domenica, novembre 27, 2022

DIABOLIK - GINKO ALL'ATTACCO

Diabolik – Ginko all’attacco

di Manetti bros

con Giacomo Giannotti, Miriam Leone, Valerio Mastandrea

Italia, 2022

genere: azione, thriller, poliziesco, giallo

durata: 111’

Secondo capitolo per il film dei fratelli Manetti che portano sullo schermo l’antieroe delle sorelle Gianassi. A differenza del primo capitolo non ritroviamo Luca Marinelli nei panni di Diabolik. Il suo posto è preso da Giacomo Giannotti, noto al grande pubblico per la sua partecipazione alla serie tv “Grey’s Anatomy”. Con una fisicità ben più adatta allo spietato ladro e uno sguardo magnetico che incolla allo schermo lo spettatore, Giannotti migliora sicuramente il personaggio. Ad aiutarlo la sempre bellissima Miriam Leone, seppur messa un po’ in ombra dalla storia. Perché il vero protagonista di questo secondo capitolo è Ginko, interpretato da un eccellente Valerio Mastandrea che ruba, letteralmente, la scena a chiunque altro.

La storia inizia con Diabolik che ruba la preziosissima corona di Armen. Pochi mesi dopo, i restanti gioielli della collezione vengono indossati da delle ballerine che Diabolik riesce a rubare. In realtà si tratta di un piano dell’ispettore Ginko, che ha reso i gioielli radioattivi in modo da riuscire a intercettare gli spostamenti di Diabolik che riesce a sorprendere costringendolo alla fuga insieme a Eva Kant.

Ginko allora si concentra su ciò che ha trovato nel rifugio e inizia a progettare un piano per catturare il ladro, trascurando la donna che ama, in segreto, la duchessa Altea di Vallenberg. La nobildonna, giunta a Clerville per partecipare a un ballo, indosserà la celeberrima Collana del Grifone Nero.

Ma non tutto andrà, naturalmente, come previsto.

A non convincere nella narrazione dei Manetti sono la stessa “staticità” del primo capitolo. Troppo impostata la recitazione e il modo di parlare degli attori che, se da una parte vuole richiamare l’idea di passato, dall’altra ha l’effetto contrario e risulta troppo sopra le righe.

Un altro elemento che fa storcere il naso è, poi, lo sviluppo della storia, fin troppo scontata dall’inizio. Dopo i primi minuti, dal momento in cui viene rivelata la prima intenzione di Ginko, per lo spettatore attento (ma anche per quello un po’ più distratto) diventa semplice capire la direzione verso la quale virerà la storia. E a poco servono i tentativi di sviare l’attenzione e gli escamotage adottati dai registi per cercare di depistare.

Indubbiamente, come detto, la stella indiscussa di questo secondo capitolo è Ginko. Come suggerito dal titolo scelto, è l’ispettore interpretato da Valerio Mastandrea a tenere le redini e le fila di un “Diabolik” dove il ladro appare davvero poco e sembra il classico antagonista di turno che appare poco e che viene sconfitto.

Una maggiore interazione tra i due protagonisti (e antagonisti) sarebbe stata sicuramente apprezzata e avrebbe, con molta probabilità, conferito maggiore dinamicità a una pellicola che, pur avvalendosi di effetti speciali adatti all’epoca nella quale è ambientata la storia, risulta “agée”. Ed è un peccato perché uno dei ladri più famosi al mondo avrebbe meritato una rappresentazione diversa e, perché no, anche adattata a quella che è la realtà di oggi.

Dobbiamo aspettare il prossimo capitolo per capire la reale direzione che Diabolik e la sua amata Eva Kant prenderanno.


Veronica Ranocchi

giovedì, novembre 24, 2022

THE MENU

The Menu

di Mark Mylod

con Ralph Fiennes, Anya Taylor-Joy, Nicholas Hoult

USA, 2022

genere: horror, commedia, drammatico

durata: 107’

Disturbante e destabilizzante al punto giusto il “The Menu” servito da Mark Mylod nasconde una simbologia e dei richiami davvero ben fatti.

Un film che si snoda, come un menù, su più portate e che, con il procedere della narrazione, si trasforma davvero in una cena. Come al ristorante, dopo l’inizio, spesso cauto, degli antipasti, si rompe il ghiaccio, si sblocca la conversazione e si anima la tavola, anche in questo caso, dopo un inizio fin troppo lento si entra nel vivo di una vicenda tanto assurda quanto complessa.

Tutto inizia con la decisione da parte del giovane e altezzoso Tyler di portare la nuova fidanzata Margot in un ristorante di altissimo livello situato su un’isola senza copertura di rete. Qui, ad accoglierli, oltre a personale e camerieri in grado di conoscere tutti i segreti, anche quelli più nascosti, di ognuno dei presenti (fatta eccezione per Margot, “sostituita” nella prenotazione da Tyler dopo essere stato lasciato dalla precedente fidanzata), c’è lo chef Julian Slowik, specializzato in gastronomia molecolare, e intenzionato a cercare la perfezione nei suoi piatti. Una perfezione che prova a mettere in pratica arrivando davvero al limite dell’umano e che porterà la cena a trasformarsi in qualcosa di molto più terrificante…

Classificato come un horror commedia, “The Menu” è, in realtà, una satira sociale che prende e si prende in giro continuamente, anche nei momenti più drammatici, macabri e violenti.

L’intento dello chef (un più che convincente e “terrificante” Ralph Fiennes) si trasforma in una sorta di purificazione nei confronti dei presenti. I commensali, infatti, non sono scelti a caso. Alla cena partecipano, oltre a Tyler e Margot (un’Anya Taylor-Joy assoluta protagonista al fianco di Fiennes), molti altri: una coppia con un marito infedele, un’altra formata da un attore in declino e ancora giovani informatici e critici gastronomici che non hanno idea di ciò che affermano e scrivono.

Ognuno di loro, nella logica dello chef, deve in qualche modo essere punito, sia fisicamente che psicologicamente, anche attraverso le portate servite a tavola. Tutti hanno una colpa che pensano di poter tenere nascosta agli altri o al resto del mondo, ma che verrà inevitabilmente a galla con il passare del tempo. L’unica a non rientrare nella tela tessuta dal temibile chef Slowik è proprio Margot che prova con tutta sé stessa a uscire da una realtà che non le appartiene. Già con il rifiuto di assecondare le portate proposte, inizia a tenere in pugno la situazione, anche inconsapevolmente e, in una spasmodica ricerca, trova il famigerato “pelo nell’uovo” per smontare tutta la complessa costruzione del locale stesso.

Un film che si presta a una chiave di lettura non così semplice come può sembrare. Anche perché il sottotesto è vasto, dalla denuncia sociale alla punizione nei confronti di quella nobiltà, solo in senso lato, spocchiosa e arrivista. Ma si arriva anche a una riflessione sulla vita stessa e sugli obiettivi da porsi per condurre un’esistenza serena e tranquilla.

A qualche momento destabilizzante e, per certi versi, più traumatico, si contrappongono i pochi, ma intensi momenti di dialogo tra i personaggi di Fiennes e Taylor-Joy.

Tanti anche i richiami e i riferimenti a molti titoli che hanno posto al centro cibo e cucina.

Un finale che può apparentemente spiazzare, ma che racconta molto più di tanti giri di parole la realtà del film e quella che ci circonda. A chiusura l’ennesima didascalia, insieme a tutte quelle che accompagnano le portate e la divisione in capitoli del film, che si prende gioco anche dello spettatore stesso.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 14, 2022

THE GOOD NURSE

The Good Nurse

di Tobias lindholm

con Jessica Chastain, Eddie Redmayne

USA, 2022

genere: giallo, drammatico

durata: 121’

Sulla scia del clamoroso successo di Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, il film The Good Nurse di Tobias Lindholm torna sul “luogo del delitto” per restituire la figura del serial killer a una complessità spesso negata da un eccesso di commercializzazione. Con gli ottimi Jessica Chastain ed Eddie Redmayne protagonisti assoluti del film.

Nella piattaforma ammiraglia delle serie tv (Netflix) quello che pensavamo è già accaduto, con la filiera produttiva aperta alla possibilità che la progettualità cinematografica non sia più una questione relegata al suo universo d’elezione, quello in cui a dettare legge nelle scelte dei produttori è il responso della sala, ma che vi sia un meccanismo di influenza reciproca per cui la decisione di girare un determinato lungometraggio possa dipendere (anche) dal gusto di un pubblico abituato a confrontarsi in primis con una fruizione di tipo seriale. Tutto questo a testimonianza di un’osmosi, quella tra fiction televisiva e settima arte sempre più paritaria, non solo in termini estetici, ma anche di gusto. Ad alimentare questa ipotesi contribuisce la presenza su Netflix di un film come The Good Nurse, di Tobias Lindholm, messo in cartellone sulla scia del clamoroso successo di Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, miniserie capace di rilanciare l’interesse verso un filone, quello dedicato ai serial killer, banalizzato, come altri, dall’eccesso di commercializzazione.

The Good Nurse conferma la persistenza di un processo inverso in atto molto prima della messa in rete della storia sull’assassinio di Milwaukee. Pur avendo avuto dei prodromi sulla fine degli ottanta con il film di William Friedkin, Assassino senza colpa (diretto da William Friedkin), affossato dalle disavventure produttive, ma esemplare nello spostare l’attenzione su logiche sempre più attinenti alla sfera psicologica e a una dimensione del male slegata dalla messa in scena del delitto, il recupero della complessità connessa con la figura del killer seriale deve molto al lavoro di un esperto in materia del calibro di David Fincher. Parliamo di un regista capace di confezionare un “finto” blockbuster qual è Seven, in cui suspense e orrore sono il frutto di una serie di omissioni – quelle legate alla vista del modus operandi dell’assassino – (lezione di cui The Good Nurse fa tesoro) che operano in un contesto nel quale l’odore del male fuoriusciva dalla mancata spettacolarizzazione delle sue tragiche iniziative.

Una modalità ribadita da Fincher con ancora più forza in Mindhunter (altra serie targata Netflix) in cui il progressivo allontanamento dalla scena del crimine (in termini di fuori campo, ma anche di punto macchina) andava di pari passo con un racconto più psicologico che fattuale.

A quel tipo di atmosfere e soprattutto di cinema (perché anche Mindhunter lo è) si rifà The Good Nurse nella trasposizione per immagini del libro scritto dal giornalista Charles Graber, sulla base di circa sei anni di interviste relative alla vicenda di Charles Cullen (Eddie Redmayne), infermiere che nel corso dei sedici anni di lavoro ospedaliero si sarebbe macchiato della morte di circa quattrocento pazienti (le stime sono provvisorie e tutt’ora indimostrabili) inserendo sostanze tossiche all’interno delle sacche utilizzate per le flebo.

Rispettando i modelli di cui sopra e inserendo nella storia un contraltare femminile con le sembianze e il talento di Jessica Chastain, la “brava infermiera”, chiamata dalla polizia a collaborare con la giustizia per incastrare il collega, Lindholm trasforma il thriller in una sorta di racconto a due voci in cui il confronto tra bene e male diventa quello tra due umanità speculari, e soprattutto tra una coppia di attori da Oscar, capaci di andare contro se stessi e dunque in direzione contraria al tipo di recitazione mimetica e manierata che è valsa loro il plauso dell’Academy, facendosi parte integrante di un più ampio lavoro di sottrazione che interessa innanzitutto la messinscena dei personaggi, sottratti al dinamismo e alla sensibilità emozionale che appartiene alla rappresentazione del conflitto tra segni opposti.

Lindholm lavora nell’ombra (come di fatto avviene nella scelta di non illuminare la scena, lasciando spazio a recessi e assenza di luce) anche per quanto riguarda il racconto per immagini. Si pensi alle sequenze speculari che introducono i protagonisti, in cui la diversa empatia di Charles e Amy trova corrispondenza in inquadrature rivelatrici delle opposte psicologie. Quella con Redmayne in cui il paziente pur presente nella stanza rimane visivamente fuori campo, come a testimoniare il mancato legame tra medico e degente, e l’altra, di egual tenore ma di segno contrario, nella quale è impossibile inquadrare Amy senza fare la stessa cosa con le persone di cui si occupa nell’istituto ospedaliero in cui lavora.

Ed è proprio il progressivo uscire allo scoperto della storia e del suo oscuro protagonista che racconta il rapporto tra personaggi e inquadrature. Così accade quando lo spettatore e la protagonista disconoscono la vera natura di Charles, con una serie di campi e controcampi in cui i primi piani ravvicinati sono tutti ad appannaggio di Amy perché di lei conosciamo con esattezza le vicissitudini, mentre quelli del collega rimangono più distanti, spesso frutto di campi medi che, nell’allontanare il volto dell’assassino, e, dunque, nel complicare la possibilità di leggerne le emozioni che l’attraversano, affermano la mancata trasparenza e il carattere sfuggente del personaggio. Al contrario di quanto accade nella seconda parte, quando la maggiore conoscenza di fatti e identità si traduce in piani e primi piani (dei protagonisti) pressoché identici.

Jessica Chastain ed Eddie Redmayne ci mettono del loro per trasformare il glamour divistico in un anonimato gestuale e fisico che fa ancora di più risaltare l’eccezionalità del quotidiano in cui sono coinvolti i loro personaggi. A metà strada tra biopic e crime story, The Good Nurse rispetta la cosiddetta insondabilità del delitto (nella realtà Cullen non rivelò mai i motivi del suo operato), accusa il sistema sanitario (reo di tacere sul sospettato per evitare scandali) e si proclama fan di Hannah Arendt e della sua teoria sulla banalità del male.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

IL PIACERE E' TUTTO MIO

Il piacere è tutto mio

di Sophie Hyde

con Emma Thompson, Daryl McCormack

UK, 2022

genere: commedia

durata: 97’

Un divertente gioco di parole che ben descrive la commedia di Sophie Hyde con una splendida Emma Thompson nei panni di un’insegnante in pensione rimasta vedova che cerca sé stessa in un’avventura con un giovane escort.

Nancy Stokes e Leo Grande si incontrano in una camera di un hotel di lusso dopo che la donna ha prenotato la presenza del giovane e avvenente escort che, in realtà, diventa quasi una sorta di voce della coscienza. La donna, oltre a cercare (e trovare) piacere carnale, si lascerà andare a rivelazioni e confessioni sulla vita, sul passato e sul futuro, sulle aspettative e sul mondo in generale, cercando non tanto l’approvazione quanto semplicemente l’ascolto da parte del ragazzo che, dal canto suo, cercherà di mantenere una certa distanza, fantasticando e immaginando uno scenario, non solo temporaneo per i due e per la durata di quella che lui definisce “sessione”, ma anche per sé stesso, sfuggendo così alla realtà e agli obblighi che essa si porta dietro. Ne viene fuori un quadro dolce e amaro al tempo stesso che è anche una delicata riflessione sul tempo che scorre e sull’approccio di ognuno di noi ai minuti che passano.

Diviso in capitoli, il film è completamente incentrato sui due protagonisti tanto che, fatta eccezione per una breve scena, Emma Thompson e Daryl McCormack sono gli unici due interpreti. Una storia che potrebbe apparire statica, considerando che è ambientata solo ed esclusivamente in una camera di hotel. Nonostante ciò “Il piacere è tutto mio” si rivela essere un film molto più dinamico di quanto si possa immaginare.

Mai volgare, mai sopra le righe, la commedia intrattiene e diverte al punto giusto, ma, cosa più importante, scava nel profondo dei personaggi e dell’animo umano. Attraverso la sceneggiatura, molto attenta e precisa, e una cura particolare nei dialoghi, perfettamente interpretati da due attori che si mescolano con successo, la storia convince e coinvolge.

Mettersi a nudo, per Nancy, è un ostacolo, ma è anche, al tempo stesso, un obiettivo. E riuscire nell’intento diventa funzionale alla sua crescita, come donna e come persona.

Quello di Sophie Hyde è un film che parla a un pubblico molto eterogeneo. Non si deve pensare solo a una determinata fetta di popolazione. Gli scambi, audaci e arguti, di battute tra Nancy e Leo sono quelli tra due generazioni, tra due modi di vedere la stessa cosa. Lui prova a vedere il lato positivo, cerca di mettere Nancy a proprio agio, cerca di disegnare un contesto che non è del tutto fittizio. Lei, dal canto suo, è restia a provare qualsiasi cosa, qualsiasi novità o cambiamento in quella che è stata la sua (monotona) vita, ma alla quale è ormai abituata (e soggiogata). Ed ecco, quindi, che non riesce mai a vedere il lato positivo, non è mai davvero tranquilla e si trova “costretta” a rispettare qualsiasi regola. Mai una distrazione, mai un qualcosa fuori dal comune, sempre ligia al dovere.

Una commedia con la quale ridere, mai in maniera completamente superficiale, ma nella quale provare anche a rispecchiarsi, come la stessa Thompson fa, mettendosi letteralmente a nudo.


Veronica Ranocchi

domenica, novembre 13, 2022

RAPINIAMO IL DUCE

Rapiniamo il duce

di Renato De Maria

con Pietro Castellitto, Matilda De Angelis, Tommaso Ragno

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 90’

Le sequenze iniziali ci dicono che cosa sarà del resto del film. “Rapiniamo il duce” gioca con la Storia rinunciando fin da subito ad analizzarla nei suoi risvolti più drammatici. La Seconda guerra mondiale e il regime fascista nella Milano del 1943, per quanto di lugubre memoria, sono da subito sgombrati degli aspetti più scabrosi per diventare materia da spettacolo. A dircelo è innanzitutto il movimento ad ampio respiro con cui la macchina da presa atterra sulla città in guerra dopo averla perlustrata dall’alto in basso con velocità sufficiente per farci apprezzare la grandeur scenografica cui Renato De Maria si affida per introdurre lo spettatore alla ricostruzione di quei terribili anni. Appena in tempo a presentarci il personaggio interpretato da Pietro Castellitto e a prendere il sopravvento è, manco a farlo apposta, il cinema, rappresentato dalla sala cinematografica nella quale poco dopo ritroviamo Isola e Yvonne, amanti e complici a capo dell’impresa impossibile con cui insieme a una squadra di simpatici lestofanti cercheranno di farla pagare al Duce e ai suoi accoliti derubandoli del tesoro frutto delle numerose confische belliche.

Mentre i due si confrontano sul da farsi, discutendo sulle possibilità di vivere felici facendo il colpo della vita che permetterà loro di sistemarsi lontano dall’Italia, sul grande schermo scorrono le immagini documentaristiche sul tipo di quelle prodotte dall’Istituto Luce in cui la minacciosa propaganda di Benito Mussolini si staglia su tutto e tutti con assoli e primi piani destinati però a restare confinati all’interno dello schermo. Il corpo del Duce non spaventa, messo com’è in secondo piano da questioni sentimentali e interessi mercantili e, al massimo, preso come prototipo per la messinscena farsesca con cui di lì a poco De Maria darà vita alla schiera di cattivi contro cui Isola e la sua squadra si dovranno confrontare per riuscire ad espugnare la cittadella in cui è depositata l’enorme ricchezza.

Insomma, in “Rapiniamo il duce” guerra e fascismo sono ingredienti da cinema, buoni per imbastire un'avventura sul tipo di quelle che in Italia si giravano negli anni 70, tempi in cui il cinema di genere americano veniva clonato con forme di cinema più consone all’umore nostrano. Così, accanto ai divi di turno, non solo Castellitto, che qui aspira ad esserlo nel suo primo ruolo da protagonista, ma anche Matilda De Angelis che in qualche modo già lo è, avendo recitato accanto a star come Nicole Kidman e Hugh Grant (“The Undoing - Le verità non dette”), troviamo un campione della risata come Maccio Capotonda - nella parte di uno sciroccato asso del volante -, chiamato a fare da contraltare con la sua verve comica e la sua simpatia alla maschera tragica del gerarca Filippo Timi cui il regista affida il compito di incarnare il ruolo del villain destinato, come nei blockbuster americani, a sostenere il peso drammaturgico dell’intero film. Affiancato dalla minacciosa dark lady interpretata da un'ottima Isabella Ferrari, per l’occasione impegnata in un personaggio a metà strada fra Crudelia De Mon e la Norma Desmond di “Viale del tramonto”.

Chiamato a scegliere tra heist movie e commedia d’azione, “Rapiniamo il duce” decide di stare nel mezzo moltiplicando le citazioni cinematografiche e soffermandosi più sulle caratterizzazioni dei personaggi che sui meccanismi narrativi relativi alla realizzazione del colpo su cui il film sembra quasi voler sorvolare.

Rispetto a un'operazione come “Freaks Out”, cui “Rapiniamo il duce” è accomunato per il rapporto con la Storia e per l'idea di sfidare sul piano della spettacolarità e della confezione i prodotti mainstream provenienti d’Oltreoceano (oltre che per la presenza in entrambi i film di Castellitto), il film di De Maria si accontenta di essere quello che è, un lungometraggio di puro intrattenimento sul modello frivolo e leggero imposto da Netflix, da sempre attento a normalizzare gli aspetti più complessi della sua offerta per non precludersi la possibilità di essere spendibile a una platea sempre più larga di spettatori.

Come autore De Maria non commette l’errore di sentirsi in colpa per non aver preso di petto gli orrori della guerra e dunque non fa lo sbaglio di appesantire lo spettacolo con richiami alla retorica antimilitarista. Il regista tira dritto per la sua strada e anzi, a scanso di equivoci, si premura di non essere frainteso facendo morire l’unico tra i personaggi coinvolto nella vicenda per ragioni di militanza e non per soldi. Destinato a saltare l’uscita in sala per presentarsi direttamente in piattaforma a partire dal 26 ottobre, “Rapiniamo il duce” è un film senza infamia e senza lode, adatto a soddisfare il suo pubblico di riferimento.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

TORI E LOKITA

Tori e Lokita

dei fratelli Dardenne

con Pablo Schils, Joely Mbundu, Alban Ukaj

Belgio, Francia, 2022

genere: drammatico

durata: 88’

Dopo essere stato tra i film in concorso al Festival di Cannes, “Tori e Lokita” dei fratelli Dardenne arriva, in prima nazionale, al Festival dei popoli e colpisce, senza mezzi termini, lo spettatore che si ritrova inerme al cospetto di un’opera brutale nella sua semplicità.

Non un documentario, ma un film che si “limita” a raccontare una storia. La storia è quella di Tori e Lokita, due giovanissimi immigrati africani arrivati in Belgio per sfuggire alle condizioni di vita dei rispettivi paesi. Pur provenendo da paesi diversi i due si sentono fin da subito legati, come fratello e sorella, ma devono dimostrare che questo legame ci sia davvero. Non potendolo fare, si trovano costretti a sottostare a delle vere e proprie imposizioni da coloro che promettono di poter offrire loro delle condizioni di vita migliori. Nel frattempo, però, i pericoli, gli ostacoli e la vita in generale diventano sempre più duri e inaccettabili.

Un vero e proprio pugno nello stomaco quello di “Tori e Lokita”. Quello che fanno i fratelli Dardenne è portare sullo schermo una vicenda reale, soltanto “mascherata” da finzione.

La vita di Tori e Lokita è, seppure lontano dal nostro immaginario, quanto di più vero (purtroppo) possa esistere.

Con una disarmante (e cruda) verità i fratelli Dardenne tentano di raccontare cosa significa vivere dalla parte opposta per tutti coloro che, ogni giorno, attraversano non solo il mare, ma anche molto altro, lasciando indietro famiglia e affetti. Sicuramente un modo diverso di vedere il mondo, ma un modo che a molti è precluso o comunque limitato, per mille motivi. Ed ecco che, come nel caso di Tori e Lokita, diventa indispensabile riuscire ad aggrapparsi a qualcosa per sopravvivere in quella che, alla fine dei conti, è una vera e propria giungla.

Da lavori inaccettabili a situazioni degradanti per la persona stessa, per la società, per la morale e per molto altro.

Lokita, più grande e quindi più soggetta a determinati “obblighi”, è anche quella che subisce maggiormente il potere di una parte della società che pensa di poterla usare, sotto tutti i punti di vista, per il proprio tornaconto. Tori, invece, più piccolo, ma anche più scaltro, cerca di sovrastare questo ingiusto “sistema” e tenta di fare il possibile per allietare la “sorella” e cercare di non far portare solo ed esclusivamente a lei tutto il peso della responsabilità.

Con una narrazione lineare e pulita, i due registi tratteggiano una situazione insostenibile, arrivando fino all’osso della questione e mostrandola, quasi del tutto senza filtri, a uno spettatore che non può non essere colpito dalle atrocità perpetrate.

I due “fratelli” riescono a esserlo e diventarlo quasi per davvero, aiutati dal supporto reciproco. Un supporto che addirittura arriva a invertirli trasformando, a tratti, Tori nel fratello maggiore che indirizza, consiglia e supporta la sorella.

Menzione speciale, oltre ai due intensi protagonisti, alla canzone scelta dai due fratelli. “Alla fiera dell’est”, che torna costantemente nella narrazione, diventa quasi metafora della situazione di ripercussioni che i due devono subire.


Veronica Ranocchi

giovedì, novembre 03, 2022

LA STRANEZZA

La stranezza

di Roberto Andò

con Toni Servillo, Salvatore Ficarra, Valentino Picone

Italia, 2022

genere: commedia, drammatico, storico

durata: 104’

Un alternativo Pirandello. O meglio un alternativo modo di dipingere e mostrare sullo schermo il genio e il talento di Luigi Pirandello.

Roberto Andò riesce a convincere lo spettatore a rimanere incollato allo schermo per tutta la durata del film realizzando un’opera che è un mix tra biografia, dramma e commedia. Ogni genere è presente in maniera calibrata e precisa, senza mai prevaricare sugli altri.

La storia ruota apparentemente intorno alla figura di Luigi Pirandello che, di ritorno in Sicilia, nel 1920 per il compleanno dell’amico Giovanni Verga, viene a sapere che la sua anziana balia è morta. L’uomo decide di organizzarle un ricco funerale e, per farlo, assume due becchini, Sebastiano Vella e Onofrio Principato. I due non riconoscono l’autore e gli rivelano di star scrivendo e mettendo in scena il loro primo dramma teatrale al quale Pirandello sembra fin da subito incuriosito e affascinato. Nonostante alcune peripezie e la sgangherata compagnia del paese i due riescono a mettere in scena lo spettacolo al quale assiste, di nascosto, anche lo stesso Pirandello che, così facendo, riesce, secondo lui, a trovare risposte alle proprie domande.

A differenza di tante opere del genere, quella di Andò non è un’opera che vuole mostrare o insegnare qualcosa. Non si limita infatti a raccontare la vita di Pirandello o a focalizzarsi su un momento in particolare. Ma rielabora a suo modo un dato elemento (quello che ha portato il grande autore a realizzare uno dei suoi capolavori, “Sei personaggi in cerca d’autore”). Ed è qui che risiede la grandezza del regista. Come anche altri prima di lui, e neanche troppo lontano nel tempo, Andò porta il teatro al cinema, prima con lo spettacolo dei due becchini, poi con quello di Pirandello. Ma non si ha mai la sensazione di staticità o di star vedendo teatro su uno schermo. Quello che si percepisce è qualcosa che va oltre e che fonde perfettamente le due arti.

Ben calibrato anche dal punto di vista della scrittura dei personaggi che sono tutt’altro che macchiette (e il rischio di inciampare in questo era alto). Due su tutti sono indubbiamente Ficarra e Picone che riescono quasi a mettere in ombra il Luigi Pirandello di Toni Servillo. Nonostante la somiglianza e l’autenticità, sono i due becchini il vero focus intorno alla storia. Sono loro che, inconsapevolmente, accendono la miccia della vicenda. Oltre a essere anche l’elemento comico, ma mai sopra le righe, di una storia che pur prendendosi sul serio preferisce scherzare e far divertire lo spettatore.

Sono apprezzabili e godibili i riferimenti storici e letterari, ma quello che convince davvero è, come suggerisce il titolo, la stranezza con la quale viene ideata e messa in scena la storia. Pensare di andare al cinema per vedere un film sulla vita di Luigi Pirandello o sulla genesi e la successiva messa in scena di “Sei personaggi in cerca d’autore” sarebbe sbagliato. Ma, in qualche modo, “La stranezza” è anche questo, come nella migliore delle tradizioni pirandelliane, dove finzione e realtà si mescolano fino a diventare una cosa sola. Solo che, a differenza del capolavoro del premio Nobel per la letteratura nel 1934, il film di Andò può essere apprezzato fin da subito e non soltanto in un secondo momento.


Veronica Ranocchi

mercoledì, novembre 02, 2022

AMSTERDAM

Amsterdam

di Sean O’Reilly

con Christian Bale, John David Washington, Margot Robbie

USA, Canada, 2022

genere: giallo, commedia, drammatico

durata: 135’

Un giallo ambientato nel passato che si rifà a qualcosa di realmente accaduto. Basterebbe questo per descrivere “Amsterdam”, il nuovo film di Sean O’Reilly. Ma non è solo questo. È anche un grande cast, una durata troppo eccessiva e un voluto “intasamento” di informazioni e nozioni.

La premessa è che nella New York del 1918 e con la Grande Guerra che incombeva, il giovane Burt Berendsen e il soldato afroamericano Harold Woodsman si incontrano e fanno amicizia. Feriti in battaglia, i due vengono curati dall’infermiera Valerie. I tre si trasferiscono poi ad Amsterdam e stringono un solenne patto secondo cui ognuno di loro aiuterà gli altri nei momenti di difficoltà. Sono, però, costretti a dividersi nel momento in cui Burt decide di tornare a New York dalla moglie e Harold decide di seguirlo per poter proseguire gli studi e diventare avvocato.

Nel 1933 la figlia di un senatore che era stato anche ufficiale di guerra, chiede ai due di occuparsi in incognito dell’autopsia del padre Bill, morto in circostanze sospette. I due scoprono che il defunto ha una notevole quantità di veleno nello stomaco, ma nel comunicarlo alla giovane un sicario uccide lei buttandola sotto un camion in corsa e addita loro come responsabili.

Per potersi salvare hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile, compreso quello di una ritrovata Valerie.

Le premesse sono più che buone, sembra in tutto e per tutto un film convincente e ricco di avventure e indagini. Purtroppo però non è così.

La sensazione che si ha all’uscita dalla sala, dopo la visione di “Amsterdam”, è di aver visto un film troppo pomposo che si rincorre continuamente e che non sembra arrivare (o voler arrivare) a un punto ben preciso.

Il grandissimo cast di cui dispone non è messo in risalto e non è sfruttato come avrebbe potuto. Un Christian Bale molto bravo a destreggiarsi tra le problematiche fisiche del corpo del personaggio che interpreta (ha perso un occhio in guerra per dirne una) e un John David Washington coprotagonista. Accanto a loro una sempre azzeccata Margot Robbie nel ruolo di Valerie. E, come se non bastassero, a fare da contorno alla storia ci sono anche nomi del calibro di Robert De Niro, Rami Malek, Anya Taylor-Joy solo per citare quelli più presenti nel film.

Nessuno riesce a emergere a tal punto da dare quel valore aggiunto alla storia che la possa portare davvero in alto.

Prendendo spunto da una storia vera ed essendo strutturato come un giallo, non risulta mai davvero appassionante. Sembra quasi che il regista si limiti a mostrare e sfoggiare i numerosi nomi e volti a disposizione, come su una passerella, dimenticandosi di raccontare una vicenda che invece avrebbe potuto coinvolgere e appassionare.

Un intreccio che si intreccia e accartoccia su sé stesso, non aiutato nemmeno dalla durata eccessiva e dal non riuscire mai a concludere. Una storia che poteva essere narrata in maniera diversa e più convincente.

La voce fuori campo e altri escamotage cinematografici non sono sufficienti ad alimentare la tensione e far restare il pubblico incollato allo schermo. Ed è un peccato considerando il materiale di cui si dispone.

Purtroppo dimenticabile.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 27, 2022

VENEZIA 79: MASTER GARDENER

Master Gardener

di Paul Schrader

con Joel Edgerton, Sigourney Weaver, Quintessa Swindell

USA, 2022

genere: drammatico

durata: 111’

La presenza di Paul Schrader alla Mostra del Cinema in termini di risultati riscossi rimane per certi versi incomprensibile. E questo non perché il cineasta statunitense non abbia meritato di figurarvi, bensì il contrario, poiché rispetto alla bellezza dei suoi ultimi lungometraggi il responso delle giurie e di parte degli addetti ai lavori non è mai stato all’altezza del loro valore. Stessa sorte è toccata a "Master Gardener", piazzato fuori concorso in ragione (forse) del conflitto di interessi che si sarebbe generato con la consegna del Leone d’Oro alla carriera di cui il regista americano è stato giustamente insignito. Un premio, questo, che, va detto, legittima la lungimiranza del direttore Alberto Barbera nel rilanciare il cinema del regista quando nessuno era più disposto a farlo a causa delle sfortune produttive sofferte con "Il nemico invisibile" e "Cane mangia cane".

Fatto sta che dopo "First Reformed" e "Il collezionista di carte", "Master Gardener" conferma la ritrovata ispirazione dell’autore, sempre più impegnato a dare corso agli estri di una nuova giovinezza capace di arricchirne la filmografia. Ed è proprio al complesso delle sue opere che bisogna guardare per capire fino in fondo la portata del nuovo lavoro. Pur reggendosi in piedi da solo, "Master Gardener" è la risultante di un processo creativo che parte dalle medesime radici per rinnovare ogni volta la sua proposta poetica e formale. Basterebbe prenderne in considerazione la trama, ancora una volta incentrata su un uomo costretto a ritornare sui propri passi per difendere la persona amata a innescare coincidenze e similitudini. La presenza di un personaggio come Marvel Roth, maestro di giardinaggio recluso alla vita a causa di un passato da dimenticare e costretto suo malgrado a tornare in azione per proteggere l’allieva dalle grinfie degli spacciatori, non può non far pensare alla sceneggiatura di "Taxi Driver" (1976) di cui Schrader fu autore insieme al sodale Martin Scorsese. Ma non basta, perché andando avanti di qualche anno nella lettura della filmografia scopriremmo che il rapporto fra Marvel e Mrs. Haverhill, la proprietaria dei giardini di cui cui l’uomo è responsabile, trova in quello tra Willem Defoe e Susan Sarandon in "The Light Sleeper" ("Lo spacciatore", 1992) un precedente professionale e sentimentale replicato anche nel recente "The Card Counter", laddove ancora una volta la complicità tra William Tell e La Linda e il successivo innamoramento sono preceduti e in qualche modo mimati dalla relazione iper professionale tra impiegato e datore di lavoro.

Come tutti i personaggi creati dal regista americano anche Marvel Roth non è esente da colpe e dal rimorso che ne deriva. Come succedeva al prete di “First Reformed” e al giocatore di carte interpretato da Oscar Isaac, per non dire del già citato Defoe, la scelta di una vita di penitenza e reclusione - scandita da una feroce applicazione fatta di attività pratiche - trova nella tenuta di un diario personale la propria cifra etica, nel costante impegno a non smarrire la retta via. Da qui il senso della voce off, la cui presenza è stata in passato criticata senza capirne la necessità, svolgendo quest’ultima la funzione di una sorta di preghiera laica cui anche Marvel - in quanto “nuovo credente” - si appella per non tornare a sbagliare. Come pure, in ottica più prosaica, trova spiegazione l’ossessivo ricorso a inquadrature che dall’universale scendono al particolare rivolgendosi a dettagli di cose, oggetti e movimenti delle mani apparentemente superflui e che invece sono la spia del costante ricorso  a una liturgia di azioni ricorrenti (qui legate alle operazioni di semina e potatura, altrove alla legge dei numeri e del conteggio delle carte); uno zen salvifico, anch’esso onnipresente insieme a una pulizia visiva di matrice orientale che caratterizza gli ultimi lavori di Schrader.

Ma "Master Gardener" non è solo una riformulazione di antichi stilemi in chiave moderna, perché la circolarità di cui si parla è accompagnata da una sostanziale progressione narrativa e poetica, ancorché nel corso della storia l’iniziale amore tra Marvel e Mrs. Harvill viene sostituito da quello dell’uomo nei confronti della giovane allieva (interpretata dall’affasciante Quintessa Swindell), e dunque dalla ricomposizione di una tipologia di coppia, quella tra Travis e Iris in “Taxi driver”, cui oggi finalmente anche un rispettoso calvinista come Schrader può guardare senza avvisarne lo scandalo; quest’ultimo, tolto di mezzo dalla volontà (dichiarata) del protagonista di vivere come marito e moglie accanto all’abitazione della ex amante.

Che poi Paul Schrader sia anche un grande regista della messinscena lo si evince dal rigore della composizione in cui più che i movimenti di macchina, a comunicare lo stato d’animo dei personaggi è la fusione tra il controllo dell’immagine, essenziale e stilizzata, e la figura umana, capace di riscaldare il quadro anche solo con la sua entrata in campo. E che dire del connubio tra la musica elettronica e la voce fuori campo, con la prima utilizzata in chiave emotiva nell’intento di dare conto dei moti dell’anima del protagonista, come pure a far avanzare la narrazione. Così succede sempre nel cinema di Schrader, che senza essere sentimentale è capace di generare emozioni vere, di quelle che si fatica a ritrovare nel cinema contemporaneo.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, settembre 19, 2022

VENEZIA 79: ATHENA

Athena

di Romain Gavras

con Dali Benssalah, Sami Slimane, Anthony Bajon

Francia, 2022

genere: drammatico

durata: 97’

Nato come cinema di denuncia quello ambientato nelle banlieue parigine, a partire da “L’odio” di Mathieu Kassovitz, opera seminale se ce n’è una, è diventato un vero e proprio filone, palestra d’esordio per giovani registi e verifica sul campo per quelli (il Jacques Audiard di “Dheepan - Una nuova vita”) che, per ragioni anagrafiche, non lo sono più. Dunque non stupisce il fatto di ritrovarlo in concorso a Venezia, data la capacità dello stesso di intercettare gli umori di una specifica area sociale e di farsene carico con una riconoscibilità capace di farsi capire a ogni latitudine geopolitica. In un’ottica esclusivamente cinematografica la presenza di “Athena” all’interno del concorso veneziano era chiamata a rinverdire l’importanza del genere in questione sulla scia del grande successo riscosso a Cannes da “I Miserabili”.

Un paragone non peregrino, quest’ultimo, poiché la scena d’apertura di “Athena”, diretto da Romain Gavras, sembra cominciare laddove finiva il film di Ladj Ly (coautore della sceneggiatura), ovvero sulla scalinata di un palazzo in cui dei poliziotti cercano invano di difendersi dalla rappresaglia delle nuove generazioni di diseredati. Alla sovrapposizione visiva con la sequenza finale de “I Miserabili” il lungometraggio di Gavras aggiunge quella narrativa perché anche qui a scatenare il caos è la violenza dello Stato: nello specifico il tragico omicidio di un bambino appartenente alla comunità locale da parte della polizia verso cui si rivolta la popolazione di Athena, quartiere dormitorio trasformato in fortezza da Karim, fratello della vittima, grazie al seguito di rivoltosi che ha risposto alla sua chiamata alle armi. Similitudini presenti anche nella particolarità di delineare un fronte interno alla rivolta tutt’altro che unito, con i tre fratelli della vittima animati da punti di vista opposti: il primogenito, spacciatore, interessato a salvaguardare i suoi affari; Abdel, militare di carriera, intenzionato a evitare il verificarsi di una tragica escalation.

Narrato nel rispetto dell’unità spazio-temporale (un must in questo tipo di film), ad “Athena” non si può negare il plauso di un inizio a dir poco folgorante, rappresentato dal magnifico piano-sequenza in cui, come fossimo all’interno di un videogioco, il regista ci catapulta in mezzo al caos che sta montando tra gli abitanti del quartiere. Fin dalle prime immagini la sensazione trasmessa è quella di una forza straripante e di una grandeur che di solito si ritrova per lo più nel cinema americano. Gavras non gli è da meno né in termini cinetici né di uso drammaturgico della pista sonora, chiamata a commentare ma anche a scandire in termini di ritmo le azioni dei personaggi. Un dispositivo, quello pensato dal regista, destinato a reggere fintanto che l’autore francese riesce a tenere sotto controllo la sua voglia di stupire. Peccato che la tendenza ad esagerare, evidenziata da una recitazione perennemente sopra le righe, in cui le esplosioni di rabbia e tragedia si ripetono senza soluzione di continuità, finisca per alimentare una voglia di superarsi capace di influenzare tanto l’impianto visivo, votato a un’ubiquità tecnologica, realizzata attraverso l’uso di droni ma anche della computer graphica, tanto la struttura narrativa, destinata ad allargare il discorso mettendovi dentro il più possibile (a un certo punto si accenna allo scoppio di una guerra civile in tutto il Paese).

Come nella storia di “Pierino e il lupo”, anche “Athena" con il passare dei minuti perde di verosimiglianza e quindi di credibilità diventando come certi blockbuster in cui tutto diventava esercizio di stile: ivi compresi i personaggi, sottomessi alla dittatura delle immagini e funzionali al clamore della messa in scena; come capita per il repentino cambio di rotta di Adbel, troppo meccanico e ingiustificato per non risultare programmatico.

Un vizio di forma ancora più evidente nell’immagine finale, del tutto superflua e anzi dannosa nel sovraccaricare il peso della visione con la denuncia di un complotto che arriva fuori tempo massimo anche nel rimettere in discussione tutto quello che abbiamo appena visto. Più che per un Festival di arte cinematografica “Athena” sembra realizzato pensando a un pubblico meno cinefilo e desideroso di essere intrattenuto da una storia che non ha bisogno di “traduzioni”. L’uscita su Netflix gli farà trovare un accoglienza più consona alla sua proposta.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

VENEZIA 79: BONES AND ALL

Bones and all

di Luca Guadagnino

con Timothée Chalamet, Taylor Russell, Mark Rylance

USA, UK, 2022

genere: drammatico, horror

durata: 130’

Si potrebbe dire che Luca Guadagnino ci abbia preso gusto. A dirlo è la scelta di continuare laddove aveva smesso, girando un film come "Bones and All" che ha più di un punto in comune con "Suspiria", a partire dal fatto di essere stato invitato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Per parlare del suo nuovo film la cosa migliore sarebbe quella di rivelare il meno possibile riguardo alla storia, lasciando allo spettatore il piacere di essere preso in contropiede dalla sequenza che da il là alla vicenda trasformandola in quello che nessuno si aspetterebbe (almeno per coloro che non hanno letto l’omonimo libro di Camille DeAngelis, da cui è tratto il lungometraggio). Quello che a prima vista sembrerebbe un teen movie esistenziale si trasforma quasi subito in qualcos’altro. A Guadagnino serve poco per sviarci: qualche immagine di ambientazione scolastica, il dialogo fitto tra due compagne di banco e un immaginario adolescenziale sufficiente a costruire un mondo chiuso destinato a deflagrare con un impeto d’amore che lascia spazio al dolore. Condizioni antitetiche, quelle appena dette, che del nuovo film di Guadagnino diventano lo sfondo ineludibile in cui si compie il destino di Maren e Lee, ribelli senza causa disposti a lasciarsi indietro la marginalità delle loro vite nel tentativo di essere felici. Se quella di Guadagnino è innanzitutto la storia d’amore tra i personaggi interpretati da Taylor Russel e Timothée Chalamet, "Bones and All" è molte cose insieme perché il regista italiano non si limita ad argomentare i sentimenti secondo i gusti del neo-melò, ma amplia gli orizzonti aprendosi alla commistione dei generi nella maniera in cui lo fa molto cinema d’autore contemporaneo.

Qui il primo aspetto che salta all’occhio è la gestione degli opposti intesi sia in senso formale sia in senso drammaturgico, laddove lasciando spazio tanto alla componente horror che a quella sentimentale nella maniera inaugurata dalla saga di "Twilight" (anche se la messa in scena di Guadagnino punta a un realismo che il film di Catherine Hardwicke non ha) il regista trova il punto di equilibrio nel far combaciare l’istinto famelico dei giovani protagonisti - dovuto alla natura cannibale, metafora di altri disagi e dipendenze - con le pulsioni di una sessualità che ha paura a manifestarsi (l’unione fisica dei corpi di Lee e Maren se c’è rimane fuori campo) e che dunque trova nella liturgia omicida la sua compensazione. Allo stesso modo, pur non mancando di scene cruente (viene in mente quella che vede i nostri coinvolti in un corpo a corpo finale, con il personaggio interpretato da Mark Rylance), "Bones and All" ci consegna una versione di Guadagnino più misurata, pronto a lambire il limite del verosimile senza mai superarlo come invece succedeva in "Suspiria", con la considerazione che rispetto alla maggior parte degli horror giunti in sala "Bones and All" non si risolve nella compiaciuta esibizione del bagno di sangue, attraversato com’è da una tensione costante e da un senso di pericolo in grado di far trepidare lo spettatore per la sorte dei protagonisti.

Arrivato al suo settimo lungometraggio di finzione, Guadagnino filma uno dei suoi film più personali facendo delle inquietudini della provincia americana il terreno ideale per alcuni degli elementi cardini della sua poetica. A cominciare dal tema della diversità, qui come altre volte vissuta come occasione di unione e condivisione e senza dimenticare l’importanza del paesaggio. Anche in "Bones and All", infatti, i personaggi vi sono immersi trovando accoglienza e ristoro dalle proprie pene. Come dimostra la sequenza conclusiva, imperitura nel dichiarare la forza di un amore capace di andare oltre il contingente. Taylor Russell e il più acclamato dai fan, Timothée Chalamet, sono bravi a tratteggiare l’instabilità emotiva dei rispettivi personaggi, soprattuto quando si tratta di farne emergere le fragilità all’interno di un contesto che ne caratterizza la determinazione predatoria. Per chi scrive "Bones and All" si piazza tra i film in odore di Leone d’Oro.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

domenica, settembre 18, 2022

VENEZIA 79: IL SIGNORE DELLE FORMICHE

Il signore delle formiche

di Gianni Amelio

con Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Sara Serraiocco

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 134’

Quarto film italiano in concorso a Venezia 79 Il signore delle formiche di Gianni Amelio è un procedural ben fatto sul reale caso di Aldo Braibanti. Lo scrittore, poeta, drammaturgo e mirmecologo (studioso delle formiche) fu accusato e condannato per l’allora reato di plagio psicologico nel 1968. A vestire i panni di Braibanti un Luigi Lo Cascio molto attento e preciso. Un buon film che mostra sullo schermo delle vicende realmente accadute. Accanto a queste la capacità, come sempre, di Amelio di aggiungere qualcosa di suo.

Nella Roma della fine degli anni Sessanta ha luogo un processo importante. L’accusato è Aldo Braibanti, poeta, scrittore, drammaturgo, filosofo e mirmecologo. L’accusa è quella di plagio psicologico ai danni del giovane Ettore che, quindi, sarebbe stato sottomesso alla volontà dell’artista sia in senso fisico che, appunto, psicologico. In realtà si tratta di un pretesto per coprire la vera accusa, quella di omosessualità.

Dopo un flashback che mostra il primo incontro tra i due il film si concentra sul processo e sull’impatto che esso ebbe sulla popolazione. Con un occhio particolare nei confronti di un giovane giornalista dell’Unità interpretato da Elio Germano che pare essere l’unico interessato a scoprire la vera realtà dei fatti.

Come affermato dallo stesso Amelio il suo film Il signore delle formiche ha indubbiamente al centro una tematica di estrema attualità. Una tematica che lui ha voluto porre al centro dell’attenzione. E che, pur fissandola nell’epoca in cui è avvenuta, vuole, in qualche modo, provare a raccontare la realtà odierna. Scavando a fondo, ma nemmeno troppo, nel film di Amelio sono tanti i riferimenti al contemporaneo che si possono trovare.

E la figura che maggiormente li incarna è senza dubbio quella del giornalista Marcello al quale presta il volto Elio Germano. Dai pensieri agli ideali al modo di relazionarsi con il mondo, tutto fa di lui un uomo contemporaneo.

Al giornalista, quindi, il compito di raccontare nel migliore dei modi i fatti. Ma come dice il direttore distaccandosi dai fatti oppure come vorrebbe fare Marcello andando a scavare nel fondo della questione per capire davvero come sono andate le cose?

Amelio è bravo nel riuscire a fingere, nella seconda parte, di mostrarci la storia dal punto di vista di Marcello. In realtà non è così perché riesce a rimanere quasi estraneo ai fatti, anche se spinge il pubblico ad andare in una certa direzione. Importante, a tal proposito, il faccia a faccia tra Aldo e Marcello nel quale quest’ultimo cerca di farlo riflettere. E, insieme a lui, anche tutti noi.

“Questo processo è assurdo perché non ci sono crimini”. Le parole di Ettore che si presenta al processo dopo essere stato internato a forza dalla famiglia in un ospedale psichiatrico nel quale è stato sottoposto a una serie di elettroshock per estirpare il male sono semplici, dirette, efficaci. Lo sono nell’ottica in cui tante persone iniziano a capire, a guardarsi intorno, a interrogarsi. Qual è la giustizia alla quale fare riferimento? Quella giustizia alla quale appellarsi?

Il Braibanti di Lo Cascio è una figura apparentemente rassegnata. È rassegnato alla vita, al processo, alla reclusione, anche all’inevitabile destino della madre che non vuole lasciare sola. Ma in realtà, in quanto artista, la sua è una rassegnazione di facciata. È e sarà comunque libero e quel suo silenzio ne è la più grande dimostrazione. Anche grazie a questo elemento il lavoro di Lo Cascio sembra diverso rispetto a quello degli altri. Più attento e preciso, forse in alcuni momenti fin troppo, il Braibanti da lui tratteggiato sembra perdersi (volutamente?) in sé stesso in vari frangenti.

A fargli da contraltare, da questo punto di vista, un Elio Germano che dà voce al popolo, ma che rimane molto più in secondo piano. Menzione poi per il giovane Ettore interpretato dal debuttante Leonardo Maltese, il cui volto nuovo si va a mescolare perfettamente con quelli più rodati dei colleghi appena citati.

Il film sarà distribuito da 01 Distribution.


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

VENEZIA 79: L'IMMENSITA'

L’immensità

di Emanuele Crialese

con Penelope Cruz, Luana Giuliani, Vincenzo Amato

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 97’

Sospesa sopra la testa di Adriana, nella scena iniziale, la macchina da presa prende quota permettendo allo sguardo di Emanuele Crialese di allargare la porzione di spazio dove la protagonista passa il tempo a giocare e a desiderare un’altra vita. Poco dopo la scena iniziale succede più o meno la stessa cosa. A cambiare è il punto di vista, questa volta ad altezza uomo, ma il movimento è sempre lo stesso, con l’obiettivo che allontanandosi dal centro del televisore in cui Raffaella Carrà si scatena in un contagioso balletto, espande il suo occhio sull’interno famigliare in cui madre e figli si stanno godendo lo spettacolo. Per Crialese “L’immensità” è innanzitutto un problema di spazi e di luoghi alternativi. A differenza della madre (Clara, interpretata da una Penélope Cruz che parla un italiano con forte accento spagnolo), costretta all’interno di un matrimonio già finito, incapace com’è di andare oltre le fantasie nelle quali ogni volta immagina di fare il verso alle star della canzone, Adriana le prova tutte pur di affrancarsi dal disagio della propria esistenza. Imprigionata in un corpo che non sente suo, la ragazzina si ribella per davvero vestendosi da uomo, facendosi chiamare con un nome maschile (Andrea) e quando possibile, allontanandosi da casa per varcare la frontiera del proibito oltre cui si estende il nugolo di baracche dove ad aspettarla ci sarà il primo amore.

Che si tratti di paesaggio fisico o psicologico, i personaggi del regista di “Nuovomondo” confermano la loro natura di viaggiatori, ribelli ai limiti imposti dalle regole degli uomini e per questo alla ricerca di universi alternativi. Non è un caso che la prima immagine del cinema di Crialese (“Once We Were Strangers", 1997) sia un a sorta di epifania - sospesa tra sogno e realtà, tra fisico e metafisico - in cui vediamo Vincenzo Amato, attore prediletto del regista romano per aver partecipato a quattro dei cinque film girati, approdare sulle rive del fiume Hudson dopo periglioso viaggio, in una scena rivelatrice della natura migrante del protagonista, condizione che per il cinema di Crialese rappresenta una sorta di “eterno ritorno” nietzschiano. 

Ne “L’immensità” questa dimensione è sviluppata in un confronto allo specchio tra madre e figlia, con la prima che lascia in eredità alla seconda il compito di affrancarsi da ciò che a lei non è stato permesso. La mascolinità di Adriana vuol dire anche questo: impedire che nella (sua) vita ci sia un altro uomo pronto a dirle che cosa deve fare, bloccandole la strada verso la sua realizzazione. A confermare il passaggio di consegne tra Clara e Adriana è l’ultima di una serie di sequenze surreali in cui nel corso del film le ritroviamo a ballare e cantare sul palco le hit musicali degli anni 70 al posto dei veri interpreti (Patty Bravo, Adriano Celentano, Raffaella Carrà). Nella sequenza conclusiva, infatti, Andrea in versione crooner intrattiene la platea essendo unico padrone della scena; pronta a “ballare da sola” dopo aver fatto da spalla alla madre.

Ma “L’immensità” va guardato anche in termini di corrispondenza tra realtà e finzione, nella vicinanza tra la biografia dei personaggi con l’esperienza umana del regista. Da questo punto di vista il nuovo lavoro di Crialese si presenta simile a quello che ha rappresentato “E’ stata la mano di Dio” per Paolo Sorrentino. A testimoniarlo è stata - per entrambi - la necessità di prendersi più tempo possibile prima di essere pronti a parlare al pubblico di un aspetto così intimo e delicato della loro vita. Nel caso di Crialese questo ha voluto dire smettere di girare per circa undici anni, tanti sono stati quelli che separano “L’immensità” da “Terraferma”. Come il film di Sorrentino, anche “L’immensità” permette all’appassionato di rileggere a posteriori la filmografia dell’autore romano, di entrare con maggior consapevolezza e più a fondo nella sua ispirazione creativa: si pensi per esempio alla corrispondenza tra Clara e la Grazia di “Respiro”, femmine folli, frutto di un processo artistico proveniente dalla stessa matrice esistenziale. Alla commistione tra sogno e realtà chiamata a segnalare la lotta tra l’essere o il non essere dei personaggi, e ancora, al concetto di viaggio che nella filmografia di Crialese non riduce il suo significato ad un’unica accezione ma che è sempre il risultato di una necessità materiale e insieme spirituale. 

Come già successo ad altri registi quando si tratta di mettere in scena il film della vita, anche Crialese arriva all’appuntamento più importante con un pudore eccessivo. Così, quella che era stata la forza degli altri film, ovvero la capacità delle immagini di far vivere il desiderio dei personaggi attraverso la trasfigurazione poetica del reale qui non si fa sentire, essendo le sequenze musicali incapaci di rendere l’agognato altrove. Senza quella profondità, e con le psicologie dei personaggi debitrici di un maggiore sviluppo, “L’immensità” di Crialese si risolve sulla superficie delle immagini, belle ma inerti dal punto di vista emotivo.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)