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mercoledì, novembre 03, 2021

BELLE

Belle

di Mamoru Hosoda

Giappone, 2021

genere: animazione, fantastico, avventura

durata: 122’

Mamoru Hosoda ha presentato ad Alice nella città il suo ultimo film d’animazione “Belle”, al quale ha fatto seguito anche una masterclass.

Come indica il titolo stesso, il film è un chiaro richiamo alla figura di Belle, protagonista de “La Bella e la Bestia”, ma posta nella quotidianità di oggi, 2021.

Al centro di tutto c’è Suzu, una diciassettenne rimasta orfana della madre che vive con il padre dal quale, a poco a poco, si sta allontanando così come dalla passione per la musica che condivideva proprio con il genitore defunto. Le giornate per Suzu si svolgono tutte allo stesso modo in maniera monotona e ripetitiva. Questo finché la ragazza non scopre l’esistenza di U, un social che permette la creazione di profili virtuali dove essere, quindi, qualcun altro. Creandosi il proprio alter ego, dal nome Belle, Suzu inizia a riprendere in mano il canto, dando libero sfogo a questa sua passione e diventando, in breve tempo, una vera e propria star di questa realtà virtuale. Tutto sembra procedere per il meglio finché non arriva un drago a scombinare le carte in tavola.

La bravura di Hosoda nella sua nuova opera sta nel riuscire a fondere perfettamente passato e presente (con un pizzico di futuro). Quello che ci mostra è qualcosa di non troppo distante da quello che vediamo continuamente ogni giorno e nemmeno da quello in cui potremmo “cadere” molto prima di quanto possiamo immaginare. La realtà virtuale è sicuramente un qualcosa di già utilizzato e analizzato nel cinema (“Ready Player One” di Spielberg è uno dei titoli da citare), ma Hosoda è abile nel riuscire a dargli una connotazione differente, intersecandola e incastrandola come in un puzzle con la quotidianità. Non a caso, infatti, le vite si intersecano tra realtà reale e virtuale tanto che l’unico modo per risanare determinate ferite è “scambiarsi”.

Ma un’altra fusione più che efficace tra passato e presente è anche da intendersi come la fusione tra un grande classico dell’animazione Disney, la già citata “La Bella e la Bestia”, e la quotidianità di oggi. I movimenti, le parole, le situazioni e le dinamiche così come i personaggi sono gli stessi del grande classico. Qui tornano e sembrano quasi sfidare lo spettatore che, in alcuni frangenti praticamente identici, è spinto quasi più a trovare le similitudini tra le due opere piuttosto che seguire la narrazione. Anche perché ne conosce già le conseguenze. Con tematiche analoghe e sviluppo delle stesse in maniera quasi identica “Belle” mette anche al centro la femminilità della protagonista e, con lei, l’importanza della figura femminile universale. È lei che salva la situazione; è lei che salva il mondo. Gli equilibri si invertono e invece di essere la classica “principessa/protagonista” da salvare è la salvatrice. L’unica e sola che agisce, facendo ricorso agli altri solo per avere supporto, sostegno e suggerimenti. Lei è la protagonista, il “problema” e la soluzione. Sembra prendere alla lettera la frase “ognuno è artefice del proprio destino”. Suzu se lo crea, lo modella su sé stessa, sui suoi interessi e sulle persone che la circondano senza, però, farsi troppo influenzare da queste ultime, e lo utilizza per diventare prima Belle e poi davvero Suzu.

Ed è questo il grande insegnamento che Mamoru Hosoda vuole darci. Quello di una libertà ricercata, agognata e finalmente pronta ad essere “utilizzata”. Tra le righe anche altre tematiche che trovano il loro sviluppo in parallelo a quella centrale.

Un film sulla forza di credere in sé stessi e sul sapersi sempre rialzare dopo una sconfitta o una perdita.

Mamoru Hosoda ha ancora tanto da raccontare, per fortuna.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 01, 2021

ANNI DA CANE

Anni da cane

di Fabio Mollo

con Aurora Giovinazzo, Federico Cesari, Isabella Mottinelli

Italia, 2021

genere: drammatico, commedia

durata: 97’

Presentato in anteprima ad Alice nella città e adesso disponibile su Prime Video, “Anni da cane” è il nuovo film di Fabio Mollo con un cast di giovani e giovanissimi.

Come indicato dal titolo, il film si sviluppa a partire da un’idea un po’ bizzarra: quella di considerarsi un cane e quindi calcolare la propria età come quella dell’animale domestico. Per questo la protagonista Stella, dovendo compiere 16 anni, pensa di doverne fare 112, come il suo cagnolino al quale è legata a seguito della scomparsa del padre.

Dal quel momento la sua vita è incasinata, a casa e fuori. Dentro le mura domestiche la madre si affida ai tarocchi e la sorella di 18 anni la detesta. Considerando che pensa di essere ormai con un piede nella fossa, Stella ha compilato una lista di cose da fare prima di morire. Per completare il lungo elenco avrà, però, bisogno dei suoi due migliori amici, Nina e Giulio. E poi anche dell’arrivo di Matte.

Una storia di formazione che sembra avere tutti i presupposti per essere originale e diversa dalle altre. Purtroppo, però, la direzione presa dal film è un’altra.

Visto e descritto come una fiaba, il film gira intorno alla propria protagonista assecondandola in tutto e perde di vista gli spunti iniziali. I personaggi secondari sono fin troppo secondari e tutto lo sviluppo che potevano promettere fin dai primi istanti rimane in superficie. Vengono chiamati in causa solo nel momento in cui ci si riferisce alla protagonista.

Tematiche importanti, come amicizia, amore, crescita e anche morte, sono trattati in maniera “leggera” per adattarli a un pubblico teen o comunque molto giovane. Ma, talvolta, sono fin troppo accentuati. Il malessere della protagonista è messo in evidenza fin dal primo istante ed esibito per tutta la durata del film. Una differenza sostanziale, quindi, tra “Anni da cane” e un film come “Sul più bello” dove è presente una situazione di disagio, ma meno accentuata. Non si pone l’attenzione sul malessere, quanto su quello che può alleviarlo.

Quella di Stella è una corsa continua nella speranza di afferrare più elementi possibili, ma, al contempo, questo ha un effetto contrario sullo spettatore che si perde e disperde la propria attenzione e il proprio interesse su tutto il resto, senza mai entrare davvero in empatia con la protagonista, con i suoi amici e con il suo malessere.

Bravi gli interpreti, a partire dalla protagonista Aurora Giovinazzo, al momento in sala con “Freaks Out” di Gabriele Mainetti, convincente al punto giusto. Così come il cameo di Achille Lauro nei panni di sé stesso a uno pseudo concerto per un compleanno.

Tanti anche i riferimenti alla quotidianità che, soprattutto la generazione dei più giovani, riuscirà a cogliere e apprezzare.

Sicuramente una commedia carina e moderna, ma il rammarico è che, oltre a questo, poteva essere anche frizzante e fuori dall’ordinario e non solo per un pubblico di giovanissimi.


Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 28, 2021

RON - UN AMICO FUORI PROGRAMMA

Ron -Un amico fuori programma

di Sarah Smith, Jean-Philippe Vine, Octavio E. Rodriguez

USA, 2021

genere: animazione, commedia

durata: 106’

Il nuovo film della 20th Century Fox, presentato come evento speciale ad Alice nella città, è un film d’animazione che fa riflettere sul quotidiano, sul presente, su ciò che ci circonda e, soprattutto, sull’amicizia.

Al centro di tutto c’è Barney, un ragazzino delle medie che pensa di non avere amici e di non essere in grado di crearseli. Soprattutto considerando che vive in una società dove tutti i suoi coetanei hanno un Bi*bot, cioè un dispositivo digitale in grado di incamerare le informazioni di base di ognuno, memorizzare i principali interessi e associarli con le persone nel raggio di un determinato spazio in modo da trovare qualcuno con gli stessi punti in comune con il quale fare amicizia. Barney, purtroppo, non ha tale dispositivo e sembra essere l’unico. Questo finché il padre, super indaffarato col lavoro, ma stufo di vedere il figlio perennemente solo e triste, e la stravagante nonna non decidono di regalargliene uno per il compleanno. Peccato che si tratti di un esemplare caduto dal mezzo che lo stava trasportando e, quindi, “fuori programma”. Ron non è come tutti gli altri, ma ha quel qualcosa in più che riuscirà a conquistare Barney. E anche ogni singolo spettatore.

Con una strizzata d’occhio al “Big Hero 6” della Disney, “Ron – Un amico fuori programma” vuole aiutare a far riflettere sulla società odierna. I Bi*bot altro non sono che i social network di cui ormai chiunque fa uso e abuso, soprattutto i più piccoli. L’insegnamento di Barney e Ron è quello che si può fare amicizia anche senza ricorrere a questi apparecchi perché la cosa importante è la parola e la relazione diretta con un’altra persona. Per diventare amici bisogna conoscersi e per farlo bisogna farsi coraggio e buttarsi. Ed è proprio questo che fa Barney, inizialmente angosciata dalla ricreazione, per la quale arriva addirittura a coniare un nuovo termine. Lui è il diverso e quello additato dai compagni solo per il fatto di non essersi omologato alla massa. È vero, lui è il diverso. Ma lo è in senso positivo. Tutti dovremmo essere diversi come lui perché è proprio la diversità la caratteristica che ci contraddistingue e che ci permette di essere noi stessi.

Interessante, soprattutto per il pubblico dei più piccoli, il continuo dibattito tra i due protagonisti. Ognuno cerca di far valere la propria idea e la propria opinione, ma sempre cercando di arrivare a un punto di incontro, in modo tale da poter convivere serenamente proprio come due amici.

E, oltre al classico tema dell’amicizia e della crescita, c’è anche, come detto, quello sempre più attuale del sopravvento della tecnologia e di qualcosa che probabilmente presto non saremo più in grado di controllare o di gestire. Una riflessione che, in questo modo, si espande anche al pubblico più grande, mettendolo di fronte a quello che potrebbe essere un futuro neanche troppo lontano e utopistico.

Divertenti e curiosi, poi, i vari e famigerati “Easter Eggs”, cioè tutti quei riferimenti ad altri film della stessa casa di produzione, ma non solo. Uno su tutti, oltre ai social, indirettamente citati per tutta la durata del lungometraggio, è quello a Steve Jobs e all’origine della sua geniale idea. Così come il grande informatico ha creato la Apple, allo stesso modo sono stati ideati i Bi*bot dal suo inventore. Con lo stesso sguardo sognante e la speranza di aver creato qualcosa di bello da poter utilizzare solo a fin di bene e per far sì che l’umanità intera progredisca, i due geniali inventori realizzano, invece, qualcosa che, purtroppo, come spesso accade, verrà modificato per altri scopi.

L’importante, però, è arrivare alla stessa e unica soluzione: l’amicizia vince su tutto.


Veronica Ranocchi

domenica, marzo 21, 2021

Alice nella città 2021






Si aprono venerdì 19 marzo, le iscrizioni al Concorso Lungometraggi e al Concorso Cortometraggi alla XIX edizione di Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. La sezione è  dedicata agli esordi, al talento e alle nuove generazioni ed é diretta da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli.

Sarà in programma dal 14 al 24 ottobre 2021 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica e in altri luoghi della città.


Lo scorso anno sono stati iscritti oltre 2000 titoli, tra lungometraggi e cortometraggi, provenienti da tutto il mondo. 115 sono state le proiezioni in programma tra il distretto dell’Auditorium e quello dell’Eur all’interno dello spazio della Nuvola allestito per la prima volta a sala cinematografica.

Per essere ammessi alla selezione le opere dovranno essere iscritte attraverso la piattaforma Filmfreeway, rispettivamente entro e non oltre lunedì 2 agosto per i lungometraggi ed entro e non oltre lunedì 26 luglio per i cortometraggi. Saranno presi in considerazione per la selezione esclusivamente i lungometraggi terminati non prima dell’1 dicembre 2020 e i corti, di durata non superiore a 40 minuti (titoli inclusi). Tutti realizzati non prima del 5 novembre 2020 e in entrambi i casi verrà data priorità ai film in anteprima mondiale o internazionale.

Alice nella città

A presiedere la giuria della sezione cortometraggi sarà quest’anno l’attrice Piera Degli Esposti.

Avere una grande signora del cinema assieme a noi quest’ anno è una grande gioia” dichiara Fabia Bettini. “Poterla mettere a contatto con il lavoro di giovani e giovanissimi ci è sembrato un grande regalo e rende perfettamente l’idea di quello che è diventato negli anni l’ecosistema Alice.  Non solo un Festival ma un luogo di scoperta dei nuovi talenti” conclude Gianluca Giannelli.

Alice nella città 2021

Alice nella Città rinnova inoltre per il sesto anno consecutivo la sua partnership con la European Film Academy per l’EFA Young Audience AWARD. Apre la call per partecipare alla giuria a 50 giovani di Roma e del Lazio di età tra i 12 e i 14 anni. La giuria sarà composta da ragazzi provenienti da 32 Paesi europei e i vincitori saranno annunciati il prossimo 25 aprile nel corso di una cerimonia trasmessa in live streaming dalla Germania. Per aderire si dovrà scaricare il modulo sul sito www.alicenellacitta.com e sui social di Alice nella Città e rimandarlo entro il 10 aprile alla mail segreteriaalice@gmail.com.

Il riconoscimento verrà assegnato a uno tra i tre film candidati quest’anno.

Pinocchio di Matteo Garrone (Italia/France), The Crossing (“Flukten Over Grensen”) di Johanne Helgeland (Norvegia) e il film d’animazione Wolfwalkers di Tomm Moore & Ross Stewart (Irlanda/Lussemburgo). A causa dell’emergenza pandemica, le proiezioni e le votazioni saranno online sulla piattaforma EFA, dal 21 al 24 aprile.

Alice nella città partner premi europei

Alice nella Città è tra i partner italiani dei premi europei. Insieme a loro la Fondazione Culturale Niels Stensen di Firenze e al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Si occupa dei giurati di Roma e del Lazio e del loro coinvolgimento in diverse attività educational sul proprio sito e sui propri canali social.

Tra queste un incontro live  con  il regista Carlo Sironi, vincitore con il film  Sole del premio per la migliore rivelazione europea agli EFA 2020  e una serie di approfondimenti  curati da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli. Ad esempio la masterclass dedicata a “Pinocchio” realizzata nel mese di febbraio insieme al costumista Massimo Cantini Parrini. Parrini è candidato agli Oscar 2021 e   agli interpreti Rocco Papaleo e Maurizio Lomba.

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domenica, novembre 01, 2020

CON LA VERITA' DELL'ALLIGATORE DANIELE VICARI PORTA SULLO SCHERMO DI MASSIMO CARLOTTO

In anteprima ad Alice nella Città e dall 18 novembre su RaiPlay, La verità dell'Alligatore è il primo episodio di una miniserie coprodotta da Rai Fiction- Fandango.



La verità dell’Alligatore Daniele Vicari ovvero quando si dice che oramai le serie televisive non hanno nulla da invidiare ai prodotti cinematografici. Il pensiero va subito a quelle realizzate negli Stati Uniti in molti casi in grado di ben figurare anche sul grande schermo e non solo su quello delle varie piattaforme. Fa dunque piacere poter dire la stessa di un progetto nostrano e nella fattispecie del primo dei quattro episodi della serie dedicata alle avventure di Marco Buratti alias L’alligatore, il detective privato inventato dalla penna di Massimo Carlotto, dal 18 novembre in programma su RayPlay e in anteprima assoluta ad Alice nella Città che per presentarlo ha scelto una location speciale come La Nuvola di Fuksas, facendo dell’eccezionalità architettonica di tale spazio il riflesso di un lavoro altrettanto speciale poichè pensato con sguardo, durata e struttura narrativa simili al corrispettivo cinematografico. In aggiunta bisogna sottolineare come i fatti narrati ne La verità dell’Alligatore – questo il titolo del primo segmento – non sono solo il frutto di una storia autoconclusiva ma anche il risultato di un minutaggio uguale a quello di un film. Particolari non trascurabili soprattutto in termini drammaturgici dal momento in cui La verità dell’alligatore assume su di se la responsabilità di tenere alta la tensione e stimolare l’empatia senza avvalersi della possibilità di stimolare il coinvolgimento del pubblico attraverso l’apertura di filoni narrativi lasciati in sospeso in vista delle puntata successiva. Detto ciò il suddetto episodio ha dalla sua il vantaggio di raccontare un personaggio fuori dall’ordinario a partire dalla mancanza dei titoli utili all’esercizio della sua professione (normalizzazione che lo rende ancora più vicino allo spettatore) unita al fatto di far coincidere la peculiarità del paesaggio italiano (Padova e d’intorni suggellati da campi lunghi onnicomprensivi) con i topoi del noir americano di cui però La verità dell’Alligatore accentua la componente di disperazione fornita dalla laconica desolazione del territorio lagunare in cui si rifugia il protagonista oltreché dai “bovarismi” di una provincia in lotta con i propri fantasmi. 

Per trasformare la letteratura in cinema Vicari (showrunner dell progetto diretto insieme a Emanuele Scaringi) si avvale della squadra di sempre – dal produttore Domenico Procacci al direttore della fotografia Gherardo Gossi – e della sceneggiatura di Andrea Cedrola e Laura Paolucci optando per un approccio diretto e meno espressionista di altre occasioni a partire dall’uso di luci trasparenti e dunque poco contrastate, volte a suscitare un punto di vista sul male della condizione umana più “refertuale” che introspettivo. Pur affondando senza reticenza nel cuore del problema mostrandone le bassezze e i contorcimenti La verità dell’alligatore stempera la tragedia con l’oggettività della messinscena e il romantico disincanto del protagonista e di quello molto più risoluto e per certi versi tarantiniano offerto da Beniamino Rossini (Thomas Trabacchi), riuscendo a filmare il racconto assecondando le malinconie delle note jazz and blues che accompagnano le serate alcoliche del protagonista al quale l’ottimo Matteo Martari oltre alla risaputa fisicità regala una gamma di sfumature congrue alla complessità di un personaggio destinato a conquistare il cuore dello spettatore. Abituato ad associare l’impegno tematico alla tensione narrativa Vicari continua a raccontare gli eroismi delle persone comuni. In televisione lo aveva già fatto con Prima che la notte: La versione per immagini dei romanzi di Carlotto proseguono nella stessa direzione. 
Carlo Cerofolini 
(pubblicata su taxidrivers.it)

IlL MIO CORPO. CONVERSAZIONE CON MICHELE PENNETTA

Nel raccontare l’incontro di due solitudini, Il Mio Corpo di Michele Pennetta narra il senso di rifiuto vissuto da Oscar e Stanley, protagonisti di una storia di quotidiana emarginazione. Vincitore del premio Rosetta ad Alice nella Città


Volevo partire iniziando a parlare con te del tema dell’integrazione. Al di là della scena finale, le immagini de Il mio corpo riescono a unire persone di cultura diversa più di quanto riesca a farlo la società. Oscar e Stanley sono entrambi esuli dalla propria famiglia e più in generale dalla società che li ha lasciati ai margini. 

 In realtà, come dici tu, sono due persone che per quanto lontane, anche dal punto di vista geografico, si ritrovano a vivere nello stesso territorio La cosa che fin da subito mi ha affascinato, e per la quale ho deciso di mettere in risonanza i loro destini, è che entrambi hanno lo stesso sentimento di rifiuto – inteso nel senso più ampio del temine – impresso nei loro volti. Un sentimento derivato dalla consapevolezza di vivere una vita già decisa da altri. Nel caso di Oscar, dai genitori; in quello di Stanley dallo Stato, nella veste dei funzionari che lo rappresentano. Come dice la nonna al bambino, è un destino che si replica da sempre, comune a quello dei migranti, anche loro destinati a reiterate il viaggio che li vede lasciare i loro paesi per venire in Italia, luogo da cui verranno rigettati e  costretti a errare senza una meta. Parliamo di una condizione e di un concetto che si ripete all’infinito.

Parli di significati e dunque ne approfitto per agganciarmi a quello espresso dal titolo. In senso marxista, Oscar e Stanley sono spogliati da tutto tranne che del loro corpo, attraverso il quale passa la ragione della  stessa esistenze. La loro condizione lavorativa non gli permette di emanciparsi dal punto di vista economico e dunque sono l’esempio dell’uomo concepito da Karl Marx. Il mio corpo torna  a questa parte del suo pensiero per mostrarne l’attualità.

Certo, sono completamente d’accordo con te. Quello è stato il concetto del marxismo nella visione del corpo come strumento ed è la cosa che mi ha veramente colpito rispetto alle esistenze di Oscar e Stanley, nel senso che ho ritrovato dei concetti letti solo nei libri di storia. Il titolo in parte deriva da lì e cioè dal corpo inteso come strumento di sopravvivenza. C’è poi un lato più religioso e sacro per cui il corpo è inteso come sacrificio della persona.

Rispetto alle immagini, privilegi quelle in cui i protagonisti sono in continuo movimento. Questo da una parte rimanda alla precarietà della loro condizione e all’irrequietezza che ne deriva, dall’altra alla spinta nel ricercare l’altro.

 Esatto. I personaggi sono in continuo movimento e questo ribadisce anche il concetto sulla ciclicità del destino umano. Attraverso il fatto che le vite di Oscar e Stanley sono entrambe in perenne movimento, cerco di annullare il concetto dell’altro, nel senso che l’altro sono loro e gli altri siamo noi. Mettendo in relazione i mondi dei due personaggi, ho la speranza di far capire per primo a me e poi gli altri che viviamo nello stesso suolo e camminiamo sulla stessa terra.

Il mio corpo narra l’incontro di due solitudini. I campi lunghi a cui  spesso ricorri le restituiscono, attraverso un paesaggio isolato, deserto e spoglio.

A livello formale, il film è frutto di dieci anni di ricerca e di riflessione, rispetto a cos’è per me un documentario; su quale sia il limite tra realtà e finzione e su come utilizzare gli strumenti del cinema per arrivare al documentario, cercando di  trasmettere il mio punto di vista attraverso la forma. Nei film precedenti ho capito di cosa avevo bisogno per poter tradurre quello che vedevo e  per capire come volevo che fosse. Con Il mio corpo ho cercato di fare un documentario in cinemascope, un formato che di solito non gli appartiene.

Non a caso, dal punto di visto del paesaggio, sembra di guardare un western.

Proprio così, l’intenzione era quella di trasmette allo spettatore di trovarsi di fronte a un western contemporaneo.

La prima parte del film è più narrativa, la seconda privilegia un andamento più’ contemplativo. Partendo da qui, volevo chiederti: come regista, in che misura intervieni sulla realtà e quanto invece lasci che si manifesti davanti alla mdp.

 Prima di girare, come sempre succede, ho fatto un grande lavoro con i personaggi, nel senso che ho passato del tempo con loro per farli abituare alla mia presenza e per capire io quali situazioni da loro vissute mi piacerebbe seguire e quale drammaturgia  potrebbero avere.

La stessa cosa si ripete all’arrivo della troupe, in questo caso formata da sei persone. Con loro abbiamo trascorso un mese senza girare, in cui passavamo solo del tempo con Oscar e Stanley.  Tale vicinanza ha fatto sì che certi momenti, che sembrano messi in scena, in realtà non lo erano. Come nella scena del risveglio. Noi siamo entrati alle cinque di mattina e il fatto che Oscar fosse abituato a noi ha fatto sì che quando apre gli occhi guardi dietro e non verso la mdp.

Poi, certo, ci sono stati dei momenti in cui ci prendevamo del tempo per osservare bene le cose, stando pronti a captare quello che ci serviva senza imporre agli attori di comportarsi in un determinato modo. Questo ci ha permesso di non girare molto ma solo quando era necessario. Il lavoro è stato lungo, ma molto del tempo è stato speso nella preparazione e nell’attesa. Il materiale filmato non era molto: la selezione come ti dicevo è stata fatta a priori, prima di girare. Alcuni aspetti della loro vita, come l’assenza della madre, li ho scoperti mentre filmavo. Riguardo a quest’ultimo aspetto, ho voluto enfatizzarlo attraverso la scena del ritrovamento della statua della Madonna, che ho creato apposta e non è stata frutto del caso. Dunque, se vuoi, ne Il mio corpo ci sono degli elementi reali ed altri simbolici, che ho cercato di inserire utilizzando gli elementi della messinscena.

    Carlo Cerofolini (Pubblicata su taxidrivers.it)

    domenica, novembre 05, 2017

    LA FOTO DELLA SETTIMANA

    Erana James da "The Changeover" di MIranda Harcourt e Stuart McKenzie - Nuova Zelanda 2017- (Alice nella città)