Visualizzazione post con etichetta netflix. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta netflix. Mostra tutti i post

domenica, settembre 17, 2023

THE KILLER

The Killer

di David Fincher

con Michael Fassbender, Sophie Charlotte, Tilda Swinton

USA, 2023

genere: azione, thriller

durata: 116’

Il regista diventa autore quando non si limita a mettere in scena un copione con rigore professionale e maestria tecnica, ma nel momento in cui, attraverso la sua opera, qualunque essa sia, riesce a conferire uno sguardo personale sul mondo che racconta. Quando succede il film, al di là della sua natura, può considerarsi un'opera e il suo artefice un artista. Lo diciamo non a caso ricordando i pregiudizi che accolsero l'uscita dei primi lungometraggi di David Fincher, rei, secondo i detrattori, di essere solo film di genere, per di più realizzati da un ex regista di videoclip. Per fortuna molta acqua è passata sotto i ponti, come dimostra in questi giorni la presenza del suo nuovo lavoro nel concorso ufficiale della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.

"The Killer" è in tutto e per tutto un film del suo autore. A dirlo è l'incipit, una lunga introduzione in cui Fincher non solo ci presenta il personaggio principale, un killer (Michael Fassbender) di cui non conosceremo mai il nome, ma si premura di definirne l'arco esistenziale attraverso una fase di stasi, quella che separa la lunga attesa dal momento in cui lo stesso dovrà premere il grilletto, centrare l'obiettivo e riscuotere il soldo. Per Fincher il killer è una macchina priva di emozioni che s'identifica con il proprio lavoro. Quando questo non succede - come vediamo all'inizio del film -, allorquando l'empatia verso una parte di mondo s'insinua nel metodo, qualcosa si rompe, lasciando spazio al caos e a ciò che ne consegue: nel caso del film l'eliminazione di chi, dopo il fallimento, lo vorrebbe morto. È una legge spicciola, quella che fa da premessa alla storia di "The Killer", un processo di causa-effetto che il protagonista porta avanti, da quel momento in poi, come una macchina da guerra e con fede ossessiva in un mantra, oramai collaudato, che la voce fuori campo ci fa sentire più volte nello svolgersi della vicenda.

La trama di "The Killer" - tratta dalla graphic novel "Le Tuer" di Alexis Nolent - è ridotta all'osso, ma utile quanto basta al regista per ragionare sul dramma della condizione umana e sulle sorti degli uomini. Fincher lo fa come da tempo ci ha abituato, e come nessuno fa più, ovvero scegliendo di non aprire il suo thriller con il solito arrembaggio ipercinetico ma, al contrario, lavorando sul tempo (dilatato e reiterato) e sullo spazio, circoscritto per lo più alla stanza che si affaccia su quella in cui si trova l'obiettivo.

Interessato a esplorare gli antri della mente (la serie "Mindhunter") e meno alle conseguenze materiali delle sue dangerous mind ("Seven" insegna), Fincher, nel lungo preambolo che fa da premessa a "The Killer", si prende tutto il tempo che serve per definire il decalogo del protagonista, riproducendone la disillusione  attraverso una sorta di spleen di Parigi (dov'è ambientata la prima parte), con immagini di vita prosaica, il cui ripetuto minimalismo serve per trasmettere allo spettatore il tedio della "morte al lavoro" (in quanto tale cinematografica per eccellenza).

La maestria del regista è quella di saper lavorare sul tempo come pochi, grazie a stacchi di montaggio che rilanciano continuamente la narrazione, dividendola in una serie di micro storie costruite e concluse, trasfigurando i particolari più anonimi del quotidiano che nelle mani di Fincher, e secondo la lezione di Alfred Hitchcock, diventano il riflesso delle nostre angosce, caricandosi di presagi e pericoli: fino all'improvviso cambio di passo, quando la "finestra di fronte" diventa oggetto di una sequenza che ancora una volta rende merito al maestro inglese e dove l'eros e thanatos entrano nella tenzone con voyeurismo cinematografico.

Con il rigore che contraddistingue il suo cinema, Fincher, e con lui "The Killer", non prende mai scorciatoie, rimanendo fino all'ultimo fedele alla personalità del protagonista, che porta avanti la propria vendetta con freddezza e con una violenza che la necessità di proteggere la propria famiglia giustifica solo in parte, e che in qualche modo sfida lo spettatore - come mai si è visto a livello mainstream - nel continuare a stare dalla parte del personaggio.

Un'intransigenza rischiosa ma indispensabile per tratteggiare l'alienazione di un mondo come quello contemporaneo, chiuso nelle sue ossessioni e incapace di comunicare con gli altri. Il killer di Fincher è un homo faber che non sa cosa farsene delle parole. Guardandolo, vengono in mente atmosfere presenti in certi film della New Hollywood. Nella solitudine (e nonostante la consolazione offerta nella scena conclusiva) il protagonista ricorda il personaggio di Robert Redford ne "I tre giorni del Condor" (un altro film che, come "The Killer", depotenzia i cliché tipici del genere). Anche nel film di Sydney Pollack c'era una guerra in atto e, come oggi, i giornali parlavano di cospirazione globale. Sarà un caso, o forse no, sta di fatto che "The Killer" trasfigura il nostro tempo meglio di altri, oltre a incollare allo schermo lo spettatore. Tra quelli visti in concorso "The Killer" è uno dei film più convincenti.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

martedì, marzo 07, 2023

INCASTRATI (S. 1-2)

Incastrati (s. 1-2)

di Ficarra e Picone

con Ficarra, Picone, Leo Gullotta, Tony Sperandeo

Italia, 2022-2023

genere: commedia, giallo, poliziesco

durata: 2 stagioni, 12 episodi, 30-40’ a episodio

È possibile far ridere e far riflettere allo stesso modo e con la stessa intensità trattando argomenti che di comico hanno ben poco? Evidentemente se vi chiamate Ficarra e Picone la risposta è sì.

Sì, perché il duo comico siciliano è riuscito ad avere successo anche nel mondo della serialità. Cimentatisi con un prodotto completamente nuovo rispetto a quelli che li avevano visti protagonisti precedentemente, sono riusciti a creare qualcosa di riuscito, divertente e riflessivo.

Su Netflix sono, infatti, disponibili le due stagioni della serie “Incastrati”, una sorta di giallo, crime in chiave comica.

Salvo e Valentino sono i due protagonisti di una vicenda che definire bizzarra è dire poco. Ma, allo stesso tempo, risulta più verosimile di molte altre. I due sono tecnici tv che, per una coincidenza, nemmeno troppo casuale, si ritrovano su una scena del delitto. Nell’appartamento nel quale avrebbero dovuto fare una riparazione trovano il cadavere del proprietario. Invece di chiamare la polizia e dire la verità, forti delle numerose serie tv poliziesche che guardano (soprattutto Salvo), decidono di nascondere le prove della loro presenza nell’appartamento e fare finta di niente. Ma naturalmente niente andrà come sperato e tantissimi legami e situazioni talmente ridicole da risultare quasi veritiere si intersecheranno tra di loro per dare vita a un “mafia-movie” davvero spassoso con continue sorprese e colpi di scena.

Questa la base per la prima stagione, terminata con un cliffhanger degno dei più memorabili titoli seriali. Ecco, quindi, che la seconda stagione era d’obbligo, anche per far tornare tutti i tasselli al proprio posto e dimostrare che, nonostante le stramberie, ciò che viene raccontato all’interno di “Incastrati” si avvicina in maniera spaventosa alla realtà.

E, come solo poche volte accade, ogni pezzo del grande puzzle della divertente serie va davvero al proprio posto in una sconcertante e attuale narrazione che raccoglie, tra citazioni e riferimenti, elementi da ogni angolo (cinematografico, televisivo, cronachistico e molto altro).

In primis c’è la Sicilia che, oltre a essere la terra natia dei due registi, sceneggiatori e interpreti protagonisti, è anche il luogo che permette loro di sbizzarrirsi offrendo panorami anche e soprattutto stereotipati e giocando proprio su questo. Conoscendo a menadito il territorio i due sguazzano letteralmente da un luogo all’altro, giocando tranquillamente in casa e scherzando e prendendosi anche ripetutamente in giro, consci di essere i primi a potersi prendere gioco di se stessi.

Al paesaggio, non solo visivo, della Sicilia, vanno aggiunti, come in una ricetta che ha bisogno di tutti i suoi ingredienti migliori, interpreti convincenti e mai sopra le righe, per quanto possibile trattandosi di una serie che gioca proprio sull’andare sopra le righe. Dai due mattatori Ficarra e Picone, l’uno la spalla perfetta dell’altro, con tempi comici giusti, battute argute e pungenti sempre nel momento in cui meno ci si aspetta, ai comprimari che vanno dalle “dolci metà” alle nuove aggiunte della seconda stagione, come il piccolo e arguto Robertino. Ma a non passare inosservati, soprattutto in una seconda stagione che rischiava di lasciarsi oscurare dall’originalità della prima, sono Tony Sperandeo nel ruolo di Cosa Inutile, braccio destro del “temibile” boss Padre Santissimo, che balbetta tutte le volte che si trova a dire una bugia, e Leo Gullotta, un procuratore Nicolosi da medaglia al valore che, con un monologo che è un chiaro e ben congegnato omaggio, riesce a far emozionare e anche commuovere. Cosa non di poco conto dal momento che si tratta di una serie comica.

Ma le lacrime di commozione tornano subito a mescolarsi con quelle di gioia e di divertimento e, insieme al mitico Sergione, unica e sola fonte attendibile di informazioni, lo spettatore si lascia abbracciare e cullare da 12 episodi in totale nella speranza che ciò che si vede sullo schermo possa essere visto anche sullo schermo della quotidianità. Da rewatch immediato! 


Veronica Ranocchi

lunedì, gennaio 16, 2023

THE PALE BLUE EYE - I DELITTI DI WEST POINT

The Pale Blue Eye – I delitti di West Point

di Scott Cooper

con Christian Bale, Harry Melling, Lucy Boynton

USA, 2022

genere: thriller, horror, giallo, poliziesco

durata: 128’

Alla sua terza collaborazione con Christian Bale, con The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point il regista Scott Cooper mette in scena un’indagine criminale ed esistenziale intorno a un mondo in bilico tra la vita e la morte. Buone le premesse, più discutibili gli esiti nonostante le ottime performance degli interpreti tra cui si distinguono i protagonisti Christian Bale e di Harry Melling nei panni di Edgard Allan Poe.

The Pale Blue Eyes è il nuovo film Netflix di Scott Cooper.

Quello di Scott Cooper è da sempre un cinema sottovalutato. Il giudizio nei suoi confronti non è mai cambiato anche quando alcuni suoi lungometraggi sono stati oggetto di interesse per le grandi interpretazioni degli attori che vi hanno preso parte. Se sono in molti a ricordare quella di Jeff Bridges, vincitore dell’Oscar come migliore interprete maschile nella parte del cantante alcolista di Crazy Heart, meno fortuna hanno avuto, anche presso gli addetti ai lavori, le performance di Christian Bale, a dir poco superlativo in ben due film di Cooper, Out of Furnace e soprattutto Hostiles, ignorate dall’Academy anche in sede di nomination.

Troppo violento e con un’ipotesi di redenzione non così forte da poter compiacere i gusti dell’establishment hollywoodiano, il cinema di Cooper ha il torto di perseguire una classicità che, soprattutto nell’austerità della forma e nell’invisibilità della regia, non riesce a fare breccia tra il pubblico più giovane, quello a cui non può rinunciare qualsiasi progetto con ambizioni commerciali. Da qui la consapevolezza di trovarsi di fronte a un autore al quale si può semmai imputare la mancanza di uno scatto in avanti, capace di far uscire i suoi personaggi dall’ombra di un esistenzialismo che concede poco o nulla al glamour da copertina.

Tormentati e in cerca di riscatto, gli uomini e le donne di Cooper trovano spesso nella vendetta il modo per mettere a tacere i propri demoni, pur sapendo che di lì a poco gli stessi torneranno a farsi vivi.

The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point non fa eccezione, risultando quasi una variazione su temi e personaggi già presenti nel connubio lavorativo di Cooper e Bale, se è vero che anche il detective August Landor si porta dietro una reclusione esistenziale e una dolenza di sguardo frutto di un passato a cui la rivalsa sul male – qui rappresentati dall’assassinio di alcuni cadetti di West Point (siamo nel 1830) e dall’indagine che porterà alla scoperta del colpevole – servirà solo in parte a lenirne le ferite. In realtà The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point fa segnare un passo in avanti nella filmografia del suo autore in un’ottica tutta contemporanea, assemblando generi (dall’horror al thriller, dal dramma in costume al poliziesco) e presentandosi come una sorta di crossover tra cinema e letteratura per la presenza di un giovane Edgard Allan Poe, ancora lontano dalle sue grandi produzioni letterarie, ma già sufficientemente melanconico per figurare come coprotagonista in un racconto gotico come quello messo in piedi da Cooper.

Poggiando la progressione del racconto sugli esiti dell’indagine e sul conflitto tra ragione e follia, The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point moltiplica i misteri e le sorprese, favorito da un plot in cui la logica è chiamata a confrontarsi con il diabolico e l’occulto. Nel farlo Cooper lavora soprattutto sulla messa in scena, amplificando la dimensione spettrale e la convivenza tra vita e morte (enunciata da Poe in fase di premessa) attraverso una fotografia a lume di candela, in cui il nero della notte è lo stesso degli interni, perennemente immersi in un’oscurità senza fine. A non tornare però è la qualità della scrittura e la precisione del meccanismo che, soprattutto nel genere in questione, avrebbe bisogno, almeno negli snodi decisivi, di arrivare alla svolta con prove probanti, laddove The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point rimane lasco nelle evidenze che tali non sono, provvisto com’è di deduzioni fuori campo di cui allo spettatore rimane solo l’esito finale. Laddove sarebbe chiamato ad affondare il colpo The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point resta sulla superficie dei fatti, riassunti con una serie di forzature il cui unico risultato è quello di far perdere potenza a un’idea di base che ben sviluppata poteva portare ad altri esisti.

Ciò detto The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point è un film che si guarda fino in fondo anche per merito delle interpretazioni di Bale e, nella parte del celebre scrittore, di un ottimo Harry Melling, bravi nell’assecondare l’idea di un’esplorazione esistenziale attorno ai rispettivi personaggi.

Dopo l’uscita tecnica in poche e selezionate sale, dal 6 gennaio The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point è visibile su Netflix.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

mercoledì, dicembre 28, 2022

GLASS ONION - KNIVES OUT

Glass Onion – Knives Out

di Rian Johnson

con Daniel Craig, Janelle Monáe, Edward Norton

USA, 2022

genere: giallo, commedia, poliziesco

durata: 140’

Rian Johnson torna a dirigere Daniel Craig nei panni del famigerato detective Benoit Blanc. Stavolta, rispetto al primo titolo “Cena con delitto” ci troviamo catapultati in una splendida, lussuosa e moderna isola sul mar Egeo che deve il suo nome, Glass Onion, alla struttura principale che ricorda proprio una grande cipolla di vetro.

Aspetto interessante è l’idea di svolgere il film nel 2020, in piena pandemia, anche se le caratteristiche di quel preciso periodo sono presenti solo nella primissima parte del film. Tutto ha inizio con un invito da parte dell’egocentrico multimiliardario Miles Bron. Questi ha organizzato una cena con delitto da svolgersi in un fine settimana insieme ai suoi migliori amici, tutti invitati: la politica Claire Debella; Lionel Toussaint, scienziato a capo della sezione ricerca e sviluppo di Alpha Industries; la stilista Birdie Jay; lo youtuber e twitcher Duke Cody. Insieme a loro partecipano anche Cassandra “Andy” Brand, ex-partner in affari di Miles; Peg, l’inseparabile assistente di Birdie, e Whiskey, fidanzata di Duke. Come in tutti i gialli che si rispettano, fin da subito si cominciano a nutrire sospetti nei confronti di ogni personaggio che sembra avere qualcosa da nascondere.

Giunta la sera, Miles, dopo aver introdotto la serata ai presenti e dopo aver mostrato loro la presenza dell’originale Monna Lisa, prestatagli dal Louvre in seguito a un corposo finanziamento, dà il via alla vera e propria cena con delitto che viene, però, risolta in un attimo dal detective Blanc che, grazie alle sue capacità investigative, decide di “rovinare” i piani del magnate di proposito perché teme che qualcuno degli ospiti voglia farlo fuori. Da quel momento tutto cambia poiché i programmi di Miles vanno a rotoli a causa della presenza del detective che comincia a indagare, soprattutto a seguito di una vera morte che avviene alla presenza di tutti gli invitati.

Puntando sia sul sempre riuscito cast corale sia sulla scia del successo del primo film Rian Johnson gioca le migliori carte a sua disposizione e confeziona un validissimo prodotto.

Tra indagini, colpi di scena continui ai quali ci ha abituati il regista, legami segreti tra i personaggi e tanto lusso sfrenato “Glass Onion” risulta un buonissimo secondo capitolo, anche se di fatto si tratta di una storia a sé stante.

Daniel Craig nei panni del detective Benoit Blanc vince e convince, come già aveva fatto con il primo film e richiama, per certi versi, il mitico e iconico Hercule Poirot di Agatha Christie, un po’ per i modi di fare, un po’ per le intuizioni, un po’ per la calma e il carisma che lo contraddistingue.

Ma non ci sono solo riferimenti alla regina del giallo. Commovente, a posteriori, la presenza, seppur minima, della compianta Angela Lansbury. Così come sono interessanti le tante citazioni presenti all’interno della storia e i richiami, né evidenti né invadenti, al primo capitolo.

Nuovamente un cast corale appositamente scelto che pesca tra grandi nomi del cinema a nomi più emergenti, ma venuti fuori grazie alla serialità, affiancati ad attori che, invece, hanno alle spalle un importante passato, ma sono rimasti comunque più nell’ombra. Una Janelle Monáe che buca letteralmente lo schermo, e non solo per la sua incredibile e semplice bellezza, ma per la sua capacità di imporsi come figura ambivalente. E poi nessun bisogno di presentazioni per gli altri interpreti capaci, però, di rendere, come probabilmente da direttive, i rispettivi personaggi antipatici al punto giusto, senza alcuna possibilità di redenzione.

E se nel primo capitolo la coprotagonista Ana de Armas era più dimessa, così come imposto dal ruolo, in questo secondo capitolo la Monáe arriva quasi a togliere dal piedistallo di intoccabile un Daniel Craig anche autoironico. Capace di intuizioni geniali e in grado di renderne la spiegazione ancora più magnifica, seduto sul trono, prima di “spade” nel primo capitolo e poi di vetro e di “metalli” nel secondo, Benoit Blanc è il detective con il quale nessun criminale “moderno” vorrebbe avere a che fare.


Veronica Ranocchi

martedì, dicembre 27, 2022

PINOCCHIO DI GUILLERMO DEL TORO

Pinocchio di Guillermo del Toro

di Guillermo del Toro

con Gregory Mann, Ewan McGregor, David Bradley

USA, Messico, 2022

genere: animazione, fantastico, avventura

durata: 121’

Sono stati tanti gli adattamenti nel corso del tempo del grande classico di Carlo Collodi con protagonista il piccolo bambino di legno creato dalle mani di Geppetto. Ognuno di essi ha provato, ogni volta, ad aggiungere elementi, a modificare alcuni tratti e a inserire la propria personale visione dei fatti, ma nessuno, fino a ora, aveva mai fatto l’operazione compiuta da Guillermo del Toro.

Il regista messicano ha realizzato quello che può essere considerato, al momento, il miglior adattamento del classico di Collodi.

Una visione personale di un classico della letteratura e del cinema che sembrava essere stato sviscerato completamente, ma che, invece, con la sapiente mano dell’autore del film premio Oscar “La forma dell’acqua” si trasforma quasi completamente.

Interamente realizzato con la tecnica della stop-motion, il film, a differenza degli altri adattamenti, è ambientato al tempo del fascismo.

La mano del regista plasma e conferisce una completa e nuova forma all’opera della quale mantiene intatto il nucleo principale. Con il tocco di Guillermo del Toro, Pinocchio diventa, a tutti gli effetti, una sua creatura, più dark e più inquietante, come quelle alle quali ci ha abituato il regista messicano.

Complici le musiche e le fantastiche ambientazioni, il Pinocchio di Guillermo del Toro è destinato, già dopo una prima visione, a diventare un grande classico, da vedere e rivedere per analizzare ogni singola scelta compiuta e ogni saggio e astuto stratagemma messo in atto.

La scelta di ambientare la storia in un’epoca come quella del fascismo dà modo a del Toro di utilizzare quel male per distruggerlo con astuzia e ingegno. Basti pensare, per esempio, alla presenza di Mussolini a uno degli spettacoli di marionette, ai quali prende parte anche Pinocchio, “costretto” a partecipare per salvare Geppetto, e al modo in cui viene “disegnato” il dittatore. Degna di nota anche la scelta di muovere, naturalmente, i vari burattini con dei fili, fatta eccezione per Pinocchio che, come gli altri, avrebbe dovuto avere bisogno di una “guida” per muoversi, ma che riesce autonomamente a emergere, andando anche contro la realtà che lo circonda e arrivando a criticare il fascismo e tutto ciò che ne consegue.

Ciò che emerge dall’opera di del Toro è, quindi, anche una critica sociale, a un momento buio della storia che va di pari passo con i personaggi. Ci sono, infatti, dei cambiamenti, delle variazioni e delle reinterpretazioni dell’opera di Collodi che il regista messicano fa proprie. Abituati alle sue opere nelle quali vita e morte sono costantemente presenti, seppur ogni volta con diverse modalità, anche nel “Pinocchio di Guillermo del Toro” notiamo questa commistione fin dall’inizio con la decisione di aggiungere la figura di Carlo, il vero figlio di Geppetto, purtroppo scomparso da giovanissimo. La sua presenza, seppur solo nei ricordi e nella memoria, è costante in tutta la narrazione.

Un film che, fin dal titolo, fa ben capire la direzione e l’intenzione. Non è più solo “Pinocchio” o il “Pinocchio” nato dalla penna di Collodi. Adesso è “Pinocchio di Guillermo del Toro”, una distinzione netta e decisa secondo il regista. E, visto l’apprezzamento generale, anche secondo il pubblico.


Veronica Ranocchi

lunedì, dicembre 12, 2022

MERCOLEDI'

Mercoledì

ideata da: Tim Burton, Alfred Gough, Miles Millar

con Jenna Ortega, Catherine Zeta Jones, Luis Guzman

USA, 2022

genere: commedia, horror, fantasy

durata: 8 episodi da 40-50 minuti

Uno dei personaggi, da sempre, più apprezzati dell’iconica famiglia Addams è sicuramente Mercoledì, la giovane primogenita di Morticia e Gomez che tanto ama il dolore e la sofferenza.

Un personaggio che, nonostante sia già stato protagonista, ha meritato un ulteriore palcoscenico per mostrarsi davvero a 360°. E lo ha fatto grazie a Tim Burton su Netflix.

Interpretata dalla bravissima e davvero talentuosa Jenna Ortega, Mercoledì è la protagonista assoluta degli 8 episodi che hanno tinto di nero la piattaforma di streaming, arrivando a oscurare anche personaggi iconici come quelli degli altri membri della famiglia, una su tutti la Morticia Addams di Catherine Zeta-Jones.

La storia messa in scena da Tim Burton vede Mercoledì costretta a frequentare la Nevermore Academy, stessa scuola dei genitori, a causa del comportamento fin troppo sopra le righe nei precedenti istituti. La scuola, all’interno della cittadina di Jericho, è rivolta soprattutto a coloro che vengono definiti “reietti”, cioè con poteri o facoltà fuori dall’ordinario (lupi mannari, gorgoni, sirene, vampiri e tanti altri). Qui Mercoledì si trova ad affrontare, oltre alle classiche dinamiche adolescenziali, anche dei misteri ben più grandi di lei. Grazie ad alcune visioni riesce a capire di essere coinvolta, direttamente o indirettamente, in un mistero che vuole a tutti i costi risolvere.

Nel corso degli episodi conosciamo alcuni dei protagonisti. Se i genitori di Mercoledì, insieme al fratello Pugsley e Lurch (qui solo in veste di autista), sono già noti, nella serie Netflix fa la sua comparsa, per esempio, l’eccentrico personaggio di Enid, colei che si può considerare a tutti gli effetti la perfetta nemesi di Mercoledì. Colorata, eccentrica, sorridente e costantemente piena di energia, Enid è un lupo mannaro, ma soprattutto l’unica che, nonostante tutto, può provare a scalfire la dura corazza di Mercoledì. Compagne di stanza, le due creeranno un legame particolare reso anche visivamente dalle potenti immagini che mostrano la camera nettamente divisa in due parti, dove colori, oggetti e azioni sono diametralmente contrapposte.

Accanto a Enid ci sono poi Xavier e Tyler, entrambi innamorati della protagonista, ma entrambi con dei segreti da nascondere. E poi ancora la rivale Bianca, l’austera preside e molti altri, tra insegnanti e studenti. All’appello non possono mancare lo zio Fester, presente solo in un episodio e che forse avrebbe meritato più spazio, visto e considerato il profondo legame tra lui e Mercoledì, ma soprattutto Mano, il vero protagonista della serie. Elemento indubbiamente più riuscito, Mano, nonostante possa contare solo su una mano, appunto, riesce a comunicare perfettamente e a esprimere emozioni e concetti non soltanto ai personaggi della serie, ma anche nei confronti del pubblico. Dulcis in fundo non si può non citare l’indovinata presenza di Christina Ricci, la Mercoledì Addams degli anni ’90 che, qui, torna a rapportarsi con il personaggio, ma con un aspetto e un ruolo diversi.

Una serie dove l’impronta di Tim Burton è ben presente, a partire dall’ambientazione fino alle fattezze del mostro. E se qualcuno ha storto il naso per il fatto che, in parte, si discosta dalla famiglia Addams originale, non si può non parlare di prodotto più che riuscito per questa “Mercoledì” rivisitata in chiave moderna.

È vero, probabilmente la vera Mercoledì Addams non sarebbe scesa a compromessi e, in alcune occasioni, non si sarebbe comportata come la ragazzina della serie Netflix, ma è apprezzabile la scelta di Tim Burton e del team di autori di modificare una parte della storia e virare verso una maggiore adesione all’epoca in cui è ambientata adesso. Ci sono comunque riferimenti al passato e all’ “originale” famiglia Addams disseminati ovunque nel corso degli episodi, per non parlare delle sempre affilate parole di Mercoledì. Parole che, pronunciate da Jenna Ortega, sono ancora più “pericolose” vista la serietà e l’attenzione che la giovane ha riservato al personaggio. Memorabile la scena del ballo, diventata già un must.

Insomma, nel complesso, una serie riuscita e convincente, in grado di attirare un gran numero di spettatori, sempre più variegato, e che sta battendo record su record in attesa della prossima, quasi scontata (e obbligatoria) stagione.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 14, 2022

THE GOOD NURSE

The Good Nurse

di Tobias lindholm

con Jessica Chastain, Eddie Redmayne

USA, 2022

genere: giallo, drammatico

durata: 121’

Sulla scia del clamoroso successo di Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, il film The Good Nurse di Tobias Lindholm torna sul “luogo del delitto” per restituire la figura del serial killer a una complessità spesso negata da un eccesso di commercializzazione. Con gli ottimi Jessica Chastain ed Eddie Redmayne protagonisti assoluti del film.

Nella piattaforma ammiraglia delle serie tv (Netflix) quello che pensavamo è già accaduto, con la filiera produttiva aperta alla possibilità che la progettualità cinematografica non sia più una questione relegata al suo universo d’elezione, quello in cui a dettare legge nelle scelte dei produttori è il responso della sala, ma che vi sia un meccanismo di influenza reciproca per cui la decisione di girare un determinato lungometraggio possa dipendere (anche) dal gusto di un pubblico abituato a confrontarsi in primis con una fruizione di tipo seriale. Tutto questo a testimonianza di un’osmosi, quella tra fiction televisiva e settima arte sempre più paritaria, non solo in termini estetici, ma anche di gusto. Ad alimentare questa ipotesi contribuisce la presenza su Netflix di un film come The Good Nurse, di Tobias Lindholm, messo in cartellone sulla scia del clamoroso successo di Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, miniserie capace di rilanciare l’interesse verso un filone, quello dedicato ai serial killer, banalizzato, come altri, dall’eccesso di commercializzazione.

The Good Nurse conferma la persistenza di un processo inverso in atto molto prima della messa in rete della storia sull’assassinio di Milwaukee. Pur avendo avuto dei prodromi sulla fine degli ottanta con il film di William Friedkin, Assassino senza colpa (diretto da William Friedkin), affossato dalle disavventure produttive, ma esemplare nello spostare l’attenzione su logiche sempre più attinenti alla sfera psicologica e a una dimensione del male slegata dalla messa in scena del delitto, il recupero della complessità connessa con la figura del killer seriale deve molto al lavoro di un esperto in materia del calibro di David Fincher. Parliamo di un regista capace di confezionare un “finto” blockbuster qual è Seven, in cui suspense e orrore sono il frutto di una serie di omissioni – quelle legate alla vista del modus operandi dell’assassino – (lezione di cui The Good Nurse fa tesoro) che operano in un contesto nel quale l’odore del male fuoriusciva dalla mancata spettacolarizzazione delle sue tragiche iniziative.

Una modalità ribadita da Fincher con ancora più forza in Mindhunter (altra serie targata Netflix) in cui il progressivo allontanamento dalla scena del crimine (in termini di fuori campo, ma anche di punto macchina) andava di pari passo con un racconto più psicologico che fattuale.

A quel tipo di atmosfere e soprattutto di cinema (perché anche Mindhunter lo è) si rifà The Good Nurse nella trasposizione per immagini del libro scritto dal giornalista Charles Graber, sulla base di circa sei anni di interviste relative alla vicenda di Charles Cullen (Eddie Redmayne), infermiere che nel corso dei sedici anni di lavoro ospedaliero si sarebbe macchiato della morte di circa quattrocento pazienti (le stime sono provvisorie e tutt’ora indimostrabili) inserendo sostanze tossiche all’interno delle sacche utilizzate per le flebo.

Rispettando i modelli di cui sopra e inserendo nella storia un contraltare femminile con le sembianze e il talento di Jessica Chastain, la “brava infermiera”, chiamata dalla polizia a collaborare con la giustizia per incastrare il collega, Lindholm trasforma il thriller in una sorta di racconto a due voci in cui il confronto tra bene e male diventa quello tra due umanità speculari, e soprattutto tra una coppia di attori da Oscar, capaci di andare contro se stessi e dunque in direzione contraria al tipo di recitazione mimetica e manierata che è valsa loro il plauso dell’Academy, facendosi parte integrante di un più ampio lavoro di sottrazione che interessa innanzitutto la messinscena dei personaggi, sottratti al dinamismo e alla sensibilità emozionale che appartiene alla rappresentazione del conflitto tra segni opposti.

Lindholm lavora nell’ombra (come di fatto avviene nella scelta di non illuminare la scena, lasciando spazio a recessi e assenza di luce) anche per quanto riguarda il racconto per immagini. Si pensi alle sequenze speculari che introducono i protagonisti, in cui la diversa empatia di Charles e Amy trova corrispondenza in inquadrature rivelatrici delle opposte psicologie. Quella con Redmayne in cui il paziente pur presente nella stanza rimane visivamente fuori campo, come a testimoniare il mancato legame tra medico e degente, e l’altra, di egual tenore ma di segno contrario, nella quale è impossibile inquadrare Amy senza fare la stessa cosa con le persone di cui si occupa nell’istituto ospedaliero in cui lavora.

Ed è proprio il progressivo uscire allo scoperto della storia e del suo oscuro protagonista che racconta il rapporto tra personaggi e inquadrature. Così accade quando lo spettatore e la protagonista disconoscono la vera natura di Charles, con una serie di campi e controcampi in cui i primi piani ravvicinati sono tutti ad appannaggio di Amy perché di lei conosciamo con esattezza le vicissitudini, mentre quelli del collega rimangono più distanti, spesso frutto di campi medi che, nell’allontanare il volto dell’assassino, e, dunque, nel complicare la possibilità di leggerne le emozioni che l’attraversano, affermano la mancata trasparenza e il carattere sfuggente del personaggio. Al contrario di quanto accade nella seconda parte, quando la maggiore conoscenza di fatti e identità si traduce in piani e primi piani (dei protagonisti) pressoché identici.

Jessica Chastain ed Eddie Redmayne ci mettono del loro per trasformare il glamour divistico in un anonimato gestuale e fisico che fa ancora di più risaltare l’eccezionalità del quotidiano in cui sono coinvolti i loro personaggi. A metà strada tra biopic e crime story, The Good Nurse rispetta la cosiddetta insondabilità del delitto (nella realtà Cullen non rivelò mai i motivi del suo operato), accusa il sistema sanitario (reo di tacere sul sospettato per evitare scandali) e si proclama fan di Hannah Arendt e della sua teoria sulla banalità del male.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, novembre 13, 2022

RAPINIAMO IL DUCE

Rapiniamo il duce

di Renato De Maria

con Pietro Castellitto, Matilda De Angelis, Tommaso Ragno

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 90’

Le sequenze iniziali ci dicono che cosa sarà del resto del film. “Rapiniamo il duce” gioca con la Storia rinunciando fin da subito ad analizzarla nei suoi risvolti più drammatici. La Seconda guerra mondiale e il regime fascista nella Milano del 1943, per quanto di lugubre memoria, sono da subito sgombrati degli aspetti più scabrosi per diventare materia da spettacolo. A dircelo è innanzitutto il movimento ad ampio respiro con cui la macchina da presa atterra sulla città in guerra dopo averla perlustrata dall’alto in basso con velocità sufficiente per farci apprezzare la grandeur scenografica cui Renato De Maria si affida per introdurre lo spettatore alla ricostruzione di quei terribili anni. Appena in tempo a presentarci il personaggio interpretato da Pietro Castellitto e a prendere il sopravvento è, manco a farlo apposta, il cinema, rappresentato dalla sala cinematografica nella quale poco dopo ritroviamo Isola e Yvonne, amanti e complici a capo dell’impresa impossibile con cui insieme a una squadra di simpatici lestofanti cercheranno di farla pagare al Duce e ai suoi accoliti derubandoli del tesoro frutto delle numerose confische belliche.

Mentre i due si confrontano sul da farsi, discutendo sulle possibilità di vivere felici facendo il colpo della vita che permetterà loro di sistemarsi lontano dall’Italia, sul grande schermo scorrono le immagini documentaristiche sul tipo di quelle prodotte dall’Istituto Luce in cui la minacciosa propaganda di Benito Mussolini si staglia su tutto e tutti con assoli e primi piani destinati però a restare confinati all’interno dello schermo. Il corpo del Duce non spaventa, messo com’è in secondo piano da questioni sentimentali e interessi mercantili e, al massimo, preso come prototipo per la messinscena farsesca con cui di lì a poco De Maria darà vita alla schiera di cattivi contro cui Isola e la sua squadra si dovranno confrontare per riuscire ad espugnare la cittadella in cui è depositata l’enorme ricchezza.

Insomma, in “Rapiniamo il duce” guerra e fascismo sono ingredienti da cinema, buoni per imbastire un'avventura sul tipo di quelle che in Italia si giravano negli anni 70, tempi in cui il cinema di genere americano veniva clonato con forme di cinema più consone all’umore nostrano. Così, accanto ai divi di turno, non solo Castellitto, che qui aspira ad esserlo nel suo primo ruolo da protagonista, ma anche Matilda De Angelis che in qualche modo già lo è, avendo recitato accanto a star come Nicole Kidman e Hugh Grant (“The Undoing - Le verità non dette”), troviamo un campione della risata come Maccio Capotonda - nella parte di uno sciroccato asso del volante -, chiamato a fare da contraltare con la sua verve comica e la sua simpatia alla maschera tragica del gerarca Filippo Timi cui il regista affida il compito di incarnare il ruolo del villain destinato, come nei blockbuster americani, a sostenere il peso drammaturgico dell’intero film. Affiancato dalla minacciosa dark lady interpretata da un'ottima Isabella Ferrari, per l’occasione impegnata in un personaggio a metà strada fra Crudelia De Mon e la Norma Desmond di “Viale del tramonto”.

Chiamato a scegliere tra heist movie e commedia d’azione, “Rapiniamo il duce” decide di stare nel mezzo moltiplicando le citazioni cinematografiche e soffermandosi più sulle caratterizzazioni dei personaggi che sui meccanismi narrativi relativi alla realizzazione del colpo su cui il film sembra quasi voler sorvolare.

Rispetto a un'operazione come “Freaks Out”, cui “Rapiniamo il duce” è accomunato per il rapporto con la Storia e per l'idea di sfidare sul piano della spettacolarità e della confezione i prodotti mainstream provenienti d’Oltreoceano (oltre che per la presenza in entrambi i film di Castellitto), il film di De Maria si accontenta di essere quello che è, un lungometraggio di puro intrattenimento sul modello frivolo e leggero imposto da Netflix, da sempre attento a normalizzare gli aspetti più complessi della sua offerta per non precludersi la possibilità di essere spendibile a una platea sempre più larga di spettatori.

Come autore De Maria non commette l’errore di sentirsi in colpa per non aver preso di petto gli orrori della guerra e dunque non fa lo sbaglio di appesantire lo spettacolo con richiami alla retorica antimilitarista. Il regista tira dritto per la sua strada e anzi, a scanso di equivoci, si premura di non essere frainteso facendo morire l’unico tra i personaggi coinvolto nella vicenda per ragioni di militanza e non per soldi. Destinato a saltare l’uscita in sala per presentarsi direttamente in piattaforma a partire dal 26 ottobre, “Rapiniamo il duce” è un film senza infamia e senza lode, adatto a soddisfare il suo pubblico di riferimento.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, luglio 29, 2022

THE GRAY MAN

The Gray Man

di Anthony Russo e Joe Russo

USA, 2022

genere: thriller, azione

durata: 122'

Reduci dagli esistenzialismi di Cherry – Innocenza perduta i fratelli Russo tornano sui propri passi confezionando un film, The Gray Man, che si rifà ai pregi e ai difetti dell’ultimo cinema blockbuster. Protagonista del film, Ryan Gosling vi figura anche in veste di brand dell’intera operazione. La recensione di The Gray Man.

Abituale nel cinema d’autore, è più difficile che il prologo di un film mainstream risulti in qualche modo indicativo del resto della storia. The Gray Man diretto Anthony e Joe Russo è l’eccezione che conferma la regola non tanto dal punto di vista dei contenuti, peraltro piuttosto scontati nel raccontare la caccia a un agente segreto Sierra Six, (interpretato da Ryan Gosling) che assomiglia a migliaia di altri già visti sullo schermo, quanto sul piano della forma. Votato a realizzare il massimo della spettacolarità contemporanea attraverso uno shock acustico visivo che non dà tregua allo spettatore della sala (dove il film è visibile prima dell’uscita su Netflix il 13 luglio), The Gray Man inizia in maniera emblematica, con il colloquio tra il protagonista e il suo reclutatore all’interno della prigione dove il primo sta scontando l’omicidio del genitore.

La scena è organizzata in maniera classica, con i due uomini seduti ai lati opposti del tavolo intenti a valutare i termini del patto che farà di Six un agente sotto copertura: l’immobilità espressiva dell’uno e dell’altro fatta apposta per sottolineare l’importanza di quel momento.

A far la differenza nel micro racconto appena illustrato è la scelta fotografica: in particolare la volontà di illuminare la scena quanto basta per lasciare i volti degli attori in una penombra che comunque non impedisce la restituzione della loro fisiognomica.

Se la soluzione formale di cui abbiamo detto è il modo scelto dai fratelli Russo per alludere al titolo del film, ovvero a quella zona grigia in cui si muove l’agente segreto protagonista della storia, ancora più significativo è il fatto che nella scena seguente, collocata 18 anni dopo, il volto di Gosling non sia per nulla invecchiato, apparendo altrettanto giovane come lo era stato nella sequenza precedente. Nel giro di qualche minuto The Gray Man svela così le proprie carte, e cioè quelle di rinunciare da lì in poi a qualsiasi tipo di verosimiglianza, venendo meno in certi frangenti persino alla coerenza interna del suo universo a favore di un’esplosione sensoriale il cui unico scopo è quello di non far pensare lo spettatore. Così facendo i presunti difetti diventano minuzie all’interno di un mondo in cui a contare è solo la cinetica dei corpi, con la frammentazione spazio temporale e la convulsione delle immagini volte ad aumentare la percezione del ritmo irrefrenabile imposto alla narrazione.

A essere travolto dalla iperbolica costruzione della messinscena non è solo lo spettatore, ma anche ciò che resta delle interpretazioni attoriali, qui completamente svuotate di qualsiasi significato che non appartenga alle possibilità del corpo di adattarsi (anche grazie al sapiente uso degli effetti digitali) alla frenesia del girato e a una durata, dilatata al massimo delle possibilità per prolungare l’agone dei singoli combattimenti. Parlare di corpi invece che di persone è in questo caso non un vezzo critico, ma la realtà dei fatti (fumi, velocità d’azione e tipologia d’illuminazione concorrono a una vera e propria rarefazione dell’elemento umano), perché di Ryan Gosling in questo caso interessa quasi esclusivamente l’immaginario iconico (forgiato in maniera decisiva da Blade Runner 2049) e molto meno il talento d’attore. Alla stessa stregua è l’impiego della costar Chris Evans su cui però si riversa la curiosità dei fan, desiderosi – almeno loro – di vedere come se la cava l’attore americano nell’inusuale ruolo di Villain.

Conosciuti per aver diretto alcuni dei più celebrati blockbuster della Marvel i fratelli Russo, reduci da Cherry – Innocenza perduta ritornano sui loro passi lasciando perdere romanzo di formazione e tormenti giovanili per lasciarsi andare nell’ennesima corsa cinematografica in cui azione e ipertrofia motoria sono privilegiate alla ragione delle idee. Di sicuro per lo spettatore c’è il fatto di tagliare il traguardo assieme a loro. Più incerto è invece il piacere della partecipazione.


Carlo Cerofolini

(Recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

venerdì, luglio 08, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 2

Stranger Things 4 volume 2

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

La decisione dei fratelli Duffer di dividere il quarto capitolo della loro grande serie di successo in due parti, ha sicuramente contribuito a creare suspense e suscitare ancora più interesse nei numerosi fan di ogni età. Una curiosità che è stata ben ricompensata con quella che tutti considerano, a ragione, la miglior stagione, dopo la prima.

Chi non ha ancora visto la prima parte della quarta stagione potrebbe incappare in qualche spoiler proseguendo la lettura.

Con il volume 1 abbiamo lasciato i nostri giovani e giovanissimi eroi divisi in gruppi, con ognuno di questi intenzionato a eliminare il nemico comune ed eventualmente ricongiungersi.

Da una parte il nutrito e divertente gruppo formato dai “grandi” Steve, Nancy, Robin, il fuggitivo e nuovo pupillo del pubblico, Eddie e i più giovani Dustin, Lucas, Max ed Erica e dall’altra Mike e Will alla disperata ricerca di Undici, insieme a Jonathan e al suo amico Argyle. Il tutto mentre Joyce e Murray vogliono scoprire la verità su Hopper che sembra essere ancora vivo.

Al centro degli ultimi due episodi c’è, quindi, non solo la speranza di riuscire a eliminare il “cattivo” di turno, ma anche e soprattutto il tentativo di ricongiungersi.

Il piano messo in moto da ogni singolo gruppo è, come nella migliore delle tradizioni, pensato e realizzato in modo che ognuno contribuisca ad aiutare l’altro.

Parallelamente alla linea centrale, continuano a evolversi anche le evoluzioni di alcuni dei personaggi e determinate storyline prendono pieghe ben precise.

Il temibilissimo Vecna è il nemico giurato dei protagonisti che, lottando con le unghie e con i denti, provano a fare il possibile per rallentare la sua avanzata. Ma la lotta è condita con vari ingredienti, tra cui amicizia e amore, ma anche fiducia e coraggio. Se da una parte si consolidano vecchie e nuove amicizie, dall’altra parte fa capolino anche l’amore. Tra storie (forse) mai finite e amori (quasi) impossibili, i fratelli Duffer realizzano un vero e proprio gioiellino con questa quarta, sudatissima stagione.

Come già avuto modo di vedere e capire nel volume 1, la vera protagonista indiscussa dell’intera stagione è la musica, una musica che è un personaggio aggiunto del gruppo, in grado di agire, manifestarsi e creare delle dinamiche. Salva e distrugge, racchiudendo in sé almeno un elemento di ognuno dei personaggi. E grazie al grande successo sono tornate alla ribalta hit degli anni ’80 che, nel giro di pochissimi giorni, hanno conquistato anche il pubblico dei giovanissimi.

Come avvenuto per il volume 1, anche in questa seconda parte ciò che non convince appieno è proprio la divisione in gruppi, quasi “fazioni” che, solo inconsapevolmente, agiscono per il bene comune, ma che non riuscendo mai a comunicare direttamente, creano situazioni che avrebbero potuto avere molto più potenziale se “impiegate” insieme.

Non solo musiche e suoni, ma anche immagini e colori di un’incredibile potenza descrivono l’atmosfera più che straordinaria degna di uno dei prodotti di maggiore successo della piattaforma Netflix.

Una seconda parte all’altezza della prima che non ha tradito le aspettative e che non fa che alimentare interrogativi in vista della prossima super attesa quinta stagione per la quale ci auguriamo di non dover aspettare anni e anni.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 31, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 1

Stranger Things

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

L’avevano anticipato: “la stagione 4 sarà la più dark”. E così è stato. Il volume 1, che corrisponde alla prima parte, della quarta stagione della serie di successo Netflix “Stranger Things” è effettivamente molto più dark, a tinte scure, tendenti all’horror.

Se tutto era iniziato con una prima stagione adatta a grandi e piccoli, riecheggiando gli anni ’80, con riferimenti, più o meno marcati, a grandi cult dell’epoca, i nuovissimi episodi, disponibili su Netflix sembrano continuare in quella direzione, ma con qualche cambiamento.

Ritroviamo naturalmente gli stessi protagonisti, (molto) cresciuti, che continuano comunque ad avere a che fare con creature strane, come dalla prima stagione.

La differenza sostanziale è nella “divisione” che viene operata: i registi hanno deciso, infatti, di optare per una separazione dei personaggi. Ognuno è coinvolto in un luogo e in un momento diverso. Ed ecco che si creano diversi gruppi e diverse dinamiche. Da una parte abbiamo la protagonista indiscussa, Undici, interpretata dalla talentuosissima Millie Bobby Brown, che deve cercare di riacquistare, oltre ai suoi poteri, anche la fiducia in sé stessa, vittima di bullismo a scuola, “dimenticata” da molti e rimasta orfana dopo la presunta morte di Hopper, che, invece, nei minuti finali della stagione precedente viene mostrato vivo. È, infatti, sopravvissuto e si trova in una sorta di carcere in Alaska, alle dipendenze del presunto governo russo. Qui tenta, con alcuni aiuti non del tutto riusciti, a fuggire. Tra gli aiuti in questione ci sono quelli di Joyce, la madre per eccellenza della serie tv, e il divertente Murray, mai da prendere veramente sul serio. Riusciranno i tre a sopravvivere alle gelide temperature e a superare gli ostacoli che si pareranno loro di fronte?

Ma i gruppi non sono finiti. Ce n’è uno formato da colui dal quale tutto è iniziato, Will, il famigerato bambino scomparso a Hawkins e costretto a vivere per un certo periodo nel Sottosopra. In questa prima parte della stagione Will è in California insieme all’amico del cuore Mike, al fratello Jonathan e a un amico, new entry della stagione. Lontano da loro, a Hawkins, c’è il resto della “comitiva”. Il fulcro principale di questa quarta stagione e probabilmente il gruppo meglio assortito e più riuscito. Dustin, Lucas, Max, Steve, Robin, Nancy, la piccola Erica e la super apprezzata new entry Eddie cercheranno in tutti i modi di conoscere qualcosa di più sul nuovo mostro della stagione, il temibile Vecna che si nutre dei turbamenti delle persone per ucciderli in maniera macabra e disgustosa.

I Duffer Brothers continuano a non deludere e portare sulla piattaforma un prodotto di notevole qualità, forse di durata superiore alle aspettative, ma che comunque ha la capacità di incollare allo schermo lo spettatore. Non c’è mai un attimo di tregua, non si può mai stare tranquilli perché il nemico è sempre dietro l’angolo e pronto ad attaccare. Chiunque. Anche i propri beniamini, perché nessuno è immune al potere del male. Un episodio più “contorto” dell’altro dove le linee da seguire sono molteplici, ma tutte portano allo stesso risultato e alle stesse domande.

Da rivedere probabilmente la scelta, non del tutto efficace e condivisibile, di dividere i protagonisti, dando uno spazio maggiore ad alcuni a discapito di altri che avrebbero potuto sicuramente dire di più. Ma c’è sempre una seconda parte pronta a sorprendere il pubblico e a smentire quanto appena affermato.

A funzionare molto bene sono le scelte stilistiche e di sceneggiatura con l’inserimento di dialoghi pungenti e divertenti, sempre al momento giusto. E con una caratterizzazione interessante di ogni personaggio, anche di quelli che apparentemente sembrano essere più marginali. Ognuno ha un passato e ognuno ha qualcosa da raccontare. Solo il tempo dirà quando e come. Dalle vecchie conoscenze alle nuove, alcune già nel cuore dei fan, ogni personaggio risulta credibile e con spessore. Anche (e soprattutto) i cattivi. E ogni tassello riesce sempre a congiungersi con un altro, in maniera perfetta. Un cliffhanger finale degno dei migliori maestri sta facendo sudare freddo chiunque, in attesa del 2 luglio quando (forse) arriveranno alcune risposte con gli ultimi due episodi di questa stagione.


Veronica Ranocchi

giovedì, gennaio 27, 2022

IL POTERE DEL CANE

Il potere del cane

di Jane Campion

con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee

Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, 2021

genere: drammatico, western, thriller

durata: 126’

Vincitore del leone d’argento alla miglior regia alla Mostra del cinema di Venezia e ben tre Golden Globes, tra cui anche quello di miglior film drammatico. Sono questi, per il momento, i premi che è riuscito a portare a casa “Il potere del cane”, il film di Jane Campion, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage.

Un western, disponibile su Netflix, che, nonostante faccia riferimento a un romanzo del 1967, è più attuale di quanto possa sembrare, portando sullo schermo tematiche, personaggi e situazioni che, oltre a essere contemporanei, strizzano l’occhio ad altri titoli della settima arte.

Sarebbe, però, riduttivo definire “Il potere del cane” solo come un film western. Il film di Jane Campion è, infatti, anche altro. Un film d’amore e un thriller.

La storia è ambientata nel 1925 in Montana e vede protagonisti i due fratelli Phil e George Burbank, ricchi proprietari di un ranch. La loro, apparentemente monotona, vita cambia nel momento in cui George si innamora della vedova locandiera Rose Gordon. La donna ha un figlio, Peter, che la aiuta nella locanda e che viene subito preso di mira da Phil, urtato dagli interessi, a detta sua, troppo femminili del giovane.

Quando Rose e George decidono di sposarsi all’insaputa di Phil, questi si trova costretto a convivere con la donna e, durante l’estate, anche con Peter che torna al ranch per le vacanze dal college nel quale studia medicina e chirurgia. Con questi, dopo un primo momento, inizia a instaurare un rapporto, ma non tutto è come sembra e le “sorprese” sono sempre in agguato.

Il film della Campion, più che una storia con degli eventi che si susseguono, cerca di raccontare la storia dei vari personaggi. Seppur non tutti pienamente tratteggiati, la regista si sofferma sull’evoluzione e sul cambiamento, reale o presunto, dei quattro personaggi centrali. Nonostante Kirsten Dunst e Jesse Plemons siano una coppia anche nella vita reale, e non solo davanti alla macchina da presa della Campion, non riescono a fare emergere quella chimica necessaria per far apprezzare completamente i loro personaggi e far scaturire l’intrinseca bontà degli stessi. A salire alla ribalta sono indubbiamente Benedict Cumberbatch, nel complesso e tormentato ruolo di Phil, alle prese con un’accettazione di sé, del mondo e degli altri, e Kodi Smit-McPhee, interprete di Peter, non a caso vincitore del Golden Globe come miglior attore non protagonista.

La voce narrante e il vero protagonista della storia è Peter, anche se rimane nascosto al pubblico, alla narrazione e agli altri personaggi per gran parte del lungometraggio. Ma è proprio questo suo agire nell’ombra che ha ripercussioni sulla storia e sulle scelte dei personaggi.

A tutto questo va aggiunta una regia impeccabile che, accompagnata da una maestosa fotografia con campi lunghi che mostrano lande desolate e associano gli spazi alle tribolazioni dei personaggi, fa da cornice a una storia che poteva dire ancora di più. Se il comparto tecnico raggiunge praticamente un livello di perfezione (apprezzabile ancora di più sul grande schermo), non si può dire altrettanto di una sceneggiatura che, forse complice la scelta di dare più risalto ad alcuni aspetti, non colpisce visibilmente. Tralasciando qualche intuizione e qualche apparente colpo di scena, “Il potere del cane” non ha il guizzo che ci si potrebbe aspettare da un film del genere.

Forse a differenza del film di Ang Lee, “I segreti di Brokeback Mountain”, quello della Campion ha la possibilità di sfruttare l’elemento del thriller e dell’indagine, non solo psicologica, che coinvolge sia lo spettatore che i personaggi stessi. E che funziona, con richiami al vero e proprio western, anche se in chiave diversa: un esempio, a tal proposito, è la sfida a suon di musica tra Phil e Rose. La sfida, elemento e momento onnipresente nel genere, è qui mostrato in una chiave diversa, ma pur sempre reale.

Insomma un film indubbiamente pronto a dire la sua anche alle prossime kermesse.


Veronica Ranocchi

sabato, agosto 21, 2021

BECKETT

Beckett

di Ferdinando Cito Filomarino

con John David Washington, Alicia Vikander, Vicky Krieps

Italia, Brasile, 2021

genere: thriller

durata: 108’

Solo contro tutto e tutti. Ecco cos’è “Beckett”. Il film di Ferdinando Cito Filomarino disponibile su Netflix e con protagonista John David Washington.

La storia è apparentemente semplice. Washington è Beckett, un giovane americano in vacanza con la fidanzata April in Grecia. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi fino a un incidente in auto: Beckett, per la troppa stanchezza, si addormenta alla guida; l’auto nella quale si trovano lui e la fidanzata precipita e quest’ultima perde la vita. Lui, invece, sopravvive. Da quel momento nulla sarà più come prima. L’uomo si troverà a fuggire da chiunque, civili e non, alla disperata ricerca dell’ambasciata americana.

Quella davanti alla quale lo spettatore si trova guardando “Beckett” è una vera e propria caccia all’uomo. Il protagonista è completamente solo e abbandonato a sé stesso, non può contare su nessuno e non può fidarsi di nessuno. Inizialmente cerca di trovare supporto e conforto, ma capisce subito che non può né fidarsi né essere aiutato perché chiunque gli si avvicini per prestargli soccorso è destinato a subire importanti e gravi ripercussioni.

A mescolarsi nella storia, oltre allo smarrimento di Beckett (e con lui anche dello spettatore) ci sono varie tematiche. Quello che nasce come “semplice” thriller è in realtà qualcosa di più. Accanto alle (dis)avventure del protagonista si vanno a mescolare questioni politiche, sociali e tanto altro che Filomarino cerca di condensare in quasi due ore.

Ciò che colpisce, però, in primo luogo, è l’asetticità che, invece di essere un punto a sfavore, è un qualcosa di positivo. Beckett è un uomo qualunque che, come sottolineato anche nel film stesso, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Accanto a lui niente, nel senso che il luogo nel quale si ritrova è la Grecia, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo. L’unico elemento che caratterizza il posto è il fatto che quasi nessuno parla inglese. È questa l’unica discriminante che fa comprendere l’estraneità del luogo. E come è estraneo per Beckett lo è anche per chi guarda il film. Anche lo spettatore non comprende quello che sta succedendo, sia perché accade tutto all’improvviso senza il minimo preavviso o sospetto sia perché, come il protagonista, anche noi siamo nella stessa posizione: non conosciamo il luogo né la lingua. Un bel tentativo, quindi, per immedesimarsi nel personaggio al centro del film, anche se, naturalmente, portato all’estremizzazione. Pensare al percorso rocambolesco di Beckett può, per certi versi, far storcere il naso, ma, per certi altri, strizza l’occhio a tanti titoli che lo hanno preceduto e dai quali trae ispirazione.

Un film moderno, ma d’altri tempi. O un film d’altri tempi, ma moderno? Sicuramente un lavoro che pone lo spettatore di fronte a vari interrogativi e a cercare di mettere insieme alcune situazioni al limite dell’assurdo che non rendono poi troppo credibile la vicenda. Accanto a questi dubbi, e a fare da contraltare agli elementi positivi del film, c’è anche una recitazione di John David Washington talvolta sopra le righe che in alcuni frangenti fa empatizzare immediatamente, mentre in altri fa storcere il naso.

Sicuramente un film che tiene incollati allo schermo (uno grande possibilmente) e che porta anche a riflessioni più grandi di quelle che effettivamente sono. Nascoste tra le righe, a volte nemmeno troppo, le domande e le tematiche portate avanti da Filomarino sono tante e meriterebbero un approfondimento a parte.


Veronica Ranocchi