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lunedì, dicembre 28, 2020

TUTTI PER 1 - 1 PER TUTTI

Tutti per 1 – 1 per tutti

di Giovanni Veronesi

con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo

Italia, 2020

genere: commedia, avventura, drammatico

durata: 115’

Con Giovanni Veronesi tornano sullo schermo i tre moschettieri.

A riprendere i propri ruoli Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea e Rocco Papaleo. All’appello manca solo Sergio Rubini.

Anche stavolta i protagonisti devono affrontare una nuova missione, richiamati dalla regina Anna d’Austria. Nonostante l’età sempre più avanzata e lo scetticismo generale, dato dalle loro recenti dimostrazioni, la donna si decide nuovamente ad affidare loro una missione segreta per la quale vengono guidati da un singolare veggente, Tomtom. Tra le varie peripezie e avventure D’Artagnan, Athos e Porthos avranno a che fare anche con la piccola principessa Ginevra, figlia di Enrichetta d’Inghilterra e con il giovanissimo orfanello Buffon, perdutamente innamorato della bella fanciulla.

Con una strizzata d’occhio alla realtà che ci circonda, ben descritta dalla prima sequenza nella quale vediamo una classe intenta a salutarsi utilizzando le mascherine, la commedia di Veronesi mescola sapientemente due generi così diversi e distanti, ma al contempo anche complementari per certi aspetti: la comicità e il fantastico.

Una storia come quella dei moschettieri, che troverebbe terreno fertile come prodotto americano o comunque estero, risulta, alla fine dei conti, un validissimo titolo italiano perché il regista riesce ad amalgamare tutti gli elementi. Dal cast, indubbiamente riuscito e ben assortito, che punta sui rispettivi punti di forza, alle location e ai dialoghi, sempre funzionali a portare la giusta risata nel momento giusto.

Dalle certezze fornite dai tre protagonisti (e dai tre fantastici interpreti), in questo secondo capitolo, si passa a volti nuovi che arricchiscono una trama ancora più fiabesca e quasi assurda e paradossale.

Una sorta di parentesi temporanea dalla realtà e dalle problematiche che questa, soprattutto in questo ultimo periodo, sta offrendo è quello che ci mostra Veronesi con il sequel di una commedia riuscita ed apprezzata. Una momentanea evasione dalla quotidianità in grado di far dimenticare tutto.

Con vari rimandi alla commedia all’italiana, ma anche a una teatralità esagerata (intensificata dal trucco sui volti dei moschettieri) “Tutti per 1-1 per tutti” è il giusto connubio tra sogno e realtà e tra comicità e serietà. Un titolo in grado anche di emozionare e far viaggiare, non soltanto di divertire.

E se a questo sommiamo anche la scelta di una colonna sonora e di una canzone che, per certi versi, sembra essere un cazzotto in un occhio nei confronti della trama principale, ma per certi altri è azzeccatissima perché riesce a descrivere attraverso la musica ciò che viene mostrato, troviamo tutti gli ingredienti in grado di dar vita a un prodotto più che riuscito.

Anche perché siamo un po’ tutti come il piccolo Buffon e, ora più che mai, abbiamo bisogno di staccare e iniziare a viaggiare, che sia fisicamente o solo mentalmente. E grazie a Veronesi lo facciamo per il momento attraverso uno schermo.


Veronica Ranocchi

martedì, luglio 07, 2020

DARK


Dark
di Baran bo Odar
con Louis Hofmann, Lisa Vicari, Andreas Pietschmann
Germania, 2017-2020
genere: drammatico, thriller, fantascienza, giallo
stagione: 1-3
episodi: 26
durata: 45-73
Cercare di scrivere una recensione di “Dark” è un compito tutt’altro che facile che potrebbe richiedere, tra le varie cose, anche un incredibile dono di sintesi.
Indubbiamente uno dei migliori prodotti della piattaforma Netflix, dobbiamo ringraziare due autori tedeschi per questa intricata, quanto meravigliosa serie tv.
Riuscire a spiegare in breve i personaggi e gli eventi richiede grande attenzione, così come la serie nei confronti della quale bisogna essere sempre molto attenti, ad ogni minimo particolare, anche quello apparentemente più insignificante. Di seguito solo l’inizio dei tantissimi eventi che, nel corso delle tre stagioni, hanno dato vita ad uno degli intrecci più belli ed entusiasmanti di sempre.
Ci troviamo a Winden, in Germania, il 21 giugno 2019 quando incontriamo per la prima volta tanti personaggi, a partire da Jonas Kahnwald, pseudo protagonista (perché alla fine non c’è né un protagonista né un antagonista) della vicenda, passando per la sua famiglia e per altre. Tutto inizia, nella prima stagione, con la sparizione del piccolo Mikkel Nielsen, fratello più piccolo di Martha (ex fidanzata del “protagonista” e ancora suo interesse amoroso) e Magnus, due coetanei di Jonas che, insieme a Bartosz, attuale fidanzato di Martha, e Franziska, fidanzata di Magnus, si ritrovano a cercare della droga, apparentemente nascosta, all’ingresso di una misteriosa caverna. In una buia e concitata sequenza, la telecamera cerca di seguire tutti i ragazzi, ma finisce per concentrarsi su Jonas, rimasto l’ultimo del gruppo, insieme al piccolo Mikkel. A un certo punto Jonas cade e tutto sembra fermarsi per un attimo. Quando la fuga riprende, però, Mikkel non c’è più, sembra sparito nel nulla. Ed è proprio da questa sparizione che ha “inizio” tutto l’intreccio al centro delle vicende narrate in “Dark”.
Ai giovani ed adolescenti Jonas, Martha, Bartosz, Magnus e Bartosz si vanno ad incastrare ed intrecciare le vicende degli adulti, genitori, parenti e non, ma anche dei più piccoli. E così la famiglia Kahnwald, composta da Jonas, dalla madre Hannah, dal padre Michael che, suicidandosi nel primo episodio, dà vita a tutta una serie di eventi e viaggi temporali e dalla madre adottiva di quest’ultimo, l’infermiera Ines si intreccia alla famiglia Nielsen, inizialmente composta da Magnus, Martha, Mikkel, dai genitori Katharina e Ulrich e dalla madre di lei, Helene, e dai genitori di lui, Jana e Tronte, ma anche alla famiglia Doppler, composta da Franziska e Elisabeth, figlie di Charlotte e Peter, quest’ultimo figlio di Helge e alla famiglia Tiedemann, composta da Bartosz, figlio di Aleksander e Regina, quest’ultima figlia di Claudia e nipote di Egon e Doris. A chiudere il cerchio, poi, altri personaggi che, direttamente e non, sono comunque legati almeno ad una di queste famiglie.
Naturalmente comprendere tutto quello che una serie come “Dark” vuole mostrare al pubblico, attraverso queste poche righe è pressoché impossibile. Anzi, la sensazione è che spesso sfugga qualche elemento e che anche lo spettatore più attento pensi di non riuscire ad essere più in grado di seguire la storia. In realtà gli ideatori Baran bo Odar e Jantje Friese sono riusciti a creare un prodotto complesso, ma dove tutto è comunque sempre collegato. E la terza stagione ne è la chiara dimostrazione. “L’inizio è la fine e la fine è l’inizio” è ciò che viene ripetuto più e più volte da determinati personaggi, ma è anche ciò che i due ideatori di una delle serie di maggior successo hanno voluto dire al proprio pubblico. Con la terza stagione si chiude un incredibile viaggio che è stato in grado di sorprendere ogni volta di più e di smontare tutte le varie teorie che sono circolate durante e prima la messa in onda. E si chiude con un finale degno di ogni aspettativa che, apparentemente, non dà le risposte a tutti i quesiti e tutti gli enigmi che si sono sviluppati nel corso del tempo, ma fornisce una chiave di lettura.
Quello di “Dark” è un viaggio davvero incredibile, in tutti i sensi, che, nonostante parta da una base già vista e presa in esame da molti altri, la sviluppa in un modo unico e inimitabile. Se già tanti altri personaggi, nel corso della storia, cinematografica e televisiva, ma non solo, avevano provato a viaggiare nel tempo, “Dark” non solo riesce nell’intento, ma sviscera il tempo e tutto ciò che da esso ne deriva in una maniera ben precisa e che, fin dall’inizio, sembra essere ben delineata.
Ad accompagnare l’incredibile struttura narrativa partorita dalle brillanti menti degli ideatori, non vanno assolutamente trascurate o dimenticate le prove attoriali del cast che, fin dai più giovani interpreti, contribuisce ad innalzare il livello della serie tedesca. Una fotografia, cupa e desolata, che trasforma ogni luogo e ogni situazione, anche le più drammatiche, in delle vere e proprie cartoline, è l’altro punto di forza, insieme alle musiche, sempre perfette, in grado di accompagnare lo spettatore facendogli intuire la gravità della situazione. Mai a caso, mai fuori posto, musica, fotografia ed effetti speciali (memorabili sono le immagini speculari, presenti in quasi tutti gli episodi che mettono a confronto i personaggi, i luoghi o le situazioni in una maniera unica) sono i tratti distintivi di una serie destinata ad essere ricordata a lungo. E ultimo, ma non meno importante, un plauso al casting e alla scelta degli attori che hanno interpretato lo stesso personaggio, ma in epoche, mondi e realtà diverse o parallele. La curiosità di fare una breve ricerca per scoprire se effettivamente si trattasse dello stesso personaggio, magari invecchiato o ringiovanito dal trucco, o di un parente prossimo ha probabilmente vinto tutti. Ma è anche la dimostrazione dell’attenzione, veramente ad ogni minimo particolare, per quella che, da molti, è stata decretata, a ragione, come la miglior serie Netflix.


Veronica Ranocchi

domenica, luglio 05, 2020

SOTTO IL SOLE DI RICCIONE


Sotto il sole di Riccione
di Antonio Usbergo, Niccolò Celaia
con Cristiano Caccamo, Lorenzo Zurzolo, Ludovica Martino
Italia, 2020
genere: commedia
durata: 100’
Da pochi giorni disponibile su Netflix, “Sotto il sole di Riccione” è il titolo estivo italiano sul quale punta la piattaforma nel nostro paese.
Le premesse e le aspettative non erano elevate, pur considerando un bel cast corale e, per la maggior parte, giovane e fresco. Ciononostante la pellicola svolge, ai limiti della sufficienza, il compito di puro intrattenimento senza alcun tipo di pretesa.
Le storie che si sviluppano e che, poi, finiscono, come sempre succede, per concatenarsi l’una con l’altra vedono protagonisti tanti amici e diverse coppie, con un pizzico di divertimento che non guasta mai.
Ciro è un giovane con la passione per la musica che si reca a Riccione per sperare, senza successo, di sfondare in questo campo. Viene, comunque, trattenuto in città perché assunto come bagnino, lasciando sola a casa la fidanzata Violante (che invia la migliore amica per tenere a bada il compagno). Marco, invece, per l’ennesimo anno a Riccione, sperando di riuscire a farsi notare da Guenda, trova una camera da condividere con lo stravagante Tommy, pronto fin da subito ad aiutarlo, insieme all’affittuario della casa, Gualtiero, un latin lover in grado di fare cadere ogni donna ai propri piedi.
Ma ci sono anche Furio, aspirante bagnino che conoscerà Vincenzo, un ragazzo cieco, recatosi a Riccione proprio per fare finalmente nuove amicizie, ma che troverà, invece, l’amore con la bella Camilla, fidanzatissima da diversi anni, ma incastrata, in realtà, in una relazione finita che nessuno dei due ha il coraggio di chiudere. A fare da cornice alle vicende di questi giovani ragazzi, la madre di Vincenzo, Irene, molto apprensiva, talvolta fin troppo, che, in vacanza insieme al figlio, conoscerà Lucio, un buttafuori dal cuore tenero.
Tanta estate, tanti colori e tanta voglia di mare sono gli ingredienti principali di questa commedia. Complice l’uscita nel periodo estivo e complici le continue restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, “Sotto il sole di Riccione” rappresenta una boccata d’aria fresca, non così negativa come le premesse avevano fatto intendere. E’ vero che siamo di fronte all’ennesimo prodotto italiano stereotipato, ricco dei più grandi cliché tra i vari personaggi e che la fregatura è sempre dietro l’angolo. Non ha sicuramente le pretese di diventare chissà quale prodotto o di voler mostrare e insegnare chissà cosa, ma, come già detto, riesce nel suo scopo principale: quello di intrattenere. Le battute e le situazioni hanno il sapore di già visto, ma hanno la capacità di far staccare la spina e far “rimpiangere” al pubblico quell’estate che, almeno per quest’anno, non potrà essere vissuta allo stesso modo.
I colori, la musica (che accompagna tutta la narrazione, usando come filo conduttore il concerto di Tommaso Paradiso e le sue hit, tra le quali una dà addirittura il titolo al film) e qualche performance di alcuni attori sono gli unici aspetti che riescono ad emergere veramente e a oltrepassare la superficie. Un’ora e quaranta di spensieratezza e nulla più, con prove non sempre convincenti e intrecci talvolta forzati e prevedibili, ma che fanno compagnia in un’estate un po’ anomala.

Veronica Ranocchi

giovedì, giugno 18, 2020

THE LAST DAYS OF AMERICAN CRIME


The last days of American crime
di Olivier Megaton
con Edgar Ramirez, Anna Brewster, Michael Pitt
USA, 2020
genere: thriller
durata: 149’
“The last days of american crime” poteva essere un thriller ricco di azione e colpi di scena, uno di quei film che incollano lo spettatore allo schermo grazie ad una carica adrenalinica continua.
Peccato che ciò non avvenga nel lunghissimo film di Olivier Megaton, disponibile su Netflix ed uscito praticamente in concomitanza con tutta la situazione che si è venuta a creare negli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di George Floyd. E anche questo è un punto a sfavore del lungometraggio che poteva sicuramente sfruttare meglio lo spunto dal quale si sviluppa l’intera vicenda. Invece sembra quasi mettere da parte un’informazione del genere che, adesso, col senno di poi, sarebbe stata la chiave di volta principale sulla quale puntare l’attenzione.
Graham Bricke è un criminale che, in un’America nella quale il governo ha in programma di trasmettere un segnale che possa rendere impossibile a chiunque il tentativo di commettere atti illeciti di qualsiasi genere, decide di allearsi con il famoso gangster Kevin Cash e con l’hacker del mercato nero Shelby Dupree per tentare il colpo del secolo. Così facendo rimarrebbe un ultimo baluardo di cattivi o nemici dello stato in grado di tener vivi gli ultimi giorni del crimine americano, destinato, invece, lentamente ad estinguersi.
Un thriller distopico che, però, mette in scena una storia già vista e che non aggiunge niente di nuovo ad un repertorio già di per sé stracolmo di “avventure” del genere.
Nemmeno il cast e le interpretazioni degli attori, Edgar Ramirez, Anna Brewster e Michael Pitt soddisfano a sufficienza e non riescono a innalzare il livello del film che resta, invece, piuttosto basso e insoddisfacente.
Una durata decisamente eccessiva per la storia messa in piedi dal regista francese di origine italiana che accumula tutta una serie di informazioni e personaggi facendo spesso uso della violenza, talvolta anche in maniera eccessiva, seppur sempre per voler sottolinearne la brutalità.
Colori scuri, personaggi cupi e scenografia e fotografia abbastanza buie, proprio a rimarcare tutta questa negatività e violenza che si sposa bene con i personaggi, che sono comunque dei criminali, ma anche con tutti gli agenti che, invece di rappresentare la giustizia e il bene, sono disegnati come i veri cattivi della vicenda (anche se la distinzione tra buoni e cattivi è molto sottile, se non addirittura quasi inesistente).
Adattamento cinematografico dell’omonima graphic novel, “The last days of american crime” non riesce, complice anche l’infelice combinazione di eventi con i quali si è dovuto (e si deve) “scontrare” al momento, ad attirare l’attenzione e a raggiungere comunque un livello soddisfacente. Due ore e mezzo per raccontare qualcosa che poteva benissimo essere condensato in un tempo minore o in maniera diversa.

Veronica Ranocchi

lunedì, giugno 15, 2020

ARTEMIS FOWL


Artemis Fowl
di Kenneth Branagh
con Ferdia Shaw, Lara McDonnell, Nonso Anozie
USA, 2020
genere: avventura, fantastico, fantascienza
durata: 93’
Sono state tantissime le critiche mosse verso questo adattamento cinematografico dei primi due libri dell’omonima saga di Eoin Colfer.
L’ultima fatica da regista di Kenneth Branagh, disponibile sulla piattaforma Disney Plus sembra non essere stata apprezzata dal pubblico, soprattutto dai più fedeli fan dei libri che hanno atteso diversi anni. Quello che tutti si aspettavano era un inizio scoppiettante degno di diventare il perfetto trampolino di lancio per una nuova indimenticabile saga cinematografica che avrebbe dovuto fare la fortuna della casa di produzione. Purtroppo sembra che questo rimarrà un sogno nel cassetto, dati i riscontri principalmente negativi, dovuti, in gran parte, ad un prodotto che non ha niente di colossale e che sembra voler dire tanto in poco tempo, inserendo personaggi, elementi e legami in maniera troppo caotica.
La storia si sviluppa intorno al dodicenne geniale e miliardario Artemis Fowl. Quando il padre di quest’ultimo viene rapito, il ragazzino, sfruttando le sue doti, in parte innate, in parte imparate proprio dal genitore, decide di rapire una fata. Il suo piano prevede di rubare la magia a quest’ultima, in modo da poterla sfruttare per salvare il padre. In realtà, però, così facendo dovrà superare molti più ostacoli del previsto prima di arrivare al suo scopo finale.
La storia, molto avvincente, ha lo scopo di immergere il pubblico letteralmente in un mondo nuovo, facendolo entrare in contatto con particolari personaggi, la maggior parte dei quali magici, in modo da vivere una vera e propria avventura al fianco del protagonista. In realtà, però, quello che accade è tutt’altro. I personaggi che vengono introdotti attraverso la narrazione proprio di uno di loro sono dati praticamente per scontato e, soprattutto chi non ha letto i libri, riscontra delle difficoltà nel comprendere i vari ruoli e i vari compiti di ognuno. Oltre a questo va detto che non c’è un vero sviluppo e una vera evoluzione dei personaggi che, anzi, sembrano talvolta costretti a determinate scelte piuttosto che altre semplicemente per il procedere della narrazione. Anche attori più noti, e che dovrebbero fare da traino per un pubblico più vasto, come Colin Farrell, nel ruolo del padre, e Judi Dench, in quello del comandante Tubero, non riescono ad emergere all’interno della storia, che risulta piatta, senza nessun guizzo particolare.
La nota positiva è sicuramente dettata dall’interpretazione di Josh Gad, nel ruolo del nano gigante Bombarda Sterro, che è anche il narratore della vicenda e che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore.
Si tratta, insomma, di un prodotto probabilmente ridimensionato a causa delle circostanze che, per la piattaforma streaming nella quale è disponibile, può essere utilizzato come titolo di richiamo che permette di gustare un’avventura adatta a tutti e trascorrere un’ora e mezzo in un nuovo mondo. Sicuramente indirizzato più verso un pubblico giovane, l’ “Artemis Fowl” di Kenneth Branagh non convince pienamente. Peccato.


Veronica Ranocchi

martedì, giugno 02, 2020

LA FAMIGLIA WILLOUGHBY


La famiglia Willoughby
di Kris Pearn
Canada, Regno Unito, USA, 2020
genere: animazione
durata: 92’
Tratto dall’omonimo libro per bambini “La famiglia Willoughby” è un film d’animazione canadese-americano diretto da Kris Pearn che, proprio come suggerisce il titolo, ruota intorno al tema della famiglia.
Ironico e assurdo, il film si sviluppa grazie alla narrazione di un gatto che introduce il pubblico nella storia e soprattutto in una strana famiglia, quella degli Willoughby, un tempo considerata una famiglia con un passato glorioso, interrotto da una coppia decisamente troppo egoista che pensa solo al proprio amore, lasciando da parte i quattro figli, costantemente dimenticati e messi in punizione. Il più grande, Tim, è colui che deve cercare, per quanto possibile, di occuparsi degli altri tre fratelli, Jane, la figlia di mezzo che ama cantare, ma che viene sempre zittita dai genitori, e i gemelli Barnaby, molto intelligenti, ma spesso etichettati come “inquietanti”. I due genitori, troppo impegnati a pensare a se stessi e alla loro relazione, non considerano a dovere i propri figli e, inizialmente, non si accorgono nemmeno che davanti alla loro porta viene depositata una piccola orfana che i tre fratelli più piccoli decidono di raccogliere e adottare, almeno temporaneamente. Spinti, però, da Tim, contrario all’inserimento della piccola (che viene chiamata Ruth) all’interno della famiglia, soprattutto perché conscio che i genitori non la vorrebbero, i fratelli Willoughby lasciano la piccola davanti alla porta di una fabbrica di caramelle. A seguito di questo avvenimento i piccoli di casa pensano che l’unica soluzione per vivere finalmente una vita felice sia quella di diventare orfani. E per questo propongono indirettamente ai genitori una vacanza nella quale la coppia sarà coinvolta in una serie di pericoli che dovrebbero portarli via per sempre dai figli. I quattro fratelli non sanno, però, che durante la vacanza i genitori hanno pensato di rivolgersi ad una tata che possa controllarli e sorvegliarli costantemente. E sarà proprio la tata a dare una vera e propria svolta a quella che tutto poteva definirsi tranne che una famiglia.
Fin da subito è evidente la linea comica e ironica verso la quale il film vuole puntare. E’ il gatto narratore che introduce il tutto invitando il pubblico a non aspettarsi la classica storiella che parla di famiglie unite. Una chiave comica interessante sulla quale soffermarsi è anche la composizione dei personaggi che, al di là delle proprie doti e caratteristiche peculiari che li rendono ognuno piacevole a suo modo, è anche la chiave di lettura del film: cioè il non fermarsi alle apparenze. Tutti i membri della grande famiglia Willoughby, da generazioni, hanno come tratto peculiare i baffi, donne comprese, e i capelli sono fatti di lana, materiale che tornerà utile col susseguirsi degli eventi e che fungerà da filo conduttore, fisico e non, tra i membri di quella che poi sarà a tutti gli effetti una vera famiglia. In un certo senso, quindi, è come se si fondessero insieme la creatività della storia, e cioè tutte le avventure e peripezie che coinvolgono i quattro piccoli protagonisti, e la scelta visiva adottata, nello specifico i colori e il “materiale”.
A fare da cornice alle peripezie e alle avventure vissute dai piccoli ci sono poi tutta una serie di personaggi che conferiscono ancor più dinamicità al racconto, dalla tata Linda al comandante immerso nelle caramelle per non parlare, ovviamente e indirettamente, della piccola Ruth e del gatto narratore.
La tematica dell’abbandono e dell’importanza dei legami che si formano tra le persone sono i nuclei fondamentali attraverso i quali si sviluppa una narrazione che, come sempre, quando si tratta di film d’animazione, non è vincolata solo ed esclusivamente ai più piccoli, ma ben si adatta anche ad una riflessione per le persone più grandi. Una strizzata d’occhio e una tirata d’orecchie verso un’attenzione a guardarsi intorno che, purtroppo, manca sempre di più. E, collegato a questo, la scelta di “abbandonare” la coppia dei genitori risulta, oltre che coerente con lo svilupparsi della storia, soprattutto azzeccata.

Veronica Ranocchi

sabato, maggio 30, 2020

DISNEY PLUS: OUT


Out
di Steven Hunter
USA, 2020
genere: animazione, fantastico
durata: 9’
Da poco disponibile sulla piattaforma Disney Plus, “Out” è il primo cortometraggio che vede protagonista un personaggio gay.
La storia è molto semplice: Greg ha deciso di traslocare e di farlo insieme al suo fidanzato Manuel e al loro cagnolino Jim. Poco prima del trasloco, però, Greg riceve la visita inaspettata dei genitori che vogliono aiutarlo a spostare tutto, ma che non sanno nulla della relazione del figlio, il quale non ha ancora trovato il coraggio di raccontare loro la verità.
La mano della Pixar, e in generale del cinema d’animazione, aiuta concretamente lo sviluppo della vicenda, che porta verso una lieta conclusione, grazie ad un pizzico di magia. Per riuscire a trovare il coraggio di raccontare qualcosa di naturale, Greg vivrà temporaneamente un’avventura tutt’altro che ordinaria, scambiando il proprio corpo con quello del cagnolino Jim che potrà, senza troppi problemi, ascoltare e capire tante cose.
La particolarità di questo breve, ma intenso corto è il modo in cui decide di sviluppare la storia, attraverso la magia e un viaggio surreale che porta a far riflettere un po’ tutti, sia i personaggi sullo schermo sia lo spettatore che osserva.
Tecnicamente lontano, almeno in apparenza, dal classico tratto Pixar, “Out” non è la storia dell’amore tra Greg e Manuel, ma la storia di un amore più grande e universale.
Il cambio improvviso e inaspettato di prospettiva nel quale si trova coinvolto il protagonista gli permette di ribaltare la visione dei fatti e capire che determinati ostacoli che, fino a quel momento, sembravano insormontabili, non sono, invece, così complessi.
Nel complesso, come già detto, non si tratta di niente di eccezionale né a livello tecnico né a livello di intreccio e narrazione, ma rappresenta sicuramente qualcosa di innovativo a livello di tematica, mostrando la sessualità come motivo principale della storia. Che sia un inizio verso l’inserimento di personaggi del genere nel mondo Pixar o dell’animazione in generale?
Senza nessun tipo di stereotipo o commento, “Out” racconta in maniera pulita e a modo suo una storia universale in tutti i sensi, ma naturalmente sempre con un pizzico di magia che caratterizza, in ogni occasione, la casa di produzione e che permette comunque di sognare, aiutando chiunque a vivere qualsiasi situazione in modo “magico”.
C’è da dire che Greg non è il primo personaggio dichiaratamente gay presente nel mondo Pixar: in alcuni lungometraggi, sia animati che non sono presenti personaggi che fanno riferimento alla propria omosessualità, ma si tratta sempre di personaggi minori o secondari. Nessuno di loro ha il ruolo primario che ha Greg in “Out”. E la decisione di inserire il suo personaggio come protagonista è in primis un omaggio a Howard Ashman, autore dei testi de “La sirenetta” e “La bella e la bestia”, morto a 40 anni per Aids, ma anche un modo per far sì che l’enorme seguito della Pixar e il suo modo particolare di vedere il mondo possa essere condiviso da una fetta sempre più ampia di pubblico.

Veronica Ranocchi

sabato, maggio 23, 2020

DISNEY PLUS: WIND



Wind
di Edwin Chang
USA, 2019
genere: animazione
durata: 8’
Il programma “SparkShorts” ideato dalla Pixar, che prevede la realizzazione di un cortometraggio in un tempo preciso (6 mesi circa) e con un budget limitato, include anche il cortometraggio “Wind”.
In questo breve prodotto e attraverso la storia mostrata si nascondono tante caratteristiche e tanti spunti universali che, ad una prima visione, forse non si riescono interamente a cogliere.
“Wind” è la storia di un ragazzino, accompagnato da un’energica nonna che, nonostante l’età avanzata, è ancora in forza e cerca in tutti i modi di stare accanto al nipote, aiutandolo e supportandolo in tutto.
I due sono intrappolati all’interno di una caverna poco illuminata e tentano di sopravvivere come possono. Ciò che fa sognare il giovane protagonista è il vento che riesce a percepire costantemente e che gli apre l’immaginazione facendolo sperare. Grazie alla presenza del vento e all’immaginazione che si fa sempre più prepotente in lui, il ragazzino sogna di andarsene da quell’antro buio e di volare verso un nuovo mondo, accompagnato dalla sua inseparabile nonnina. Proprio per questo motivo sta costruendo una sorta di astronave, stando attento a tuti i dettagli, in modo che possa volare lontano. Sfruttando il suo amico vento, in primis, i due potrebbero volare con l’astronave e andarsene, ma non tutto andrà come previsto.
Ma, oltre alla semplice storia, c’è qualcosa di più che si nasconde tra le righe della narrazione e che viene spiegato dall’autore del corto, Edwin Chang. La presenza della nonna all’interno della storia è un riferimento e un omaggio alla sua vera nonna, una madre rimasta sola dopo la guerra di Corea e che si prese cura del suo unico figlio, il padre di Edwin. Così come la vera nonna dell’autore ha fatto di tutto per aiutare il figlio a crescere, per permettergli un ottimo futuro e questi si è recato in America per migliorare il proprio livello di istruzione lasciando sola la madre, allo stesso modo la nonna del protagonista decide di fare il meglio per il nipote sacrificando tutto il resto per la felicità di quest’ultimo.
Sono, insomma tante le chiavi di lettura che si possono attribuire a questo cortometraggio che, in pochi minuti, riesce a racchiudere tante verità e tante storie. In pochi piccoli gesti si nasconde tantissimo. Se da una parte si può considerare questo brevissimo viaggio come una sorta di fuga in generale dall’oppressione, dalla malinconia e dalla tristezza, dall’altra si può paragonare anche ad un viaggio di migrazione verso una sorta di terra promessa. La luce che si vede in fondo alla buia caverna è la speranza che, nascosta nel profondo del protagonista, diventa la guida che lo porta a realizzare tutto quello che può portarlo alla vera felicità.
Inoltre, come viene spiegato dall’autore, dietro i tanti piccoli gesti di cui il corto è pieno si celano tante piccole perle fornite da tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del cortometraggio che hanno voluto dare il proprio contributo per raccontare quella che, alla fine, è una storia universale di amore, speranza, voglia di vivere.
Un finale che lascia l’amaro in bocca, ma commuove anche al punto giusto, nel quale, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, si racchiude l’essenza sia del corto che della vita in generale.


Veronica Ranocchi

mercoledì, maggio 06, 2020

HOLLYWOOD


Hollywood
di Ryan Murphy e Ian Brennan
con David Corenswet, Darren Criss, Laura Harrier
USA, 2020
genere: drammatico, storico
episodi: 1-7
durata: 40-50’
Ryan Murphy, il cui nome è ormai associato prevalentemente al mondo delle serie televisive, torna a far parlare di sé con un nuovo prodotto, disponibile su Netflix: la mini serie “Hollywood”.
Dopo grandi successi come “Glee”, “American Horror Story” e il più recente, e ancora in corso, “The Politician”, Murphy ha deciso di creare un nuovo prodotto concentrandosi sul mondo del cinema, riuscendo a mescolare realtà e finzione, al punto tale da essere, in qualche modo, “costretto” a riscrivere la storia.
Quello che viene mostrato nella mini serie, composta da soli 7 episodi, è la Hollywood degli anni ’50 vista attraverso gli occhi di persone che lottano e combattono quotidianamente per riuscire ad entrare in questo mondo, essendo disposti a tutto. Murphy, infatti, si concentra sul cosiddetto “dietro le quinte” e su tutto quello che di corrotto, marcio e negativo può celarsi nella più grande industria cinematografica. Il pubblico viene, quindi, a contatto con una realtà diversa da quella che ha sempre immaginato e lo fa attraverso i vari personaggi che ci vengono mostrati perché, così come anche nelle altre serie dello stesso regista, non c’è un vero e proprio protagonista, ma un cast corale.
In “Hollywood” conosciamo, quindi, l’aspirante attore Jack Castello, fresco di sposalizio con la giovane Henrietta, in dolce attesa, disposto a tutto pur di sfondare nel cinema, riuscendo così a mantenere la propria famiglia; l’aspirante sceneggiatore Archie Coleman, che sia per il colore della sua pelle che per la sua sessualità, dovrà superare diversi ostacoli; il regista Raymond Ainsley che cercherà di aiutare i più deboli e gli emarginati; l’aspirante attrice e compagna di Ainsley, Camille Washington, che dovrà mostrare i denti per non essere relegata in eterna a ruoli minori di domestica a causa del colore della sua pelle. Ma ancora l’aspirante attore Rock Hudson, pseudonimo di Roy Fitzgerald, e l’aspirante attrice e figlia del noto produttore della Ace Pictures, Claire Wood; il malvagio Henry Willson e i produttori Richard “Dick” Samuels, Ellen Kincaid e Avis Amberg.
Insomma i personaggi non mancano, così come le situazioni che si vengono a sviluppare, nel corso delle puntate, e che mettono a dura prova mondi quasi opposti tra loro.
Una serie che funziona, che incolla lo spettatore allo schermo, sempre più curioso di sapere come si svilupperà la storia e cosa saranno disposti, ogni volta, a fare i personaggi per “sopravvivere”. Ma anche una serie che, seppur con alcuni errori e mancanze, celebra quello che è un grandissimo motore: il cinema. E lo fa in primis avvalendosi di un cast di tutto rispetto, con attori e attrici degni del loro ruolo e mai fuori posto, che si fanno amare e odiare alla perfezione. Se da una parte il pubblico non può non provare empatia per i giovani protagonisti che cercano di fare di tutto per affermarsi, anche venire disprezzati o costretti a compiere azioni che non avrebbero neanche lontanamente immaginato, dall’altra non può fare a meno di odiare altri personaggi per i loro modi rudi, violenti e contro ogni morale, come nel caso di Henry Willson, interpretato da un eccellente Jim Parsons, che riesce, senza problemi, a staccarsi dal ruolo, completamente opposto a questo, che lo ha reso celebre. Allo stesso modo, però, si viene a creare una particolare empatia anche e soprattutto con i personaggi più adulti che dovrebbero, in parte, essere di contorno al resto della vicenda, ma che, alla fine dei conti, rubano prepotentemente la scena agli altri.
Oltre al cast anche la scenografia sembra riuscire nel proprio intento, cercando di ricreare, per quanto possibile, quell’atmosfera tipica di una Hollywood passata e lo fa ogni volta che ce n’è bisogno, inserendola anche all’interno della sceneggiatura proposta nella serie stessa.
Nonostante alcune mancanze, più o meno gravi, la “Hollywood” di Murphy vuole concentrarsi sui deboli, sugli emarginati, sugli oppressi e su tutte le minoranze che non hanno avuto e non hanno il giusto riconoscimento e il giusto spazio. Per questo, ogni episodio tenta di incentrarsi su una problematica ben precisa che, poi, va, inevitabilmente, a scontrarsi con altre. Razzismo, omosessualità, emarginazione sono solo alcuni dei grandi temi che la mini serie mette in evidenza e sui quali vuole che lo spettatore rifletta per dare la possibilità a tutti di rialzarsi ed usarli come un punto di forza.
Un prodotto, quindi, destinato a farsi amare, che tenta di riscrivere la storia, mettendosi dalla parte delle minoranze e degli oppressi che forse, con il giusto impegno e coraggio, possono avere la loro rivincita. Quella proposta da Ryan Murphy è una realtà alternativa che prende spunto da vicende reali e le inserisce con alcuni riferimenti (forse non tutti all’altezza), ricordando a chi sta guardando che ciò che viene messo in scena è frutto del duro lavoro di una macchina fantastica che, nel corso degli anni, ha saputo scrivere e riscrivere la storia, ma che ha affascinato e continua ad affascinare ancora oggi: il cinema.

Veronica Ranocchi

venerdì, maggio 01, 2020

SUMMERTIME


Summertime
di Lorenzo Sportiello e Francesco Lagi
con Ludovico Tersigni, Rebecca Coco Edogamhe, Andrea Lattanzi
Italia, 2020
genere: dramma adolescenziale, sentimentale
stagione: 1
episodi: 1-8
durata: 34-54 minuti

Ispirata alla storia di “Tre metri sopra il cielo”, “Summertime” è la nuova serie teen italiana del palinsesto di Netflix.
La storia vede come protagonisti un gruppo di adolescenti che si ritroveranno inevitabilmente, nel corso degli 8 episodi proposti, ad intrecciare le proprie vite dando origine ad una serie di relazioni che possono realizzarsi solo sullo schermo.
Summer è una diciassettenne che, a differenza dei suoi coetanei, odia l’estate. E questo fatto può risultare abbastanza difficile se si abita praticamente in una zona di mare, a Cesenatico (dove è ambientata la serie). Per evitare gli assembramenti, i bagni al mare e la tipica vita da vacanze, Summer decide di cercarsi un lavoro estivo che la possa tenere impegnata e lontana da eventuali distrazioni. Grazie alla sua conoscenza delle lingue riesce ad essere assunta in un hotel, nel quale passa la maggior parte del tempo. I momenti restanti è solita passarli un po’ insieme agli amici di sempre, Sofia, sua migliore amica dal primo giorno di scuola, e Edo, altro suo inseparabile amico, e un po’ in famiglia, soprattutto con la sorella minore Blue (che è anche la vera sorella dell’attrice protagonista nella realtà) della quale si preoccupa costantemente, soprattutto da quando la madre delle due è stata praticamente abbandonata dal padre, un trombettista, sempre impegnato fuori casa per concerti ed eventi.
Intorno a questi primi personaggi, che, già tra di loro, si mescoleranno lentamente nel corso delle puntate, ci sono anche Alessandro, per gli amici Ale, un motociclista romano che sta vivendo un periodo di crisi e che appartiene a un mondo totalmente diverso da quello di Summer, sotto tutti i punti di vista e il suo amico d’infanzia Dario, disposto a seguirlo anche in capo al mondo.
L’apparente equilibrio che sembra esserci nelle dinamiche fra i vari personaggi si interrompe bruscamente con l’incontro tra Summer e Ale e a seguito della scintilla che sembra scattare fin dal primo istante. Come reagiranno i due ai sentimenti che provano l’uno per l’altra? E come reagiranno gli amici? Una serie di litigi, incomprensioni ed evidenti dinamiche adolescenziali prenderanno il sopravvento e metteranno tutto in discussione.
Il pregio della serie è quella di cercare di dare il giusto spazio ad ognuno dei personaggi coinvolti nella narrazione in modo tale da non dover considerare Ale e Summer i due unici e soli protagonisti incontrastati della vicenda. Il pubblico, nel corso delle 8 puntate, non si affeziona soltanto a loro due e alla loro storia d’amore che lentamente si sviluppa, ma impara ad apprezzare ed amare anche Dario e le sue difficoltà in campo di amicizia e amore; Sofia, che cerca conforto proprio in Dario, un nuovo amico al quale svelare anche i segreti più intimi, ma ancora Edo e la sua visione dell’estate fino alla sorellina Blue che cerca, nonostante la giovanissima età, di crescere ed emergere. Ma, allo stesso tempo, questo pregio si trasforma presto anche in un difetto, arrivando a separare amicizie così solide e durature da tempo, in maniera quasi inverosimile. Si passa dal confidare all’amico o all’amica qualsiasi cosa, al non rivolgergli quasi più la parola per interi episodi mettendo da parte dinamiche che potevano avere il loro proprio sviluppo e sarebbero state sicuramente più apprezzate dal pubblico che, invece, per sopperire a queste mancanze, si ritrova davanti nuovi personaggi introdotti improvvisamente con il solo e unico scopo di essere dei “tappabuchi”.
Se sicuramente sono approvate le musiche e i colori di questa serie che strizza l’occhio al pubblico immergendolo completamente in una stagione che, quest’anno, nessuno riuscirà a vivere in questo modo, la sceneggiatura, invece, manca di qualcosa. Ben venga l’eccessiva ed esagerata saturazione delle immagini che mostrano freschezza, estate al 100% e, perché no, anche gioventù e adolescenza. Ben venga anche la musica, spesso eccessiva e dirompente, ma nel complesso adatta all’ambiente e alla situazione mostrata da quella che è e resta una serie teen, senza pretese. Ma alcune scelte, sia a livello narrativo che nel tratteggiare e nel delineare caratteri e scelte dei personaggi sono sicuramente da rivedere.
A livello attoriale i due che spiccano forse maggiormente rispetto agli altri sono i due giovani interpreti di Ale e Dario. Il primo, già conosciuto al pubblico, per il suo ruolo in un’altra serie italiana “Skam Italia” è Ludovico Tersigni che riesce a centrare l’obiettivo del “bello e dannato” perennemente in crisi con se stesso e col mondo. L’amico, interpretato da Andrea Lattanzi, complice il ruolo, forse uno dei più riusciti e più “vicini” al pubblico, è in grado di dire la sua. Così come anche Amanda Campana, interprete di Sofia, che convince forse più per il personaggio che per la prova attoriale.
In parte prevedibile, in parte inverosimile, “Summertime” potrà anche colpire e intrigare per musiche, colori e freschezza, ma manca qualcosa.

Veronica Ranocchi

giovedì, aprile 30, 2020

7 ORE PER FARTI INNAMORARE



7 ore per farti innamorare
di Giampaolo Morelli
con Giampaolo Morelli, Dian Del Bufalo, Serena Rossi
Italia, 2020
genere: commedia
durata: 104’
Dal suo stesso omonimo romanzo, Giampaolo Morelli ha deciso di cimentarsi con il ruolo di regista nella commedia “7 ore per farti innamorare” che segna il suo esordio dietro la macchina da presa.
La storia è molto semplice e sa, all’apparenza, di già visto. Morelli, che è sia regista che attore protagonista, interpreta Giulio Manfredi, giornalista di economia, fidanzato con Giorgia, una stralunata Diana Del Bufalo. Ormai a un passo dalle nozze, la fidanzata lo lascia perché Giulio scopre la relazione che la donna ha con Alfonso, vicedirettore del giornale per il quale il protagonista lavora come caporedattore. Giulio è, quindi, costretto a tentare di rimettersi in carreggiata dato che ormai è senza fidanzata e soprattutto senza lavoro. Si accorge presto che il mondo del giornalismo non è più quello di un tempo e che, per molte aziende, lui è fin troppo qualificato. Questo finché non riesce a trovare un impiego per una rivista online, Machoman, che si occupa di chirurgia estetica maschile e che gli assegna alcuni incarichi e argomenti particolari. Tra questi anche un pezzo su delle regole per conquistare una donna, delle quali si occupa Valeria, una ragazza che pensa che l’attrazione e l’eventuale relazione tra un uomo e una donna, sia solo una questione di biologia e che, con il giusto aiuta e la giusta spigliatezza, ogni uomo può riuscire a conquistare chiunque. Giulio che, inizialmente, sembra desistere dal chiedere aiuto e si limita solo ed esclusivamente a seguire le vere e proprie lezioni tenute da Valeria per scrivere il suo pezzo, cade ben presto in un vortice che culmina con la richiesta di aiuto a quest’ultima per poter riconquistare la ex Giorgia. Ma le tecniche giuste serviranno a questo?
Un buon esordio alla regia per l’attore napoletano che mette in scena una storia, tutto sommato banale, ma che riesce comunque a risultare piacevole e ad allietare il pubblico. La cornice della vicenda è una Napoli romantica e divertente grazie al prezioso intervento di tutta una serie di attori di contorno che contribuiscono a creare sempre la giusta atmosfera per non far risultare la narrazione né troppo smielata né troppo assurdamente ironica. La spalla di Morelli funziona, rappresentando il classico amico tipico della commedia cinematografica, in grado di strappare sempre una risata, ma di aiutare sempre a rialzarsi. Giustamente inopportuno, ma anche fedele e sincero. Allo stesso modo funzionano i vari “alunni” che seguono le lezioni di Valeria, ognuno rappresentando un tratto caratteristico del classico “sfigato” (e talvolta anche più di uno).
Ma ciò che funziona veramente è la chimica tra Giampaolo Morelli e Serena Rossi, interprete di Valeria, che fin dalla prima apparizione smuove la narrazione, imponendosi, anche talvolta involontariamente, come la coprotagonista per eccellenza. Dopo precedenti prove attoriali insieme (“Ammore e malavita” dei Manetti Bros. per citarne una) i due sembrano funzionare perfettamente creando un’alchimia che trapela anche al di là dei personaggi che interpretano e che fanno funzionare le loro rispettive storie.
Una commedia che, nonostante risulti già vista, appaia abbastanza scontata e presenti qualche piccolo errore, funziona, portando qualche sana risata allo spettatore.

Veronica Ranocchi

domenica, aprile 26, 2020

IL SILENZIO DELLA PALUDE


Il silenzio della palude
di Marc Vigil
con Pedro Alonso, Alex Monner, Carmina Barrios
Spagna, 2019
genere: thriller
durata: 92 minuti
L’ormai celebre attore spagnolo Pedro Alonso, noto al grande pubblico per la sua interpretazione del personaggio di Berlino nella serie tv di successo “La casa di carta”, è il protagonista del thriller spagnolo disponibile su Netflix dal titolo “Il silenzio della palude”.
Una trama intricata (probabilmente anche troppo) per l’esordio alla regia dello spagnolo Marc Vigil che tenta di adattare allo schermo la trama dell’omonimo romanzo di Juanjo Braulio.
Pedro Alonso interpreta Q, uno scrittore di polizieschi dall’identità decisamente ambigua. Se in pubblico si mostra come una persona qualunque, più o meno disponibile ad incontrare i tanti fan dei suoi romanzi che lo accolgono a braccia aperte chiedendogli delucidazioni e autografi, nel privato appare come un uomo completamente diverso e molto più cupo.
Il film si apre immediatamente con l’uccisione, da parte di Q, del tassista che lo stava portando verso la sua meta. Se fino ad un istante prima il pubblico poteva credere in un’eventuale innocenza o bontà da parte del protagonista, dopo questo fatto deve assolutamente ricredersi e provare ad entrare dentro il complesso enigma che lo accompagnerà per tutta la durata della storia, mentre la sua voce narrante cercherà di spiegare quello che sta avvenendo o che avverrà, quasi fosse il narratore del libro stesso che l’uomo sta scrivendo.
Ma è la domanda posta da una fan a colpire l’attenzione di Q, e non solo, e la domanda è “perché uccide?”. Quesito più che lecito che tutti coloro che si approcciano alla visione si chiedono fin dal primo istante, ma al quale, almeno inizialmente, non sembrano trovare risposta. Questo perché si viene costantemente spostati da un luogo a un altro, da una situazione ad un’altra senza aver ben chiaro il punto di partenza né tantomeno quello di arrivo. Q, già di per sé un personaggio molto più che ambiguo, sembra intrecciarsi quasi alla perfezione tra la sua vita e ciò che decide di scrivere e di raccontare. Per questo motivo anche lo spettatore è spiazzato e non riesce a comprendere se ciò che vede à la reale vita del personaggio o quella descritta all’interno del romanzo che questi sta cercando di portare a termine. E il rapimento del professor Carretero, ex politico coinvolto in uno scandalo, da una parte può aiutare, ma dall’altra crea ancora più confusione. Q lo rapisce e lo tiene segregato per alcuni giorni mentre sembra tentare di scrivere il proprio romanzo. La percezione è, quindi, quella che il personaggio descritto nelle proprie opere da Q non sia altro che una sorta di trasposizione su carta di ciò che lui effettivamente compie nella realtà, quasi come spunto per nuove avventure a favore del proprio personaggio.
Insomma un intreccio indubbiamente interessante, ma che, per contro, porta lo spettatore ad allontanarsi. La domanda da porsi, infatti, è: si entra davvero in sintonia con il personaggio? Si riesce davvero a comprendere l’operato e/o il motivo per il quale agisce in un certo modo? In realtà anche noi, così come lo stesso Q, risponde alla donna che gli pone la domanda ci areniamo nel “uccide perché può”, senza tentare di dare una spiegazione approfondita. Il finale, che indubbiamente è una metafora, apre nuovi scenari e possibilità che ognuno può divertirsi a tentare di svelare, illudendosi di avere in mano una soluzione che, però, è solo effimera.
Un Pedro Alonso molto bravo, soprattutto nel riuscire a districarsi all’interno del proprio personaggio che assume diverse sfaccettature nel corso dell’intero film, ma che non riesce ad emergere completamente.
E una violenza, talvolta gratuita, solo per mostrare e dimostrare l’efferatezza e la crudeltà alla quale possono far ricorso i personaggi descritti pur di ottenere ciò che desiderano.

Veronica Ranocchi