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domenica, aprile 25, 2021

Perché è difficile spiegare la bravura di un attore





Spiegare a se stessi e agli altri la bravura di un attore non è cosa facile: per farlo occorrono conoscenze specifiche, spesso considerate in sott’ordine rispetto alla centralità tematica del regista e della sua messinscena.

La riprova ci viene data ogni volta che leggiamo una recensione, nella quale, quando menzionata, la prova dell’interprete è risolta  con il voto espresso dall’aggettivo che ne precede il cognome (eccellente, ottimo, buono, pessimo, insufficiente); come pure dalla scarsa saggistica che si preoccupa di entrare nel merito di un’arte ancora poco teorizzata e discussa da saggi e riviste specializzate.

A fare però, da cartina di tornasole del nostro discorso sono le interviste ai protagonisti del film. Commissionate per la maggior parte da periodici e magazine di cronaca e cultura (e non da quelli di settore), le stesse sono il riflesso di un interesse non rivolto al miracolo dell’atto creativo e alle tappe della trasfigurazione fisica e psicologica dell’intervistato. I contenuti, infatti, si limitano a passare in rassegna la biografia del personaggio di turno per ricavarne curiosità e aneddoti, e ancora, a esporne il parere a proposito di importanti questioni del nostro tempo.

Per tali ragioni, consci del fatto che l’efficacia di una buona performance è quella di nascondere la tecnica che permette all’attore di essere il suo personaggio, è pur vero che con il passare degli anni, a venire meno è stata la dimestichezza utile a cogliere dizioni e sfumature espressive, come anche la capacità di saper distinguere tra artificio e verosimiglianza. Da qui la mania di rifugiarsi in approssimazioni in cui la popolarità si sovrappone alla  bravura,  l’esposizione mediatica al talento; con ciò che ne consegue in termini di sopravvalutazione e improvvisi innamoramenti.

Una delle conseguenze di questo stato di cose è la tendenza a cristallizzare gli attori all’interno di un determinato ruolo, di solito quello in cui hanno avuto più successo, con sommo discapito degli interpreti più eclettici, quelli che, proponendo tipi umani sempre diversi, finiscono per essere meno identificabili e quindi appetibili dal punto di vista commerciale.

Gli esempi non si contano, in Italia come all’estero: a eccezioni come quelle di Tom Hanks e Jim Carrey, bravi a intraprendere un percorso diverso da quello originario, passando dal comico al drammatico, si accompagnano scelte di senso opposto come quelle di Tom Cruise, determinato a reiterare a oltranza la sua immagine (ever green) da ragazzo della porta accanto,  anche nel momento in cui la strepitosa interpretazione in Magnolia di Paul Thomas Anderson gli aveva offerto la possibilità di ampliare il suo repertorio.

Al contrario di Julia Roberts e Brad Pitt: la prima brava a perseguire il doppio binario dell’arte e del commercio, facendosi portare all’altare dell’Oscar da Steven Soderbergh, con un personaggio (Erin Brockovich) diverso dal suo cotè abituale; il secondo, cercando di smontare il teorema dell’attore bello e vacuo, non solo attraverso la frequentazioni di stimati autori internazionali (Terry Gilliam e Alejandro González Iñárritu), ma conquistando credito presso stampa e opinione pubblica, mettendo a disposizione la sua notorietà  in importanti campagne umanitarie.

Nel nostro paese la tendenza a stereotipizzare caratteristiche e qualità dei singoli attori rimane alta. Per fare qualche esempio, a Jasmine Trinca e Luca Marinelli, spesso al centro di esperienze sentimentali a dir poco complicate, fanno eco le nevrosi intellettuali di Laura Morante, Margherita Buy e Valeria Bruni Tedeschi, abbonate a ruoli di donne complesse e tormentate, in un un panorama generale (e in mercato) che premia la ripetizione dello schema e scansa il sorprendente e l’inatteso. Come invece è successo (in terra straniera) a Marcello Fonte con Dogman.

Sempre in termini di valutazione di quello che ci fa preferire un attore all’altro, bisogna dire che a differenza del teatro nel cinema la recitazione si rapporta all’immagine, facendo entrare in gioco doti innate come la bellezza, il magnetismo, ma anche la capacità del singolo di flirtare con la mdp, che spesso ammaliano il pubblico perché lo toccano nei sensi e nell’inconscio, escludendo ogni altra ragione.

La capacità dei corpi di essere lo specchio del desiderio dello spettatore, unita alla capacità del grande schermo di moltiplicarne gli effetti, contano non poco nel determinare preferenze e gradimenti. Talvolta, poi, la verità (se esiste) si posiziona dove meno te l’aspetti; per esempio, tra le fila di attori alla loro prime esperienze, eppure capaci di entrare in un film in punta di piedi  per poi contribuire a determinarne le sorti. Tra la miriade di volti vengono in mente quelli di Daphne Scoccia in Fiore e di Raffaella Giordano ne L’intrusamisteri d’attore che rinnovano il fascino di chi riesce a dare vita ai nostri sogni più belli.

Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)  

 


domenica, gennaio 31, 2021

ADOLESCENZA LATERALE






Say you've got the answer. Well, I don't agree

You get no answer when you're cornering me

— Coricky —



Provando - e l’operazione implica la sua fatica - a far sparire dalla lavagna della Storia talune improvvide dichiarazioni d’intenti riguardanti la prima giovinezza, buone, chissà, per un manuale di frenologia (tipo, mettiamo, quella ecumenico-motivazionale farcita di panglossismo interessato in forma di slogan coniata da un tizio altrimenti con i piedi ben piantati in terra e lo sguardo fisso ad altezza portafoglio e, nemmeno a dirlo, subito elevata a rango di empito visionario dalle solerti schiere dei camerieri del pensiero unico, ossia stay hungry, stay foolish, datata 2005 e qualunque significato autentico essa abbia al di là dell’ovvia traduzione), cosa resta ? Forse un’altra facezia  modello sentenza, stavolta almeno un tanto più stimolante, di volta in volta attribuita a Jameson, a Zizek, a entrambi, in base alla quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo. Osservando alternativamente tali due asserzioni, tutto sommato e a rifletterci nemmeno così distanti tra loro - l’una, checché se ne dica e a stringere, permeata di una sibillina sollecitudine di per sé incline all’irregimentazione dell’estro personale entro un ambito senza scampo consumistico-passivo del genere: tu-ragazzo/-a-del-terzo-millennio-esprimi(?)-la-tua-brama-di-futuro-dotandoti-di-uno-dei-tanti-aggeggi-digitali-da-noi-forniti-grazie-ai-numerosi-punti-vendita-di-cui-abbiamo-disseminato-il-globo; l’altra pervasa, in maniera più capziosamente speciosa, vista la sua apparenza quasi svagata di iperbole ironica screziata, al tempo, di un autoritarismo omeopatico come di una obliqua voluttà sepolcrale, da una sorta di placida rassegnazione nei confronti della quale l’atteggiamento da tenere sembra essere quello della sottomissione irriflessa a un destino tanto inesorabile quanto oramai, di fondo, incomprensibile - si può comunque provare a chiedersi, e il Cinema torna utile in veste di termometro degli umori di un mondo davvero fatto (e qui prevale l’accezione provocatoria del termine) di immagini, nonostante l’avanzato inveramento delle conseguenze generate dalle suddette affermazioni di continuo utilizzate a mo’ di carta di identità di un’epoca (in realtà a loro volta specchi ed echi di innumerevoli altri imperativi, poltiglie ideologiche pronte a incastrarsi tra i denti, molteplici con ogni probabilità nelle fogge ma analoghe assai nelle riflessioni, negli atti - e nelle carie - che mirano a produrre), se, quanto e in che modo le nuove generazioni sono tuttora da considerarsi artefici di un itinerario fisico e psicologico consapevolmente autonomo e critico, quindi verosimilmente irreconciliato e antagonista (e sembra di sentire la Dickinson, presunta tremebonda e virginale: Conformati - sarai sano di mente -/Obietta - sarai pazzo da legare - /immediatamente pericoloso e presto incatenato. O una delle protagoniste di “The wilds”: “Essere un adolescente nell’America di tutti i giorni… quello era il vero inferno”. Come, in linea: “Il mondo è un posto pericoloso per una ragazza sessualmente evoluta” e “Mio padre mi guardava come se fossi radioattiva”), sia nella declinazione individuale che in una prospettiva collettiva o, al contrario, devono accontentarsi del ruolo di comparse all’interno di un copione al punto collaudato da non necessitare di improvvisazioni interpretative.


Diciamolo chiaro: allo stato attuale dell’arte - e in particolar modo dopo il demoralizzante esito patito, in relazione all’epidemia mondiale che (inizio 2021) ancora stiamo attraversando, dai vari proclami palingenetici inneggianti a un ottimistico nulla sarà come prima con usuale prontezza cavalcati dal Capitalismo per aumentare ancora di più, se possibile, la pressione di quella stretta che inchioda nell’agonia protratta del cosiddetto eterno presente le sorti degli individui di pressoché tutto il pianeta - è velleitario confidare a breve in un cambiamento effettivo dei rapporti di forza tra chi gestisce (pochi, pochissimi e più o meno i soliti: i famigerati 2000 anni al potere sempre le stesse 2000 persone a suo tempo trasformati in note febbrili dagli Elettrojoyce non fanno cioè che tornarci addosso, ancora e daccapo, cristallini e impietosi come quando furono concepiti) e chi esegue (la quasi totale rimanenza degli altri). Da questo punto di vista è allora opportuno e leale recuperare la provocazione di Jameson/Zizek almeno per ammettere che essa non stride con lo scenario prevalente contemporaneo ma sembra per taluni versi ipostatizzarlo, a rimorchio di una puntuale e vetriolica precisione, in una istantanea da compiaciuto miracolo negativo, lasciando adombrare tra gli anfratti concavi e i chiaroscuri addirittura l’ipotesi di un compimento fatale, perverso e chissà quanto involontario della fame folle evocata dall’ambiguo tormentone aziendale di Jobs. Si noti, poi, per tristo soprammercato e insistendo con la franchezza, come anche in un contesto così complicato, quale appunto l’attuale, il Capitalismo abbia più che mai ribadito la propria già notevolissima capacità di triturare, metabolizzare e omologare (quando non sic et simpliciter evacuare) nel prolasso della duttilità qualunque istanza orientata a limitarne (o a ridiscuterne) l’inerzia espansiva, derubricando di concerto, lentamente ma implacabilmente, sempre su questa linea ma allargando la valutazione ai campi che attengono l’espressione umana - la letteratura, la musica, la politica, il Cinema, chiaramente, et. - concetti (e prassi) come alternativo, indipendente e financo sovversivo a meri materiali di risulta del suo inesausto meccanismo di accumulazione/distruzione.


Quindi, una breve e ahinoi parziale ricognizione (dal momento che la predetta sarà costretta a declinare la tentazione di indagare, ed è solo un esempio, il vasto e poco esplorato oceano della malattia mentale tra i giovanissimi - disturbi del linguaggio e difficoltà di apprendimento, depressione, eccessiva capricciosità umorale, aggressività, anedonia, et. - di sicuro meritevole di una trattazione) che abbia l’intento di mettere in evidenza opere centrate su quella galassia per definizione instabile che è l’adolescenza, non potrà esimersi dal collocare le medesime dentro un ambiente comune - uno spazio oggi come oggi variegato e allettante, cullato dall’onda lunghissima e a tutta prima inesauribile dell’intrattenimento di massa, all’interno delle sue circonvoluzioni, però, spesso desolato e ostile, avviluppato nella narcosi (per il momento) affabile degli stimoli ripetitivi e dei surrogati tecnologici di esperienze - caratterizzato da un’atmosfera pregna di quella che potremmo definire apatia afflitta. Per tale ragione i lavori presi in considerazione appartengono a percorsi e a generi diversi, a produzioni di piccole e medie pretese, la cui specificità del contenuto sarà comunque da mettere in relazione/frizione con il sopraddetto clima che ne pervade magari solo sotterraneamente il progressivo svelarsi ma che, via via, è destinato a rimodellarne la fisionomia.


Rappresentazione prima di questo panorama può considerarsi il dramma “1/1” di Jeremy Philips, del 2018, ambientato nella desolazione gelida di un angolo di Pennsylvania in contrasto col quale la giovane Lissa/L.Shaw, emarginata per collocazione geografica e sociale, tossica per noia e sfinimento, con ogni probabilità incinta, non fa che rivivere il calvario del suo presente atroce e del presumibile identico futuro, in un accavallarsi di detriti mnemonici e fantasmatici a volte incoerenti, sempre dolorosi, trasportati da un passato reso indicibile dal suicidio del padre, mentre la contingenza pressante dell’attimo si nutre della sussistenza sospesa legata a un esame clinico che ne stabilirà o meno, come accennato, la maternità. In un paesaggio umano ed esperienziale affine ma con implicazioni emotive discordi si agita il microcosmo conflittuale e furioso di Lou/M.Kurimsky, in “Firecrackers” di Jasmin Mozzafari, anch’esso del 2018, in relazione al quale la fatalistica rassegnazione al degrado e alla passività non fa invece che saturare fino alla deflagrazione lo sforzo - pure scomposto e non privo di ricadute drammatiche - di seppellire in via definitiva lo squallore di una ripetitività senza scampo e concedere all’ipotesi di una vita nuova altrove - incognite incluse ma per una volta benedette - uno spiraglio praticabile. Di tutt’altro e più ammaliante tenore il tentativo di emancipazione del proprio itinerario soggettivo da ciò che oramai è ridotto fondamentalmente a un incubo di solitudine e disperazione urbana (o provinciale) operato da esperimenti dal piglio astratto come “Wild tigers I have known” dell’esordiente Cam Archer (2006) e “Butter on the latch” di Josephine Decker (2013), all’interno dei quali e con sfumature differenti (nel primo, sono l’identità sessuale in trasformazione di un tredicenne, il suo rapporto con i coetanei e con la madre ad essere esplorati in una dimensione di lisergica apertura, di incantata e ingenua fiducia mista a sconcerto e aspettazione; nell’altro, è l’avventura immaginata/sognata/vissuta da due ragazze in una tregua dilatata dello spazio e del tempo a orientare, al fine di una loro futura composizione, sia i confini dei rapporti interpersonali che il ruolo giocato dall’elemento naturale nella modificazione degli stati d’animo, e ad assecondare da un punto di vista eccentrico e fluido l’insorgere della passione e il retaggio mai pacificato che essa porta con sé) il gesto semantico è quello finalizzato a opporre all’allucinazione monotona della realtà, ostaggio della trivialità dell’ordinario, quella febbrile e cangiante del desiderio. Su un binario parallelo, impreziosito dalla magia stupefatta del mondo e dal piacere peculiare delle prime volte, come dall’afflizione cocente di similari precoci delusioni, si muove poi “We the animals”, di Jeremiah Zagar (2018), a mo’ di canto aurorale di una leggendaria età brada - quella pre/post-puberale - alla cui incoercibile insofferenza corre in soccorso anche la leggerezza dispettosa dell’animazione. 


Il passo delle narrazioni torna a ripiegarsi su sé stesso e ad assumere di nuovo le fattezze di una sfibrante corsa all’autodistruzione o, quanto meno, di uno stallo esistenziale originato da una sequela pressoché ininterrotta di vicolo ciechi, di scomposte psicosi e mal introiettate sollecitazioni, ognuna delle quali scambiata per via d’uscita, in “Super dark times”, di Kevin Phillips (2017) e in “Dark night”, di Tim Sutton (2016), quest’ultimo vagamente ispirato al massacro consumatosi (2012) presso una multisala di Aurora (Co) durante una delle prime proiezioni di “Il cavaliere oscuro - Il ritorno" - di Nolan. Quanto infatti nel film di Phillips la nevrosi e il perenne senso di inadeguatezza a oggi somatizzati dai ragazzi in-età-difficile si coagulano attorno a una serie di circostanze delittuose (dark) che, allo stesso tempo, sfuggono di mano e per altri versi ne indirizzano vieppiù l’agire fino alla rottura di equilibri che una consuetudine appartata (qui, quella di un piccolo centro) faceva ritenere acquisiti, nel lungometraggio stranito ed esausto di Sutton, opportunamente coagulati e compressi, conducono senza mediazioni percorribili alla voragine di una follia (dark) talmente insensata e spietata da non avere bisogno di essere messa in scena in modo plateale per diffondere tutte le sue distruttive risonanze. Di contro e attraverso percorsi psicologici meno eclatanti ma di dirimente impatto sui destini dei rispettivi titolari, si svolgono le vicende di Jack/C.Plummer e Stevie/S.Suljic, entrambi alle prese con itinerari di formazione resi più accidentati dalla prematura spinta all’emancipazione nei riguardi di un quotidiano già avvertito come sterile di stimoli e insoddisfacente affettivamente, da un lato, e segnato dall’indifferente assenza - o insipiente presenza - della figura adulta, dall’altro, raccontate in due esordi datati 2015 e 2018, a dire “King Jack” di Felix Thompson e “Mid90s” dell’attore Jonah Hill. Tanto per il quindicenne Jack quanto per il tredicenne Stevie, appunto, sebbene entro cornici lontane per abitudini e mentalità (la relativa calma di una cittadina per il primo, i brulicanti quartieri periferici di Los Angeles per il secondo), il bandolo delle singole esistenze si avvolge intorno alla ricerca solitaria e non di rado amara - Jack, tipo tranquillo ma per indole non disposto a subire soprusi, si scontra a più riprese con un gruppo di bulli della scuola locale coinvolgendo nelle sue peripezie non esenti da risvolti picareschi un più giovane cugino affidato alla sua tutela per un intero fine settimana; Stevie, scontroso e inquieto di suo, cerca in un gruppo di skaters quell’affiatamento istintivo e la spontanea solidarietà tra eguali che la famiglia naturale, malamente e con stanca discontinuità, cerca di reprimere nell’osservanza di vaghi stereotipi educativi - di una matrice identitaria solida, credibile e distintiva. D’altro canto, è persino attraverso toni quasi favolistici che ci viene restituita la singolare utopia partorita dalla mente di un ragazzo garbato ma di fondo smanioso come il Joe/N.Robinson di “The kings of summer” (2013), opera prima di Jordan Vogt-Roberts. In questo specifico, il paesaggio americano, selvaggio, insidioso ma sempre promettente arriva a sostenere - per mera prossimità biologica, verrebbe da dire - il sogno ingenuo ma vitale di un giovane uomo convinto di poter aggirare i cinici automatismi di una società libertaria nei proclami ma in alcune sue pieghe nemmeno così recondite brutale e intollerante, in virtù della costituzione di un minuscolo reame a parte nel cuore di un ritaglio di Natura incontaminata dove vivere secondo regole proprie.


Risulta chiaro quindi, e per quanto sommariamente tratteggiato, come tanto l’amo commerciale lanciato più o meno un quindicennio fa da un industriale scaltro, quanto il sarcastico de profundis pronunciato da due studiosi di vaglia, col tempo e almeno per un certo tipo di adolescenti - scettici, avveduti, sensibili e perspicaci - siano sempre più destinati a scontrarsi con quella che il compianto Mark Fisher chiamava impotenza riflessiva, ovvero quella condizione psicologica per cui i giovani sanno che la situazione è brutta ma sanno ancora di più che non possono farci niente. Solo che questa consapevolezza, questa riflessività, non è l’osservazione passiva di uno stato delle cose già in atto: è una profezia che si autoavvera. Una profezia che ancora sembra metterci in guardia circa l’eventualità per cui l’unico serio compito rimastoci come persone/comunità/Cultura sia davvero quello di salvare noi da noi stessi, smettendo di essere, prima che sia troppo tardi e come registra sconcertata la Jules/H.Schafer di “Euphoria”, “innamorati della delusione”.

TFK

mercoledì, marzo 18, 2020

NEW YORK, L'UNICA CITTA' DOVE SI PUO' STARE: IL CINEMA DEI FRATELLI SAFDIE

Prendete la New York di Woody Allen, classica, ordinata, composta, poi filmatela solo dopo averla messo a soqquadro, quando ancora il suo tessuto urbano è in preda all’improvvisa baraonda. La Grande Mela dei fratelli Safdie è proprio così, una versione Acid punk di quella rappresentata nei film del cineasta newyorkese. Come quest’ultimo i due autori la tagliano in lungo e in largo ma a differenza del predecessore lo fanno attraverso percorsi sporchi e rischiosi e in maniera ossessiva, restando sempre in movimento, sulla strada in mezzo alla gente, quasi a voler affermare un senso di appartenenza testimoniato dal fatto che i protagonisti di Good Time, Uncut  Gems come pure Heaven Knows What non sono migliori ma uguali a coloro da cui si sottraggono. Se New York e la sua gente ne alimentano da sempre l’ispirazione allora quello dei fratelli Safdie è un cinema della restituzione e dell’essere comunità, nonostante tutto. In questo senso il mezzo sorriso sulla faccia di Adam Sandler in quello che è l’ultimo fotogramma della sua mostruosa interpretazione non è la legittimazione di un lutto ma il capovolgimento di un concetto: la tragedia dura l’attimo di uno sparo perché a restare è l’assoluto di Howard Ratner, felice di essere per sempre li, nell’unica città dove si può stare.
Carlo Cerofolini

mercoledì, febbraio 12, 2020

OSCAR 2020

Oscar 2020


La notte italiana tra il 9 e il 10 febbraio 2020 ha avuto luogo la tanto attesa cerimonia di premiazione degli Oscar. Come da tradizione è stata preceduta da un intenso red carpet che ha visto la presenza di tanti personaggi del mondo dello spettacolo. Tra i tanti merita citare lo stravagante Spike Lee in completo viola bordato di giallo con il numero “24” in ricordo dell’amico, da poco scomparso, Kobe Bryant, ma anche un’elegantissima Natalie Portman con ricamati i nomi di tutte le registe donne non candidate (anche in ricordo della sua presentazione agli Oscar di qualche anno fa “and these are all the MALE nominees”) e una delle più eleganti, in assoluto, Scarlett Johansson con abito lungo. Molto divertenti e simpatici, tanto da conquistare chiunque, i due giovanissimi attori protagonisti di “Jojo rabbit”, Roman Griffin Davis e Archie Yates. E ultima, ma non meno importante la grandissima Jane Fonda che, nello spirito che l’ha sempre contraddistinta e in quello che la sta facendo diventare la “paladina ecologica” per eccellenza, ha “riciclato” lo stesso abito che aveva indossato a Cannes alcuni anni prima.
La cerimonia, forse un po’ più lenta delle scorse, nonostante l’incursione a sorpresa, ad un certo punto, di Eminem ha destato stupore ed interesse nei presenti e in tutti quelli che l’hanno seguita più che altro per i premi consegnati che hanno letteralmente fatto la storia.
Janelle Monae ha avuto il compito di aprire la kermesse con un’esibizione molto bella e molto apprezzata per poi lasciare spazio ai “presentatori”, ai candidati e ai vincitori. Il primo a ritirare il premio è stato Brad Pitt, come miglior attore non protagonista, che ha sorpreso più per il mancato discorso ironico/comico, al quale ormai eravamo tutti abituati, dopo le precedenti vittorie ad altre cerimonie, che per il premio in sé, abbastanza scontato, ma comunque meritato in una categoria incredibile, forse la più “bella” perché contenente effettivamente la storia del cinema, da Tom Hanks a Joe Pesci, passando per Al Pacino e Anthony Hopkins. Subito dopo la prima grande delusione della serata con l’assegnazione del miglior film d’animazione a Toy story 4. Il film Disney ha ottenuto la statuetta, scalzando candidati che sicuramente meritavano molto di più, “Klaus” in primis. Certamente non un cattivo prodotto quello premiato, ma neanche qualcosa di nuovo e ben fatto da meritare questo riconoscimento che dimostra, ancora una volta, la “devozione” dell’Academy nei confronti di film Disney o Pixar. Il film, targato Netflix, “Klaus – I segreti del Natale”, dopo aver ottenuto tantissimi premi in occasione delle cerimonie precedenti, sembrava ad un passo dall’afferrare (meritatamente) quello più ambito, ma ha dovuto, purtroppo, piegarsi. Per fortuna ha comunque trovato l’approvazione di tutto il pubblico che lo ha apprezzato decisamente di più.
La serata è, poi, proseguita con il premio per il miglior cortometraggio d’animazione a Hair Love e quelli alle sceneggiature. E la prima sorpresa della serata arriva proprio con la miglior sceneggiatura originale che va al sud coreano Parasite. Il film di Bong Joon-ho, indubbiamente uno dei migliori della stagione, se non addirittura il migliore, ha ricevuto, più che meritatamente, un premio ambitissimo che moltissimi pensavano sarebbe andato al maestro delle sceneggiature Quentin Tarantino. La miglior sceneggiatura non originale, invece, è andata, quasi come da previsioni, al gioiellino di Taika Waititi, Jojo rabbit. Il film, davvero piacevole, avrebbe sicuramente potuto ottenere di più, ma con i mostri sacri con i quali si è ritrovato a competere purtroppo non poteva chiedere di più.

Altri premi sono stati il miglior cortometraggio, andato a The neighbors’ window, i migliori costumi a Piccole donne, come da copione, con degli abiti decisamente meritevoli di ottenere tale riconoscimento, miglior scenografia a C’era una volta…a Hollywood che ha permesso al pubblico di catapultarsi letteralmente in un’altra epoca, con un’estrema attenzione ai dettagli, miglior documentario a Made in USA – Una fabbrica in Ohio, della casa di produzione fondata dai coniugi Obama e miglior cortometraggio documentario a Learning to Skateboard in a Warzone (if you’re a girl).
Con alcuni intervalli per dare modo e spazio alle canzoni originali candidate di esibirsi, si è arrivati, poi, alla proclamazione della miglior attrice non protagonista, il cui premio è andato alla bravissima Laura Dern, per il suo ruolo in “Storia di un matrimonio”. Un po’ di dispiacere per il mancato riconoscimento a Scarlett Johansson per “Jojo rabbit”, ma la Dern, con l’interpretazione nel film di Baumbach, si è assicurata la statuetta dal primo istante.
Tornando ai premi più tecnici, tra sorprese e delusioni, sono stati assegnati quello per il miglior sonoro a 1917, quello di miglior montaggio sonoro Le Mans ’66 – Ford vs Ferrari, così come quello per miglior montaggio. Se, per i primi due premi, relativi al suono, si può affermare che probabilmente l’Academy è arrivata ad una sorta di compromesso, cercando di premiare, in maniera giusta ed equa, entrambi i film che, del suono fanno grande uso, stessa cosa non si può dire per il premio al miglior montaggio. Anche lo scorso anno questo premio, che dovrebbe essere uno dei più importanti a livello tecnico, o comunque uno di quelli più meritevoli di attenzioni, era stato assegnato ad un film dove il montaggio non era così efficace e ben sfruttato. Anche nel 2020 si è ripetuta la stessa cosa. “Le Mans ’66 – Ford vs Ferrari” è sicuramente un film piacevole, ma nel quale è esclusivamente la componente sonora quella che merita. Avendo tra i candidati film come “Parasite”, “The Irishman”, ma anche lo stesso “Jojo rabbit”, è praticamente inammissibile e inconcepibile assegnare questo premio ad un film del genere. Peccato.
La miglior fotografia è, poi, andata più che meritatamente a Roger Deakins per 1917, sottolineando, in questo modo, forse uno degli aspetti centrali del film, ma lo stesso lungometraggio si è aggiudicato anche il premio per i migliori effetti speciali, riuscendo a sconfiggere candidati Disney che, degli effetti speciali, hanno fatto il loro punto di forza. Proseguendo il premio per miglior trucco e acconciatura è andato a Bombshell, mentre uno dei premi più prevedibili dell’intera kermesse, cioè quello di miglior film internazionale è andato a Parasite che ha letteralmente sbaragliato la concorrenza.
Spazio, poi, alla musica con i premi ad essa relativa e, nello specifico, miglior colonna sonora andato a Joker (importante ricordare che è la terza donna nella storia della kermesse ad aggiudicarsi questo premio), meritatissimo e senza rivali, tanto da essere già diventata riconoscibilissima e iconica (basti pensare all’entrata di Fiorello al festival di Sanremo, tanto per dirne una) e quello di miglior canzone originale andato a (I’m gonna) love me again di Elton John e Bernie Taupin per “Rocketman”, film musicale, forse un po’ troppo snobbato dall’Academy, ma che riporta a casa un premio importante proprio per il ruolo di primo piano della canzone (e della musica in generale).
Gli ultimi quattro premi sono quelli per gli attori protagonisti, quello per la regia e quello più ambito di miglior film.
Il miglior attore protagonista, come previsto, è risultato, a ragione, Joaquin Phoenix per la sua magistrale interpretazione in “Joker”, film che poggia interamente sulla sua performance, degna di rimanere nella storia del cinema. Commuovente il discorso e soprattutto il riferimento al fratello River, andatosene in giovane età, proprio tra le braccia di Phoenix. Una curiosità interessante a proposito di questo premio strameritato (nonostante la grandissima bravura anche di tutti gli altri candidati, uno su tutti Adam Driver che, come unico errore, ha quello di aver scelto male i tempi perché senza Phoenix a contrastarlo avrebbe vinto a mani basse) è il fatto che il personaggio di Joker è il secondo, nella storia, a ricevere due statuette in due film diversi venendo interpretato da due attori diversi: prima Heath Ledger (oscar postumo) e adesso Joaquin Phoenix. L’altro è stato Don Vito Corleone che ha permesso l’ottenimento del premio oscar prima a Marlon Brando e poi a Robert De Niro.
Il premio come miglior attrice protagonista è andato a Renée Zellweger per la sua Judy Garland nel film “Judy”. Riconoscimento doveroso, meritato e, secondo le previsioni, abbastanza scontato, nonostante la candidata subito dietro a lei (Scarlett Johansson) potesse meritarlo quanto lei (se non, addirittura, per certi versi, anche di più). L’interpretazione della Zellweger è stata bella e intensa anche perché lei ha messo tutta se stessa non solo nella recitazione, ma anche e soprattutto nel canto, davvero sublime.
Al termine della kermesse gli ultimi due premi che sono stati anche i più sconvolgenti. Il primo è stato quello per la miglior regia andato a Bong Joon-ho, visibilmente emozionato e positivamente sconvolto tanto da dire, nel discorso di ringraziamento, che pensava di poter andare a casa dopo il premio come miglior film internazionale. Da menzione speciale i ringraziamenti veri e sinceri agli altri quattro registi che non hanno ottenuto la statuetta: il ringraziamento a Tarantino per il fatto di andare oltre i film americani, il desiderio di voler dividere il premio in più parti per consegnarlo a tutti, soprattutto a Mendes e Philipps e la meravigliosa e doverosa standing ovation al maestro Martin Scorsese (protagonista, durante la serata, di un breve “dormiveglia”), il grande dimenticato della serata che, con ben 10 candidature, non è riuscito purtroppo a riportare a casa nemmeno una statuetta. Una regia perfetta e impeccabile, senza dubbio, quella del sud coreano, ma forse, anche per par condicio, avrei puntato su Sam Mendes che, con il suo “1917” ha dato prova di essere davvero molto abile.
Ultimo, e più agognato, premio è stato quello di miglior film andato, a sorpresa, di nuovo a Parasite. Per la prima volta, in 92 anni, il premio di miglior film va ad una pellicola non in lingua inglese. Si tratta di un traguardo davvero storico quello raggiunto dal film capolavoro del sud coreano e di un premio davvero meritato, ma, al contempo, anche inaspettato. Proprio perché aveva già ottenuto il premio come miglior film internazionale, nessuno si sarebbe mai immaginato che potesse letteralmente “sbancare” ottenendo le quattro statuette più importanti in assoluto. Tanto di cappello a Bong Joon-ho e a tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di un film che è già un pilastro della storia del cinema.
E adesso tutti a bere insieme a Bong Joon-ho e a tutta la troupe di Parasite!
Veronica Ranocchi

mercoledì, agosto 28, 2019

VENEZIA 76. LA VERITE'

La vérité
di Koreda Hirokazu
con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke
Francia, 2019
genere: drammatico
durata: 106’
(Concorso ufficiale)


Anche quest’anno il film d’apertura della 76esima edizione della mostra del cinema dimostra la ricerca di Barbera nell’inserire prodotti sempre nuovi e all’avanguardia in un programma articolato e molto ricco.
Koreda Hirokazu mette in scena una storia all’apparenza semplice, nella quale la protagonista, Fabienne, è una grande attrice francese dedita solo ed esclusivamente alla carriera, tanto da dimenticarsi della sua stessa famiglia, sia del marito Pierre, sia della figlia Lumir, trasferitasi a New York dove lavora come sceneggiatrice e dove vive insieme al marito e alla figlia.
Quando la figlia di Fabienne decide di rientrare in Francia per assistere all’uscita della biografia della madre (sulla quale avrà molto da ridire) sembra quasi tornare indietro nel tempo a quando era bambina e veniva costantemente rimproverata o messa in punizione da una madre fin troppo severa, una strega addirittura (così come insegna alla propria figlia). E, oltre, al rapporto madre – figlia, vengono scardinati anche tutti i rapporti con altri personaggi, sia all’interno della casa, tra domestici, cuochi e amanti, sia soprattutto quelli in ambito lavorativo.
Si tratta, quindi, solamente di una storia di relazioni familiari (e non) che si intrecciano tra loro e, insieme, danno vita a “La vérité”. Come anticipato, trama abbastanza semplice, ma solo all’apparenza perché all’interno ognuno dei personaggi nasconde molto più di quanto non fa effettivamente vedere. Dall’invidia e la brama di successo di Fabienne (interpretata da una splendida Catherine Deneuve che fa riflettere e sorridere molto spesso solamente con uno sguardo e mostra e dimostra cosa vuol dire essere un’attrice con la a maiuscola), ai problemi di alcolismo del marito di Lumir, interpretato da Ethan Hawke, per non dimenticare la mancanza di affetto e amore materno della figlia della protagonista, una perfetta Juliette Binoche.
Interessante da parte del regista l’utilizzo costante di primi piani soprattutto per descrivere Fabienne e far entrare maggiormente in sintonia lo spettatore con il personaggio che, nonostante non sia emblema di positività non riesce a farsi odiare del tutto. Sarà forse, in parte, dovuto al suo essere semiseria in molti frangenti, tanto da suscitare qualche risata sporadica nel pubblico.
Menzione speciale alla scelta della musica che va a compensare i vari silenzi voluti e riusciti della pellicola. Bastano poche semplici note al pianoforte per intenerire lo spettatore e proverà empatia per la dura Fabienne.
Ed è bello pensare che “La vérité” non sia solo quella che Fabienne e i vari personaggi nascondono e/o devono mostrare in determinate occasioni, ma anche la “vérité” che lega il pubblico ai personaggi e gli attori stessi ai personaggi. Una Catherine Deneuve che impersona un’attrice di grande fama rende alla perfezione l’idea che il regista vuole proporre e va a creare scompiglio nel pubblico, quasi mescolando la sua immagine reale con quella fittizia del personaggio che interpreta e a sua volta del personaggio che interpreta il suo personaggio, essendo un’attrice. Particolare e interessante la scelta di far interpretare un ruolo “anomalo” a Fabienne che si trova a vestire dei panni che probabilmente non ha mai indossato nella vita. Così facendo si pone una serie di interrogativi, non solo sulla sua collega, della quale si ritrova ad essere gelosa a tal punto quasi da autosabotarsi, ma anche e soprattutto su se stessa, sulla sua vita e sul suo rapporto con gli altri, in primis con la figlia.
Koreda Hirokazu sembra voler porre lo spettatore davanti a una riflessione. La verità viene sempre a galla, in un modo o in un altro, e tutto è destinato a ripetersi, in un certo senso. E la dimostrazione lampante di questo messaggio sono due immagini: quella iniziale e quella finale della pellicola.
Un bel “buona la prima”, quindi, per questo festival.
Veronica Ranocchi

sabato, luglio 27, 2019

ROY BATTY




Non è la prima volta che muore una persona. Non è la prima volta che muore un attore. Ma forse è la prima volta che muore qualcuno che era già morto trentasette anni prima. Ed era morto pure male. Di certo è la prima volta che muore per la seconda volta un tale che morendo per la prima volta, pronuncia una delle frasi più celebri di tutta la storia del cinema e del junghiano “immaginario collettivo”. 
Una frase che non potrà, che non dovrà essere più ripetuta, per mesi, anni, finché il cuore non trovi quiete, senza apparire blasfemia contro ciò che di più sacro umani e androidi possiedono: la capacità di sognare pecore elettriche. 
Quelle parole, quella frase, quella poesia, sono state pronunciate per decenni, e mai, mai, hanno subito il logorio del tempo, l’inflazione della stolidità con cui venivano ripetute, scritte su tazze o magliette, gadget e portachiavi. Troppa potenza in quelle parole perché anche il postmodernismo liquido le sciogliesse, disperdendole come nafta nelle pozzanghere. 
Ma ora è il tempo del silenzio, di impacchettare il sole, di dare un osso ai cani per non farli abbaiare, di chiudere la luna in una scatola, di fermare gli orologi. 
Ora è il momento in cui quella lurida assassina, quell’infame e immorale mostruosità che chiamiamo “realtà”, è venuta a infilarsi nel ventre della pecora elettrica, come un punteruolo affilato. Come fa sempre, come ogni maledetto giorno della sua esistenza. 
Il prestigio è svelato, oggi vediamo una fila di vasche piene di Angier annegati. 
Abracadabra. 

Roy Batty – data di termine 2019

Lidia Zitara

venerdì, luglio 26, 2019

CONFERENZA STAMPA VENEZIA 76



Tanti i grandi nomi quest’anno a Venezia. E tanta l’attesa.
La presentazione ufficiale, avvenuta giovedì 25 luglio al Cinema Moderno di Roma, ha visto la presenza di tutti gli addetti ai lavori che hanno seguito attentamente le parole del presidente Baratta e del direttore Barbera.
Dopo una breve introduzione da parte del primo, la parola è passata al secondo che ha elencato tutti i film che saranno presenti al Festival, dalla sezione Biennale College Cinema a quella “Venice VR”, da “Venezia Classici Documentari” all’evento speciale che vedrà la proiezione della pellicola “Bu San (Goodbye, Dragon Inn) del regista Tsai Ming-Liang, uscita nel 2003. Sono stati, poi, presentati i film della sezione “Sconfini”, quelli della sezione “Orizzonti”, sia corto che lungometraggi, quelli fuori concorso e, infine, quelli in concorso per il Leone d’Oro. Questi, nell’ordine, saranno “La vérité” di Kore-Eda Hirokazu che sarà il film d’apertura della mostra, “The perfect candidate” di Haifaa Al-Mansour che torna a raccontare la condizione femminile attraverso un film, “Om Det Oändliga” (About Endlessness) di Roy Andersson, “Wasp Network” di Olivier Assayas, “”Marriage Story” di Noah Baumbach, “Guest of Honour” di Atom Egoyan che ritorna sul tema dei sensi di colpa e dei rapporti tra genitori e figli, “Ad Astra” di James Gray, uno dei film più attesi e la prima volta che il regista si cimenta con un film di genere di fantascienza, “A Herdade” di Tiago Guedes, la storia di una grande famiglia patriarcale sullo sfondo della storia del Portogallo che rimanda a “Novecento” di Bertolucci, “Gloria Mundi” di Robert Guédiguian, “Waiting for the Barbarians” di Ciro Guerra, “Ema” di Pablo Larraín, altro ritratto femminile dopo “Jackie”, “Lan Xin Da Ju Yuan” (Saturday fiction) di Lou Ye per la prima volta a Venezia, “Martin Eden” di Pietro Marcello, la trasposizione di un capolavoro letterario “reinventato” giocando con luogo e tempo, “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, indagine antropologica sulla Sicilia e su Palermo, “The painted bird” di Václav Marhoul, la storia di un ragazzino con genitori ebrei che cercano di salvarlo in qualche modo, “Il sindaco del rione sanità” di Mario Martone, “Babyteeth” di Shannon Murphy al suo esordio, “Joker” di Todd Phillips che sulla carta è uno spin off dei film di “Batman”, ma più dark, “J’accuse” di Roman Polanski sul caso Dreyfus, “The laundromat” di Steven Soderbergh e, infine, il film d’animazione “Ji Yuan Tai Qi Hao” (No. 7 cherry lane) di Yonfan.
Da segnalare tra i titoli fuori concorso “Irréversible – Inversion Intégrale” di Gaspar Noé con Monica Bellucci e Vincent Cassel e la presentazione di due serie tv, “Zerozerozero” di Stefano Sollima e il ritorno in laguna di Paolo Sorrentino con “The New Pope”. Tra gli altri titoli “The King” di David Mchôd, con Timothée Chalamet nel ruolo di Enrico V, ma anche alcuni registi italiani, tra i quali Salvatores, Capotondi e Archibugi.
Non resta, quindi, che gustarsi tutti questi film e questa 76esima edizione.
Vronica Ranocchi

lunedì, giugno 24, 2019

X-MEN: DARK PHOENIX, I NON -EROI MUTANTI E ORGOGLIOSI DI SBATTERE LE PORTE IN FACCIA ALLA DISNEY




Gettare via un film facendolo precedere da una quindicina di trailer ha un preciso significato. Un significato che si può riassumere in una sola parola: Disney. 
Ente quasi monopolistico della cinematografia e dell’intrattenimento di massa, poligambista in settori bancari, aeronautici, di trasporto, la Disney si configura come uno dei tanti “loro” o “gli altri” nel tipico spiegone di Jerry in Ipotesi di complotto. Come è noto, “Loro” hanno comprato i diritti sugli X-Men. 
Finora tenuti accuratamente separati dagli Avengers per ragioni di diritti e business (al punto da dover uccidere almeno uno dei due Quicksilver), Endgame aveva però sparigliato il mazzo di carte, lasciando presagire un inevitabile travaso di X-Men nel filone Avengers, ormai in fase di esaurimentoFusione che non appare tanto una somministrazione di sacche di sangue fresco, quanto una semplice convenienza di produzione. 


McAvoy e Fassbender, da attori di spessore, ma soprattutto non americani ma neanche british (come invece Hiddleston), hanno dichiarato di non essere interessati all’entrata nel DisneymaticUniverse, dove probabilmente i loro personaggi sarebbero stati presi, frullati, reimpastati, ritagliati con lo stampino e infornati come biscotti (Jerry dixit, A.D. 1997). Come Cap e Tony Stark, sarebbero stati anche loro accoppiati con femmine della specie, sarebbero divenuti padri di famiglia, avrebbero giocato con i pargoli, festeggiato il Tacchino Day
La “ics” sarebbe stata posta sul bromance Charles-Erik, e con esso il perno di ciò che gli X-Men hanno rappresentato nel corso di vent’anni: che la diversità non è tutta questa gran gioia che dicono. 
Opposto polare degli Avengers, gli X-Men vivono la loro diversità con fatica, sopportazione, angoscia. Non è un dono, un superpotere che viene dal morso di un ragno o da un bombardamento di raggi gamma, ma da qualche base azotata che si ricombina a casaccio, facendoti diventare blu, o grosso e peloso. È una diversità “brutta”, da tenere nascosta, è pericolosa, a volte ti uccide. La Mystica di Jennifer Lawrence in questo senso è la più sincera espressione degli X-Men: dotata di una mutazione potente ma spaventosa, dice a Xavier che è facile essere “mutanti e orgogliosi” se la società non se ne accorge. “Mutant and proud” è un chiaro e diretto riferimento all’orgoglio gay, e lo stesso McKellen, convocato per essere un attivista, ha dichiarato di aver accettato il ruolo perché propostogli da un regista notoriamente bisessuale (ma forse non troppo attento ai diritti dei minori).

Gli X-Men sono tra noi, si nascondono, non usano il loro potere, non difendono l’umanità, pensano semmai a difendersi da essa. Quando fanno coming out in famiglia i genitori sono pronti a dirgli che ci sarà pure una cura. I fratelli lesti a denunciarli. Non sono supereroi a caccia di villain per far consumo vistoso dei loro superpoteri, sono persone in fuga dalla società e spesso da sé stesse, dai loro ricordi, dalla loro vera natura. Sono i “sacrificabili” della società. 
In questo senso non stupisca che l’unico Avenger amato dal fandom degli X-Men sia Loki, il figlio reietto, il dissidente, l’eversivo, l’emarginato, il rifiutato. Un peccato che per Hulk la Marvel abbia deciso altrimenti, ma anche Bruce Banner è un ramingo, un fuggiasco. I più anziani ricorderanno la serie con Bill Bixby, in cui Banner è un vagabondo e Hulk stesso non è una bestia da guerra, un’arma da scatenare contro il nemico, ma una creatura spaventata che si difende per come può. 
Un film come Dark Phoenix non può essere esente da questo tipo di lettura sociale, più che tecnica. Nonostante frutto di ritardi, arrangiamenti, postproduzioni, tagli, rielaborazioni, il film esce pulito e onesto. Niente di particolare, un plot di partenza molto simile a un tipo di cinematografia ormai vintage, ma nulla da invidiare ad altri film di action-heroSe una Chastain non perde un attimo della sua altezzosa perfezione recitativa, disturbano una Turner indubitabilmente talentuosa ma fuori ruolo, un McAvoy a cui troppo spesso sfugge la Patricia di Glass e Split, una Mysticadall’appearance rielaborato per essere più “gradevole”La brevità del film toglie ricchezza a ottimi spunti, come la polemica di Mystica e Bestia sul comportamento di Charles, la comunità di Magneto autoreclusa in una sorta di riserva indiana, in cui il concetto di esclusione sociale è ambivalente e reciproco, polarizzazione con uno Xavier perfettamente integrato: linea diretta col presidente USA e applausi alle conferenze. Se per questa integrazione forzata i suoi X-Men devono indossare belle tutine, sorridere e salutare, morire se necessario, ça va bien quandme


Tutte le sofferenze di Dark Phoenix sono ascrivibili a una produzione che Jerry definirebbe boicottata dal business cinematografico: l’attesa di Capitain Marvel e di Endgame, l’adattarsi a quelli che si sapeva sarebbero stati due blockbuster,riprese durante le pause di altri film (non stupisce l’emergere di Patricia), scene completamente rigirate (dov’è finito Fassbendersulla sedia a rotelle?), il tenere a freno personaggi come Magneto, Fenice Nera, Mystica –potenzialmente superiori a molti Avengers, la consapevolezza di dover chiudere una saga per non finire nello stritolante e zuccheroso abbraccio Disney. Stanti così le cose, il film risulta non solo onesto, ma finanche ben fatto e privo di sbavature: questo vuol dire una sola cosa, aver voluto bene a un progetto cinematografico, averci messo testa e cuore, tempo, sacrificio e cervello
Il finale accontenta chi ha molto creduto nel bromance Ch-Erik, chi l’ha molto amato e sostenuto. E possiamo dire che se questo film s’è girato, nonostante gli ostacoli che si è trovato per strada, è proprio per i fandom degli X-Men e di Ch-Erik. Quello zoccolo duro, molto più adulto dei “groot” innamorati degli Avengers, che sostiene un film per i suoi contenuti, per affetto nei confronti dei personaggi. 
Emarginati nei fumetti, gli X-Men si ritrovano emarginati anche nella loro trasposizione cinematografica da una major che si dirige a un pubblico di “famiglie naturali”. Ma se con Endgame la Disney ha sbattuto le porte in faccia al fandom gay, con X-Men-Dark Phoenix la soddisfazione è stata quella di sbattere la porta in faccia alla Disney, semplicemente chiudendo il ciclo e andandosene, lasciando coerenza e sincero affetto per i personaggi. 
 Lidia Zitara