia (The flag of our father) o in contrapposizione a quella dei Padri, stastica, chiusa su se stessa, incapace di capire, corrotta e corrutrice perche’ non riesce a salvare i propri figli ma anzi li spinge per troppo zelo sull’orlo del precipizio (Nella valle di Elah). E’ un processo di identificazione transgenerazionale che accomuna indipendentemente dall’eta’ (ancora una volta Coppola che torna a filmare con la voglia di un ragazzino) o dalla cultura (il bambino afghano dell’ultimo film di Foster), nella consapevolezza che solo questo stato dell’anima ci puo autorizzare a pensare ad un mondo migliore.

Leoni per agnelli

Ci voleva Redford, icona di un cinema liberal che pur non rinunciando all’intrattenimento si concede spesso all’analisi sociale ed alla denuncia del potere sotto tutte le sue forme, per organizzare una sorta di dialogo a quattro voci sui massimi sistemi americani, la politica e l’informazione, che diventa anche lo spunto per una riflessione sui miti fondanti della nazione e su cosa vuol dire essere americano, alla luce delle scelte dell’attuale governo statunitense. Insomma un sacco di carne al fuoco, e non solo anche il rischio di diventare retorico o ancora peggio pesante dal, per quel modo di mettere in scena i protagonisti (il film si svolge all’interno di uno spazio circoscritto e ci mostra le due coppie di interlocutori seduti uno di fronte all’altro, separati da una scrivania che diventa una sorta di spartiacque culturale e generazionale ed anche, quando Tom Cruise la oltrepassa, il simulacro di una diversita’ che non e’ mai esistita), come fossero in una specie di confessionale, in cui, lontano dall’immagine pubblica o istituzionale, senza la divisione tra alunno e professore si affrontano alla pari, senza i vantaggi dei rispettivi ruoli e con a disposizione un corrispettivo che diventa anche un contraltare sulla propria situazione personale. Ed invece avvalendosi di un cast di prime donne assolutamente votate alla causa Redford riesce a tracciare un punto di situazione sullo “Stato dell’Unione” da far rabbrividire: attraverso la figura del senatore repubblicano, che ha la risata contaggiosa ed i modi convincenti del redivivo Cruise, qui alle prese con un ruolo che lo mette in discussione non solo sul piano artistico ma anche personale (molti lo hanno accusato di essere l’ottimo venditore del progetto Scientology), ci dice come sia caduta in basso la politica americana, eternamente aggrappata al prossimo conflitto di civiltA’ per rimediare a scelte operate sulla base del tornaconto personale o per emotivita’ culturale (“mi sono stancato di prenderle” dice il politico in un momento di sincerita’ , per spiegare le ragioni della nuova strategia militare), con quello della giornalista (Meryl Streep) che l’intervista, una donna senza qualita’ e dalla morale assai incerta, il simbolo di una stampa assoldata al servizio del miglior offerente (in questo caso i Repubblicani), e promulgatrice di una verita’ al quale per prima non crede. A riequilibrare le sorti di una situazione senza uscita ci pensa l’accorato appello del vecchio professore, con il regista per la prima volta in una parte che sembra quasi una laurea honoris causa, impegnato a risvegliare, sull’esempio dei due studenti che hanno scelto il rischio della guerra ( ed il film ci tiene a precisare che non appartengono alla classe dominante ma a quelle minoranze che di fatto pagano il prezzo piA’¹ pesante, anche in termini di vite umane dell’insensatezza dominante) al disimpegno qualunquista, arruolandosi nell’esercito impegnato in una guerra (afghana) che sembra la rivisitazione piu’ crudele del deserto dei Tartari, con un nemico che non si vede quasi mai e che ad un certo punto sembra non esistere (e forse e’ cosi’),e che il film ci mostra in un’eroica quanto comovente scena finale, gli ideali dello svogliato studente reso apatico dalla constatazione della banalita’ del male ed avviato, come la maggior parte dell’umanita’ ad una esistenza di pura, (anche se nel caso del personaggio in questione si presuppone ricca di soddisfazioni materiali) di pura sopravvivenza . Certo non siamo di fronte ad un capolavoro ed in fondo il film non ci dice nulla di cio’ che non sapevamo (ma d’altronde la storia continua a dirci le stesse cose), ma il punto non e’ questo: a Redford non interessa spettacolarizzare la forma ne tantomeno confezionare il contenuto con artifici che non gli appartengono: per far questo avrebbe potuto assoldare un regista all’ultima moda od uno dei tanti venditori di fumo che tanto successo riscuotono tra la critica oltranzista. Ed invece quello che gli preme e’ mettere la sua firma ed ancor piu’ la sua faccia sul manifesto di un dissenso che deve diventare una volta per tutte il monito per non perdere piu’ tempo ( i personaggi devono esporre le loro teorie in fretta, perche’ il termpo che li riportera’ ai rispettivi impegni sta per scadere) ed iniziare a fare qualcosa per cambiare il corso della storia, per evitare le conseguenze di un Armageddeon senza ritorno, evitando di aspettare che lo faccia qualcun altro ma prendendosi fino in fondo le proprie responsabilita’ di uomo e di cittadino americano.

mercoledì, gennaio 02, 2008

Film in sala da venerdi' 4 gennaio

BASTARDI
BASTARDI
regia: Federico Del Zoppo, Andrés Arce Maldonado
genere: commedia

HALLOWEEN - THE BEGINNING
HALLOWEEN
regia: Rob Zombie
genere: horror

LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA
LARS AND THE REAL GIRL
regia: Craig Gillespie
genere: commedia

LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO
SE JIE - LUST, CAUTION
regia: Ang Lee
genere: drammatico

UIBU’ - FANTASMINO FIFONE
HUI BUH
regia: Sebastian Niemann
genere: animazione

mercoledì, dicembre 19, 2007

Voglia di normalita'

Il plauso decretato dalla quasi totalita' dei critici presenti alla prima nazionale de La promessa dell'assassino di David Cronemberg, film di chiusura della 25esima del Torino Film Festival 2007, la dice lunga sull'assuefazione degli addetti ai lavori al conformismo generale che attanaglia il giornalismo italiano.
Il film del canadese e' solo un esempio di una tendenza sempre piu' generalizzata, da parte di chi fa opinione, di esaltare quei film di registi, fino a poco tempo prima messi all'indice per il contenuto delle loro opere, ritenute pericolosamente malate e sobillatrici dell'ordine costituito ed ora esaltate per la riproposizione degli stessi temi, opportuamente ripuliti degli aspetti meno digeribili.
Accanto al regista canadese figurano una schiera di ex-negletti che appena ritrovano la cosiddetta "linearita' di struttura". "..si sente la mano del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli.." afferma Mereghetti quando dichiara di apprezzare la coerenza narrativa di Blueberry Nights di Wang Kar Wai, di per se' un pregio quando fa riferimento ad un cinema di tipo classico, sul modello riassunto in maniera splendida da tutta la filmografia di Clint Eastwood, un altro regista di cui bisognerebbe parlare a proposito di subitanei ripensamenti - dove la cronologia delle azioni e' la chiave necessaria per la loro interpretazione, ma banalizzante all'ennesima potenza quando ingabbia un cinema che vorrebbe esprimere l'ineffabile. Oppure dall'esaltazione tout cort dello sperimentalismo alla moda e molto voyeristico di Paranoid Park, l'ultima acclamatissima opera di Gus Van Sant (intere redazioni di giornali specilizzati lo indicano come miglior film del 2007!) - icona (i Cahiers du Cinema lo schiaffano nella loro empirea copertina in segno di riconosciuta venerabilita'!) prescelta per rimpiazzare il Von Trier, beniamino caduto in disgrazia - al salvataggio in calcio d'angolo di uno dei grandi della "Nuova Hollywood", il Francis Coppola di A youth without a youth, il cui polpettone filosofico-religioso-esistenziale viene graziato dai corrispondenti della Festa romana e, quand'anche criticato, si tratta pur sempre di buffetti affettuosi.
Di questo passo non si devono preoccupare "David Inland Empire Lynch" o "Emanuele
Nuovomondo Crialese" (unico tra i giovani registi italiani capace di ragionare con la propria testa), apertamente sbuccellati alla penultima mostra veneziana, per alcune sequenze ritenute pretenziose o volutamente criptiche (il mare di latte da dove emergono e poi nuotano gli emigranti siciliani e praticamente tutto il film del regista.

martedì, dicembre 18, 2007

Paranoid Park

L'ultimo lavoro di Gus Van Sant, Paranoid Park, girato interamente a Portland con attori non professionisti, selezionati attraverso il sito Myspace.com, chiude la trilogia dedicata all'osservazione del mondo adolescenziale del regista statunitense, iniziata con Elephant e proseguita con Last Days. Il film mette in scena l'omonimo romanzo di Blake Nelson, che racconta la presa di coscienza di un adolescente di fronte all'accidentale omicidio di cui e' artefice. Alex ha sedici anni, frequenta il liceo, e' un bel ragazzo ed e' appassionato di skateboard; una sera, accidentalmente, uccide una guardia di sicurezza nei pressi di Paranoid Park, il parco piu' malfamanto della citta'. La morte dell'uomo è efferata, poichè caduro sotto le rotaie di un treno in transito rimane tranciato a meta'. La scena è certamente incisiva ma dai toni splatter al limite del grottesco. Si tratta di una fatalita', di una tragedia non voluta, che turba profondamente Alex e che lo chiude in un silenzio apatico. Tutto cio' che gli accadra', dopo quella sera, gli scivolera' addosso come acqua, mentre egli cerca una via d'uscita dalla spirale di senso di colpa ed angoscia che lo divora lentamente. Il film ha una struttuta spezzata e non lineare, sorretta da flashback e dalla voce fuori campo narrante del protagonista, espediente che cerca di unire le varie parti narrative. Lo spettatore si trova disorientato in questa costruzione, alimentando un certo disagio. Gli occhi di Alex sono gli occhi dello spettatore: tutto rimane sospeso in un limbo sofferto ed estraniante; i suoni si mescolano e spesso sostituscono le parole, alterando la percezione del presente, molti silenzi lasciano spazio alle immagini di lenti movimenti, sulle quali tanto ama soffermarsi il regista. Alex barcolla in uno stato onirico e turbato, il suo viso d'angelo ricorda le figure della pittura del Raffaello, angeliche, pulite, con lo sguardo non più sognante, ma teso alla ricerca muta di una via di fuga. Il racconto si dipana lentamente, mantenendo un tempo dilatato e colloso. Non coinvolge ne' emoziona questa parabola sulla accidentalita' degli eventi e le conseguenze delle prorie azioni, ma certamente e' apprezzabile per la perfezione tecnica con la quale e' stata girata e montata, per la bellezza dei giovani protagonisti, celebrati come icone di un presente contraddittorio e malato, dove il sogno americano ha perso la propria identita' ed i propri riferimenti. La narrazione assume toni sempre piu' cupi e mostra i giovani in tutta la loro indifferenza verso gli altri, in questa ennesima fotografia sugli Stati Uniti di oggi. I genitori sono sempre inquadrati di spalle, sfocati o in ombra, presenze ai margini dello schermo, della memoria, incapaci di aiutare o anche solo di ascoltare i bisogni dei propri figli. La solitudine avvolge questi corpi adolescenti acerbi e bellissimi, toccati dal male e corrotti nel profondo dalla disillusione.

martedì, dicembre 11, 2007

Across the universe

Julie Taymor, ci ha abituato ad un cinema che canta fuori dal coro non solo per le scelte stilistiche, frutto di un talento a tutto campo, capace di spaziare dal teatro alla pittura e senza trascurare danza e letteratura. A film che sono innanzitutto spettacolo per gli occhi ma lasciano il segno per l'efficacia dei contenuti. E su queste basi che si rimane delusi da "Across the universe", un greatest hits romanzato sul gruppo piu' famoso del mondo. Un idea mica male quella di unire un repertorio musicale solitamente confinato nella realta' fotoromanzo ad uno epoca storica (siamo a cavallo degli anni 60/70) in cui l'America doveva fare i conti con le conseguenze di una politica falsamente libertaria nei costumi ed antiprogressista nei contenuti. Peccato che l'emozione delle note si cosparga su un plot che sembra un riassunto del bignami, pieno di tutto (amore, sesso politica e rock and roll) tranne che di idee. Un album delle figurine in cui riconoscere i personaggi della storia, quella musicale, popolata dalle facce che l'hanno fatta (Jimi Hendricks e Janis Joplin) e quella personale, per riconoscersi tra quelli che credevano di poter cambiare il mondo. Insomma una cosa nostalgica adatta a tipi come Gianni Mina' e Fabio Fazio, ma inutile per quelli che vogliono cercare di capire chi eravamo e come siamo diventati. La faccia angelica di Rachel Wood che gioca con il fuoco e rischia di bruciarsi, i capelli a caschetto del protagonista, le comparsate delle star di turno e le coreografie sempre uguali di Daniel Ezralow dovrebbero rafforzare la potenza dell'opera ed invece sono magnifici orpelli di un successo mancato.

Piano, solo

Il riferimento musicale del titolo allude alla solitudine del protagonista, il jazzista Luca Flores suicidatosi in giovane eta' , al termine di un esistenza ricca di successi artistici, ma inevitabilmente segnata dalla scomparsa della madre di cui non smise mai di sentire la responsabilita'. Un legame strettissimo che andava a colmare quello pressoche' assente con il padre, geografo di fama, rubato alla famiglia dagli impegni di lavoro e da un carattere privo di slanci affettivi. Il film ripercorre in maniera cronologica i momenti salienti della sua esistenza, dall'infanzia assolata delle spiaggie del Kenia, agli inizi musicali, folgoranti e talentuosi, che precedono gli anni della crisi, quelli su cui maggiormente si sofferma la narrazione, in cui la parvenza di normalita' lascia il posto all'instabilita' psichica. La scelta di rinunciare alla riproposizione dell'artista maledetto per soffermarsi sul dramma dell'"uomo interrotto" appare in linea con lo spirito del libro che ha ispirato il film e con i toni volutamente sommessi della regia. La prova attoriale, in aderenza con il inguaggio cinematografico del film, ci da l'opportunita' di apprezzare una schiera di attori che da soli costituiscono passato e presente del nostro cinema piu' recente: da Kim Rossi Stuart, a suo agio con gli sguardi insondabili del giovane musicista, a Mariella Valentini, indimenticabile giornalista che tormentava Michele Apicella con il "Trend negativo" (Palombella Rossa) a Corso Salani, regista e attore un tempo famoso ed ora impegnanto in un cinema di ricerca che non si chiude in se stesso (Palabra), per continuare con la delicata Sandra Ceccarelli, attrice di cui si sentiva la mancanza ed ancora Paola Cortellesi in un ruolo che ne conferma la grande versatilita' . Un Pantheon di prime donne che suonano come violini sull'altare delle emozioni, grazie ad un regia da sempre abituata a privilegiare il fattore umano. Quello che impedisce al film di portare a casa l'intera posta e' un eccesso di didascalismo, soprattutto nella parte centrale, quando il disagio del protagonista avrebbe meritato qualcosa in piu' dei continui primi piani ed un eccesso di pudore che normalizza in modo eccessivo un percorso artistico ed umano fuori dal comune.

10 items or less

Girato nello stile caro al cinema indie (pauperismo produttivo, telecamera a spalla, luci naturali, scenografia presa in prestito dalla realta' ) il film di Brad Sieberling mette in scena l'incontro di due solitudini sullo sfondo di una Los Angeles lontana anni luce dall' immagine ideale e glamour che propaganda: lui (un Morgan Freeman leggero come l'aria) e' un attore hollywoodiano in cerca di rilancio, lei (Paz Vega dallo sguardo di fuoco e le curve consistenti) e' una cassiera di un supermarket periferico. Due modi diversi di reagire alle difficolta' della vita ma la stessa ansia da prestazione che ne accompagna le scelte quotidiane. Una giornata particolare dara' loro l'occasione per fare pace con se stessi e credere nuovamente nelle proprie capacita'. Balzato alle cronache per meriti che nulla hanno a che fare con le sue qualita' artistiche(nell'estate americana il film era regolarmente nelle sale e ufficialmente scaricabile dalla rete ) il film si sviluppa su due momenti successivi, il primo, reso divertente dalla comicita' involontaria delle situazioni e da una scelta stilistica che lavora sulle suggestioni tanto dei corpi quanto delle parole, la seconda piu' riflessiva ed intimista, quasi un on the road esistenziale, in cui le diverse fermate (a casa della collega che le ha rubato il marito, nel grande magazzino per la scelta dei vestiti, nell'ufficio in cerca di un nuovo lavoro) rappresentano il passaggio obbligato per il definitivo cambiamento. Un film di affetti speciali prodotti dalla generosita' di due interpreti in stato di grazia, che non si limitano alla replica di uno schema gia' pensato ma diventano essi stessi personaggi, espressioni di un feeling vitale e contaggioso che dimentica la tecnica e prende a piene mani dalla vita. Il duetto fisico e vocale ci restituisce due persone in carne ed ossa, lontani dal modello surrogato da tanto cinema contemporaneo; riesce a rendere la sospensione emozionale, l'afflato sottile e soprattutto la distanza fisica che divide l'empatia caratteriale dal desiderio omnicomprensivo.

lunedì, dicembre 10, 2007

Neandertal

Non e' detto che qualunque film arrivi dalla Germania debba essere per forza una cosa da vedere. Il fatto di vivere un nuovo
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.

Nella valle di Elah

"Nella valle di Elah" e' un film che parla di dolore ma non solo. La presa di coscienza, lenta ma inesorabile del protagonista, interpretato da un Tommy Lee Jones in versione Eastwoodiana, e' un modo per mettere in discussioni due decenni di politica americana e per dire basta alla peggiore delle abberrazioni umame. Ma e' anche un'occasione per ricordarci che in questo cammino di redenzione abbiamo bisogno di tutto, di noi stessi, delle persone che ci vivono accanto, di quelle che ci circondano, nel piu' assoluto anonimato, per le vie delle nostre citta', del senso della vita che abbiamo completamente perduto, di quel senso religioso, di cui il film e' impregnato fin dal dal titolo, e poi proseguendo, con la raffigurazione di una famiglia "sacra" che riesce a sopravvivere ad un esperienza terribile, la morte del figlio prediletto, aggrappandosi alla speranza che quell'esempio disumano salvera' altre vite, che sara' il punto di partenza per la liberazione definitiva. Tutto cio' non basterebbe se non fosse supportato da un copione di ferro, che mette sullo stesso piano impegno civile e necessita' dell'anima, stendendo su entrambi un pietoso velo di parole e silenzi che sembrano durare all'infinito. Chiamato alla prova piu' difficile, quella della riconferma, dopo un successo da Oscar, Paul Haggis fa vedere di che pasta e' fatto, mostrandoci una guerra senza sangue, che riesce ad essere terribile anche solo a sentirla raccontare; c'e' la fa vedere sulla faccia delle persone, sui soldati rimpatriati che in realta' non sono mai tornati, su quelle dei genitori che non riusciranno piu' a dormire. Non ha bisogno di armi da fuoco, Paul Haggis riesce a sparare con la forza delle immagini ed il potere defragrante della verita'. Bisognerebbe ringraziarlo per averci fatto partecipare a questo viaggio nella notte oscura, dandoci la possibilita' di tornare e di iniziare a fare qualcosa anche noi per impedire che la storia torni a ripetersi.

Diario di una tata

Se uno non lo leggesse con i suoi occhi, si stenterebbe a credere che gli autori del magnifico American Splendor, esempio di un cinema che non rinuncia alle sue prerogative e prova vivente della cecita' distributiva dei nostri mestieranti, siano gli sceneggiatori ed i registi di una simile banalita'. Siamo d'accordo che l'integrita' dell'arte sia ormai una roba d'altri tempi e magari neanche di quelli, cosi' come della necessita' di lavorare all'interno del sistema per riuscire a sfruttare le sue potenzialita' di promozione e visibilita', ma ci dovrebbero essere dei limiti. Ed invece in barba a qualsiasi considerazione artistica ed ad un talento a cui non vorremmo rinunciare, i due ci rifilano la solita polpetta infarcita di buoni sentimenti e finale a lieto fine.
Scarlett Johansson sempre più a disagio davanti alla macchina da presa grazie anche ad un copione che ne mortifica la fisicita' e la relega ad un ruolo monofaccia, vi interpreta il ruolo di una Tata "Pretty Woman" con aspirazioni cristologiche, costretta per spirito di corpo (nei confronti del copione, non della storia di cui si vede non le interessa un granche') a subire le vessazioni di una "matrigna" dalla faccia d'angelo, interpretata con la solita professionalita' da Laura Linney, e le sporche attenzioni del di lei marito, cattivo e fedigrafo, impersonato da quel marpione della recitazione di Paul Giammatti. Non contenta di cotanta afflizione la poverina rincara la dose e si sacrifica nel tentativo di salvare il figlio di questi sciagurati, una simpatica faccetta simile al piccolo Nicholas Bradford della mitica serie televisiva (stesso taglio di capelli, stessa faccia paffutella). Non temete però, con un finale da fantascienza - ma non doveva essere una commedia di costume, che poi era diventata una commedia sentimentale? - tutto si conclude senza spargimento di sangue e con un happy end che non si fa piu' neanche in televisione. Che dire di piu', speriamo solo di aver sognato oppure facciamo finta che nulla sia accaduto e rimettiamoci in attesa del nuovo film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman: quello appena visto non e' mai pervenuto.

giovedì, dicembre 06, 2007

Charlie Bartlet

Presentato nella sezione anteprime della 25esima edizione del Torino Film Festival, "Charlie Bartlet" rappresenta l'esordio alla regia di James Poll, gia' montatore della serie "Ti presento i tuoi/miei" e di "Scary movie n.3", qui alle prese con un film che analizza le inquietudini giovanili, utilizzando il genere "College movie" come contenitore, in cui far confluire non solo le forme dell'intrattenimento giovanilistico (amore, amicizia,conflitto generazionale) ma anche quelle di un cinema piu' adulto e nichilista, sulla falsa riga di due campioni del genere come "Heathers" e "Pump up the volume". Affiancando il protagonista a uno stuolo di attori consumati (Robert Downey jr, Hope Davis) il regista disegna uno spaccato di gioventu' depressa e desiderosa di comunicare il proprio disagio senza sentirsi giudicata. Charlie Bartlet fa al caso loro e quando le circostante della vita lo mettono in contatto con un simile uditorio si producono una serie di reazioni a catena che costituiscono la parte piu divertente del film. Soprattutto nella prima parte, Poll si ricorda delle sue origini e presenta in maniera efficace il suo protagonista e l'ambiente in cui si muove. Diversamente se ne dimentica quando deve tirare le fila, dilungandosi in un finale telefonato e poco rischioso, dove la morale della "famiglia a tutti costi" getta una luce di conformismo sull'intera operazione.

The art of negative thinking

Finalmente un film liberatorio ed anticonformista che se ne frega del politicamente corretto e picchia duro sull'ipocrosia della societa' borghese. Piu vicino al cinema da camera ed alla compostezza formale di Susan Blier che alla presunta improvvisazione di Von Trier il film fa parte di quel cinema scandinavo che riesce ad intrattenere e nello stesso tempo a raccontare la societa' in cui vive, senza avere paura di affrontarne i tabu'.
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.

Actrices

Giunta alla seconda parte della sua cinebiografia, Valeria Bruni Tedeschi abbandona il mondo agrodolce e le nostalgie colorate di "E' piu facile per un cammello.." e si immerge nelle atmosfere autunnali e un po' rarefatte di "Actrices". La materia del contendere nasce dall'urgenza di oggettivare un esistenza in bilico tra i successi del palcoscenico e la precarieta' del privato. Per tradurre questa necessita' la Tedeschi adotta una storia vicina alla sua vicenda personale (il palcoscenico delle prove e' lo stesso che la vide esordire nei teatri parigini mentre il ricordo dell'amante prematuramente scomparso rimanda all'analogo destino toccato in sorte al fratello dell'attrice, a cui il film e' dedicato) ed una struttura di impianto teatrale, corredata da intermezzi di quotidianita' che alleggeriscono i toni e danno ritmo alla narrazione. Durante le prove di "Un mese in campagna" di Turgeniev, un'attrice di massimo successo e' colta da una crisi d'identita' che mettera' in discussione il valore dell'arte e le scelte di una vita. Il tema e' di quelli impegnativi cosi' come le scelte della Tedeschi che non rinuncia al suo cote' attoriale ma lo mette a disposizione di un linguaggio cinematografico tradizionalemente frequentato da grandi come Bergman, ampiamente citato nelle estemporanee resurrezioni dei cari estinti e nell'alter ego artistico della diva, impersonato da una Valeria Golino in libera uscita, per non parlare di Truffaut, riproposto nella rappresentazione di un modello narrativo in cui il binomio arte/vita fluisce senza soluzioni di continuita' . I propositi sono lodevoli ma il film non decolla perche' i modelli sono accettati in maniera acritica e senza l'elaborazione necessaria ad evitare il cliche'. Le situazioni d'autore, schematiche e poco appassionanti, sono presentate in maniera programmatica ed alla fine fanno addirittura rimpiangere il dilettantismo dei siparietti familiari.

lunedì, dicembre 03, 2007

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta. Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

La promessa dell'assassino

Utilizzando un impianto di genere, il gangster movie, ed una citta’, Londra, David Cronemberg continua a parlare di violenza come pulsione primaria dell’essere umano, raccontando le vicende di ordinaria criminalita’ di una famiglia mafiosa alle prese con uno scomodo diario e costretta a fronteggiare l’idealismo senza frontiere di una coraggiosa dottoressa. Il microcosmo delinquenziale inserito all’interno della comunita’ russa e’ l’ambiente ideale per vedere in azione i meccanismi che regolano l’esistenza umana. La struttura tribale come principio informatore di ogni attivita’ ,i meccanismi ancestrali vissuti come fardello psicologico, le relazioni familiari organizzate come strumento di potere sono rappresentate con sguardo da entomologo ed una messa in scena che e’ un referto patologico. Il determinismo darwiniano impone la sua legge attraverso l’escalation di un "uomo tranquillo", un factotum della mafia con aspirazioni filosofiche, personaggio speculare all’imperturbabile padre di famiglia di "A History of violence", che mostra la sua vera natura quando, in un escalation di brutalita’ realizzata in puro stile cronemberghiano con i corpi che si avvinghiano in un estasi di sangue e redenzione e’ costretto a lottare per salvare la propria vita. Come al solito il regista piega le regole del genere alle necessita’ della sua visione ma questa volta il meccanismo non funziona perche’ si lascia trascinare da un plot monocorde, piu’ attento ai dettagli visivi (il look tatuato ed il taglio di capelli del faccendiere) che allo sviluppo drammaturgico (la bellezza bionda e angelica di Naomi Watts e la virilita’ nera e trattenuta del protagonista) che non aiuta l’elaborazione di quel mondo altro che si annida dietro la normalita’ del quotidiano. Ciononostante il pubblico del TFF come era accaduto per il deludente "Blueberry Nights" ha applaudito con convinzione i titoli di coda confermando una succube assuefuazione.

The Savages

Forte dei successi riscossi al Sundance "The savages" e’ stato scelto per inaugurare non solo il concorso ufficiale ma anche la vetrina del 25° Torino Film Festival (TFF). Una scelta su cui riflettere per cercare di capire quale sara’ la tendenza di questo edizione. L’opera in questione sembra riflettere il carattere del suo direttore, serio, professionale, che bada alla sostanza infischiandosene del chiacchericcio mediatico che lo circonda. Se poi ci si vuole inoltrare nello specifico bisogna aggiungere che il film riassume pregi e difetti del cinema Indi targato Redford: una sceneggiatura di ferro, attori che calzano a pennello con i personaggi interpretati (Linney e Hoffman nella stessa inquadratura valgono il biglietto), regia pragmatica ed al servizio dell’opera ma anche una certa ripetitivita’ dei temi, in questo caso le conseguenze di una educazione anaffettiva e violenta, e delle scelte stilistiche, improntate ad un minimalismo carveriano che alla lunga appare monocorde e poco vitale. Detto questo il film e’ all’altezza del compito perche’ riesce ad essere impegnato senza venir meno alle sue prerogative di intrattenimento cinefilo.

martedì, novembre 27, 2007

My Blueberry nights

E' evidente che la trasferta americana e' diventata nell'immaginario d'autore un momento imprescindibile della carriera cinematografica. Scoperta di un mondo altro ed affascinante e insieme verifica necessaria all'universalita' della propria visione, resta da verificare se tale spinta nasca da genuina ispirazione e dalla voglia di mettersi in discussione o rappresenti invece un palliativo per nascondere i segni di un disagio piu' profondo. In questo senso, My bluberry Nights, piu' che un invito al movimento rappresenta, con tutti i suoi limiti, l'occasione per riflettere sulla crisi di un regista solitamente a suo agio nella rappresentazione emozionale di mondi lontani (Happy together)e luoghi dell'anima ( In the Mood for love). Certo non si pretendeva l'afflato e la coerenza del modello Wendersiano, autore inarrivabile di un cinema che non puo' prescindere dal viaggio, mentale e geografico, e che da' il meglio di sé quando si confronta e si nutre dell'America come contenitore del nostro immaginario, ma perlomeno era necessario un cambiamento di prospettiva, una presa di coscienza del mutamento in atto. KAR WAI guarda senza vedere, affidando alle immagini il compito di costruire una storia che non c'e'. Descrivere l'amore e la sua mancanza, seguire il gioco degli amanti nel viaggio sublime e periglioso della vita, raccontare gli sguardi ed i silenzi di chi vive ogni gesto come fosse l'ultimo, necessita' di una struttura invisibile ma presente, capace di dare forma all'ineffabile e concretezza a cio' che e' impalpabile, liberando le parole dai limiti imposti dal linguaggio. Invece il regista rimane prigioniero di quello stile che gli ha dato la fama, costruendo immagini perfette ma vuote, riflesso di un mondo autoreferenziale e mortifero. La luce calda ed avvolgente dei neon eternamente accesi, la melodia jazz dell'attrice/cantante dal volto perennemente imbronciato non bastano a giustificare un'operazione di cui si fa fatica a trovare il senso e che per lunghi tratti appare come una gentile concessione di un genio alle prese con manie di onnipotenza.

Un'altra giovinezza

La volonta' di recuperare il tempo perduto, l'impossibilita' di coniugare sentimenti privati ed aspirazioni personali ma, soprattutto, l'ansia di assoluto che da sempre agita i sogni dell'uomo sono i temi del nuovo film di Francis Ford Coppola, giunto al termine di un'autosospensione autoriale prodotta da una voglia di fuga irrefrenabile e utopie rimaste tali (Megalopolis). Non smentendo la fama di grande visionario, il regista ci riprova con una storia che inizia come un episodio di x files, continua come una moderna lezione universitaria e finisce con l'ovvieta' di certo cinema televisivo. Come se non bastasse la rimpinza di tutto quanto e' stato gia' detto in termini di realta' parallele, teorie della reincarnazione e ricerca della pietra filosofale.
Insomma una vera e propria abbuffata cui si fa fatica a tener dietro, non solo per mancanza di istruzioni d'uso ma, soprattutto, per una costruzione lambiccata e pretenziosa che salta di palo in frasca, lasciando lo spettatore sbigottito di fronte a tanta confusione. In sede di presentazione Coppola non si e' scomposto di fronte alle perplessita' dei suoi interlocutori dichiarando che il film appartiene alla categoria dei tesori da riscoprire per la complessita' della posta in gioco. Senza nulla togliere al valore assoluto dell'artista, non si commette lesa maesta' affermando che, eccezion fatta per l'attrice romena, deliziosa quanto basta per farti dimenticare tutto il resto, l'ambizione coppoliana ha prodotto questa volta un'opera spuria, in cui semplicita' produttiva, voglia di rimettersi in gioco e sfida alle regole precostituite devono essere accostate al film nelle loro accezioni negative.

giovedì, novembre 15, 2007

Ai confini del paradiso

Ai confini del paradiso e' un film alla ricerca del tempo perduto nel tentativo di ricollocare l'uomo al centro dell'esistenza, spogliandolo di quel superfluo che gli impedisce di vivere pienamente la vita e permettendo l'espansione di quella dimensione interiore necessaria ad assaporarne il piacere. Il fatto poi che lo slancio dei protagonisti non sia ricompensato dal frutto agognato, che il paradiso del titolo sia vissuto per brevi momenti e che la fine del sogno avvenga anche in maniera drammatica, getta comunque un raggio di speranza nel
cammino di liberta' da loro intrapreso.
Akin dimostra che la Sposa Turca non era un episodio occasionale, grazie ad un linguaggio cinematografico che e' secondo solo al vitalismo ed alla passione che trasuda nell'opera e che qui viene tenuta a bada da una tecnica che riesce a diventare sangue e corpo della storia. Di fronte ai sentimenti di gioia e di dolore la telecamera sembra quasi fare un passo indietro, condividendo gli stati d'animo senza far l ricorso al voyeurismo imperante. Ne consegue un pudore che non cancella la capacita' di raccontare la vita fino al termine della notte ma restituisce dignita' ad una condizione continuamente offesa dall'invadenza Orwelliana. La scelta degli attori, bravi e sconosciuti, la fotografia che diventa il barometro della situazione, la capacita' di restituire un momento storico senza intaccare la fluidita' della narrazione sono la conferma definitiva di una maturita' precocemente raggiunta.

lunedì, novembre 12, 2007

La giusta distanza

Tralasciando il significato del titolo, ormai noto a tutto il popolo cinefilo per lo spot ossessivo con cui ci hanno bombardato prima e durante l'uscita del film, dobbiamo dire con tutta onesta' che il film del regista veneto non si sottrae ai difetti del cinema italiano, per quella sua voglia di piacere a tutti costi, per il suo essere fino in fondo un film politicamente corretto, per l'incapacita' di rinunciare ad un buonismo che livella qualsiasi diversita' artistica. Certo nel film ci scappa il morto, e che morto, un pezzo da novanta, di quelli che possono segnare in maniera negativa le fortune commerciali di un film, ma d'altro canto che dire dell'attitudine gorettiana della protagonista, una ragazza (Valentina Lodovini) bella come il sole e buona come la fatina di Pinocchio, sempre disposta a perdonare e qualche volta anche ad andare oltre lo sperato? E come giustificare un paesino di figurine come quello qui descritto, con una serie di tipi che in fondo non fanno male a nessuno ed in certe zone risulterebbero pure simpatici (Battiston), perchè si son fatti da soli alla faccia della pigrizia meridionale? E poi scusate ma la provincia italiana è ormai un escamotage usato per dare una sensazione di inedito, di poco visto, a concetti ed idee ormai spompate. Per cui, quando alla fine dei giochi ti ritrovi anche con un indagine poliziesca che sta al film come i cavoli a merenda, inizi a pensare che per il cinema italiano e' veramente dura risollevarsi. Ci manca solo che la fotografia sia di Bigazzi e veramente l'omolagazione ha passato ogni limite.... Pssst! Hey scusa, ma la fotografia e' di Bigazzi?

domenica, novembre 11, 2007

Giorni e nuvole

Pure tu Silvio, tu no ti prego, c'eri rimasto solo tu a salvare il cinema italiano, il tuo Agata e la tempesta era stato un gioiello sottovalutato, un film che reinventava un genere, per quel suo mix di realismo magico e follia almodovariana. Sottovalutato e quindi poco remunerativo al botteghino tanto da indurti a questa minestra riscaldata? E poi che fine ha fatto la tua musa... lei era veramente la tua carta segreta, il tuo asso nella macchina, il suo vitalismo e la sua sensualità fuori dagli schemi non ti possono aver stancato... o si'? Dimmi, Silvio, che fine ha fatto Licia Maglietta, questo lo voglio sapere! Se me lo dici vado persino a rivedere Giorni e nuvole. Mica la vorrai paragonare alla pur brava Margherita Buy? No assolutamente no, troppo perfettina e mai capace di sorprenderti,anche se questa volta, in quell'ufficio con il suo datore di lavoro, hey Silvio, non e' che ti sei innamorato di Margherita?.... no perche' se e' cosi' ti giustifico, davanti a Derica non si puo'. Ah, mi ero dimenticato di Albanese, pero' di lui non so proprio cosa chiederti, non mi e' rimasto in mente proprio niente. Certo, l'aria afflitta ce l'aveva, pero' mi sembrava troppo dentro il personaggio, Albanese, per essere credibile, forse mi sbaglio ma penso che per adesso dovrebbe insistere sul Cettola televisivo che gli viene meglio e lasciare perdere con il cinema. E pure tu Silvio, ma perche' anche tu vuoi metterti a fare l'autore serio, quello impegnanto politicamente, ma non ti rendi conto che per queste cose c'e' gia Ballaro'? Certo cosi' facendo Veltroni ti invita alla sua Festa, tu ci fai un figurone, red carpet, flash, fotografi ed interviste, ed il tuo film... Boom! si conquista il popolo di sinistra e l'incasso al botteghino. Che peccato, Silvio, lo dico soprattutto per te: avevi trovato la tua strada, avevi quasi inventato un genere, stavi bene, eri felice con la tua Licia, al riparo dal qualunquismo, dall'omologazione dilagante di tanti tuoi colleghi ed invece eccoti qua, anche tu come tutti gli altri, non ti si riconosce neanche più.. uno nessuno centomila.. ma dimmi una cosa, chi era il direttore della fotografia?.. aspetta che indovino.. sara' mica Bigazzi?

venerdì, ottobre 19, 2007

Popcorn

curiosita' dal mondo del cinema

martedì, settembre 25, 2007

L'ora di punta

Parlare male di questo film e' come sparare sulla croce rossa ciononostante quest'esercizio puo risultare utile per fare il punto di situazione sul cinema italiano che mai come quest'anno apre la stagione con esisti cosi' poco incoraggianti. Quello che stupisce e' che anche registi navigati e capaci inciampino sulle forche caudine del conformismo cinematografico quando invece ci si aspetterebbe la definitiva consacrazione. Purtroppo e' quello che succede a Marra dopo le belle prove di "Tornando a casa" e "Vento di Terra" quando si lascia tentare dalle sirene della grande produzione e probabilmente da una voglia di visibilita'che finisce per spuntare le sue doti migliori. Cosi' il rigore della scrittura e la forza delle idee si trasformano in un riassunto piatto e senza vita di un Bel ami come ce ne sono tanti la cui ricerca del piacere finisce per influenzare la materia del racconto, che diventa simile ad uno slogan qualunquista senza forza ne' coragggio. I mali della societa' vengono bignamizzati in un contenuto che usa il linguaggio cinematografico dei Grandi senza sfruttarne le potenzialita': i lunghi silenzi e gli sguardi senza fine, i tormenti dell'anima e le repentine decisioni vengono serviti con ellissi e panoramiche che sembrano un modo elegante per sfuggire ad un approfondimento doveroso e necessario. Il salvatore della patria si rivela scaltro ed opportunista nell'approfittare del degrado generale ma il film non ne spiega le ragioni del successo e da' per scontato quei presupposti psicologici che servirebbero a convincerci sulla forza seduttiva di Michele Lastella la cui presenza scenica e' mortificata da un espressivita' del tutto inesistente. La voglia di prima pagina e' confermata dall'inutile presenza di Fanny Ardant in un ruolo pierrottesco che non rende onore alla sua vitalita' e si spiega solamente alla luce di un appeal mediatico che in italia appare indebolito da scelte artistiche a dir poco discutibili.

Premonition

Alla ricerca di ruoli che le consentano di mantenere viva l'attenzione del pubblico dopo vari tentativi nel cinema piu impegnato Sandra Bullock si ritaglia un ruolo del tipo "one woman show" impersonando la storia di un travaglio prima fisico e poi spirituale con la solita professionalita' ma anche con una partecipazione che va oltre gli standard del film di produzione. Peccato per lei che il film non la segua con la stessa decisione rimanendo indeciso tra il thriller metafisico ed il dramma a forti tinte scontentando soprattutto quelli che si aspettavano una riproposizione in chiave adulta e femminile del "sesto senso". Ed invece con un procedimento di ricostruzione a ritroso che ricorda solamente nel meccanismo l'inarrivabile "Memento" il film scorre via con facilita' e sufficiente tensione ma consuma con il passare dei minuti il suo bonus adrenalinico e soprattutto la capacita' di tenerti incollato alla poltrona. I tentativi della donna di sfuggire al destino gia' segnato assumono rilevanza solamente alla luce di una sofferenza che rimane confinata in quadro di assoluto pragmatismo e non riesce neanche per un momento ad assurgere al trascendente. Grazie ad una regia convenzionale ma di indubbio mestiere ed al cast calibrato al millimetro Premonition riesce a reggere il contraccolpo per l'occasione mancata e le aspettative deluse.

domenica, settembre 23, 2007

Il dolce e l'amaro

A differenza dei colleghi veneziani affetti da un overdose autoriale ed artefici per contro di opere che non ripagano la fiducia e soprattutto le spese del pubblico pagante Porporati vola basso e si ripropone dopo lunga pausa con una storia di formazione mafiosa che si aggiunge a quel corpus filmico che in Italia e' diventato genere cinematografico che difficilmente tradisce le aspettative. Il controaltare a queste sicurezze e' rappresentato da una certa scontatezza nella ripetizione di una sociologia che non ha piu' nulla da svelare ed uno stile recitativo mai lontano dai soliti stilemi; eppure Porporati pur non dicendo nulla di nuovo riesce a riscaldare la minestra lavorando sulle atmosfere del racconto che modella con uno stile fluido ed al tempo stesso meditativo in cui la rappresentazione della violenza e' la logica conseguenza di un percorso psicologico che non perde mai le fila del discorso e si sposa alla perfezione con le cadenze degli eventi. Un meccanismo ad orologeria infiammato dalla presenza di Luigi lo Cascio attore imprescindibile che attraversa il film senza un momento di pausa e si impone con una recitazione nervosamente ferina e con un protagonismo che rimane sempre la servizio dell'opera. Ed in un prodotto in cui non fa difetto la qualita' della confezione merita una nota di merito la fotografia espressionista di Alessandro Pesci che nella contrapposizione tra i colori accesi del paesaggio e le atmosfere notturne degli interni ripropone sul piano formale il dualismo del titolo e fornisce il paradigma emotivo in cui si muovono i personaggi della storia.

La ragazza del lago

Costruito su un impianto di genere che affonda le sue radici nella tradizione del noir europeo con venature esistenziali La ragazza del lago e' il film delle promesse mancate per la sua incapacita' di realizzare le nobili premesse. Le colpe di questo fallimento, l' ennesimo di una cinematografia senza memoria e fortemente condizionata da un apparato distributivo e mediatico che spinge verso il basso, non riguardano solo lo stile improntato a modelli televisivi e percio' a disagio con i toni chiaro scuri e le mezze verita' che caratterizzano l'apparente normalita' della comunita' sconvolta dall'orribile delitto, ma sono da individuare nella ricerca di un autorialita'a tutti i costi che vampirizza il film con una filosofia dell'ovvio ed una serie di nulla di fatto che dilatano all'infinito i tempi del racconto. Il film si appiattisce sulla figura del commissario con il cervello fino e l'animo travagliato che trasforma l'indagine in una terapia di gruppo che vorrebbe avere le atmosfere di certo cinema bergmaniano ed invece rimane schiacciata da un determinismo forzato e senza logica soprattutto nell'epilogo finale in cui tutto si risolve in maniera semplicista e fasulla. Nella parte del protagonista fa cilecca Servillo che ripropone stancamente e con una recitazione al limite del manierismo laconicita' e cadenze di quel Titta di Girolamo che lo aveva consacrato. Il resto del cast lo segue a ruota con una serie di interpretazioni senza sostanza che nulla aggiungono ad un opera che vive sull'anonimato di una regia inesistente.

I'm not There

Premiato ex equo con il premio speciale della giuria all'ultimo festival di Venezia I'm not there e' il tipico prodotto destinato a compiacere gli addetti ai lavori per quelle caratteristiche di incomprensibilita' ed arroganza che fanno tendenza negli ambienti dove la cultura e' diventata strumento di potere. Solo cosi' si possono spiegare le lodi sperticate nei confronti di un film che fa del titolo una dichiarazione di intenti e non riesce neanche per un momento ad andare oltre il mito e parlarci dell'uomo che si cela dietro la leggenda di Bob Dylan. Il paradosso diventa' piu evidente quando nel tentativo di circoscrivere l'argomento il regista con uno stile involuto e criptico imbratta la tela alternando frammenti di vita reale con personaggi e suggestioni ispirate dall'opera omnia del musicista il cui unico risultato e' quello di allontanare e confondere quelle risposte che invece dovrebbero essere i tema centrale dell'indagine . Il tentativo di sfuggire a facili categorizzazioni e l'ossessione dellìartista di preservare la propria utopia dalla normalizzazione operata dal sistema da una vita ad una serie di sentenze che suonano come una campana a morto per l'intelligenza dello spettatore e specialmente nella caratterizzazione irrisolta e neutra di Cate Blanchett risultano noiosamente ripetitive ed al limite della sopportazione fisica. Il camaleontismo psicologico del protagonista rappresentato dallo stuolo di star pronte a sacrificare il portafoglio ma non la vanita' soddisfa le esigenze del cartellone ma lascia l'impressione di una celebrazione alla carriera piuttosto che la ricostruzione di una personalita' spigolosa e sfuggente. E di fronte ad un simile resoconto alla fine e' lecito chiedersi se fu vera gloria od invece ci troviamo di fronte ad uno delle piu grandi mistificazioni della recente storia musicale: a giudicare dal film ogni dubbio e' lecito.

mercoledì, settembre 12, 2007

Reign Over Me

Se ce ne fosse ancora bisogno Reign over me conferma come i fatti dell'11 settembre siano ancora una ferita aperta non solo per il pubblico americano ma in generale per l'intero emisfero cinematografico. Solo cosi' si puo spiegare la scarsa considerazione nei confronti di un film che ha le qualita' estetiche e morali per affiancare e talvolta superare illustri predecessori. Sarebbe pero' riduttivo relegare l'opera nell'angusto recinto dei film a tema, frutto di una ecessita' contingente e modaiola. Qui la tragedia assume un respiro piu' ampio, diventando quasi laterale alla struttura del racconto che costruisce le atmosfere attraverso un sottile equilibrio di parole e silenzi ed affonda le sue radici in un esistenzialismo laico e vitale che ai voli pindalici preferisce una fenomenologia dell'anima capace di accostarsi al dolore senza cadere in ammiccamenti voyeristici o nelle soluzioni ad effetto. Diretto con mano sicura da Mike Binder (The upside unger) che firma anche la sceneggiatura e si ritaglia un piccolo ruolo (e' l'avvocato occhialuto e pragmatico che amministra le ricchezze del protagonista), corredato da una fotografia (Russ Alsobrook) crepuscolare ma calda, capace di regalarci una New York inedita e altrettanto affascinante, il film si avvale di un cast superbo su cui spiccano un attore di classe come Don Cheadle e soprattutto un Adam Sandler in versione Bob Dylan capace di valorizzare il suo ruolo con efficace sobrieta. Quando poi un film si puo permettere un cameo come quello di Donald Sutherland, giudice risoluto e vagamente luciferino non ci sono piu dubbi sul valore assoluto della visione

giovedì, settembre 06, 2007

Sicko

Il simpatico ciccione sembra aver perso la sua proverbiale irriverenza ed anche quello spirito di anarchia che aveva caratterizzato i precedenti lavori. Sara'per le accuse che gli sono piovute all'indomani della sconfitta elettorale alle ultime elezioni quando il suo stile arrembante fu giudicato controproducente alla causa liberal oppure la difficolta'a rinnovare un modello ormai usurato sta di fatto che Sicko appare come frenato nella sua azione disvelatrice rimanendo sulla superficie dei fatti e ribadendo all'infinito l'assunto inziale (esemplare la conclusione senza spiegazioni della vicenda Hilary Clinton) mentre sul lato squisitamente filmico la narrazzione appare depauperata di quei gioielli del buon umore che ti facevano comunque ricordare di essere al cinema ed insieme aiutavano a riflettere mantenendo desta l'attenzione. Tutto appare intercambiabile in una struttura che ha perso la propria identita' e potrebbe essere utilizzata per parlare indistintamente della fame del mondo o dell'ultimo disco di Eros Ramazzotti. E persino certi paradossi come il fatto che il sistema sanitario italiano non sia cosi male o che gli eroi dell'11 settembre vengano curati dall'acerrimo nemico sono serviti con le polveri da sparo ormai bagnate ed al massimo vanno bene per una discussione al Bar dello sport.

Licenza di matrimonio

La faccia di Robin Williams peraltro priva della solita espressivita' non basta ad assicurare il successo del prodotto. Questa e' la prima considerazione che emerge al termine della proiezione quando in uno sforzo gia annichilito dall'infausto evento si tenta di dare un volto agli altri protagonisti finiti nel dimenticatoio con insospettabile celerita'. E cercando di attribuirte le colpe del misfatto ci si accorge per esclusione che non c'e' nulla da salvare a cominciare dagli attori che certo sono limitati da un copione scontato e dimentico dei meccanismi del genere ma non ci mettono un briciolo di voglia e con loro l'inesistente regista forse distratto dalle pudiche grazie della cantante attrice. Una volta si diceva che il cinema americano era insuperabile nella produzione di medio livello ma dopo aver visto "Licenza di matrimonio" e' impossibile non pensare il contrario.

Il bacio che aspettavo

Convinto che il mondo non possa fare a meno di lui e consapevole di non avere piu le forze e soprattutto l'ispirazione per esercitare la professione Lawrence Kasdan ha deciso di continuare ad esserci per interposta persona imponendo ai frequentatori della settima arte l'intera progenie senza preoccuparsi di supportare il progetto con un impalcatura capace di sostenere i passi ancora incerti dei giovani apprendisti. L'agognata raccomandazione si trasforma allora in una trappola per topi in cui il giovane regista rimane incastrato e con lui l'attore bamboccio di belle speranze e la diva sfiorita intenta a risalire la china. Il distributore italiano che ha mangiato la foglia tenta di rimediare facendo leva sulle nostalgie mucciniane ma il titolo nostrano enfatizza le lacune di un film senza identita'e soffocato da una serie di personaggi che sembrano capitati per caso all'interno della storia. La ricognizione del mondo femminile rimane fortemente condizionata da una visione unilaterale e priva dell'ironia necessaria per stemperare l'atmosfera tristemente monocorde che pervade l'intera operazione.

mercoledì, settembre 05, 2007

Marie Antoinette

Sofia Coppola sembra destinata a condividere il destino di tanti figli d’arte chiamati a confermare ogni volta la propria credibilità artistica. Così dopo tanti consensi di nuovo le forche caudine del Festival di Cannes, dove la poveretta, si fa per dire, viene subissata di critiche per lesa maestà nei confronti della gloria nazionale; presuntuosa e sovrastimata sono gli aggettivi che la Croisette le regala tra la distante quanto sardonica indifferenza della giovane vittima. Finalmente sugli schermi anche noi siamo chiamati ad esprimere il giudizio su Marie Antoinette, film storico sui generis che rievoca un passaggio fondamentale della storia moderna con la sensibilità dei nostri tempi. I giorni e le ore sono scandite da una compilation musicale che spazia tra il punk e la new wave ed i protagonisti sono figli della tribù globale piuttosto che dell’antico regime. Bizzarria di un artista Newyorkese, impegnata a confermare la sua appartenenza ad un entourage artistico sempre in anticipo sui tempi o affermazione di un universo personale svincolato da regole e clichè ?. E’ probabile che entrambe le componenti abbiano stimolato la vena creativa della regista: quando prevale la matrice culturale, il film sembra guardarsi allo specchio in un estasi di compiaciuta autostima, mentre colpisce nel segno quando lascia il campo ad uno sguardo delicato ed insieme capace di evocare dall’interno la complessità di un mondo femminile in continua trasformazione, tra solarità adolescenziali ed improvvise zone d’ombra. La fotografia di Lance Acord( Adaptation,The Dangerous Live of the Altar Boys, Lost in translation) riesce a far percepire lo scorrere del tempo in un mondo altrimenti immobile e contribuisce a destabilizzare la classicità della ricostruzione storica. Marie Antoinette nonostante qualche passo a vuoto porta a casa il risultato, confermando le qualità di un talento capace di camminare sulle proprie e sufficientemente presuntuoso per continuare a perseguire un percorso artistico tanto periglioso quanto originale. PS Perchè Kirsten Durst nei film della Coppola perde quell’aria insulsa ed ordinaria, trasformandosi in una sirena voluttuosa ed irraggiungibile?

martedì, settembre 04, 2007

Paradiso + Inferno

A partire dai 70, le tematiche legate alla tossicodipendenza hanno offerto al cinema nuove possibilità di interpretazione del reale. La sistematicità della loro riproposizione hanno creato un genere cinematografico molto amato dagli addetti ai lavori che in esso hanno trovato la possibilità di esprimere l’intera gamma creativa e di esorcizzare i propri fantasmi personali. Su questa scia si inserisce il lavoro del regista australiano Neil Armfield che al suo esordio sfoggia tutti i clichè del genere, adattando per lo schermo il best-seller (nel suo paese) “Candy” dal nome della giovane protagonista qui replicato dall’insulso binomio “Paradiso + Inferno”. Segnati da un esperienza famigliare che è alla base della loro inadeguatezza, i due protagonisti trovano nella tossicodipendenza il collante della loro relazione.; il film li presenta come angeli caduti intenti a confermare la propria condizione in squallide stanze di periferia e nei santuari del senso a pagamento, alimentando un ghetto esistenziale che assomiglia ad un tunnel senza uscita. Nostalgie da paradiso perduto lasciano il posto a tormenti senza estasi tra crisi di astinenza ed i letti sfatti dagli afflati amorosi. Il regista mette a frutto i trascorsi teatrali, puntando tutto sulla presenza degli attori, vero punto di forza dell’intera operazione. Perfettamente calati nel ruolo, riescono a far vivere sullo schermo l’intimità del loro sentimento e l’incapacità di dare una svolta alla loro vita.; e se Heath Ledger continua un percorso attoriale coerente e mai scontato, Abbie Cornish si impone con una recitazione insieme fisica ed emotiva, per un personaggio che lotta con tutte le sue forze per tenere in vita il suo sogno d’amore. Rivolto al pubblico dei più giovani, il regista evita di soffermarsi sugli aspetti più crudi della vicenda, preferendo un taglio poetico che fa assomigliare il film ad una versione acida di Romeo e Giulietta, ma allo stesso tempo, quasi avesse paura di seguire il suo scopo fino in fondo, ne appesantisce la visione con una fenomenologia della dipendenza che anestetizza l’impatto emotivo della storia. La confezione non riesce da sola a riscattare un insipienza di fondo che relega il film ad un giusto anonimato.