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sabato, febbraio 14, 2015

"DOVE SIETE FINITI TUTTI?"- ATTORNO A "CHELSEA ON THE ROCKS" DI ABEL FERRARA

Chelsea on the Rocks
di Abel Ferrara
Usa, 2008
genere , documentario
durata, 88'


L’Hotel Chelsea, illustre alloggio di svariate celebrità - da Mark Twain a Jimi Hendrix; da Dylan Thomas a Stanley Kubrick; da Frida Kahlo  a Jack Kerouac che, peraltro, lì scrisse “On the road”, dai più riconosciuto come testamento della beat generation -, situato la seven e l’eight avenue di Manhattan, viene ripreso dall’occhio dissacrante e dissacrato di Abel Ferrara.

Barcamenandosi tra testimonianze e racconti - laddove la realtà è più bizzarra di qualsiasi edulcorata e fittizia immaginazione - di chi è stato al Chelsea, senza mostrare didascalie che identifichino gli intervistati e, soprattutto, mescolando scene ricostruite a perle di repertorio - tutto nel tentativo, sublime e raffinato, di ricreare in chi guarda un’atmosfera simile a quella respirata da chi l’ha vissuto -, Ferrara immagina, a ragione, le camere di quell’albergo come un crocevia della morte dal quale sono passati, necessariamente, tutti coloro che hanno rappresentato il definitivo crepuscolo degl’idoli.

Tutto quello che succede nel Mondo succede a New York, tutto quello che succede a New York succede al Chelsea”.


Luogo di culto, vero e proprio templio di artisti e bohémien - o presunti tali -, gestito da Stanley Bard - più un mecenate che un gestore d’albergo -, il Chelsea era effettivamente un microcosmo che viveva il/del costante frantumarsi del sogno americano - e che, sempre grottescamente al passo coi tempi, ancora vive, vista la nuova gestione che ne ha cancellato il passato, per quanto controverso, dedicandosi alla più bieca speculazione -. Parimenti Ferrara, che da attento osservatore ed analista non si ferma alla mera fascinazione estetica dei trascorsi all’interno di quelle stanze - più che altro i classici cliché, scontati quanto inevitabili, ricamati attorno al “sex, drug and rock ‘n’ roll: in particolare qui si ricalcano le figure trasandate e controverse di Sid Vicious e di Janis Joplin -, affianca le immagini, accompagnando la parabola del Chelsea parallelamente alla storia americana contemporanea, del Vietnam e dell’attentato alle Twin Towers: il primo avvenimento che va di pari passo con gli anni della contestazione, delle lotte per i diritti civili, del fermento culturale ed artistico - tra i tanti, Arthur C. Clark lì scrisse “2001-Odissea nello spazio” -; il secondo invece, definitivamente, per forza di cose, rappresenta il crollo del castello di carte/termine dell’illusione - come dicevamo sopra, la nuova gestione è mirata in ottica esclusivamente speculativa, difatti gli abitanti storici che ancora risiedevano al Chelsea sono stati tutti sfrattati; in precedenza l’Hotel, e Bard in particolar modo, seppur con tutte le contraddizioni del caso, faceva del dare una mano agli artisti il proprio unico intento -.

La frase scelta come titolo di quest’articolo - che, per inciso, Ferrara pone al termine del documentario, messa in bocca ad una Joplin che la urla camminando spaesata tra i corridoi ormai vuoti dell’albergo - sembra sancire, quindi, la fine di un’epoca o, più semplicemente, la fine:

Dove sono finiti tutti?
Antonio Romagnoli




domenica, novembre 03, 2013

WHEN YOU'RE STRANGE


"When you're strange"/"id.
di: T.DiCillo
con: J.Morrison, R.Manzarek, J.Densmore, R.Krieger.
- USA 2009 -
Documentario - 85 min

Ad oltre quattro decenni di distanza, a "superficie ampiamente ricompattata", direbbe qualcuno - come del resto aveva già presagito Cocteau al momento di notare che "gli eroi vivono di disobbedienza. Ma se si e' troppo liberi, non c'è più possibilità di disobbedienza. Ora, siccome attualmente la gioventù e' libera di fare quello che vuole, non ha la possibilità di rivoltarsi, ed e' nella rivolta e nella disobbedienza che si trova la forza di creare" - tornare con la mente e lo sguardo a quel particolare interludio situato a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, e' un po' come indulgere sul moto di un'onda che guadagnando la riva s'ingrossa per poi frangersi in una miriade di flussi spumosi fino all'istante in cui le sabbie (della conservazione, o dell'auto-conservazione, chissà), sempre pazienti perché immote, si limitano con serafica indifferenza ad inghiottirla, disperdendo ogni sua traccia. L'appena detta metafora - per quanto elementare - risulta abbastanza esplicativa se la si applica al tumultuoso fermento che attraverso' in quegli (strani) giorni il mondo giovanile e alimento' - in specie negli Stati Uniti, comunità dinamica e "giovane" per definizione - in abbinamento con tutta una serie quasi mai indolore di altre richieste di revisione delle gerarchie e relazioni all'interno del "patto sociale" (due per tutte: la stagione dei "diritti civili" e il serrato antagonismo manifestato al sempre crescente coinvolgimento nel conflitto vietnamita), rivoli di una forse irripetibile frenesia inventiva (ricordiamo, solo per restare nell'ambito musicale, la parabola del genio hendrixiano e la tormentata dissipazione della Joplin), scomposta a volte e disorganica, anche perché come già avvertita, oltreché riguardo la propria unicità (ma questo e' un dato accessorio ed estrinseco comune a tutti i gesti genericamente "di rottura"), di star avanzando su un crinale particolarmente infido (in più che malfermo equilibrio tra due epoche che si sarebbero rivelate di li' a breve spartiacque e diametralmente opposte e che per taluni aspetti richiamano alla coscienza la stessa lunga e travagliata transizione che stiamo vivendo oggi) alla cedevolezza del quale non sarebbe stata in grado di sottrarsi.

Proprio questa sotterranea - quanto, di sicuro, non totalmente conscia - lotta contro il tempo, questa urgenza di dire ciò che per tanto, troppo, era stato taciuto o sopito o frainteso, e' il primo e uno dei più interessanti elementi (tale da influenzarne la struttura e il passo) che emerge dal documento per immagini redatto con amore ma non con condiscendenza da Tom DiCillo e dedicato a quella bizzarra meteora tra rock, psichedelica e blues che sono stati i "Doors" (appellativo/simbolo tratto dal celeberrimo verso di Blake, ripreso poi da Huxley, per cui "if the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it truly is, infinite"/"se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo per ciò che realmente è, infinita"); in particolare alla figura iconoclasta e innocente, romantica non secondariamente perché ostaggio di tante umane debolezze, grimaldello dell'inconscio di massa e vittima/carnefice di un sistema che da aspettative emotive enormi quali quelle originatesi in seno ad una situazione di rivolgimenti politici, sociali e culturali era intenzionato a trarne il massimo vantaggio, del Re Lucertola, cioè Jim Morrison. DiCillo, che aveva esordito nel 1991 con il simpatico e stralunato "Johnny Suede", in cui compariva un di belle speranza Brad Pitt nei panni del cantante rockabilly del titolo che non si rassegna al mutare dei tempi; s'era fatto largo nel 1994 con "Si gira a Manhattan", commedia sui generis tra sarcasmo e intellettualismo circa le trappole e le illusioni del Cinema, per vivere poi fasi alterne di ispirazione e di stanca, associa in questo "When you're strange" (dal verso di un classico di Morrison e soci), presentato al Sundance col commento di J.Depp (Morgan nella versione italiana), la sua vena prettamente surreale al magma impressionistico e lisergico dei materiali recuperati, proponendo una narrazione frammentata e nervosa - spesso interrotta da divagazioni e salti in avanti e all'indietro che a tratti ricordano da vicino una partitura jazz impostata sull'improvvisazione - incalzata sovente dal sovrapporsi di stili e suggestioni figurative diverse (in sintonia con lo sperimentalismo e la grammatica "aperta" dell'epoca): reperti in bianco e nero, quindi, amalgamati a spezzoni di film amatoriali a colori con una tecnica simile al "cut-up" di burroghsiana memoria; sequenze tratte da giornali e notiziari intercalate da sovraesposizioni, sfocature, inquadrature sbilenche o "ingenue"; reportage da concerti con annessi eccessi di Morrison: capriole, blande deambulazioni, istanti di trance, colluttazioni con la polizia e col pubblico; copertine di dischi e locandine di spettacoli in giro per l'America e l'Europa. Ancora: sfondi naturali incantati giustapposti per associazione a fotogrammi singoli e a rallentamenti dell'azione; fotografie da album di famiglia alternate a scampoli d'interviste in cui Morrison si esprime a stento fiaccato dalla dipendenza da alcool e allucinogeni. E un sottofondo sonoro quasi di continuo a base di brani "storici" - "Love me two times", "The end", "Light my fire", "Break on through", "Raiders on the storm", "Touch me", et. - a cui si avvicendano esecuzioni live. Tutto percorso da un inquietante filo rosso, il repertorio di due documentari riguardanti la band (e rimontati da DiCillo per la bisogna) - "Feast of friends" del 1970 ma soprattutto "HWY" del '69 alla cui realizzazione partecipo' lo stesso Morrison in cui spicca un recitato sovrimpresso alla voce della radio dell'auto guidata dallo stesso cantante che ne annuncia l'improvvisa dipartita in una stanza d'albergo parigina (estate del '71) nonché l'imminente tumulazione al cimitero Pere Lachaise - che oltre a gettare una luce sinistra quanto premonitrice su quell'intero periodo, su una generazione tutta, su un singolo uomo, timido, estroso, nel profondo braccato dalla solitudine e dalla tristezza, acuisce quel senso di furore precario e malinconico, di generoso sforzo intellettuale e d'investimento sentimentale per valicare le angustie del presente involontariamente votato al fallimento, che pare essere - a dispetto dei tanti anni trascorsi - il vero e ancora vivace lascito di uno slancio utopico che "sentiva" di avere le ore contate; che per sua stessa genesi, appartenenza e prassi (il crogiolo multicolore e contraddittorio del microcosmo giovanile che proprio in questa stagione diventa una categoria sociologica prima, e una tipologia di consumatori poi; il suo atteggiamento ribellistico, totalmente anti-establishment) si opponeva ad uno "stato delle cose" retrivo, subdolamente compiaciuto e autoritario, non di rado corrotto, con le sole armi del vigore fisico, della sensualità, della poesia, della provocazione: arsenale sul serio "non convenzionale" ma che alla lunga si e' rivelato inefficace ed ha implicato - come tristemente avrebbero insegnato gli anni a venire - altissimi prezzi da pagare, fino al sostanziale solipsismo, al ripiegamento para-autistico odierno che - per restare a Cocteau - affonda le proprie radici in territori tanto antichi quanto fin troppo conosciuti: "Le rivoluzioni vengono rimpiazzate molto rapidamente da mode e imperialismi. E' evidente, allora, che una rivoluzione non possa durare molto a lungo. Dopo un po' si radica e quando succede, secondo la lezione che mi diede Radiguet: 'Non e' mai il pubblico di massa che va contraddetto, ma le avanguardie' e' perché, come egli riteneva, quest'ultima inizia in piedi e finisce per sedersi, diventando ne' più ne' meno che un'abitudine".

In tale prospettiva, l'opera di DiCillo restituisce appieno - con un tanto di comprensibile nostalgia ma senza ipocriti infingimenti - l'aspetto di "squarcio di luce contrastata" di un'eta, la giovinezza, di cui i "Doors" sono stati tra i lampi più vividi e rappresentativi pur permeando di se' -Morrison in vita - poco più di un quinquennio di un secolo tragico come il Novecento; testimonianza di un certo modo - caotico, ispirato, autodistruttivo - di non arrendersi all'evidenza delle cose, dell'autorità, dei rapporti, ed in riferimento al quale l'espressione enigmatica e ammiccante, dispettosa e carica di promesse di Morrison nel noto botta e risposta con i giornalisti all'uscita dell'aeroporto (puntualmente riproposta), continua la sua azione di disturbo della quiete delle apparenze e degli opportunismi, a dimostrazione, forse, che quell'onda prodottasi tanti anni fa scorre ancora, in qualche vena nascosta: basta cercarla un po' più a fondo. "Try to set the night on fire..."...


TFK

sabato, marzo 02, 2013

S.B. Io lo conoscevo bene

S.B. Io lo conoscevo bene
di Giacomo Durzi, Giovanni Fasanella
con Vittorio Dotti, Giovanni Pillitteri, Cirino Pomicino
Italia 2012
durata, 74

Ogni paese si porta dietro i suoi fardelli. Non è la prima volta che accade e non sarà l'ultima, se è vero che la storia è fatta di ricorsi. Così se in America l'11 settembre è stato lo spartiacque che ha cambiato la consapevolezza di quella nazione, ed una come Kathryn Bigelow con il suo "Zero Dark Thirty"(2013) è solo l'ultima arrivata tra quelli che tentano di svegliare le coscienze di un paese che fa finta di non capire, in Italia, fatte le debite differenze, il peso di tutti i mali, e di conseguenza il processo salvifico sembra non poter prescindere dall'analisi, e dalla comprensione del "ventennio berlusconiano", terminale e complice della disfatta politica, culturale, sociale ed economica del nostro paese; uno tsunami a cui gli osservatori, a torto o a ragione, attribuiscono da tempo la chiave di lettura per interpretare la derive del sistema, ed insieme, capire chi siamo diventati. E cosi, proprio nei giorni in cui il caimano, con l'imminente chiamata alle urne, è impegnato a smentire chi lo vuole definitivamente tramontato, arriva nelle sale - si fa per dire perché il film è stato distribuito con un esiguo numero di copie - "S.B. Io lo conoscevo bene" di Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella, testimonianza filmata di un'ascesa al potere ricostruita da chi, sotto varie vesti e con diverse funzioni ha condiviso parte di quel percorso, per poi allontanarsene, deluso, oppure accantonato. Vittorio Dotti, Paolo Pillitteri, Cirino Pomicino, Paolo Guzzanti, Giuliano Ferrara e Gabriella Carlucci sono solo alcuni dei nomi che si alternano davanti alle telecamere per raccontare "la grande impresa" dell'uomo più discusso d'Italia, cominciata agli inizi degli anni 80, con la creazione del più grande polo televisivo ed editoriale, e poi nel decennio successivo, dopo la vicenda di "mani pulite", proseguita con l'entrata in politica e la fondazione del partito di Forza Italia.


Consapevoli che la fine sia ancora da scrivere - a dirlo ci sono gli inserti di finzione, ed un attore filmato davanti ai luoghi del potere con indosso la maschera di Berlusconi congelata su un sorriso che sa di sfida, ed insieme di immarcescibile immanenza - e che molto sia stato già raccontato, Durzi e Fasanella costruiscono il loro reportage su un contrasto evidente: da una parte la figura del cavaliere giovane e vincente, osannato dalle folle catodiche, ed omaggiato da un potere ( Cossiga e l'avvocato Agnelli in una riunione congiunta) che lo blandisce fino a chiedergli di candidarsi per salvare il paese dal Pd di Achille Occhetto, dall'altra le parole e soprattutto i pensieri di quelli che lo conoscevano bene, equilibrate nell'esposizione ma determinate a far emergere la delusione di una promessa mancata. Accanto al super ego impegnato a promuovere se stesso e le proprie aziende, c'è la scaltrezza di chi gode d'amicizie politiche che lo aiutano quando serve, e che perde la testa insieme al governo del paese per il desiderio di essere ancora uomo ( ad affermarlo lo "psicologo" Cirino Pomicino che attribuisce ad un intervento alla prostata le cause della crescente satiriasi). Alcune affermazioni come quella di non riconoscere allo statista nessuna lungimiranza istituzionale, così come nessun segno di un vero ideale politico sono destinate a rimanere scolpite. A questo proposito appare grottesca la selezione dei candidati del partito, scelti con i parametri di un casting televisivo, e quindi giudicati solamente in termini di appeal e di scaltrezza mediatica. Se "S.B. Io lo conoscevo bene" ha il coraggio di affrontare un tema scottante e complicato, c'è da dire che rispetto alla fenomenologia preesistente il suo peso è quasi nullo. Paragonato alla vulgata che nulla ha risparmiato in termini di verità ed illazioni, fatti accertati e teorie da dimostrare il film di Durzi e Fasanella esibisce un ritratto di ragionevole verosimiglianza che però, tenendo conto della confidenzialità annunciata dal titolo, non riesce ad oltrepassare la soglia del visibile e del già conosciuto. Evitando di far luce sulle origini di una fortuna personale su cui si è molto discusso, omettendo di entrare nelle questioni che riguardano eventuali collusioni con ambienti malavitosi, ed infine, relegando a minorità aneddotica i riferimenti al periodo del cosiddetto "bunga bunga", il leader del PDL, e con esso il suo profilo morale e psicologico ne escono se non riabilitati, almeno compresi, per essere stati, in fondo, il frutto inevitabile del tempo presente. "Meglio di così non si puo fare" sembrano dirci quasi sottovoce gli autori del film, rilanciando dopo Moretti ("Il caimano", 2006) e Sorrentino ("Il divo"2008) i limiti di una ricognizione che si confronta con un Moloch (il potere politico) impenetrabile. La possibilità di capirlo fino in fondo e di spiegarne le ragioni è costretta a desistere per trasformarsi in una circumnavigazione dalla quale il cinema "politico" non riesce ad uscire. Per ora.
(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, ottobre 01, 2012

Woody

Woody
regia di Robert B. Weide

A chi decidesse di realizzare un documentario su un regista così famoso da essere teorizzato e discusso per oltre quaranta anni, con analisi spinte fino all’eccesso quando hanno incluso aspetti privati della sua vicenda umana per far tornare i conti di un arte tanto leggera quanto inafferrabile, si offrirebbero due opportunità: quella di realizzare un opera celebrativa a carattere divulgativo oppure, in alternativa, tentare di approfondire queste due componenti con sguardo rinnovato ed inedito. Robert B. Weide, autore di "Woody" presentato come evento speciale all'ultima edizione del festival di Cannes, ci illude sulle sue possibilità, riuscendo inizialmente ad infrangere la distanza che separa l’uomo dall’artista.
Così gli esordi di un talento precoce ma già determinato assumono la forma di immagini di repertorio in bianco e nero rubate ai localini off del village dove Allen imparò il mestiere esibendosi come stand up comedian, e poi con qualche scampolo prelevato da talk show ante litteram in cui il ragazzo veniva invitato per la sua capacità di improvvisare battute talmente esilaranti da fargli guadagnare ancora studente il primo contratto di lavoro in un giornale. 

Premesse accompagnate da testimonianze familiari come quelle della madre ancora una volta castrante nel rimproverare al figlio una freddezza eccessiva, e della sorella, diventata poi una sorta di factotum del regista, ed infine, meraviglia tra le meraviglie, inserti che ci permettono di violare il tempio della creazione alleniana, con sequenze girate all’interno dello studiolo in cui Allen scrive le sue sceneggiature, e dove trovano posto la mitica Olimpia, la macchina da scrivere che da sempre mette in fila le parole del regista, e gli strumenti di un lavoro dal sapore artigianale (Allen non fa uso di pc), con taglierini e colla indispensabili per una sorta di montaggio a mano che assembla estratti cartacei di scene e dialoghi sopravvissuti alla selezione operata dall'autore. 

E poi ancora una passeggiata per le strade del quartiere nelle quali ritroviamo i luoghi dell’infanzia e della prima giovinezza come la casa natale abitata da una famiglia numerosissima, il cinema, oggi trasformato in  multisala, ed anche la scuola frequentata con scarso entusiasmo ed a rischio della propria incolumità. Passaggi interessanti ma rapidissimi, appena il tempo di mostrarli e subito abbandonati per la necessità di fare i conti con una produzione cinematografica tanto bulimica quanto ricca di titoli indimenticabili. Una sfida difficile ma non impossibile se Weide avesse applicato alla quantità di materiale disponibile un punto di vista capace di decostruire il cinema di Allen secondo categorie cinematografiche ed esistenziali.


Ed invece scegliendo di raccontare in maniera cronologica e con un unico schema (le scene dei film si alternano agli interventi di chi vi ha partecipato) "Woody" si appiattisce in una narrazione scontata e ripetitiva. Weide privilegia specialmente la prima parte di carriera, quella dei grandi film (“Io e Annie”(1977), “Manhattan”(1979), “Stardust Memories”(1980), “Anna e le sue sorelle”,1986)mentre mischia molto e fa vedere poco della seconda, quella segnata dal divorzio scandaloso da Mia Farrow - affrontato con molte omissioni - e dei film girati all’estero. Se “Woody” è efficace nel far emergere l’attitudine di un regista che ha evitato di adagiarsi sugli allori, di seguire l’onda del consenso cambiando quasi sempre rotta all’indomani di un grande successo - ad " Io ed Annie" e "Manhattan" seguirono rispettivamente produzioni totalmente differenti come "Interiors",1978 e "Stardust Memories"- è invece incapace di indagarne il processo creativo, di approfondire il rapporto tra l’artista e la sua creazione, suggerendo la presenza di uno forte  componente autobiografica - più volte nel corso degli anni il regista ha smentito il collegamento tra la sua vita e quella inventata per i suoi personaggi - quando all’inizio “Woody” legittima i ricordi del regista con sequenze di film (“Radio Days”,1987) che sembrano la trascrizione per immagini di quelle affermazioni, oppure riducendo gli aspetti tecnici del suo mestiere alla sola collaborazione con Gordon Willis, il grande direttore della fotografia che “insegno ad Allen il modo di posizionare la macchina da presa”, dimenticandosi di contribuiti altrettanto importanti come quelli di due maestri come Sven Nickvist, fedelissimo di Bergman (“Fanny ed Alexander”,1982)e di Carlo De Palma, sodale di Antonioni ("Deserto Rosso",1965). 

Insomma un lavoro, quello di Weide, preoccupato di confezionare il giusto tributo al regista che abbiamo imparato a conoscere, ma che non aggiunge nulla a tutto quello che avremo voluto sapere su di lui e che invece continuiamo ad ignorare.

mercoledì, marzo 07, 2012

IL CASTELLO

IL CASTELLO


"A Giacì, ma 'ndove m'hai portata?"
"eh Augù.. e t'ho portata a vede' n'anteprima che sembra èsse 'na cosa importante.."
"importante? ma in 'sto posto co' e sedie dure e riggide come i sassi? Ah... 'nnamo bbene.."
"guarda che ha vinto pure un premio.."
"e che premio?"
"a un festival, a torino, me pare 'na cosa de solo cinema"
"ah, allora è robba importante per davero"
"eh sì, Giacinto tuo te porta a'e robe grosse, che te credevi?.. ma t'avevo detto, no? dài mettete assede lì, dài - ce scusi signò, ce lascia passà genitlmente?"
"Giacì, e nun spinge, 'spetta n'attimo, che nun ce passo"
"sssh fà piano Augù, e spicciate, che semo d'ingombro... - scusate signò, grazie tante.."
"me scusino signori, eccome ce sto quasi.. che stretto sto corridoio.."
"scusate, grazie.. dai Augù, mettate llà.."
"eccome.."
"ohh..vuoi da bere?"
"no, sto a posto.. senti, ma de che parla 'sta cosa importante?"
"si intitola Il castello e raconta quel che succede ogni ggiorno al'aeroporto de malpensa.."
"ah, ma pensa... a mappensa, ma che posto è?"
"no mappensa, Augù, se dice maLpensa co' la elle"
"ah davero? ma... ma...?"
"malpensa.."
"..senti, ma in do sta? mica mai lo visto sto posto? e che succede lì?"
"sta a milano, al nordo.. è l'aeroporto.. un sacco de ggente ch'ariva ecche parte, controlli da tutte le ore, su i passeggeri. evaligge... sai che la ggente po'contrabbandà a droga.."
"uuuh..a droga?"
"eh sì, a droga.. i sigari, e' bestie..."
"pure??"
"anche quelle, sì, dall'america ariva de tutto... n'ariva tanta de roba. ma la cosa interessante de sta cosa, de sto documentario, è che nun se limitano a farte vedè che accade, ma lo fanno in un modo delicato, te fanno entrà nel merito degli stati d'animo dei coinvolti"
"ah, mica facile però.."
"eh no, unnè un facile documentario, diciamo che se mette tra film sociale e documentario, con momenti davero intensi.."
"forte...ma senti, l'aeroporto me pare sia un posto strano, vojo dì, una specie di non luogo, è de tutti e de nessuno..."
"esatto Augù, proprio così, eppensa che ce sta pure chi ce abita.."
"uuh e come fa?"
"eh.. fa, fa... s'è organizzata...è 'na signora de mezz'età, l'hanno respinta dalle maurizius ma lei non s'arende, ce vorrebbe ritornà, che èllà che abbita.."
"oh povera, me spiace tanto, e nun ce ll'ha la casa qua?"
"eh no, lei vive in aeroporto.. capirai, sta nascosta tutto il santo giorno e compare alla sera, una presenza dignitosa e discreta, 'na vera signora.. pare sia, la sua, 'na protesta silenziosa..."
"anvedi, che coraggio.."
"..li vedi quei due laggiù?"
"sì..."
"so' Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, i du' reggisti, l'hanno fatto loro sto documento..."
"ah bravi... e mo' parlano?"
"sì, mi sa che l'ho presenteno e poi so' vedemo..."
"allora stamo a sentì..."
"sì, Augù, ascoltamo..."
"a Giacì..."
"eh..."
"grazie per 'st'anteprima importante, stasera te faccio e pappardelle.."
"Augù, fà attenzione a a signora! - me la scusi sà, sta fuori de misura un poco.. - Augù e viè qua, spostate più in qua..."

"SSSSHH SILENZIO!"

"dai Giacì azzittate e guardamo.."
"guardamo sì..."



Il doc IL CASTELLO ha fatto il giro di diversi festival toccando anche torino e milano.
se vi capitasse a tiro andatelo a vedere, non fatevi ingannare dal titolo, nè dal genere, questo prodotto merita la vostra attenzione.



FESTIVAL DI TORINO "Il Castello", nei meandri di Malpensa

mercoledì, novembre 16, 2011

Pina 3D

PINA 3D
regia di Wim Wenders


Pina Baush è stata tra le più importanti e note coreografe mondiali di balletto.
Nata nel 1940 e da poco scomparsa (2009), Pina Baush è legata al teatro-Danza, termine adottato negli anni '70 da alcuni coreografi tedeschi per indicare una forma d'arte diversa dal balletto e dalla danza moderna e che include elementi recitativi.

Nel 1973 fondò il "Tanztheater Wuppertal Pina Bausch", il corpo di ballo per il quale curò personalmente corografie e formazione. I suoi spettacoli riscossero fin da subito grande successo, con riconoscimenti in tutto il mondo. Pina rivoluzionò il balletto, diede ad esso un nuovo codice espressivo ed una nuova forza. Il balletto diventò vita reale, forza e fragilità, trasformazione.

"La novità del suo lavoro non consiste tanto nell'invenzione di nuove forme e nuovi gesti, da riprodurre uguali a se stessi, quanto nell'interpretazione personale della forma che si vuole rappresentare, entrambe sostenute dal concetto basilare del rapporto (che è della danza così come di ogni forma di vera arte) tra fragilità e forza .
Un altro elemento di novità è costituito dall'interazione tra i danzatori e la molteplicità di materiali scenici di derivazione strettamente teatrale - come le sedie del Café Müller - che la Bausch inserisce nelle sue composizioni.
Da citare anche il rapporto interpersonale che seppe sempre intracciare coi suoi allievi, basato su un rapporto di reciproco rispetto e di affetto mai gridato ma profondissimo. " (da Wikipedia)


L'intenso ed emozionante documentario di Wim Wenders, Pina, mette in scena le testimonianze dei ballerini che hanno lavorato negli anni con Pina Baush. I loro ricordi ricostruiscono il profilo di Pina Baush e ciò che lei è stata per loro e per il mondo dello spettacolo.
Pina vive ancora oggi nelle coreografie che i suoi danzatori portano avanti e sviluppano, vive nella vita di coloro che ne portano avanti il messaggio umano ed artistico.

Un corpo di ballo, quello di Baush, che divenne presto una famiglia, un luogo franco dove trovare un nuovo linguaggio per sè e per esprimere l'inesprimibile, per ritrovare la propria voce.
I ballerini, emozionati, commossi, molto partecipi al progetto, offrono loro stessi ed i loro ricordi per omaggiare una delle più innovative artiste della danza contemporanea.
Il corpo possiede un proprio linguaggio che non ha necessità di parole. Le loro tstimonianze sono ora ricordi ora stralci di danza, movimenti e colori.
Alle tante e toccanti testimonianze si alternano momenti di ballo ed estratti di interviste a Pina Baush.

Assai apprezzabile il lavoro di Wenders che ancora una volta riesce a sposare, con discrezione e originalità, la propria creatività e il proprio acume alla profondità espressiva delle coreografie della Baush ed alla intensità umana dei protagonisti.

Consigliato a tutti. Non importa se non si è preparati in fatto di danza o teatro, questo doc saprà stupirvi e regalarvi emozioni lucide e violente, che arriveranno al cuore senza passare della parola.

Non sappiamo spiegarci i motivi ma molte emozioni ci nascono in cuore portandoci consapevolezza profonda.
Pina Baush comprese questo magico meccanismo e scelse la via diretta del corpo e delle tante forme di comunicazuine alternative alla parola per mettere in scena le proprie opere.

magia della vita.

Pina Baush riuscì a dare un nuovo linguaggio a ciò che nella parola non può essere espresso.

martedì, marzo 22, 2011

Intervista a Nicola Palmeri

Intervista a Nicola Palmeri


Come mai un documentario su Tano Cimarosa, ci pensavi da tempo, oppure un'occasione presa al volo?

All’inizio volevo fare un corto con lui. Avevo un soggetto che poteva essere perfetto, ma non c’erano i presupposti per realizzare un buon lavoro. Sia perché non c’erano i soldi sia perché lui stava già poco bene di salute e quindi le cose si sarebbero complicate. Non mi andava di farlo tanto per girare e poter dire che avevo fatto un corto col mitico Cimarosa. Decisi semplicemente di intervistarlo per confezionare un video, un omaggio. Ma appena lo vidi davanti alla mia videocamera rimasi colpito da quel suo volto visto e rivisto nei tanti film. Decisi allora di andare a Roma per continuare ad intervistarlo. Grazie all’aiuto di un’amica che avevamo in comune riuscii ad entrare nell’appartamento dove viveva a Roma. Era una casa piccola, tappezzata da tantissime sue foto. C’era tutta la sua vita. E c’erano tantissimi pupi costruiti da lui. Una casa davvero particolare. Devo dire che in Sicilia mi è capitato spesso di incontrare personaggi che come Tano hanno fatto delle loro abitazioni una sorta di museo con i cimeli della loro vita. Ma quella di Cimarosa era particolare perché non era solo la sua storia ad essere appesa alle pareti ma era per certi versi anche la storia del cinema italiano, o meglio di quel tipo di cinema che aveva fatto lui.

Cimarosa si è mostrato subito disponibile oppure hai dovuto conquistare la sua fiducia?

No anzi, era felicissimo che si stesse facendo un documentario su di lui. Voleva sapere chi avevo contattato e si è messo subito a disposizione come lui stesso racconta davanti alla telecamera in una scena del backstage del film stesso.

Progetti per il futuro?

Ho appena finito di scrivere a due mani la sceneggiatura di un corto. Spero di poterlo girare al più presto, compatibilmente con le altre mie produzioni e con gli altri progetti che riguardano la mia seconda passione che è l’informatica.

LO CHIAMAVANO ZECCHINETTA

LO CHIAMAVANO ZECCHINETTA
Regia: Nicola Palmeri


Il documentario ripercorre la lunga carriera dell'attore siciliano TANO CIMAROSA (scomparso nel 2008) attraverso i racconti del protagonista, la voce del compianto Gregorio Napoli (che in alcuni frangenti imita le gag di Ciprì e Maresco che lo videro spesso protagonista) e le testimonianze di Giuliano Gemma, Nino Frassica, Leo Gullotta, Tony Sperandeo, Franco Nero e altri artisti e attori amici di Tano Cimarosa.

Il ruolo di Zecchinetta ne Il giorno della civetta (Damiano Damiani, 1967) impose il volto di Tano Cimarosa nel panorama cinematografico italiano, facendone uno dei caratteristi più richiesti dai registi di casa nostra.

Tano Cimarosa e Nicola Palmeri Oggi dare del caratterista ad un attore pare come voler sminuire le sue capacità, basta un passaggio televisivo, una particina in qualche fiction e un po di gossip costruito ad arte su qualche rivista conseziente per far si che un qualunque attore reclami ruoli da star.

Tutto questo ha concorso (insieme ad altri fattori) a portare alla scomparsa di un mondo che ha contribuito in maniera determinante a rendere "grande" il cinema italiano dagli anni '50 sino alla fine degli '80 e di conseguenza ad un impoverimento di quello attuale.

Una galleria sterminata di volti e personaggi di secondo piano, che con professionalità e impegno hanno arricchito tante pellicole.

Senza dilungarci, ma al solo scopo di rendere più chiaro quanto detto, basti pensare alla Tina Pica di tante commedie degli anni '50 e '60; al Mario Brega della Trilogia del dollaro di Sergio Leone o a cosa sarebbero stati i tanti Fantozzi senza Gigi Reder; per non parlare di attori come Memmo Carotenuto e Tiberio Murgia, solo per citarne alcuni.

Tano Cimarosa è stato uno dei più grandi esponenti di questa categoria di attori, prendendo parte ad oltre 50 film.

Ha lavorato con i più grandi registi del panorama nazionale, ed è stato l'attore feticcio di Damiano Damiani e Giuseppe Tornatore che lo hanno voluto in molte delle loro pellicole.

Palmeri racconta il Cimarosa attore, attraverso annedoti, ricordi, incontri.

Descrive con precisione l'uomo che si fece maschera grazie al talento naturale che lo rese il più siciliano dei siciliani da film.

"Lo chiamavano Zecchinetta" non è un documentario che si prefigge di esaltare le doti di Tano Cimarosa, ma piuttosto cerca di trasmettere, con leggerezza e sponataneità, la passione e forse anche quel pizzico di orgoglio di un artigiano della recitazione, di un puparo messinese che divenne attore.



per saperne di più: "Lo chiamavano Zecchinetta", un docufilm in download gratuito per uno dei più grandi caratteristi siciliani" (cinerepublic)

sabato, febbraio 05, 2011

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO
Regia Lorenzo Conte - Davide Barletti


Il nuovo lavoro di Lorenzo Conte e Davide Barletti ci racconta di Cecilia Mangini (Mola di Bari 1927) saggista, critica cinematografica e soprattutto una delle più importanti esponenti del cinema documentario italiano.
Il suo lavoro più noto è probabilmente La canta delle marane (1961) dove la sua mdp scruta i gesti e gli sguardi di un gruppo di ragazzini della periferia romana, mentre il commento di Pier Paolo Pasolini ne racconta le storie e i sogni.
Altri lavori che vanno sicuramente ricordati sono Stendalì (1960), testimonianza sul lamento funebre in lingua grika, All'armi siam fascisti (1962) e Essere donne (1965).
Nel documentario di Barletti e Conte riprendono vita le immagini di un Italia apparentemente lontana nel tempo: quella degli anni '60, del boom economico, con le sue lacerazioni sociali e i suoi drammi.
Una porzione di storia del nostro Paese ci viene riproposta attraverso l’occhio di una delle protagoniste della stagione più ricca e vitale del cinema italiano.
Barletti e Conte confezionano Non c'era nessuna signora a quel tavolo alternando le immagini dei documentari con il commento appassionato della stessa Mangini legando il tutto con immagini di vecchi proiettori e fasci di luce che mettono in risalto quella polvere che solo apparentemente ricopriva il materiale che viene proposto allo spettatore.
L'opera di Cecilia Mangini basterebbe da sola a soddisfare l'appetiito di appassionati e spettatori che guardano al cinema con interesse, ma Barletti e Conte oltre a compiere un'operazione colta si preoccupano anche di fornire alcuni strumenti di approccio al tema, ottenendo il risultato di ridare vita ad un intera epoca e ai suoi protagonisti.

http://www.fluidproduzioni.com/mangini/

lunedì, agosto 16, 2010

RADIO EGNATIA

RADIO EGNATIA (2008)
Regia Davide Barletti


La Via Egnatia è l'antica strada, ideale prosecuzione della Via Appia, costruita dai Romani per congiungere Roma a Costantinopoli, ovvero le capitali dell'Impero Romano d'Occidente e d'Oriente.
Radio Egnatia è una stazione radio immaginaria il cui palinsesto è composto da suoni e informazioni reali provenienti da vecchie emittenti balcaniche; segnali in onde medie emessi dai porti del mediterraneo; canti e testimonianze di culture balcanico-mediterranee.
Il docu-film di Davide Barletti (in concorso nella sezione Italiana doc al TFF 2008) è composto da vari episodi che segnano il viaggio lungo la Via Egnatia.
Un viaggio che ha come partenza simbolica le cave di pietra di Cursi (Le) dove la "guida" Matteo Fraterno, farà scorta di chianche (lastre di pietra leccese) che verranno utilizzate come testimone di storie, incontri, racconti e canti di quelle comunità che vivono lungo la vecchia Via Egnatia. Un viaggio che si snoderà attraverso la Grecìa Salentina, il Canale d'Otranto, l'Albania, la Macedonia, la Grecia, sino a raggiungere la Turchia.
Merita una citazione particolare la tappa che si snoda tra Brindisi e Durazzo, una imperdibile succulenta pietanza per cinefili.
In questa episodio, Matteo Fraterno si mette sulle tracce di Nikolin Xhoja, un pilastro del teatro e del cinema del paese delle aquile, tanto da meritarsi il titolo di "artista del popolo", alto riconoscimento che il regime albanese usava conferire agli artisti più meritevoli.
Sarà sorprendente per lo spettatore scoprire che Nikolin Xhoja in realtà si chiamava Nicolino Gioia, italiano nato a Brindisi e riparato in Albania con la madre negli anni '30 per sfuggire alla fame (scherzi della storia).
Sarà pura goduria, per il cinefilo militante, ascoltare i ricordi della moglie e dei colleghi albanesi e soprattutto avere la possibilità di vedere qualche fotogramma dei film interpretati da Nicolino Gioia, rigorosamente in bianco e nero e dalla misera messa in scena, seppur girati negli anni '70.
Barletti si tiene lontano dal reportage di cronaca, non va a caccia della facile indignazione, è buono ma non buonista, ed è bravo a penetrare con leggerezza nell'animo delle donne e uomini incontrati, cogliendo, tramite una canzone o un racconto le secolari contraddizioni dei popoli balcanici.
Il regista di Fine pena mai entra, quasi in punta di piedi, in storie tragiche e dolorose, amplificate dalla solitudine (fisica, culturale,) di piccolissime comunità sperdute nelle campagne o sulle alture albanesi e macedoni senza rincorrere la "pietas" ma piuttosto cercando, quando possibile, di strappare un sorriso agli improvvisati protagonisti.
Canzoni, storie e poesie ci raccontano di macedoni di etnia albanese stranieri in Albania e minoranza in Macedonia; di turchi musulmani di nazionalità greca che vivono da stranieri in quella che dovrebbe essere la loro casa; di migrazioni forzate; di etnie minuscole e di tutte le contraddizioni dovute a confini geografici imposti dalla politica e dalle armi.
Il peregrinare della mdp ci metterà difronte a vecchi custodi di cultura contadina inconsapevoli artisti della parola e giovani a cui storie e tradizioni sono state fortunatamente tramandate.
Alla fine del viaggio, è cosi possibile, tracciare un ideale percorso di memorie lontane e riflettere su quel mosaico di culture e di popoli che dalla parte più orientale d'Italia ai balcani incrociano le proprie radici nella storia.

mercoledì, marzo 25, 2009

Italiani Brava Gente - festival documentario di riflessione sulla società italiana

Il prossimo week end 27-29 marzo 2009, a Firenze, avra' luogo "Italiani Brava Gente - Festival documentario di riflessione sulla società italiana", nella sua prima edizione.
Cinque i documentari in concorso.

Per saperne di più (e raggiungere il festival):
http://www.italianibravagente.info/



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giovedì, aprile 17, 2008

Shine a Light


Prima di scegliere il titolo dall'elenco dei film usciti in sala mi sono chiesta "E quando mai mi capitera' di vedere i Rolling Stnes dal vivo? E davvero avro' intenione di noleggiare/acquistare il dvd quando uscira'? E comunque sia, non possiedo un impianto audio home cinema... percio' eccomi entrare in sala per gustarmi, nella piu' totale impreparazione, Shine a light, la testimonianza di uno dei concerti piu' amati di tutti i tempi dai fans del rock di tutto il mondo, visto dall'occhio di uno dei miei registi preferiti. Ultima chicca, bhe', il concerto si svolge a new york...
Il docu-rock di Martin Scorsese coglie appieno l'anima rock di questo gruppo di musicisti incalliti e mai paghi di emozioni musicali, che da oltre 40 anni dominano la scena musicale internazionale e che non badano al tempo che passa. Scorsere alterna brani dal vivo - tratti dai due concerti tenuti al Beacon Theater di New York - con stralci di vecchie interviste anni '60 e '70 che dipingono senza sbavature il ritratto di una band trasgressiva e godereccia insieme, fotografando in tutta la loro vitalita' questi 4 adolescenti un po' cresciuti che non si arrendono al tempo che passa. Ribadisco questo concetto del tempo perche' davvero i Rolling Stones hanno preso degli anni, ma guardandoli suonare e cantare e saltare sul palco non sembra proprio che sentano il peso della loro eta'. Forse sono stati piu' gli eccessi di droga e alcool ad averli un po' incrinati. Mick Jagger ha una energia che molti giovani 20enni di oggi se la sognano, e cosi' gli altri tre. Keith Richard e' davvero brutto, mi dispiace dirlo, impressiona come gli eccessi di gioventu' (e forse anche attuali) lo abbiano consumato, eppure, nonostante tutto, e' vivo e vitale, altro che! Ron e Charlie sembrano due varani di komodo con dli orecchini e le catenine, ma non deludono in un solo riff.

I Rolling Stones non necessitano di presentazioni ne' di introduzioni, vanno ascoltati e guardati cosi', anche senza conoscere un solo pezzo del loro repertorio - ed infatti io nemmeno uno ne conosco, lo ammetto bellamente, beata ignoranza - perchè ciò che conta è l'energia che sprigiona la loro musica, la gioia che si coglie nei loro sguardi quando cantano e suonano e si perdono lungo i sentieri delle loro canzoni. Ed il loro e' rock, e poi e' blues, e poi e' country, e' un sound al servzio delle loro storie, della loro voglia di fare festa e cantare con gioia e disincanto.
La musica e' vita e come niente altro regala momenti di estasi e gioia pura, staccata da ogni razionalita'. Ovviamente i new yorkesi erano in delirio, il teatro, senza transenne ne' barriere di sorta, ha partecipato con grande calore a tutti i momenti dei due concerti.
Duetti con Jack White dei The White Stripes, Buddy Guy e Cristina Aguilera. I Rolling Stones regalano al pubblico anche "As Tears Go By", ceduta, appena nata, a Marianne Faithfull e che non avevano mai avuto il coraggio di esibire dal vivo in un tour.

mercoledì, marzo 12, 2008

Joe Strummer - The future is unwritten


JOE STRUMMER - the future is unwritten
di REBEL63
Bellissimo film di Julien Temple sulla vita di Joe Strummer leader dei Clash. La storia di un uomo che, con la sua musica, ha voluto "essere" e non "avere". Buona l'idea di radunare intorno ad un fuoco le persone dello spettacolo e gli amici che lo hanno conosciuto.

IL FUTURO NON E' SCRITTO
di Parsec
Vita morte e miracoli di John Graham Mellor che, figlio di un diplomatico inglese, a 12 anni aveva già girato mezzo mondo. Nato ad Ankara nel '52 e morto a Broomfield, Uk, a ridosso del natale 2002 a causa di un cuore difettoso che gli ha regalato una fine domestica sul divano di casa durante la lettura del London Observer, e che soprattutto non gli ha impedito di stravivere, di assurgere a mito, di risorgere dalle proprie ceneri e vivere una seconda avventura artistica con i Mescaleros, dopo aver segnato la storia della musica con i Clash tra il '79 e l'83.

La narrazione sobria e composta è supportata dalle bellissime animazioni di Tim Standard i cui disegni strambi e poetici ricordano il genio di Terry Gilliam dei Monty Python, e si arricchisce di umanità grazie alla parola data ai testimoni del mito, al racconto sincero e semplice degli amici degli esordi ai tempi in cui Joe si faceva chiamare Woody, e dei parenti e dei fans, tra cui Bono Vox, Steve Buscemi, Jim Jarmush, John Cusack, Johnny Depp, Matt Dillon che contribuiscono al ritratto di un uomo non privo di difetti, di un artista geniale e bizzoso, di un'epoca irripetibili.
Mai retorico o agiografico il film riesce ad essere anche commovente e rappresenta un'occasione per chi non ha vissuto negli anni del british punk e per chi non sa nulla del "white riot" di conoscere Strummer e i Clash.

venerdì, marzo 07, 2008

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta.
Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

lunedì, dicembre 03, 2007

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta. Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

giovedì, settembre 06, 2007

Sicko

Il simpatico ciccione sembra aver perso la sua proverbiale irriverenza ed anche quello spirito di anarchia che aveva caratterizzato i precedenti lavori. Sara'per le accuse che gli sono piovute all'indomani della sconfitta elettorale alle ultime elezioni quando il suo stile arrembante fu giudicato controproducente alla causa liberal oppure la difficolta'a rinnovare un modello ormai usurato sta di fatto che Sicko appare come frenato nella sua azione disvelatrice rimanendo sulla superficie dei fatti e ribadendo all'infinito l'assunto inziale (esemplare la conclusione senza spiegazioni della vicenda Hilary Clinton) mentre sul lato squisitamente filmico la narrazzione appare depauperata di quei gioielli del buon umore che ti facevano comunque ricordare di essere al cinema ed insieme aiutavano a riflettere mantenendo desta l'attenzione. Tutto appare intercambiabile in una struttura che ha perso la propria identita' e potrebbe essere utilizzata per parlare indistintamente della fame del mondo o dell'ultimo disco di Eros Ramazzotti. E persino certi paradossi come il fatto che il sistema sanitario italiano non sia cosi male o che gli eroi dell'11 settembre vengano curati dall'acerrimo nemico sono serviti con le polveri da sparo ormai bagnate ed al massimo vanno bene per una discussione al Bar dello sport.