mercoledì, febbraio 18, 2026

MARTY SUPREME

Marty Supreme

di Josh Safdie

con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion

USA, 2025

genere: sportivo, commedia, drammatico

durata: 150'

Tra archetipi e mitologie Marty Supreme di Josh Safdie declina il cinema d’autore secondo il concetto di esperienza sensoriale tipica del prodotti blockbuster. In un ruolo scomodo Timothée Chalamet dimostra di essere un attore bravo e versatile.

Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures Marty Supreme ha ricevuto 9 nomination all’Oscar tra cui quella per la miglior regia e il migliore attore.

Mantenendo il marchio di fabbrica dei film precedenti – cosa che il fratello Benny non ha fatto – Josh Safdie si serve dell’acustica e del movimento per immergere lo spettatore in un’esperienza sensoriale simile a quella del cinema blockbuster. Cinetico, assordante e con un unico punto di riferimento quello del viaggio in Giappone, Marty Supreme è ossessivo e imprevedibile come il carattere del suo protagonista. Se Marty è avanti rispetto al proprio tempo così lo è la colonna sonora nel raccontare i cinquanta newyorkesi con musiche degli anni ottanta.

Seppur alle prese con una filmografia ancora giovane e dunque troppo acerba per fornire informazione definitive non c’è dubbio che il cinema di Josh Safdie ha già manifestato le proprie tendenze. Amato dal pubblico dei festival ma sconosciuto alla maggioranza degli spettatori Josh Safdie è in questi giorni al centro dell’attenzione per aver diretto un film di successo popolare come Marty Supreme, campione di incassi negli Stati Uniti con un incasso che al momento ha raggiunto i novanta milioni di incasso, diventando il lungometraggio più redditizio della A24, casa di produzione specializzata nella realizzazione di film indipendenti.

Per il suo primo film da solista Josh Safdie conferma il copyright dei lavori precedenti. Non sfugge infatti l’impostazione narrativa condivisa con Good Time e soprattutto Diamanti Grezzi, costruita su una “grande ossessione”, nel caso specifico quella del protagonista per il ping pong, capace di innescare una sarabanda metropolitana in cui il nostro si muove con una frenesia pari alla sfacciata resilienza che gli permette ogni volta di sopravvivere agli agguati di una realtà avversa. In particolare non sfugge la somiglianza tra Marty Reisman e l’Howard Ratner di Uncut Gems, a cominciare dalla condivisione del modello ispiratore, quello dell’ebreo errante (in una New York archetipo del mondo), che i due incarnano alla perfezione, destinati come sono a vagare senza sosta ne riposo per le strade newyorkesi. Analogie che persistono anche sul piano della personalità sovrapponibile nel suo essere disposta a tutto, anche a rinnegare sé stessa, pur di rilanciare la corsa al sogno proibito come pure nella capacità (irrisa, come vuole l’archetipo dello schlemiel) di vedere cose che gli altri non vedono, con la previsione di Marty a proposito del successo del tennistavolo sul mercato americano pareggiata dalla scommessa sportiva che rende milionario il personaggio interpretato da Adam Sandler.

Marty Supreme fa sua la lezione del cinema classico americano e del pragmatismo che ne contraddistingue la forma, facendo dell’azione – e che azione – lo strumento per risalire alla psicologia dei personaggi. Ma c’è di più, perché lungi dall’essere semplice scelta stilistica il parossismo con cui la mdp riprende la furibonda rincorsa di Marty così come la miriade di ostacoli che gli si presentano di fronte diventano la proiezione del paesaggio interiore del personaggio, facendo dell’eterogeneità dei tipi umani e dei loro diversi accadimenti la cartina di tornasole delle contraddizioni che albergano nel protagonista.

La stessa funzione è assegnata da Safdie alla colonna sonora e in particolare al sound design, chiamato a sottolineare i cambiamenti d’umore e gli stati d’animo del personaggio. Esemplare in tale ottica è la dialettica tra rumore e silenzio. Fragoroso in corrispondenza della fase più tormentata della vicenda il frastuono lascia spazio al silenzio in maniera inaspettata, quando nel finale la vista del figlio appena nato sembra segnare il punto di svolta nella vicenda esistenziale di Marty, quello capace di mettere a tacere una volta per tutte i fantasmi che gli danno il tormento. Salvo ripresentarli fuori tempo massimo, allorché sullo schermo nero che fa da sfondo ai titoli di coda a montare è il pianto dei neonati; un frastuono destinato a riportare Marty al punto di partenza, riaffermando, semmai ce ne fosse bisogno, la maledizione dei personaggi creati da Josh Safdie, costretti all’esilio da un insopprimibile irrequietezza.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

sabato, gennaio 17, 2026

LA GRAZIA

La grazia

di Paolo Sorrentino

con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque

Italia, 2025

genere: drammatico

durata: 133'

Il successo di Paolo Sorrentino è stato spesso discusso da una parte della critica che ha visto nella qualità estetica dei suoi lungometraggi un limite e non un vantaggio. La Grazia è la dimostrazione del contrario, con la bellezza delle immagini destinata a dialogare con il senso della storia.

La Grazia di Paolo Sorrentino è nei cinema italiani distribuito da Piper Film.

Chiamato a parlare dei suoi film succede spesso che Paolo Sorrentino mostri una certa ritrosia quando si tratta di rispondere a domande che lo interrogano sulla bellezza delle immagini presenti nelle sue opere. L’impressione è quella di una reticenza tipica di chi non vuole essere scambiato per un mero esteta, creatore di inquadrature belle ma vuote. Ma anche la reazione dell’artista messo di fronte al sospetto che le epifanie del suo cinema siano la conseguenza di idee calcolate a tavolino e non espressione immediata del sentimento.

Vere o meno che siano tali supposizioni il nuovo lavoro del regista napoletano – La Grazia, presentato in anteprima nelle sale italiane in attesa dell’uscita ufficiale prevista per il prossimo 15 gennaio – risponde a chi, dopo Parthenope, aveva messo in dubbio la consistenza del suo cinema liquidando il film come il più debole della sua filmografia, definito e risolto intorno alla fotogenia della protagonista femminile. Rispetto a quello, La Grazia sembra quasi un ritorno all’antico non solo perché a interpretare il Presidente della Repubblica Italiana alle prese con la responsabilità delle sue funzioni c’è un Toni Servillo restituito alla centralità – narrativa ma anche interpretativa – avuta in film come L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, Il Divo e La grande bellezza.

A testimoniarlo è anche la sintonia con cui immagine e parola si incontrano per costruire i due piani del film: quello fattuale riferito all’istituto clemenziale conferito al Presidente della Repubblica Italiana, e dunque ai dubbi che assillano Mariano De Santis, rispetto ai possibili beneficiari, e l’altro, riferito alla condizione dell’anima, e dunque alla grazia menzionata nel titolo, opposto della pesantezza del vivere che attanaglia il personaggio di Servillo, bloccato di fatto dalla capacità di inter – agire con il mondo che lo circonda.

Un binomio destinato a diventare problematico fin dalla sequenza iniziale, con il movimento di macchina – dall’alto verso il basso – che collega cielo e terra volto a riflettere il contrasto tra ideale e reale ragionando sulla vertigine esistente tra il primato della funzione presidenziale, riassunto dalle didascalie sospese nell’azzurro del cielo, e le pastoie esistenziali di chi è stato eletto per prendersene cura, spinto verso il basso da dubbi etici e tormenti personali che fanno del Quirinale una sorta di Elsinore contemporanea.   

Sorrentino si serve della stessa inquadratura per dare vita all’altra componente del racconto, quella più propriamente esistenziale, relativa ai legami familiari di Mariano De Santis. Lo fa ancora una volta attraverso una seconda antitesi, collegando l’assenza di gravità della sfera celeste ripresa dall’immagine d’apertura con la necessità di restare con i piedi per terra a cui rimanda la facciata del Palazzo del Quirinale, punto d’arrivo del piano sequenza che apre il film e chiara allusione alle aspirazioni del protagonista, desideroso, ma impotente quando si tratta di liberarsi dalle zavorre che gli impediscono di vivere. Un’aspirazione destinata a trovare soluzione nell’inquadratura conclusiva, con la visione dell’ex Presidente fluttuante all’interno della stazione spaziale creata ad arte per trasfigurare la fine del viaggio e in particolare il cambiamento di stato del protagonista finalmente pronto a librarsi verso l’alto occupando lo spazio lieve che la sequenza iniziale gli aveva negato.

Di immagini belle e significative La Grazia di Paolo Sorrentino è piena a testimonianza di un fervore artistico capace di operare al limite del lecito senza cadere mai nell’eccesso. Ne La Grazia la ricerca del bello va di pari passo con la volontà di dare senso a ogni singola sequenza, come dimostra quella relativa alla visita ufficiale del Presidente portoghese in cui il gioco di specchi tra De Santis e il collega straniero – con l’impasse esistenziale del primo destinato a materializzarsi nel destino avverso che impedisce all’ospite di raggiungere la metà – è il risultato della combinazione tra la mimica dei corpi – quello di Servillo rigido e contratto a rifletterne il blocco psicologico, quello del politico lusitano che si ribella alla stasi senza successo, e il lavoro sul tempo – con la slow motion a cristallizzare una rappresentazione della condizione umana vicina a quella formulata da Camus ne Il mito di Sisifo

Che poi La Grazia sia un film fondato sulla capacità degli attori di dare vita ai caratteri della storia e su quella di Sorrentino di scegliere le facce che li devono interpretare non è una novità per chi ha saputo regalare al nostro immaginario un personaggio indelebile come quello di Jep Gambardella. Semmai c’è da registrare come nel cinema del regista napoletano la presenza di figure di alto profilo politico e religioso rispecchi la visione di un mondo in cui le differenze tra alto e basso esistono solo sul piano della forma, ma non su quello che determina l’essenza dell’umano. Questo fa sì che all’interno di una carrellata di personaggi dalla personalità spiccata sia sempre possibile trovare un filo rosso capace di azzerarne le distanze evidenziandone invece le analogie. Come quelle che esistono (solo per fare un esempio) tra Mariano De Santis e il Titta di Girolamo de Le Conseguenze dell’amore, accomunati come sono, non solo da pregi e difetti, da dubbi etici e morali, ma anche dalla tensione prodotta dal desiderio di ribellarsi dalle prigioni che si sono costruiti e anche da un’apatia che li spinge a lasciare tutto com’è.

Nell’oscillare tra questi due stati Toni Servillo – ma va citata anche Anna Ferzetti per la bravura nel tenergli testa – mette ancora una volta in pratica la lezione dei grandi facendo dell’immobilità la chiave di una performance carismatica e magnetica sull’insostenibile leggerezza dell’essere.


Carlo Cerofolini

(approfondimento pubblicato su taxidrivers.it)

mercoledì, gennaio 07, 2026

LE CLASSIFICHE DE I CINEMANIACI 2025

Le classifiche de I Cinemaniaci 2025

Carlo Cerofolini


  1. Una battaglia dopo l’altra (Paul Thomas Anderson)
  2. Il seme del fico sacro (Mohammad Rasoulof)
  3. L’attachement La Tenerezza (Carine Tardieu)
  4. L’uomo nel bosco (Alain Guiraudie)
  5. The Brutalist (Brady Corbet)
  6. Confiteor (Bonifacio Angius)
  7. Orfeo (Virgilio Villoresi)
  8. Duse (Pietro Marcello)
  9. Emilia Perez (Jacques Audiard)
  10. Io sono ancora qui (Walter Salles)
  11. Le città di Pianura (Francesco Sossai)
  12. Material Love (Celine Song)
  13. Sotto le foglie (François Ozon)
  14. La città Proibita (Gabriele Mainetti)
  15. Toni, Mio Padre (Anna Negri)
  16. Presence (Steve Soderbergh)
  17. Fuori (Mario Martone)
  18. I peccatori (Ryan Coogler)
  19. Vita da Grandi (Greta Scarano)
  20. The Mastermind (Kelly Reichardt)

Miglior regia: Paul Thomas Anderson (Una battaglia dopo l’altra)

Miglior attore: Sergio Romano (Le città di Pianura, Filippo Scotti  (Le città di pianura)

Miglior attrice: Valeria Bruni Tedeschi (L’Attachement - La tenerezza)

Miglior sceneggiatura:  Carine Tardieu (L’Attachement - La tenerezza)

Miglior colonna sonora: Jonny Greenwood  (Una battaglia dopo l’altra)

Miglior fotografia: Marco Graziaplena (Duse).

Miglior montaggio: Rita Flores (Confiteor)

Miglior opera prima: Orfeo (Virgilio Villoresi)


Veronica Ranocchi


  1. Il seme del fico sacro (Mohammad Rasoulof)
  2. Una battaglia dopo l’altra (Paul Thomas Anderson)
  3. Broken Rage (Takeshi Kitano)
  4. Il maestro e Margherita (Michail Lokšin)
  5. Ciao Bambino (Edgardo Pistone)
  6. Un film fatto per bene (Franco Maresco)
  7. Le città di Pianura (Francesco Sossai)
  8. La città Proibita (Gabriele Mainetti)
  9. Wake Up Dead Man: Knives Out (Rian Johnson)
  10. Zootropolis 2 (Byron Howard e Jared Bush)
  11. A real pain (Jesse Eisenberg)
  12. L’uomo nel bosco (Alain Guiraudie)
  13. Frankenstein (Guillermo Del Toro)
  14. Paternal Leave (Alissa Jung)
  15. The Brutalist (Brady Corbet)
  16. Diciannove (Giovanni Tortorici)
  17. L’attachement - La Tenerezza (Carine Tardieu)
  18. Luce (Luca Bellino e Silvia Luzi)
  19. Emilia Perez (Jacques Audiard)
  20. Generazione romantica (Jia Zhangke)

Miglior regia: Paul Thomas Anderson (Una battaglia dopo l’altra)

Miglior attore: Timothée Chalamet (A complete unknown)

Miglior attrice: Valeria Bruni Tedeschi (L’Attachement - La tenerezza)

Miglior sceneggiatura: La città proibita (Gabriele Mainetti)

Miglior colonna sonora: Jonny Greenwood  (Una battaglia dopo l’altra)

Miglior fotografia: Rosario Cammarota (Ciao Bambino)

Miglior montaggio: Takeshi Kitano, Yoshinori Ōta (Broken Rage)

Miglior opera prima: Ciao Bambino (Edgardo Pistone)