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martedì, marzo 07, 2023

INCASTRATI (S. 1-2)

Incastrati (s. 1-2)

di Ficarra e Picone

con Ficarra, Picone, Leo Gullotta, Tony Sperandeo

Italia, 2022-2023

genere: commedia, giallo, poliziesco

durata: 2 stagioni, 12 episodi, 30-40’ a episodio

È possibile far ridere e far riflettere allo stesso modo e con la stessa intensità trattando argomenti che di comico hanno ben poco? Evidentemente se vi chiamate Ficarra e Picone la risposta è sì.

Sì, perché il duo comico siciliano è riuscito ad avere successo anche nel mondo della serialità. Cimentatisi con un prodotto completamente nuovo rispetto a quelli che li avevano visti protagonisti precedentemente, sono riusciti a creare qualcosa di riuscito, divertente e riflessivo.

Su Netflix sono, infatti, disponibili le due stagioni della serie “Incastrati”, una sorta di giallo, crime in chiave comica.

Salvo e Valentino sono i due protagonisti di una vicenda che definire bizzarra è dire poco. Ma, allo stesso tempo, risulta più verosimile di molte altre. I due sono tecnici tv che, per una coincidenza, nemmeno troppo casuale, si ritrovano su una scena del delitto. Nell’appartamento nel quale avrebbero dovuto fare una riparazione trovano il cadavere del proprietario. Invece di chiamare la polizia e dire la verità, forti delle numerose serie tv poliziesche che guardano (soprattutto Salvo), decidono di nascondere le prove della loro presenza nell’appartamento e fare finta di niente. Ma naturalmente niente andrà come sperato e tantissimi legami e situazioni talmente ridicole da risultare quasi veritiere si intersecheranno tra di loro per dare vita a un “mafia-movie” davvero spassoso con continue sorprese e colpi di scena.

Questa la base per la prima stagione, terminata con un cliffhanger degno dei più memorabili titoli seriali. Ecco, quindi, che la seconda stagione era d’obbligo, anche per far tornare tutti i tasselli al proprio posto e dimostrare che, nonostante le stramberie, ciò che viene raccontato all’interno di “Incastrati” si avvicina in maniera spaventosa alla realtà.

E, come solo poche volte accade, ogni pezzo del grande puzzle della divertente serie va davvero al proprio posto in una sconcertante e attuale narrazione che raccoglie, tra citazioni e riferimenti, elementi da ogni angolo (cinematografico, televisivo, cronachistico e molto altro).

In primis c’è la Sicilia che, oltre a essere la terra natia dei due registi, sceneggiatori e interpreti protagonisti, è anche il luogo che permette loro di sbizzarrirsi offrendo panorami anche e soprattutto stereotipati e giocando proprio su questo. Conoscendo a menadito il territorio i due sguazzano letteralmente da un luogo all’altro, giocando tranquillamente in casa e scherzando e prendendosi anche ripetutamente in giro, consci di essere i primi a potersi prendere gioco di se stessi.

Al paesaggio, non solo visivo, della Sicilia, vanno aggiunti, come in una ricetta che ha bisogno di tutti i suoi ingredienti migliori, interpreti convincenti e mai sopra le righe, per quanto possibile trattandosi di una serie che gioca proprio sull’andare sopra le righe. Dai due mattatori Ficarra e Picone, l’uno la spalla perfetta dell’altro, con tempi comici giusti, battute argute e pungenti sempre nel momento in cui meno ci si aspetta, ai comprimari che vanno dalle “dolci metà” alle nuove aggiunte della seconda stagione, come il piccolo e arguto Robertino. Ma a non passare inosservati, soprattutto in una seconda stagione che rischiava di lasciarsi oscurare dall’originalità della prima, sono Tony Sperandeo nel ruolo di Cosa Inutile, braccio destro del “temibile” boss Padre Santissimo, che balbetta tutte le volte che si trova a dire una bugia, e Leo Gullotta, un procuratore Nicolosi da medaglia al valore che, con un monologo che è un chiaro e ben congegnato omaggio, riesce a far emozionare e anche commuovere. Cosa non di poco conto dal momento che si tratta di una serie comica.

Ma le lacrime di commozione tornano subito a mescolarsi con quelle di gioia e di divertimento e, insieme al mitico Sergione, unica e sola fonte attendibile di informazioni, lo spettatore si lascia abbracciare e cullare da 12 episodi in totale nella speranza che ciò che si vede sullo schermo possa essere visto anche sullo schermo della quotidianità. Da rewatch immediato! 


Veronica Ranocchi

lunedì, dicembre 12, 2022

MERCOLEDI'

Mercoledì

ideata da: Tim Burton, Alfred Gough, Miles Millar

con Jenna Ortega, Catherine Zeta Jones, Luis Guzman

USA, 2022

genere: commedia, horror, fantasy

durata: 8 episodi da 40-50 minuti

Uno dei personaggi, da sempre, più apprezzati dell’iconica famiglia Addams è sicuramente Mercoledì, la giovane primogenita di Morticia e Gomez che tanto ama il dolore e la sofferenza.

Un personaggio che, nonostante sia già stato protagonista, ha meritato un ulteriore palcoscenico per mostrarsi davvero a 360°. E lo ha fatto grazie a Tim Burton su Netflix.

Interpretata dalla bravissima e davvero talentuosa Jenna Ortega, Mercoledì è la protagonista assoluta degli 8 episodi che hanno tinto di nero la piattaforma di streaming, arrivando a oscurare anche personaggi iconici come quelli degli altri membri della famiglia, una su tutti la Morticia Addams di Catherine Zeta-Jones.

La storia messa in scena da Tim Burton vede Mercoledì costretta a frequentare la Nevermore Academy, stessa scuola dei genitori, a causa del comportamento fin troppo sopra le righe nei precedenti istituti. La scuola, all’interno della cittadina di Jericho, è rivolta soprattutto a coloro che vengono definiti “reietti”, cioè con poteri o facoltà fuori dall’ordinario (lupi mannari, gorgoni, sirene, vampiri e tanti altri). Qui Mercoledì si trova ad affrontare, oltre alle classiche dinamiche adolescenziali, anche dei misteri ben più grandi di lei. Grazie ad alcune visioni riesce a capire di essere coinvolta, direttamente o indirettamente, in un mistero che vuole a tutti i costi risolvere.

Nel corso degli episodi conosciamo alcuni dei protagonisti. Se i genitori di Mercoledì, insieme al fratello Pugsley e Lurch (qui solo in veste di autista), sono già noti, nella serie Netflix fa la sua comparsa, per esempio, l’eccentrico personaggio di Enid, colei che si può considerare a tutti gli effetti la perfetta nemesi di Mercoledì. Colorata, eccentrica, sorridente e costantemente piena di energia, Enid è un lupo mannaro, ma soprattutto l’unica che, nonostante tutto, può provare a scalfire la dura corazza di Mercoledì. Compagne di stanza, le due creeranno un legame particolare reso anche visivamente dalle potenti immagini che mostrano la camera nettamente divisa in due parti, dove colori, oggetti e azioni sono diametralmente contrapposte.

Accanto a Enid ci sono poi Xavier e Tyler, entrambi innamorati della protagonista, ma entrambi con dei segreti da nascondere. E poi ancora la rivale Bianca, l’austera preside e molti altri, tra insegnanti e studenti. All’appello non possono mancare lo zio Fester, presente solo in un episodio e che forse avrebbe meritato più spazio, visto e considerato il profondo legame tra lui e Mercoledì, ma soprattutto Mano, il vero protagonista della serie. Elemento indubbiamente più riuscito, Mano, nonostante possa contare solo su una mano, appunto, riesce a comunicare perfettamente e a esprimere emozioni e concetti non soltanto ai personaggi della serie, ma anche nei confronti del pubblico. Dulcis in fundo non si può non citare l’indovinata presenza di Christina Ricci, la Mercoledì Addams degli anni ’90 che, qui, torna a rapportarsi con il personaggio, ma con un aspetto e un ruolo diversi.

Una serie dove l’impronta di Tim Burton è ben presente, a partire dall’ambientazione fino alle fattezze del mostro. E se qualcuno ha storto il naso per il fatto che, in parte, si discosta dalla famiglia Addams originale, non si può non parlare di prodotto più che riuscito per questa “Mercoledì” rivisitata in chiave moderna.

È vero, probabilmente la vera Mercoledì Addams non sarebbe scesa a compromessi e, in alcune occasioni, non si sarebbe comportata come la ragazzina della serie Netflix, ma è apprezzabile la scelta di Tim Burton e del team di autori di modificare una parte della storia e virare verso una maggiore adesione all’epoca in cui è ambientata adesso. Ci sono comunque riferimenti al passato e all’ “originale” famiglia Addams disseminati ovunque nel corso degli episodi, per non parlare delle sempre affilate parole di Mercoledì. Parole che, pronunciate da Jenna Ortega, sono ancora più “pericolose” vista la serietà e l’attenzione che la giovane ha riservato al personaggio. Memorabile la scena del ballo, diventata già un must.

Insomma, nel complesso, una serie riuscita e convincente, in grado di attirare un gran numero di spettatori, sempre più variegato, e che sta battendo record su record in attesa della prossima, quasi scontata (e obbligatoria) stagione.


Veronica Ranocchi

venerdì, luglio 08, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 2

Stranger Things 4 volume 2

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

La decisione dei fratelli Duffer di dividere il quarto capitolo della loro grande serie di successo in due parti, ha sicuramente contribuito a creare suspense e suscitare ancora più interesse nei numerosi fan di ogni età. Una curiosità che è stata ben ricompensata con quella che tutti considerano, a ragione, la miglior stagione, dopo la prima.

Chi non ha ancora visto la prima parte della quarta stagione potrebbe incappare in qualche spoiler proseguendo la lettura.

Con il volume 1 abbiamo lasciato i nostri giovani e giovanissimi eroi divisi in gruppi, con ognuno di questi intenzionato a eliminare il nemico comune ed eventualmente ricongiungersi.

Da una parte il nutrito e divertente gruppo formato dai “grandi” Steve, Nancy, Robin, il fuggitivo e nuovo pupillo del pubblico, Eddie e i più giovani Dustin, Lucas, Max ed Erica e dall’altra Mike e Will alla disperata ricerca di Undici, insieme a Jonathan e al suo amico Argyle. Il tutto mentre Joyce e Murray vogliono scoprire la verità su Hopper che sembra essere ancora vivo.

Al centro degli ultimi due episodi c’è, quindi, non solo la speranza di riuscire a eliminare il “cattivo” di turno, ma anche e soprattutto il tentativo di ricongiungersi.

Il piano messo in moto da ogni singolo gruppo è, come nella migliore delle tradizioni, pensato e realizzato in modo che ognuno contribuisca ad aiutare l’altro.

Parallelamente alla linea centrale, continuano a evolversi anche le evoluzioni di alcuni dei personaggi e determinate storyline prendono pieghe ben precise.

Il temibilissimo Vecna è il nemico giurato dei protagonisti che, lottando con le unghie e con i denti, provano a fare il possibile per rallentare la sua avanzata. Ma la lotta è condita con vari ingredienti, tra cui amicizia e amore, ma anche fiducia e coraggio. Se da una parte si consolidano vecchie e nuove amicizie, dall’altra parte fa capolino anche l’amore. Tra storie (forse) mai finite e amori (quasi) impossibili, i fratelli Duffer realizzano un vero e proprio gioiellino con questa quarta, sudatissima stagione.

Come già avuto modo di vedere e capire nel volume 1, la vera protagonista indiscussa dell’intera stagione è la musica, una musica che è un personaggio aggiunto del gruppo, in grado di agire, manifestarsi e creare delle dinamiche. Salva e distrugge, racchiudendo in sé almeno un elemento di ognuno dei personaggi. E grazie al grande successo sono tornate alla ribalta hit degli anni ’80 che, nel giro di pochissimi giorni, hanno conquistato anche il pubblico dei giovanissimi.

Come avvenuto per il volume 1, anche in questa seconda parte ciò che non convince appieno è proprio la divisione in gruppi, quasi “fazioni” che, solo inconsapevolmente, agiscono per il bene comune, ma che non riuscendo mai a comunicare direttamente, creano situazioni che avrebbero potuto avere molto più potenziale se “impiegate” insieme.

Non solo musiche e suoni, ma anche immagini e colori di un’incredibile potenza descrivono l’atmosfera più che straordinaria degna di uno dei prodotti di maggiore successo della piattaforma Netflix.

Una seconda parte all’altezza della prima che non ha tradito le aspettative e che non fa che alimentare interrogativi in vista della prossima super attesa quinta stagione per la quale ci auguriamo di non dover aspettare anni e anni.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 31, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 1

Stranger Things

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

L’avevano anticipato: “la stagione 4 sarà la più dark”. E così è stato. Il volume 1, che corrisponde alla prima parte, della quarta stagione della serie di successo Netflix “Stranger Things” è effettivamente molto più dark, a tinte scure, tendenti all’horror.

Se tutto era iniziato con una prima stagione adatta a grandi e piccoli, riecheggiando gli anni ’80, con riferimenti, più o meno marcati, a grandi cult dell’epoca, i nuovissimi episodi, disponibili su Netflix sembrano continuare in quella direzione, ma con qualche cambiamento.

Ritroviamo naturalmente gli stessi protagonisti, (molto) cresciuti, che continuano comunque ad avere a che fare con creature strane, come dalla prima stagione.

La differenza sostanziale è nella “divisione” che viene operata: i registi hanno deciso, infatti, di optare per una separazione dei personaggi. Ognuno è coinvolto in un luogo e in un momento diverso. Ed ecco che si creano diversi gruppi e diverse dinamiche. Da una parte abbiamo la protagonista indiscussa, Undici, interpretata dalla talentuosissima Millie Bobby Brown, che deve cercare di riacquistare, oltre ai suoi poteri, anche la fiducia in sé stessa, vittima di bullismo a scuola, “dimenticata” da molti e rimasta orfana dopo la presunta morte di Hopper, che, invece, nei minuti finali della stagione precedente viene mostrato vivo. È, infatti, sopravvissuto e si trova in una sorta di carcere in Alaska, alle dipendenze del presunto governo russo. Qui tenta, con alcuni aiuti non del tutto riusciti, a fuggire. Tra gli aiuti in questione ci sono quelli di Joyce, la madre per eccellenza della serie tv, e il divertente Murray, mai da prendere veramente sul serio. Riusciranno i tre a sopravvivere alle gelide temperature e a superare gli ostacoli che si pareranno loro di fronte?

Ma i gruppi non sono finiti. Ce n’è uno formato da colui dal quale tutto è iniziato, Will, il famigerato bambino scomparso a Hawkins e costretto a vivere per un certo periodo nel Sottosopra. In questa prima parte della stagione Will è in California insieme all’amico del cuore Mike, al fratello Jonathan e a un amico, new entry della stagione. Lontano da loro, a Hawkins, c’è il resto della “comitiva”. Il fulcro principale di questa quarta stagione e probabilmente il gruppo meglio assortito e più riuscito. Dustin, Lucas, Max, Steve, Robin, Nancy, la piccola Erica e la super apprezzata new entry Eddie cercheranno in tutti i modi di conoscere qualcosa di più sul nuovo mostro della stagione, il temibile Vecna che si nutre dei turbamenti delle persone per ucciderli in maniera macabra e disgustosa.

I Duffer Brothers continuano a non deludere e portare sulla piattaforma un prodotto di notevole qualità, forse di durata superiore alle aspettative, ma che comunque ha la capacità di incollare allo schermo lo spettatore. Non c’è mai un attimo di tregua, non si può mai stare tranquilli perché il nemico è sempre dietro l’angolo e pronto ad attaccare. Chiunque. Anche i propri beniamini, perché nessuno è immune al potere del male. Un episodio più “contorto” dell’altro dove le linee da seguire sono molteplici, ma tutte portano allo stesso risultato e alle stesse domande.

Da rivedere probabilmente la scelta, non del tutto efficace e condivisibile, di dividere i protagonisti, dando uno spazio maggiore ad alcuni a discapito di altri che avrebbero potuto sicuramente dire di più. Ma c’è sempre una seconda parte pronta a sorprendere il pubblico e a smentire quanto appena affermato.

A funzionare molto bene sono le scelte stilistiche e di sceneggiatura con l’inserimento di dialoghi pungenti e divertenti, sempre al momento giusto. E con una caratterizzazione interessante di ogni personaggio, anche di quelli che apparentemente sembrano essere più marginali. Ognuno ha un passato e ognuno ha qualcosa da raccontare. Solo il tempo dirà quando e come. Dalle vecchie conoscenze alle nuove, alcune già nel cuore dei fan, ogni personaggio risulta credibile e con spessore. Anche (e soprattutto) i cattivi. E ogni tassello riesce sempre a congiungersi con un altro, in maniera perfetta. Un cliffhanger finale degno dei migliori maestri sta facendo sudare freddo chiunque, in attesa del 2 luglio quando (forse) arriveranno alcune risposte con gli ultimi due episodi di questa stagione.


Veronica Ranocchi

sabato, maggio 01, 2021

TENEBRE E OSSA

Tenebre e ossa

di Lee Toland Krieger

con Ben Barnes, Jessie Mei Li, Archie Renaux

USA, 2021

genere: fantasy

stagione: 1; episodi 8

durata: 45-58 minuti

Enorme successo per la serie Netflix “Tenebre e ossa” (Shadow and bone, nel titolo originale) nata dalle pagine della scrittrice fantasy statunitense Leigh Bardugo. Questa ha creato un universo, denominato Grishaverse, dove si incontrano e si mescolano vari personaggi. Il tutto è ambientato in una terra che sembra richiamare un’ipotetica Russia.

La serie, in otto episodi da 50 minuti ciascuno, ha fin da subito monopolizzato le classifiche della piattaforma, data anche la lunga attesa e il grande interesse nutrito per una storia che ha appassionato e incollato alle pagine dei libri tantissimi fan.

Tutto inizia con Alina Starkow, una giovane orfana, che fa la cartografa: disegna cioè delle mappe del paese e dei territori circostanti, molti dei quali visitabili solo grazie a queste specifiche mappe.

La giovane, fin dall’infanzia cresciuta con l’amico Mal, adesso un tracciatore, non intende separarsi da lui, soprattutto quando questi è scelto per essere uno di coloro che dovranno attraversare la temibile “Faglia”, una specie di grande barricata di magia nera che separa i territori. Grazie alla sua astuzia riesce a partire insieme a Mal, ma durante il viaggio sono attaccati e Alina, per salvare l’amico, sprigiona un potere leggendario che nemmeno lei sapeva di possedere. Per questo viene etichettata come “Grisha”, cioè colei che ha poteri magici e viene allontanata da Mal. Questa separazione porterà i due a cercare di ricongiungersi, nonostante vari personaggi e varie insidie che si frapporranno tra loro. Accanto ad Alina comparirà il Generale Kirigan, un’oscura e ammaliatrice personalità con il solo scopo di arricchire il proprio potere.

Parallelamente alle vicende di Alina e Mal ci sono anche quelle dei cosiddetti Corvi: il leader Kaz, la spia Inej e l’abilissimo pistolero Jesper. I tre, intenzionati ad arricchirsi, si mettono sulle tracce di Alina, ma saranno continuamente frenati e ostacolati.

La terza “storia” a fare da contorno alle altre è quella della grisha Nina al servizio del generale, ma improvvisamente rapita, e del cacciatore di streghe Matthias che partecipa al rapimento della donna.

Una storia dove la magia è la vera protagonista. Avventure e personaggi complessi, da sviscerare nel corso degli episodi (e perché no, anche delle stagioni), che ammaliano e tengono lo spettatore incollato allo schermo. Situazioni non troppo ovvie e scontate, seppur con tutti gli stereotipi e i cliché del genere con ampio potenziale anche nell’ottica di un’ipotetica seconda stagione. Chiaramente chi ha letto i libri sa già come si svilupperà la storia. Molti sono rimasti entusiasti della trasposizione fedele dei romanzi, seppur con alcuni elementi magari rimasti troppo in superficie e non approfonditi come necessario. Ma per chi non li ha letti “Tenebre e ossa” risulta una serie dal grande potenziale, in grado di intrattenere e non solo.

Di norma nelle serie tv ci sono sempre dei personaggi preferiti, sia per la scrittura che per l’interpretazione dell’attore o dell’attrice in questione, così come storyline predilette rispetto ad altre. Ecco, non è questo il caso della prima stagione di “Tenebre e ossa” che mescola un cast di attori molto giovani e ancora non conosciuti dal grande pubblico che regalano delle ottime interpretazioni e fanno trasparire una grande armonia. L’attore più noto dell’intero cast è il sempre giovane Ben Barnes, nel ruolo tutt’altro che semplice del generale Kirigan. Conferire le sfumature caratteriali di un personaggio così intrinsecamente complesso è un lavoro che necessita molta attenzione. Per questo aveva bisogno di un volto già più affermato. E lo charme di Barnes dà vita ad un risultato praticamente perfetto.

Non resta, quindi, che aspettare e sperare che la serie venga rinnovata per una seconda stagione e che essa sia appassionante almeno quanto la prima.


Veronica Ranocchi

domenica, gennaio 17, 2021

ABBIAMO VISTO I PRIMI DUE EPISODI DI WANDAVISION: LA NUOVA ERA MARVEL INIZIA IN CHIAVE SITCOM

Wandavision

di Matt Shakman

con Elizabeth Olsen, Paul Bettany

Stagione 1

Episodi 1-2

durata: 30’ circa

Dopo un anno privo di nuovi prodotti Marvel in uscita, ecco che il grande colosso è tornato sul (piccolo) schermo con una serie tv: Wandavision.

Grande attesa, a partire dall’annuncio, per un prodotto particolare e diverso dal solito.

I protagonisti sono Wanda e Visione, che il pubblico ha potuto conoscere nei capitoli cinematografici. Da personaggi praticamente secondari si sono trasformati nei protagonisti di questa serie tv, della quale, per il momento, sono disponibili su Disney Plus solo i primi due episodi e gli altri saranno a cadenza settimanale. 

La coppia è al centro di una vera e propria sitcom anni 50, con tanto di sigla, risate e applausi finti, ma si tratta in realtà di una creazione della mente di Wanda che, non accettando quanto avvenuto in uno dei lungometraggi Marvel, si è praticamente inventata di sana pianta una realtà alternativa e positiva dove poter vivere serenamente con la propria metà.

Il filo conduttore dei primi due episodi sembra essere il riuscire a mascherare la vera natura dei coniugi agli occhi degli altri e, tra siparietti comici e situazioni assurde, riescono, piano piano, ad inserirsi nella realtà dell’epoca e farsi accettare da tutti coloro con i quali entrano in contatto.

Ogni episodio, però, almeno per il momento, ha comunque sempre un momento particolare dove i due sono costretti ad usare i loro poteri differentemente da quanto fatto fino a poco prima, per salvare una situazione che potrebbe ritorcersi contro di loro.

Apprezzabile maggiormente da un pubblico che, naturalmente, ha visto e conosce i film Marvel e ai quali può fare continui riferimento, “Wandavision” è comunque una serie intrigante anche per un pubblico che ha meno dimestichezza con il mondo dei supereroi.

Con questa serie tv si apre ufficialmente la fase 4 dei Marvel Studios che si preannuncia interessante e ricca di tante novità.

Per i più appassionati e attenti il compito di trovare tutti gli Easter Eggs all’interno dei vari episodi che compongono la serie non sarà difficile, ma anzi molto divertente.

Ma lo scopo principale, per tutti, è quello di capire cosa succede ai due neo sposini, chi sono veramente, da dove vengono e cosa significano tutti i fenomeni che si stanno verificando intorno a loro.

Non resta che aspettare, quindi, i prossimi episodi per avere sempre più risposte a tutti questi quesiti, conoscere meglio i due protagonisti e magari incontrare anche altri personaggi già apparsi nei precedenti lungometraggi.


Veronica Ranocchi

domenica, dicembre 13, 2020

TEENAGE BOUNTY HUNTER

Teenage bounty hunters

di: AA.VV.


(da un’idea di Kathleen Jordan)

con: Maddie Phillips, Anjelica Bette Fellini, Kadeem Hardison, Virginia Williams, Mackenzie Astin, Devon Hales, Spencer House, Shirley Rumierk, Myles Evans


Stag I

ep. I-X

[durata media: 49’ ep./ca.]

- USA 2020 -





Jessica [instr.]

— The Allman Brothers Band —





Sarebbe di nessuno interesse, se non andasse a ispessire la copia delle cognizioni avvilenti, la notizia circa la chiusura, dopo una sola stagione protrattasi per dieci episodi, della serie “Teenage bounty hunters” la quale, forse - e sia detto a posteriori - Netflix aveva messo in cantiere suo malgrado o nonostante i propri standard, variegati e smaglianti in superficie quanto di fondo occhiutamente codini (notando, tra l’altro, che il titolo originale dell’opera, tosto censurato, suonava come Slutty teenage bounty hunters, ci si può volendo fare un’idea riguardo la politica, quantomeno ondivaga su più direttrici, della piattaforma). L’illazione trova comunque ulteriori argomenti rovistando tra le minuzie sparse di un lavoro a tal punto coincidente con tutta una serie di costanti e luoghi comuni riconducibili a un certo modo-di-vivere-americano (qui, quello buono per una particolare razza bianca affluente/conservatrice/timorata-di-Dio ma disorientata dalle spinte opposte rappresentate dalla volontà di salvaguardare il proprio status in cima alla piramide alimentare, nonché l’eredità discutibile di taluni suoi retaggi - la ribadita compartimentazione dei ceti con annesso sempiterno fascino fricativo del denaro; la genetica fissazione per le armi; il razzismo più o meno strisciante; l’orgoglio nostalgico per una grandezza perduta dalla cui cassetta degli attrezzi e per il tramite delle rievocazioni storiche fa capolino persino un rimpianto che recita a caratteri cubici The South was right - da un lato, e le trappole vischiose del politicamente corretto, dall’altro, nella Georgia dei nostri giorni: Atlanta, per la precisione) da lasciare scoperta, e proprio in virtù dell’estremizzazione parodistica dei birignao collettivi e relativi passe-partout linguistici, delle ingenuità quasi infantili e delle ipocrisie calcolate al millimetro - l’insieme di ogni spinta messa a dialogare col sorriso sulle labbra dal pretesto, utilizzato a mo’ di filo rosso, di una trattazione di genere (latamente demenziale-investigativa) - la trama sfuggente dell’inconscio di una nazione che, ancora una volta, trova nelle proprie contraddizioni sociali, economiche, attitudinali (e nel tentativo di esorcizzarle ridicolizzandole) la ragione di una sempre sorprendente aderenza ai tempi.



Del resto, le vicende delle non proprio gemelle (anche se nelle intenzioni della Jordan, ispiratrice del progetto portato poi a termine a più mani, così vengono definite, con tanto di intesa sororale subliminale e rivelazione traumatica in limine) Sterling/Phillips e Blair/Fellini del casato Wesley e, a voler essere pignoli, non proprio adolescenti (sia la canadese Phillips che la newyorkese Fellini viaggiano invero ben oltre la ventina), astute ma di leggiadra fatuità, latrici di una innocua e scanzonata zoccolaggine, cripto-beghine e sboccate, endocrinologicamente appetibili da tutte le varietà della fauna maschile, come di quando in quando interpellate da moleste remore interiori, sin da subito ben si prestano a ripercorrere incarnandolo buona parte del campionario delle manie/antinomie/dabbenaggini del Grande Paese. Se è innegabile, infatti, che la malinconia è tale soprattutto perché si nutre di contrasti, già vedere all’opera le due rampolle che si barcamenano tra la rigidità leccata dell’esclusiva Willingham Academy, istituzione privata d’impostazione cattolica quasi pre-conciliare, pronta in punta di retorica a vedere il Male pure in un’alba con troppe nuvole e nel sesso tra adolescenti la distruzione sicura della sana famiglia da santino devozionale, e il molto più prosaico quanto non meno sconclusionato microcosmo farcito di teppiste in erba, piccoli cialtroni della truffa, stripper sovrappeso, borghesucci dalla doppia vita e dalle altrettante morali, spacciatori rimbambiti, casi umani assortiti e minutaglia traffichina senza storia, da loro affrontato nella veste di apprendiste cacciatrici di taglie agli ordini del burbero dal cuore d’oro Bowser/Hardison che un po’ le sfotte un po’ le sostiene e protegge, allo stesso tempo riconcilia e intristisce al cospetto di un pensiero ricorrente che sotto lo stupore e la simpatia epidermica suscitati da situazioni sul crinale di un iperrealismo coloratissimo da slapstick comedy gagliardamente artificiosa e truce - chissà quanto poi sul serio immaginifico, quest’iperrealismo, e non invece già abbondantemente superato dal carnevale permanente e sinistro di una realtà ormai del tutto fuori sesto (vedi, ad esempio, “The Florida project”) - non può esimersi dall’intravedere i lineamenti sfatti e languenti di quella che va ancora in giro ad autoproclamarsi come la più-grande-democrazia-del-mondo. 



In tal senso, diventa allora addirittura consolatorio, per non dire incoraggiante che, come chiunque fosse chiamato a tirare in ballo l’esempio di Cristo pure per sbucciare una mela, le ragazze - bionda, suonatrice d’arpa, cecchino naturale, Rappresentante dell’anno della Confraternita degli Studenti, in apparenza docile, a tratti svampita con rigurgiti da maestrina repressa riscattati da lampi di irriverente perspicacia (Blair: “Bere fa male, Sterl”. Sterling: “Anche ignorare i piaceri della carne”), Sterling (la cui mimica e naïveté perplessa sembrano lambire, qua e là a margine delle inquadrature e per quanto alla lontana, le leggendarie esitazioni di Stan Laurel); bruna, ciclotimica, portiere della squadra di lacrosse, irruente nel suo proposito di apparire/essere al tempo ribelle e sexy, sostenuta da una logica capziosa incline al sarcasmo e improvvise retromarce bas-bleu, Blair - gira gira non facciano che rimuginare, fantasticare, ciarlare di sesso, al punto che proprio la virginale Sterling - per il contrito scorno di Blair - da brava acqua cheta e senza troppi indugi un giorno passa all’azione nella certezza che lassù, da qualche parte, il buon Dio vegli su di lei e bonariamente annuisca, mettendo in mezzo (anzi sotto) la vittima del momento, Luke Creswell/House, bietola iper-vitaminizzata a mezzo tra un votato per complessione al colesterolo e un Big Jim intronato dai troppi predicozzi somministratigli durante la crescita (con tanto di chitarra che si ostina a brutalizzare non avendo la minima idea di come cavarne note coerenti), e conquistando sul campo il trofeo simbolico di gemella troia/slutty twin da sempre conteso dalle due (Blair: “Si vede che hai scopato”. Sterling: “Abbiamo fatto l’amore”. Blair: “Cioè ? Tipo scopare ma più piano ?”). Nulla osterebbe, cioè, a una rimasticatura - a seconda dei palati e degli apparati digerenti, allettante/respingente - nel rispetto degli oliatissimi ingranaggi di un filone genericamente adolescenziale da tempo divenuto mero bacino da cui estrarre quasi senza soluzione di continuità le medesime materie prime (arrivismo/auto-emarginazione, ricerca esasperata della cosiddetta coolness, senso di inadeguatezza, adesione maniacale alle mode, crucci sulla popolarità, et.) - e di questo estremo processo di stereotipizzazione Netflix ne sa più di qualcosa - se non intervenisse, permeando di sé l’intero sviluppo narrativo e psicologico della faccenda, il proposito di un disegno, questo di sicuro consapevole, atto a orientare ogni gesto e ogni parola, e quindi il significato stesso di ciò che si rincorre sullo schermo al ritmo che alterna gag a rifiati meditativo-sentimentali, alla caricatura e alla dissacrazione come parimenti all’autoironia e all’accettazione, risultando, per quanto lineare sino allo schematismo e intrinsecamente superfluo in virtù della sua destinazione elettiva al gran calderone del distratto intrattenimento di massa, più leggero, possibilista, non moralistico in senso davvero moderno (ed è questo, ovviamente, uno dei tipici paradossi americani sopra evocati), di tanti prodotti affini.



Siffatta osservazione non sarebbe in ogni caso plausibile se non si prendesse per giunta nota del reiterato tono digressivo-demistificatorio emblematico del rumore di fondo comunicativo contemporaneo che in orizzontale attraversa “Teenage…”, sia quando si orchestrano siparietti domestici in stile famiglia perbene (con una madre, Debbie/Williams, ex Miss Georgia, barbie semiplastificata, dal passato turbolento e dal presente in interessata sintonia con un milieu costituito perlopiù da coetanee soavemente alcolizzate appartenenti al Circolo del Libro, e un padre, Anderson/Astin, mite e impacciato, quasi estratto di peso da una qualche pubblicità sulle esposizioni di arredamenti da giardino), sia quando si scimmiotta il piglio avventuroso di autentici intrecci polizieschi al passo di incalzanti brani industrial metal ma più di tutto quando, nel corso di istanti di candida sospensione o cauto sconcerto, nei momenti in cui l’effervescenza dispersiva della giovinezza lascia il posto a una sorta di apatia inquieta, si riflette sui vicoli ciechi imposti da un’osservanza religiosa tanto letterale quanto acritica la cui obiettiva impraticabilità scatena nelle protagoniste uno spesso irresistibile incrociarsi di sanguigno umorismo e maliziosa impertinenza. Di concerto risulta perciò più agevole comprendere come le circostanze che coinvolgono Sterling e Blair possano con un buon grado di approssimazione collocarsi più dalle parti della sfacciataggine amena, dell’estro anarcoide, del cazzeggio scatologico e fuori-di-testa dell’ultimo Kevin Smith (in particolare quello di “Red State” e “Yoga hosers”), che da quelle inscritte nelle geometrie maiolicate e scenograficamente affrante di, per dire, “Riverdale”. E questo in particolar modo per dare, infine, il giusto risalto al fatto per cui le due adorabili svitate (come le apostrofa sovente senza acrimonia Bowser), nonostante l’inconsistenza di un mondo fatto per lo più di miraggi materiali, ossia di paradisi cretini oltreché fasulli, in barba alle consuetudini retrive della mentalità prevalente e dell’educazione, indotte a scegliere non esitano a innamorarsi rispettivamente della sua amica-nemica dai tempi delle elementari, April/Hales (Sterling) e di un ragazzo afro-americano in origine sempre snobbato, Myles/Evans (Blair), dai quali vengono però rifiutate in base a quegli stessi pregiudizi a loro attribuiti in quanto esponenti di una cerchia privilegiata. April, lesbica irrisolta e pavida, lascerà Sterling (al contrario, ragazza dalla sessualità fluida, quindi curiosa e pronta a sperimentare), condizionata da una figura paterna che notoriamente “odia i froci”. Myles allontanerà di fatto Blair mettendo in atto un sottile gioco di discriminazione al contrario allorché farà prevalere la più conformista delle ragioni di stato (la madre è in campagna elettorale per la rielezione a un seggio senatoriale e nulla deve turbare il quadretto idilliaco con al centro la borghesia nera, agiata e progressista da vendere ai media) sulla crescita di una sincera relazione amorosa. Pertanto, se, come fece balenare a suo tempo lo stesso Smith, non è così campata in aria l’eventualità - benché immeritata da parte di un genere umano in gran numero profondamente e convintamente ottuso - per cui Dio è Alanis Morissette, inteso come quintessenza di un principio unificatore femminile, di certo Lei sorriderà tra Sè nel riconoscere in Sterling e Blair tanto un esempio fulgido della Sua opera, quanto la prova dell’opportunità della Sua esistenza.

TFK

domenica, dicembre 06, 2020

NORMAL PEOPLE

Normal people
di: Larry Abrahamson e Hattie Macdonald 
(da un romanzo di Sally Rooney) 

 con: Daisy Edgar-Jones, Paul Mescal, Sarah Greene, Aislin McGuckin, Frank Blake, Leah McNamara, Eanna Hardwicke 

 Stag. I ep. I-XII [durata media: 28’ ca./ep.] 
- Irl, 2020 - 



Inside me I feel alone and unreal 
and the way you kiss will always be 
a very special thing to me 
— Syd Barrett — 

 
Se è vero che, a stringere, ogni azione e relativo aire, ogni progetto e connessa risoluzione, è riconducibile a una qualche forma di passione intesa come insopprimibile moto interiore, allora è possibile farsi un’idea di cosa parliamo quando parliamo d’amore - per una volta alla larga tanto dalla miseria ideologica del cinismo contemporaneo che utilizza le relazioni come ennesimo addentellato autoritario allo scopo di avvolgere in un cellophane auto-assolutorio il disegno di mercificazione assoluta dell’esperienza umana (del resto oramai pressoché ultimato), quanto dalla tendenza ad appiattire le differenze e gli attriti in un ecumenismo melenso e subdolo che di quella mercificazione non è che il neurolettico alla portata di qualunque tasca - anche a partire da un frutto dell’ispirazione (nel nostro caso, una serie televisiva) conseguenza diretta di una genitura letteraria (un romanzo, dal medesimo titolo, dell’irlandese Sally Rooney, poi coinvolta nel ruolo di sceneggiatore), vale a dire questo “Normal people”, scabro dramma sentimentale distribuito, nella sua prima e attualmente unica stagione, su dodici episodi affidati dalla BBC Three e da Hulu alle mani di Lenny Abrahamson - quello di “Room” - e Hattie Macdonald. 



Connell Waldron/Mescal e Marianne Sheridan/Edgar-Jones frequentano, stessa classe, l’ultimo anno presso il liceo di Sligo, Irlanda (capoluogo dell’omonima contea situato a nord-ovest dell’isola verde e affacciato su una baia). Lui vive, poco fuori città, nel paese (immaginario) di Carricklea, in un appartamento assieme alla madre Lorraine/Greene, giovane donna che lavora a servizio presso le dimore borghesi del posto (tra cui proprio la villa di proprietà della famiglia di Marianne). Calmo, gentile e riservato - “Tu sai sempre bene quello che pensi. Per me non è così. La maggior parte delle volte non so cosa voglio”, confida a Marianne durante uno dei loro primi e non superficiali scambi di vedute - Connell divide il suo tempo tra l’apprendimento (è un avido lettore e uno studente brillante) e il calcio gaelico (in cui si distingue anche grazie a un fisico longilineo ma prestante) nel cui campionato di categoria milita difendendo i colori della scuola. Comprensivo e disponibile, Connell dissimula l’innata irresolutezza (forse anche figlia della mancanza della figura paterna) grazie a una sorta di equidistanza enigmatica ma possibilista che stimola la curiosità - in specie quella femminile - e alimenta la già spontanea fiducia nei suoi confronti da parte di chi gli sta intorno. D’altro canto, di famiglia agiata quanto affettivamente inerte - la madre, Denise/McGuckin, avvocato di clienti facoltosi, è algida e parca di parole; il fratello maggiore, Alan/Blake, non lesina nei suoi confronti uno stizzito disprezzo, combinazione perversa di presunzione impotente e malcelata invidia; il padre, scomparso, pare non fosse estraneo a episodi di violenza domestica - Marianne, sottile, occhi scuri, di incarnato madreperlaceo, è un carattere altrettanto schivo epperò travagliato da una più sfaccettata inquietudine. Per natura poco incline alle amicizie, riflessiva e di spiccata sensibilità, come sovente accade agli animi scopertisi prematuramente avvezzi a stare sulla difensiva tende ad assecondare una vena sarcastica con risvolti aggressivi che la relega, sia agli occhi dei coetanei che a quelli degli sbigottiti insegnanti entrambi ogni volta presi in contropiede dal suo intercalare allusivo/provocatorio quanto pure formalmente ineccepibile, al rango della stramba della situazione, circostanza, quest’ultima, cui di norma consegue l’accollo di punizioni inflittele dal corpo docente a mo’ di fiducioso strumento dissuasivo contro le reiterate intemperanze verbali. Non stupisce, pertanto, che le giornate si concludano talvolta in meste passeggiate solitarie, a braccia conserte, lungo le vie al tramonto parimenti desolate della cittadina o, allo stesso modo, non è raro che i pasti si consumino senza interlocutori all’interno degli ambienti fin troppo quieti di una grande e bella casa. Entrambi circospetti ma per quelle sintonie imperscrutabili che sembrano ogni volta organizzarsi allo scopo di avvicinare in un modo o nell’altro gli spiriti concordi, tra l’altro accomunati da particolari affinità elettive - ritrosia, composto ritegno in equilibrio sul crinale di una flemmatica sociopatia, scarsa autostima, il timore del giudizio altrui, il gorgo dei sensi di colpa, quelli e questi tenuti in frizione dalla perspicacia, dalla capacità di osservazione e immedesimazione al cui fondo riposa integro ma vulnerabile un indomabile bisogno di lealtà; più di tutto, animati dalla pretesa - quindi esposti all’ispessimento del margine di delusione a tale pretesa sottintendibile - di non accontentarsi, per quanto in apparenza allettante sia, di un’anima che non sia davvero gemella - Connell e Marianne prendono a frequentarsi - e a scoprirsi - a dispetto e all’insaputa di tutti, casuale e complice l’intercessione involontaria di Lorraine la quale, una volta terminate le mansioni nella dimora degli Sheridan, preparandosi al ritorno a casa, concede a Connell, nel frattempo e come da consuetudine sopraggiunto in auto a prelevarla, qualche minuto - dapprima imbarazzato, poi via via sempre più educatamente confidente - di conversazione privata con Marianne. Il resto lo fa la speranza in un sollievo alla frustrazione di sentirsi sempre fuori posto e il prepotente appetito dei corpi. E da qui all’amore il passo è breve, sebbene duplice e non necessariamente in linea retta: sensuale, schietto, scevro da qualunque reticenza (come da ogni ombra di volgarità nella sua rappresentazione tanto esplicita quanto dolcemente intima), quando gli viene concessa la possibilità di ritagliarsi quella magia fragile ma esaltante in grado di escludere il mondo degli uomini e la sua greve reiterazione; impacciato, esposto all’equivoco, zavorrato da dubbi e insicurezze, allorché si perde l’attimo in cui manifestare la disponibilità ad affidarsi completamente all’altro. 

A stratificare in senso conflittuale i termini di un rapporto di certo sincero ma appesantito all’origine da un vago ma persistente alone di sfiducia (assimilabile alla stanchezza coestensiva all’affanno che permea un’intera Civiltà, quella Occidentale, giunta allo stadio terminale anche nella sua dimensione emotiva: approdo, il predetto, tra i possibili, del cosiddetto fallimento del futuro e, a rimorchio, del Capitalismo, assurto/retrocesso a vero e proprio disagio psichico), oltreché da un comprensibile sentimento di inadeguatezza - vista l’età e nonostante lo spessore umano dei contraenti (sovente impegnati a ribadire, anche in pubblico, la superiorità intellettuale dell’altro) - interviene il carnevale ambivalente delle consuetudini quotidiane - in specie l’incalzare dei doveri o, per meglio dire, delle aspettative che quei doveri implicano, a cui è onesto sommare, per fortuna ancora nella forma di un pegno la cui reale portata non può essere sul momento quantificata, l’attraversamento di una prima linea d’ombra, quella che sancisce l’uscita dal giardino incontaminato della prima giovinezza - dopo il liceo ulteriormente ampliate e quindi rese allo stesso tempo più stimolanti ma anche più contundenti dalla decisione - quasi inerziale per Connell, pur nell’evidenza dei suoi meriti; nella logica delle cose a cui è abituata e si ritiene consone a lei, per Marianne - di affrontare il Trinity College a Dublino, abbandonando la provincia e con essa i parenti e - almeno per Connell - gli amici. A margine di corsi di Letteratura per lui - che più o meno convintamente coltiva sogni da scrittore - e di Scienze Sociali per lei, la tensione e la chimica che malgrado tutto li avevano tenuti sulla stessa orbita prendono a diluirsi negli orari diversi, nelle nuove conoscenze e relative altalenanti infatuazioni (tutto sommato deludenti - Connell - a volte addirittura umilianti - Marianne. “Con te era diverso”, gli confessa un giorno al tavolo di un bar. “Non dovevo fare giochetti” dice, alludendo alla triste pantomima sadomasochista che si è autoinflitta. “Era già reale”), nella calcificazione di fastidiosi dissapori che macchiano la tenerezza e il fervore di un passato recentissimo con la diffidenza e l’insinuante rancore del presente [confuso e insicuro, Connell, tra le altre cose, non invita Marianne al ballo delle Debs (omologo del Prom americano) che suggella l’esperienza liceale, ammettendo, qualche tempo dopo, roso dal rimorso ma sincero fino all’autolesionismo, che non aveva proprio avuto intenzione di farlo, preferendo alla sua presenza quella di Rachel/McNamara, una delle bellezze della classe, verso cui non provava nessun serio trasporto. Marianne: “Mi avresti portato al ballo delle debuttanti, poi ?”. Connell: “A essere sincero… no”]. Si intacca e si smarrisce, così, l’incanto del primo incontro ma non quel sentirsi reciproco che li aveva irretiti nell’eterna illusione di rappresentare l’uno il completamento dell’altra e viceversa, in un equilibrio spontaneo e armonico le cui sembianze elusive altrove e nel quotidiano non riescono mai a rintracciare - confermando, semmai ce ne fosse bisogno, i limiti di quell’aporia dolorosa che ci assedia come Cultura quantomeno dalla speculazione greca - e che, sempre, ciclicamente, li costringe a cercarsi, a (ri-)vedersi, per provare a condividere ancora i rispettivi sentieri interrotti. Neanche l’avvicendarsi delle circostanze - il conseguimento per entrambi di una borsa di studio; il periodico ritrovarsi con o senza nuovi compagni a fianco (assistiamo anche - e poteva essere altrimenti ? - a uno struggente interludio vissuto sullo sfondo di incantevoli paesaggi nostrani durante il più tipico dei britannici viaggi in Italia culminato poi in un mesto ritorno in patria sulle note inermi di “Love will tear us apart” dei Joy Division); la solitudine amara che conduce Connell a patire istanti di angosciata depressione (resi ancor più tetri dalla notizia riguardante il suicidio di uno dei suoi più cari amici d’infanzia, Rob/Hardwicke) e Marianne a scendere ulteriori gradini verso il disgusto di sé e l’atonia, fino a constatare ciò che forse ognuno aveva sempre saputo in cuor proprio ma non aveva mai provato a dire. Marianne: “Non mi sento mai sola quando sono con te”. Connell: “Non credo di essere mai stato davvero felice prima di averti conosciuto” E: “Noi vediamo il mondo in modo simile” - annullerà, infatti e del tutto, questa scommessa di riconoscere nell’altro/-a qualcuno in grado di riscattare l’inesorabile destino mortale dei giorni, anche se, per contro, nemmeno tale speciale prossimità potrà evitare l’insorgere di nuove incognite e di nuove sofferenze. 

Il rischio di ogni narrazione sentimentale, come sopra accennato e a maggior ragione durante questa nostra penosa fine che non finisce mai di finire che, da un lato, rimastica ogni afflato allo scopo di risputare qualcosa da convertire, illico et immediate, in moneta o in generica transazione remunerativa; dall’altro, in apparente contraddizione ma per medesima finalità, non fa che agitare senza costrutto e sempre con esiti speciosi e/o consolatori e/o semplicemente stupidi il gran lavorìo delle passioni umane davanti a un uditorio oramai assuefatto a qualunque presunta alzata d’ingegno, è più che altro quello di risultare insignificante al momento stesso in cui ci si azzarda a mettervi mano. Isterismi, patetismi, idiozie, colpi bassi, ammicchi, esagerazioni assortite, superficialità spacciata per concretezza e adesione allo spirito del tempo, pseudo-trasgressioni, indigesti pastiche e pistolotti moralistici affossano, difatti e nella stragrande maggioranza dei casi, quello che è il discorso che ci riguarda più da vicino e ci differenzia come specie, a dire la vertigine e l’abisso di fare dono di sé all’Altro. Ebbene: “Normal people” non è uno di questi casi. E in prima istanza proprio perché rivendica sin da subito la normalità dei suoi assunti, ovvero l’importanza di restituire alcuni campioni del genere sapiens al di là della tentazione di rivestirli dal punto di vista spirituale di una versione migliorata (e spettacolarmente appetibile) di sé stessi. Particolare meno banale di quello che può sembrare, l’intenzione perseguita dagli autori, concentrata nel far risaltare, grazie all’insistenza indagatrice dei primi piani (non di rado muti, assorti o come disorientati dalla propria stessa titubanza) e alla assertività disadorna dei dialoghi (appunto mai enfatici anche quando portano con sé, ad esempio, la durezza di stati d’animo conflittuali o scorati, al punto da apparire più indifesi che polemici, e per tacere del meraviglioso tono evocativo/erratico a essi impressi dalla pronuncia anglosassone, di preferenza chiusa sulle vocali e dura sulle consonanti, con buona pace dello sfinente miagolìo somministratoci da quasi tutto ciò che proviene da oltreoceano), il tratto comune e consuetudinario di una esperienza sovrapponibile a quella di ipotetici innumerevoli altri secondo il viatico di una subitanea e orizzontale immedesimazione, sgombra il campo della messinscena cinematografica, mano mano che si sviluppa l’iterazione del racconto e in ragione di una semplice ma precisa torsione espressiva, tanto dalla retorica ricattatoria e fondamentalmente fasulla delle passioni-sublimi-per-animi-sublimi quanto dalla componente melodrammatica che giustappone, sovente per mera inerzia accumulativa, scene madri e sconvolgenti agnizioni. Marianne e Connell, in altre parole, giungono a confessarsi di essersi scelti reciprocamente senza ricorrere all’armamentario dialettico/comportamentale a cui ci ha abituato una prassi che per lo più vede nell’apologo romantico il rifugio idilliaco (e innocuo) delle anime belle o la tavolata iper-calorica per i palati ingenui, mentre la vita autentica si consuma/consumerebbe altrove, ossia e manco a dirlo sui palcoscenici spietati dei do ut des mercantili e delle astuzie inconfessabili del Potere. Al contrario i due (e quindi la scrittura che ne sostiene la progressione drammaturgica delle scelte e delle azioni) non si dilungano in spiegazioni, non lasciano trasparire l’ambizione a un possesso esclusivo, non si usano vicendevolmente e opportunisticamente come sfogatoi a portata di mano, non piantano bandierine per ipotecare il domani. Le tensioni, il desiderio, lo sconforto, la soddisfazione corrono in via privilegiata sulla linea dei loro sguardi, sulle dita che si cercano o si evitano nel frastuono di una discoteca o di un pub, nei lunghi silenzi che possono o no preludere a un bacio sotto cieli il più delle volte grigi o durante i rari rifiati clementi nel regalare il conforto di una morbida luce obliqua, nella cura oblativa mostrata dai piccoli gesti, dalle attenzioni minute, oppure fanno mostra di sé, si rivelano, infine, ma allora ci si trova già in quello spazio a parte che prevede la presenza di due sole creature, l’istante in cui la richiesta di trascendere la propria finitezza trova tregua nello splendore passeggero della carne, nella sua intesa segreta, prefigurando ancora una volta il campo di applicazione di quella congettura così misteriosa e così umana che proprio uno dei personaggi carveriani richiamato in apertura, a modo suo, tenta di circoscrivere: “Non saprei”, dice. “Bisognerebbe conoscere i particolari. Ma forse quello che stai dicendo tu è che l’amore è qualcosa di assoluto”.
TFK

sabato, dicembre 05, 2020

38 TORINO FILM FESTIVAL. ANTIDISTURBOS

Inserito nella sezione Le stanze di Rol curata da Pier Maria Bocchi Antidisturbos racconta il lato oscuro della Spagna dei nostri giorni con uno stile a metà tra Sidney Lumet e Kathryn Bigelow. A dirigerlo un grande come Rodrigo Sorogoyen.


Come ogni festival che si rispetti anche il Torino Film Festival  presenta in anteprima la sua serie televisiva. Nel farlo però conferma il solco di una tradizione, quella dell’ex Festival dei giovani che riesce a fare a meno del nome altisonante per puntare decisi  alla qualità dell’offerta.

Un’affermazione la nostra vera solo in parte perché in Spagna il nome di Rodrigo Sorogoyen è di quelli da tempo associati al meglio della sua categoria e per quanto ci riguarda uno dei pochi in grado di unire sensibilità artistica e gusto dell’intrattenimento.

Specialista dei generi (El reinoLa madre) Sorogoyen li frequenta con spirito militante approfittando della popolarità del mezzo per raccontare con attitudine non conciliante la Spagna del suo tempo e nel caso di Antidirburbos per continuare a farlo nella direzione intrapresa con El Reino, ovvero portando a galla meccanismi e dinamiche della corruzione all’interno dell’elemento statuale.

Una pandemia, questa, talmente diffusa e risaputa in ogni dove da consentire al regista di metterla in scena attraverso elementi narrativi essenziali (avidità e potere sono desideri sufficienti a rendere verosimile la decadenza del contesto) utili a evitare troppe spiegazioni e tali da consentirgli di dare il meglio di se nella messa a punto dei meccanismi di causa effetto atti a scatenare la tensione e nella fattispecie il climax emotivo derivato dalla verosimiglianza delle scene d’azione in cui la cosiddetta società degli uomini ( e il suo machismo) mette in scena la parte più oscura del suo retaggio. Prova ne sia quella che apre il primo episodio in cui dopo breve introduzione ci si ritrova insieme alla squadra di poliziotti antisommossa alle prese con l’esecuzione di uno sfratto complicato dall’opposizione di un gruppo di inquilini inferociti.

Le indagini causate dell’incidente mortale occorso a uno dei dimostranti  però è solo l’inizio – almeno questo è quello che si intuisce dalla visione dei primi due episodi – di una vicenda che dal manipolo di agenti protagonisti della vicenda si allarga a macchia d’olio sul resto della compagine istituzionale in uno scontro tra poteri forti destinata ancora una volta a far pagare lo scotto agli ultimi anelli della catena.

Dotato della capacità di sintesi necessaria a soppesare immagini e parole Sorogoyen si muove tra Sidney Lumet e Kathryn Bigelow, in un dialogo continuo tra pubblico e privato, tra pensiero e azione destinato a trovare coerenza nella sensazione generale  di cupio dissolvi che certifica l’atto di accusa nei confronti della società spagnola contemporanea.

Prodotto dalla spagnola Movistar, Antidisturbos conferma la bontà di una selezione come quella messa insieme da Pier Maria Bocchi ne Le Stanze di Rol contenitore di alcuni dei film più originali e interessanti visti in questo festival.

Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)