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venerdì, settembre 11, 2026

L'ESTRANEA

L'estranea

di Paolo Strippoli

Italia, 2026

genere: horror, drammatico

durata: 115'

con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano

L’horror italiano ha probabilmente trovato una nuova autorevole firma in Paolo Strippoli che con il suo nuovo lungometraggio, L’estranea, si conferma un regista con i fiocchi. Il film, presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2026, è uno dei cinque titoli italiani in concorso e uno di quelli che farà più parlare di sé. Un horror più psicologico che fisico, ma in grado di tenere incollati davanti allo schermo per tutta la sua durata.

Siamo a Roma in una giornata di pioggia intensa (elemento ricorrente nei film di Strippoli) quando un’invecchiata Jasmine Trinca si reca a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) con un trolley in mano per raccontarle la vera storia della famiglia. Una storia fatta di intrecci e misteri, di sospetti e di paure, tenuta insieme da quello che si potrebbe definire un patto col diavolo. Il nastro del racconto di riavvolge e ci riporta indietro nel tempo, dal 2026 al 1999, quando Anna (Jasmine Trinca) e Walter (Adriano Giannini) decidono di comprare un cane ai figli Alice e Tobia. Da lì un tragico incidente mette a dura prova la tempra di Anna che, ritrovandosi a tu per tu con un’estranea, decide di instaurare con quest’ultima un patto per sopravvivere. Una concatenazione di eventi la porteranno però a dubitare della scelta e ad avere una costante paura che qualcosa possa ritorcersi contro.

Come una spirale, elemento ridondante nel film di Strippoli (dal formicaio alla liquirizia, passando anche per la tshirt di Tobia), il film si (ri)avvolge su se stesso tra continui salti in avanti e indietro nel tempo. Facendo leva sulla divisione in capitoli che ci permette di conoscere uno a uno tutti i membri della famiglia (la figlia, il figlio, il padre, la madre), il regista ci mostra un loop apparentemente destinato a non infrangersi mai.

Al silenzio e alla mancanza di comunicazione tra i personaggi si contrappongono rumori forti, molesti e continui nelle situazioni più disperate. La pioggia incessante di Roma si fa sempre più acuta, arrivando addirittura a rompere alcuni vetri e a inondare le strade perché è un diluvio che non si può fermare, sinonimo di qualcosa di più di un semplice evento meteorologico (e ne è una chiara dimostrazione il fatto che continui ininterrottamente a invadere l’abitazione di Alice provenendo da ogni luogo e andando in ogni direzione, come un mostro senza controllo).

Oltre a un evidente problema di comunicazione, c’è anche una grande paura che attanaglia la famiglia felice protagonista del film: l’apparenza. La paura di non risultare perfetti, sempre credibili e impeccabili, è ciò che fa incappare Anna nella spirale dei problemi. L’apparenza è ciò che conta: Alice selezionata per una pubblicità e Tobia in perfetta forma fisica e pronto a diventare un grande calciatore sono solo i primi due esempi di una storia che ci fa riflettere sul presente molto più di quanto possa sembrare. Si tratta di una paura costante che ormai si sta radicando nella società e che Strippoli con il suo L’estranea estremizza all’ennesima potenza, con ritmo, suspense e furbizia. Tra citazioni e richiami, dei quali il suo cinema è pieno, il regista si fa portavoce di un messaggio potente, incarnato in parte dalla sua pioggia e in parte dal sistema a spirale che nasce dall’estranea (una Valeria Bruni Tedeschi inquietante, magnetica e pazza) nella quale si imbatte Anna.

E non è un caso che il primo incontro avvenga proprio in una chiesa che, come il filo rosso del destino, collega L’estranea a La valle dei sorrisi dove il climax massimo avveniva proprio all’interno di un luogo sacro. Un luogo che qui perde quella valenza per limitarsi a essere un luogo di accoglienza, nel quale tutto è concesso, anche un patto col diavolo.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 10, 2026

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

Il fuoco che ti porti dentro

di Edoardo De Angelis

Italia, 2026

genere: drammatico, commedia

durata: 94'

con Vanessa Scalera, Lino Musella, Elena Radonicich

Dopo Comandante che aveva aperto la Mostra del cinema nel 2023, Edoardo De Angelis torna in concorso a Venezia con la sua nuova opera: Il fuoco che ti porti dentro, basato sull’omonimo romanzo di Antonio Franchini.

Il fulcro del film che potrebbe essere al tempo stesso anche il riassunto è Angela. Angela è una donna napoletana ingombrante, madre di tre figli, la più piccola che non le parla più, la mezzana che non viene mai presa in considerazione e il primogenito con il quale ha un rapporto di odio-amore. La Vigilia di Natale e la preparazione della cena e del pranzo del giorno dopo diventano un pretesto per cercare di rimettere insieme una famiglia, come si direbbe oggi, disfunzionale, alla quale si aggiungono la nuora, milanese e molto chic, i due figli, il genero buddhista e un ospite inatteso, senza dimenticare un povero cappone destinato a finire sulla tavola dei commensali.

La lunga preparazione dà vita a un vortice di emozioni, sensazioni, pensieri, anche reconditi, che nessuno ha davvero mai avuto il coraggio di tirare fuori.

Più che da un libro, per l’impostazione, la struttura e la direzione scelta da Edoardo De Angelis, si potrebbe pensare che Il fuoco che ti porti dentro nasca e derivi da una pièce teatrale, con un unico spazio e tante, tantissime maschere.

Come il povero cappone rincorso costantemente ogni volta da una persona diversa, anche noi spettatori vaghiamo in questa casa, a volte troppo stretta, cercando una via di fuga, cercando aria, cercando di riprendere fiato per evitare di annaspare come tutti i presenti.

Fin dall’inizio, infatti, capiamo di essere di fronte a una storia che si concentra sui personaggi e sulle loro azioni perché la macchina da presa insiste sui primi piani e, in modo concitato, rincorre continuamente chiunque debba parlare, Angela su tutti. La prima cosa alla quale assistiamo è una litigata, ancora dai toni pacati, tra Angela (una Vanessa Scalera che alla sua prima presenza a Venezia rischia di portarsi a casa un premo prestigioso per la performance incredibile alla quale dà vita) e il figlio Antonio (Lino Musella). E da quella litigata, in realtà, non ci stacchiamo mai perché la regia di De Angelis insiste proprio su questo voler andare a fondo nell’animo di ognuno dei personaggi che vediamo sullo schermo. Personaggi che sono in realtà persone, molto più autentiche di quello che si possa pensare. Angela esagera ed è sempre pronta a far esasperare, oltrepassando i limiti e dicendo sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato, ma è molto vicina a noi.

Come una calamita la macchina da presa del regista non si discosta mai troppo dal personaggio catalizzatore dell’intera storia. Non c’è solo tra Angela e Antonio un rapporto di odio e amore, ma anche tra lo spettatore e i personaggi che, in parte, fanno di tutti per essere detestati e detestabili, ma alla fine dei conti sono fragili, come i pezzi di vetro che li colpiscono, chi più chi meno.

Al di là delle divertenti battute e del continuo scontro onnipresente tra nord e sud, il vortice nel quale vengono risucchiati i personaggi de Il fuoco che ti porti dentro è qualcosa che difficilmente trova una spiegazione razionale. Può sfociare in sfuriate, anche esagerate e aggressive, in malinconia, in un uso del dialetto al momento giusto (come per fissare meglio un concetto), ma alla fine quel fuoco è qualcosa di intrinseco in ognuno di noi. Non è Angela con il suo carattere più che esuberante, con la sua mania di protagonismo e con il suo egoismo a essere il fuoco, ma lo siamo tutti. A poco vale la presenza di un ospite inatteso che, in quanto esterno alla famiglia, può cercare di riportare un equilibrio perché non riuscirà mai nell’intento di frenare qualcosa che non si può spegnere.

Una musica assordante e continua accompagna le poche ore in cui si svolge il film, una musica che si ferma solo in alcuni frangenti determinanti e che ci dà un piccolo respiro, come quello che compie Antonio aprendo la finestra per prendere aria. E accanto alla musica il cibo come elemento fondante, in quantità esorbitanti, inquadrato in modo famelico, vorace, avido come se si dovesse preparare un pasto per dei mostri. Una tavola imbandita, ma senza convitati.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 08, 2026

SERPENTI

Serpenti

di Roberto De Paolis

Italia, 2026

genere: commedia

durata: 93'

con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto

La situazione politica italiana è grave… ma non è seria.

Così si apre Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis scritto dai fratelli D’Innocenzo, black comedy che contesta la situazione burocratica (e non solo) italiana con leggerezza e tante risate.

La domanda è: si può ridere del dramma quotidiano che ormai accompagna le nostre vite? Se lo si fa in maniera intelligente andando a toccare i punti centrali e portandoli al paradossale allora la risposta è sì.

Ed è proprio questo quello che fanno i D’Innocenzo nella scrittura, arguta, furba ed efficace, ma anche De Paolis nella direzione del film.

Tutto inizia con il campo lungo di Paolo Marra. Di fronte alla macchina da presa l’uomo ha appena ammesso di aver ucciso la moglie. Deciso a costituirsi (un Leonardo Lidi molto nella parte, perfetto nel mescolare disperazione e senso di colpa) al più vicino comando della polizia Paolo scopre che nessuno sembra prendere seriamente in considerazione la sua confessione.

Dal piantone intento a cercare la nuova cover per il cellulare all’agente col mal di testa a grappolo, passando per un avvocato farlocco e una cartomante, Paolo si spazientisce e non si capacita di tutto ciò che accade intorno a lui. Nessuno sembra davvero capire la gravità della situazione. E lui si trova costretto a oltrepassare il limite per venire almeno considerato.

Da qui la domanda che sorge spontanea è: Paolo è carnefice o vittima? È carnefice perché ha commesso un delitto, ma è anche vittima di un sistema che lo sta logorando non dandogli la giusta attenzione. È proprio da questo che nasce e si dipana la satira arguta di Serpenti, un modo sicuramente efficace per poter portare sullo schermo una tematica drammatica, ma resa in chiave comica.

Paolo perde completamente la bussola della ragione, ma si è anche smarrito fisicamente, rimanendo ingabbiato in ambienti a tratti labirintici, a tratti claustrofobici che lo deridono a loro volta. I lungi corridoi del comando della polizia richiamano il celebre gioco Snake che compare nei titoli di testa, ma in parallelo c’è il labirinto delle scale che gli fa perdere la cognizione dello spazio (e anche del tempo).

Ad alimentare tutta questa sensazione ci pensano i personaggi che il protagonista incontra sul suo cammino. Dal poliziotto interpretato alla perfezione da Alessandro Borghi che, tra accento ancora più marcatamente romano e menefreghismo, comincia a far venire i primi dubbi a Paolo, fino all’avvocato (un magistrale Pietro Castellitto) che solo per pochi secondi sembra essere uno dei pochi personaggi lucidi, ma che poi si perde nei discorsi facendo credere all’omicida di essere dalla parte della ragione e inventandosi di sana pianta una storia alternativa in grado di giustificarlo. Un parterre di personaggi paradossali e al limite dell’assurdo che, però, funzionano alla perfezione per rendere concreta l’idea di un meccanismo che ha evidentemente delle lacune, qui portate all’eccesso.


Veronica Ranocchi

mercoledì, febbraio 18, 2026

MARTY SUPREME

Marty Supreme

di Josh Safdie

con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion

USA, 2025

genere: sportivo, commedia, drammatico

durata: 150'

Tra archetipi e mitologie Marty Supreme di Josh Safdie declina il cinema d’autore secondo il concetto di esperienza sensoriale tipica del prodotti blockbuster. In un ruolo scomodo Timothée Chalamet dimostra di essere un attore bravo e versatile.

Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures Marty Supreme ha ricevuto 9 nomination all’Oscar tra cui quella per la miglior regia e il migliore attore.

Mantenendo il marchio di fabbrica dei film precedenti – cosa che il fratello Benny non ha fatto – Josh Safdie si serve dell’acustica e del movimento per immergere lo spettatore in un’esperienza sensoriale simile a quella del cinema blockbuster. Cinetico, assordante e con un unico punto di riferimento quello del viaggio in Giappone, Marty Supreme è ossessivo e imprevedibile come il carattere del suo protagonista. Se Marty è avanti rispetto al proprio tempo così lo è la colonna sonora nel raccontare i cinquanta newyorkesi con musiche degli anni ottanta.

Seppur alle prese con una filmografia ancora giovane e dunque troppo acerba per fornire informazione definitive non c’è dubbio che il cinema di Josh Safdie ha già manifestato le proprie tendenze. Amato dal pubblico dei festival ma sconosciuto alla maggioranza degli spettatori Josh Safdie è in questi giorni al centro dell’attenzione per aver diretto un film di successo popolare come Marty Supreme, campione di incassi negli Stati Uniti con un incasso che al momento ha raggiunto i novanta milioni di incasso, diventando il lungometraggio più redditizio della A24, casa di produzione specializzata nella realizzazione di film indipendenti.

Per il suo primo film da solista Josh Safdie conferma il copyright dei lavori precedenti. Non sfugge infatti l’impostazione narrativa condivisa con Good Time e soprattutto Diamanti Grezzi, costruita su una “grande ossessione”, nel caso specifico quella del protagonista per il ping pong, capace di innescare una sarabanda metropolitana in cui il nostro si muove con una frenesia pari alla sfacciata resilienza che gli permette ogni volta di sopravvivere agli agguati di una realtà avversa. In particolare non sfugge la somiglianza tra Marty Reisman e l’Howard Ratner di Uncut Gems, a cominciare dalla condivisione del modello ispiratore, quello dell’ebreo errante (in una New York archetipo del mondo), che i due incarnano alla perfezione, destinati come sono a vagare senza sosta ne riposo per le strade newyorkesi. Analogie che persistono anche sul piano della personalità sovrapponibile nel suo essere disposta a tutto, anche a rinnegare sé stessa, pur di rilanciare la corsa al sogno proibito come pure nella capacità (irrisa, come vuole l’archetipo dello schlemiel) di vedere cose che gli altri non vedono, con la previsione di Marty a proposito del successo del tennistavolo sul mercato americano pareggiata dalla scommessa sportiva che rende milionario il personaggio interpretato da Adam Sandler.

Marty Supreme fa sua la lezione del cinema classico americano e del pragmatismo che ne contraddistingue la forma, facendo dell’azione – e che azione – lo strumento per risalire alla psicologia dei personaggi. Ma c’è di più, perché lungi dall’essere semplice scelta stilistica il parossismo con cui la mdp riprende la furibonda rincorsa di Marty così come la miriade di ostacoli che gli si presentano di fronte diventano la proiezione del paesaggio interiore del personaggio, facendo dell’eterogeneità dei tipi umani e dei loro diversi accadimenti la cartina di tornasole delle contraddizioni che albergano nel protagonista.

La stessa funzione è assegnata da Safdie alla colonna sonora e in particolare al sound design, chiamato a sottolineare i cambiamenti d’umore e gli stati d’animo del personaggio. Esemplare in tale ottica è la dialettica tra rumore e silenzio. Fragoroso in corrispondenza della fase più tormentata della vicenda il frastuono lascia spazio al silenzio in maniera inaspettata, quando nel finale la vista del figlio appena nato sembra segnare il punto di svolta nella vicenda esistenziale di Marty, quello capace di mettere a tacere una volta per tutte i fantasmi che gli danno il tormento. Salvo ripresentarli fuori tempo massimo, allorché sullo schermo nero che fa da sfondo ai titoli di coda a montare è il pianto dei neonati; un frastuono destinato a riportare Marty al punto di partenza, riaffermando, semmai ce ne fosse bisogno, la maledizione dei personaggi creati da Josh Safdie, costretti all’esilio da un insopprimibile irrequietezza.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, maggio 25, 2025

PATERNAL LEAVE

Paternal Leave

di Alissa Jung

con Luca Marinelli, Juli Grabenhenrich, Arturo Gabbriellini

Germania, Italia, 2025

genere: drammatico

durata: 113’

Sembra quasi che il cinema ultimamente sia particolarmente interessato al rapporto padre – figlia, a come esso nasce e come si sviluppa ed evolve, soprattutto in situazioni quasi estreme che, però, fungono da metafora di una quotidianità forse, a tratti, distante.

L’ennesimo esempio di ciò lo si trova in Paternal Leave, esordio alla regia di una promettente Alissa Jung, che, lasciando da parte qualsiasi orpello o distrazione, pone l’attenzione solo e soltanto su un padre e una figlia che si incontrano (per volontà di quest’ultima) per la prima volta e hanno la possibilità di conoscersi (forse) trascorrendo del tempo insieme. Non si sa nulla di loro, né all’inizio né alla fine, si scopre chi sono attraverso il loro conoscersi che va oltre le domande di rito che si possono fare a un primo fondamentale incontro. Perché tutto nasce dalla voglia di Leona, chiamata da tutti Leo (l’esordiente Juli Grabenhenrich, eccellente nel rendere veri e vivi i sentimenti di una quindicenne che non ha mai conosciuto il genitore), di andare a cercare un padre (Luca Marinelli, sempre credibilissimo) del quale si ipotizza sia venuta a sapere dalla madre, probabilmente all’inizio o in seguito a un litigio. La giovane scappa, quindi, dalla Germania, dove vive con la madre (che non vediamo mai) per arrivare in Italia, seguendo un video online del padre che insegna surf. Partita con un unico scopo in mente e senza dire nulla alla madre sembra quasi assurdo che si imbatta con estrema facilità in Paolo, il padre appunto. Ma è forse questo l’elemento vincente di una storia che non fa mai dubitare e che non si sofferma su veridicità o possibilità, ma invita a riflettere solo e soltanto su due persone e sul loro rapporto.

Non è un caso infatti che la telecamera indugi, per esempio, molto sui dialoghi tra i due senza mai riempirli di elementi che potrebbero distrarre. C’è sempre silenzio con loro in campo, contornato da un luogo quasi anonimo e disabitato.

Credo tutti abbiano bisogno di una famiglia.

Può essere considerato una sorta di mantra in un film come Paternal Leave nel quale anche tutte le altre relazioni presentate riportano comunque a quella tra padre e figlia/figlio. Basti pensare al legame che si crea tra Leo ed Edoardo (gli Sherlock e Watson del luogo) che fondano la loro amicizia sul rapporto conflittuale che entrambi hanno con il padre, seppure per ragioni diverse. Questo potrebbe servire alla Jung per introdurre altre tematiche che, però, lascia in superficie per concentrarsi solo sul legame Leo-Paolo. Un legame che è specchio di quello tra Paolo e la piccola Emilia, sorellastra di Leo, con la quale la ragazzina sembra trovarsi subito in sintonia, influenzata anche dal comportamento del padre ben lontano da quello di un genitore modello.

In un continuo rincorrersi che fa dei personaggi di Paternal Leave dei girovaghi senza meta, nessuno escluso, non ci sono riferimenti o richiami a un tempo e uno spazio. C’è solo la grande volontà di mettere al centro un sentimento che, se non sviluppato in una certa direzione, può prendere il sopravvento sulla vita di chiunque, non solo dei diretti interessati.

E sono tanti gli spunti di riflessione di questo dramma a metà strada col romanzo di formazione (quasi più per il padre che per la giovanissima, già ben determinata e sicura di sé). Ostacoli continui sembrano frapporsi tra Leo e tutte le persone con le quali vuole provare a far nascere un legame che non sia solo di semplice amicizia. Se con Edoardo non ci sono problematiche di nessun tipo, è ben diverso ciò che accede con Paolo o con Emilia, nonostante due situazioni all’opposto. Con Paolo c’è sempre un imprevisto, un incidente, un problema. Con Emilia c’è sempre un muro, fisico o metaforico, che si frappone fra le due.

Con un Luca Marinelli più dimesso del solito a causa del personaggio, ma all’altezza di un’incredibile esordiente come Juli Grabenhenrich che non si risparmia mai e dà vita a un’interpretazione ricca di emozione e carica di pathos, Paternal Leave sale un gradino in più rispetto ai numerosi titoli che, anche nel cinema più recente, hanno trattato il medesimo argomento.


Veronica Ranocchi

giovedì, febbraio 27, 2025

IL SEME DEL FICO SACRO

Il seme del fico sacro

di Mohammad Rasoulof

con Misagh Zare, Soheila Golestani, Mahsa Rostami, Setareh Maleki

Iran, Germania, Francia, 2024

genere: drammatico

durata: 168’

Indubbiamente attuale nella sua potenza e potente nella sua attualità. Il seme del fico sacro, ultima fatica del regista Mohammad Rasoulof, realizzato senza il benestare del governo iraniano, arriva nelle sale per cercare di insidiare gli altri candidati alla corsa al miglior film internazionale agli imminenti Oscar.

Fin da subito carico di tensione, il lungometraggio, seguendo una famiglia composta da padre, madre e due figlie adolescenti, ha fin da subito il compito non semplice di far comprendere allo spettatore la situazione attuale nella quale versa l’Iran.

Subito dopo la definizione necessaria a comprendere la potenza del film, che spiega cosa sia il fico sacro e come cresca stritolando chi lo circonda, la prima immagine è quella di sette proiettili che vengono posti su un tavolo, a indicare la ferocia e la crudeltà alla quale assisteremo in quanto spettatori inermi. Anche la mano subito a seguire, appartenente al protagonista a noi ancora sconosciuto, che, non fidandosi, utilizza una propria penna per firmare, sembra essere il presagio di quello che si svilupperà nel corso della vicenda.

            La famiglia deve sempre rimanere la vostra priorità.

Sottolinea, quasi ossessivamente, la madre alle figlie che sembrano voler uscire dai binari ben delimitati dello Stato e della dottrina di quest’ultimo.

Perché al centro della storia c’è Iman e la sua famiglia. Lui, apparentemente un uomo comune, ha da poco ottenuto un’importante promozione a lavoro: adesso è un giudice istruttore presso il tribunale rivoluzionario di Teheran nel momento in cui questa istituzione si trova costretta a respingere una pesante ondata di proteste popolari, soprattutto a seguito della morte di Mahsa Amini (ed è qui che realtà e finzione vanno a congiungersi). Ad aspettare Iman a casa ci sono le due figlie, Rezvan e Sana, entrambe studentesse e sostenitrici delle proteste, e la moglie Najmeh, che, invece, cerca di fungere da trait d’union tra le due fazioni. L’apparente equilibrio casalingo viene, però, irrimediabilmente distrutto nel momento in cui la pistola d’ordinanza di Iman, concessagli, così come a tutti gli altri giudici istruttori, per difendersi in caso di problemi, scompare.

Un percorso lineare quello che porta Iman a trasformarsi completamente da vittima a carnefice di un sistema che sta troppo stretto a tutti. Percorso che lo porta a omologarsi a una società rotta dall’interno trasformandolo nell’ennesima marionetta esemplificata dai cartonati che occupano il corridoio del tribunale nel quale si reca tutti i giorni. Inizialmente delle piccole ombre che si intravedono nel buio di un percorso a ostacoli che lo porterà a compiere scelte tutt’altro che semplici, poi le stesse si trasformano in statue imponenti, quasi con sembianze umane, che lo catturano all’interno di una realtà nella quale si ribaltano tutte le certezze.

            Tu non lo saprai mai. Ci sei dentro, ci credi troppo.

Le parole delle giovani, eppure ben più consapevoli, Rezvan e Sana, suonano come rimproveri agli occhi dei genitori, ma sono la fotografia reale e perfetta di un paese (e un uomo) in balia di se stesso. Completamente assuefatto dal nuovo incarico, Iman non riesce più a distinguere la realtà dalla finzione, il giusto dallo sbagliato. Se all’inizio prova a interrogarsi e mettersi nei panni di persone che, con una sua semplice firma, sono condannati a morte, col passare del tempo tutto diventa normale, un meccanismo automatico e automatizzato che non gli permette più di aprire gli occhi e vedere realmente quello che lo circonda (situazione che verrà messa in pratica concretamente a discapito delle reali vittime del sistema). Convincendosi di vivere nel giusto e che le proteste siano nate da episodi assurdi, cerca di ricreare ciò che gli viene imposto a lavoro all’interno della propria casa e della propria famiglia, mettendo a dura prova sia le figlie che, col tempo, anche la moglie. Diventano, infatti, inutili i tentativi di quest’ultima di arginare le sue manie e di cercare sempre un compromesso tra il marito e le figlie. Comportandosi, apparentemente, allo stesso modo con entrambe le parti, Najmeh cerca di mantenere un equilibrio, reso cinematograficamente in maniera efficace da due scene diametralmente opposte, ma raffigurate come se fossero identiche perché la sua volontà in quei momenti sembra essere la medesima: quando si prende cura della giovane amica di Rezvan, colpita e ferita gravemente al volto durante delle proteste in università, e quando taglia i capelli e fa la barba al marito. Entrambi sfocati, entrambi senza parole, ma con la musica come accompagnamento ed entrambi con la figura della madre di famiglia come unica possibilità di trovare un compromesso tra il bene e il male.

Allo stesso modo ci sono tanti altri parallelismi, dalla cecità metaforica del padre a quella reale di alcuni personaggi (l’amica sfregiata, ma anche le altre protagoniste costrette a un interrogatorio crudele e violento nel suo silenzio e nella sua modalità), dalla pistola, simbolo di costrizione e motivo scatenante di dissapori e disaccordi, che fa da contraltare a una libertà tanto agognata e bramata da poter essere solo sfiorata, come lo smalto sulle unghie o il sogno dei capelli azzurri.

Con un’ultima parte molto più concitata e a tinte quasi da thriller, Il seme del fico sacro si trasforma completamente e diventa esso stesso un mezzo per lottare. Perché è vero che la vittima si trasforma in carnefice e ci mostra il lato negativo di un’esistenza votata a una certa causa, ma lo stesso carnefice si ritrova ingabbiato in qualcosa di più grande di lui. Non è un caso che Rasoulof inquadri quasi sempre Iman attraverso degli ostacoli posti tra lui e il pubblico, siano essi sbarre, vetri, finestrini o altro ancora, a differenza delle figlie che, seppur circoscritte all’interno delle mura di casa, private dei contatti con l’esterno, ridotti a delle comunicazioni telegrafiche tramite social media, sono molto più libere e centrali, tanto da riuscire a sostenere a distanza le proteste del paese.

Una grande matrioska destinata, forse, a rimpicciolirsi (e stringersi) sempre di più.


Veronica Ranocchi 

domenica, gennaio 19, 2025

OH, CANADA - I TRADIMENTI

Oh, Canada - I tradimenti

di Paul Schrader

con Richard Gere, Uma Thurman, Jacob Elordi

USA, 2024

genere: drammatico

durata: 91’

Una storia che raccoglie più storie al suo interno. Il nuovo film di Paul Schrader, Oh Canada, sembra dirci proprio questo grazie anche a due protagonisti che si alternano per dar vita allo stesso personaggio.

Come da sempre ci ha abituati, lo sceneggiatore, tra i tanti, di Taxi Driver, impregna la sua opera di dialoghi che iniziano fin dalla prima scena nella quale vediamo già la fine della storia, spiegata e anticipata da una voce fuoricampo che continua poi ad accompagnarci per tutto il tempo del film.

La storia è apparentemente molto semplice: Leonard Fife (interpretato da un Richard Gere a tratti invecchiatissimo, sul letto di morte, a tratti molto più giovane, ma anche da Jacob Elordi per la sua versione da adolescente e giovane adulto) è un ex documentarista che viene invitato a raccontare la propria vita e le proprie esperienze lavorative e non davanti a una troupe di giovani che vogliono documentare il modus operandi di quello che loro definiscono un modello da seguire. L’unico obbligo che l’uomo impone è quello di avere sempre accanto la moglie Emma (Uma Thurman) come se si trattasse di una confessione.

    Ne ho fatto una carriera tirando fuori la libertà agli altri.

Con questa frase Leonard tenta di dare un senso ai suoi ricordi confusi, offuscati, talvolta falsi o errati. Perché molto spesso quello che vediamo noi spettatori, insieme alla moglie e agli intervistatori, è qualcosa di non ben definito. L’intento di Schrader è quello di raccontare un passato vissuto, ma anche un passato sperato e bramato, provando a plasmare ciò che è stato. Arrivato a un’età tale da non consentire voli iperbolici nel futuro, quello che resta, al regista e al suo personaggio, è ancorarsi a un passato denso di accadimenti e trasformarlo in qualcosa di diverso. Quello che ci troviamo di fronte, quindi, è una ricostruzione non del tutto autentica, che mescola realtà e finzione e che, quindi, porta a confondere non solo il pubblico, ma anche lo stesso Leonard che non riesce nemmeno a confutare la tesi della moglie o degli altri.

    Quando non hai più un futuro ti resta solo il passato.

In realtà la confusione che aleggia durante tutta la narrazione, sia quella del presente, sia la ricostruzione del passato, è una confusione dettata dal fatto che tutto quello che vediamo, sentiamo o ascoltiamo non è quello che sembra. Perché Leonard sceglie di fuggire oltre il confine canadese per evitare la leva negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam? C’è forse qualcosa che non ha mai raccontato, né alla moglie, né a nessun altro e che, in qualche modo, ha voluto tenere nascosto anche a sé?

Al di là della (ri)costruzione della sua vita passata, a essere assente in Oh, Canada è anche un legame diretto tra i due interpreti di Leonard Fife. Da una parte abbiamo Richard Gere e dall’altra Jacob Elordi. Se il primo è l’uomo che cerca di tenere le redini dei suoi ricordi e delle sue avventure, il secondo è quello che li interpreta, giusti o sbagliati che siano. E si tratta di due fisicità e di due approcci alla vita e al mondo molto diversi e anche distanti. Probabilmente scelti proprio per differenziare la visione che lo stesso Leonard ha della vita, o almeno della visione che vuole avere di tutto ciò che lo circonda (non a caso, infatti, in alcune sequenze Schrader opta per una versione cinquantenne di Richard Gere senza chiamare in causa il giovane Elordi).

Schrader fa un’operazione che ha, quasi, il sapore di un saluto con un film dentro il film e tutto ciò che ne deriva. Anche perché tutto inizia proprio con la preparazione della location e della videocamera che andrà a immortalare l’ultima intervista del regista. Tutto in maniera pulita, con ogni gesto accompagnato dalla musica e dai titoli di testa fino al primo potente primo piano del protagonista, come a volerlo incorniciare al centro della scena, a prescindere da tutto e da tutti. È di lui che si parlerà, è lui che parlerà, è lui che sarà il filo conduttore della narrazione, sia essa a colori o in bianco e nero. È lui che dovrà mettersi a nudo davanti allo schermo, raccontando e raccontandosi.

Se anche Leonard, come tanti personaggi del regista sceneggiatore, nasconde malessere e contraddizioni, il suo corrispettivo diventa il film stesso, Oh, Canada, che gli permette di dimostrare, ancora una volta, come il cinema sia in realtà uno strumento ambiguo, soggettivo e spesso privo di una verità assoluta e universale.


Veronica Ranocchi

lunedì, gennaio 06, 2025

BLITZ

Blitz

di Steve McQueen

con Saoirse Ronan, Elliott Heffernan, Harris Dickinson

USA, UK 2024

genere: guerra, drammatico

durata: 120’

Preceduto da "Occupied City" il nuovo film di Steve McQueen sembra nascere come reazione al penultimo lavoro del regista inglese. Ambientato nella Londra del 1940, quella messa a ferro e fuoco dai bombardamenti della famigerata Luftwaffe, l'aviazione militare tedesca che tanto contribuì alla riuscita della cosiddetta "guerra lampo", "Blitz" (almeno all'inizio) non si perde in chiacchiere portandoci nell'inferno di fuoco causato dall'azione dei bombardieri nemici non prima di aver contestualizzato il periodo storico con una veloce didascalia che oltre a fissare il periodo dei fatti si prende briga di spiegare allo spettatore il significato etimologico della parola scelta per dare il titolo al film.

La volontà del qui e ora con cui McQueen decide di romanzare la Storia, ricostruendola con la dovizia di particolari tipica dei film in costume, sembra quasi volersi vendicare della priorità del fuoricampo di "Occupied City" in cui la Amsterdam occupata dall'esercito nazista veniva rievocata per interposta persona, senza ricorrere ai materiali d'archivio e con le immagini della città dei nostri giorni volte a suggerire una continuità dei fatti di ieri con quelli di oggi.

Pur rimanendo fedele all'idea di un cinema capace di mettere in discussione la Storia ufficiale, rileggendola dal punto di vista degli umiliati e offesi, il regista inglese decide di rinunciare al proprio côté artistico e, dunque, alla capacità della componente visiva di farsi carico di ciò di cui non si può parlare per gettarsi a capofitto in un racconto di guerra realizzato in modo da corrispondere nella maniera più fedele possibile al modo di pensare e di guardare il mondo di personaggi vissuti quasi un secolo fa.

Per farlo McQueen rinuncia alla metafisica del racconto che era stata il punto di forza di war movie come "Dunkirk" e "1917" (pensiamo al rovesciamento operato da Christopher Nolan che fa della guerra il personaggio principale del suo film e a Sam Mendes, capace di rileggere il primo conflitto mondiale alla luce della bellicistica contemporanea, immaginando le azioni delle artiglierie nemiche con un impatto simile a quello delle nuove tecnologie impiegate sui campi di battaglia contemporanei) a favore di una messinscena che esaurisce sé stessa nella saturazione dell'elemento visivo e dialogico.

Al contrario di altre volte McQueen crede così poco alla possibilità d'astrazione dello strumento cinematografico da sentire il bisogno di puntellare ogni fotogramma con un'overdose di informazioni che finiscono per togliere ai personaggi la propria autonomia.

Un'evidenza che risalta soprattutto nel pensiero che sta dietro alla costruzione narrativa, poggiata su un percorso ad ostacoli - simile a quello dei videogame - dove il ritorno a casa del piccolo George (fuggito dalla campagna in cui la madre l'ha spedito per evitargli i rischi dei bombardamenti nemici) diventa occasione per inanellare una moltitudine di "sfortunati eventi" raccontati come si farebbe in una serie, con le tappe del viaggio scandite da altrettanti racconti autoconclusivi.

Steve McQueen adotta dunque un modello popolare in linea con le premesse del progetto a cui però viene a mancare la durata necessaria per un'efficace resa drammaturgica. Costretto a condensare la vicenda in meno di due ore la progressione di "Blitz" è tutta esteriore, legata a una ripetizione dei fatti che non riesce a essere accompagnata da un adeguato sviluppo psicologico dei personaggi qui ridotti a pedine nelle mani di un demiurgo esterno.

Abituato a raccontare personaggi fuori dagli schemi, McQueen non si smentisce neanche in questa occasione perché tutti i protagonisti, nessuno escluso, portano sulla propria pelle le stimmate di una diversità che nei film del regista inglese sono da sempre motore della storia. A differenza di altri lavori, però, in "Blitz" tutto è destinato a rimanere in superficie come spunto per tratteggiare un racconto tanto edificante quanto enfatico (per l'insistenza con cui il regista continua a frapporre ostacoli tra George e la sua meta) in cui all'autore sembra interessare più che altro il sottotesto razziale e autobiografico (il bambino è figlio dell'amore tra Saoirse Ronan e un ragazzo nero), in cui la visione progressista del mondo è destinata a trionfare non prima di aver fatto i conti con una sfilza incredibile di soprusi e discriminazioni. In questo senso poco possono fare in termini di emozioni la pur brava Ronan e, in un ruolo che sarebbe piaciuto a Charles Dickens, il giovanissimo Heliot Heffernan; per non dire di Paul Weller tornato sul grande schermo per interpretare un personaggio che si perde lungo il percorso della storia. La decisione da parte di Apple di farlo uscire direttamente in piattaforma potrebbe essere anche la conseguenza di una riflessione sulla debolezza del film.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

domenica, gennaio 05, 2025

DIAMANTI

Diamanti

di Ferzan Ozpetek

con Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Vanessa Scalera

Italia, 2024

genere: drammatico, commedia

durata: 135’

Gli elementi ricorrenti del cinema di Ozpetek ci sono: c’è il cast corale, c’è la grande tavolata, ci sono i volti che hanno lavorato con il regista negli anni. Ma, oltre a questo, ci sono anche delle novità e delle differenze che, se inizialmente sembrano dare una nuova luce, con l’andare avanti della storia si perdono nelle innumerevoli strade che Diamanti sembra voler percorrere.

Un escamotage di metacinema è quello che sceglie il regista turco ormai italianizzato per far addentrare lo spettatore all’interno della sua nuova perla. Un pranzo insieme a tutte le sue attrici (e un paio di attori) è il modo migliore per Ferzan Ozpetek per introdurre sia loro che noi a una storia che trasuda cinema da tutti i pori, ma che, come un bel vestito pomposo, rischia anche, talvolta, di perdersi.

Da un pranzo insieme con una tavola imbandita il regista inizia a spiegare ai presenti il suo prossimo film, cominciando ad assegnare i primi ruoli e fornendo i vari copioni. Improvvisamente veniamo trasportati negli anni ’70, all’interno di una sartoria che si occupa prevalentemente di costumi per teatro e cinema. A capo della sartoria in questione ci sono due sorelle, Alberta e Gabriella Canova (Luisa Ranieri e Jasmine Trinca), per le quali lavora un nutrito gruppo di donne. Tra chi si occupa di tingere le stoffe a chi le taglia, passando per chi le cuce e crea i modelli, tutte sono dedite alla propria occupazione, entusiaste e felici di lavorare insieme per progetti di prestigio. Se, però, possono contare l’una sull’altra sull’ambiente di lavoro, non possono fare lo stesso a casa dove ognuna sembra avere delle problematiche importanti. In questo senso anche i colori, sgargianti, luminosi e quasi magici, all’interno della sartoria, si incupiscono e scuriscono nel momento in cui ognuna di loro varca la soglia della propria abitazione. Tra chi deve fronteggiare problemi economici, a chi ha (o ha avuto) problemi con i figli, passando per chi ha a che fare con la violenza fisica, ogni donna diventa sola e fragile.

Un parterre di grandi attrici che si susseguono sullo schermo per dare vita a un abito, metafora del cinema stesso, dove ogni elemento diventa fondamentale per la buona riuscita del prodotto finale. Diventano necessarie le mani di ognuna delle protagoniste perché, come insegna Alberta all’inizio non esiste un io, esiste un noi. Eliminando anche un solo elemento il risultato finale non sarà mai lo stesso di quello pensato. Bianca Vega (la costumista premio Oscar interpretata da una Vanessa Scalera in stato di grazia) si (af)fida a queste donne che riescono, meglio di chiunque altro, a interpretare i suoi sogni, incarnati da dei bozzetti di costumi per un esigentissimo regista (Stefano Accorsi). Loro sono le uniche in grado di riuscire in un’impresa del genere perché, come i diamanti che andranno (metaforicamente e non) a comporre il maestoso abito finale, sono unite e sanno di poter contare l’una sull’altra. Ma sono anche diamanti intesi come qualcosa di prezioso, resistente e durevole al pari dello spirito femminile.

Al di là di mostrare situazioni purtroppo ancora attuali di disagio e difficoltà, le richieste da parte di alcune di loro (Paolina-Anna Ferzetti ed Eleonora-Lunetta Savino) di nascondere beni preziosi vanno oltre la semplice amicizia. Quella delle sorelle Canova è una sartoria basata sulla fiducia di tutte le donne che, volenterose, hanno deciso di lavorarci e dare anima e cuore al loro mestiere.

Se al centro ci sono le donne e la loro visione del mondo, Ozpetek ritaglia un piccolo spazio anche per alcuni uomini, rovesciando, però, i tradizionali cliché che li vedono in situazioni opposte a quelle mostrate dal film.

    Noi siamo collegate alle stelle, per quello sentiamo tutto.

Potrebbe essere la massima che riassume un film corale, dove, però, ogni personaggio è in grado di delinearsi perfettamente e concretamente, senza prevaricare su nessuno, ma mostrandosi completamente. Rappresentate e incarnate anche dai colori degli abiti che indossano (nella sartoria tutte uguali, ma fuori ognuna con il proprio eccentrico stile) le donne di questo film riescono a essere i perfetti pezzi di un puzzle il cui risultato finale è l’essenza stessa del cinema, come tenta di spiegare il regista con le sue apparizioni saltuarie e la sua conclusione, però non del tutto perfetta.


Veronica Ranocchi

sabato, gennaio 04, 2025

KRAVEN - IL CACCIATORE

Kraven – Il cacciatore

di J.C. Chandor

con Alessandro Nivola, Ariana DeBose, Russell Crowe, Aaron Taylor-Johnson

USA, 2024

genere: azione, sci-fi

durata: 127’

Sarebbe facile parlar male di un film come "Kraven - Il cacciatore", alla pari di altri usciti per conto della Sony, destinato a deludere le attese dei fan. Detto che ciclicamente generi e formati cinematografici, come succede a prodotti e forme d'arte, sono destinati ad attraversare alti e bassi non c'è dubbio che i film di Supereroi, dopo il clamoroso successo della trilogia degli Avengers, - culminata con il trionfo al botteghino di "Avenger: Endgame"-, stiano attraversando un momento di stanca, innanzitutto creativa, laddove la volontà di architettare una cesura tra il prima e il dopo, rappresentato dall'ultimo film dei Vendicatori, dando il via a un vero e proprio restyling di storie, attori e personaggi, non ha ancora dato i frutti sperati, tant'è che la "Casa delle idee" è tornata all'usato mettendo in cantiere un nuovo lungometraggio dedicato al super gruppo.

In acque peggiori versa la Sony i cui film - eccezion fatta per la trilogia di "Venom" - dedicati ai villain dell'Uomo Ragno hanno fatto di tutto per tenere i fedelissimi del genere lontani dalle sale. In tale contesto lo slittamento dell'uscita nelle sale di "Kraven - Il cacciatore", ultimo lungometraggio della casa di produzione giapponese rinviato di un anno rispetto alla data prevista non era stato certo un buon segno.

Certo è che film di J.C. Chandor ("Margin Call", "1981: Indagine a New York") si affidava a credenziali produttive già note non solo nella scelta di un regista/autore capace di bilanciare con uno sguardo "indipendente" la presenza dei cliché necessari alla riconoscibilità del format, ma anche a quella di coinvolgere nel progetto - come già successo in passato con Antony Hopkins, Michael Douglas, Harrison Ford e questa volta con Russell Crowe - icone cinematografiche incaricate di trasmettere al film un'appeal trasversale in grado di intercettare anche un pubblico più adulto. Al contrario, a interpretare il personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko nel lontano 1964 era stato chiamato Aaron Taylor Johnson ancora in cerca del ruolo della vita e qui chiamato a dare vita all'eccezionalità di un personaggio costretto dopo il suicidio della madre a fare i conti con un padre padrone (Crowe) che vorrebbe crescerlo a sua immagine e somiglianza e con il fratello più piccolo che per tale ragione ne patisce carisma e personalità.

Questo per dire di come "Kraven - Il cacciatore" avesse almeno in premessa l'intenzione di volare alto facendo dei legami di sangue e del dissidio tra padri e figli una specie di tragedia shakespeariana in cui l'azione doveva essere conseguenza di quei conflitti. Cosa che così non è perché a venire meno all'intento è proprio la personalità tormentata dei personaggi, troppo poco elaborata per creare una vera drammaturgia, e con la figura del diavolo, incarnata da un Russel Crowe ai "minimi termini", ridotta a comparsa quando invece avrebbe dovuto essere - anche nel fuori campo - il fantasma che aleggia sulla storia. In questo modo la differenza tra bene e male e l'abitudine del protagonista a oscillare tra i due antipodi diventa nella messinscena un fattore secondario (sebbene nel finale il fratello di Kraven ne ribadisca l'importanza), relegato a intermezzo narrativo tra una scena d'azione e l'altra.

Chiamato a raccontare l'adesione dell'uomo al suo alter ego e dunque, alla visione di un mondo diviso tra predatori e prede, la caccia di Kraven nel film di Chandor non riesce mai ad essere epica né a diventare avventura, anche per quanto riguarda gli effetti speciali, qui utilizzati in maniera tutt'altro che smagliante. Nati con la prerogativa di essere un'esperienza da consumare necessariamente in sala, i film Marvel di ultimissima generazione si sono trasformati in prodotti di stampo televisivo proprio per la mancanza di quell'immersione sensoriale che anche nelle regie più anonime - e quella di Chandor lo è - era in grado di dare senso al costo del biglietto. In questa ottica l'ennesimo tonfo al botteghino (uscito l'11 dicembre "Kraven - Il cacciatore" dopo una settimana non ha ancora superato gli 800 mila euro di incasso rispecchiando i risultati del box office americano) dopo quelli di "Morbius" e "Madame Web" potrebbe accelerare un'auspicata inversione di tendenza.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, novembre 21, 2024

MARKO POLO

Marko Polo

di Elisa Fuksas

con Elisa Fuksas, Lavinia Fuksas, Iaia Forte

Italia, 2024

genere: docufiction

durata: 78’

A metà strada tra finzione e realtà, Elisa Fuksas dà vita a Marko Polo, film che racconta (o almeno prova) il viaggio che lei, insieme alla sorella, alla sceneggiatrice e a una figura pseudo misteriosa, compie per arrivare a Medjugorje.

È la stessa regista a introdurre la storia spiegando come il film che stava preparando sia stato interrotto e come lei si sia trovata, in qualche modo, costretta a girare questo per raccontare quella che lei a volte definisce conversione, ma che è semplicemente la sua decisione di diventare cattolica.

Credere in qualcosa è cercare di stare.

Un assunto importante alla base della storia che prende il nome dalla nave che dovrebbe trasportare i protagonisti verso la loro destinazione, fisica, ma anche metaforica.

Con uno stile unico e una serie di sperimentazioni a livello registico la Fuksas ci immerge completamente in questo viaggio facendoci diventare il quinto personaggio che viaggia insieme a loro, tra fragilità e punti di forza. Al procedere della loro traversata si alternano delle interviste fatte ad alcuni personaggi a proposito della religione, il grande tema al centro del lavoro di Elisa Fuksas. Le risposte sono le più disparate e fanno tornare al discorso del documentario, a differenza di quanto invece fanno le (dis)avventure dei protagonisti, tra una sorella talvolta ingombrante, una sceneggiatrice che decide di non pronunciare più alcuna parola e un personaggio che, in parte, dovrebbe richiamare la coscienza, ma che, in realtà, sembra quasi essere un omaggio/citazione, a metà strada tra il Grillo Parlante di Pinocchio e l’Armadillo di Zerocalcare.

Se prendiamo per vero che Successo e fallimento possono essere la stessa cosa, come ci suggerisce la stessa regista e protagonista, comprendiamo bene l’intento di un documentario tanto reale quanto ironico. Ogni punto di vista è unico in una continua sperimentazione e mescolanza di generi, definizioni e certezze.

Alla base di Marko Polo è indubbio che ci sia il discorso relativo non tanto alla fede quanto alla credenza e al credere in generale. Credere in sé stessi, credere negli altri, credere nei propri mezzi e credere in qualcosa di altro e di indefinito.

Credere è come avere due sguardi.

E la Fuksas ci mette abilmente di fronte a entrambi. In un esperimento nel quale si respira metacinema, anche noi spettatori ci domandiamo costantemente chi siamo e cosa stiamo vedendo. Il dubbio che quello che ci viene mostrato sullo schermo sia reale o frutto della sua o della nostra immaginazione aleggia sul pubblico per tutta la durata, seppur breve, del film. A suggellare, poi, tutto quanto il disvelamento della maschera, la risposta alle mille domande che sorgono spontanee fin dall’inizio.

Seppur nella sua sperimentazione e nella sua (voluta) imperfezione Marko Polo riesce a trovare un modo per tenere insieme i pezzi e regala più di una riflessione allo spettatore, spaesato, disilluso e spaventato, costretto a lasciare la sala con più domande che risposte.


Veronica Ranocchi

mercoledì, novembre 20, 2024

EN FANFARE

En fanfare

di Emmanuel Courcol

con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco

Francia, 2024

genere: commedia, drammatico

durata: 103’

Thibaut è un maestro d’orchestra, ma ha la leucemia. Da questo incipit si sviluppa un film che, pur con toni drammatici, racconta, in realtà, una storia di riappacificazione, senza indorare troppo la pillola, ma concentrandosi soltanto su determinati aspetti.

Perché, come suggerisce il titolo originale, En fanfare non è solo il modo in cui viene presentata e suona la banda di un paese, ma è anche l’approccio che il protagonista, o meglio i protagonisti, hanno riguardo la loro vita.

Thibaut è un maestro d’orchestra che improvvisamente sviene durante una delle innumerevoli prove con la sua banda. Scopre di avere la leucemia e di avere bisogno di un’importante donazione. Fortunatamente ha una sorella che riduce le probabilità di trovare un donatore compatibile a pochissimo. Peccato che Sara non sia la sorella di Thibaut, o meglio che Thibaut non sia il fratello di Sara perché adottato prima che lei nascesse. Così scopre di avere un fratello che può davvero aiutarlo con il trapianto e al quale decide di dedicarsi anima e corpo per ricompensarlo del grande gesto altruista compiuto. Ma Jimmy non sembra essere d’accordo. Jimmy, che conduce una vita completamente diversa da quella del fratello non vuole aiuto da nessuno, meno che mai da Thibaut. L’unica cosa che vuole è dedicarsi alla musica.

Definire En fanfare o soltanto un dramma o soltanto una commedia sarebbe ed è limitativo e limitante. Perché il film di Emmanuel Courcol va oltre e utilizza lo stratagemma della musica per mettere d’accordo tutti. Non solo i protagonisti, ma anche gli spettatori restano affascinati da quello che è un linguaggio universale e che può dire molto di più rispetto alle parole.

Così diversi eppure così simili, Thibaut e Jimmy hanno un approccio completamente diverso nei confronti della vita e del mondo che va di pari passo con quello che hanno (e che portano) con la musica. Se da una parte c’è il grande maestro d’orchestra che inizia a riflettere sulla propria esistenza, sulla propria fortuna e sulla propria condizione, a tratti privilegiata, dall’altra c’è il direttore della banda musicale che, dal canto suo, ha “solo” un grande talento, ma non gli stessi privilegi di un fratello fino a quel momento mai conosciuto.

Bisogna avere ambizione nella vita.

E la chiave del successo di En fanfare forse è proprio questa. Un’ambizione che, oltre a “seguire” i protagonisti, è rincorsa anche dalla regia e dalla sceneggiatura. Rischiando di perdersi nei meandri delle tante tematiche che si susseguono una dopo l’altra sullo schermo, la commedia francese, presentata prima in concorso al Festival di Cannes e poi nella sezione Best of della Festa del cinema di Roma, riesce sempre a ritrovare la retta via. Tra ostacoli e peripezie riesce a fondere alla perfezione tutti gli elementi che lo compongono, proprio come una vera orchestra, nella quale nessun elemento è lasciato al caso, ma tutto è necessario per il corretto equilibrio.

Dalla figlia di Jimmy alla nuova fiamma, passando per il ruolo tutt’altro che secondario della presunta sorella di Thibaut. Ogni pezzo del puzzle risulta necessario e indispensabile e, quindi, sviluppato, senza essere dimenticato per strada.

Comprendendo fin dall’inizio le problematiche che la vita di tutti i giorni può comportare, En fanfare sembra suggerire il ruolo salvifico della musica, destinata a ricucire qualsiasi tipo di strappo e ferita. Che sia un’orchestra o una banda cittadina, le note che fluttuano nell’aria hanno un impatto superiore rispetto a qualsiasi altra cosa. Al pari di un abbraccio o di una parola di conforto, la musica diventa il collante unico e solo di un vero e proprio inno alla vita.


Veronica Ranocchi

venerdì, novembre 15, 2024

FINO ALLA FINE

Fino alla fine

di Gabriele Muccino

con Elena Kampouris, Saul Nanni, Lorenzo Richelmy

Italia, 2024

genere: drammatico, thriller

durata: 118’

Che Gabriele Muccino avesse gli strumenti in regola per fare bene nel cinema americano lo avevamo capito prima che il regista sbarcasse a Hollywood per girare la sua prima produzione internazionale. A farcelo pensare era stato soprattutto lo smalto luccicante delle immagini e la capacità della macchina da presa di creare l'illusione di un continuo movimento laddove le storie si presentavano per lo più impantanate nella rabbia e nelle disillusioni generazionali dei suoi personaggi. Dopo lo sbalorditivo debutto coinciso con l'inaspettato successo di "La ricerca della felicità" e il connubio con la star del momento, quel Will Smith con cui Muccino girò anche il meno fortunato "Sette anime", il percorso americano del nostro ebbe come contraccolpo un prosieguo non altrettanto felice che, dopo qualche anno, lo riportò ai nostri lidi.

A quell'esperienza Muccino dimostra di non aver mai smesso di pensare se è vero che dopo aver trovato il modo di tornare negli Stati Uniti per girare "L'estate addosso", oggi rinnova la sua voglia d'Oltreoceano attraverso un film - "Fino alla fine" - che sembra una sorta di dichiarazione d'amore a un mondo bello e (im)possibile come quello del cinema hollywoodiano. Per farlo però decide di compiere un viaggio opposto a quello del 2016, a partire dall'inversione di sguardo che fa dell'Italia - e non dell'America - la terra promessa e di un personaggio americano, Sophie (interpretata dall'atletica Elena Kampouris), la protagonista della storia. Ma c'è di più, perché Muccino nel cercare di mescolare le due culture, la nostra e quella anglosassone, si sbilancia a favore della seconda, riferendosi in particolare alla letteratura di Henry James del quale ripropone il modello della Young American Woman la cui voglia di libertà e d'indipendenza si esplica come da tradizione in un contesto attraente ma subdolo rappresentato dal Vecchio Continente, da sempre sinonimo di un altrove che, nel romanziere americano, è indicato più di altri come quello capace di mettere a rischio l'identità e i valori del paese a stelle e strisce.

In questo senso la trama di "Fino alla fine" appare finanche paradigmatica nel fare di Sophie l'eroina destinata a rimanere coinvolta nel giro di vite che trasformerà la sua vacanza a Palermo in un vero e proprio incubo. Quintessenza del salutismo americano e dell'idea fresca e vitale dell'America costruita a colpi di spot pubblicitari, Sophie segue il percorso che ci si aspetta da un personaggio come lei, a cominciare dalla fascinazione subita nei confronti di un paesaggio esotico e sensuale, per proseguire con l'innamoramento nei confronti di un giovane bello e pericoloso (per il gruppo di amici che frequenta) e finanche per quello spirito  vitale e primitivo su cui il cinema statunitense ha costruito il mito della nuova nazione.

Se la "cartolina" siciliana più tradizionale è coerente alla visione che hanno gli americani del Bel paese, più interessante è la versione notturna di Palermo, quella che introduce il cambio di passo e dunque il passaggio da quello che sulle prime sembrava essere una commedia drammatico-sentimentale, dai tempi di "Come te nessuno mai" marchio di fabbrica del regista romano, a una vera e propria crime story, con Sophie coinvolta da Giulio (Saul Nanni, apprezzato in "Brado" di Kim Rossi Stuart) e dai suoi amici negli affari della malavita locale.

Nel genere crime Muccino debutta senza farsi mancare nulla in termini di ritmo e tensione, con furti, inseguimenti, sparatorie e bagni di sangue che mescolano elementi di sottogeneri come l'heist movie e il mob movie per dare vita a un "cuore di tenebra" che omaggia ancora una volta l'immaginario del cinema americano citando il superomismo di "Point Break" e la corsa ostacoli all night long che rimanda nientedimeno che al celebre "I guerrieri della notte" di Walter Hill. Un immaginario, quello appena descritto, che il regista gestisce con l'intento di non perdere la propria identità e nell'ambizione di arricchire il proprio bagaglio drammaturgico con qualcosa di mai sperimentato. Nel farlo mantiene intatto il suo stile, e cioè quello di una narrazione supportata dalla capacità di saper far correre immagini alimentate da un carburante emotivo altamente incandescente: il che andrebbe anche bene se non fosse che il contatto con una materia a elevato voltaggio, per le fibrillazioni prodotte quando si tratta di rischiare la vita, prevederebbe soluzioni capaci di abbassare la tensione. Il fatto che questo non succeda comporta passaggi in cui l'isteria mucciniana sommandosi all'andamento survoltato tipico del genere provoca un'overdose emozionale che finisce per togliere forza ai momenti topici del film. Tutto questo al netto di un film che ha comunque dalla sua quella di saper intrattenere i "suoi" spettatori.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)