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mercoledì, novembre 03, 2021

BELLE

Belle

di Mamoru Hosoda

Giappone, 2021

genere: animazione, fantastico, avventura

durata: 122’

Mamoru Hosoda ha presentato ad Alice nella città il suo ultimo film d’animazione “Belle”, al quale ha fatto seguito anche una masterclass.

Come indica il titolo stesso, il film è un chiaro richiamo alla figura di Belle, protagonista de “La Bella e la Bestia”, ma posta nella quotidianità di oggi, 2021.

Al centro di tutto c’è Suzu, una diciassettenne rimasta orfana della madre che vive con il padre dal quale, a poco a poco, si sta allontanando così come dalla passione per la musica che condivideva proprio con il genitore defunto. Le giornate per Suzu si svolgono tutte allo stesso modo in maniera monotona e ripetitiva. Questo finché la ragazza non scopre l’esistenza di U, un social che permette la creazione di profili virtuali dove essere, quindi, qualcun altro. Creandosi il proprio alter ego, dal nome Belle, Suzu inizia a riprendere in mano il canto, dando libero sfogo a questa sua passione e diventando, in breve tempo, una vera e propria star di questa realtà virtuale. Tutto sembra procedere per il meglio finché non arriva un drago a scombinare le carte in tavola.

La bravura di Hosoda nella sua nuova opera sta nel riuscire a fondere perfettamente passato e presente (con un pizzico di futuro). Quello che ci mostra è qualcosa di non troppo distante da quello che vediamo continuamente ogni giorno e nemmeno da quello in cui potremmo “cadere” molto prima di quanto possiamo immaginare. La realtà virtuale è sicuramente un qualcosa di già utilizzato e analizzato nel cinema (“Ready Player One” di Spielberg è uno dei titoli da citare), ma Hosoda è abile nel riuscire a dargli una connotazione differente, intersecandola e incastrandola come in un puzzle con la quotidianità. Non a caso, infatti, le vite si intersecano tra realtà reale e virtuale tanto che l’unico modo per risanare determinate ferite è “scambiarsi”.

Ma un’altra fusione più che efficace tra passato e presente è anche da intendersi come la fusione tra un grande classico dell’animazione Disney, la già citata “La Bella e la Bestia”, e la quotidianità di oggi. I movimenti, le parole, le situazioni e le dinamiche così come i personaggi sono gli stessi del grande classico. Qui tornano e sembrano quasi sfidare lo spettatore che, in alcuni frangenti praticamente identici, è spinto quasi più a trovare le similitudini tra le due opere piuttosto che seguire la narrazione. Anche perché ne conosce già le conseguenze. Con tematiche analoghe e sviluppo delle stesse in maniera quasi identica “Belle” mette anche al centro la femminilità della protagonista e, con lei, l’importanza della figura femminile universale. È lei che salva la situazione; è lei che salva il mondo. Gli equilibri si invertono e invece di essere la classica “principessa/protagonista” da salvare è la salvatrice. L’unica e sola che agisce, facendo ricorso agli altri solo per avere supporto, sostegno e suggerimenti. Lei è la protagonista, il “problema” e la soluzione. Sembra prendere alla lettera la frase “ognuno è artefice del proprio destino”. Suzu se lo crea, lo modella su sé stessa, sui suoi interessi e sulle persone che la circondano senza, però, farsi troppo influenzare da queste ultime, e lo utilizza per diventare prima Belle e poi davvero Suzu.

Ed è questo il grande insegnamento che Mamoru Hosoda vuole darci. Quello di una libertà ricercata, agognata e finalmente pronta ad essere “utilizzata”. Tra le righe anche altre tematiche che trovano il loro sviluppo in parallelo a quella centrale.

Un film sulla forza di credere in sé stessi e sul sapersi sempre rialzare dopo una sconfitta o una perdita.

Mamoru Hosoda ha ancora tanto da raccontare, per fortuna.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 01, 2021

ANNI DA CANE

Anni da cane

di Fabio Mollo

con Aurora Giovinazzo, Federico Cesari, Isabella Mottinelli

Italia, 2021

genere: drammatico, commedia

durata: 97’

Presentato in anteprima ad Alice nella città e adesso disponibile su Prime Video, “Anni da cane” è il nuovo film di Fabio Mollo con un cast di giovani e giovanissimi.

Come indicato dal titolo, il film si sviluppa a partire da un’idea un po’ bizzarra: quella di considerarsi un cane e quindi calcolare la propria età come quella dell’animale domestico. Per questo la protagonista Stella, dovendo compiere 16 anni, pensa di doverne fare 112, come il suo cagnolino al quale è legata a seguito della scomparsa del padre.

Dal quel momento la sua vita è incasinata, a casa e fuori. Dentro le mura domestiche la madre si affida ai tarocchi e la sorella di 18 anni la detesta. Considerando che pensa di essere ormai con un piede nella fossa, Stella ha compilato una lista di cose da fare prima di morire. Per completare il lungo elenco avrà, però, bisogno dei suoi due migliori amici, Nina e Giulio. E poi anche dell’arrivo di Matte.

Una storia di formazione che sembra avere tutti i presupposti per essere originale e diversa dalle altre. Purtroppo, però, la direzione presa dal film è un’altra.

Visto e descritto come una fiaba, il film gira intorno alla propria protagonista assecondandola in tutto e perde di vista gli spunti iniziali. I personaggi secondari sono fin troppo secondari e tutto lo sviluppo che potevano promettere fin dai primi istanti rimane in superficie. Vengono chiamati in causa solo nel momento in cui ci si riferisce alla protagonista.

Tematiche importanti, come amicizia, amore, crescita e anche morte, sono trattati in maniera “leggera” per adattarli a un pubblico teen o comunque molto giovane. Ma, talvolta, sono fin troppo accentuati. Il malessere della protagonista è messo in evidenza fin dal primo istante ed esibito per tutta la durata del film. Una differenza sostanziale, quindi, tra “Anni da cane” e un film come “Sul più bello” dove è presente una situazione di disagio, ma meno accentuata. Non si pone l’attenzione sul malessere, quanto su quello che può alleviarlo.

Quella di Stella è una corsa continua nella speranza di afferrare più elementi possibili, ma, al contempo, questo ha un effetto contrario sullo spettatore che si perde e disperde la propria attenzione e il proprio interesse su tutto il resto, senza mai entrare davvero in empatia con la protagonista, con i suoi amici e con il suo malessere.

Bravi gli interpreti, a partire dalla protagonista Aurora Giovinazzo, al momento in sala con “Freaks Out” di Gabriele Mainetti, convincente al punto giusto. Così come il cameo di Achille Lauro nei panni di sé stesso a uno pseudo concerto per un compleanno.

Tanti anche i riferimenti alla quotidianità che, soprattutto la generazione dei più giovani, riuscirà a cogliere e apprezzare.

Sicuramente una commedia carina e moderna, ma il rammarico è che, oltre a questo, poteva essere anche frizzante e fuori dall’ordinario e non solo per un pubblico di giovanissimi.


Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 28, 2021

RON - UN AMICO FUORI PROGRAMMA

Ron -Un amico fuori programma

di Sarah Smith, Jean-Philippe Vine, Octavio E. Rodriguez

USA, 2021

genere: animazione, commedia

durata: 106’

Il nuovo film della 20th Century Fox, presentato come evento speciale ad Alice nella città, è un film d’animazione che fa riflettere sul quotidiano, sul presente, su ciò che ci circonda e, soprattutto, sull’amicizia.

Al centro di tutto c’è Barney, un ragazzino delle medie che pensa di non avere amici e di non essere in grado di crearseli. Soprattutto considerando che vive in una società dove tutti i suoi coetanei hanno un Bi*bot, cioè un dispositivo digitale in grado di incamerare le informazioni di base di ognuno, memorizzare i principali interessi e associarli con le persone nel raggio di un determinato spazio in modo da trovare qualcuno con gli stessi punti in comune con il quale fare amicizia. Barney, purtroppo, non ha tale dispositivo e sembra essere l’unico. Questo finché il padre, super indaffarato col lavoro, ma stufo di vedere il figlio perennemente solo e triste, e la stravagante nonna non decidono di regalargliene uno per il compleanno. Peccato che si tratti di un esemplare caduto dal mezzo che lo stava trasportando e, quindi, “fuori programma”. Ron non è come tutti gli altri, ma ha quel qualcosa in più che riuscirà a conquistare Barney. E anche ogni singolo spettatore.

Con una strizzata d’occhio al “Big Hero 6” della Disney, “Ron – Un amico fuori programma” vuole aiutare a far riflettere sulla società odierna. I Bi*bot altro non sono che i social network di cui ormai chiunque fa uso e abuso, soprattutto i più piccoli. L’insegnamento di Barney e Ron è quello che si può fare amicizia anche senza ricorrere a questi apparecchi perché la cosa importante è la parola e la relazione diretta con un’altra persona. Per diventare amici bisogna conoscersi e per farlo bisogna farsi coraggio e buttarsi. Ed è proprio questo che fa Barney, inizialmente angosciata dalla ricreazione, per la quale arriva addirittura a coniare un nuovo termine. Lui è il diverso e quello additato dai compagni solo per il fatto di non essersi omologato alla massa. È vero, lui è il diverso. Ma lo è in senso positivo. Tutti dovremmo essere diversi come lui perché è proprio la diversità la caratteristica che ci contraddistingue e che ci permette di essere noi stessi.

Interessante, soprattutto per il pubblico dei più piccoli, il continuo dibattito tra i due protagonisti. Ognuno cerca di far valere la propria idea e la propria opinione, ma sempre cercando di arrivare a un punto di incontro, in modo tale da poter convivere serenamente proprio come due amici.

E, oltre al classico tema dell’amicizia e della crescita, c’è anche, come detto, quello sempre più attuale del sopravvento della tecnologia e di qualcosa che probabilmente presto non saremo più in grado di controllare o di gestire. Una riflessione che, in questo modo, si espande anche al pubblico più grande, mettendolo di fronte a quello che potrebbe essere un futuro neanche troppo lontano e utopistico.

Divertenti e curiosi, poi, i vari e famigerati “Easter Eggs”, cioè tutti quei riferimenti ad altri film della stessa casa di produzione, ma non solo. Uno su tutti, oltre ai social, indirettamente citati per tutta la durata del lungometraggio, è quello a Steve Jobs e all’origine della sua geniale idea. Così come il grande informatico ha creato la Apple, allo stesso modo sono stati ideati i Bi*bot dal suo inventore. Con lo stesso sguardo sognante e la speranza di aver creato qualcosa di bello da poter utilizzare solo a fin di bene e per far sì che l’umanità intera progredisca, i due geniali inventori realizzano, invece, qualcosa che, purtroppo, come spesso accade, verrà modificato per altri scopi.

L’importante, però, è arrivare alla stessa e unica soluzione: l’amicizia vince su tutto.


Veronica Ranocchi

mercoledì, ottobre 27, 2021

YUNI

Yuni

di Kamila Andini

con Arawinda Kirana, Kevin Ardilova, Dimas Aditya

Indonesia, Singapore, Francia, Australia, 2021

genere: drammatico

durata: 95’

Tante emozioni in “Yuni”, in concorso alla Festa del cinema di Roma.

Yuni, oltre ad essere il titolo del film, è anche una ragazza indonesiana, protagonista della vicenda e di una vita per lei troppo stretta, con troppe restrizioni e regole ferree da seguire.

Un’adolescente brillante e intelligente che sogna di poter frequentare l’università, ma che, per farlo, deve “combattere” contro la propria famiglia e le usanze del proprio paese. Quando due uomini che lei nemmeno conosce la chiedono in moglie, la giovane rifiuta le proposte innescando una serie di chiacchiere e maldicenze tra tutti coloro che la incontrano. Anche perché secondo una leggenda, la donna che rifiuta tre proposte di matrimonio non si sposerà mai. E tutto si complica ancora di più nel momento in cui arriva un terzo pretendente a chiedere nuovamente la mano di Yuni.

Non ci è dato sapere, per tutta la durata del film, se la giovane sia preoccupata più per il fatto di non poter entrare all’università se non si comporta secondo i rigidi dettami del paese o se per i continui rifiuti che la porteranno, probabilmente, a non riuscire mai, nemmeno in futuro, a crearsi una famiglia. In alcuni momenti la scelta sembra orientarsi in una direzione, in altri nell’altra. E la giovane interprete è molto brava a far percepire questo contrasto interno che non può mai veramente esternare del tutto. Non ha nessuno con cui parlarne, non ha nessuno con cui confidarsi e a cui chiedere consiglio. È e vuole essere sola. O meglio libera. Per Yuni l’essere sola e non essere obbligata a instaurare legami e relazioni è sinonimo di libertà. La stessa libertà che la potrebbe portare, senza alcuna difficoltà, all’università, date le sue grandi doti intellettive. E sono proprio quelle che la fanno emergere rispetto agli altri, rispetto alle sue amiche, ai suoi compagni e ai suoi conoscenti. Nessuno può comprenderla completamente perché nessuno sa abbastanza. Fatta eccezione solo per Yoga, l’unico in grado di capirla e accettarla. Yoga è innamorato di lei da sempre, di un amore sincero e autentico, tanto da impedirgli di proferire parola in sua presenza. Ed è lo stesso amore che permetterà ai due di diventare sé stessi, lasciando da parte tutto il resto.

Anche se tutto ruota intorno alla questione del matrimonio combinato, sono in realtà molte di più le tematiche affrontate in questa bella storia di formazione, di adolescenza, di crescita e di accettazione.

E oltre a questo c’è tutta una serie di simbologie che, se analizzate attentamente, possono far andare oltre la semplice comprensione della storia. Uno su tutti l’uso del colore viola al quale Yuni ricorre continuamente, quasi come via di fuga a tutto quello che la circonda. Ne è ossessionata, tanto da vestirsi con qualche accessorio viola quando possibile, ma anche portandolo via ai suoi compagni e compagne in una sorta di raptus morboso, come se da quello dipendesse la sua intera esistenza.

Esistenza che è costantemente in bilico e che spetta al pubblico osservare e comprendere, fino all’ultimo istante con l’ultima decisione presa da Yuni. Una decisione che decide di condividere con il pubblico che, a sua volta, è “libero” di interpretare a proprio piacimento.

Cosa sceglie veramente Yuni? E la scelta che fa è quella più giusta?

Un’indicazione di quello che rappresenta veramente questa scelta la si può ritrovare nell’ottima costruzione della storia e, più precisamente, della sequenza iniziale e di quella finale. La prima che va dal particolare al generale e la seconda al contrario. Ma soprattutto lo spettatore entra nella vicenda attraverso il personaggio di Yuni che, una delle tante mattine, si prepara per uscire di casa e andare a scuola. La prima immagine che vediamo è quella di una ragazza che si sta vestendo in camera sua e che la macchina da presa segue attentamente, senza mai andarsene. La scena finale è, invece, il contrario e fa da contraltare, appunto, alla primissima immagine che ci permette di conoscere Yuni. Alla fine, infatti, la giovane si spoglia di tutto ciò che è superfluo, di tutto ciò che non appartiene alla Yuni che vuole essere, di tutto ciò che non la rende libera.

Una liberazione in tutti i sensi, mitigata anche dall’acqua, vista come fonte di salvezza.

Un viaggio tra le emozioni di un’adolescente e di un intero popolo. Un viaggio di formazione e di conoscenza. Un viaggio da fare.


Veronica Ranocchi

UNA PELICULA SOBRE PAREJAS

Una pelicula sobre parejas

di Natalia Cabral e Oriol Estrada

con Natalia Cabral e Oriol Estrada

Repubblica Domenicana, 2021

genere: commedia

durata: 88’

Una pellicola sulle coppie dentro una pellicola sulle coppie. La traduzione italiana del film domenicano potrebbe essere “semplicemente” questa. 

Natalia Cabral e Oriol Estrada sono i registi, gli interpreti e i personaggi di un film confezionato ad hoc per emergere per innovazione tra tutti i titoli in gara alla Festa del Cinema di Roma. Una visione nuova (anche se non troppa) di quella che è ormai la settima arte. I due sono una coppia di registi trentenni (nella vita come nel film) con una figlia piccola di nome Lia. Quando, dopo l’ennesimo tentativo di realizzare un film che possa essere apprezzato da un vasto pubblico, arriva loro la proposta di realizzare un documentario si mettono d’impegno per creare un lavoro degno del loro nome. Dibattono sull’argomento fino a che non arrivano alla decisione di orientarsi sull’amore di coppia, intervistandone diverse e cercando di scavare a fondo nelle relazioni con le quali entrano in contatto. Indirettamente, però, cominciano a scavare, o meglio riscavare, nella propria. Il documentario diventa, quindi, l’occasione per capire che tipo di coppia sono Natalia e Oriol. Che tipo di coppia sono realmente e che tipo di coppia sono cinematograficamente.

Leggerezza e ironia sono alla base del film che riesce nell’intento di divertire il pubblico e farlo uscire dalla bolla del “classico film serio e serioso” da festival. “Una pelicula sobre parejas” non si prende troppo sul serio, ma, al tempo stesso, considerando che “Arlecchino si confessò burlando”, forse è proprio questo suo non prendersi sul serio che fa riflettere ancora di più chi guarda il film.

E all’apparente leggerezza della genesi del film fa da contraltare una riflessione anche sulla tecnica. Ecco perché ci sono spesso lunghe inquadrature che indugiano sulla piccola Lia, quasi a voler simulare quelle eccessivamente descrittive che, talvolta, nulla portano alla narrazione in generale. Si alternano spesso, nell’intero film, inquadrature statiche, fisse, anche su dettagli insignificanti (emblematica e divertente, a tal proposito, è il battibecco che i due hanno sul ruolo del cactus all’interno del documentario). Ma, in realtà, sembrano quasi voler dire che le loro idee si stanno, in qualche modo, affievolendo e i due hanno bisogno della ricerca di una continua via di fuga. Per questo motivo cercano e trovano escamotage, come quello del cactus. Esso diventa importante a livello simbolico, ma non tematico.

Si potrebbe considerare “Una pelicula sobre parejas” un film nel film, in grado di far entrare lo spettatore dentro il cosiddetto “making of” della storia.

Menzione speciale, poi, per la citazione e il riferimento ai social. I due protagonisti, inizialmente, dibattono sulla realizzazione di questo documentario, interrogandosi sia sul che cosa sia sul come. Ed è proprio in quel frangente che vengono citati i social network più famosi e utilizzati, affermando che ormai le persone preferiscono guardare Instagram, TikTok, Facebook piuttosto che gustarsi un bel film.

Una bella lezione, insomma, quella di Natalia Cabral e Oriol Estrada che giocano tra di loro e con loro stessi, come il simpatico siparietto sull’ordine finale dei nomi che viene poi messo in pratica, in maniera super autoironica, al termine effettivo del film.

“Una pelicula sobre parejas” è una boccata d’aria tra impegno e eccessiva dimostrazione di serietà. Un modo alternativo per non prendersi sul serio e, contemporaneamente, riflettere.


Veronica Ranocchi

lunedì, ottobre 25, 2021

ANIMA BELLA

Anima bella

di Dario Albertini

con Madalina Maria Jekal, Luciano Miele, Paola Lavini

Italia, 2021

genere: drammatico

durata: 95’

Vincitrice del premio Rb Casting, Madalina Maria Jekal è la giovanissima interprete protagonista di “Anima bella”, il nuovo film di Dario Albertini che torna a raccontare una storia dal punto di vista dei più giovani e dei più piccoli, dopo “Manuel”.

Al centro c’è Gioia, neo diciottenne che vive in un piccolo borgo rurale del centro Italia. Benvoluta da tutti, fa quello che le piace e si occupa delle persone a lei care. Una su tutti è il padre con il quale vorrebbe condividere tutto, anche perché unico membro della famiglia. A mettersi in mezzo ai due, però, c’è il gioco. E tutto quello che questa “malattia” porta con sé. Gioia fa di tutto per aiutarlo, stargli accanto e riportarlo sulla retta via, ma non è così semplice. La giovanissima dovrà fare tutta una serie di sacrifici per poter stare al fianco del padre.

Una storia di formazione, nella più classica delle accezioni. Ma, a differenza di altre, è una formazione al contrario. Non è il padre ad aiutare Gioia a compiere i passi necessari per affrontare il mondo esterno e la vita adulta. Ma è Gioia stessa che deve crescere da sola e in fretta per essere il supporto e il sostegno di cui il padre ha bisogno. Nella scena iniziale viene mostrata la festa che celebra il suo diciottesimo compleanno e la protagonista appare quasi come una bambina. Con tutta l’ingenuità, la spensieratezza e la libertà che quest’età si porta dietro. Poi, improvvisamente, si ritrova obbligata a crescere prima degli altri, prima del tempo.

E l’abilità di Albertini sta proprio in questo: nel realizzare un film del genere mettendosi nei panni della protagonista. Perché “Anima bella” è raccontato proprio da Gioia. La giovane non è solo al centro della vicenda, ma sembra essere anche colei che dirige l’azione, in tutti i sensi. In alcuni punti anche la stessa macchina da presa è posta al livello della protagonista, non solo fisicamente. È come se Gioia aprisse il proprio cuore e si mostrasse completamente allo spettatore.

Tutto questo e tutta la situazione, in qualche modo, “ribaltata” è aiutata anche dalla decontestualizzazione, temporale e spaziale. Sappiamo, solo da alcuni piccoli elementi, che la storia è ambientata nel contemporaneo in una zona dell’Italia centrale, ma potrebbe essere ambientata in qualsiasi altro luogo o momento e avrebbe la stessa valenza, lo stesso significato. Quello che Dario Albertini vuole dare è proprio questo: un impianto universale alla storia di Gioia. E, oltre che universale, anche documentaristico, a tratti. Con lunghe inquadrature che si soffermano sui dettagli di un determinato luogo, quasi a scoprirlo, a poco a poco.

Sicuramente la speranza gioca un ruolo fondamentale nella narrazione, così come il credere in sé stessi e l’avere fiducia negli altri. Una fiducia che può essere confermata, ma che può anche venire meno. L’importante, come ci insegna “Anima bella” è non arrendersi e sapersi rialzare sempre. Gioia affronta la situazione che si trova davanti con l’inesperienza della giovane età, ma anche con la maturità di una persona che capisce di dover prendere in mano tutto e tutti. Chiede aiuto talvolta alle persone a lei più vicine che cercano di indirizzarla e darle qualche dritta, come nel caso del personaggio interpretato da Paola Lavini. Ma sa che poi, in fondo, dovrà cavarsela da sola. È una ragazza maturata fin troppo presto perché tutto dipende da lei.

Interessanti, dal punto di vista tecnico, sono alcune scelte registiche e alcune inquadrature con la predilezione di zoom o tagli più bruschi del solito, come a voler nascondere o mascherare alcuni momenti. E poi c’è anche la sequenza nella quale Gioia incontra il giovane ragazzo che la accompagna, alla ricerca del padre, in una sala giochi. Emblematica è la scelta della musica e del forte rumore che contrasta con il “silenzio” precedente. E questo mette in contrapposizione due mondi e due visioni contrapposte, quella della giovane protagonista e quello del padre.

Ultima, ma non meno importante, la scena finale a suggello di quanto raccontato in un’ora e mezza, è la vera e propria accettazione e consapevolezza di una fiducia tradita che solo il tempo saprà dire se sarà possibile ricucire.


Veronica Ranocchi

domenica, ottobre 24, 2021

PASSING

Passing

di Rebecca Hall

con Tessa Thompson, Ruth Negga, André Holland

USA, 2021

genere: drammatico

durata: 98’

Esordio bomba dietro la macchina da presa per l’attrice Rebecca Hall che con il suo “Passing” realizza uno dei film più riusciti dell’intero concorso della Festa del cinema di Roma.

Un film complesso nel senso di un titolo in grado di generare spunti di riflessione per ogni singola inquadratura, ricca di significati, simbolici e non.

La storia è quella di due donne nell’America degli anni ’20 che cercano di nascondere la propria vera e reale identità. Clare e Irene sono due donne di colore, amiche da giovanissime, ma poi perse di vista nel corso degli anni. Si ritrovano, casualmente, ormai sposate e con figli e iniziano a instaurare una sorta di rapporto di amicizia che si evolve continuamente con l’andare avanti della storia.

Mentre Irene vive, a detta sua, una vita serena e tranquilla con il proprio marito, anche lui di colore, e i due figli piccoli, Clare sembra essersi “incastrata” in una relazione con un uomo bianco che la chiama scherzosamente “negraccia” per il fatto che, con l’andare avanti del tempo, la pelle della donna tende a “scurirsi” (anche se in realtà lo è sempre stata e il marito ignora ciò, così come ignora di avere un figlio meticcio). Sembra, appunto, incastrata in una vita che lei solo inizialmente desiderava. Ma nel momento in cui rivede l’amica d’infanzia si riaccende in lei il desiderio di tornare a provare le stesse emozioni di un tempo, quelle emozioni che solo essendo veramente sé stessa può tornare a sentire e percepire.

Irene, dal canto suo, inizialmente restia a far entrare l’amica nella sua vita, col passare del tempo ne è quasi costretta e capisce, troppo tardi, che Clare, secondo lei, la sta privando di tutta una serie di aspetti che le appartengono, dall’entusiasmo, alle relazioni con gli altri e soprattutto col marito.

Vista così Clare può risultare quella che, comunemente, in una classica storia, chiameremmo antagonista. Ma è veramente così? È davvero Clare la cattiva?

Andiamo con ordine. Primo e interessantissimo aspetto, utilizzato nel migliore dei modi, è la scelta della Hall di ricorrere al bianco e nero per raccontare una storia del genere. Una storia dove i due colori sono in netta contrapposizione sotto tutti i punti di vista. Lo sono perché da sempre rappresentano due antipodi. Ma qui sono in netta contrapposizione perché vanno a indicare la differenza tra i vari personaggi e anche, se vogliamo, la differenza tra le due protagoniste. È vero che sono entrambe nere, ma lo sono in modo diverso. Una (Irene) lo è e sembra comportarsi in questo modo data la vita che conduce, anche se è colei che, più di tutti, si nasconde perché teme il giudizio degli altri e perché vuole cercare di apparire, agli occhi dei bianchi, in un modo diverso da quello che è veramente. L’altra (Clare) si comporta da bianca e si spaccia per tale (il matrimonio con bugia annessa ne è la chiara dimostrazione), ma, paradossalmente, non si nasconde, cammina a testa alta e cerca di trovare un punto di unione tra ciò che la circonda e, quindi, tornando al simbolismo dei colori iniziale, tra bianco e nero.

Dal punto di vista tematico, poi, si può spaziare dal “semplice” razzismo, all’accettazione di sé, alla paura e al giudizio degli altri.

Tornando, invece, al simbolismo sono tantissimi gli elementi degni di un’analisi approfondita e in grado di aprirne, a loro volta, ulteriori, come in una matrioska.

Uno su tutti la scala e la deliziosa inquadratura che ne è scaturita. Irene sale le scale, annaspando e inseguendo il marito e Clare che, al contrario, sono entusiasti e pieni di energia. E anche quando, poi, sul finire, Irene è costretta a scendere quelle stesse scale, la sensazione è la medesima: affaticamento, straniamento e vertigine. Il senso di cadere nel vuoto (non solo letterale, ma anche e soprattutto simbolico) è qualcosa che la protagonista riesce a trasmettere perfettamente avvalendosi anche dell’inquadratura ben congegnata.

Ma ci sono anche tanti elementi, gesti, oggetti. Atteggiamenti e situazioni che, fin dall’inizio, fanno presagire che qualcosa succederà e che quel qualcosa andrà in una determinata direzione. Il primo incontro delle due donne è emblematico a tal proposito: una la guarda imperterrita, l’altra si nasconde e fugge. Ma anche gli elementi che contraddistinguono le due protagoniste e il loro modo di vivere. Clare nasconde la verità al marito, ma è più sincera e autentica di Irene che, invece, pur non celando la propria vera natura, non accetta, per esempio, che il marito informi i figli sui terribili accadimenti che coinvolgono altre persone di colore e che riempiono la cronaca dell’epoca.

Interessante è anche la scelta dell’immagine iniziale e di quella finale con i colori (gli unici) che caratterizzano l’intero film.

Ultima, ma non meno importante immagine di “Passing” è quella relativa alla tragica sorte spettante a uno dei personaggi. La mancata accettazione della morte e la descrizione che Rebecca Hall ne fa sono forse il vero fiore all’occhiello del film che lascia spazio allo spettatore di immaginare come realmente sono accaduti i fatti. La mano fluttuante, il successivo e prolungato silenzio, l’incapacità di muoversi, di scendere e raggiungere gli altri cercando contatti umani dopo un avvenimento del genere sono sintomatici di tutto quello che lo spettatore ha avuto modo di vedere fino a quel momento. Ma possono anche essere intuiti grazie ad escamotage e piccole indicazioni disseminate lungo tutto il film.

Un esordio più che ottimo per quella che da attrice può già essere sulla strada di autrice vera e propria.

Deliziose le interpretazioni di Tessa Thompson e Ruth Negga per un film che passerà su Netflix e che forse non verrà apprezzato a dovere dal pubblico della piattaforma, ma che può regalare e regalarsi molto di più.


Veronica Ranocchi

venerdì, ottobre 22, 2021

ONE SECOND

One Second

di Zhang Yimou

con Zhang Yi, Liu Haocun, Fan Wei

Cina, 2021

genere: drammatico

durata: 104’

Un secondo è quello di cui ha bisogno il detenuto Zhang Jiusheng per tornare ad apprezzare la vita. Ma è anche quello che dovrebbe bastare a chiunque per sentirsi realizzato. Perché in un secondo si può capire se si può avere tutto o niente. Non solo possiamo avere e dare, ma possiamo anche essere privati di tutto. Sempre in un secondo.

Potrebbe essere questa una delle tante lezioni che Zhang Yimou dà con il suo “One second”, presentato in concorso alla Festa del cinema di Roma. Un film difficile da commentare per l’enorme quantità di significati, nascosti e non, di insegnamenti, tematiche e riferimenti. Un susseguirsi di immagini ed emozioni che si alternano in maniera efficace per tutta la durata della pellicola.

Non è tanto importante la storia in sé quanto tutto quello che essa si porta dietro.

Film in gran parte non parlato, almeno dai due protagonisti, riesce comunque a mostrare la stessa forza dirompente di un film con dialoghi impegnati. Ed è qui la vera maestria del regista cinese.

Zhang Jiusheng è un detenuto fuggito da un campo di lavoro forzato che, nella Cina della Rivoluzione Culturale, vuole semplicemente rivedere sua figlia. Per un secondo, all’interno del cinegiornale che viene proiettato prima del film che tutta la cittadina attende con impazienza. Fan è il miglior proiezionista in circolazione e ha il compito di far divertire, per tutta la durata di un film, i suoi spettatori, mostrando loro sul grande schermo, prima un breve cinegiornale, e dopo il film. Quando sembra che Zhang possa vedere senza problemi la figlia sullo schermo la pellicola del cinegiornale viene rubata dalla giovanissima orfana Liu. Tra i due ha vita un inseguimento continuo e quasi sempre silenzioso che li porta, poi, inevitabilmente, a instaurare una sorta di legame.

Lo spettatore si trova completamente spiazzato dalla narrazione che mette alla prova mostrando e dimostrando, ogni volta, che ogni personaggio può essere considerato il “buono”, ma anche il “cattivo”. Non c’è un vero e propria protagonista, così come non c’è un buono assoluto per il quale parteggiare. Zhang è un detenuto fuggitivo. Liu è una ladra. Nessuno dei due è il personaggio con il quale empatizzare immediatamente. Ma, con l’andare avanti della narrazione, si viene a scoprire che entrambi hanno le proprie buone ragioni per comportarsi in un determinato modo.

Un tuffo nel passato, ma anche nel presente perché “One second” racconta un periodo storico particolare, ma si lega molto anche al presente con riferimenti e metafore che sono un chiaro segnale del tempo che scorre.

Se da una parte c’è il deserto sconfinato simbolo di una libertà ormai da troppo tempo negata sia a Zhang che a Liu dall’altra parte c’è la condizione che entrambi vivono e che li accomuna. Nei loro difetti e nel loro egoismo riescono comunque a trovare un punto in comune, quel qualcosa che li fa percorrere un tratto di strada insieme e che li manterrà sempre, in qualche modo, uniti.

Sono comunque tante le tematiche che Zhang Yimou inserisce nel suo film e fa proprie con una delicatezza quasi unica. Dalla famiglia, a, come detto, l’attualità, arrivando passando per la vendetta e il riscatto umano.

Al centro, però, un amore sconfinato. C’è l’amore che il detenuto fuggitivo prova per la propria figlia per la quale è disposto veramente a tutto. C’è l’amore della piccola Liu per il fratellino. C’è l’”amore” tra i due che vedono nell’altro quello che non hanno (più). Zhang è il padre che Liu non ha mai conosciuto e Liu è la figlia che Zhang probabilmente non rivedrà più se non attraverso un fotogramma. E, ancora oltre, c’è l’amore per il cinema che il regista celebra e omaggia strizzando l’occhio a grandi nomi del passato. Da “Ladri di biciclette” a “Nuovo cinema paradiso”, anche “One Second” entra di diritto tra i film che omaggiano il grande schermo con una bellissima sequenza di recupero di una pellicola e un’altra che mostra, nei minimi particolari, il meccanismo che porta alla proiezione della stessa.

Un film che i cinefili apprezzeranno, ma che farà emozionare anche i “non addetti ai lavori”.

Un’immersione totale e completa nel cinema.


Veronica Ranocchi

mercoledì, ottobre 20, 2021

MOTHERING SUNDAY

Mothering Sunday

di Eva Husson

con Odessa Young, Josh O’Connor, Colin Firth

Gran Bretagna, 2021

genere: drammatico

durata: 110’

Una domenica molto particolare quella di Jane e Paul, amanti segreti e protagonisti di “Mothering Sunday” di Eva Husson, presentato alla Festa del cinema di Roma nella sezione “Tutti ne parlano”.

La storia, ambientata nell’Inghilterra 1924, vede al centro tre famiglie, unite sotto più punti di vista. Ci sono gli Sheringham, nobile famiglia della quale fa parte Paul, il giovane e unico figlio rimasto in vita alla coppia di genitori che attende le nozze con la giovane Emma. Ed ecco la seconda famiglia, quella di quest’ultima, giovane promessa in moglie a uno dei due fratelli di Paul, caduto in guerra, e, quindi, destinata a passare il resto della propria vita al fianco del gentile e premuroso protagonista che, con lei, condivide solo lo status sociale e nulla più. Infine ci sono i Niven, ricchi coniugi rimasti soli e senza figli, che hanno assunto la giovane orfana Jane Fairchild come domestica.

Durante una domenica di primavera, coincidente con la festa della mamma, Jane si accorda di nascosto con Paul per passare una giornata insieme, lontani dagli altri e vivere serenamente il loro amore proibito.

Peccato, però, che il destino abbia progetti particolari per i due amanti.

Il ricco cast di richiamo che vede, tra i vari nomi, Olivia Colman e Colin Firth, nei ruoli dei coniugi Niven, deve, in realtà, molto a Odessa Young e Josh O’Connor, rispettivamente Jane e Paul.

Un film che si ancora molto alle interpretazioni e alla fotografia, guidata da una regia (fin troppo) artistica. Attenzione fin troppo esagerata anche a un contesto che non aiuta e non si integra appieno con la narrazione.

“Mothering Sunday” è il “Downton Abbey” del 2021. Ambientazione temporale e spaziale praticamente identica. Avvenimenti praticamente identici. Personaggi che devono molto a quelli che tanti hanno conosciuto sul piccolo schermo grazie alla serie britannica.

A livello di tematiche sicuramente la perdita e l’elaborazione del lutto sono, dopo l’amore, quelle principali e funzionali allo sviluppo della vicenda. Ogni personaggio ha il proprio modo di vedere il mondo e la realtà dei fatti. Ognuno reagisce al distacco in maniera diversa. Ed è interessante apprezzarne le differenze, alcune quasi all’eccesso tanto da far pronunciare al personaggio di Olivia Colman una frase emblematica nei confronti di Jane. La donna si rivolge, infatti, alla propria domestica dicendole che può ritenersi fortunata di essere orfana perché non avendo conosciuto i propri genitori non dovrà provare dolore a differenza sua che, invece, ha perso un figlio.

Una chiave di lettura che poteva essere approfondita in maniera diversa e non limitandosi a dilatare il tempo di un pranzo che è la maschera dell’intera esistenza delle tre famiglie.

La spinta d’interesse che Eva Husson vuole dare e suggerire con il suo film va troppo oltre. È la nudità a prendere il sopravvento e a far dubitare lo spettatore che, invece di seguire linearmente lo sviluppo della narrazione, si concentra sui dettagli, tutt’altro che funzionali.

E anche l’escamotage utilizzato per raccontare gli avvenimenti sa di già visto, non integra e anzi risulta piuttosto banale.

Forse la direzione presa dalla Husson è quella di un riferimento a momenti d’altro tempo che, però, invece di essere solamente poetici e fini a sé stessi, avrebbero potuto osare e raccontare di più.

E poteva essere sfruttato maggiormente anche il cast, come detto, pieno di volti noti che tendono a perdersi e mimetizzarsi con il contorno.


Veronica Ranocchi

domenica, novembre 11, 2018

NOTTI MAGICHE


Notti magiche
di Paolo Virzì
con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Giancarlo Giannini
Italia 2018
genere, commedia
durata, 125'


Nella sequenza introduttiva di "Notte magiche" c'è molto del nuovo film di Paolo Virzì, il quale, dopo la trasferta americana, torna a occuparsi della realtà italiana, raccontandola attraverso la materia che conosce meglio, ovverosia il cinema visto nella duplice veste di spettatore e addetto ai lavori. Ma andiamo con ordine e torniamo alla scena iniziale, quella nella quale il regista definisce il tono e lo scenario della storia che andremo a vedere: accade dunque che in un bar sulle rive del Tevere, mentre la gente assiste alla sconfitta della nazionale di calcio, battuta ai rigori dall'Argentina in un'epica quanto infausta partita, una macchina precipiti dal ponte per inabissarsi nelle acque del fiume. La particolarità del quadro appena descritto consiste nel fatto che se in altri frangenti un avvenimento del genere avrebbe attirato l'attenzione dei presenti, distraendoli dalle loro normali occupazioni, nella fattispecie è invece destinato a passare in secondo piano rispetto alla delusione provocata dall'esito della partita. Virzì si premura di ribadire questo concetto nel passaggio successivo in cui ascoltiamo una telefonata del capitano dei carabinieri giunto sul posto con l'incarico di occuparsi della morte del noto produttore cinematografico, ritrovato senza vita a bordo dell'auto, dove, alle comunicazioni di rito sulle generalità dello scomparso prevale quasi subito l'urgenza di lanciarsi in un commento sul match appena conclusosi. 


In apparenza casuali, la partita di calcio e la morte del produttore sono legati a doppio filo ai protagonisti della storia: Antonino, Luciano ed Eugenia, infatti, in qualità di finalisti del premio Solinas, si ritrovano catapultati nel cuore della mondanità capitolina dove, oltre ai propri beniamini, incontrano Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), il produttore della cui morte sono sospettati. Siccome il film altro non è che la versione filmata del resoconto rilasciato dai ragazzi a chi li interroga, Virzì stabilisce fin da subito la supremazia della parola sull'immagine e della memoria sull'attualità. Una gerarchia, questa, destinata a non rimanere l'unica nota inderogabile del dispositivo messo a punto dal regista poiché, fin dalle prime immagini, Virzì sancisce altri due punti verso i quali non ammette deroga: il primo è dato dal fatto di mettere in comunicazione il percorso sportivo dei calciatori italiani impegnati nel torneo di calcio con quello artistico e cinematografico compiuto dai protagonisti all'interno del mondo del cinema, e quindi di fare della parabola agonistica dei primi lo specchio dello smarrimento e della mancanza di fiducia conseguenti alle esperienze patite dai ragazzi nel corso del loro apprendistato. Il secondo, invece, è di natura drammaturgica, deriva dall'effetto prodotto dalla collisione tra serio e faceto, tra comico e drammatico puntualmente riproposto in ogni scambio di battute e presente in ogni singola scena, a cominciare da quella con la quale si è iniziata l'analisi. 

Forte di questa struttura, "Notti Magiche" si sviluppa, da una parte, come il romanzo di formazione (un classico del cinema di Virzì) relativo ai tre protagonisti alle prese con l'esperienza che cambierà per sempre le loro vite; dall'altra, mettendo in scena una sorta di otto e mezzo cinematografico in cui, in un costante gioco di specchi tra finzione e realtà, storia comune e autobiografia (impossibile non identificare i trascorsi di Luciano e la prima parte della sua esperienza romana con quelli del regista livornese) rievoca, attraverso personaggi di fantasia, l'ultima appendice del cinema degli anni d'oro, quello dei grandi vecchi della commedia italiana, e, in particolare, di sceneggiatori come Age e Scarpelli. Tra i molti riferimenti non mancano quelli a interpreti del calibro di Satta Flores, Gassman e la Sandrelli individuabili rispettivamente nelle figure di Antonino, Luciano e di Katia, la sua ex ragazza. Nel ricordarli, Virzì li tratta come avrebbero fatto gli autori delle storie di Germi, Monicelli e Risi, cioè senza risparmiargli nulla in termini di cinismo e di scaltrezza, ma anche riconoscendogli il valore di un "mestiere" che in qualche maniera sembra rimpiangere. 

Detto che, la ricostruzione delle notti romane con il solito stuolo di "nani e ballerine" ha non pochi echi con la fauna umana descritta da Sorrentino ne "La grande bellezza" e che la recitazione sopra le righe degli attori accentua la maschera e cannibalizza le sfumature, risultando talvolta monocorde, il problema di "Notti magiche" è quello che il passaggio dalla teoria alla pratica non avviene con l'ispirazione di altre volte e molte delle immagini che scorrono sullo schermo stentano a prendere vita per rimanere a uno stato approssimativo di rappresentazione. Certo, alcune sequenze, come quella finale all'interno del commissariato con l'inversione dei ruoli tra regista e spettatore, è davvero riuscita così come lo sono altre scene presenti nel film. Purtroppo però la molteplicità di temi e di personaggi costringe il regista a una trattazione semplificata e sbrigativa destinata a rimanere in superficie.
Carlo Cerofolini

giovedì, ottobre 25, 2018

FAHRENHEIT 11/9


Fahrenheit 11/9
di Michael Moore
USA, 2018
genere, documentario
durata, 128'



Allora non potevamo saperlo perché all'epoca di "Fahrenheit 9/11", il film che ne aveva decretato la fama, permettendogli addirittura di essere il primo documentarista ad aggiudicarsi (nel 2004) la Palma d'oro del festival di Cannes, la filmografia del nostro era ancora troppo esile per mostrarne le prove. Dopo di quello c'erano stati altri film, quattro per l'esattezza, in cui però il regista pur continuando a tirare fuori scheletri dall'armadio non era più riuscito a ritrovare l'antica verve. Al termine di "Fahrenheit 11/9", presentato in anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma, appare chiaro che quella di Moore era una disaffezione dovuta alla mancanza di un nemico reale. Troppo astratti per essere tali erano stati a suo tempo i fantasmi del sistema sanitario ("Sicko") e di quello capitalistico finanziario ("Capitalism: A Love Story"), ambedue lontani dalla maschera grottesca e dall'umorismo involontario di un repubblicano che diventa Presidente. A ridestare l'ispirazione è, non a caso, un personaggio politico come Donald Trump, carica istituzionale capace di modellare le prerogative della sua leadership su un immaginario presidenziale di stampo populista, la cui retorica si è perfezionata nei trascorsi imprenditoriali e soprattutto televisivi, quelli che ancora oggi gli permettono di reclamizzare gli slogan del suo pensiero.



Consapevole di non poter stilare un giudizio definitivo sul nuovo eletto, avendo quest'ultimo ricoperto solo un segmento del suo mandato - iniziato come dice il titolo il 9 novembre 2016 - il film allarga la sua analisi a un arco temporale più ampio, che, rivolgendosi all'America pre-trumpiana, tira in ballo nientemeno che il premio Nobel Barak Obama, accusato senza mezzi termini di aver tradito la fiducia dei votanti e, cosa più grave, dello strato più debole della popolazione, abbandonata a se stessa quando si trattava di aiutarla a salvarsi da rapacità e disuguaglianza. A questo proposito a tenere banco è il caso della crisi idrica della città di Flint nel Michigan, in cui lo stesso Moore è nato e dove migliaia di cittadini sono rimasti sotto lo scacco del governatore repubblicano, disposto a tutto, anche ad avvelenare - di nascosto - uomini donne e bambini pur di sponsorizzare l'appalto di un nuovo quanto inutile acquedotto. Un misfatto avallato persino da Obama, che, accolto a Flint come il salvatore, è tornato a casa portandosi dietro la delusione e la rabbia di quanti lo hanno visto sposare la causa dei cattivi con una pantomima, quella di far finta di bere un bicchiere di acqua contaminata, che era solo il modo per avallare l'operato del presunto responsabile.


Quando Moore arringa lo spettatore facendo risalire il declino del partito democratico all'episodio in questione, sa bene che il disamore delle classi disagiate è la risultante di concause ben più complesse di un singolo episodio. D'altro canto è altrettanto vero che gli avvenimenti di Flint altro non sono che il paradigma di una situazione estendibile al resto del paese. Ed è qui la genialità del regista, il quale, come nei momenti migliori, diverte e si diverte a fare a pezzi la storia ufficiale per rimontarla secondo una ricostruzione che, oltre a una prospettiva del potere visto dietro le quinte, può contare su un umorismo dissacrante e provocatorio dal quale è difficile non farsi contagiare. 

Quando questo si verifica con la convinzione con cui lo fa Moore in "Fahrenheit 11/9", poco conta sapere il grado di verità delle notizie apprese o se, per esempio, ciò che vediamo sia in parte il frutto di forzature operate sulla logica del racconto. Moore conosce il senso dello spettacolo e sa prendere il pubblico laddove è più sensibile, ossia mettendolo nella condizione di prendersi la rivincita sul potere, messo alla berlina per interposta persona, attraverso gli sberleffi e le provocazioni del simpatico "ciccione". Guai, dunque, a sottovalutarne l'arte, anche perché, oltre all'affabulazione, "Fahrenheit 11/9" è bravo a colpire con la potenza delle immagini: ce ne sono molte che varrebbe la pena citare ma quella in cui vediamo Hitler doppiato con la voce di Trump e, ancora, l'intera sequenza volta ad ipotizzare la casualità della sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti sono opera di un cineasta che sa il fatto suo. Dopodiché, come nota a margine, fa piacere apprendere che l'Italia non arriva sempre a ruota dell'America. Chi andrà a vedere il film si accorgerà che quanto gli è stato raccontato, con i germogli di una nuova classe politica formata da comuni cittadini pronti a insidiare lo scranno dei soliti noti, sembra la ripetizione di ciò che è accaduto all'interno dei nostri confini con l'ascesa del movimento 5 Stelle.
In uscita come evento speciale, "Fahrenheit 11/9" è un film da vedere e di cui discutere.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

mercoledì, giugno 06, 2018

LA TRUFFA DEI LOGAN

La truffa dei Logan
di Steven Soderbergh
con Channing Tatum, Adam Driver, Riley Keough, Daniel Craig
USA, 2017
genere, commedia
durata, 119'



Quello presentato oggi alla Festa del Cinema è il lavoro che ha fatto recedere Steven Soderbergh dal proposito di non fare più film per il grande schermo. Da qui le aspettative nei confronti di "Logan Lucky" e della sua squadra di improbabili svaligiatori capitanati dai fratelli Jimmy e Clyde Logan, costretti dalle scarse economie a tentare il colpo grosso rapinando gli incassi di un importante gara automobilistica. Leggendo la trama il sospetto di trovarci di fronte a nuova versione di "Ocean's Eleven" erano pressoché certo, ma si sperava che l'astinenza dallo schermo potesse aiutare il regista a trovare una variante capace di giustificare l'operazione. Invece, tolto il fatto che la trama si sposta da Las Vegas alla Carolina del Nord, sostituendo l'ambiente metropolitano e glamour della città del Nevada con quello pacchiano e rustico di un'anonima cittadina della provincia americana, il canovaccio rimane sempre uguale. Citando se stesso (ancora "Ocean's Eleven") e pure gli altri (la serie televisiva "Hazzard") Soderbergh colleziona attori come fossero figurine, ma quando si tratta di mettere a segno qualche idea l'ispirazione non è delle migliori. Se poi ci mettiamo che "Logan Lucky" balbetta anche in quello che dovrebbe essere il suo pezzo forte, cioè quando si tratta di far tornare i conti sull'esecuzione del colpo, la cui ricostruzione appare più forzata che logica, il dado è tratto, e le sorti del film, segnate. 
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)