domenica, agosto 17, 2008

X-FILES: voglio crederci

Quando Skully entra nella casa/ufficio di Mulder, una specie di ectoplasma schiacciato dalla solita galleria di fantasmi personali, supplicandolo a rientrare in servizio per risolvere l'immancabile mistero (indagare sulla scomparsa di un agente dell'FBI che vediamo sparire per mano di due loschi individui) ci siamo detti: "meno male che l'ha fatto"...che l'affascinante patologa,ormai restituita alla sua professione, sia riuscita a buttarsi indietro un passato doloroso e complicatissimo per tornare dall'uomo che ama e ricominciare dove tutto era finito; ed invece con il passare dei minuti ci si rende conto che Mulder aveva ragione; che la sua voglia di farla finita con la caccia alle streghe nasceva dalla consapevolezza di non poter aggiugere nulla di nuovo rispetto a quanto già detto in precedenza; che la necessità di credere nelle realtà alternative (I WANT TO BELIEVE recita il famoso poster con l'UFO in primo piano) stava diventando una favola nera capace di ingurgitarlo in una spirale infinita di ossessioni ed emarginazione.
Peccato che nessuno abbia voluto credere alla sua voglia di solitudine, costringendolo nuovamente in una dimensione di protagonismo che non gli appartiene più e soprattutto peccato che il mitico Chris Carter si sia convertito a mammona ed abbia messso in piedi questo spettacolo raffazzonato e senza mordente, per lucrare ancora qualche soldo alle spalle del mitico duo. A mancare, oltre alle idee, è la voglia di continuare a stupire e la stanchezza di una coppia, di attori e di personaggi, costretta a frequentarsi dentro e fuori dal set per almeno una decade. Nonostante le buone intenzioni, almeno da parte dei due protagonisti(a Carter non possiamo concedere nessuna scusante)che al di fuori del successo televisivo non hanno lasciato memoria sugli schermi cinematografici e magari tentano il loro asso nella manica con un rilancio in grande stile, e la benevola predisposizione degli aficioandos, disposti a chiudere un occhio sul valore della paerformance, il nuovo capitolo di X-FILES non riesce a portare a casa il risultato. Il rinnovato connubio non produce le variazioni chimiche necessarie a rinvigorire una storia che sposta la detection dal mistery al realismo cronachistico, con una serie di riferimenti che rilanciano in maniera scontata alcuni temi di strettissima attualità (il contrasto tra scienza e fede,la biogenetica, la sperimentazione medica ed anche la politica in senso stretto con il faccione di Bush ripreso in primo piano mentre il tema musicale della serie lo propone in maniera grottesca come il nemico pubblico della nazione americana)ma fiaccano il meccanismo della suspence, riducendo il racconto a pura routine televisiva. Il paesaggio della provincia americana immerso nella neve sullo stile di FARGO, le facce monocordi dei due protagonisti e una tensione erotica tutta mentale, eternamente giocata sul contrasto di orizzonti diversi eppure uguali, una serie di situazioni che sembrano appartenere al campionario del cinema WEIRDO (ad un certo punto vediamo un cane con due teste e poi, in uno scenario da Frankestein de noantri, assemblaggi tra teste maschili e corpi femminili) sono gli ingredienti di un performance che non riesce a soddisfare tanta attesa.

L'uomo che amava le donne

Una delle cose migliori che ci possa capitare in questo sito è che qualcuno accetti di scrivere le sue impressioni su un film che ha amato; la cosa è ancora più lieta quando chi lo fà, come nel caso del nostro odierno recensore, è una persona che condivide le coordinate esistenziali della nostra esistenza. L'augurio che possiamo farci è che queste considerazioni siano foriere di successive frequentazioni..e perchè no di nuove passioni cinematografiche.
NICKOFTIME

L’uomo che amava le donne

(di Marcello)
Sono stato sollecitato a scrivere queste brevi considerazioni su “L’uomo che amava le donne” da un caro amico, appassionato di cinema, il quale vuol forse prendersi gioco di me e della mia inadeguatezza nel ruolo di critico del grande schermo; dopo una iniziale esitazione ho tuttavia deciso di stare al gioco ed ecco, senza ordine e soprattutto senza alcuna velleità di giudizio, alcune impressioni sul lavoro di Truffaut.
Nel film il passaggio da una scena all’altra è repentino, talora così brusco da disorientare chi si aspetta il fluido dipanarsi di una curiosa vicenda umana. Dinanzi a ciò che sembra l’incompleto montaggio delle riprese rinvenute in uno dei cassetti di Betrand all’indomani della sua morte, l’attenzione dello spettatore è attratta ancor più dalle immagini che, si presume, manchino all’appello. Charles Denner si muove in uno sfondo caratterizzato da una luce opaca, con tonalità che paiono sfumare verso toni del giallo e del verde e che avvalorano l’ipotesi del filmato amatoriale. Egli non è alla ricerca di una stabilità sentimentale e rifugge tanto dal menage familiare quanto dalla chiassosa compagnia degli amici: l’equilibrio che è costretto a studiare con i modellini di aereo in laboratorio, Bertrand lo ritrova nella vita privata, alla guida della sua Alfa Romeo, alla ricerca di un nuovo paio di belle gambe da aggiungere alla sua collezione.

Il fascino delle donne di Bertrand è accresciuto dall’autenticità dei loro corpi, da quei piccoli difetti che ne esaltano il sex-appeal allontanandole dallo stereotipo di bellezze irraggiungibili. Dinanzi alla loro femminilità qualunque uomo, almeno per una volta, vorrebbe essere Bertrand, vivere una stagione di sregolatezza con la quale allontanare lo spettro di un’esistenza ordinata, composta, ma proprio per questo terribilmente grigia.

Mi sono chiesto se Bertrand sia stato felice e sono giunto alla conclusione che sicuramente non è stato più infelice di altri: non solo ha fatto ed ottenuto ciò che cercava, ma gli è stato risparmiato il decadimento che lo avrebbe prima o poi trasformato in un riprovevole vecchio vizioso. Il protagonista abbandona la scena prematuramente, ma da eroe, alla vigilia di un’ennesima “battuta di caccia”. Per lui l’onore delle armi da parte di un’interminabile corteo di donne, fra di loro assai diverse, ma accomunate dal rimpianto nei confronti di chi, cambiando la compagna ogni sera, ha dimostrato un amore commovente e smisurato verso il genere femminile.

venerdì, agosto 15, 2008

Film in sala venerdi' 15 agosto

Identikit di un delitto
regia: Andrew Lau
genere: azione
prod.: USA

lunedì, agosto 11, 2008

Il treno per il Dajerleeng

Il treno per il Dajerleeng è un film di opposte tendenze non solo nelle immagini che alternano momenti di stasi, emblematicamente rappresentate dallo sguardo tenero ed un po’ catatonico dei tre protagonisti a quelle del movimento, con il treno colorato come uno yellow submarine che ne costituisce una costante, presente fin dal titolo e poi all’interno della storia dall’uso continuo dei rallenti che ne enfatizzano la componente catartica e liberatoria, ma anche nel paradigma di essere o non essere che caratterizza i personaggi e le loro azioni: chiamati a recitare un ruolo che non gli appartiene – il patriarca, il padre, il marito, i tre personaggi reagiscono dando vita ad una serie di piccole fughe e micidiali ritorni, a cui contribuiscono in egual misura gli incidenti della vita e quelli messi in atto con l’aiuto delle miscele di alcool e barbiturici che i tre ingollano a cadenza regolare.
Il padre, la madre, la fiducia, l’amicizia, i legami parentali sono segni di valenza opposta, presenze e assenze che agiscono in un continuo divenire dove la vita e la morte appartengono ad un processo di consapevolezza e di definizione di sé che no finisce mai. E come in un 68 parigino a cui alludono i riferimenti culturali e musicali (la Francia nelle musiche e nel prologo ma anche i riferimenti all’altrove indiano) ma soprattutto il progressivo smarcamento dalle figure parentali i tre fratelli realizzeranno un percorso di emancipazione in cui non mancheranno delusioni e dolore ma anche la vitalità scanzonata di chi ha fatto pace con se stesso. La pop art cinematografica di Andersonn si conferma all’altezza delle attese colorando la tela delle immagini con lo stile surreale delle sue composizioni, in cui losballo psichedelico delle immagini si unisce alla stravaganza picareresca dei suoi personaggi, dando vita ad un mondo in cui i riferimenti reali perdono il loro significato primario per diventare gli strumenti dello sberleffo e del non sense che si oppongono alla crudezza della vita. In questo senso l’India, per il suo tripudio di colori ma anche per le sue contraddizioni, impossibili ma reali, è lo scenario ideale di un opera in cui la fluidità visiva (sintetizzata dalla sequenza finale del treno in movimento) e l’inconsistenza del suo tessuto narrativo rappresentano insieme la forza ed il punto debole di questo film.

Interview

Interview è il titolo della famosa rivista americana creata da Andy Warhol per dare voce alle icone del mondo dello spettacolo americano. Uno spazio immaginifico eppure reale dove l’immaginario popolare concepito sulla metrica di quello mediatico e spettacolare si legava a quello personale e privato delle “Star di consumo”. Interview è anche un primo film di una trilogia scritta e diretta da Teo Van Gogh, l’iconoclasta regista olandese, ucciso da un militante islamico per la sua presunta irriverenza nei confronti della religione coranica. Infine Interview, ultimo atto di questo breve excursus monotematico è insieme il remake del film olandese, diretto ed interpretato (insiema a Sienna Miller) da Steve Buscemi ed anche la sintesi tra la frivolezza del modello cartaceo menzionato all’inizio dell’esposizione, in cui l’intervista era l’occasione di un ulteriore spettacolo e quello militante (e perciò serio) del cineasta europeo. Paradossalmente il doppione americano, oltre a garantire una notorietà inaspettata e forse una nuova vita alle opere dell’artista defunto ( è ancora una volta lo strumento mediatico a leggittimare l’esistenza degli oggetti) conferisce alla storia un surplus di significato che amplifica la sovrapposizione tra cio che vediamo e cio che è.
Se infatti lo strapotere dello strumento tecnologico e mediatico, facitore di senso ma anche simbolo di un umanità incapace di rapportarsi con se stessa senza la presenza di un agente esterno (nel film i protagonisti sembrano derivare da qualcos’altro: una telecamera, una persona, un computer, la televisione, una soap opera, il cellulare) non puo trovare migliore rappresentazione nella realtà americana, lo stesso accade anche per l’icona divistico e sessuale che Sienna Miller si porta con sé e che sembra corrispondere fino all’ultimo al suo corrispettivo filmico, un attrice con un successo da rotocalchi e film commerciali, impegnata a promuovere se stessa sulle pagine impegnate del giornale per cui lavora il riluttante giornalista (il suo direttore gli ha assegnato l’incarico dopo aver scoperto che i suoi articoli di politica internazionale erano gonfiati con dettagli inesistenti) che la deve intervistare.. Tutto sembrebbe scontato ma gli stereotipi iniziali- lei bella e stupida/lui colto ed intelligente saranno ribaltati nel corso di una nottata (l’iniziale distacco tra le parti in causa si trasformerà in un momento esperienziale che assomiglierà ad un resoconto psicanalitico) che sembrerebbe riconfermare il relativismo del motto “nulla è come sembra”. Simile al teatro, che il film ricalca nel rispetto delle sue dinamiche interne (unità di luogo/tempo/spazio) Interview diventa puro cinema quando la cinepresa si incolla alle figure che occupano la scena per restituire al corpo la sua posizione di privilegio e relegando il resto (i discorsi, le argomentazioni, le prese di posizione) ad un essenzialità completare ma non necessaria. Di fronte al fascino seducente ed al corpo peccaminoso della bella protagonista non esiste alternativa se non assumersi il rischio di venirne surclassato. Un ultimo tango a New Jork che ci ferma sul più bello per dispensarci una visione del mondo dove non c’è posto per i teneri di cuore.

In amore niente regole

"Letherheads" è il titolo originale di questa commedia dai toni farseschi che prende a prestito un background sportivo e tutto maschile come quello legato alle vicissitudini di una squadra di Football americano agli arbori del nascente sistema professionistico, per rinverdire un genere caro all’Hollywood dei tempi d’oro come quello della "guerra dei Sessi" aggiornando la mitica coppia Tracy/Hepburn con la meno carismatica per colpa di lei Clooney/Zelwegger e dando vita ad una storia che vede lo smaliziato ed ormai maturo Jack e lo sbarbino sulla cresta dell’onda, uniti da un maschilismo bambinesco ed un po’ ottuso, ma separati da una carriera che scorre su binari diversi, impegnati a contendersi, a suon di swing e scazzottate, l’amore della bisbetica giornalista che li segue per immortalare le imprese del giovane fenomeno, diventato una leggenda per un impresa guerresca di incredibile coraggio.
Se la classicità del Clooney attore è fuor di discussione per un telento così naturale da farci dimenticare che il cinema è innanzitutto finzione, così non accade per il suo alter ego registico che al terzo tentativo, forse il più difficile per le distanze antropologiche che ci separano da quegli indimenticabili prototipi, riesce a restituire la superficie sofisticata ed a tratti anche la spensieratezza della grande commedia americana, ma fallisce nel tentativo di penetrare i meccanismi che l’anno resa indimeticabile: i dialoghi fitti di umorismo ed intelligenza, la voglia di trasgredire con il sorriso sulle labbra ma soprattutto la capacità di trasformare un ensemble eterogeneo in un meccanismo ad orologeria lasciano il posto ad un film che è più attento al rispetto filologico ed alla mimesi delle sue componenti piuttosto che all’incarnazione di quegli stilemi. Ad aumentare i rimpianti ci si mette anche la scelta di un corrispettivo femmile che sembra più dettata da motivi di amicizia che artistici. In definitiva “In amore niente regole” si mantiene coerente con le scelte personali ed anticommerciali del suo autore, ma si prende una pausa dal rigore cinematografico che aveva caratterizzato le sue ultime apparizioni.

Riprendimi

L’incipit iniziale suona quasi come un presagio durante la fruizione del film: d’apprima non ci si bada, cercando di interessarsi alla sua storia, cosa difficilissima per tutti coloro che ogni settimana si dedicano, con volontà autopunitiva alla visione del cinema italiano contemporaneo, caratterizzato come non mai da un overdose nevrotica e sentimentale che alterna in maniera schizzofrenica scenari da romanzo rosa ad impaludamenti pseudo bergmaniani, poi, colti da una noia che si mischia allo stupore per l’insulso sviluppo degli eventi, quella frase sembra l’unica cosa che giustifichi l’operazione.
Infatti non è l’implorazione della protagonista, lasciata su due piedi da un marito stufo della routine familiare ed alla ricerca di qualcosa che torni ad ispirare la sua arte (entrambi lavorano nel cinema: lui fa l’attore lei la montatrice) ma l’atto di riprendere come fosse un “tranche de vie” quella situazione a fornire il senso del film. L’idea del cinema nel cinema corredato da tutto l’apparato metacinematografico così come l’uso di uno stile che oltre a fare il verso alla novelle vague francese, sciorina tutto, ma proprio tutto il campionario del cinema indipendente americano (è la cosa ha funzionato visto che il film è entrato nel prestigioso cartello del festival di Robert Redford) è imbrigliato all’interno di un contenitore fintamente pauperistico ed invece dotato di quell’eleganza piaciona che sicuramente non deluderà l’immaginario consumistico e modaiolo ma avvilisce quasi subito le speranze di una presunta diversità. Se la Negri voleva dimostrarci di conoscere a memoria i manuali dei fratelli Lumiere ci è riuscita. Se invece, e questo noi crediamo, voleva convincerci di averne imparato la lezione “Rimprendimi” non riesce a passare l’esame e rimanda la sua autrice a tentativi meno pretenziosi.

Non pensarci

Torna Andrea Zanasi dopo un decennio di latitanza e almeno due film che ci erano rimasti nel cuore (Nella mischia, A domani) per raccontare ancora una volta una storia di passaggio, una specie di linea d’ombra sentimentale e tragicomica imperniata sulle vicissitudine di uno strampalato ed inconcludente chitarrista, che ha la faccia, o sarebbe meglio dire la maschera di Valerio Mastrandrea, impegnato in un difficile quanto salutare revival familiare. Ed anche questa volta, a dispetto dell’anagrafe e di un evidenza che sembrebbe dire il contrario, Zanasi ci mette di fronte ad un umanità che affronta i problemi della vita con lo stupore, lo smarrimento ma anche la leggerezza dell’universo adolescenziale per tratteggiare un percorso di liberazione e di crescita che assomiglia ad una resa dei conti surreale e per nulla scontata, fatta di alti e bassi, di momenti felici e di occasioni perdute, a volte crudele ma in fin dei conti necessaria alla vita.
Tutto il film è giocato sulle facce e sui corpi dei personaggi; più della trama, che in fin dei conti non dice nulla di nuovo sull’ ipocrisia dei rapporti familiari e sulle solite delusioni generazionali, conta il modo con cui il regista si serve degli attori per rappresentare queste situazioni. E’ dà li, dal contrasto tra le dimensioni pantagrueliche ma vitali del fratello sull’orlo di una crisi di nervi interpretato da Battiston e quello segaligno ed ossuto del protagonista, da quello sensuale e materno della puttana santa di Caterina Murino, a quello androgino ed asessuato di Anita caprioli, una sorella che è una specie di stella polare attorno alla quale ruota il resto della ciurma, che il film prende quota. Ma il film non potrebbe essere tale se non ci fosse la presenza Monstre di Valerio Mastrandrea, interprete perfetto di un simpatico idiota che in qualche modo sembra aggiornare in chiave fumettistica (la sua fisicità è una via di mezzo tra lo Zanardi Pazienziano ed il Lucky Luke Bozzettiano) lo studente perdigiorno di “Tutti giù per terra” grazie ad una recitazione di grande spontaneità. Ed è proprio quest’area da fumetto in carne ed ossa che il film assume dal suo protagonista a rendere “Non pensarci” qualcosa in più di un semplice divertissment, ma anche, e ci verrebbe da dire “meno male” in meno di un film autoriale.

Indiana Jones

Steven Spielberg è un regista da sempre impegnato a superare i limiti della propria vicenda personale. E’ accaduto da subito in film come "Duel" e "Lo squalo", in cui le forme di una paura archetipa e primordiale mascheravano il tentativo di emanciparsi dai fantasmi di un quotidiano segnato da intolleranza e solitudine, presente nell’atmosfera claustrofobica e minacciosa che caratterizzava quelle storie e linea d’ombra per una riappacificazione personale e collettiva che nel dittico extraterrestre("Incontri ravvicinati" ed "E.T."), si traduceva nell’apertura verso il mondo, inteso come territorio senza confini, patria universale di tutti gli essere, umani e non, e dal punto di vista cinematografico definivano uno sguardo capace di mostrare la straordinaria ricchezza di quella scoperta. La ritrovata fiducia nelle umane sorti, a cui non deve essere stata estranea l’euforia edonistica dei primi anni 80’ sfociò nell’overdose espositiva di Indiana Jones, in cui Spielberg mostra al massimo grado la capacità di fondere memoria ed attualità, di riuscire a collegare la tradizione del cinema classico con le opportunità delle nuove tecniche cinematografiche.
Le capacità di parlare per immagini viene affiancata da una fluidità narrativa che tiene conto delle accelerazioni imposte dalla moda imperante del video clip. In questo senso Indiana Jones rappresentava perfettamente l’euforia di un periodo storico dove la rappresentazione del male scaturiva più dalle capacità di immaginazione che dall’eco di eventi bellici pressochè assenti, e soprattutto il punto di non ritorno di un talento che avrebbe sentito la necessità di allontanarsi da quella giovinezza per lasciare spazio ad opere di impegno storico e civile (Amistad, Shindler’s list, Munich). E’ quindi inevitabile che il quarto episodio della saga, costruito sulla falsa riga dei precedenti, con buoni e cattivi impegnati nella caccia dell’arcano tesoro, mostri tutti i limiti di un aggiornamento che deve fare i conti con un passato che gli ha tolto ogni sorpresa ed una sceneggiatura che non riesce a valorizzare il realismo di un repertorio acrobatico ed effettisticocome sempre all’avanguardia. La capacità di lavorare sul genere “contaminadolo” con i tempi e le battute della slap stick comedy così come il velato erotismo che si accompagnava alla ruvida galanteria dello sciupafemmine dal cuore d’oro lasciano il posto ad uno spettacolo che procede come un video game (le tappe per arrivare al tesoro costituiscono i diversi livelli di difficoltà), di cui il giocatore/spettatore conosce in anticipo le mosse. Anche il sorriso da simpatica canaglia che era stato il marchio di fabbrica dell’attore/personaggio e che da solo costituiva il senso del film, mostra i segni della lunga militanza, mentre il personaggio di Shia Lebouf, la novità che il film vorrebbe proporre anche in vista di un passaggio di consegne che l’ultima scena (di un posticcio quasi imbarazzante) sembrebbe smentire, risulta troppo debole, non solo in termini di scrittura ma anche sotto il profilo della fisicità attoriale, per fare da contraltare all’indomito leone. Una malinconica nostalgia, resa attraverso una fotografia morbida e continuamente inframezzata da ombre che sembrano venire da un epoca lontana, è il sentimento che più di tutti si lega ad una riproposizione di cui francamente non si sentiva la necessità.

Quando tutto cambia

Il personaggio interpretato da Helen Hunt è quello di una donna arrivata ad un bivio. Da una parte continuare a vivere con un marito adolescente ed incapace di sostenere il suo ruolo coniugale, e dall’altra seguire l’istinto del suo orologio biologico che le impone drastiche decisioni, come quella di restare incinta del figlio che lei desidera sopra ogni cosa, ed in maniera meno velata ma non meno urgente decidere cosa fare della sua vita. La sua faccia, pallida e sciupata ci dice di un esistenza infelice, vissuta in secondo piano rispetto all’umanità che la circonda e di cui si occupa e che sembra ignorarla per via di quel modo di fare contrassegnato da un understatement naturale.
Nel film tutto ciò occupa lo spazio necessario a creare i presupposti di un cambiamento lungo e doloroso, contrassegnato da sorprese insieme belle ma anche dolorose, che la protagonista attraverso dapprima con lo smarrimento e le nevrosi che abbiamo imparato a conoscere nel cinema di Cassavetes (qui punto di riferimento imprescindibile) e poi con la consapevolezza di una pienezza esistenziale finalmente raggiunta. Helen Hunt costruisce la storia in maniera essenziale con un lavoro di sottrazione che investe non solo gli attori, contenuti nei loro estri (la redivivaBetty Midler, simpatica ed insolitamente sobria) così come nella tendenza a mettersi in disparte (Colin Firth finalemente in un ruolo dove deve mostrare un certo temperamento) ma anche gli ambienti, ritagliati sui protagonisti da cui sembrano acquistare una dimensione di lateralità, con quegli scorci della città newjorkese, appartati e lontani dall’iconografia ufficiale, una specie di terra di mezzo illuminata da un sole malato e scandita da ritmi che appartengono all’america di provincia. Dietro la finzione traspare una messa a nudo sofferta ma sincera in cui il riconoscimento delle proprie radici culturali (siamo in pieno yddish newyorkese) convive all’interno di una esperienza personale che rivendica la propria automia. Senza proclami e con un battage pubblicitario ridottissimo la Hunt realizza un viaggio personale e collettivo che ci riguarda da vicino ed in cui ognuno si può ritrovare a patto di riconoscere gli alti e bassi della propria umanità

Sanguepazzo

Sanguepazzo è un film che non passa inosservato non solo per una presenza divista (Bellucci e zingaretti), che, per quanto discutibile ed in parte derivata da fortune extracinematografiche, è fisicamente debordante e quasi fisiologica ad un informazione specializzata sempre più attratta dal luccichio della confezione, ma soprattutto per il coraggio di ritornare a parlare di un periodo che oggigiorno tutti sembrano aver dimenticato, per la superficialità o la convenienza con cui quegli avvenimenti vengono manipolati, ed ancora una volta stravolti, a favore delle situazioni contingenti. Uomini ed idee che sembrano non appartenere più a nessuno, tanta è la voglia di dimenticare o di ricordare nella maniera meno sconveniente, e che qui ci vengono riproposti con quelle contraddizioni che sono tipiche innanzitutto degli esseri umani e poi, forse delle ideologie che si scelgono. La storia di Luigi Valenti e della Ferida, massimi interpreti di un divismo cinematografico che a dire il vero non lascio opere memorabili, sono i protagonisti di un film che ha una duplice lettura.
La prima fa riferimento ad un genere cinematografico come il melodramma che trova nella biografia dei due protagonisti, la cui reciproca dipendenza (molto più forte e mortifera di quella provocata dall’abuso di droghe e psicofarmaci, di cui i due furono sfrenati consumatori), va vista quasi a ribadire i codici di questi film nella reciproca attrazione per le caratteristiche di segno opposto, il soggetto ideale a cui applicare gli umori discontinui ed appassionati, gli slanci e le cadute, le fughe e gli eterni ritorni che sono da sempre le caratteristiche dell’amor fou. La seconda invece si rivolge alla storia, cercando di ricostruire il ventennio, attraverso una sintesi dei momenti più significativi che tiene conto del punto di vista di personaggi ed in questo senso ci offre una prospettiva della guerra che si allontana dalle normali rappresentazioni: lontani dai campi di battaglia, ma anche dalle contrapposizioni politiche, Valenti e la Ferida vissero quei momenti attraverso la lente deformante del loro successo e di un mondo che , nonostante tutto continuava a farli sentire immuni dalla tragedia che si stava compiendo. Giordana traduce queste due componenti, privilegiando gli aspetti melodrammatici, resi attraverso una luminosità contrastata, in cui i colori accesi delle figure si contrappongono alle oscurità dei contorni, per dare vita ad un immaginario barocco che si riallaccia a Visconti, ma anche a Fassbinder, per non tralasciare il cinema americano di Powell e Pressburger, ed imperniati su una recitazione di ottimo livello, soprattutto per la Bellucci che riesce a farsi dimenticare per assumere una pietas tutta femminile, che neanche una morte annunciata riesce a far desistere, che vale anche per i ruoli di supporto, con Alessio Boni visibilmente dimagrito, e finalmente capace di una performance che si sottrae ai soliti isterismi. Giordana gira pensando al cinema e non alla televisione (l’opera è una produzione Rai), e lo sottolinea non solo nel background in cui si svolge la vicenda (cinecittà e successivamente, con la Repubblica di Salò, Venezia con la sua mostra del cinema) e nella grandiosità delle atmosfere, che hanno bisogno dei silenzi senza luce della sala per essere apprezzati, ma anche nella scena che apre e chiude il film, con quella pellicola che continua a scorrere attraverso la bicicletta dei due ragazzini che l’hanno raccolta e la trascinano con sè tra le macerie della città bombardata, a testimonianza della forza di raccontare che il cinema continua ad esprimere con inesauribile vitalità.

Il Divo

I meriti de "Il divo" vanno ricercati nella forma con cui il regista è riuscito a raccontare un personaggio tra i più controversi della nostra storia recente. E’ singolare come tutti i film appena presentati a Cannes, siano uniti da un medesimo processo interpretativo che si serve della realtà come un impalcatura necessaria, ma la supera, cercando di coglierne la verità con gli strumenti che solo il cinema può offrire a chi le sa sfruttare. E di questa opzione Sorrentino rappresenta il miglior interprete, non solo per la qualità del suo linguaggio cinematografico ma per la volontà di concepire il film in quanto tale, senza l’intervento di mezzi o scorciatoie che appartengono ad altre forme di espressione. Un patto con se stesso che equivale nella cinematografia del regista all’impatto che Pulp Fiction ebbe nella carriera di Quentin Tarantino; una sorta di otto e mezzo post moderno dove confluisce tutto il meglio (tanto) ed il peggio (poco) di un artista che continua a plasmare la forma del suo cinema.
Ancora una volta il centro della scena è occupato da un personaggio Faustiano, costruito a partire da un evidenza fisica, che sembrebbe definirlo, per la preponderanza della fisognomica rispetto a tutto il resto, e poi quasi senza che c’è ne accorgiamo inizia l’autopsia, in cui la cinepresa ed i suoni diventano il bisturi di una ricerca che affonda e distingue sui motivi di quell’esistenza. Il paragone è avvalorato una staticità quasi post-mortem che avvolge i personaggi e che sembra dare a Sorrentino l’impulso necessario per scandagliare l’ogetto della sua osservazione. Andreotti, è solo l’ultimo arrivato in una galleria di personaggi, inquieti ed inquietanti, ma sembra riassumerili tutti per la sua capacità camaleontica di assumere, seppur con variazioni impercettibili, una delle tante facce del suo poliedrico carattere. Inoltre, la caratteristica di occupare il guado che divide il sacro dal profano, gli permette di rivestire situazioni di per se rappresentanti della massima espressione della nostra civiltà con un corredo che pesca a piene mani da un immaginario che si ciba di cultura popolare, con le canzoni di Renato Zero ed i riferimenti all’artigianato cinematografico dei 70’, per poi passare a quella più impegnata ed impegnativa, in cui il lato grottesco ed onirico ha la meglio sull’immediatezza del dato cronachistico o sul memoriale storico, ed in cui svolge un ruolo fondamentale l’apparato dei suoni, veri e propri vettori di questa esperienza sensoriale e capace di tenere insieme le differenti componenti. Il divo è un opera rock,alla pari di certi film psichedelici, ma anche una liturgia, dove al posto dei prelati prende posto una galleria di freak che sembra il remake del famoso capolavoro del cinema muto. I movimenti di macchina hanno la forza di certi pugni ben assestati da cui è difficile riprendersi ed è quasi un bene che nella seconda parte, quella in cui il film deve incominciare a tirare le fila ed in cui Sorrentino, costretto ad abbassare i ritmi finisce quasi per imballarsi, si abbia il tempo di fare un po’ d’ordine ed avviarsi alla fatidica “10 ripresa”. La reticenza del politico, abituato a parlare per anedotti e l’insondabilità del versante privato di cui esiste poco e niente (a parte la gestualità ridotta delle mani che sono il segno di noia o simpatia verso l’interlocutore di turno) costringono Sorrentino ad una ricostruzione immaginata, che talvolta diventa inevitabilmente didascalica per chi è ha conoscenza dei fatti, quando deve introdurre o circoscrivere personaggi ed eventi. Lì il cinema di sorrentino arretra, diventando qualcosa di simile alle filippiche di Travaglio, che appassionano per carità ma sono distanti dall’estetica del film.

Noi due sconosciuti

Il cinema di Susan Blier ha una costituzione fortemente carnale. Il corpo è il codice imprescindibile a cui far risalire l’intera esperienza umana ed i suoi film c’è lo mostrano senza sprecarne un solo centimetro: figure intere di una plasticità sfumata e quasi impalpabile si alternano ad improvvise esplosioni del dettaglio anatomico in cui il corpo, tolto dal suo contesto abituale ed osservato come fosse al microcoscopio smette di rappresentare se stesso per diventare il veicolo di un emozione o di uno stato d’animo; pause emotive che interrompono il ritmo del flusso filmico e lo portano nelle zone del cuore, dove la parola parola si libera del suo scheletro vocale per diventare l'essenza di quel concetto.
Dietro la spontaneità dogmatica, si individua un metodo conoscitivo che procede per scomposizioni successive, arrivando a delineare un quadro di assoluta coerenza. Partendo dalla scena iniziale, con il protagonista che guarda la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua, e poi continuando con inquadrature che privilegiano la fisognomica del volto ed in particolare quello dell’occhio, la cinepresa ricostruisce il ritorno alla vita di un ex avvocato distrutto dalla droga e di una donna che ha appena perso il marito. La superficie corporea diventa lo spazio privilegiato della comunicazione: i pori della pelle sono i vasi comunicanti di un malessere che si ciba di notti insonni e decibel musicali. Seguendo l’esempio del miglior cinema scandinavo e proseguendo un discorso personale che si sposta in avanti , non solo dal punto di vista geografico, per la capacità di destreggiarsi anche all’interno di uno starsystem che sottomette il talento alle necessità produttive, ma anche artistico, adattando la sua poetica alle coordinate di un mondo che non ha bisogno del senso di colpa per giustificare le sue azioni, la Blier abbandona le atmosfere raffreddate e le asprezze che avevano contraddistinto i lavori precedenti, accentuando sfumature e mezzi toni, privilegiando le morbidezze crepuscolari ed i colori autunnali di un direttore della fotografia come Tom Stern(Mystic River, Million dollar baby), la cui arte essenziale ed appassionata viene somatizzata nelle immagini di quieta disperazione che attraversano lo schermo. Seppur con leggere varianti la regista ci offre un altra storia di legami parentali in cui la famiglia, intesa non solo dal punto di vista istituzionale ma anche come luogo privilegiato degli affetti, è lo specchio di un equilibrio personale al di fuori del quale è impossibile vivere: la donna in difficoltà che il marito si ferma ad aiutare esponendosi all’imprevedibile reazione dell’uomo che la stava malmenando, così come la tendenza autodistruttiva del personaggio di Del Toro causata dall’inevitabile nevrosi lavorativa ed anche il tentativo del vicino di casa desideroso di divorziare da una moglie che lo tiranneggia sono spinte centripete che pur rispondendo a motivazioni diverse ed in fin dei conti giustificabili, sono le premesse del caos e della disperazione. Benicio Del Toro sottrae peso e volume al suo corpo debordante con un linguaggio gestuale ed espressivo che ci fa credere quello che vuole. La dipendenza (sia chimica che affettiva), pur presente con i suoi rituali di cadute e redenzione rimane marginale rispetto alle priorità dell’essere umano che vuole riappropriarsi della propria dignità. Halle Berry, non gli è da meno, in un ruolo che richiede determinazione e sensibilità ed a cui l’attrice si presta con la solita empatia.

Go Go Tales

L’inizio del film è strepitoso: in un atmosfera volatile e misteriosa fatta di inquadrature ravvicinate e prospettive che sfidano le leggi di gravità , guardiamo il personaggio di Willem Dafoe adagiato su un divano in uno stato di incosciente dormiveglia (eyes wide shut) mentre sembra osservare o forse sognare le gambe di una graziosa ballerina (Manuela Zero) in calze bianche e tutù rosa. L’assenza del sottofondo acustico si mescola con una fonte luminosa innaturale e metafisica, simile a quella di certi dipinti caravaggeschi, in cui la plasticità dei corpi sembra il frutto di una consistenza senza peso e la dimensione del tempo si cristalizza in un istante in cui sembra dischiudersi la verità del creato. Gli sguardi si incrociano senza vedersi lasciando intendere un legame che contrasta con l’isolamento delle loro figure riprese singolarmente e circondate da un oscurità che potrebbe nascondere distanze siderali.
Un raccoglimento estatico modulato sulle frequenze di un cinema da camera e fortemente introspettivo che si rompe nella scena successiva, in cui sembra riversarsi tutto quello che ci era stato risparmiato in termini di dinamismo cinematografico ed opulenza espressiva, con un primissimo piano di corpi femminili esibiti e scrutati nelle pose lascive di una musica da lap dance, mentre sullo sfondo intravediamo uomini in cerca di un arrapamento a pagamento. E’ l’inizio di un sabba frenetico e sguaiato in cui in rapida successione veniamo a conoscenza dei problemi di denaro che rischiano di far chiudere il Paradise, un gogo club gestito in maniera fin troppo estemporanea da Jack Ruby (Dafoe), eroico e patetico come si conviene a tutti i personaggi Ferrariani, e della variopinta fauna che vi prende parte. Il sogno di una felicità concreta seppur temporanea viene continuamente spezzato dal ritmo sincopato di dialoghi argot al limite del tragicomico e dalla congestione di situazioni tipiche della screw ball comedy che sembrano voler destituire il sogno dell’improbabile impresario. Ed è proprio nell’atmosfera onirica e pierrottesca della seconda parte della storia che riprendere le atmosfere ovattate della sequenza d’apertura per mostrare la vena più poetica del regista, quella in cui il maledettismo tout court lascia il posto alla spontaneità dell’emozione e soprattutto all’amore incontrastato per la messa in scena di quel sogno qualunque esso sia, che il film si ricompatta, riprendendo a ragionare sulla ragioni di un arte che non può essere disgiunta dagli agguati della vita, sempre pronta a riservare sorprese ed incoffessabili segreti. Dopo Mary Ferrara continua la sua esperienza italiana con un'altra opera che sembra rivolta innanzitutto a se stesso, per le componenti autobiografiche su cui è costruita (il mondo dello spettacolo con le sue vicissitudini ma anche le derive della dipendenza) e per la presa di coscienza di una personalità esaltata ed insieme depressa da un umanità debordante ed egotista. GoGoTales è’ un dietro e fuori le quinte sulle dinamiche di un cinema (il Paradise) e di un autore (Jack Ruby) che tracima direttamente dagli alti e bassi della vita. Le Gogogirls, quasi sempre in “abiti da lavoro” e pronte a tutto pur di portare a casa la pagnotta, sono l’elemento che più di altri occupa la scena, ma la loro proposizione continuamente associata a qualcos’altro ed accompagnata da un cabaret che ne disinnesca le pulsioni erotiche diventa il simbolo di una mercificazione del corpo evidente nelle sequenze che alternano in rapida successione i dettagli anatomici delle ballerine e le discussioni intorno alla cronica mancanza di denaro o nel dettaglio delle banconote (false) che ornano mutandine e giarrettiere e che il regista considera, come ha ampiamente dimostrato con una filmografia in cui il feticcio mediatico delle attrici prevale sulla loro sostanza attoriale (su tutte Madonna e Claudia Shiffer), come un arredo del locale, necessario come tutto il resto alla riuscita dell’ impresa. Di fronte al palcoscenico che divide l’arte dalla vita, Ferrara si iscrive al partito di coloro che le considerano momenti inscindibili di un'unica esistenza e ne afferma l’unità evitando movimenti di macchina perentori (la telecamera non da la sensazione di attraversare quello spazio ma di rimanervi sempre di fronte) ma spostando continuamente le prospettive e collegandole attraverso le azioni e gli spostamenti dei protagonisti ed il senso del loro ragionamenti. Un umanesimo ribadito da riprese effettuate ad altezza uomo, per affermare una totale condivisione dell’esperienza in atto, e con una distanza che non comprime i personaggi ma li lascia liberi di agire, di esprimere la loro natura senza alcun giudizio morale. Nulla si sovrappone davanti all’occhio dell’autore e quando questo succede, come nei fotogrammi in cui la realtà è filtrata attraverso gli schermi di un impianto a circuito chiuso, con immagini freddamente sgranate e monocolori, ciò che appare risulta malato ed ambiguo e soprattutto privo di quella vitalità che accompagna ogni momento della pellicola.

La notte non aspetta

Los Angeles rimane il miglior posto dover ambientare una storia di sbirri corrotti ed angeli caduti. Questo vale soprattutto quando il padrone del vapore è uno sceneggiatore d’eccezione come James Elroy che ha vissuto in prima persona l’imperturbabile presenza e le ammalianti chimere di questa città, trasformando le sue strade in percorsi mentali ed abissi dell’anima.
Nel tentativo di dare carne ai suoi blues letterari l’accompagna un regista che finora si era accontentato di un solo film(Harsh times), peraltro malmenato dalla critica ed ignorato dal pubblico, e di una serie di sceneggiature (S.W.A.T, Fast and Furious, Training days) in cui il tema della diversità (seppur dentro i confini del mainstream hollywoodiano) era raccontato con il dinamismo del cinema videoclip ed attraverso una violenza con parecchi accessori prelevati direttamente dal cinema exploitation degli anni 70. In questo caso però le sirene tentatrici di una città abituata a sedurre con le sue contraddizioni sembrano aver perso le antiche lusinghe a favore di uno scenario che prefigura una nuova età del ferro; la discontinuità della sua topografia, mai ripresa nel suo insieme ma riprodotta in maniera frammentata, con inquadrature che privilegiano l’immobilità degli sfondi e spezzano le linee degli ambienti, l’anonimato degli scorci urbani che seppellisce i santuari del divismo e del successo sotto un inesauribile ripetizione di case prefabbricate e colate di cemento, le nuove gerarchie di potere con i suoi totem e una serie di adoratori deliranti, sono i segni tangibili di un feudalesimo moderno, di una restaurazione primordiale dove la violenza dei gesti è l’unica qualità che permette la sopravvivenza. Un Far West metropolitano insonne e senza pace, in cui la presenza femminile è stata cancellata da un overdose di muscoli pompati e teste appena rasate. Il denaro come valore fondante (nel film i dollari vengono stipati nel muro a doppio fondo della casa di uno dei protagonisti) di una società che non esiste più è il motivo scatenante di una storia costruita a scatole cinesi in cui tutti tradiscono tutti e dove la giustizia è solo un altro modo per instaurare una nuova tirannia. Montaggio invisibile, campo e contro campo, prevalenza di primi piani ed immagini di raccordo ad uso puramente didascalico ( il tramonto che precede l’inizio delle ostilità e poi l’alba che suggella la catarsi della fine sono un esempio di queste esemplificazioni) rappresentano una scelta di campo verso un pubblico che non deve avere nessun dubbio su quello che succede (in controtendenza con le trame complicatissime ed alambiccate dello scrittore) e sulla logica che unisce la successione delle scene, ma che così facendo rende vano il sangue versato sullo schermo. Il regista e lo sceneggiatore fanno fatica ad amalgamare i loro apporti ed il film ne soffre quando deve integrare gli aspetti legati al resoconto di genere, quali sparatorie, inseguimenti e rese dei conti, a quelli prettamente esistenziali, in cui il visibile tende all’essenziale e si apre a nuove dimensioni. Johan Ludlow (Reeves), il detective dell’LPD, è un antieroe che cerca la sofferenza per colmare il vuoto di una moglie che non ha saputo salvare; in segno di espiazione offre il suo corpo ad un padre/padrone che approfitta della situazione e gli offre quanto chiede; un patto scellerato, una legge non scritta (il male genera solo male dice Reeves a proposito del suo lavoro), l’impossibilità del bene ( affermata nella scena finale) sono le tappe di una via Crucis che non riesce a concludersi, condannando il poliziotto ad un esilio esistenziale misurato dall’ultima sequenza, in cui lo sguardo si stacca dagli avvenimenti per contemplare la città, distante ed irraggiungibile come i desideri che non riusciamo a soddisfare.

venerdì, agosto 08, 2008

Film in sala giovedi' 8 e giovedi' 14 agosto

8 agosto
Ombre dal passato
regia: Masayuki Ochiai
genere: Horror
prod.: USA

14 ago
Le cronache di Narnia: il Principe Caspian
regia: Andrew Adamson
genere: fantastico
prod.: USA, Gran Bretagna

venerdì, agosto 01, 2008

FIlm in sala da venerdi' 1 agosto

Il nome del mio assassino
regia: Il nome del mio assassino
genere: thriller
prod.: USA

Nella rete del serial killer
regia: Gregory Hoblit
genere: drammatico
prod.: USA

The Love Guru
regia: Marco Schnabel
genere: drammatico
prod.: USA

Il peggior allenatore del mondo
regia: Tom Brady
genere: commedia
prod.: USA

Andersen - Una vita senza amore
regia: Eldar Ryazanov
genere: avventura
prod.: Russia, Italia, Germania

Grace is gone
regia: James C. Strouse
genere: drammatico
prod.: USA

mercoledì, luglio 23, 2008

Film in sala da venerdi' 25 luglio

Il cavaliere oscuro
(The Dark Knight)
regia: Christopher Nolan
genere: azione
prod.: USA

Dante 01
regia: Marc Caro
genere: fantascienza
prod.: Francia

-2 - Livello del terrore
regia: Franck Khalfoun
genere: thriller
prod.: USA

Invincible
regia: Werner Herzog
genere: drammatico
prod.: Gran Bretagna, Germania, Irlanda, USA

Big City
regia: Djamel Bensalah
genere: commedia
prod.: Francia

martedì, luglio 22, 2008

Film in sala... che ho dimenticato di segnalare! (I'm Veri sorry)

Hellboy - The Golden Army
regia di Guillermo Del Toro. Con Ron Perlman, Selma Blair, Jeffrey Tambor, azione, USA

Le morti di Ian Stone
Regia di Dario Piana con Mike Vogel, Charlie Anson, Christina Cole, horror, USA

Rogue - Il solitario
Regia di Philip G. Atwell con Jet Li, John Lone, Jason Statham, azione, USA

Il mio sogno piu' grande
Regia di Davis Guggenheim con Carly Schroeder, Elisabeth Shue, drammatico, USA

La canzone piu' triste del mondo
regia di Guy Maddin. Con Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, musicale, Canada

Un'estate al mare
Regia di Carlo Vanzina, commedia, Italia

Wanted - Scegli il tuo destino
Regia di Timur Bekmambetov con Angelina Jolie, James McAvoy, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann, Terence Stamp, azione, USA

Funny Games
egia di Michael Haneke con Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, thriller, Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania, Italia

Agente Smart - Casino totale
regia di Peter Segal, con Steve Carell, Anne Hathaway, The Rock, Alan Arkin, comemdia, USA

L'incredibile Hulk
regia di Louis Leterrier con Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth

Che la fine abbia inizio
regia di Nelson McCormick. Con Brittany Snow, Scott Porter, horror, USA

Joshua
regia di George Ratliff. Con Sam Rockwell, Vera Farmiga, Celia Weston, thriller, USA

Ken il Guerriero - La leggenda di Hokuto
regia di Takahiro Imamura, Animazione, Giappone

E venne il giorno
regia di M. Night Shyamalan con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, fantascienza, USA, India

Sex and the City
regia di Michael Patrick King. Con Sarah Jessica Parker, commedia, USA

La notte non aspetta
regia di David Ayer. Con Keanu Reeves, Forest Whitaker, azione, USA

In viaggio per il college
regia di Roger Kumble. Con Martin Lawrence, Raven-Symone, commedia, USA

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza
regia di Cao Hamburger. Con Michel Joelsas, Germano Haiut, drammatico, Brasile

Noi due sconosciuti
regia di Susanne Bier. Con Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny, drammatio, USA

Charlie Bartlett
regia di Jon Poll. Con Anton Yelchin, Robert Downey Jr., comemdia, USA

Il diario di Jack
regia di Mike Binder. Con Ben Affleck, Rebecca Romijn, John Cleese, commedia, USA

Funny Games

(di Fabrizio Luperto)
Gli americani hanno scoperto M. Haneke solo di recente, grazie alla retrospettiva a lui dedicata dal Museum of Modern Art e, come al solito, ci hanno capito poco.

Ne e' dimostrazione questo remake di FUNNY GAMES, che nelle intenzioni dei produttori americani probabilmente doveva essere qualcosa da accostare al genere TORTURE-PORN, quello di HOSTEL e SAW per intenderci, che tanti soldi sta fruttando al botteghino.


Una volta ingaggiato, pero', Haneke ha girato questo auto-remake (che non a caso ha voluto chiamare U.S. Version) sfidando la produzione, rifacendo provocatoriamente
scena per scena lo stesso film del 1997, probabilmente per ribadire la sua dimensione di autore.
Il regista austriaco, autore di quel capolavoro assoluto che e' LA PIANISTA, ingiustamente scippato della Palma d'Oro a Cannes dal nostrano LA STANZA DEL FIGLIO di Moretti, ripropone anche in chiave USA tutti i suoi marchi di fabbrica: racconto distaccato, nessun coinvolgimento emotivo, nessun tentativo di giustificare o spiegare.
Come nella versione originale, anche il remake di FUNNY GAMES, inchioda alla poltrona lo spettatore non concedendogli nessuna via di fuga, costringendolo a guardare e addirittura ad interagire con i torturatori.
Guardare cosa poi? Nulla. Perchè la grandezza di Haneke è proprio nel non mostrare assolutamente nulla delle sofferenze inflitte agli ostaggi, ma lasciarle immaginare allo spettatore.
Il fatto che a 10 anni di distanza dal FUNNY GAMES originale, questa versione riscuota un discreto successo e risulti ancora attuale, conferma che nel 1997 Haneke era in netto anticipo sui tempi. (Fabrizio Luperto)

mercoledì, luglio 02, 2008

Film in sala da venerdi' 4 luglio

Wanted - Scegli il tuo destino
(esce il 2-luglio)
regia: Timur Bekmambetov
genere: azione
prod.: USA

Cambio di gioco
regia: Andy Fickman
genere: commedia
prod.: USA

Perfect Creature
regia: Glenn Standring
genere: azione
prod.: Nuova Zelanda, Gran Bretagna

Signal
regia: David Bruckner, Dan Bush, Jacob Gentry
genere: horror
prod.: USA

Boogeyman 2 - Il ritorno dell'uomo nero
regia: Jeff Betancourt
genere: horror
prod.: USA

giovedì, giugno 26, 2008

FIlm in sala da venerdi' 27 giugno

Rovine
regia: Carter Smith
genere: horror
prod.: Australia/USA

12
regia: Nikita Mikhalkov
genere: drammatico
prod.: Russia

Un'estate al mare
regia: Carlo Vanzina
genere: Italia
prod.: Commedia

La notte non aspetta
regia: David Ayer
genere: azione
prod.: USA

Dante 01
regia: Marc Caro
genere: fantascienza
prod.: Francia

lunedì, giugno 23, 2008

E venne il giorno

Central Park: Seduta su una panchina insieme ad una amica, una ragazza afferra lo spillone che le regge i capelli e se lo conficca in gola.

Un cantiere edile: un tonfo sordo, poi un'altro ed un'altro ancora, dalle impalcature piovono uomini.


Questo, è lo scatenato inizio di E VENNE IL GIORNO l'ultimo film di M. Night Shyamalan.
Cosa spinge uomini e donne al suicidio? Un virus fuori controllo? Un attacco terroristico con una qualche micidiale arma tossica?
In realtà lo spettatore seguendo le intuizioni del protagonista deve sposare l'ipotesi che la tragedia sia il frutto di una vendetta della natura, una ribellione del pianeta contro i suoi sfruttatori.
Ad una prima lettura il film appare come la descrizione del suicidio dell'umanità che non rispetta l'ambiente e di conseguenza non rispetta se stessa quindi è destinata ad autodistruggersi, estinguersi.
Con una visione appena un poco più attenta è facile capire dove M. Night Shyamalan voglia andare a parare, ovvero al riassestamento dell'istituzione famiglia, caposaldo di qualsiasi comunità; non è un caso che l'invisibile forza assassina si plachi poco prima che la famiglia del protagonista prenda/riprenda ad essere tale.
E VENNE IL GIORNO è un B-movie (di facciata) apocalittico, dalla sceneggiatura volutamente improbabile, recitato sopra le righe come si addice ad un vero film di serie B.
Da segnalare alcune trovate come ad esempio i pochi passi all'indietro che gli uomini e le donne compiono prima di suicidarsi, come a raffigurare che la salvezza sta nel ritorno ad un mondo antico dove il legame con la natura, la terra, i suoi frutti era improntato sul rispetto e non sullo sfruttamento.
Come in altri due film di successo di Shyamalan, SIGNS e THE VILLAGE, anche qui si punta forte sulla non visibilità del "nemico".
Dei vari finali che il regista ci propone, ovviamente, io preferisco quello dove la "forza assassina" torna a colpire a migliaia di Km.

giovedì, giugno 19, 2008

Film in sala da venerdi' 20 giugno

Go Go Tales
regia: Abel Ferrara
genere: drammatico
prod.: USA/Italia

Hannah Montana/Miley Cyrus: Best of Both Worlds Concert Tour
regia: Bruce Hendricks
genere: musicale
prod.: USA

Identita' sospette
regia: Simon Brand
genere: drammatico
prod.: USA

Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge
regia: Kevin Connolly
genere: commedia
prod.: USA

mercoledì, giugno 11, 2008

Film in sala da giovedì 12 giugno

E venne il giorno
regia: M. Night Shyamalan
genere: Fantascienza
prod.: USA, India

Noi due sconosciuti
regia: Susanne Bier
genere: drammatico
prod.: USA, Gran Bretagna

Un amore di testimone
regia: Paul Weiland
genere: commedia
prod.: USA, Gran Bretagna

14 anni vergine
regia: Christian Charles
genere: commedia
prod.: USA, Sudafrica, Italia

Feel the Noise - A tutto volume
regia: Alejandro Chomski
genere: drammatico
prod.: USA

La notte dei girasoli
regia: Jorge Sánchez-Cabezudo
genere: drammatico
prod.: Spagna, Francia, Portogallo

Postal
regia: Uwe Boll
genere: azione
prod.: USA, Canada, Germania

Tutto torna
regia: Enrico Pitzianti
genere: drammatico
prod.: Italia

martedì, giugno 03, 2008

Il Divo


Il crescendo artistico di Paolo Sorrentino trova il suo apice ne IL DIVO.
Il giovane regista scrive e dirige il film della maturità, evidenziando le grandi doti che già si erano palesate nel film d'esordio L'UOMO IN PIU' e che i successivi LE CONSEGUENZE DELL'AMORE e L'AMICO DI FAMIGLIA avevano ampiamente confermato.
Il trentottenne regista si scaglia con bravura sugli anni del declino politico di Giulio Andreotti e della Democrazia Cristiana, dal suo settimo e ultimo governo alla mancata elezione a Presidente della Repubblica, sino alla sua incriminazione per associazione mafiosa.

Girato con assoluta maestria, IL DIVO ci racconta di un potere, quello della Democrazia Cristiana, fatto di connivenze e clientelismo, incarnato da Andreotti ed i suoi uomini, che sul tavolo verde della politica giocano sporco impegnando tutta la loro cultura, abilità, furbizia pur di tenere in pugno il Paese.
Fondendo reale e surreale, Sorrentino ci mostra l'Andreotti superstizioso, l'Andreotti impenetrabile, l'Andreotti che sa, l'Andreotti che ha dedicato tutta la sua vita al raggiungimento e al mantenimento del potere, sicuro di interpretare anche la volontà di quel Dio di cui, a suo modo, è fedele servitore.
Sorrentino per la realizzazione di questo film si avvale, senza dubbio, della lezione di 2 grandissimi del nostro cinema: Francesco Rosi ed Elio Petri.
Da F. Rosi (LE MANI SULLA CITTA' 1963 - IL CASO MATTEI 1972 - CADAVERI ECCELLENTI 1976) e dai film citati in particolare, assorbe il rigore del cinema di denuncia e lo sintetizza nei minuti iniziali, dove, con ritmo scatenato, vediamo una catena di morti ammazzati legati alla figura del Divo-Giulio.
Da E. Petri (INDAGINE SU UN CITTADINO....1970 - TODO MODO 1976) Sorrentino prende la capacità di rendere verosimile ciò che è vero, conclamato.
C'è però una sostanziale differenza tra IL DIVO e i film citati diretti da Petri; mentre quest'ultimo raccontava di storie verissime (strategia della tensione - servizi deviati - impunità dei potenti - chiesa e malaffare) ma che sarebbero state dimostrate solo in futuro ( e qui stava la sua grandezza visionaria), avendo così la libertà e la possibilità di virare con decisione verso il grottesco, mettendo in scena una feroce e sublime parodia del potere,
Al contrario, Sorrentino, si trova di fronte a "fatti realmante accaduti" si trova ad avere a che fare con persone (non personaggi) con tanto di nome, cognome e sopratutto con dei volti ben noti.
Da qui il rischio di scivolare nella parodia e nel ridicolo involontario, se Sorrentino avesse seguito sino in fondo l'insegnamento di Elio Petri.
Il buon Paolo però è bravo, si ferma un attimo prima di cadere in tentazione, evita saggiamente di imitare l'inimitabile (e inarrivabile) e punta forte sui suoi marchi di fabbrica: Monologhi, rallentì, virtuosismi con la mdp, inquadrature pop.
Meritatissimo premio della giuria a Cannes 2008, IL DIVO è film visionario, inquietante, beffardo.

NOTA: A mio avviso nel film ci sono 2 errori, la mia tesi però potrebbe essere facilmente smontata e di seguito vi spiego come.
Errore 1- Il killer di Salvo Lima prima di fuggire getta nella pozza di sangue una moneta da 1 euro che all'epoca dei fatti non esisteva, si potrebbe però ribattere che trattasi delle vecchie monete da 500 lire che molto somigliavano nel colore alle attuali monete da 1 euro;
Errore 2- Durante un colloquio in chiesa tra Andreotti ed il prete, quest'ultimo dice: "come DICEVA Montanelli..." ma all'epoca dei fatti Montanelli era ancora vivo e vegeto, ma anche in questo caso si potrebbe affermare che il DICEVA era riferito esclusivamente alla frase e non alla persona.

Film in sala da mercoledi' 4 giugno

Chiamata senza risposta
regia: Eric Valette
genere: horror
prod.: Giappone, USA, Germania

Tropa de Elite - Gli squadroni della morte
regia: Jose' Padilha
genere: azione
prod.: Brasile, Argentina


Quando tutto cambia
regia: Helen Hunt
genere: commedia
prod.: USA

Bratz
regia: Sean McNamara
genere: animazione
prod.: USA

Savage Grace
regia: Tom Kalin
genere: drammatico
prod.: Francia, USA, Spagna

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza
regia: Cao Hamburger
genere: dramamtico
prod.: Brasile

martedì, maggio 27, 2008

film in sala da mercoledi' 28 maggio

Il divo
regia: Paolo Sorrentino
genere: drammatico
prod.:Italia

The Hitcher
regia: Dave Meyers
genere: horror
prod.: USA

Sex and the City
regia: Michael Patrick King
genere: commedia
prod.: USA

Charlie Bartlett
regia: Jon Poll
genere: commedia
prod.: USA

Alexandra
regia: Aleksandr Sokurov
genere: drammatico
prod.: Russia

Once
regia: John Carney
genere: drammatico
prod.: Irlanda

Maradona di Kusturica
regia: Emir Kusturica
genere: documentario
prod.: Spagna, Francia

giovedì, maggio 22, 2008

Film in sala da venerdi' 23 maggio

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo
regia: Steven Spielberg
genere: avventura
prod.: USA

La setta delle tenebre
regia: Sebastian Gutierrez
genere: horror
prod.: USA, Nuova Zelanda

Be Kind Rewind - Gli acchiappafilm
regia: Michel Gondry
genere: commedia
prod.: USA

Sanguepazzo
regia: Marco Tullio Giordana
genere: drammatico
prod.: Italia

Reservation Road
regia: Terry George
genere: drammatico
prod.: USA

Il nostro Messia
regia: Claudio Serughetti
genere: commedia
prod.: Italia

mercoledì, maggio 21, 2008

Gomorra

Matteo Garrone Matteo Garrone, a mio avviso, il miglior talento in circolazione (insieme a P. Sorrentino) nel panorama registico italiano, autore di 2 tra i film nostrani più belli degli ultimi dieci anni: L'IMBALSAMATORE e PRIMO AMORE, torna con questo adattamento cinematografico tratto dall'omonimo lavoro letterario di Roberto Saviano.
Cinque storie di esecuzioni, tradimenti, carriere criminali, lavoro sommerso, ambientate in un mondo dove a dettare le regole sono le pallottole del "sistema" camorra, o meglio de "o' sistema" visto che la parola camorra non viene mai pronunciata.

1. Totò, adolescente che consegna la spesa per conto della madre proprietaria di un negozio di alimentari abusivo è coinvolto nella guera tra clan nelle vele di scampia durante il suo apprendistato di giovanissimo camorrista;
2. Franco, Stakeholder dei rifiuti tossici in affari con la camorra, vuole "insegnare il mestiere" al giovane Roberto;
3.Don Ciro, è addetto a portare i soldi settimanali che spettano alle famiglie dei carcerati per conto del clan dominante, ed è costretto a depennare dalla lista le famiglie di chi è passato nelle fila degli scissionisti;
4. Pasquale, sarto con un certo talento, accetta, di nascosto dai clan, di tenere lezioni di sartoria presso un laboratorio gestito dalla concorrenza cinese; 5. Marco e Ciro, giovani esaltati, pestano i piedi a tutti, non prestando attenzione agli avvertimenti del boss della zona.

Questo GOMORRA "non è un film di Garrone" e chi ama il suo cinema lo intuisce da subito vista la totale assenza di virtuosismi, sia di ripresa che di scrittura.
Il regista elimina il superfluo dal libro di Saviano e si catapulta nell'universo camorra, addentrandosi nelle vele di scampia ed offrendo allo spettatore una ricca fotografia di una umanità violenta.
GOMORRA non è un film di denuncia, una richiesta di legalità rivolta ai governanti come potrebbe essere il libro, ma un crudo noir.
Un inquietante e chiarissimo affresco di una certa Italia, fredda cronaca criminale, vista d'interni del "sistema".
Film tesissimo, che nulla concede alla teatralità.
Regia attenta e calibrata che con precisione prende/ruba il destino di chi nasce, cresce e spesso muore all'interno del "sistema".
Stanze scure, buie, gesti solo accennati, mezze frasi, come se la macchina da presa non potesse raccontare quel mondo nella sua interezza e complessità.
Garrone gira senza esibire, probabilmente spiega poco o nulla ma ci fa capire moltissimo.
Solido impianto narrativo, primi 5 minuti di rara bellezza, colonna sonora azzeccata (meriterebbe un discorso a parte) ed una regia di alto livello fanno di GOMORRA il miglior film italiano visto nel 2008.
In gara proprio in questi giorni al 61° festival di Cannes, potrebbe regalare all' Italia cinematografara una qualche soddisfazione.

giovedì, maggio 15, 2008

Film in sala da venerdi' 16 maggio

Gomorra
regia: Matteo Garrone
genere: drammatico
prod.: Italia

Underdog - Storia di un vero supereroe
regia: Frederik Du Chau
genere: animazione
prod.: USA

Superhero - Il più dotato fra i supereroi
regia: Craig Mazin.
genere: commedia
prod.: USA

Certamente, forse
regia: Adam Brooks.
genere: commedia
prod.: USA

In Bruges - La coscienza dell'assassino
regia: Martin McDonagh
genere: azione
prod.: Gran Bretagna, Belgio

Alla scoperta di Charlie
regia: Mike Cahill
genere: drammatico
prod.: Messico, USA

Ultimi della classe
regia: Luca Biglione
genere: commedia
prod.: Italia

Chi nasce tondo...
regia: Alessandro Valori
genere: commedia
prod.: Italia

Tuttifrutti
regia: Alessandra Alberti
genere: commedia
prod.: Italia

mercoledì, maggio 07, 2008

FIlm in sala da venerdi' 9 maggio

Sfiorarsi
regia: Angelo Orlando.
genere: dramamtico
prod.: Italia

Speed Racer
regia: Andy Wachowski, Larry Wachowski
genere: azione
prod.: USA

Mongol
regia: Sergej Bodrov
genere: storico
prod.: Kazakhistan, Russia, Germania

Cargo 200
regia: Aleksej Balabanov.
genere: drammatico
prod.: Russia

Notte brava a Las Vegas
regia: Tom Vaughan
genere: commedia
prod.: USA

Slipstream - Nella mente oscura di H.

regia: Anthony Hopkins
genere: commedia
prod.: USA

Caccia spietata
regia: David Von Ancken
genere: drammatico
prod.: USA

Solo un bacio per favore

regia: Emmanuel Mouret
genere: sentimentale
prod.: Francia

Carnera - The Walking Mountain
regia: Renzo Martinelli
genere: biografico
prod.: Italia

Chi nasce tondo...
regia: Alessandro Valori
genere: commedia
prod.: Italia

Chiamami Salome'
regia: Claudio Sestieri
genere: drammatico
prod.: Italia

venerdì, aprile 25, 2008

Film in sala da venerdi' 25 aprile

Tutti pazzi per l'oro
Fool's Gold
regia: Andy Tennant
genere: commedia
prod.: USA

3ciento - Chi l'ha duro... la vince!
Meet the Spartans
regia: Jason Friedberg, Aaron Seltzer
genere: commedia
prod.: USA

L'altra donna del Re
The Other Boleyn Girl
regia: Justin Chadwick
genere: dramamtico
prod.: Gran Bretagna

I demoni di San Pietroburgo
regia: Giuliano Montaldo
genere: drammatico
prod.: Italia

Un amore senza tempo
Evening
regia: Lájos Koltai
genere: drammatico
prod.: USA

Sotto le bombe
Sous les bombes
regia: Philippe Aractingi
genere: drammatico
prod.: Francia, Gran Bretagna, Libano

L'anno mille
regia: Diego Febbraro
genere: commedia
prod.: Italia

U2 3D
U2 3D
regia: Catherine Owens, Mark Pellington
genere: documentario
prod.: USA

La sposa fantasma
Over Her Dead Body
regia: Jeff Lowell
genere: commedia
prod.: USA

mercoledì, aprile 23, 2008

MR73 L'ultima missione

Louis Schneider è un poliziotto dall'anima strapazzata, maltrattato dalla vita, che annega la sua disperazione nell'alcool cercando di scacciare i suoi incubi e i suoi rimorsi.
Al centro della storia due fatti di cronaca dei primi anni 80: un inchiesta su un serial killer continuamente insabbiata dai vertici della polizia e la concessione della libertà ad un feroce omicida.
L'agente interpretato da D. Auteuil viene emarginato dalla squadra omicidi di Marsiglia sia per la sua intransigenza, sia perchè ormai ridotto ad uno straccio d'uomo.
La delusione verso il potere e il non riuscire a trovare una via d'uscita dal baratro in cui è sprofondato portano Schneider ad una decisione estrema: fare giustizia personalmente.
Il regista transalpino, autore dell'ottimo 36 QUAI DES ORFEVRES, disegna con maestria la figura di questo poliziotto disilluso che ricorda il Mickey Rourke di ANGEL HEART.
Una Marsiglia livida e brutta, gli uffici della polizia (eccessivamente) malandati, la squallida stanza d'albergo del protagonista fanno da sfondo a questo noir senza speranza.
La rabbia verso la polizia, una costante nei film di Marchal, nasce dalla storia personale del regista francese, infatti, ha un passato da poliziotto e gli episodi raccontati nel film, a suo dire, lo spinsero a dare le dimissioni.
Che Marchal sia emotivamente coinvolto nella storia che racconta lo si nota fin troppo; il regista francese in qualche occasione si disinteressa dei meccanismi del racconto, semplifica il tutto e si concentra sui volti dei protagonisti, attraverso i quali vuole, ancora una volta, rendere più espliciti i loro stati d'animo e le loro sofferenze.
Daniel Auteuil, come sempre, offre una prova di alto livello.
Poliziotti depressi e disillusi spesso servi o complici di superiori arroganti e corrotti, vittime abbandonate dallo stato, assassini protetti da uomini di potere, non ci sono buoni nel polar del bravo Olivier Marchal.

sabato, aprile 19, 2008

Non pensarci

Gianni Zanasi e' tornato, finalmente.
Lo attendavamo da tempo, l'Italia cinemaniaca ne aveva bisogno. E ritorna grazie ad una comemdia fresca e leggera, ambientata in Romagna ed animata da un ottimo cast, in cui spicca il sempre piu' preparato Valerio Mastrandrea.
La storia non e' tra le piu' originali, ma si presta ad una lettura nuova: si affrontano le crisi esistenzaili, le cirsi di famiglia, i rapporti tra fratelli, e il tutto e' declinato in un tempo nuovo, con un ritmo frizzante e divertito.

Si riflette, si scherza. Zanasi dipinge personaggi un po' fiabeschi e dai colori vividi, in una Rimini in bilico tra il soffice sogno e la disperazione della piu' estraniante noia di provincia.
E' una Romagna borghese quella che si intravede, ma dal cuore semplice e gioviale. Il padre di famiglia, piccolo industriale, e' un uomo che si e' fatto da se', che ama il proprio lavoro e la propria gente. E lo spirito industrioso e godereccio tipico della nostra terra traspare durante tutta la pellicola.
Valerio Matrandrea tende un po' a reintepretare se stesso, la sua romanita' lo tradisce, non sembra proprio un romagnolo, tuttavia questo non guasta il risultato finale. L'attore si muove ormai con grande disinvoltura sulla scena e questo e' dovuto molto alla sua esperienza nonche' al suo talento.

Gradita la presenza di Giuseppe Battiston, caratterista sopra le righe che potrebbe, per talento, reggere un film come protagonista, ma che dobbiamo riconoscere che in ruoli da non proagonista riesce sempre egregiamente nel proprio lavoro. Mi piaque tanto in pane e tulipani e agata e la tempesta di soldini e in la giusta distanza di Mazzacurati.
Anita Caprioli e' bella e luminosa.
Paolo Briguglia ritorna in un ruolo secondario che dipana con disinvoltura. Mi piaque in La terra di Sergio Rubini e in Ma quando arrivano el ragazze? di Pupi Avati, e in Non pensarci regala un tocco di regionalismo che giova alla pellicola.
Zanasi si avvale di attori di livello e li dirige con coerenza e mano sicura.
Molti i momenti di divertita ironia.
Una boccata d'ossigeno in quest'annata di cinema italiano assolutamente fiacca e senza nuove idee.

Juno

La sceneggiatura di Juno, scritta da Diablo Cody, ha vinto l'oscar 2008 come miglior script originale. Basti questo per convincere il pubblico a regalarsi un'ora e mezza di divertimento, in un film dove ilarita' e riflessione sono intrecciate con delicatezza.
Juno e' un'adolescente che si ritrova a dover affrontare una gravidanza indesiderata, affiancata dalla propria famiglia e dal proprio fidanzato. E durante questo viaggio comprendera' molti aspetti della propria delicata esistenza e dei propri sentimenti, coinvolgendo altre anime in cerca di uno specchio sul quale riflettere la parte più ferita di loro stesse.

Jason Reitman, regista di Thank you for smoking e figlio d'arte di quel Ivan Reitman che ci ha fatto spanciare dalle risate negli anni '80 con i blockbuster Ghostbuster e I gemelli, mette in scena una storia davvero originale e dalle molte letture, che offre materiale per guardare gli Stati Uniti con meno angoscia e criticismi. La famiglia di Juno e' finalmente una famiglia media americana positiva, rilassata, e lei e' una ragazzina piena di vita, ferita dalla vita e dagli eventi, ma che non si perde d'animo.
Diablo Cody ci parla di adolescenti che hanno desiderio di reagire con positivita' alle difficolta' della vita, ci parla di uomini adulti che sono piccole mele acerbe e spaesate, di ragazzini vigorosi e sorprendenti, di donne annichilite in un desiderio di maternita' irraggiugibile. E dipinge con assoluta ironia ed energia il ritratto di un'adolescente unica nel suo genere.
Tutto il merito va a una blogger di nome Diablo Cody che è stata scoperta da uno dei produttori mentre navigava su Internet. Colpito dal suo stile umoristico, Novick ha deciso di chiamare la scrittrice per proporle la stesura dello scritto che, per tutta la durata del film, si distingue per la sua natura ultra contemporanea e spiccatamente femminile.

La sceneggiatura e' davvero ben scritta e strutturata: nessun personaggio e' lasciato alla deriva e tutti apportano un mattoncino necessario alla completezza del quadro. Bei dialoghi. Ellen Page interpreta con vigore la protagoinista. Jennifer Garner ben si pone con un personaggio in bilico e sofferto.
Messa in scena trasparente e scanzonata. Nessuna sequenza sembra inutile. Ottimi i titoli di testa.
Due le scene che ricordero': l'abbraccio tra Juno e Paulie, sul letto d'ospedale, dopo il parto, e la loro canzone cantata in duo, con le loro chitarre in braccio, dentro la cornice di quartiere residenziale periferico americano in puro stile Sundance festival.

Il matrimonio e' un affare di famiglia

Dopo Segreti e bugie, che l'ha portata al successo, e L'erba di Grace, che ne ha confermato le doti di attrice da commedia oltre che di dramma, l'attrice inglese Brenda Blethyn torna sul grande schermo di nuovo nel ruolo di una madre di famiglia, questa volta in un film australiano, Il matrimonio e' un affare di famiglia,interpretando un profilo di donna complesso e coinvolgente e regalandoci uno dei personaggi piu' addolorati e spumeggianti allo stesso tempo di quest'annata di cinema.

Clubland (questo il titolo originale), il film della quasi esordiente Cherie Nowlan - scritto da Keith Thompson, veterano sceneggiatore di serial TV, qui alla sua prima vera prova come sceneggiatore cinematografico per il grande schermo - racconta la storia di una famiglia australiana all'apparenza come tante, e che come nessun altra vive e soffre, gioisce e cade, si evolve verso una presa di coscienza che fara' maturare tutti i suoi componenti.

La sceneggiatura e' davvero ben scritta, ritmata, incalzante: ottimi i dialoghi, ottime le battute, si ride davvero, ci si commuove. I personaggi sono ben descritti e interpretati.
Questa commedia, che in Italia e' stata tradotta con un titolo davvero imbarazzante e poco rappresentativo, ha il pregio di non abbandonare una certa seriosita' nell'affrontare tematiche riguardanti la famiglia, la crisi individuale e la paura della solitudine e di non dimenticare mai che di queste cose se ne parla meglio se lo si fa con un atteggiamento ironico e fantasioso.
Plauso allo scenbeggiatoire per la positività di fondo e il bel personaggio della protagonista, Jean Dwight. Apprezzabile la messa in scena, che produce un film scorrevole e avvolgente.
Distribuisce Lucky Red.






giovedì, aprile 17, 2008

Film in sala da venerdi' 18 aprile

L'amore non basta
regia: Stefano Chiantini
genere: drammatico
prod.: Italia

Step Up 2 - La Strada per il successo
Step Up 2 the Streets
regia: Jon Chu
genere: commedia
prod.: USA

Ortone e il mondo dei Chi
Horton Hears a Who!
regia: Jimmy Hayward, Steve Martino
genere: animazione
prod.: USA

L'ultima missione
MR 73
regia: Olivier Marchal
genere: azione
prod.: Francia

21
21
regia: Robert Luketic
genere: dramatico
prod.: USA

10 cose di noi
10 Items Or Less
regia: Brad Silberling
genere: dramamtico
prod.: USA

Il matrimonio è un affare di famiglia
Clubland
regia: Cherie Nowlan
genere: comemdia
prod.: Australia

La velocita' della luce
regia: Andrea Papini
genere: dramamtico
prod.: Italia

Shine a Light


Prima di scegliere il titolo dall'elenco dei film usciti in sala mi sono chiesta "E quando mai mi capitera' di vedere i Rolling Stnes dal vivo? E davvero avro' intenione di noleggiare/acquistare il dvd quando uscira'? E comunque sia, non possiedo un impianto audio home cinema... percio' eccomi entrare in sala per gustarmi, nella piu' totale impreparazione, Shine a light, la testimonianza di uno dei concerti piu' amati di tutti i tempi dai fans del rock di tutto il mondo, visto dall'occhio di uno dei miei registi preferiti. Ultima chicca, bhe', il concerto si svolge a new york...
Il docu-rock di Martin Scorsese coglie appieno l'anima rock di questo gruppo di musicisti incalliti e mai paghi di emozioni musicali, che da oltre 40 anni dominano la scena musicale internazionale e che non badano al tempo che passa. Scorsere alterna brani dal vivo - tratti dai due concerti tenuti al Beacon Theater di New York - con stralci di vecchie interviste anni '60 e '70 che dipingono senza sbavature il ritratto di una band trasgressiva e godereccia insieme, fotografando in tutta la loro vitalita' questi 4 adolescenti un po' cresciuti che non si arrendono al tempo che passa. Ribadisco questo concetto del tempo perche' davvero i Rolling Stones hanno preso degli anni, ma guardandoli suonare e cantare e saltare sul palco non sembra proprio che sentano il peso della loro eta'. Forse sono stati piu' gli eccessi di droga e alcool ad averli un po' incrinati. Mick Jagger ha una energia che molti giovani 20enni di oggi se la sognano, e cosi' gli altri tre. Keith Richard e' davvero brutto, mi dispiace dirlo, impressiona come gli eccessi di gioventu' (e forse anche attuali) lo abbiano consumato, eppure, nonostante tutto, e' vivo e vitale, altro che! Ron e Charlie sembrano due varani di komodo con dli orecchini e le catenine, ma non deludono in un solo riff.

I Rolling Stones non necessitano di presentazioni ne' di introduzioni, vanno ascoltati e guardati cosi', anche senza conoscere un solo pezzo del loro repertorio - ed infatti io nemmeno uno ne conosco, lo ammetto bellamente, beata ignoranza - perchè ciò che conta è l'energia che sprigiona la loro musica, la gioia che si coglie nei loro sguardi quando cantano e suonano e si perdono lungo i sentieri delle loro canzoni. Ed il loro e' rock, e poi e' blues, e poi e' country, e' un sound al servzio delle loro storie, della loro voglia di fare festa e cantare con gioia e disincanto.
La musica e' vita e come niente altro regala momenti di estasi e gioia pura, staccata da ogni razionalita'. Ovviamente i new yorkesi erano in delirio, il teatro, senza transenne ne' barriere di sorta, ha partecipato con grande calore a tutti i momenti dei due concerti.
Duetti con Jack White dei The White Stripes, Buddy Guy e Cristina Aguilera. I Rolling Stones regalano al pubblico anche "As Tears Go By", ceduta, appena nata, a Marianne Faithfull e che non avevano mai avuto il coraggio di esibire dal vivo in un tour.

giovedì, aprile 10, 2008

Film in sala da venerdi' 11 aprile

La seconda volta non si scorda mai
regia: Francesco Ranieri Martinotti
genere: commedia
prod.: Italia

Shoot'Em Up - Spara o muori!
regia: Michael Davis
genere: azione
prod.: USA

In amore niente regole
regia: George Clooney
genere: commedia
prod.: USA

Alla ricerca dell'isola di Nim
regia: Jennifer Flackett, Mark Levin
genere: avventura
prod.: USA

Interview
regia: Steve Buscemi
genere: drammatico
prod.: USA

Shine a Light
regia: Martin Scorsese
genere: documentario
prod.: USA, Gran Bretagna

Riprendimi
regia: Anna Negri
genere: drammatico
prod.: Italia

Oxford Murders - Teorema di un delitto
regia: Álex De la Iglesia
genere: thriller
prod.: Spagna, Francia

mercoledì, aprile 09, 2008

La zona

La zona è il nome di un quartiere residenziale di una città senza nome ma assimilabile per i connotati di povertà ed anonimato a quelle che popolano il sud del mondo. Al suo interno vive una comunità che si è sottratta alla violenza degli indigenti ed alla corruzione degli organismi statali, grazie ad uno status speciale che gli assicura il privilegio di amministrarsi secondo regole proprie e fintanto che nessun fatto di sangue si verifichi al suo interno. La sua presenza difesa da un muro di cinta sormontato da filo spinato e sorvegliato da telecamere perennemente accese ne fanno un bunker inaccessibile e per i fortunati abitanti il luogo ideale per una vita asettica e sicura. In una serata umida e piovosa il destino decide di rimettere tutto in discussione, permettendo a tre balordi di introdursi all'interno della proprietà e dare vita ad un furto che si conclude in un bagno di sangue.
Di fronte alla possibilità di denunciare l'accaduto alla Polizia e rischiare di perdere i loro privilegi, il comitato d'emergenza decide di coprire l'accaduto ed eliminare anche l'ultimo malvivente che nel frattempo vive clandestino all’interno della Zona. Rodrigo Plà, regista messicano evita la retorica del raccontino sociologico, e ci presenta uno scenario a dir poco apocalittico, dove tutto è già accaduto: le disfunzioni di un mondo incapace di assicurare la dignità ed il diritto alla vita dei suoi abitanti non sono il frutto di un enunciazione pamplettistica inserità all’interno del racconto, ma si deducono dai comportamenti dei personaggi e dal modello di vita che si sono scelti. La Zona rappresenta in questo senso un modello di società orwelliana impostata sul controllo e sulla paura. Un sistema che si regge su un illusione di diversità che viene meno quando, per evitare di far trapelare l’accaduto, i nostri accettano il ricatto del funzionario della Polizia che minaccia di denunciare l’accaduto e poi reagiscono con una violenza che li macchia dello stesso peccato di quei desaparecidos dai quali erano fuggiti. E sarà proprio l’incontro con quella diversità, che nel film è sintetizzata dal rapporto tra il giovane protagonista, un rampollo di quella società, ed il coetaneo più sfortunato ad evidenziare, nel bene come nel male, quella mancata diversità ed insieme a minare l’idea di aggregazione che sta dietro al progetto della Zona. Plà affida il suo messaggio ad un linguaggio che procede in maniera lineare per quanto riguarda la narrazione ma si frammenta nello stile e nell’uso del formato cinematografico . Il risultato è un cinema che ha la facilità d’approccio ed a volte il didascalismo del filone mainstrem ma anche l’istinto del cinema d’autore: basti pensare al rigore delle inquadrature che non fanno nessuna concessione allo spettacolo ed alla capacità di mantenersi essenziale nell’esposizione del racconto. Niente male per un giovane esordiente.

martedì, aprile 08, 2008

Tutta la vita davanti

(di ETHAN)
Tutta la vita davanti: e' un film sull'italia contemporanea e la sua mutazione che manca da circa vent'anni. A Virzi' riesce un buon film di narrazione del Paese in preda al berlusconismo, al capitalismo
postindustriale e al dominio dell'apparenza senza mai nominarli e senza cadere nella noia, perche' forse indovina la scelta della farsa agrodolce, dell'ironia e della complessita' dei personaggi.
Virzi' non risparmia nessuno. Gli intellettuali? rassegnati a fabbricare il grande fratello. I sindacati? retorici e pasticcioni, incapaci di reinvitare il senso della collettivita' in una societa' che ha perso i suoi punti di riferimento.

Il tutto potrebbe finire con una danza macabra o con la fuga all'estero ma il regista ci ricorda che si puo' pensare al mondo, fare un po' di filosofia e, anche se amaramente, ridere (sguardo positivo verso il futuro: la scena dove viene chiesto alla bambina che lavoro vuole fare da grande).
Ecco perche' io avrei fatto dire alla bambina il mestiere del tronista o un componente del grande fratello. Il mio sguardo verso il futuro e' molto pessimista se chi vincera' le prossime elezioni non riuscira' a dare nessun slancio all'Italia. (ethan)

giovedì, aprile 03, 2008

Colpo d'occhio

Colpo d’occhio è un film sul desiderio che nasce dallo sguardo e sulla follia che si produce quando non si riesce a soddisfarlo. Nella vita dei due protagonisti la capacità di vedere si traduce in un estasi istantanea che fa la differenza: collegati al mondo dell’arte per opposti talenti, i due non avrebbero niente da spartirsi sul piano umano se il destino non li scegliesse per interpretare una tragedia moderna che rivisita il mito faustiano nella scellerata alleanza tra il professor Lulli (Rubini ancora una volta alle prese con un personaggio sgradevolissimo), mefistofelico critico d’arte e Adrian Scala (Scamarcio) , scultore in cerca di successo.

Il sodalizio di un mondo in cui il mecenate è piu importante dell’artista e dove il valore di un opera può fare a meno delle sue qualità estetiche (ma non della raccomandazione: è questo il male del cinema italiano?) si rivela un gioco al massacro orchestrato dal critico per riconquistare la bella Gloria (molto brava Vittoria Puccini), un tempo sua protetta ed amante, ed ora compagna dell’ignara vittima. Un mito universale che Rubini mette in scena tenendosi lontano da inutili alambicchi e dando corda ad un cinema spietatamente umano ma capace anche di tradurre sul piano delle immagini i significati della storia. Il film è infatti attraversato da un movimento interno “Ascendente”, che dal particolare definisce il tutto e che ricalca il modus operandi dei due protagonisti costruttori di certezze basate su dettagli impercettibili: la cinepresa che si concentra su un singolo elemento e poi si allarga fino a comprenderlo nell’ambiente (i mdm sono fluidi e come l’eyes wide shut del titolo si chiudono e si aprono, spaziando tra primi piani ravvicinatissimi a panoramiche ad ampio respiro), i luoghi della storia che inizialmente appartengono ad una geografia anonima e provinciale per poi trasferirsi a quella conosciuta e glamour delle grandi metropoli (Roma Berlino Venezia), l’orizzonte geografico ed esistenziale dei due innamorati prima minimalista (la casa di campagna a lungo disabitata e la mostra di provincia)e e poi, suo malgrado eccessivo e pieno di cose (l’attico romano al centro di Roma per non parlare della Biennale di Venezia) sono il riflesso di questa progressione. Notevole è anche la dialettica dei personaggi, quasi allo specchio quelli di Rubini e Scamarcio per la loro incapacità di gestire le occasioni che il destino gli offre e quello della Puccini, musa su cui entrambi convergono e sintesi, per la trasparenza delle sue scelte, di quello che gli altri due non sono. Rubini, più interessato all’ambivalenza dei comportamenti umani che alle meccaniche del thriller (l’angoscia deriva dal conoscere in anticipo quello che sta per accadere sullo schermo), riesce a tirar fuori dai suoi personaggi tutta la gamma dell’umana debolezza e costringe lo spettatore a confrontarsi con quella. Insomma un cinema di sostanza che non rinuncia alla confezione (la musica è quella del Depalmiano Donaggio) ma soprattutto alla irrinunziabile emotività del mezzo cinematografico. Bravo Rubini, autore senza spocchia.

Film in sala da venerdi' 4 aprile

Juno
regia: Jason Reitman
genere: commedia
prod.: USA, Canada, Ungheria

Next
regia: Lee Tamahori
genere: azione
prod.: USA

Gone baby gone
regia: Ben Affleck
genere: drammatico
prod.: USA

The eye
regia: David Moreau, Xavier Palud
genere: horror
prod.: USA

Amore, bugie e calcetto
regia: Luca Lucini
genere: commedia
prod.: Italia

Non pensarci
regia: Gianni Zanasi
genere: commedia
prod.: Italia

La zona
regia: Rodrigo Plà
genere: drammatico
prod.: Spagna, Messico

All'amore assente
regia: Andrea Adriatico
genere: drammatico
prod.: Italia

mercoledì, aprile 02, 2008

Nessuna qualita' agli eroi

Dare forma ai percorsi mentali e psicologici che informano i comportamenti umani non è cosa da poco. Chi si cimenta in questo terreno deve fare i conti con un evidenza che è allo stesso tempo significativa ma anche impalpabile; un procedimento che richiede l'empatia del Terapeuta ed il distacco dell'Entomologo ben sapendo che, per quantoaccurato, il risultato riuscirà solo in parte a soddisfare le premesse ed a restituirci quella ragnatela di reazioni chimiche ed impulsi ancestrali che guidano la nostra vita. Quando è il cinema che si assume l'onere di far vivere quest'utopia i segni diventano ancor più soggettivi e spesso sconfinano fuori dallo schermo per annidarsi nella mente di chi li guarda.
Così accade anche nell'opera seconda di Paolo Franchi, un autore che certamente non deve essersi perso un fotogramma di Kieslowsky (la presenza di Irene Jacob non è un caso) ma anche per restare in Italia di Michelangelo Antonioni (soprattutto per la rarefazione del paesaggio umano e per il senso geometrico degli spazi), quando ha deciso di continuare a sondare le dissociazioni, anzi bisognerebbe dire le distanze che ci separano da noi stessi, con una storia ancora una volta ambientata a Torino, città nella quale si svolgeva parte del suo bellissimo "La Spettatrice". Ma in questo caso il regista dà vita ad un movimento che va in senso opposto (lì tutto iniziava dall'esterno, qui invece l'origine delle cose segue la direzione opposta), perchè a differenza del personaggio interpretato dalla Bobulova, che viveva la sua vita per interposta persona, rubandola a quelle delgi altri, spettatrice di un mondo che le apparteneva solamente in virtù di quello sguardo, quello di Bruno Todeschini si guarda e si ritrova mettendo ordine al caos che lo pervade (ed è paradossale in un film che procede con apparente disordine) procedendo in senso inverso, tirando fuori piuttosto che immagazinando, creando la realtà (il personaggio interpretato da Elio Germano è forse il suo doppio o comunque il simbolo del senso di colpa che gli impedisce di confidarsi con la moglie) piuttosto che subirla. Tutto ciò che vediamo è la proiezione del suo mondo interiore ( la struttura da thriller esistenziale non può funzionare in altra maniera). Il responso dello specialista che gli annuncia l'impossibilità di avere figli, il tentativo di nascondere alla moglie le difficoltà finanziarie e sopratutto l'incontro con Luca (Germano), un ragazzo che lo perseguita in maniera morbosa e per motivi che si chiariranno solo in parte, sono i frammenti di un mondo che è andato in frantumi ed insieme l'estremo tentativo di rimetterlo in piedi per liberarsene definitivamente. Dissoluzione e ricomposizione perfettamente sintetizzate dalle sequenze che aprono e chiudono il film : apparentemente uguali (in realtà la prima è continuamente spezzata da qualcos'altro, e corredata da un rumore - estraneo ed extradiegetico - che ci rivela fin da subito l'inizio della dissociazione mentre quella conclusiva, privata di quel "disturbo", ne annuncia la guarigione) con un campo medio sul protagonista ripreso di profilo mentre, seduto all'interno di una stanza arredata in maniera spartana e quel tanto per renderla funzionale, aspetta di parlare con il suo interlocutore ancora fuori scena. Sono schegge temporali di un attesa breve ma sofferta perchè è la premessa di un responso che in entrambi i casi non lascerà scampo al protagonista. Istanti che si dilatano senza tempo e su diversi piani (reale ed immaginario lasciano spesso il posto al flusso di coscienza ed al sogno),con una serie di scene autoconclusive se non fosse per la presenza di uno strano omicidio, che sembra legare ad un unico destino le vicende private dei due protagonisti.. Il paesaggio che riceve i loro pensieri ha il riflesso abbacinante di un raggio di sole e la solidità di un cielo carico di pioggia., mentre l'isolamento emotivo è reso concreto dall'inserimento di una colonna sonora che satura le percezioni con un suono cupo e ossessivo. Il continuo richiamo all'organo sessuale femminile, vera e propria "fonte di calore" , in un panorama freddo e senza amore, così come l'evidente, nei fatti ma anche nelle parole, rapporto conflittuale tra Padri e Figli ci rivelano la natura Edipica di un film che fallisce non tanto per la complessità dei temi ma per la prevedibilità della loro rappresentazione che sembra appartenere al repertorio già vista di tanto cinema del passato. La scelta dello stile è ineccepibile ma solo in alcuni momenti riesce a sostenere le intenzioni dell'autore. Rimane la stima per un regista che ha avuto il coraggio di rischiare, ma anche la delusione tutta personale per un attesa non ripagata.