Quando Skully entra nella casa/ufficio di Mulder, una specie di ectoplasma schiacciato dalla solita galleria di fantasmi personali, supplicandolo a rientrare in servizio per risolvere l'immancabile mistero (indagare sulla scomparsa di un agente dell'FBI che vediamo sparire per mano di due loschi individui) ci siamo detti: "meno male che l'ha fatto"...che l'affascinante patologa,ormai restituita alla sua professione, sia riuscita a buttarsi indietro un passato doloroso e complicatissimo per tornare dall'uomo che ama e ricominciare dove tutto era finito; ed invece con il passare dei minuti ci si rende conto che Mulder aveva ragione; che la sua voglia di farla finita con la caccia alle streghe nasceva dalla consapevolezza di non poter aggiugere nulla di nuovo rispetto a quanto già detto in precedenza; che la necessità di credere nelle realtà alternative (I WANT TO BELIEVE recita il famoso poster con l'UFO in primo piano) stava diventando una favola nera capace di ingurgitarlo in una spirale infinita di ossessioni ed emarginazione. Peccato che nessuno abbia voluto credere alla sua voglia di solitudine, costringendolo nuovamente in una dimensione di protagonismo che non gli appartiene più e soprattutto peccato che il mitico Chris Carter si sia convertito a mammona ed abbia messso in piedi questo spettacolo raffazzonato e senza mordente, per lucrare ancora qualche soldo alle spalle del mitico duo. A mancare, oltre alle idee, è la voglia di continuare a stupire e la stanchezza di una coppia, di attori e di personaggi, costretta a frequentarsi dentro e fuori dal set per almeno una decade. Nonostante le buone intenzioni, almeno da parte dei due protagonisti(a Carter non possiamo concedere nessuna scusante)che al di fuori del successo televisivo non hanno lasciato memoria sugli schermi cinematografici e magari tentano il loro asso nella manica con un rilancio in grande stile, e la benevola predisposizione degli aficioandos, disposti a chiudere un occhio sul valore della paerformance, il nuovo capitolo di X-FILES non riesce a portare a casa il risultato. Il rinnovato connubio non produce le variazioni chimiche necessarie a rinvigorire una storia che sposta la detection dal mistery al realismo cronachistico, con una serie di riferimenti che rilanciano in maniera scontata alcuni temi di strettissima attualità (il contrasto tra scienza e fede,la biogenetica, la sperimentazione medica ed anche la politica in senso stretto con il faccione di Bush ripreso in primo piano mentre il tema musicale della serie lo propone in maniera grottesca come il nemico pubblico della nazione americana)ma fiaccano il meccanismo della suspence, riducendo il racconto a pura routine televisiva. Il paesaggio della provincia americana immerso nella neve sullo stile di FARGO, le facce monocordi dei due protagonisti e una tensione erotica tutta mentale, eternamente giocata sul contrasto di orizzonti diversi eppure uguali, una serie di situazioni che sembrano appartenere al campionario del cinema WEIRDO (ad un certo punto vediamo un cane con due teste e poi, in uno scenario da Frankestein de noantri, assemblaggi tra teste maschili e corpi femminili) sono gli ingredienti di un performance che non riesce a soddisfare tanta attesa.
Una delle cose migliori che ci possa capitare in questo sito è che qualcuno accetti di scrivere le sue impressioni su un film che ha amato; la cosa è ancora più lieta quando chi lo fà, come nel caso del nostro odierno recensore, è una persona che condivide le coordinate esistenziali della nostra esistenza. L'augurio che possiamo farci è che queste considerazioni siano foriere di successive frequentazioni..e perchè no di nuove passioni cinematografiche.











Central Park: Seduta su una panchina insieme ad una amica, una ragazza afferra lo spillone che le regge i capelli e se lo conficca in gola.
Matteo Garrone, a mio avviso, il miglior talento in circolazione (insieme a P. Sorrentino) nel panorama registico italiano, autore di 2 tra i film nostrani più belli degli ultimi dieci anni: L'IMBALSAMATORE e PRIMO AMORE, torna con questo adattamento cinematografico tratto dall'omonimo lavoro letterario di Roberto Saviano.
Louis Schneider è un poliziotto dall'anima strapazzata, maltrattato dalla vita, che annega la sua disperazione nell'alcool cercando di scacciare i suoi incubi e i suoi rimorsi.
Gianni Zanasi e' tornato, finalmente. 
La sceneggiatura di Juno, scritta da Diablo Cody, ha vinto l'oscar 2008 come miglior script originale. Basti questo per convincere il pubblico a regalarsi un'ora e mezza di divertimento, in un film dove ilarita' e riflessione sono intrecciate con delicatezza.
Dopo 
La zona è il nome di un quartiere residenziale di una città senza nome ma assimilabile per i connotati di povertà ed anonimato a quelle che popolano il sud del mondo. Al suo interno vive una comunità che si è sottratta alla violenza degli indigenti ed alla corruzione degli organismi statali, grazie ad uno status speciale che gli assicura il privilegio di amministrarsi secondo regole proprie e fintanto che nessun fatto di sangue si verifichi al suo interno. La sua presenza difesa da un muro di cinta sormontato da filo spinato e sorvegliato da telecamere perennemente accese ne fanno un bunker inaccessibile e per i fortunati abitanti il luogo ideale per una vita asettica e sicura. In una serata umida e piovosa il destino decide di rimettere tutto in discussione, permettendo a tre balordi di introdursi all'interno della proprietà e dare vita ad un furto che si conclude in un bagno di sangue.
Rodrigo Plà, regista messicano evita la retorica del raccontino sociologico, e ci presenta uno scenario a dir poco apocalittico, dove tutto è già accaduto: le disfunzioni di un mondo incapace di assicurare la dignità ed il diritto alla vita dei suoi abitanti non sono il frutto di un enunciazione pamplettistica inserità all’interno del racconto, ma si deducono dai comportamenti dei personaggi e dal modello di vita che si sono scelti. La Zona rappresenta in questo senso un modello di società orwelliana impostata sul controllo e sulla paura. Un sistema che si regge su un illusione di diversità che viene meno quando, per evitare di far trapelare l’accaduto, i nostri accettano il ricatto del funzionario della Polizia che minaccia di denunciare l’accaduto e poi reagiscono con una violenza che li macchia dello stesso peccato di quei desaparecidos dai quali erano fuggiti. E sarà proprio l’incontro con quella diversità, che nel film è sintetizzata dal rapporto tra il giovane
(di ETHAN)
Colpo d’occhio è un film sul desiderio che nasce dallo sguardo e sulla follia che si produce quando non si riesce a soddisfarlo. Nella vita dei due protagonisti la capacità di vedere si traduce in un estasi istantanea che fa la differenza: collegati al mondo dell’arte per opposti talenti, i due non avrebbero niente da spartirsi sul piano umano se il destino non li scegliesse per interpretare una tragedia moderna che rivisita il mito faustiano nella scellerata alleanza tra il professor Lulli (Rubini ancora una volta alle prese con un personaggio sgradevolissimo), mefistofelico critico d’arte e Adrian Scala (Scamarcio) , scultore in cerca di successo.
Il sodalizio di un mondo in cui il mecenate è piu importante dell’artista e dove il valore di un opera può fare a meno delle sue qualità estetiche (ma non della raccomandazione: è questo il male del cinema italiano?) si rivela un gioco al massacro orchestrato dal critico per riconquistare la bella Gloria (molto brava Vittoria Puccini), un tempo sua protetta ed amante, ed ora compagna dell’ignara vittima. Un mito universale che Rubini mette in scena tenendosi lontano da inutili alambicchi e dando corda ad un cinema spietatamente umano ma capace anche di tradurre sul piano delle immagini i significati della storia. Il film è infatti attraversato da un movimento interno “Ascendente”, che dal particolare definisce il tutto e che ricalca il modus operandi dei due protagonisti costruttori di certezze basate su dettagli impercettibili: la cinepresa che si concentra su un singolo elemento e poi si allarga fino a comprenderlo nell’ambiente (i mdm sono fluidi e come l’eyes wide shut del titolo si chiudono e si aprono, spaziando tra primi piani ravvicinatissimi a panoramiche ad ampio respiro),
i luoghi della storia che inizialmente appartengono ad una geografia anonima e provinciale per poi trasferirsi a quella conosciuta e glamour delle grandi metropoli (Roma Berlino Venezia), l’orizzonte geografico ed esistenziale dei due innamorati prima minimalista (la casa di campagna a lungo disabitata e la mostra di provincia)e e poi, suo malgrado eccessivo e pieno di cose (l’attico romano al centro di Roma per non parlare della Biennale di Venezia) sono il riflesso di questa progressione. Notevole è anche la dialettica dei personaggi, quasi allo specchio quelli di Rubini e Scamarcio per la loro incapacità di gestire le occasioni che il destino gli offre e quello della Puccini, musa su cui entrambi convergono e sintesi, per la trasparenza delle sue scelte, di quello che gli altri due non sono. Rubini, più interessato all’ambivalenza dei comportamenti umani che alle meccaniche del thriller (l’angoscia deriva dal conoscere in anticipo quello che sta per accadere sullo schermo), riesce a tirar fuori dai suoi personaggi tutta la gamma dell’umana debolezza e costringe lo spettatore a confrontarsi con quella. Insomma un cinema di sostanza che non rinuncia alla confezione (la musica è quella del Depalmiano Donaggio) ma soprattutto alla irrinunziabile emotività del mezzo cinematografico. Bravo Rubini, autore senza spocchia.