Marty Supreme
di Josh Safdie
con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion
USA, 2025
genere: sportivo, commedia, drammatico
durata: 150'
Tra archetipi e mitologie
Marty Supreme di Josh Safdie declina il cinema
d’autore secondo il concetto di esperienza sensoriale tipica del prodotti
blockbuster. In un ruolo scomodo Timothée Chalamet dimostra di
essere un attore bravo e versatile.
Prodotto da A24 e
distribuito in Italia da I Wonder Pictures Marty Supreme ha
ricevuto 9 nomination all’Oscar tra cui quella per la miglior regia e il
migliore attore.
Mantenendo il marchio di
fabbrica dei film precedenti – cosa che il fratello Benny non ha fatto –
Josh Safdie si serve dell’acustica e del movimento per immergere lo spettatore
in un’esperienza sensoriale simile a quella del cinema blockbuster. Cinetico,
assordante e con un unico punto di riferimento quello del viaggio in Giappone, Marty
Supreme è ossessivo e imprevedibile come il carattere del suo
protagonista. Se Marty è avanti rispetto al proprio tempo così lo è la
colonna sonora nel raccontare i cinquanta newyorkesi con musiche degli anni
ottanta.
Seppur alle prese con una
filmografia ancora giovane e dunque troppo acerba per fornire informazione
definitive non c’è dubbio che il cinema di Josh Safdie ha già
manifestato le proprie tendenze. Amato dal pubblico dei festival ma sconosciuto
alla maggioranza degli spettatori Josh Safdie è in questi giorni
al centro dell’attenzione per aver diretto un film di successo popolare come Marty
Supreme, campione di incassi negli Stati Uniti con un incasso che al
momento ha raggiunto i novanta milioni di incasso, diventando il lungometraggio
più redditizio della A24, casa di produzione specializzata nella
realizzazione di film indipendenti.
Per il suo primo film da
solista Josh Safdie conferma il copyright dei lavori precedenti.
Non sfugge infatti l’impostazione narrativa condivisa con Good Time e
soprattutto Diamanti Grezzi, costruita su una “grande ossessione”, nel caso
specifico quella del protagonista per il ping pong, capace di innescare una
sarabanda metropolitana in cui il nostro si muove con una frenesia pari alla
sfacciata resilienza che gli permette ogni volta di sopravvivere agli agguati
di una realtà avversa. In particolare non sfugge la somiglianza tra Marty Reisman
e l’Howard Ratner di Uncut Gems, a cominciare dalla condivisione
del modello ispiratore, quello dell’ebreo errante (in una New York archetipo
del mondo), che i due incarnano alla perfezione, destinati come sono a vagare
senza sosta ne riposo per le strade newyorkesi. Analogie che persistono anche
sul piano della personalità sovrapponibile nel suo essere disposta a tutto,
anche a rinnegare sé stessa, pur di rilanciare la corsa al sogno proibito come
pure nella capacità (irrisa, come vuole l’archetipo dello schlemiel) di
vedere cose che gli altri non vedono, con la previsione di Marty a
proposito del successo del tennistavolo sul mercato americano pareggiata dalla
scommessa sportiva che rende milionario il personaggio interpretato da Adam
Sandler.
Marty Supreme
fa sua la lezione del cinema classico americano e del pragmatismo che ne
contraddistingue la forma, facendo dell’azione – e che azione – lo strumento
per risalire alla psicologia dei personaggi. Ma c’è di più, perché lungi
dall’essere semplice scelta stilistica il parossismo con cui la mdp riprende la
furibonda rincorsa di Marty così come la miriade di ostacoli che gli si
presentano di fronte diventano la proiezione del paesaggio interiore del
personaggio, facendo dell’eterogeneità dei tipi umani e dei loro diversi
accadimenti la cartina di tornasole delle contraddizioni che albergano nel
protagonista.
La stessa funzione è
assegnata da Safdie alla colonna sonora e in particolare al sound design,
chiamato a sottolineare i cambiamenti d’umore e gli stati d’animo del
personaggio. Esemplare in tale ottica è la dialettica tra rumore e silenzio.
Fragoroso in corrispondenza della fase più tormentata della vicenda il
frastuono lascia spazio al silenzio in maniera inaspettata, quando nel finale
la vista del figlio appena nato sembra segnare il punto di svolta nella vicenda
esistenziale di Marty, quello capace di mettere a tacere una volta per
tutte i fantasmi che gli danno il tormento. Salvo ripresentarli fuori tempo
massimo, allorché sullo schermo nero che fa da sfondo ai titoli di coda a
montare è il pianto dei neonati; un frastuono destinato a riportare Marty
al punto di partenza, riaffermando, semmai ce ne fosse bisogno, la maledizione
dei personaggi creati da Josh Safdie, costretti all’esilio da un
insopprimibile irrequietezza.
Carlo Cerofolini
(recensione pubblicata su taxidrivers.it)



