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lunedì, luglio 13, 2009

Transformers. La vendetta del caduto

(di Ethan)

Michael Bay, il principe dell’indelicatezza, è tornato con un nuovo film d’azione che vi rintronerà a forza di megadecibel. È una pellicola allo stesso tempo rumorosa e noiosa: è come guardare la vernice che si asciuga mentre qualcuno vi prende a padellate in testa. E in una situazione del genere due ore e mezza sono davvero troppe. La trama non offre nulla di interessante. ..
Le esplosioni sono così frequenti che fanno sembrare la colonna sonora un rullo di tamburi di 150 minuti.
La ciliegina su questa torta di spazzatura è l’interpretazione di Megan Fox, nel ruolo della soffocante fidanzata di Shia LaBeouf. È toltamente inespressiva. Invece di andare a vedere Transformers è senz’altro più divertente passare un pomeriggio dallo sfasciacarrozze.

Borderland

(di Ethan)


Borderland inizia con una sequenza sconvolgente in cui due poliziotti messicani si scontrano con un gruppo di spacciatori seguaci della santeria. Poi tutto rallenta. Alcuni studenti statunitensi appena laureati partono per il Messico in cerca di alcol ed emozioni. Poi uno di loro scompare dopo una nottata in cui i ragazzi hanno mandato giù qualche fungo allucinogeno. A quel punto Borderland sembra prendere la strada di un film poliziesco...
Ma abbiate pazienza, l’orrore arriverà. E non solo. La brutale orgia di violenze, torture e mutilazioni in cui finirete è talmente realistica che farà sembrare Hostel un cartone animato. Siete avvisati. Buon Cinema

giovedì, maggio 14, 2009

Gli amici del Bar Margherita

di Ethan

Per rievocare i suoi ricordi nella Bologna anni cinquanta, Pupi Avati ha chiamato una schiera di bravi attori a interpretare i personaggi pittoreschi che girano attorno al bar Margherita.
Il risultato è un'antologia di piccole storie di provincia raccontate attraverso gli occhi del diciottenne Coso.
Alcune scene graffianti, come la serata danzante organizzata da Coso mentre il nonno sta morendo nella stanza accanto, potrebbero salvare Gli amici del Bar Margherita.
Ma il film non trova un suo ritmo.
Pupi Avati sembra tentennare tra i racconti di gioventù sul modello Amarcord e la commedia amara e dissacrante alla Dino Risi.
Alla fine, il bar Margherita diffonde l'immagine di una Bologna provinciale e di un'Italia nostalgica e smemorata dove nessun elemento esterno riesce a farsi largo. Anche sullo sfondo, la politica è assente.
Al bar, si parla soprattutto di donne, di sport, di piccole truffe e di Sanremo. Bologna 1954 o Italia 2009?

martedì, aprile 21, 2009

Disastro as Hollywood

di Ethan

Hollywood viene messa alla berlina, ma con un po' di riguardo. È una di quelle rare volte in cui diversi grandi nomi della mecca del cinema rivolgono lo sguardo su di sé, per sottoporsi al giudizio, e anche allo scherno, del pubblico.
L'altalenante commedia di Barry Levinson si può comunque avvalere di una delle migliori performance di Robert De Niro degli ultimi anni.
La sceneggiatura di Art Linson è basata su un suo libro del 2002 in cui racconta le disavventure che capitano quando si produce un film a Hollywood.
I personaggi si comportano in modo sleale, immorale, avido, infantile e via dicendo. Del resto gli affari sono affari.
Alcuni risultano molto divertenti, alcuni un po' troppo elaborati, altri decisamente inverosimili. Ma cercando di accentuare il più possibile i toni da commedia, Levinson sembra voler trattare tutti con una buona dose di benevolenza, e questo forse è il limite del film, che sembra non voler prendere posizione.
Nella scena finale di un action movie pretenzioso viene violato un tabù di Hollywood: il personaggio interpretato da Sean Penn uccide un cane. Il boss dello studio (una perfetta Catherine Keener) impone al produttore Ben (De Niro) di rimontare il film in tempo per il festival di Cannes. Ma questo è solo uno dei problemi che Ben si trova ad affrontare, tra lavoro e vita privata.

mercoledì, aprile 15, 2009

Push

di Ethan

Più o meno verso la metà di Push, uno degli eroi formula un concetto diabolico che monopolizzerà il resto del film: "E se niente di quello che facciamo avesse un senso?".

Per lo sceneggiatore dev'essere stato l'equivalente del seggiolino eiettabile. Prima di quel momento Chris Evans è un ragazzo dotato di poteri telecinetici che cerca di salvare una piccola medium (Dakota Fanning), le cui visioni possono avverarsi oppure no. Questa specie di thriller si conclude con una scazzottata, un finale aperto e l'implicita promessa di un sequel.
Tra tutte le calamità predette da Dakota Fanning, Push 2 è una di quelle che ha mancato.

Racconti incantati

di Ethan

Il tentativo di Adam Sandler di esaltare la magia della finzione in Racconti incantati sarebbe stata molto più convincente se il regista avesse evitato la solita accozzaglia di spazzatura sintetica. La vita di Skeeter (Sandler), impiegato tuttofare di un hotel, è messa sottosopra quando la sorella gli chiede di badare ai suoi figli.
Le assurde favole della buona notte che inventa per mettere a dormire i nipotini cominciano ad avverarsi. In realtà sono i dettagli che i bambini aggiungono a queste storie (in cui Skeeter è, di volta in volta, una specie di Ben Hur, un contadino medievale, un modesto bracciante e così via) a prendere vita nella realtà. Solo così si spiega la cotta di Keri Russell per un Sandler particolarmente infantile. Per Shankman dirigere un film di Walt Disney significa riempire ogni possibile buco con quantitativi tossici di smancerie.
Una visione non proprio piacevole.

Dragonball Evolution

di Ethan

Il progetto di trarre un film dai cartoni animati di Dragonball è finalmente una realtà. Ma il risultato farà pentire chiunque abbia desiderato questo momento.
L'ingrediente principale del successo della serie a cartoni animati era il riuscito mix di caratterizzazione dei personaggi, umorismo, energia e violentissime scene di combattimento. Tutti elementi che si sono persi dopo il passaggio a Hollywood.
La sceneggiatura è semplicemente terribile, un'accozzaglia di immagini che in 85 minuti dovrebbe porre le basi per una fortunata serie hollywoodiana.
Alla fine, però, sembra solo uno squallido e cinico sistema per spillare quattrini ai fan del cartone animato.
Gli appassionati saranno disgustati e tutti gli altri, esclusi i minori di dieci anni, si annoieranno a morte.

Ballare per un sogno

di Ethan

Se in Ballare per un sogno ci fosse una voce fuori campo sicuramente snocciolerebbe una valanga di banalità sull'importanza di inseguire i propri sogni, tipo credi sempre in te stesso e altre amenità hollywoodiane.

Il film, dagli stessi autori di Save the last dance e Step up, racconta la storia di Lauryn (Mary Elizabeth Winstead) che arriva a Chicago dalla campagna e non supera l'audizione per entrare in una prestigiosa scuola di danza.
Ma Lauryn riuscirà a esprimere il suo talento e "il suo lato sexy nascosto" sul palco di una specie di strip bar.
Il posto è reso molto meno squallido di quelli veri, quasi esclusivamente per evitare qualsiasi tipo di divieto e perdere quindi una bella fetta del pubblico di riferimento (i ragazzini evidentemente).
Per qualcuno potrà diventare il classico musical sulla danza della sua epoca, stile Ti amavo senza saperlo o Baciami Kate!.
Per altri la fine dell'arte cinematografica, come siamo abituati a conoscerla.

Io & Marley

di Ethan

Io & Marley è adatto quasi esclusivamente a chi vive in costante crisi di astinenza da animali, e attacca a piangere anche solo davanti alla foto di un cucciolo. Nella versione cinematografica del best seller di John Grogan sulla sua vita insieme a un labrador, manca un ingrediente fondamentale: l'originalità dell'eroe canino. (attenzione si svela qualcosa del finale... ndr)

Quella specie di Terminator caldo e peloso, infatti, non è molto diverso da qualsiasi altro cane capace di devastare una casa o di ingurgitare ogni cosa.
La scelta (più o meno obbligata) di far interpretare Marley da una serie di replicanti di età diverse (una specie di Io non sono qui canino) gli toglie ogni tratto di personalità, di carattere, che non siano generici guaiti o moine. Senza questo cruciale pizzico di anima, il film diventa così un Beethoven meno comico e meno splatter.
Non resta che abbandonarsi all'unica certezza offerta dal film: prima che Marley spicchi il volo per la grande spiaggia dei cani che sta in cielo, ogni tappeto della casa sarà completamente devastato.

Louise Michel

di Ethan

Il film di Benoit Delépine e Gustave Kervern, Louise Michel, non poteva uscire con un tempismo migliore, quando l'onda della recessione globale si fa sempre più minacciosa sulla società in cui viviamo. Ma il titolo non deve trarre in inganno. Il film non è una biografia di Louise Michel, l'anarchica eroina della Comune di Parigi. Quella è solo una strizzatina d'occhio, visto che i due personaggi principali si chiamano proprio Louise (una meravigliosa Yolande Moreau) e Michel (un perfetto Bouli Lanners).

Louise è operaia in uno stabilimento tessile in Piccardia. Un giorno, insieme alle sue colleghe, arriva al lavoro e trova l'officina completamente vuota: il proprietario e tutti i macchinari sono scomparsi. Le operaie, furiose per essere state prese in giro, decidono di investire l'indennità di disoccupazione per ingaggiare un killer che uccida il loro ex datore di lavoro. Louise è scelta come quella che dovrà trovare il killer e accompagnarlo nella sua missione.
Il tema della tensione tra la base, che perde sempre tutto, e i vertici, che si arricchiscono alle sue spalle, è arcinoto. Ma di fronte all'impietosa cinepresa dei due registi, il popolo degli eterni sfruttati appare come un'accozzaglia di casinisti, incapaci e pazzi furiosi.
Louise Michel non risparmia niente e nessuno. Vuole sottolineare una verità spesso taciuta: la corruzione è ovunque, non solo nei paradisi fiscali o nelle società gestite dalla mafia.
Forse è meglio riderci sopra, perché presto non avremo neanche più la forza di piangere.

venerdì, marzo 27, 2009

Due partite

di Ethan

Il confronto tra due generazioni di donne della borghesia romana, al centro del film e della commedia teatrale di Cristina Comencini, è tristemente superficiale e finisce per sembrare poco più che una caricatura. L’idea di partenza non è male: in trent’anni il cambiamento del ruolo della donna nella società è stato così rapido e profondo da creare contrasti divertenti.
Ma purtroppo la sceneggiatura non è all’altezza, soprattutto per quanto riguarda la generazione più anziana. Il tutto si risolve nel prevedibile racconto di inganni, infedeltà e profonda noia, che negli anni sessanta l’etica "borghese" imponeva alle donne educate e intelligenti. Se si considera il fatto che all’epoca il femminismo era già una realtà, ci si poteva aspettare qualcosa di più. L’unico riferimento al periodo storico di tutto il film è quando viene citata la principessa Grace di Monaco.
La cosa migliore del film è probabilmente il contrasto cromatico tra le due generazioni: alle brillanti tinte pastello scelte per i vestiti, il trucco e gli accessori delle madri si contrappongono le figlie vestite di nero e senza trucco. Queste ultime sono decisamente più credibili e convincenti, anche grazie a dialoghi in cui emergono le loro scelte e le loro conquiste.

mercoledì, marzo 25, 2009

The international

di Ethan

Quando ha cominciato a girare The international, il regista Tom Tykwer non poteva immaginare che la sua pellicola sarebbe arrivata nelle sale con un tempismo incredibile. Spesso ci vuole così tanto tempo per fare un film che quasi mai risulta "di attualità". Ma se in un thriller uscito in questo periodo "il cattivo" è una grande banca, con sedi e tentacoli in tutto il mondo, siamo chiaramente di fronte a un’eccezione.
Certo, i crimini della banca in questione (tra cui fornire armi a dittature africane) sono molto più efferati che distribuire ipoteche e mutui traballanti. Ma resta il fatto che il ruolo del cattivo calza a pennello a una grande istituzione finanziaria. Il regista si dev’essere divertito molto ad ambientare questa storia "multinazionale", in cui un ristretto circolo di cattivissimi mitteleuropei decide della vita e della morte dei suoi clienti, in alcune delle strutture architettoniche più agghiaccianti d’Europa.
Contro questa monolitica istituzione senza volto si erge un uomo solo, il detective Louis Salinger (Clive Owen), che strada facendo si porta dietro un procuratore newyorchese (Naomi Watts), catapultata nel film senza motivi particolarmente validi.
Sicuramente alcune scene d’azione sono esagerate (una sparatoria nel Gugghenheim? Finalmente qualcosa di emozionante nel mondo dell’arte!) e i dialoghi sembrano scritti con le massime che si trovano dentro i biscotti cinesi della fortuna. Ma questo cinico e soddisfacente attacco al mondo dell'alta finanza piacerà senza dubbio agli amanti dei thriller che giocano con le nostre paranoie.

martedì, marzo 24, 2009

Ponyo sulla scogliera

(di Ethan)

Con la sua fanciullesca versione del classico di Hans Christian Andersen, La sirenetta, Hayao Miyazaki dimostra ancora una volta tutta la sua creatività.
Ponyo, la principessa dei pesci rossi, è una creatura degli abissi che somiglia un po’ a un pesciolino, un po’ a un bambino avvolto in un pigiama troppo largo.
Dopo aver conosciuto Sosuke, un vero bambino di cinque anni, Ponyo decide di voler diventare un essere umano in carne e ossa e passa tutto il resto del film a tentare di trasformarsi.
Per raggiungere il suo obiettivo e non essere trasformata in schiuma (il prezzo da pagare per il suo fallimento), Ponyo dovrà rinunciare a tutti i suoi poteri magici e conquistare l’amore di Sosuke.

In alcuni momenti il film rasenta il caos, ma è difficile criticare una storia raccontata dal punto di vista di un bambino, sulle preoccupazioni che può avere un bambino e dichiaratamente rivolta a un pubblico di bambini.
E comunque anche gli adulti potranno apprezzare la struttura molto libera della storia.
Incantevole e poco sofisticata, Ponyo sulla scogliera è un film su un bambino raffigurato in modo autentico, non come gli adulti si aspettano che sia.

Vista la magia dei suoi ultimi film, possiamo solo sperare che Miyazaki decida di rinviare il più possibile il suo ritiro dal mondo del cinema.

martedì, marzo 10, 2009

Live! Ascolti record al primo colpo

di Ethan

Girato in un iperrealistico formato digitale dal documentarista Bill Guttentag, Live! cerca di convincere il pubblico che dei produttori senza scrupoli possano organizzare un reality show basato sulla roulette russa.
Per risultare credibile si aggancia a cavilli legali e ad altri reality. Ma comunque non è credibile e affonda rapidamente.
Guttentag inoltre sminuisce sistematicamente i suoi personaggi (e quindi il pubblico), che si dividono tutti tra freddi e ambigui o stupidi e creduloni.
E anche se gli autori sembrano aver imparato la lezione dei reality, è difficile distinguere la cinica indifferenza dei personaggi dall'arrogante nichilismo del film stesso.
Anch'io come Porro mi sono posto la stessa domanda: perché la signorina Katy Courbet tiene nel suo ufficio il poster di La dolce vita?

lunedì, marzo 09, 2009

L'onda


di Ethan

L'onda è tratto dal romanzo dello scrittore statunitense Morton Rhue.
Uscito nel 1984, il libro racconta la storia di un insegnante che mette in atto uno spericolato esperimento con i suoi alunni: formare in pochi giorni un gruppo succube dell'autorità e con atteggiamenti fascistoidi.
Rhue si era ispirato a una storia realmente accaduta nel 1967 in una scuola californiana.

E oggi come sarebbe l'esperimento?

A questa domanda ha provato a rispondere Dennis Gansel, che ha ambientato la pellicola in un liceo tedesco, riuscendo a ottenere qualcosa di più di un film istruttivo.
L'onda, infatti, è anche una specie di studio sociologico, e questo lo rende convincente: riproduce alla perfezione un gruppo di liceali provenienti da famiglie del ceto medio.
Grazie a questa autenticità, l'esperimento è del tutto realistico e affronta dei temi tornati purtroppo d'attualità.

sabato, febbraio 28, 2009

un matrimonio all'inglese

di Ethan

nonostante molte bollicine, questo adattamento di stephen elliott una volta stappato e versato nel bicchiere risulta sfiatato.

jessica biel interpreta un'orgogliosa americana che arriva nella ricca dimora avita del suo nuovo marito (ben barnes), scontrandosi con una madre (kristin scott-thomas) altrettanto fiera del suo status, e con una cognata infida.

i maliziosi dialoghi di coward, nella sceneggiatura di elliott, suonano pigolanti e rozzi e l'atmosfera generale sembra sforzarsi di apparire la briosa (e orrenda) versione "vecchio stile" di una hit da discoteca. colin firth, nel ruolo del capofamiglia, sembra un turista in visita sul set.
l'unica cosa riuscita sono i costumi di jessica biel.
la cosa peggiore è che in un film tratto da una commedia di noel coward non si riesca a fare una singola risata.

venerdì, febbraio 27, 2009

Milk

di Ethan

Con milk una grande storia di san francisco diventa una grande storia americana.
gus van sant ha scelto la vicenda di uno dei primi leader politici apertamente gay, assassinato il 27 novembre 1978, per presentare il movimento per i diritti degli omosessuali sotto una luce quasi mitica, erede di tutti i grandi movimenti di protesta della storia americana.
il punto di vista politico di van sant può anche far discutere, ma il fatto di riuscire a esprimerlo con grande chiarezza è la prova che il regista sa quello che fa dietro la macchina da presa.
il film è perfettamente riuscito. la storia non mostra nessuna forzatura e le immagini che evoca sono una fonte di grande speranza. al centro di tutto c'è sean penn, che si annulla nel ruolo di harvey milk. le sue classiche espressioni sono sparite, proprio come le labbra serrate e la sua capacità di reprimere le emozioni.
al di là della somiglianza fisica, quello che colpisce è la sua metamorfosi spirituale. è spontaneo, emotivo, vulnerabile e generoso come sean penn non è mai stato. interpretando il ruolo di un uomo che si emancipò completamente, penn si è a sua volta liberato, come attore.

mercoledì, febbraio 25, 2009

Lasciami entrare

di Ethan

questo piccolo gioiello indipendente svedese è tratto dal best seller di john ajvide lindqvist (che ne ha firmato anche la sceneggiatura) e diretto con immaginazione e misura da tomas alfredson.
è un film di vampiri libero dai soliti cliché, che offre al pubblico una coinvolgente analisi su alienazione e amore.
lasciami entrare racconta la nascita del rapporto tra il dodicenne oskar, vessato dai bulli della scuola e ignorato dai genitori, e la sua nuova vicina eli, che ha più o meno la sua stessa età, è pallida ed è un piccolo vampiro, che ha bisogno dell'aiuto del papà per nutrirsi.

all'inizio l'amicizia stenta a decollare ma poi ognuno dei due ragazzi trova qualcosa nell'altro. oskar trova la forza di affrontare i prepotenti, mentre eli per la prima volta viene accettata da qualcuno e trova amore oltre a un probabile nuovo fornitore di sangue.
ambientato in una stoccolma invernale, il film ha i toni di un dipinto rinascimentale e le interpretazioni dei due ragazzi basterebbero a sostenere per intero la pellicola.

martedì, febbraio 24, 2009

Yes man

di Ethan

il cattivo odore che arriva da yes man è quello della disperazione, precisamente la disperazione di jim carrey, che con questa commedia di peyton reed, cerca di raddrizzare la sua carriera con una poco fantasiosa rivisitazione di bugiardo bugiardo.
stavolta carrey interpreta carl allen, un bancario scorbutico e asociale, abituato a dire sempre no e compiaciuto di sé.
dopo aver partecipato a un seminario di autoaiuto condotto dal guru terence stamp, allen è preso dall'impulso irresistibile di dire di sì, nonostante smorfie e momenti di incredulità.

insomma si trasforma in jim carrey. questo genera una serie di situazioni "buffe", come quella in cui il bancario concede un mutuo a un senzatetto. naturalmente alla fine si scopre che la vera felicità deriva dall'essere aperti nei confronti del mondo. una rivelazione che giunge nella forma dello spirito libero allison (zooey deschanel): le sue eccentricità sono così forzate che solo le tipiche smorfie di carrey riescono a batterle.

giovedì, febbraio 12, 2009

revolutionary road

di Ethan

pendolari in abiti e cappelli grigi identici si riversano come colate di lava sui binari della grand central di new york, pronti ad affollare enormi open space, ognuno con la sua piccola porzione di finestra (miglior incipit 2009).
accendono e fumano sigarette una dietro l'altra, furiosamente. consumano martini a secchi, per lanciarsi in tentativi di adulterio o in strazianti litigi familiari. siamo negli anni cinquanta, il cosiddetto cimitero della speranza americana: frank (leonardo dicaprio) e april (kate winslet) sono una coppia di una zona residenziale dei sobborghi che ha la libertà di decidere del suo futuro, ma si scopre che tra le loro aspirazioni e le loro possibilità c'è un divario incolmabile. un terreno su cui si può costruire un dramma o una satira. ma la storia conduce verso un finale tragico.
winslet è troppo isterica.
dicaprio, esteriormente perfetto, è troppo timido nel mostrare i sentimenti del suo personaggio.
vedere questo film può essere catartico, ma non confondiamolo con il grande cinema.